La scuola di ecologia Culturale è un luogo di scambio di esperienze e di costruzione di tecniche democratiche e pacifiche per lo sviluppo sostenibile delle società umane e si muove per realizzare iniziative (prevalentemente in partnership) per l’educazione dei giovani (la scuola del territorio e uno dei partner naturali della scuola) e lo sviluppo di un capitale umano di eccellenza che dovrà essere protagonista dello sviluppo culturale ed economico delle società e dei popoli Euro Mediterranei.
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giovedì 9 aprile 2026
giovedì 6 settembre 2018
Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta! (Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)
Non
bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei
gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta!
(Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)
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Il fiume, giù in fondo alla stretta valle
coperta di arbusti, ortiche, sommacco e canne, scorreva lento e pingue come un
maiale all’ingrasso in un campo di ghiande. Franco Stella, per gli amici del
Bar da “Za Agatina a Ballarò” Ciccio
Virrina, per via del fatto che quando attaccava a parlare di una persona in
bene o in male non la finiva più, con la testa a pendoloni fuori dalla
ringhiera del ponte, sognava di volare, ma non riusciva a procurarsi un paio
d’ali.
L’Oreto, il fiume che stava giù, non lo calcolava
nemmeno, si insinuava tra le sue antiche pietre e qualche sacchetto di plastica
ricco di spazzatura, annoiato come sempre per la sua eterna condanna al ciclo
terra cielo terra.
Secondo voi, un fiume ha una sua intelligenza?
Mah?!?
fatto è che, mentre scorreva, lemme lemme,si avviluppava una strana scena, come un film di suicidio. Ho detto come!
Secondo voi, un fiume ha una sua intelligenza?
Mah?!?
fatto è che, mentre scorreva, lemme lemme,si avviluppava una strana scena, come un film di suicidio. Ho detto come!
la domanda è: Chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo?!, credo di averla presa troppo larga, ora restringo!
Poi, improvvisamente e senza un preciso gesto pensato, Ciccio mise una gamba fuori dal parapetto e gli attraversò la schiena un brivido freddo, ghiacciato!
Pensate, aveva allungato tutte e due le mani
fuori dalla ringhiera del ponte. Il Ponte Corleone è molto, molto alto. Fa
paura!
Le auto passavano veloci e qualcuno gettava lo
sguardo verso quell’uomo sul ciglio del baratro. Uno gli gridò di sbrigarsi
altrimenti col buio non avrebbe visto il luogo dell’atterraggio! Un altro lo apostrofò
con “Idiota, devi saltare… chi non salta è un imbecille è... chi non salta è un imbecille è…".
Insomma, una varia e molto raffinata
costellazione di umani che lo incitavano
a dare il via allo spettacolo senza se e senza ma!
Qualcuno scattava una foto al volo.
Finalmente una anziana signora fermò la macchina
e, come succede in questi casi disperati, lo stop di uno è il segnale per tutti. I curiosi e i volontari del “Bene”, che non possono perdere l’occasione, la imitarono subito!
Una lunga fila di auto, qualcuno anche in doppia
o tripla fila e tanta gente che correva verso il nostro Icaro senza ali, per
dire la sua; sembravano api che vanno a raccogliere nettare, e che, impazzite,
puntano tutte su un unico fiore: Ciccio Virrina!
Anche il fiume si fece più silenzioso per
ascoltare meglio quello che stava accadendo di sopra o per capire se un altro,
l’ennesimo, cadavere avesse portato tanta gente in divisa e con i guanti tra i
suoi canneti e i suoi depositi abusivi di munnizza!, e foto per riprendere pezzi del cadavere e misure.
E Ciccio?
Il nostro aspirante suicida se l’era fatta
letteralmente addosso e sudava freddo perché una delle barre di ferro della
ringhiera del ponte, dove aveva appoggiato il piede per salire un po più su e osservare meglio il volo dei gabbiani, magari per i
“mille” anni di incuria e mancata manutenzione cedette
inaspettatamente sotto i suoi piedi, e Ciccio rimase appeso alla ringhiera; la
parte superiore, con le ascelle, mentre i piedi gli penzolavano, oscillando
come la pendola di un cucù!
Insomma era mancato poco, tanto poco al decollo,
ma le braccia tese verso fuori si erano, istintivamente, riportate verso i
fianchi agganciando il passamano superiore della ringhiera proprio mentre il
tubo inferiore, cedendo improvvisamente, cadeva nel vuoto.
