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giovedì 6 settembre 2018

Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta! (Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)



Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta!
(Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)
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Il fiume, giù in fondo alla stretta valle coperta di arbusti, ortiche, sommacco e canne, scorreva lento e pingue come un maiale all’ingrasso in un campo di ghiande. Franco Stella, per gli amici del Bar da “Za Agatina a Ballarò” Ciccio Virrina, per via del fatto che quando attaccava a parlare di una persona in bene o in male non la finiva più, con la testa a pendoloni fuori dalla ringhiera del ponte, sognava di volare, ma non riusciva a procurarsi un paio d’ali.
L’Oreto, il fiume che stava giù, non lo calcolava nemmeno, si insinuava tra le sue antiche pietre e qualche sacchetto di plastica ricco di spazzatura, annoiato come sempre per la sua eterna condanna al ciclo terra cielo terra. 
Secondo voi, un fiume ha una sua intelligenza? 
Mah?!? 
fatto è che, mentre scorreva, lemme lemme,si avviluppava una strana  scena, come un film di suicidio. Ho detto come! 
la domanda è: Chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo?!, credo di averla presa troppo larga, ora restringo!

Poi, improvvisamente e senza un preciso gesto pensato, Ciccio mise una gamba fuori dal parapetto e gli attraversò la schiena un brivido freddo, ghiacciato!
Pensate, aveva allungato tutte e due le mani fuori dalla ringhiera del ponte. Il Ponte Corleone è molto, molto alto. Fa paura!
Le auto passavano veloci e qualcuno gettava lo sguardo verso quell’uomo sul ciglio del baratro. Uno gli gridò di sbrigarsi altrimenti col buio non avrebbe visto il luogo dell’atterraggio! Un altro lo apostrofò con “Idiota, devi saltare… chi non salta è un imbecille è... chi non salta è un imbecille è…".
Insomma, una varia e molto raffinata costellazione di umani che  lo incitavano a dare il via allo spettacolo senza se e senza ma!
Qualcuno scattava una foto al volo.
Finalmente una anziana signora fermò la macchina e, come succede in questi casi disperati, lo stop di uno è il segnale per tutti. I curiosi e i volontari del “Bene”, che non possono perdere l’occasione, la imitarono subito!
Una lunga fila di auto, qualcuno anche in doppia o tripla fila e tanta gente che correva verso il nostro Icaro senza ali, per dire la sua; sembravano api che vanno a raccogliere nettare, e che, impazzite, puntano tutte su un unico fiore: Ciccio Virrina!
Anche il fiume si fece più silenzioso per ascoltare meglio quello che stava accadendo di sopra o per capire se un altro, l’ennesimo, cadavere avesse portato tanta gente in divisa e con i guanti tra i suoi canneti e i suoi depositi abusivi di munnizza!, e foto per riprendere pezzi del cadavere e misure.
E Ciccio?
Il nostro aspirante suicida se l’era fatta letteralmente addosso e sudava freddo perché una delle barre di ferro della ringhiera del ponte, dove aveva appoggiato il piede per salire un po più su e osservare meglio il volo dei gabbiani, magari per i “mille” anni di incuria e mancata manutenzione cedette inaspettatamente sotto i suoi piedi, e Ciccio rimase appeso alla ringhiera; la parte superiore, con le ascelle, mentre i piedi  gli penzolavano, oscillando come la pendola di un cucù!
Insomma era mancato poco, tanto poco al decollo, ma le braccia tese verso fuori si erano, istintivamente, riportate verso i fianchi agganciando il passamano superiore della ringhiera proprio mentre il tubo inferiore, cedendo improvvisamente, cadeva nel vuoto.
La Signora si era fermata a un passo da lui e strillava verso quelle api desiderose di prendere il nettare franchicaresco e portarlo all’alveare!
“Prendetelo, prendetelo” starnazzava, come una cornacchia urlante, la vecchia. Quattro giovinastri lo afferrarono e lo tirarono verso la salvezza con tale violenza da fargli male. Gli volò fuori dal parapetto una scarpa. Fu steso per terra e piantonato come fosse un ladro colto in fragrante. Uno dei primi che lo avevano afferrato, prese dalla sua vettura, una bottiglia d’acqua  e la infilò in bocca a Ciccio per farlo bere, lo stava quasi annegando!
Franco Stella ora era spaventato dal clamore che il suo gesto aveva procurato! “Sbottonategli la camicia, fatelo respirare”, continuava la donna, come fosse la caposala dell’ospedale civico!
Un altro gridò verso la calca di curiosi “Chiamate un ambulanzahhh. Non possiamo lasciarlo quiiihhh…”!
L’uomo dell’acqua gli stappò la bottiglia dalla bocca e lo guardò amorevolmente, facendogli per primo la domanda che pendeva dalle labbra di tutti: - Perché ti volevi buttare giù?

