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giovedì 7 aprile 2016

Quest'anno cade il centenario della morte di Giuseppe Pitrè (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)


Quest'anno cade il centenario della morte di Giuseppe Pitrè (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)

Ricorre ad Aprile di quest'anno il centenario dalla morte dello studioso palermitano che sperimentò per primo la psicologia del popolo (demopsicologia), la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura popolari. Ho avuto la fortuna di partecipare e seguire, quando "Palermo" e le sue Istituzioni politiche e amministrative, "animate" dal Professor Aurelio Rigoli, allievo del Cocchiara, già Preside della Facoltà di Lettere di Palermo, che studiò e raccolse l'immane e immensa opera del Pitrè, davano forma e vita al Premio Internazionale annuale "PITRE' e SALOMONE MARINO", che ha visto per decenni Palermo capitale  mondiale delle Tradizioni Popolari. Oggi, grazie al Professore Rigoli, esiste una Fondazione che si occupa, internazionalmente, di Cultura e Tradizioni Popolari: Il Centro Internazionale di Etnostoria. Nello splendido complesso di palazzo Steri alla Marina, sede del Rettorato è stata realizzata dal Centro Internazionale di Etnostoria, di cui Rigoli è Presidente, la Biblioteca Etnostorica "Vittorietti" che raccoglie saggi e raccolte provenienti da tutto il Mondo. Grazie alla stima e agli insegnamenti dell'amico Rigoli, dal gennaio di quest'anno sono stato nominato Direttore scientifico ed è stato stabilito un protocollo di intesa tra la Sua Fondazione e la nostra A.C. Scuola di Ecologia Culturale Euro Mediterranea( Presidente Daniela la Brocca), proprio nell'anno del centenario dalla morte dello scienziato palermitano, tra i più conosciuti nel Mondo, Giuseppe Pitrè.

Al Pitrè e a Salvatore Salomone Marino (morto nel 1916 – anche per lui centenario dalla morte), naturalmente, dedicheremo molti articoli e studi, aspettando con fiducia che Palermo si risvegli e celebri due dei suoi più grandi figli!

 

Ugo Arioti

 



 