La Signora si era fermata a un passo da lui e
strillava verso quelle api desiderose di prendere il nettare franchicaresco e portarlo all’alveare!
“Prendetelo, prendetelo” starnazzava, come una
cornacchia urlante, la vecchia. Quattro giovinastri lo afferrarono e lo
tirarono verso la salvezza con tale violenza da fargli male. Gli volò fuori dal
parapetto una scarpa. Fu steso per terra e piantonato come fosse un ladro colto
in fragrante. Uno dei primi che lo avevano afferrato, prese dalla sua vettura, una bottiglia
d’acqua e la infilò in bocca a Ciccio per farlo bere, lo stava quasi annegando!
Franco Stella ora era spaventato dal clamore che il suo
gesto aveva procurato! “Sbottonategli la camicia, fatelo respirare”, continuava
la donna, come fosse la caposala dell’ospedale civico!
Un altro gridò verso la calca di curiosi “Chiamate
un ambulanzahhh. Non possiamo lasciarlo quiiihhh…”!
L’uomo dell’acqua gli stappò la bottiglia dalla
bocca e lo guardò amorevolmente, facendogli per primo la domanda che pendeva
dalle labbra di tutti: - Perché ti volevi buttare giù?
Ma siamo sicuri?, perché si voleva gettare
dal ponte Corleone quella mattina, la prima domenica di maggio, Franco Stella,
detto dagli amici: Ciccio Virrina? Cosa o chi lo avevano portato a tentare quel
gesto estremo? Una storia d’amore finita male? La disperata ricerca di un
onesto lavoro senza esito positivo? Una cartella esattoriale vessatoria e
assurda? Qualsiasi cosa o persona lo avesse spinto a questo gesto gravissimo
una cosa è certa: Ciccio non si era preparato bene. Si, voglio dire che non è
così che uno si suicida. E no! Non ci sono più i suicidi d’una volta, quando si
scriveva prima una lettera e poi si andava in un posto dove nemmeno un cane
sarebbe potuto passare per un ultimo addio alla vita. No, non si fa così.
Ciccio Virrina autodidatta, aspirante al sacrificio, noi ti diamo quattro meno meno in suicidologia!
Il capannello degli spettatori del tentativo di
volo senza elastico dal Ponte Corleone aumentavano iperbolicamente e arrivavano
ora a bloccare quasi del tutto la carreggiata.
Tutti
cercavano di penetrare fino al giaciglio improvvisato dove trattenevano quel
povero cristo, sì, quello che si voleva buttare dal ponte perché la sua donna
lo aveva lasciato o perché non voleva dire a sua moglie che aveva perso il
lavoro o per chissà quale altra tragedia.
Volevano anche solo dirgli una parola o
stringergli la mano o semplicemente toccarlo (per qualcuno, dicevano, porta fortuna sfiorare o palpare un aspirante
suicida!).
A Ciccio venne la confusione!
Tutti quei visi sconosciuti che lo osservavano
come fosse un animale raro ferito.
Finalmente, arrivò l’ambulanza, e vennero a
prelevarlo, con la lettiga e un medico, signori miei!, che pareva un ragazzino
poco più che ventenne, sbarbato e leccato con la testa piena di gel.
La folla si aprì intorno a loro, tutti volevano
spiegare quello che era successo.
Mentre, una ragazza, in tuta blu, raccoglieva
informazioni.
Lo trascinarono via, la sirena cominciò la sua
musica e Giuseppe, l’autista dell’ambulanza riuscì a trovare un varco miracolosamente per
tornare verso l’ospedale civico.
Gran parte degli presenti si dileguò, rientrando
nelle proprie vetture e togliendo l’ancora, restarono solo la vecchia e i primi
quattro soccorritori per un altro pò di tempo a parlare della storia, forse per
metterla bene a memoria e per poterla raccontare agli amici.
Franco era talmente spaventato che non gli
usciva nemmeno una parola.
Per uno scherzo del destino, era più impaurito
adesso che prima, quando la barra della ringhiera si era staccata dal parapetto
del ponte ed era volata giù.
- Mi dica il suo nome! - gli ripeteva la dama in
blu.