Ma siamo sicuri?, perché si voleva gettare dal ponte Corleone quella mattina, la prima domenica di maggio, Franco Stella, detto dagli amici: Ciccio Virrina? Cosa o chi lo avevano portato a tentare quel gesto estremo? Una storia d’amore finita male? La disperata ricerca di un onesto lavoro senza esito positivo? Una cartella esattoriale vessatoria e assurda? Qualsiasi cosa o persona lo avesse spinto a questo gesto gravissimo una cosa è certa: Ciccio non si era preparato bene. Si, voglio dire che non è così che uno si suicida. E no! Non ci sono più i suicidi d’una volta, quando si scriveva prima una lettera e poi si andava in un posto dove nemmeno un cane sarebbe potuto passare per un ultimo addio alla vita. No, non si fa così. Ciccio Virrina autodidatta, aspirante al sacrificio, noi ti diamo  quattro meno meno in suicidologia!   
Il capannello degli spettatori del tentativo di volo senza elastico dal Ponte Corleone aumentavano iperbolicamente e arrivavano ora a bloccare quasi del tutto la carreggiata.
 Tutti cercavano di penetrare fino al giaciglio improvvisato dove trattenevano quel povero cristo, sì, quello che si voleva buttare dal ponte perché la sua donna lo aveva lasciato o perché non voleva dire a sua moglie che aveva perso il lavoro o per chissà quale altra tragedia.
Volevano anche solo dirgli una parola o stringergli la mano o semplicemente toccarlo (per qualcuno, dicevano,  porta fortuna sfiorare o palpare un aspirante suicida!).
A Ciccio venne la confusione!
Tutti quei visi sconosciuti che lo osservavano come fosse un animale raro ferito.
Finalmente, arrivò l’ambulanza, e vennero a prelevarlo, con la lettiga e un medico, signori miei!, che pareva un ragazzino poco più che ventenne, sbarbato e leccato con la testa piena di gel.
La folla si aprì intorno a loro, tutti volevano spiegare quello che era successo.
Mentre, una ragazza, in tuta blu, raccoglieva informazioni.
Lo trascinarono via, la sirena cominciò la sua musica e Giuseppe, l’autista dell’ambulanza riuscì a trovare un varco miracolosamente per tornare verso l’ospedale civico.
Gran parte degli presenti si dileguò, rientrando nelle proprie vetture e togliendo l’ancora, restarono solo la vecchia e i primi quattro soccorritori per un altro pò di tempo a parlare della storia, forse per metterla bene a memoria e per poterla raccontare agli amici.
Franco era talmente spaventato che non gli usciva nemmeno una parola.
Per uno scherzo del destino, era più impaurito adesso che prima, quando la barra della ringhiera si era staccata dal parapetto del ponte ed era volata giù.
-    Mi dica il suo nome! - gli ripeteva la dama in blu.
Alla fine, con un fil di voce strabuzzando gli occhi, la donna era giovane e procace, Ciccio le rispose: - Mi chiamo Franco. Franco Stella e abito a Piazzetta del Carmine… dieci... a Ballarò!
-     Finalmente! - esclamò lei, - e… signor Franco perché si voleva ammazzare? - lo incalzò diretta e spregiudicata (che si fa così?).
-         Chi io?
-         No, Signor Franco, quello che passava. Avanti si apra e non sia reticente siamo qui per aiutarla.
-           A me?
-           Ha bevuto?
-         Si, una bottiglia di vino con gli amici del bar, mangiando un piatto di carbonara, vedevamo la partita! Che bella partita! Il Palermo ha vinto! Due a zero contro la Salernitana… a casa loro!
-            Ecco!, - disse allora il medico, - come pensavo: ha bevuto e poi…
La femmina, che sembrava Diana con arco e frecce, lanciò uno sguardo disgustato al dottorino. Poi, rivolgendosi a Ciccio gli chiese di raccontare la sua versione dei fatti avvenuti quella mattinata domenicale di maggio dal bar con gli amici in poi.