Giuseppe Pitrè
 (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)
CENNI BIOGRAFICI SU GIUSEPPE PITRE’
Studioso italiano del folclore e di tradizioni popolari.  Medico e scrittore scrisse i primi studi scientifici sulla cultura popolare  italiana  e  curò  le  prime raccolte di letteratura italiana orale, dando avvio a studi etnografici sul territorio italiano.  Fondatore  in Sicilia della  "demologia" da lui battezzata  "demopsicologia" (psicologia del popolo), ossia la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura del popolo, che  insegnò  all'Università  di  Palermo.  A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché - come ha sottolineato Giuseppe Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere di Palermo  -  la sua  opera monumentale  resta  pietra  miliare  per  la ricchezza e la vastità di informazioni nel campo del folklore, in cui nessuno ha raccolto, come e quanto lui.
Egli anzi, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita.
Come il conterraneo Abate Meli, divenne medico di professione e venne, grazie ad essa, a contatto con i ceti più umili e col mondo dei marinai e dei contadini tra cui, spinto da passioni per gli studi storici e filologici, raccolse per primo i Canti popolari siciliani attinti anche dalla voce della madre che egli dice “era la mia Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, dedicandole appunto la sua prima opera.
Nel 1882 fondò l'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari e nel 1894 pubblicò una fondamentale Bibliografia delle tradizioni popolari italiane.  
Alla sua memoria fu intitolato il Museo Antropologico Etnografico siciliano a Palermo che egli stesso aveva fondato. 
La sua Opera
Giuseppe Pitrè fu formidabile nel raccogliere e catalogare gli ultimi bagliori del mondo popolare siciliano e non solo. Prima che radio e televisione pareggiassero o quasi le differenze culturali. Come hanno ben notato gli studiosi di etnoantropologia Giuseppe Pitrè si accostò a quel mondo, che non era il su,o con sguardo di antropologo e con rispetto filiale.
La Sicilia, la sua storia, il popolo e i contadini  siciliani, i loro usi e costumi, i canti, i racconti, i proverbi, le feste e quant'altro proveniva da quel mondo fu messo sotto osservazione, ne furono tratte le corrispondenze e quindi le somiglianze o le evidenti differenze con le tradizioni di altri luoghi.
Tutta la ricerca fu eseguita da Giuseppe Pitrè e dai suoi collaboratori secondo i canoni degli studi demologici, cioè traendoli dalla viva realtà, dalla viva voce dei popolani e dei contadini.
Questa sua fatica confluì nei due volumi tra il ‘70 e il ’71 di quella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata poi in venticinque volumi fra il 1871 e il 1913, comprendente nelle sue sezioni oltre ai canti, d’amore, di protesta, legati alle stagioni e culture, giochi, proverbi, filastrocche, fiabe, feste etc., anche medicina popolare, leggende, il costume nella famiglia, nella casa, nella vita del popolo siciliano, le pratiche tradizionali dell'agricoltura, le usanze religiose o superstiziose, tutte le manifestazioni della cultura orale siciliana e i racconti dei cantastorie.
Ma ci fu un limite nella selezione delle varie tradizioni, furono scartate quelle sconce, quelle sguaiate, quelle erotiche che pur erano un filone importante e fiorente nel panorama di tutte le tradizioni. Giuseppe Pitrè e tanti altri studiosi di tradizioni popolari italiani ebbero ripulsione a riportarle, come se la loro considerazione potesse nuocere a tutta l'impalcatura delle tradizioni popolari stesse, suonasse cioè come mancanza di rispetto verso la"patria" Sicilia o la "patria"di ogni singola regione.
Ci sono ancora nel cuore di Giuseppe Pitrè idee romantiche nei confronti delle tradizioni popolari, mentre nel  pensiero suo più lucido vi è una concezione evoluzionistica delle culture, nel senso che primitivo si contrappone a moderno come popolare a colto. Questo atteggiamento nei confronti delle tradizioni popolari viene dall'Europa e innanzitutto dai F.lli Grimm per i quali le fiabe erano "miti decaduti" provenienti dall'India preistorica degli Arii.  Questi due studiosi tedeschi intravidero nei racconti popolari "i frantumi di una antica religione della razza, custodita dai volghi, da far risorgere nel giorno glorioso in cui, cacciato Napoleone, si risvegliasse la coscienza germanica"(I. Calvino, Fiabe italiane, p.x). Con queste premesse era arduo raccogliere e pubblicare collezioni di raccolte di tradizione erotiche.
Ne sperimentò qualcosa il tedesco Federico Salamone Krauss, direttore di Anthropophyteia, rivista di tradizioni erotiche, che venne denunciato e tradotto avanti il Tribunale di Berlino(Raffaele Corso, Estratto dalla rivista di Antropologia, vol.XIX,Fasc.I-II). E' indubbio che Giuseppe Pitrè e il suo illustre collega Salvatore Salomone Marino raccolsero anche queste tradizioni, ma solo recentemente sono stati pubblicati gli indovinelli sconci del primo e i racconti faceti del secondo. 
In effetti le fiabe e i racconti popolari hanno interessato tutte le persone di tutte le età e di tutte le classi o ceti sociali, rozze, raffinate, colte e incolte. I racconti popolari, da millenni, circolano per le varie culture e sottoculture e qualche volta hanno trovato dei grandi interpreti-narratori.
Come sostiene il Cocchiara, l’opera del Pitrè presenta due aspetti, uno storico e l’altro poetico, rivelando “un’umanità viva e vibrante ”per cui egli era convinto che era giunto il tempo di studiare con amore e pazienza le memorie e le tradizioni, per custodirle.  Da questo nacque anche la creazione del Museo Etnografico, dove raccogliere tutti i materiali e gli oggetti pazientemente ricercati per la Sicilia, che come detto nell'introduzione, oggi porta il suo nome, ed è ospitato nella palazzina cinese, all’interno del Parco della Favorita a Palermo.
Nel 1890 fu chiamato ad insegnare demopsicologia (come lui era solito chiamare il folklore), quando già aveva acquistato fama e apprezzamenti nell’élite culturale del tempo. Già nel 1884 aveva, infatti, pubblicato la Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, intrattenendo rapporti con i più importanti studiosi specialmente della scuola toscana.
Instancabile studioso, innamorato della sua terra, scrisse anche Palermo cento e più anni fa, prezioso ed introvabile volume, e saggi su Meli, su Goethe a Palermo, sulla Divina Commedia, raccogliendo anche novelle popolari toscane.
La collaborazione con Salvatore Salomone Marino andò oltre, con Lui fondò nel 1880, dirigendola fino al 1906, la più importante rivista di studi sul folklore del tempo, "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari", ed intrattenne una fitta corrispondenza con studiosi di tutto il mondo. Queste lettere sono oggi conservate in una sezione del museo etnografico di Palermo e ad esse continuano a rivolgere attenzione come fonti preziose gli studiosi contemporanei d'antropologia.
Per i suoi meriti e la sua fama fu nominato Senatore del Regno il 30 dicembre del 1914, quando anche in America venivano tradotte e pubblicate le sue opere per le Edizioni Crane, specialmente i proverbi e le fiabe, la cui radice comune a tanti popoli egli aveva esaltato rivendicando in una lettera ad Ernesto Monaci la loro ricchezza linguistica con queste parole: "Che bellezza, amico mio! Bisogna capire e sentire il dialetto siciliano per capire e sentire la squisitezza delle fiabe che sono riuscito a cogliere di bocca ad una tra le mie varie narratrici”.
Da sottolineare le  belle pagine dedicate alle storie dì Giufà (personaggio da lui inventato) e alle feste popolari siciliane, di cui piene di poesia sono quelle del Natale e dei Morti.
Dopo la morte del Pitrè (1916), per anni le collezioni rimasero inaccessibili al pubblico, fino a quando, nel 1935, Giuseppe Cocchiara riorganizzò e trasferì il museo in una delle dipendenze della Casina Cinese nel parco della Favorita.