Alla
fine, con un fil di voce strabuzzando gli occhi, la donna era giovane e
procace, Ciccio le rispose: - Mi chiamo Franco. Franco Stella e abito a
Piazzetta del Carmine… dieci... a Ballarò!
- Finalmente! - esclamò lei, - e… signor Franco
perché si voleva ammazzare? - lo incalzò diretta e spregiudicata (che si fa
così?).
- Chi io?
- No,
Signor Franco, quello che passava. Avanti si apra e non sia reticente siamo qui
per aiutarla.
- A me?
- Ha
bevuto?
- Si, una bottiglia di vino con gli amici del bar,
mangiando un piatto di carbonara, vedevamo la partita! Che bella partita! Il Palermo
ha vinto! Due a zero contro la Salernitana… a casa loro!
- Ecco!, -
disse allora il medico, - come pensavo: ha bevuto e poi…
La
femmina, che sembrava Diana con arco e frecce, lanciò uno sguardo disgustato al
dottorino. Poi, rivolgendosi a Ciccio gli chiese di raccontare la sua versione
dei fatti avvenuti quella mattinata domenicale di maggio dal bar con gli amici
in poi.
Ma Ciccio non ricordava null’altro che quella
vecchia che strillava “Prendetelo,
prendetelo” e la confusione che si era sviluppata intorno a lui!, e la ferita
al piede che gli avevano procurato strattonandolo per sganciarlo, per così
dire, dalla ringhiera del ponte.
Come era
arrivato al ponte Corleone, e quello che era successo al bar, dopo il brindisi
per la vittoria del Palermo, proprio non lo ricordava.
Niente, era un tratto della sua vita scomparso
nel nulla, forse caduto nel fiume Oreto!?
- Ancora
non mi ha detto perché voleva buttarsi giù. – Gli ripetè, ammonendolo, secca e
precisa, l’infermiera.
Franco la guardò con stupore.
- Signora,
io non ho mai voluto buttarmi giù dal ponte! Vuole scherzare?
- Allora da
cosa lo hanno salvato?
- Ma c’è un
equivoco… no. Stavo guardando alcuni uccelli che volavano sopra il fiume Oreto
e per un attimo…
- Voleva
fare come loro!
- No, ma
che dice, no. Ho messo il piede sulla prima barra di sotto del parapetto,
questa non so come si è rotta e mi è scivolato il piede, ma ero appeso al
passamano, poi lo spazio non c’era per cadere di sotto, no. Ma chi le ha detto
che volevo …? - Tutti
quelli che lo hanno visto e per umanità si sono fermati e lo hanno tirato via
dalla ringhiera. Tutti.
- Ma no, le dico! Non è così. Le giuro. Ma sta
scherzando io… no. Mi vengono i brividi solo a pensarci.
- E perché ha perso una scarpa? - lo incalzò il
medico, - le è caduta giù così per caso o…?
- Dottore. Cosa vuole insinuare? Le dico che non
ho mai pensato di buttarmi giù da un ponte. Deve essere successo quando mi
hanno tirato e procurandomi questa ferita al piede!, la vede?
-
Quindi lei non voleva suicidarsi?
- Ancora con sta fesseria!? Sta scherzando? No,
mai e se vuole posso anche sottoscriverlo. - rispose seccato, alzando il tono
della voce Ciccio.
La
donna, allora, busso sulla paretina che divide la zona degenza della cabina di
guida.
-
Dimmi
Grazia! - le rispose, a quel segnale convenzionale, il conducente.
-
Ferma un
attimo!
-
Lei, Signor Francesco, firmi questo foglio… qua
in basso! - ingiunse al nostro novello pseudoIcaro mancato.
-
Cosa?
-
Che lei
si è ferito scivolando sul marciapiede del ponte Corleone. Stop!
-
Firmo
qua?
-
Si!
-
E ora?
-
Ora la
lasciamo prima di arrivare al Civico, lei torna a casa e si fa un bel riposino,
ok?
Il medico allora : - Ma non possiamo lasciarlo
andare via. Se torna al ponte e si butta giù?
L’infermiera guardò con compassione il
dottorino e con femminea saetta Ciccio.
-
Risponda al dottore: lei si vuole suicidare?
- Ancora con sto suicidio? Io mi sono pisciato
addosso per la paura quando ha ceduto la barra dove appoggiavo i piedi. Per
carità!
-
Io non sono d’accordo! – esclamò, con un
rigurgitò d’autorità, il giovin medico.
