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mercoledì 4 maggio 2016

la mostra "Coltivare l'Arte" alla Vittorietti dal 29 aprile

Alla vernice della mostra "Coltivare l'Arte", presentata da Ugo Arioti e Daniela La Brocca (Scuola di Ecologia Culturale Euro Mediterranea), abbiamo avuto evidente la necessità e il desiderio di parlare e vedere l'Arte che c'è intorno a noi. L'Arte non è decorazione, ma sentimento, vita, forza, pensiero, ragione. Attraverso l'Arte si esprimono le esigenze primarie e inconsce dell'essere umano. Gli artisti, presentati e dialoganti, con il direttore della biblioteca, Ugo Arioti, sono stati due: Francesco Silvestri ed Emilio Angelini. Un pittore, poeta, pensatore e innovatore e uno scultore, grafico, d'avanguardia. Silvestri pugliese, nato tra le gravine di Massafra (TA) e l'altro, Angelini, palermitano sui generis, secco esplicito mordente come i suoi fossili meccanici. Due Sud a confronto, lambito, il Genius loci, comprende la magna Grecia e la cultura classica, tagliata fino a trovare il bosone di Dio da Silvestri, e quella della multiculturale Palermo arabo - normanna che sembra volare dalle bocche e dalle ricchissime ceramiche e bronzi di Angelini. Certamente una visione artistica a 360 gradi che sviluppa i temi della contemporaneità e si ritrova nella domanda sempiterna: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Nella piccola sala della Vittorietti,  ambito culturale dedicato alla tradizioni popolari e a Pitrè e Salomone Marino (di cui in questo 2016 cade il centenario dalla morte), nella stessa serata di inaugurazione della mostra, Ugo Arioti ha presentato il libro ricerca di Francesco Laterza: Verbo di Dio. Una attenta platea ha ascoltato per tutta la durata delle presentazioni, che hanno visto gli interventi eruditi e scientifici del Prof. Aurelio Rigoli e della Professoressa Annamaria Amitrano, ha visto dipanarsi il fil rouge che unisce i protagonisti di quest'evento, mostrando che le tradizioni popolari non sono "vecchie cartoline da collezionare", ma la materia, la forza e il pensiero che ci consente di creare contestualizzando il nostro lavoro, innovandolo senza tradire noi stessi. In questa operazione abbiamo avuto la fortuna di una presentazione critica importante delle tele e delle sculture fatta da Giuseppe Carli, attento lettore e narratore dell'Arte del Sud. Carli ci ha condotto, attraverso i quadri di Silvestri verso la sua radice più profonda: la musicalità. Ha scorto la scomposizione del pittore pugliese anche nelle forme coloratissime delle "monelle" di Emilio Angelini; ha tracciato un percorso artistico che ci ha narrato di un Sud creativo e dinamico che cresce, anche perché, aggiunge Ugo Arioti, il direttore della Vittorietti, ha profonde radici e si nutre di una immensa tradizione culturale tramandata oralmente, "ecco perché, aprire questi luoghi alla cultura narrata e vivente, piuttosto che lasciarli come sarcofagi di una cultura definita, serve a dare forza e linfa all'Arte, madre di vita" ha detto l'Arioti, presentando il libro di Francesco Laterza "Verbo di Dio" nell'ambito di questa mostra. Un altro filo rosso di storie raccolte e raccontate abilmente da Laterza che ci propone questo percorso attraverso i canti religiosi e le preghiere.
Sento, a questo punto, di dover fare un ringraziamento a tutti quelli che sono intervenuti e all'Editore Qanat di Palermo che ha creato insieme a noi le Cartoline della Scuola di Ecologia Culturale Euro Mediterranea per i due artisti presentati, è una forma di omaggio e di memoria che ci lega, anche questa, alle tradizioni popolari.
Daniela La Brocca

venerdì 29 aprile 2016

Il 29 aprile alla Vittorietti: "Coltivare l'Arte"



 
 
 
 
 
 
 
 