 

giovedì 18 febbraio 2016

Giuseppe Pitrè e la poesia popolare (frammento di ricerca)


Giuseppe Pitrè — frammento da: Studi di poesia popolare
Cercando sul web, con la pazienza certosina di chi ama l’antropologia
culturale, ho pescato un frammento ove si traccia la ricerca sul campo,
relativa alla poesia popolare e al monarca normanno che fece della
Sicilia un Regno: Ruggero.
Nell’anno in cui si celebra il centenario dalla scomparsa del Pitrè, mi
è parso doveroso e sacrosanto, continuare a parlare della sua ricerca e
dei suoi studi sulla Poesia popolare. Qui si parla di Storia patria
tramandata attraverso la poesia, il gergo popolare che si racconta
e riferisce e riporta a noi posteri le nostre radici.
Ugo Arioti
 

 
DA: STUDI DI POESIA POPOLARE (Appunti del Pitrè)
 
Facile a vedersi ed apprezzarsi da chiunque attenda a queste discipline, e mi fermerò in particolar modo su quella dei ricordi storici, delle reminiscenze storiche, degli usi e costumi delle credenze popolari, de' mestieri, che ci vengono celebrati da questi canti: rimandando agli scritti speciali del presente volume il lettore che vorrà seguirmi in questioni più delicate.
 
Ammettendo la distinzione dei ricordi storici e delle reminiscenze storiche *, giova anzitutto far menzione di alcuni canti che ei riportano a fatti e a date molto da noi lontane Finora era riuscito impossibile trovare un canto il quale ricordasse V impressa del conte Buggeri, che pur tanti dovette averne. Anni or sono un non siciliano andando per una via della città di Mazara udiva a cantare da un calzolaio qualcosa che gli richiamava il nome del fondatore della monarchia normanna; si avvicinò , e non è a dire come rimanesse meravigliato di sentirgli ripetere questi versi:
 
Sugnu risortu a fàrivi sintiri
A zoccu fìci lu Conti Ruggeri,
Amurusu di Cristu e di la Firi
Unita a quattrucentu cavaleri.
Ce' era a Mazzara tanti Saracini,
Muarta sulu arzava li banneri:
Gei fu 'na guerra, sintistivu diri
Persi Muarta, e cu vinciu? Ruggeri.
 
Ho voluto riportar questo canto o frammento di canto

 