-
Ecco e allora firmi qua, dottor Licitra! - gli
ordinò la donna e lui firmò.
- Si metta seduto Lei, la ferita al piede era solo
un graffio. Le abbiamo messo un cerotto disinfettante. Cerchi di andare a casa
e dormirci su e non si faccia più venire in testa di osservare i gabbiani dal
Ponte Corleone. Sono stata chiara?
- Chiarissima!
Poi
quella, rivolta all’autista : - Giuseppe, fermati prima del Pronto Soccorso che
il signore scende e andiamo in Via Oreto, altezza Via Palermo, a prendere un’infartuata.
mercoledì 14 febbraio 2018
Fra Dolcino e le donne penitenti - racconti dell'iperspazio Ugo Arioti
“Paenitentiagite,
quia appropinquabit regnum caelorum”
-
Ma che vuole, non sono una verginella! Ma
il brodo è buono?,... o non lo gradite? - rilanciò Norina del Bricco, avvenente
e procace figlia del capo villaggio uscito con i suoi dal caseggiato per obbedire
agli ammonimenti del frate e del suo luogotenente, niente più che un bizzarro
essere carnascialesco, sempre affamato di sesso e di pane. Lei, era furba...e,
gradiva le avances del predicatore “fricchettone”!
-
Paenitentiagite,
quia appropinquabit regnum caelorum! - gridacchiò, selvaggiamente lui e si lanciò
nell'amplesso.
-
Maestro...ohoho...- biascicò il confrate del “fricchettone”
- Io pure..mgnam! -
-
Idiota, devi fare penitenza! - gli urlò il suo priore –
Mettiti a guardia della casa! Altrimenti ti punisco come sai! -
-
Noh, noooh...- piaggnuccolò il malcapitato adepto e si
accucciò sull'uscio, con un occhio alle scene erotiche e uno al mondo esterno.
In quella stanza le donne
erano tre: la madre di Norina, lei e la sorella Tica, poco più che una
ragazzina. L'apostolo dell'Apocalisse, ebbe un attimo di tentennamento, ma
pensarono le donne a togliergli il dubbio, spogliandosi e offrendosi al desco
vespertino,...per espiare i peccati. Fu così, che sciolsero i pensieri al duce
e lo convinsero, ancor di più, che era nel giusto e quando si è nel giusto, non
si sbaglia! Per la cura dell'anima bisognava,... e lui, abbisognava!, perchè
era l'Angelo della Giustizia!
giovedì 8 febbraio 2018
'Ndrangheta, un racconto mancato
Ha dirompente forza militare e impareggiabile disponibilità
economica, si muove con disinvoltura nella globalizzazione e cura
ossessivamente le tradizioni, sa essere ciò di cui ciascun territorio ha
bisogno e gode di trasversale consenso sociale. E poi, naturalmente,
dispone di preziose relazioni ad alto livello, in Italia e Oltreoceano.
Tasselli fondamentali ma non sufficienti. Per comprendere appieno
l'immenso patrimonio di potere della 'Ndrangheta ne manca almeno un
altro: il silenzio.
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag: Comunicazione
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag: Comunicazione
giovedì 7 dicembre 2017
Valentina premiata dalla Nasa: «Così progetto la vita su Marte»
Cambridge, l’ingegnere 32enne: una città ecosostenibile dove non ci si annoia
di Giovanni Caprara
«Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere ambienti adeguati che le idee di Valentina cominciano a delineare. «Il progetto che ho battezzato Redwood Forest, la foresta di sequoie, nasce dall’obiettivo di realizzare una città di 10 mila abitanti — racconta la ricercatrice —. La foresta risponde all’esigenza di avere un habitat interconnesso a diversi livelli che consenta agli abitanti di muoversi, protetti dalle radiazioni e dall’impatto di micrometeoriti, attraverso un rete di radici-cunicoli sotterranei».
di Giovanni Caprara
«Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere ambienti adeguati che le idee di Valentina cominciano a delineare. «Il progetto che ho battezzato Redwood Forest, la foresta di sequoie, nasce dall’obiettivo di realizzare una città di 10 mila abitanti — racconta la ricercatrice —. La foresta risponde all’esigenza di avere un habitat interconnesso a diversi livelli che consenta agli abitanti di muoversi, protetti dalle radiazioni e dall’impatto di micrometeoriti, attraverso un rete di radici-cunicoli sotterranei».