Ma Ciccio non ricordava null’altro che quella vecchia che strillava “Prendetelo, prendetelo” e la confusione che si era sviluppata intorno a lui!, e la ferita al piede che gli avevano procurato strattonandolo per sganciarlo, per così dire, dalla ringhiera del ponte.
 Come era arrivato al ponte Corleone, e quello che era successo al bar, dopo il brindisi per la vittoria del Palermo, proprio non lo ricordava.
Niente, era un tratto della sua vita scomparso nel nulla, forse caduto nel fiume Oreto!?
-          Ancora non mi ha detto perché voleva buttarsi giù. – Gli ripetè, ammonendolo, secca e precisa, l’infermiera.
Franco la guardò con stupore.
-              Signora, io non ho mai voluto buttarmi giù dal ponte! Vuole scherzare?
-               Allora da cosa lo hanno salvato?
-           Ma c’è un equivoco… no. Stavo guardando alcuni uccelli che volavano sopra il fiume Oreto e per un attimo…
-                Voleva fare come loro!
-                No, ma che dice, no. Ho messo il piede sulla prima barra di sotto del parapetto, questa non so come si è rotta e mi è scivolato il piede, ma ero appeso al passamano, poi lo spazio non c’era per cadere di sotto, no. Ma chi le ha detto che volevo …?            -          Tutti quelli che lo hanno visto e per umanità si sono fermati e lo hanno tirato via dalla ringhiera. Tutti.
-              Ma no, le dico! Non è così. Le giuro. Ma sta scherzando io… no. Mi vengono i brividi solo a pensarci.
-               E perché ha perso una scarpa? - lo incalzò il medico, - le è caduta giù così per caso o…?
-                  Dottore. Cosa vuole insinuare? Le dico che non ho mai pensato di buttarmi giù da un ponte. Deve essere successo quando mi hanno tirato e procurandomi questa ferita al piede!, la vede?
-                     Quindi lei non voleva suicidarsi?
-              Ancora con sta fesseria!? Sta scherzando? No, mai e se vuole posso anche sottoscriverlo. - rispose seccato, alzando il tono della voce Ciccio.
La donna, allora, busso sulla paretina che divide la zona degenza della cabina di guida.
-                      Dimmi Grazia! - le rispose, a quel segnale convenzionale,  il conducente.
-                      Ferma un attimo!
-                     Lei, Signor Francesco, firmi questo foglio… qua in basso! - ingiunse al nostro novello pseudoIcaro mancato.
-                      Cosa?
-                      Che lei si è ferito scivolando sul marciapiede del ponte Corleone. Stop!
-                      Firmo qua?
-                      Si!
-                      E ora?
-                      Ora la lasciamo prima di arrivare al Civico, lei torna a casa e si fa un bel riposino, ok?
 Il medico allora : - Ma non possiamo lasciarlo andare via. Se torna al ponte e si butta giù?
 L’infermiera guardò con compassione il dottorino e con femminea saetta Ciccio.
-         Risponda al dottore: lei si vuole suicidare?
-     Ancora con sto suicidio? Io mi sono pisciato addosso per la paura quando ha ceduto la barra dove appoggiavo i piedi. Per carità!
-         Io non sono d’accordo! – esclamò, con un rigurgitò d’autorità, il giovin medico.  
-         Ecco e allora firmi qua, dottor Licitra! - gli ordinò la donna e lui firmò.
-       Si metta seduto Lei, la ferita al piede era solo un graffio. Le abbiamo messo un cerotto disinfettante. Cerchi di andare a casa e dormirci su e non si faccia più venire in testa di osservare i gabbiani dal Ponte Corleone. Sono stata chiara?
-        Chiarissima!
Poi quella, rivolta all’autista : - Giuseppe, fermati prima del Pronto Soccorso che il signore scende e andiamo in Via Oreto, altezza Via Palermo, a prendere un’infartuata.