martedì 2 febbraio 2016

Mito, istinto e saggezza nella “Medicina popolare siciliana” di Giuseppe Pitrè


“Medicina popolare siciliana” è un’opera di Giuseppe Pitrè (1841-1916) del 1896, che venne in seguito collocata nella sua raccolta “Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”. Nel complesso, lo scrittore e antropologo palermitano comprendeva motti, proverbi, novelle e fiabe, ma anche canti. Il libro che andremo a spiegare in questo articolo, aveva lo scopo di raccogliere e conservare le opere e le tradizioni legate al mondo sanitario siciliano dell’Ottocento.
“Medicina popolare siciliana” è un vero e proprio trattato o manuale sulla storia medica delle abitudini e dei rimedi dei cittadini siciliani del tempo. Grazie al suo ruolo di medico, Pitrè venne infatti a contatto con tutti i ceti che componevano la struttura popolare, e realizzò così una sorta di compendio, diviso in più sezioni, ognuna riguardante un particolare argomento. Nella prima parte, viene raffigurata la figura del medico siciliano, le sue caratteristiche e ruolo che aveva per la popolazione; la seconda parte è una raccolta di quelli che sono i pensieri dei cittadini riguardo ad argomenti quali l'anatomia, la fisiologia e l'igiene, e come essi si componessero e si strutturassero nella vita quotidiana dei cittadini. L'ultima parte del libro, è dedicata alla patologia generale: quali erano le diagnosi operate, e gli eventuali rimedi popolani adottati per sconfiggerle.
Nel libro, Pitrè sottolinea come spesso la figura del medico non era vista di buon occhio. Per risolvere un male o un problema, ci si riferiva infatti di solito a un amico o un parente, che consigliava questa o l’altra erba. Il medico, sostanzialmente, non riscuoteva molta ammirazione e fiducia: se un malato guarisce, è infatti segno di opera miracolosa, provocata da un particolare voto, preghiera inneggiata a un santo, se il malato muore, la responsabilità è del medico, che con i suoi rimedi ha accelerato il processo di inasprimento della malattia. Infatti erbe, parole, semi, sassi, erano considerati nell’Ottocento più importanti della medicina tradizionale, e più efficaci, come conferma il proverbio: “c'è tanti erbi all'ortu, ca risurgina l'omu mortu”.
Una delle convinzioni popolari più particolari, è che spesso il malato si sentiva più rassicurato da una persona potente e conosciuta, che da un medico. Spesso più che il medico, era il barbiere a godere di maggior fama all’atto pratico. Egli era il chirurgo, che pur non avendone volontà burocratica, spesso praticava salassi, correggeva fratture, operava ascessi, e trattava lussazioni e malattie veneree.
Altro aspetto di rilievo, denota la figura del medico, spesso visto come colui al quale bisognava raccontare tutto: un confessore più che un dottore, una tradizione che viene portata avanti ancora dagli anziani che abitano i piccoli paesi del Meridione. Una lite, un problema morale: erano esclusivo appannaggio del medico.Un'altra figura importante di Sicilia, è quella dell'erbaiuolo, colui che conosceva cioè una serie di rimedi a base d’erbe, volti alla purificazione dell’organismo e alla guarigione della malattia. Bibite rinfrescanti, vere e proprie medicine, come la “lattata di mennule” (il latte di mandorla) o il decotto di malva, che servivano a cambiare il sangue; la blenorragia (la gonorrea) invece, veniva curata attraverso la “cannavusata”, una bevanda derivata dai semi di canapa tostati.
Grande importanza assunse la sezione dedicata all’anatomia, che era volta a illustrare come attraverso l’analisi degli elementi principali che costituiscono il viso ma anche il fisico di un individuo, fosse possibile risalire a una descrizione dell’individuo stesso; una pratica che in fondo, per certi versi, viene portata avanti ancora oggi un po’ ovunque in Italia.
Ruolo importante nella società, lo gioca sicuramente l’altezza: chi è alto è considerato senza valore: “è difficili trovuri un longu spertu e un curtu minchiuni"; d'altra parte, le cattive qualità dei ‘corti’ prendono vita proprio dalla cultura popolana che ancora oggi asserisce che: “curtu, malu cavatu”. Alla statura si associa dunque la corporatura: gli uomini ben pasciuti venivano considerati pigri, scarsamente intelligenti e volgari, e la carnagione: una ragazza dalla pelle troppo chiara è una ragazza insensibile, un uomo troppo chiaro è debole, di corpo e di spirito.
Grandi ossa indicavano forza e vigore, e se associati a sudore e peli, sia sulle braccia che sul viso, indicavano forza di volontà e virilità; una testa grande era sintomo di intelligenza, mentre piccola di ingenuità e stupidità; bugiardi sono quelli dal collo corto e dai denti marci, mentre chi ha la mano piccola vuol dire che avrà vita lunga. Il libro continua fino ad analizzare tutte le membra del nostro corpo,attribuendo a ogni singola parte e conformazione un significato. Fino ad arrivare a veri e propri sintomi, condizioni e diagnosi che vengono ritenuti validi ancora oggi: se ti fischia l’orecchio destro stanno parlando male di te, se ti fischia quello sinistro ti stanno lodando; se starnutisci durante una malattia è indice che stai guarendo, se lo fai in buona salute, ti stai ammalando. Inoltre, si pensava che vizi e virtù venissero tramandati di generazione in generazione: se una donna è onesta, lo sarà anche la famiglia che genererà.
La maggior parte delle malattie, secondo il cittadino siciliano, è provocata da irritazione, e la bocca ne è la principale manifestazione. Le epidemie sono causate da aria cattiva: se un ammalato muore, era usanza comune bruciarne i vestiti e tutti gli oggetti, come capitava ad esempio in tempo di peste.
Un particolare tipo di patologia è la jettatura: chi ne è colpito, difficilmente può guarire.
Una grossa parte del libro viene dedicata alla diagnosi popolare che veniva fatta, per larga parte, analizzando i fluidi dell'organismo: primi fra tutti sangue e urina. Anche il sudore era importante: febbri violente accompagnate da brividi e gocce di sudore, erano chiaro segno di guarigione.
Ma non tutti affidavano la diagnostica al medico; a Naso, in provincia di Messina, Pitrè scrisse che i parenti dell'ammalato usavano fare visita al pozzo della chiesa di Madonnuzza: se il pozzo presentava delle goccioline attaccate alla superficie, è indice che il malato guarirà; altri ancora si affidavano ai presagi di un cavolo bollito.
Interessanti anche le pratiche popolane che fungevano da rimedi e cure, alcune vive ancora oggi nella tradizione, anche esterne alla regione siciliana; si dice ad esempio che dopo un morso di vespa bisognasse applicare sulla ferita una lama fredda, mentre chi soffre di itterizia doveva odorare i fiori gialli di una zucca; contro il prurito dell'orticaria era necessario un cordone di lana da mettere attorno alla vita, mentre per le patologie più complesse la cura più efficace era il salasso, che veniva effettuato in diverse parti del corpo, a seconda del tipo di malattia da contrastare: se alla testa nella spalla, se al fianco al piede; se il dolore era cardiaco, il salasso veniva fatto invece sulla mano.