La cavità nei rami
Gli
alberi-edifici di Redwood Forest hanno come elemento essenziale l’acqua
estratta dalla base delle «radici» sfruttando il ghiaccio presente nel
primi strati del sottosuolo marziano: viene distribuita all’interno
degli habitat, utilizzando le cavità presenti nei «rami», fino a
schermare l’intera biosfera dalle radiazioni cosmiche. «L’albero —
precisa Valentina — ha un significato anche dal punto di vista della
struttura in quanto il sistema di rami e radici aiuta l’edificio ad
ancorarsi al terreno. Proprio come gli alberi presenti in natura sanno
estrarre acqua e raccogliere i raggi del sole, i nostri sono progettati
per soddisfare le esigenze poste dal nuovo ambiente e dalle criticità
del suolo marziano». E ancora: «Nel nostro laboratorio stiamo già
sviluppando con la Nasa anche una nuova tecnologia per estrarre il
ghiaccio e produrre l’acqua di cui saranno dotati gli edifici. È il
primo passo indispensabile per garantire la sopravvivenza».
«Lo spazio mi ha sempre appassionato»
Valentina,
nata 32 anni fa ad Alessandria, è arrivata a Cambridge grazie al
Progetto Rocca: progetto di collaborazione del Politecnico di Milano,
dove aveva ottenuto il dottorato, con il Mit. Racconta la ricercatrice:
«Mi ha sempre appassionato lo spazio, ma soprattutto la possibilità di
vivere su altri corpi celesti. Per questo ho cercato di disegnare
ambienti autosufficienti e sostenibili. Un approccio utile anche sulla
Terra per non sprecare risorse preziose». Le agenzie spaziali di Cina,
Russia e la stessa Nasa studiano una base lunare analoga a quelle in
Antartide. «Gli edifici di Redwood Forest — dice —, possono essere
adattati anche all’ambiente lunare perché le necessità sono uguali.
Questo consentirebbe, tra l’altro, di sviluppare con maggior cura e
sicurezza anche il successivo insediamento marziano». L’ultimo pensiero
di Valentina va però all’Italia: «Essendo patriottica mi piacerebbe
rientrare nel mio Paese ma per il momento devo completare le ricerche
che qui impegnano con passione».
martedì 5 dicembre 2017
Il linguaggio dei delfini
Ormai è
ben noto che i delfini (e i cetacei in generale), al pari degli animali
più evoluti, possiedono un loro linguaggio strutturato.
Lo
studio del linguaggio dei delfini è iniziato all’incirca negli anni
Sessanta. Trattandosi di animali sociali, non solitari, hanno un
complesso sistema per comunicare fra loro, fatto di suoni e ultrasuoni
che oltretutto sembrano avere un particolare effetto benefico sulle
persone.
Nel 1966 Mère confida qualche riflessione in proposito a Satprem (Agenda del 2 giugno, volume VII):
«Hai mai sentito dire che i delfini sanno parlare?
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Oggi,
esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e delle
balene. Spesso viene descritto come un canto, proprio perché il loro
linguaggio è molto più musicale del nostro.
Piscine
come quelle descritte da Mère ormai esistono un po’ dappertutto: sono i
cosiddetti “delfinari”. Alcuni dei quali, purtroppo, vengono costruiti
per sfruttare gli animali in senso ‘ludico-commerciale’, ovvero per
attrarre i curiosi (soprattutto all’interno di mega parchi giochi) che,
pagando un biglietto, possono disturbarli a loro piacimento; questo
utilizzo, oltre a costituire un indubbio motivo di stress per i delfini,
rimane un assai discutibile mezzo di divertimento per gli esseri umani.
Forse siamo lontani dai tempi in cui l’etologo Konrad Lorenz, per
esplorare il mondo delle oche, decideva di sguazzare nella loro stessa
acqua, ma è il caso che la smettiamo di trattare gli animali, come ebbe a
dire Jacques Costeau, da «trastulli obsoleti che chiamano in causa il
nostro stesso senso di umanità».