Una bellissima serata di cultura alla "Vittorietti", complesso Steri, con Francesco Silvestri, Emilio Angelini e Francesco Laterza. Un poeta, pittore, biologo Silvestri, che da un quarto di secolo ha iniziato un suo discorso artistico che si innesca nel filone dell'Arte Pop e dell'avanguardia espressivista che vede l'Arte come un estensione delle stesse radici dell'uomo e del tempo che vive, tutto in una frase decomposta e ricondotta a un reticolo organico dove il fruitore deve decostruire e ricostruire la sua esperienza visiva e sensoriale attraverso il suo stesso vissuto. Di lui, Giuseppe Carli, critico d'arte attento al contemporaneo, dice "che le sue tele esprimono, anche,  una componente musicale". Lo scultore, Emilio Angelini, palermitano, ha. per certi versi, con una sua propria natura interpretativa un Fil Rouge con Silvestri, che è rappresentata, nel suo caso,  da una gamma infinita di variazioni cromatiche e da una ricchezza di elementi (quasi barocca) che fa da contraltare ad elementi secchi, precisi, quasi infiniti. 
Sono due Sud artistici che navigano e vivono nella Cultura Classica e arabo normanna; la peculiarità di Angelini sta nei suoi modi di mostrarci una realtà dolorosa o felice, che porta il segno dei nostri tempi. I suoi fossili meccanici od organici ci guardano con sospetto e ci mostrano le ferite e le lacerazioni dell'uomo moderno. 
In fine, nel tempio delle Tradizioni popolari, dedicato a Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino, si è parlato di "verbo di Dio" (I Verbi  sono delle composizioni poetiche, ovvero dei canti, che circolavano all’interno della vasta gamma delle preghiere paraliturgiche. una specie di credi popolari, di grande portata devozionale) una delle ultime opere di Francesco Laterza, ricercatore e studioso di tradizioni orali che si innesca bene nel filone iniziato dal Pitrè di cui quest'anno celebriamo il centenario dalla morte insieme all'altro illustre ricercatore delle tradizioni popolari che fu Salomone Marino. 
Si è aperto uno spazio di discussione, di tre ore e mezzo che ha visto un pubblico attento, seguire me, Ugo Arioti, che ho presentato la manifestazione, Francesco Silvestri ed Emilio Angelini che hanno parlato del "momento artistico che viviamo oggi" (Coltivare l'Arte), del critico Giuseppe Carli che ha attentamente analizzato e ricomposto il discorso e il percorso artistico dei due, il Professore Francesco Laterza, la professoressa Annamaria Amitrano, specialista di canti religiosi e preghiere, io, Ugo Arioti, che ho presentato il "verbo di Dio" di Laterza e il Prof. Aurelio Rigoli che ci ha illuminato con le sue parole sempre capaci di lasciare una traccia e una memoria costruttiva in ognuno di noi. La serata, speciale e bellissima, è stata organizzata da Daniela La Brocca, Presidente della SCUOLA DI ECOLOGIA CULTURALE, che ha creato in questo ambiente la caratteristica principale per renderlo vivo: l'accoglienza!
Un grazie, doveroso, al nostro pubblico che ha dimostrato che questa città ha voglia e desiderio di Cultura, quella vera e viva, quella vissuta.
 
Ugo Arioti
 
La mostra resterà aperta al pubblico, escluso le mattine e i giorni festivi per quindici giorni. Chi volesse vedere le opere e parlare con gli artisti può chiamare Daniela La Brocca 3477752726.
 
Daniela La Brocca

sabato 5 marzo 2016

I pupi siciliani (armati)


I pupi siciliani (armati)
 


 

Pupi (dal latino pupus, i) sono le caratteristiche marionette armate del teatro epico popolare, venuto probabilmente dalla Spagna dell'epoca dello scrittore spagnolo Miguel de Cervantes Saavedra (El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha, più noto a noi come Don Chischiotte della Mancia), mosse da abili pupari, che diedero vita al teatro dei “pupi” a Napoli e a Roma, ma soprattutto, dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove raggiunse il suo massimo sviluppo. Ancora oggi, questo teatro è vivo nelle voci e nella forza di antichi e nuovi pupari che raccontano la tradizionale “Chanson de Roland” o che si evolvono verso nuove forme di rappresentazione sociale.

Con i pupi emergeva un’idea epica e drammatica del mondo a livello di cultura popolare, e affioravano conflitti e aspirazioni del “cuore paladino” della gente, unitamente alla questione dell’essere fedeli o infedeli, cristiani o pagani, dalla parte dell’Occidente o dell’Oriente, con gran tormento storico del Mediterraneo e, in particolare, della Sicilia, da sempre teatro di civiltà e di fedi religiose e politiche contrastanti.

Agli inizi del XIX secolo, quando l’interesse per il popolaresco e per le sue forme di vita spinse i dotti e la nuova classe borghese ad interessarsi di quello che si credeva fosse il vivaio più genuino delle patrie memorie, l’opra non fu più soltanto un semplice passatempo, ma una cosa molto più seria, quando cioè (scrive Ettore Li Gotti) "l’anima dei pupi divenne l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale". Lo stesso Pitrè ne raccoglie la storia e la inserisce nei suoi studi sulla cultura del popolo siciliano.

I contrasti, Bene e Buoni contro Male e malvagi, rende il teatro dei pupi un arena per manifestare consenso o dissenso in forme “reali”. Gli spettatori, un tempo, portavano con se uova marce o scarpe vecchie da tirare in faccia ai cattivi di turno per manifestare la loro intolleranza all'ingiustizia  che era prassi comune nella classe politica che governava (ieri come oggi) con arroganza e iniquità la cosa pubblica.