sabato 16 gennaio 2016

Novelle e storie e cunti siciliani raccolti dal Pitrè e da Salvatore Salomone Marino tra 800 e 900 – a cura di Ugo Arioti direttore della Biblioteca del Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo


Novelle e storie e cunti siciliani raccolti dal Pitrè e da Salvatore Salomone Marino tra 800 e 900 – a cura di Ugo Arioti direttore della Biblioteca del Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo




Pubblichiamo, a partire da oggi, favole e racconti che Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino raccolsero e studiarono. Vuole essere un omaggio agli inventori dell’Etnostoria. Due medici che entrano ed escono dalle case della povera gente con la loro borsa piena di farmaci e armamentari sanitari. Due medici alla “emergensì” che si prendono cura del corpo e contemporaneamente, con il rispetto dovuto (sono due scienziati), anche dell’anima popolare.  Così Giuseppe Pitrè a Palermo e Salvatore Salomone Marino a Borgetto, tra una visita e l'altra studiano da vicino come vive il popolo. Ne scrutano gli arredi, ne ascoltano storie e canzoni. E tutto annotano. Siamo nella seconda metà dell'Ottocento. Mentre in Europa soffia il vento del positivismo, in Sicilia un drappello di pionieri raccogliendo le testimonianze del popolo concepisce una nuova disciplina. Nasce l'etnografia italiana, ricordiamo la collana Curiosità popolari tradizionali (16 voll., 1885-99) diretta dal Pitrè, con la quale l’etnostoria si estende a varie regioni italiane, che avrebbe fornito a Verga materiali per intrecciare le sue storie di signorotti, "massari", contadini e pescatori, come "Vita nei campi", "Nedda" e altre novelle. Ciò che li ha, in special modo il Pitrè, fatti entrare di diritto secondo alcuni autori, nell’insieme letterario del ‘900 italiano. Noi pensiamo a loro più come i padri della demoetnoantropologia attiva e dello studio di ciò che si tramanda nei gesti e nei riti, piuttosto. È certo, comunque, che il Pitrè ebbe uno scambio epistolare notevole con scrittori e letterati suoi contemporanei. Una delle raccolte più belle è quella della favole e “cunti”, ascoltati direttamente e trascritti, con le dovute note scientifiche e le introduzioni dai due medici palermitani. Cominciamo cu lu cuntu di “Si raccunta”. Questa novellina mostra che nelle novelle niente è arbitrario; ma vi sono certe formule consacrate dall'uso e perpetuate dalla tradizione orale. Buona lettura, Ugo Arioti.


Ecco come una bambina, giudiziosa e intelligente, vince la scommessa con un ricco commerciante che, presuntuosamente, sfida il popolo a raccontargli una storia che non comincia con “Si racconta”. La bambina riesce e diventa padrona della bottega e dei beni del commerciante “sbruffone”.  