Inoltre,
occorre notare quanto l’uomo, soprattutto in tempi recenti, abbia messo
a rischio la vita di questo nobile cetaceo (in passato caro al dio
Apollo), al punto da farlo diventare una specie in pericolo di
estinzione e, quindi, sottoposto a programmi internazionali di
protezione. Le più gravi minacce alla sopravvivenza dei cetacei,
infatti, sono tutte ascrivibili al comportamento dell’uomo, che va a
caccia della loro carne per scopi commerciali, che li intrappola
accidentalmente nelle reti destinate alla pesca di altri pesci, che
inquina i mari privandoli di sufficienti prede, che sfrutta la loro
facilità di apprendimento per fini militari e bellici.
D’altro
canto, invece, è ormai ben documentata la straordinaria intelligenza
dei delfini, la loro velocità di apprendimento, la loro non comune
sensibilità. A questa specie è sempre stata riconosciuta una particolare
abilità a entrare in contatto con gli esseri umani, a interagire e
giocare in modo del tutto spontaneo con loro. Per queste
caratteristiche, unite a una spiccata intelligenza, è stata presa in
considerazione l’idea di utilizzare i delfini a scopo terapeutico
nell’autismo e in casi di depressione o altri disturbi mentali. Sono
nate specifiche terapie in cui il bambino viene messo a contatto con il
delfino e, stando in acqua e giocando con lui, migliora notevolmente (e
in tempi piuttosto rapidi) il suo stato di salute. E questo è l’unico
esempio di terapia assistita da animali che utilizza un animale non
domestico. I principali effetti che sono stati studiati sono un
miglioramento nell’integrazione di alcuni aspetti della personalità e
della corporeità, come la percezione di parti del corpo trascurate,
stimolate dal movimento dei delfini e dall’acqua intorno a loro; la
capacità di espressione e la spontaneità, favorita dal fatto che in
acqua, in compagnia dei delfini, esistono meno regole, o sono comunque
diverse dalle nostre; il movimento, stimolato anche dalla particolare
vivacità dei delfini e la loro propensione al gioco; la disponibilità al
contatto, favorita anche dall’ambiente acqua.
Il
delfino è un essere dotato di enormi capacità comunicative, la cui
storia evolutiva si è intrecciata spesso con quella di altri mammiferi
terrestri, con cui ha in comune il sangue caldo, la modalità
riproduttiva, la ricchezza di linguaggio, ma che presenta anche modalità
particolari che riguardano la respirazione, il sonno, il veloce e
silenzioso nuoto, la capacità di astrazione, la “trasmissione culturale”
del comportamento.
Inoltre,
i delfini hanno una particolare capacità di comprendere certi tipi di
linguaggio umano, come il linguaggio dei segni. Chi studia i delfini è
certo che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma
già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.
Di
particolare interesse il mondo acustico fatto di echi, che consente ai
delfini di percepire non solo la distanza, ma anche la forma, la
grandezza, lo spessore degli oggetti o degli altri esseri viventi che
incontra sul suo cammino.
Questi
mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a
fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di
suoni percepibili da noi uomini, oltre a emettere ultrasuoni con
frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Un
gruppo di studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha
recentemente provato in questi animali la coesistenza di due tipi
diversi di linguaggio, uno per “giocare” e l’altro per “comunicare” con
il gruppo.
I
delfini parlano, ma con il loro gruppo utilizzano un “dialetto”
particolare, che si sviluppa nel corso degli anni e che diventa un
veicolo di riconoscimento fra esemplari della stessa comunità.
«I
delfini — spiega Massimo Azzali del Cnr — comunicano usando due
linguaggi o segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali
di vocalizzazioni, e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti
segnali sonar o di ecolocalizzazione».
Le due
vocalizzazioni sono molto diverse: le prime sono innate e vengono
prodotte in occasione di uno specifico evento: in generale riflettono la
reazione “emotiva” del delfino a uno stimolo esterno.
Nel
corteggiamento, quando hanno paura, quando si arrabbiano, quando sono
stressati e in moltissime altre occasioni, questi mammiferi
super-intelligenti emettono le frequenze da 20kHz.
Come delle grida spontanee, immediatamente percepibili e affatto difficili da emettere e da essere comprese.
I segnali sonar dai 20 ai 200 kHz invece sono più difficili da imparare e da capire.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«Con le
relazioni echi-immagini — precisa Azzali — valide per tutti i membri
della comunità, nascono i rapporti sociali. Dai nostri studi risulta che
gruppi diversi usino il linguaggio degli echi con modalità diverse».
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
Ma quando inizia l’apprendimento?