mercoledì 14 febbraio 2018

Fra Dolcino e le donne penitenti - racconti dell'iperspazio Ugo Arioti


Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum





-        Ma che vuole, non sono una verginella! Ma il brodo è buono?,... o non lo gradite? - rilanciò Norina del Bricco, avvenente e procace figlia del capo villaggio uscito con i suoi dal caseggiato per obbedire agli ammonimenti del frate e del suo luogotenente, niente più che un bizzarro essere carnascialesco, sempre affamato di sesso e di pane. Lei, era furba...e, gradiva le avances del predicatore “fricchettone”!

-        Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum! - gridacchiò, selvaggiamente lui e si lanciò nell'amplesso.

-        Maestro...ohoho...- biascicò il confrate del “fricchettone” - Io pure..mgnam! -

-        Idiota, devi fare penitenza! - gli urlò il suo priore – Mettiti a guardia della casa! Altrimenti ti punisco come sai! -

-        Noh, noooh...- piaggnuccolò il malcapitato adepto e si accucciò sull'uscio, con un occhio alle scene erotiche e uno al mondo esterno.

In quella stanza le donne erano tre: la madre di Norina, lei e la sorella Tica, poco più che una ragazzina. L'apostolo dell'Apocalisse, ebbe un attimo di tentennamento, ma pensarono le donne a togliergli il dubbio, spogliandosi e offrendosi al desco vespertino,...per espiare i peccati. Fu così, che sciolsero i pensieri al duce e lo convinsero, ancor di più, che era nel giusto e quando si è nel giusto, non si sbaglia! Per la cura dell'anima bisognava,... e lui, abbisognava!, perchè era l'Angelo della Giustizia!

giovedì 8 febbraio 2018

'Ndrangheta, un racconto mancato

Ha dirompente forza militare e impareggiabile disponibilità economica, si muove con disinvoltura nella globalizzazione e cura ossessivamente le tradizioni, sa essere ciò di cui ciascun territorio ha bisogno e gode di trasversale consenso sociale. E poi, naturalmente, dispone di preziose relazioni ad alto livello, in Italia e Oltreoceano. Tasselli fondamentali ma non sufficienti. Per comprendere appieno l'immenso patrimonio di potere della 'Ndrangheta ne manca almeno un altro: il silenzio.
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che  sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri  – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i  recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e  “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag:

giovedì 7 dicembre 2017

Valentina premiata dalla Nasa: «Così progetto la vita su Marte»

Cambridge, l’ingegnere 32enne: una città ecosostenibile dove non ci si annoia

di Giovanni Caprara

 «Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere ambienti adeguati che le idee di Valentina cominciano a delineare. «Il progetto che ho battezzato Redwood Forest, la foresta di sequoie, nasce dall’obiettivo di realizzare una città di 10 mila abitanti — racconta la ricercatrice —. La foresta risponde all’esigenza di avere un habitat interconnesso a diversi livelli che consenta agli abitanti di muoversi, protetti dalle radiazioni e dall’impatto di micrometeoriti, attraverso un rete di radici-cunicoli sotterranei».
La cavità nei rami
Gli alberi-edifici di Redwood Forest hanno come elemento essenziale l’acqua estratta dalla base delle «radici» sfruttando il ghiaccio presente nel primi strati del sottosuolo marziano: viene distribuita all’interno degli habitat, utilizzando le cavità presenti nei «rami», fino a schermare l’intera biosfera dalle radiazioni cosmiche. «L’albero — precisa Valentina — ha un significato anche dal punto di vista della struttura in quanto il sistema di rami e radici aiuta l’edificio ad ancorarsi al terreno. Proprio come gli alberi presenti in natura sanno estrarre acqua e raccogliere i raggi del sole, i nostri sono progettati per soddisfare le esigenze poste dal nuovo ambiente e dalle criticità del suolo marziano». E ancora: «Nel nostro laboratorio stiamo già sviluppando con la Nasa anche una nuova tecnologia per estrarre il ghiaccio e produrre l’acqua di cui saranno dotati gli edifici. È il primo passo indispensabile per garantire la sopravvivenza».
«Lo spazio mi ha sempre appassionato»
Valentina, nata 32 anni fa ad Alessandria, è arrivata a Cambridge grazie al Progetto Rocca: progetto di collaborazione del Politecnico di Milano, dove aveva ottenuto il dottorato, con il Mit. Racconta la ricercatrice: «Mi ha sempre appassionato lo spazio, ma soprattutto la possibilità di vivere su altri corpi celesti. Per questo ho cercato di disegnare ambienti autosufficienti e sostenibili. Un approccio utile anche sulla Terra per non sprecare risorse preziose». Le agenzie spaziali di Cina, Russia e la stessa Nasa studiano una base lunare analoga a quelle in Antartide. «Gli edifici di Redwood Forest — dice —, possono essere adattati anche all’ambiente lunare perché le necessità sono uguali. Questo consentirebbe, tra l’altro, di sviluppare con maggior cura e sicurezza anche il successivo insediamento marziano». L’ultimo pensiero di Valentina va però all’Italia: «Essendo patriottica mi piacerebbe rientrare nel mio Paese ma per il momento devo completare le ricerche che qui impegnano con passione».