 1

Lu cuntu di «Si raccunta»

Si riccunta e si riccunta ca 'na vota cc'era 'na mamma e 'na figghia. Sta mamma avia tanti puddicini, e si nni ija  a la missa, e cci li lassava a la figghia. 'Na jurnata cci dissi: — «Saddaedda, Saddaedda, ti lassu sti puddicini: vidi ca ha' a scupari la casa, ha' a cunzari lu lettu, ca poi vegnu.» Saddaedda cunzau lu lettu, scupau la casa, poi si pigghiau un puddicineddu 'n manu; a stu puddicineddu cci misi a circari piducchieddi, linnireddi; nna 'na pinnicedda cci avia 'na pulisedda, e sta pulisedda cci vinni 'n manu a la picciridda. Ora cc'era un mircanti; stu mircanti vinnía robba; comu vinnía robba era un riccuni di chiddi 'n funnu, e cui cci

dicia un cuntu senza diri «si raccunta,» pigghiava e cci dava la putïa. Tanti e tanti cci ìjanu e tutti cci dicianu:

— «Si raccunta», e iddu cci vincía lu pattu. Cci iju sta picciridda cu sta pulisedda e cci dissi: — «Signuri e mircanti,io sugnu vinuta pi cuntàricci un cuntu senza diri si raccunta.» Pigghiau lu mircanti, quant'agghica, dici:— «Vattinni tu murvusazza! Comu cci la sai a cuntàrimi lu cuntu senza diri si raccunta?» Quantu agghica idda e cci dici:«Nna vota cc'era sta pulisedda, Sta pulisedda parrava e dicia:«Nesci mircanti, chi la putïa è mia». E arristau chidda picciridda patruna di la putïa, e lu mircanti si nn'appi a jiri.Idda arristau filici e cuntenti. E ccà niàtri senza nenti. E lu cuntu accabbau.


Erice

martedì 12 gennaio 2016

Quest'anno cade il centenario della morte di Giuseppe Pitrè (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)

Ricorre ad Aprile di quest'anno il centenario dalla morte dello studioso palermitano che sperimentò per primo la psicologia del popolo (demopsicologia), la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura popolari. Ho avuto la fortuna di partecipare e seguire, quando "Palermo" e le sue Istituzioni politiche e amministrative, "animate" dal Professor Aurelio Rigoli, allievo del Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere di Palermo che studiò e raccolse l'immane e immensa opera del Pitrè, davano luogo al Premio Internazionale annuale "PITRE' e SALAMONE MARINO", che ha visto per decenni Palermo capitale  mondiale delle Tradizioni Popolari. Oggi, grazie al Professore Rigoli, esiste una Fondazione che si occupa, internazionalmente, di Cultura e Tradizioni Popolari: Il Centro Internazionale di Etnostoria. Nello splendido complesso di palazzo Steri alla Marina, sede del Rettorato è stata realizzata dal Centro Internazionale di Etnostoria, di cui Aurelio Rigoli è Presidente, la Biblioteca "Vittorietti" che raccoglie saggi e raccolte provenienti da tutto il Mondo. Grazie alla stima e agli insegnamenti dell'amico Rigoli, dal gennaio di quest'anno sono stato nominato Direttore scientifico, proprio nell'anno del centenario dalla morte dello scienziato palermitano, tra i più conosciuti nel Mondo, Giuseppe Pitrè. Al Pitrè, naturalmente, dedicheremo per quest'anno, molti articoli e studi, aspettando con fiducia che Palermo si risvegli e celebri uno dei suoi più grandi figli!
Ugo Arioti


Giuseppe Pitrè
          (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)
     

