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mercoledì 28 settembre 2016

Ponte di Messina: 25 anni di giravolte e la causa miliardaria allo Stato


Ponte di Messina: 25 anni di giravolte e la causa miliardaria allo Stato

Il no al progetto ha innescato una richiesta legale di risarcimento danni che potrebbe costare 790 milioni di euro più gli interessi


 Elaborazione grafica del progetto del ponte sullo Stretto (Ansa)
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Solo una cosa: adesso chi glielo dice a Vincenzo Fortunato che si ricomincia daccapo, e lui dovrà fare le valigie? Da tre anni e mezzo l’ex braccio destro di Giulio Tremonti fa il liquidatore della società Stretto di Messina. L’incarico gliel’ha dato Enrico Letta, un mese dopo essere arrivato al governo, con un decreto dove c’era scritto che per smantellare la società pubblica che avrebbe dovuto gestire la realizzazione del Ponte fra Scilla e Cariddi non avrebbe dovuto impiegare più di un anno. E già quella era una follia. Com’è infatti possibile fissare per legge un termine simile in un Paese dove le liquidazioni durano quarant’anni?

Liquidazione
Secondo il decreto tutto doveva essere finito entro il 15 aprile 2014: è il 28 settembre 2016 e siamo ancora a carissimo amico. Non è colpa di Fortunato, sia chiaro. Ma del pasticcio infernale che è questa storia del Ponte. Con le imprese aggiudicatrici dell’appalto riunite nel consorzio Eurolink guidato da Impregilo, c’è in ballo una causa per risarcimento danni da cui difficilmente lo Stato potrebbe uscirne indenne. Parliamo di cifre enormi: 790 milioni di euro più gli interessi. Somma alla quale si devono poi aggiungere i 350 milioni già spesi in trent’anni per il funzionamento della società e i progetti dell’opera. 


La causa
Non sbaglia chi interpreta l’annuncio di Renzi a favore del Ponte come una mossa per recuperare terreno in vista del referendum sulla riforma costituzionale in una Regione con oltre 5 milioni di abitanti dove il consenso per il Pd è in caduta libera. Ma niente di più facile che la promessa di far ripartire il Ponte abbia pure una qualche relazione con questa minacciosa spada di Damocle: noi riapriamo i cantieri e tu ritiri la causa. Di sicuro, la voce della verità è quella di Gianni Vittorio Armani, il presidente dell’Anas, la società pubblica che controlla l’82% dello Stretto di Messina: «La cosa importante è che però poi, una volta deciso cosa fare non si torni più indietro. Il Paese non se lo può permettere...». 
La storia
Perché non si contano più le volte in cui un governo italiano ha cambiato idea. E questo, indipendentemente dal merito della questione, non è certo stato un buon viatico per l’immagine di un Paese al quale non tutti, all’estero, sono disposti a concedere il massimo dell’affidabilità. Ricordiamo com’è andata. Nel 1992 Bettino Craxi promette in campagna elettorale che tornando a Palazzo Chigi costruirà il Ponte. Ma scoppia Tangentopoli. Due anni più tardi è il turno di Silvio Berlusconi, che però manda in archivio il progetto. Romano Prodi nel 1996 lo farebbe pure, quel Ponte: dieci anni prima da presidente dell’Iri l’aveva benedetto. Ma nell’Ulivo sono quasi tutti contrari. E si arriva al fatidico 2001 della legge obiettivo. Il Ponte riparte, e prima di andarsene Berlusconi firma il contratto con l’Impregilo, pensando di aver legato le mani al successore. Sbaglia. Con il Prodi bis nel 2006 l’opera finisce sul binario morto. Tuttavia il centrosinistra dura meno di due anni: ecco di nuovo Berlusconi ed ecco il Ponte che ritorna.
I danni
La strada sembra definitivamente spianata quando a ottobre 2011 passa in Parlamento una mozione, appoggiata dallo stesso governo Berlusconi, che toglie i soldi al progetto. Impazza la crisi finanziaria e Mario Monti coglie la palla al balzo. Mette il general contractor con le spalle al muro per decreto e il contratto decade. È il primo marzo 2013: il 15 aprile lo Stretto di Messina finisce in liquidazione. Il decreto dovrebbe anche limitare i danni a 300 milioni di risarcimento possibile, più i 350 spesi. Ma parte lo stesso la causa miliardaria: lo Stato rischia di pagare una fortuna per un’opera che non c’è. E la giostra ora si rimette in moto. Con la previsione di nuovi posti di lavoro che passa da 40 a 100 mila... C’è qualcosa di male a essere ottimisti?