martedì 5 dicembre 2017

Il linguaggio dei delfini




Ormai è ben noto che i delfini (e i cetacei in generale), al pari degli animali più evoluti, possiedono un loro linguaggio strutturato.
Lo studio del linguaggio dei delfini è iniziato all’incirca negli anni Sessanta. Trattandosi di animali sociali, non solitari, hanno un complesso sistema per comunicare fra loro, fatto di suoni e ultrasuoni che oltretutto sembrano avere un particolare effetto benefico sulle persone.
Nel 1966 Mère confida qualche riflessione in proposito a Satprem (Agenda del 2 giugno, volume VII):
«Hai mai sentito dire che i delfini sanno parlare?
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Oggi, esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e delle balene. Spesso viene descritto come un canto, proprio perché il loro linguaggio è molto più musicale del nostro.
Piscine come quelle descritte da Mère ormai esistono un po’ dappertutto: sono i cosiddetti “delfinari”. Alcuni dei quali, purtroppo, vengono costruiti per sfruttare gli animali in senso ‘ludico-commerciale’, ovvero per attrarre i curiosi (soprattutto all’interno di mega parchi giochi) che, pagando un biglietto, possono disturbarli a loro piacimento; questo utilizzo, oltre a costituire un indubbio motivo di stress per i delfini, rimane un assai discutibile mezzo di divertimento per gli esseri umani. Forse siamo lontani dai tempi in cui l’etologo Konrad Lorenz, per esplorare il mondo delle oche, decideva di sguazzare nella loro stessa acqua, ma è il caso che la smettiamo di trattare gli animali, come ebbe a dire Jacques Costeau, da «trastulli obsoleti che chiamano in causa il nostro stesso senso di umanità».
Inoltre, occorre notare quanto l’uomo, soprattutto in tempi recenti, abbia messo a rischio la vita di questo nobile cetaceo (in passato caro al dio Apollo), al punto da farlo diventare una specie in pericolo di estinzione e, quindi, sottoposto a programmi internazionali di protezione. Le più gravi minacce alla sopravvivenza dei cetacei, infatti, sono tutte ascrivibili al comportamento dell’uomo, che va a caccia della loro carne per scopi commerciali, che li intrappola accidentalmente nelle reti destinate alla pesca di altri pesci, che inquina i mari privandoli di sufficienti prede, che sfrutta la loro facilità di apprendimento per fini militari e bellici.
D’altro canto, invece, è ormai ben documentata la straordinaria intelligenza dei delfini, la loro velocità di apprendimento, la loro non comune sensibilità. A questa specie è sempre stata riconosciuta una particolare abilità a entrare in contatto con gli esseri umani, a interagire e giocare in modo del tutto spontaneo con loro. Per queste caratteristiche, unite a una spiccata intelligenza, è stata presa in considerazione l’idea di utilizzare i delfini a scopo terapeutico nell’autismo e in casi di depressione o altri disturbi mentali. Sono nate specifiche terapie in cui il bambino viene messo a contatto con il delfino e, stando in acqua e giocando con lui, migliora notevolmente (e in tempi piuttosto rapidi) il suo stato di salute. E questo è l’unico esempio di terapia assistita da animali che utilizza un animale non domestico. I principali effetti che sono stati studiati sono un miglioramento nell’integrazione di alcuni aspetti della personalità e della corporeità, come la percezione di parti del corpo trascurate, stimolate dal movimento dei delfini e dall’acqua intorno a loro; la capacità di espressione e la spontaneità, favorita dal fatto che in acqua, in compagnia dei delfini, esistono meno regole, o sono comunque diverse dalle nostre; il movimento, stimolato anche dalla particolare vivacità dei delfini e la loro propensione al gioco; la disponibilità al contatto, favorita anche dall’ambiente acqua.
Il delfino è un essere dotato di enormi capacità comunicative, la cui storia evolutiva si è intrecciata spesso con quella di altri mammiferi terrestri, con cui ha in comune il sangue caldo, la modalità riproduttiva, la ricchezza di linguaggio, ma che presenta anche modalità particolari che riguardano la respirazione, il sonno, il veloce e silenzioso nuoto, la capacità di astrazione, la “trasmissione culturale” del comportamento.
Inoltre, i delfini hanno una particolare capacità di comprendere certi tipi di linguaggio umano, come il linguaggio dei segni. Chi studia i delfini è certo che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.
Di particolare interesse il mondo acustico fatto di echi, che consente ai delfini di percepire non solo la distanza, ma anche la forma, la grandezza, lo spessore degli oggetti o degli altri esseri viventi che incontra sul suo cammino.
Questi mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di suoni percepibili da noi uomini, oltre a emettere ultrasuoni con frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Un gruppo di studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha recentemente provato in questi animali la coesistenza di due tipi diversi di linguaggio, uno per “giocare” e l’altro per “comunicare” con il gruppo.
I delfini parlano, ma con il loro gruppo utilizzano un “dialetto” particolare, che si sviluppa nel corso degli anni e che diventa un veicolo di riconoscimento fra esemplari della stessa comunità.
«I delfini — spiega Massimo Azzali del Cnr — comunicano usando due linguaggi o segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali di vocalizzazioni, e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti segnali sonar o di ecolocalizzazione».
Le due vocalizzazioni sono molto diverse: le prime sono innate e vengono prodotte in occasione di uno specifico evento: in generale riflettono la reazione “emotiva” del delfino a uno stimolo esterno.
Nel corteggiamento, quando hanno paura, quando si arrabbiano, quando sono stressati e in moltissime altre occasioni, questi mammiferi super-intelligenti emettono le frequenze da 20kHz.
Come delle grida spontanee, immediatamente percepibili e affatto difficili da emettere e da essere comprese.
I segnali sonar dai 20 ai 200 kHz invece sono più difficili da imparare e da capire.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«Con le relazioni echi-immagini — precisa Azzali — valide per tutti i membri della comunità, nascono i rapporti sociali. Dai nostri studi risulta che gruppi diversi usino il linguaggio degli echi con modalità diverse».
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
Ma quando inizia l’apprendimento?
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Un’ultima curiosità: i delfini dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.