Studioso italiano del folclore e di tradizioni popolari.  Medico e scrittore scrisse i primi studi scientifici sulla cultura popolare  italiana  e  curò  le  prime raccolte di letteratura italiana orale, dando avvio a studi etnografici sul territorio italiano.  Fondatore  in Sicilia della  "demologia" da lui battezzata  "demopsicologia" (psicologia del popolo), ossia la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura del popolo, che  insegnò  all'Università  di  Palermo. A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché - come ha sottolineato Giuseppe Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere di Palermo  -  la sua  opera monumentale  resta  pietra  miliare  per  la ricchezza e la vastità di informazioni nel campo del folklore, in cui nessuno ha raccolto, come e quanto lo scrittore palermitano
.
Egli anzi, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita.
Come il conterraneo Abate Meli, divenne medico di professione e venne, grazie ad essa, a contatto con i ceti più umili e col mondo dei marinai e dei contadini tra cui spinto da passioni per gli studi storici e filologici raccolse per prima i Canti popolari siciliani attinti anche dalla voce della madre che egli dice “era la mia Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, dedicandole appunto la sua prima opera.
Nel 1882 fondò l'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari e nel 1894 pubblicò una fondamentale Bibliografia delle tradizioni popolari italiane.  
Alla sua memoria fu intitolato il Museo Antropologico Etnografico siciliano a Palermo che egli stesso aveva fondato. 
La sua Opera
Giuseppe Pitrè fu formidabile nel raccogliere e catalogare gli ultimi bagliori del mondo popolare siciliano e non solo siciliano. Prima che radio e televisione pareggiassero o quasi le differenze culturali. Come hanno ben notato gli studiosi di etnoantropologia Giuseppe Pitrè si accostò a quel mondo che non era il suo con sguardo di antropologo e quasi con rispetto di figliolo.
La Sicilia, la sua storia, il popolo e i contadini  siciliani, i loro usi e costumi, i canti, i racconti, i proverbi, le feste e quant'altro proveniva da quel mondo fu messo sotto osservazione, ne furono tratte le corrispondenze e quindi le somiglianze o le evidenti differenze con le tradizioni di altri luoghi.
Tutta la ricerca fu eseguita da Giuseppe Pitrè e dai suoi collaboratori secondo i canoni degli studi demologici, cioè traendoli dalla viva realtà, dalla viva voce dei popolani e dei contadini analfabeti.