domenica 12 ottobre 2014

L’Alluvione di Genova - puntata del 2014

L’Alluvione di Genova


Potremmo definirlo l’alluvione a puntate e dire che la Natura si sta accanendo contro i genovesi, ma non è la verità. In realtà è l’evento meteo che ha messo a nudo le criticità e le deficienze di un sistema di gestione del territorio che ha messo al primo posto la speculazione dimenticando la sicurezza e l’ecosistema.
La fragilità del territorio su cui insiste la città già dagli inizi del 900 veniva messa nel dimenticatoio a favore delle grandi piazze e delle infrastrutture che avrebbero poi dato il là all'espansione forsennata di Genova dopo la seconda guerra mondiale. Sono stati tombinati i fiumi, i torrenti brevi ed estremamente pericolosi che attraversavano l’area comunale. Gli spazi che questi avevano sono stati ridotti di 2 terzi.
Ma non basta parlare di fragilità del territorio e di ignoranza degli speculatori della “grande Genova”, no. A questa si sono aggiunte nel tempo altre disgrazie come la burocrazia e il TAR.
L’Italia è un paese dove si fermano cantieri di vitale importanza solo per discutere se la gara d’appalto è stata vinta da una ditta piuttosto che da un'altra e questo, naturalmente, lascia dietro di se il pensiero che ci sia una regia occulta che blocca per speculare o per interessi di parte o per corruttele.
Possono dire, come hanno detto, che invece il TAR ha fatto il suo dovere e dovremmo essere tutti d’accordo che l’attenzione che ha posto sulle gare d’appalto per la risistemazione dell’alveo di questi fiumi che scorrono nelle viscere di una città indifesa e impotente è stata attenzionata correttamente.
Ergo due anni e mezzo per capire cosa bisognava fare sono una inezia e un morto pure, colpa sua che si trovava nel bel mezzo della furia delle acque che riconquistano il loro spazio. No. Solo in Italia può succedere una cosa del genere. 35 milioni di euro stanziati e pronti a risolvere almeno in massima parte la criticità urbana sono ancora a marcire e nell'attesa la “natura matrigna” potrebbe ancora concedere un bis o si potrebbe arrivare alla seconda puntata. Tanto è chiaro che anche gli altri quattrini che il Capo del Governo ha, tempestivamente e munificentemente, messo per Genova ferita verranno stoppati da un qualsiasi tribunale amministrativo che per vederci chiaro ha bisogno di tempi biblici.
Mi viene da pensare a tanti soldi che la comunità europea mette a disposizione del Fondo Europeo  di Sviluppo Regionale e che per pastoie strane burocratiche e tribunalesche non si riescono a spendere. Quanta attenzione “interessata” in queste strutture di controllo!
Eppure, per salvaguardare i diritti di tutti basterebbe, eventualmente, calcolare il danno effettivo che avrebbe potuto arrecare, se verificate errate valutazioni dei commissari di gara, l’aggiudicazione mancata alla seconda ditta dell’elenco che classifica la gara in questione, senza bloccare l’avvio dei lavori, lo svolgimento e il collaudo delle opere.
Ancora la fragilità di un sistema di allerta che avrebbe dovuto raccogliere un ampia letteratura di eventi già successi a ripetizione per sviluppare il concetto fondamentale che è meglio un allerta che non sortisce poi, perché la natura di questi eventi è estremamente variabile, evidenti affermazioni, piuttosto che affidarsi alla buona stella dello sceriffo di turno. A Genova questi eventi accadono con un tempo di ritorno inferiore ai due anni. Questo è un fatto non trascurabile, mai.
Tutti questi, purtroppo, sono segnali di un Italia che affonda e sprofonda sotto i colpi di una speculazione indifferente al bene della collettività e di un Paese che dimentica se stesso. Non si può e non si deve nel 2014 morire d’alluvione in una grande città come Genova.
Unica nota “felice” in questo mare di melma trasportato dalla piena sono gli angeli del fango, i giovani, non solo anagraficamente, quelli che si sbracciano e senza polemiche e discussioni si mettono in gioco per rimettere in piedi la città. Perché oggi è il tempo dell’emergenza e poi verrà quello delle responsabilità e degli accertamenti limpidi e veloci per snellire e migliorare i sistemi di gestione del territorio.
Speriamo che si possano eseguire le opere necessarie a mettere in sicurezza i fiumi che per molti, molti chilometri, viaggiano su alvei ridotti a meno del 30% sotto le strade e le case di Genova, TAR permettendo!
Ugo Arioti