domenica 3 dicembre 2017

Architetto Ugo Arioti - XX° S Palermo

1) Lungomare Sferracavallo

2) Nuovo Liceo Meli, Via Aldisio






3) Scuola materna a tre sezioni - Partinico (PA)

lunedì 27 novembre 2017

Egon Schiele, pittura, sensualità e scandalo. Vita e arte diventano cinema

Nelle sale per soli tre giorni il biopic del regista austriaco Dieter Berner che racconta la tormentata esistenza del genio dell'espressionismo viennese



 La biografia ispirata alla sua vita si intitola Il Pornografo di Vienna ed è già tutto lì, in quel titolo. C’è la tensione, lo scandalo, quello che sembra ma non è. C’è la predestinazione al tormento di un uomo che in nome dell’arte, e della libera espressione dell’arte, accetta di subire: umiliazione, sofferenza, incomprensione. Finora quello che sapevamo su Egon Schiele, che non derivava dall’osservazione diretta della sua opera, era quanto scritto in quel libro, ma adesso il regista Dieter Berner ci offre un racconto per immagini della vita dell’artista austriaco, deriso e offeso dalla maggior parte dei suoi contemporanei, agli inizi del Ventesimo secolo, oggi considerato "il genio del primo Espressionismo viennese".

 Egon Schiele: La morte e la fanciulla, distribuito da Draka, in collaborazione con Twelve Entertainment, sarà in sala solo il 27, 28, 29 novembre. Berner lo ha scritto insieme con sua moglie, Hilde Berger, autrice del romanzo che porta lo stesso titolo del film: "il libro è suddiviso in cinque storie – ci dice il regista – ognuna delle quali è il racconto di Egon Schiele dal punto di vista di una delle sue modelle. Per il film abbiamo scelto di unire la narrazione". Ma il punto è lo stesso: il rapporto di Schiele con le donne e il corpo delle donne. "Il film è quindi sì un omaggio alla sua arte, ma soprattutto è il racconto della vita di un uomo". Una vita in cui la sessualità era ciò da cui tutto partiva e a cui tutto tornava. Aspetto che nella pellicola è forse declinato in maniera troppo delicata rispetto alla frustrazione con la quale era costretto a convivere l’artista, in quell’epoca di repressione. Suo padre ebbe moltissime relazioni, morì di sifilide quando Egon aveva quattordici anni, "per lui la sessualità – continua Berner – era contemporaneamente pericolo ed eccitazione".