Questa sua fatica confluì nei due volumi tra il ‘70 e il ’71 di quella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata poi in venticinque volumi fra il 1871 e il 1913, comprendente nelle sue sezioni oltre ai canti, d’amore, di protesta, legati alle stagioni e culture, giochi, proverbi, filastrocche, fiabe, feste etc., anche medicina popolare, leggende, il costume nella famiglia, nella casa, nella vita del popolo siciliano, le pratiche tradizionali dell'agricoltura
, le usanze religiose o superstiziose, tutte le manifestazioni della cultura orale siciliana e i racconti dei cantastorie.
Ma ci fu un limite nella selezione delle varie tradizioni, furono scartate quelle sconce, quelle sguaiate, quelle erotiche che pur erano un filone importante e fiorente nel panorama di tutte le tradizioni. Giuseppe Pitrè e tanti altri studiosi di tradizioni popolari italiani ebbero ripulsione a riportarle, come se la loro considerazione potesse nuocere a tutta l'impalcatura delle tradizioni popolari stesse, suonasse cioè come mancanza di rispetto verso la"patria" Sicilia o la "patria"di ogni singola regione.
Ci sono ancora nel cuore di Giuseppe Pitrè idee romantiche nei confronti delle tradizioni popolari, mentre nel  pensiero suo più lucido vi è una concezione evoluzionistica delle culture, nel senso che primitivo si contrappone a moderno come popolare a colto. Questo atteggiamento nei confronti delle tradizioni popolari viene dall'Europa e innanzitutto dai F.lli Grimm per i quali le fiabe erano "miti decaduti" provenienti dall'India preistorica degli Arii.  Questi due studiosi tedeschi intravidero nei racconti popolari "i frantumi di una antica religione della razza, custodita dai volghi, da far risorgere nel giorno glorioso in cui, cacciato Napoleone, si risvegliasse la coscienza germanica"(I. Calvino, Fiabe italiane, p.x). Con queste premesse era arduo raccogliere e pubblicare collezioni di raccolte di tradizione erotiche.
Ne sperimentò qualcosa il tedesco Federico Salamone Krauss, direttore di Anthropophyteia, rivista di tradizioni erotiche, che venne denunciato e tradotto avanti il Tribunale di Berlino(Raffaele Corso, Estratto dalla rivista di Antropologia, vol.XIX,Fasc.I-II). E' indubbio che Giuseppe Pitrè e il suo illustre collega Salvatore Salomone Marino raccolsero anche queste tradizioni, ma solo recentemente sono stati pubblicati gli indovinelli sconci del primo e i racconti faceti del secondo. 
In effetti le fiabe e i racconti popolari hanno interessato tutte le persone di tutte le età e di tutte le classi o ceti sociali, rozze, raffinate, colte e incolte. I racconti popolari, da millenni, circolano per le varie culture e sottoculture e qualche volta hanno trovato dei grandi interpreti-narratori.
Quando ciò è successo, cioè quando  un racconto viene ottimamente performato esso entra a far parte viva di quel racconto-tipo come variante, e da variante condiziona in qualche modo per l'appresso tutti gli altri interpreti-narratori del racconto-tipo. La storiella, la trama del racconto continua a vivere e a trasformarsi anche se negli ultimi secoli è stata quasi cristallizzata dall'avvento della scrittura. Per nondimeno autori letterari che avevano ripreso le fiabe, prima dei fratelli Grimm, mai e poi mai le avevano raccontate come se fossero destinate soltanto ai piccoli. Giovanbattista Basile e Charles Perrault non si rivolgevano solo ai piccoli, ma anche ai grandi.
Il Pitrè pare a volte consideri i racconti popolari come narrativa per bambini come era usuale nelle classi colte (Aurora Milillo, prefazione a Fiabe Novelle e Racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè). C'è appunto il precedente delle "Fiabe del focolare" dei F.lli Grimm, un libro di narrativa per ragazzi scolarizzati. Giuseppe Pitrè nella scelta-filtro dei racconti si fa guidare dal "senso comune". Scarta le sconce, ma non disdegna quelle che presentano i costumi del popolo e dei contadini in maniera paludata. Ha repulsione per la sconcezza sguaiata, ma non può fare a meno di presentare dei racconti che alludono blandamente, come apprezza l'ironia, l'arguzia e l'intelligenza dei popolani. Ma sempre racconti di villani sono quelli che va raccogliendo, di gente che vive ai margini, oppressa dai bisogni e che se riesce a sopravvivere lo deve a un  profondo attaccamento alla vita. 
Come sostiene il Cocchiara, l’opera del Pitrè presenta due aspetti, uno storico e l’altro poetico, rivelando “un’umanità viva e vibrante” per cui egli era convinto che era giunto il tempo di studiare con amore e pazienza le memorie e le tradizioni, per custodirle.  Da questo nacque anche la creazione del Museo Etnografico, dove raccogliere tutti i materiali e gli oggetti pazientemente ricercati per la Sicilia, che come detto nell'introduzione, oggi porta il suo nome, ed è ospitato nella palazzina cinese, all’interno del Parco della Favorita a Palermo.
Nel 1990 fu chiamato ad insegnare demopsicologia (come lui era solito chiamare il folklore), quando già aveva acquistato fama e apprezzamenti nell’élite culturale del tempo. Già nel 1894 aveva, infatti, pubblicato la Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, intrattenendo rapporti con i più importanti studiosi specialmente della scuola toscana.
Instancabile studioso, innamorato della sua terra, scrisse anche Palermo cento e più anni fa, prezioso ed introvabile volume, e saggi su Meli, su Goethe a Palermo, sulla Divina Commedia, raccogliendo anche novelle popolari toscane.
La collaborazione con Salvatore Salomone Marino andò oltre, col Lui fondò nel 1880, dirigendola fino al 1906, la più importante rivista di studi sul folklore del tempo, "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari", ed intrattenne una fitta corrispondenza con studiosi di tutto il mondo. Queste lettere sono oggi conservate in una sezione del museo etnografico di Palermo e ad esse continuano a rivolgere attenzione come fonti preziose gli studiosi contemporanei d'antropologia.
Per i suoi meriti e la sua fama fu nominato Senatore del Regno il 30 dicembre del 1914, quando anche in America venivano tradotte e pubblicate le sue opere per le Edizioni Crane, specialmente i proverbi e le fiabe, la cui radice comune a tanti popoli egli aveva esaltato rivendicando in una lettera ad Ernesto Monaci la loro ricchezza linguistica con queste parole: "Che bellezza, amico mio! Bisogna capire e sentire il dialetto siciliano per capire e sentire la squisitezza delle fiabe che sono riuscito a cogliere di bocca ad una tra le mie varie narratrici”.
Da sottolineare le  belle pagine dedicate alle storie dì Giufà (personaggio da lui inventato) e alle feste popolari siciliane, di cui piene di poesia sono quelle del Natale e dei Morti.
Cosa successe?
La prima edizione delle Fiabe  ebbe subito dei riconoscimenti internazionali, ma fu accolta inizialmente dal disprezzo e dallo scandalo di letterati e uomini rispettabili locali (Aurora Milillo, ibidem).
"Il dottor Pitrè ha pubblicato quattro volumi di porcherie" scrisse allora la Gazzetta di Palermo.
Lo rammentava lo stesso Pitrè in una lettera del 1914, dove parlava anche dell'indignazione di clienti rispettabili che gli chiedevano come si fosse persuaso a pubblicare "quelle storie" dal momento che gli erano affidate in cura le loro figlie (Raffaele Corso, Reviviscenze. Studi di tradizioni popolari italiane, p.4).