sabato 6 aprile 2013

Jorgen Randers suona l'allarme rosso per il Pianeta Terra

Terra, le previsioni per il 2052:
troppi consumi, umanità a rischio
Nuovo report nel libro di Jorgen Randers "2052: Scenari globali per i prossimi quarant'anni" presentato con il Wwf e il Club di Roma. "La causa principale dei problemi futuri è il modello politico ed economico predominante che è eccessivamente focalizzato sul breve termine"
 

ROMA - "Se l'umanità continua il suo percorso di consumo eccessivo delle risorse con una visione a breve termine potrebbe non sopravvivere". Questo quanto si afferma nel nuovo libro di Jorgen Randers, "2052: Scenari globali per i prossimi quarant'anni", la cui edizione italiana è stata presentata a Roma dall'autore insieme con il Wwf e il Club di Roma in occasione della Aurelio Peccei lecture 2013. A 40 anni dal volume I limiti dello sviluppo (primo rapporto del Club di Roma che nel 1972 ha messo in discussione la crescita continua), nel nuovo rapporto che guarda al 2052 (pubblicato in Italia per Edizioni Ambiente) Randers si pone delle domande alle quali risponde grazie al contributo di 30 esperti. Si scopre così che per i prossimi 40 anni le cose non andranno benissimo: per il rapporto "la causa principale dei problemi futuri è il modello politico ed economico predominante che è eccessivamente focalizzato sul breve termine".
Tra i nodi che attendono l'umanità nel futuro: la risposta umana al processo di adattamento ai limiti del Pianeta potrebbe "essere troppo lenta per fermare il declino"; l'economia degli Usa "ristagnerà", quella di Brasile, Russia, India e Sud Africa "progrediranno", mentre la Cina sarà "un esempio di successo" per la sua "capacità di agire"; i poveri potrebbero arrivare a 3 miliardi, con una popolazione mondial che
Tra i nodi che attendono l'umanità nel futuro: la risposta umana al processo di adattamento ai limiti del Pianeta potrebbe "essere troppo lenta per fermare il declino"; l'economia degli Usa "ristagnerà", quella di Brasile, Russia, India e Sud Africa "progrediranno", mentre la Cina sarà "un esempio di successo" per la sua "capacità di agire"; i poveri potrebbero arrivare a 3 miliardi, con una popolazione mondiale che toccherà il massimo "nel 2042" con 8,1 miliardi di persone, e calerà la fertilità nelle aree urbane; il Pil globale crescerà "molto più lentamente del previsto"; come se non bastasse la CO2 in aria continuerà ad "aumentare" portando "un incremento" delle temperature di "2 gradi nel 2052 rispetto alla media pre-industriale", raggiungendo i "più 2,8 gradi nel 2080". "Viviamo in un modo che non potrà essere portato avanti dalle generazioni future senza importanti cambiamenti - afferma Randers - L'umanità ha sfruttato le risorse della terra e, in alcuni casi, vedremo il collasso prima del 2052".
"Si dimostra - osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf Italia e curatore dell'edizione italiana del volume - come sia impossibile cambiare rotta se non viene impostata una nuova economia che metta al centro il capitale naturale".