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Un’ultima curiosità: i delfini dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.
domenica 3 dicembre 2017
Architetto Ugo Arioti - XX° S Palermo
1) Lungomare Sferracavallo
2) Nuovo Liceo Meli, Via Aldisio
3) Scuola materna a tre sezioni - Partinico (PA)
2) Nuovo Liceo Meli, Via Aldisio
3) Scuola materna a tre sezioni - Partinico (PA)
lunedì 27 novembre 2017
Egon Schiele, pittura, sensualità e scandalo. Vita e arte diventano cinema
Nelle sale per soli tre giorni il
biopic del regista austriaco Dieter Berner che racconta la tormentata
esistenza del genio dell'espressionismo viennese
La biografia ispirata alla sua vita si intitola Il Pornografo di Vienna
ed è già tutto lì, in quel titolo. C’è la tensione, lo scandalo, quello
che sembra ma non è. C’è la predestinazione al tormento di un uomo che
in nome dell’arte, e della libera espressione dell’arte, accetta di
subire: umiliazione, sofferenza, incomprensione. Finora quello che
sapevamo su Egon Schiele, che non derivava dall’osservazione diretta
della sua opera, era quanto scritto in quel libro, ma adesso il regista
Dieter Berner ci offre un racconto per immagini della vita dell’artista
austriaco, deriso e offeso dalla maggior parte dei suoi contemporanei,
agli inizi del Ventesimo secolo, oggi considerato "il genio del primo
Espressionismo viennese".
Egon Schiele: La morte e la fanciulla,
distribuito da Draka, in collaborazione con Twelve Entertainment, sarà
in sala solo il 27, 28, 29 novembre. Berner lo ha scritto insieme con
sua moglie, Hilde Berger, autrice del romanzo che porta lo stesso titolo
del film: "il libro è suddiviso in cinque storie – ci dice il regista –
ognuna delle quali è il racconto di Egon Schiele dal punto di vista di
una delle sue modelle. Per il film abbiamo scelto di unire la
narrazione". Ma il punto è lo stesso: il rapporto di Schiele con le
donne e il corpo delle donne. "Il film è quindi sì un omaggio alla sua
arte, ma soprattutto è il racconto della vita di un uomo". Una vita in
cui la sessualità era ciò da cui tutto partiva e a cui tutto tornava.
Aspetto che nella pellicola è forse declinato in maniera troppo delicata
rispetto alla frustrazione con la quale era costretto a convivere
l’artista, in quell’epoca di repressione. Suo padre ebbe moltissime
relazioni, morì di sifilide quando Egon aveva quattordici anni, "per lui
la sessualità – continua Berner – era contemporaneamente pericolo ed
eccitazione".
In realtà, un tentativo non troppo
convincente di portare la storia di Schiele sul grande schermo lo aveva
già fatto, nel 1981, Herbert Vesely, quando per il suo Inferno e Passione aveva
reclutato Mathieu Carrière per il ruolo di Egon e Jane Birkin per
quello della sua musa e modella Wally. Oggi a indossare i panni non
facili del pittore c’è Noah Saavedra che esordisce così in un ruolo da
protagonista. Ci riesce ed è quasi tutto merito del suo sguardo, quello
che si poggia sulle modelle alle quali poi Egon chiede: “resta ferma
così”, come Moa, la ballerina nera con capelli corti e riccissimi che,
quando non nuda, Schiele dipinge avvolta in tessuti coloratissimi. O lo
sguardo che indugia sulle donne che non sono ancora sue modelle ma che
lui già immagina, o meglio desidera che posino per lui. Wally, forse
l’unico amore della sua vita, la vede per la prima volta nello studio di
Gustav Klimt, all’epoca uno dei pochi, lungimiranti, a sostenere l’arte
di Schiele. Lei e le sue calze verdi diventeranno protagoniste di
numerose opere dell’artista, fino al definitivo La morte e la fanciulla,
che ritrae i due amanti in un abbraccio ormai rassegnato, prima che
Schiele lasci Wally per sposare Edith Harms, donna che gli chiederà di
essere la sua sola musa.