 In realtà, un tentativo non troppo convincente di portare la storia di Schiele sul grande schermo lo aveva già fatto, nel 1981, Herbert Vesely, quando per il suo Inferno e Passione aveva reclutato Mathieu Carrière per il ruolo di Egon e Jane Birkin per quello della sua musa e modella Wally. Oggi a indossare i panni non facili del pittore c’è Noah Saavedra che esordisce così in un ruolo da protagonista. Ci riesce ed è quasi tutto merito del suo sguardo, quello che si poggia sulle modelle alle quali poi Egon chiede: “resta ferma così”, come Moa, la ballerina nera con capelli corti e riccissimi che, quando non nuda, Schiele dipinge avvolta in tessuti coloratissimi. O lo sguardo che indugia sulle donne che non sono ancora sue modelle ma che lui già immagina, o meglio desidera che posino per lui. Wally, forse l’unico amore della sua vita, la vede per la prima volta nello studio di Gustav Klimt, all’epoca uno dei pochi, lungimiranti, a sostenere l’arte di Schiele. Lei e le sue calze verdi diventeranno protagoniste di numerose opere dell’artista, fino al definitivo La morte e la fanciulla, che ritrae i due amanti in un abbraccio ormai rassegnato, prima che Schiele lasci Wally per sposare Edith Harms, donna che gli chiederà di essere la sua sola musa.

Ancora, lo sguardo disgustato che Egon rivolge al giudice che lo accusa di aver mostrato immagini pornografiche a una minorenne e quello infiammato, sempre diretto al rappresentante della legge che sta bruciando pubblicamente il suo disegno  giudicato “osceno”. Non deve essere stato semplice cercare di guardare il mondo come lo guardava Schiele, quando le sensazioni erano tutte esasperate e il bisogno che urgeva era sempre quello di fissare quanto visto su carta. Se non fosse stato così forte, oggi non ci ritroveremmo con trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni realizzati in quei pochi anni. "Volevo trovare un attore molto giovane – continua Berner - perché il pubblico immaginasse cosa vuol dire morire a ventotto anni lasciando una simile eredità. Ho scelto Noah Saavedra quando ancora non era un attore, ma è stato lui stesso a convincermi che poteva essere la persona giusta. Abbiamo lavorato per un anno e mezzo prima che fosse davvero pronto per il ruolo".

 La stessa cosa con Maresi Riegner, l’attrice che interpreta Gerti, sorella di Egon e sua prima modella, anche lei giovanissima: "abbiamo ripetuto alcune scene varie volte, ma per altre ho lasciato che improvvisassero". E il lavoro fatto da Dieter Berner per questo film non è poi tanto diverso da quello che si trovava a fare Schiele ogni volta che allestiva un set: "Artisti come Egon o Caravaggio erano in realtà anche grandi registi. I personaggi dei suoi quadri sembrano seguire una sceneggiatura". Ma Schiele va oltre, “posava nudo per i suoi quadri, si fotografava e poi si ritraeva, era allo stesso tempo regista e attore. Credo che nessun altro, in quegli anni, lavorasse così”. Egon influenzava le sue modelle in maniera fortissima, certo anche loro esercitavano un potere su di lui: la sua pittura era il frutto di un’interazione e poi era qualcosa di estremamente mentale, al punto che, a volte, l’opera ci rimaneva nella sua testa: quando i corpi erano solo delineati o, addirittura, spezzati, non conclusi. Ma Schiele non ha influenzato solo le sue donne: “nella fotografia moderna – dice il regista - vedo che le pose non sono altro che un ripetersi. Guardate James Dean, nei suoi scatti assumeva posizioni assolutamente simili a quelle che Egon aveva nei suoi quadri”.

Schiele ha scelto di guardare il mondo in un certo modo, "quella scelta ha fatto di lui un artista, ma si trattava di un approccio del tutto nuovo e sconcertante per l’epoca, per questo a molti non piaceva". Non solo, per alcuni la sua opera era disturbante: "è vera pornografia" gli dirà nel film il giudice prima di condannarlo a scontare altri tre giorni in carcere, in aggiunta ai ventiquattro già passati, e prima di alimentare le fiamme con il suo disegno. "No, è un'opera d’arte erotica. Io sono un artista" riuscirà a rispondere "il genio dell’Espressionismo austriaco".