Ancora, lo sguardo disgustato che Egon rivolge al giudice che lo accusa di aver mostrato immagini pornografiche a una minorenne e quello infiammato, sempre diretto al rappresentante della legge che sta bruciando pubblicamente il suo disegno giudicato “osceno”. Non deve essere stato semplice cercare di guardare il mondo come lo guardava Schiele, quando le sensazioni erano tutte esasperate e il bisogno che urgeva era sempre quello di fissare quanto visto su carta. Se non fosse stato così forte, oggi non ci ritroveremmo con trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni realizzati in quei pochi anni. "Volevo trovare un attore molto giovane – continua Berner - perché il pubblico immaginasse cosa vuol dire morire a ventotto anni lasciando una simile eredità. Ho scelto Noah Saavedra quando ancora non era un attore, ma è stato lui stesso a convincermi che poteva essere la persona giusta. Abbiamo lavorato per un anno e mezzo prima che fosse davvero pronto per il ruolo".
Ancora, lo sguardo disgustato che Egon rivolge al giudice che lo accusa di aver mostrato immagini pornografiche a una minorenne e quello infiammato, sempre diretto al rappresentante della legge che sta bruciando pubblicamente il suo disegno giudicato “osceno”. Non deve essere stato semplice cercare di guardare il mondo come lo guardava Schiele, quando le sensazioni erano tutte esasperate e il bisogno che urgeva era sempre quello di fissare quanto visto su carta. Se non fosse stato così forte, oggi non ci ritroveremmo con trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni realizzati in quei pochi anni. "Volevo trovare un attore molto giovane – continua Berner - perché il pubblico immaginasse cosa vuol dire morire a ventotto anni lasciando una simile eredità. Ho scelto Noah Saavedra quando ancora non era un attore, ma è stato lui stesso a convincermi che poteva essere la persona giusta. Abbiamo lavorato per un anno e mezzo prima che fosse davvero pronto per il ruolo".
La stessa cosa con Maresi Riegner,
l’attrice che interpreta Gerti, sorella di Egon e sua prima modella,
anche lei giovanissima: "abbiamo ripetuto alcune scene varie volte, ma
per altre ho lasciato che improvvisassero". E il lavoro fatto da Dieter
Berner per questo film non è poi tanto diverso da quello che si trovava a
fare Schiele ogni volta che allestiva un set: "Artisti come Egon o
Caravaggio erano in realtà anche grandi registi. I personaggi dei suoi
quadri sembrano seguire una sceneggiatura". Ma Schiele va oltre, “posava
nudo per i suoi quadri, si fotografava e poi si ritraeva, era allo
stesso tempo regista e attore. Credo che nessun altro, in quegli anni,
lavorasse così”. Egon influenzava le sue modelle in maniera fortissima,
certo anche loro esercitavano un potere su di lui: la sua pittura era il
frutto di un’interazione e poi era qualcosa di estremamente mentale, al
punto che, a volte, l’opera ci rimaneva nella sua testa: quando i corpi
erano solo delineati o, addirittura, spezzati, non conclusi. Ma Schiele
non ha influenzato solo le sue donne: “nella fotografia moderna – dice
il regista - vedo che le pose non sono altro che un ripetersi. Guardate
James Dean, nei suoi scatti assumeva posizioni assolutamente simili a
quelle che Egon aveva nei suoi quadri”.
Schiele ha scelto di guardare il mondo in un certo modo, "quella scelta ha fatto di lui un artista, ma si trattava di un approccio del tutto nuovo e sconcertante per l’epoca, per questo a molti non piaceva". Non solo, per alcuni la sua opera era disturbante: "è vera pornografia" gli dirà nel film il giudice prima di condannarlo a scontare altri tre giorni in carcere, in aggiunta ai ventiquattro già passati, e prima di alimentare le fiamme con il suo disegno. "No, è un'opera d’arte erotica. Io sono un artista" riuscirà a rispondere "il genio dell’Espressionismo austriaco".
Schiele ha scelto di guardare il mondo in un certo modo, "quella scelta ha fatto di lui un artista, ma si trattava di un approccio del tutto nuovo e sconcertante per l’epoca, per questo a molti non piaceva". Non solo, per alcuni la sua opera era disturbante: "è vera pornografia" gli dirà nel film il giudice prima di condannarlo a scontare altri tre giorni in carcere, in aggiunta ai ventiquattro già passati, e prima di alimentare le fiamme con il suo disegno. "No, è un'opera d’arte erotica. Io sono un artista" riuscirà a rispondere "il genio dell’Espressionismo austriaco".
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