Il teatro diviene la sede della propaganda politica e della insurrezione popolare contro gli oppressori e, non è un caso che proprio nei teatri dei pupi  nasce e si diffonde il malanimo per i Borbone, ma non in quanto monarchi arroganti e iniqui, bensì come stranieri oppressori. Lo spirito di ribellione si muove all'interno di un ventre di popolo povero e malnutrito che aspira a migliorare le sue condizioni e per questo si allea con le classi borghesi più liberali (fra massoni) e con i “picciotti” delle campagne (la mafia), ciò permette a Garibaldi con la complicità della massoneria inglese di conquistare, con un pugno di uomini malvestiti e male armati, l'Isola e cacciare  borboni e compagnia briscola.

Non è da sottovalutare l'apporto dei cuntastorie allo sviluppo epico di questo teatro che ne acquisisce il “parlato” con le sue regole e le sue forme.  Si trattava quasi sempre di povera gente, che viveva alla giornata, e che non poteva permettersi di acquistare tutti gli attrezzi del mestiere per divenire puparo. Esso offriva, nelle sue rappresentazioni un comodo repertorio già in parte sceneggiato e dialogato.

Storicamente il cuntastorie era un narratore che non utilizzava alcuno strumento musicale (usato molto tempo dopo dai cantastorie), ma usava modulare la voce con una tecnica tutta particolare, con regole precise di tempo, ritmo ed esposizione orale che si tramandava di generazione in generazione. Non importava se era analfabeta o ignorante, la sua capacità era quella di apprendere e reinventare la vita usando forme epiche collaterali derivate da motivi storici quale lo scontro tra cristiani e pagani, dal ricordo cocente di lunghe lotte contro i pirati turchi, da un forte sentimento religioso che contrappone il trionfo del bene alla mortificazione del male.”

Il teatro dei pupi siciliani, nella seconda metà dell’ottocento, volendo mantenere la valenza epica, si è specializzato in questa direzione, ereditando tutto il patrimonio dei cuntastorie.

Nella prima metà dell’ 800 i marionettisti girovaghi, rafforzano il carattere professionale del loro lavoro. Nascono  due  scuole, quella palermitana e quella catanese. L'evidenza più forte è rappresentata dalle dimensioni del palcoscenico e dei pupi, quella più squisitamente tecnica dal repertorio e dalla movimentazione delle marionette armate.

giovedì 18 febbraio 2016

Giuseppe Pitrè e la poesia popolare (frammento di ricerca)


Giuseppe Pitrè — frammento da: Studi di poesia popolare
Cercando sul web, con la pazienza certosina di chi ama l’antropologia
culturale, ho pescato un frammento ove si traccia la ricerca sul campo,
relativa alla poesia popolare e al monarca normanno che fece della
Sicilia un Regno: Ruggero.
Nell’anno in cui si celebra il centenario dalla scomparsa del Pitrè, mi
è parso doveroso e sacrosanto, continuare a parlare della sua ricerca e
dei suoi studi sulla Poesia popolare. Qui si parla di Storia patria
tramandata attraverso la poesia, il gergo popolare che si racconta
e riferisce e riporta a noi posteri le nostre radici.
Ugo Arioti
 

 
DA: STUDI DI POESIA POPOLARE (Appunti del Pitrè)
 
Facile a vedersi ed apprezzarsi da chiunque attenda a queste discipline, e mi fermerò in particolar modo su quella dei ricordi storici, delle reminiscenze storiche, degli usi e costumi delle credenze popolari, de' mestieri, che ci vengono celebrati da questi canti: rimandando agli scritti speciali del presente volume il lettore che vorrà seguirmi in questioni più delicate.
 
Ammettendo la distinzione dei ricordi storici e delle reminiscenze storiche *, giova anzitutto far menzione di alcuni canti che ei riportano a fatti e a date molto da noi lontane Finora era riuscito impossibile trovare un canto il quale ricordasse V impressa del conte Buggeri, che pur tanti dovette averne. Anni or sono un non siciliano andando per una via della città di Mazara udiva a cantare da un calzolaio qualcosa che gli richiamava il nome del fondatore della monarchia normanna; si avvicinò , e non è a dire come rimanesse meravigliato di sentirgli ripetere questi versi:
 
Sugnu risortu a fàrivi sintiri
A zoccu fìci lu Conti Ruggeri,
Amurusu di Cristu e di la Firi
Unita a quattrucentu cavaleri.
Ce' era a Mazzara tanti Saracini,
Muarta sulu arzava li banneri:
Gei fu 'na guerra, sintistivu diri
Persi Muarta, e cu vinciu? Ruggeri.
 
Ho voluto riportar questo canto o frammento di canto

 

sabato 16 gennaio 2016

Novelle e storie e cunti siciliani raccolti dal Pitrè e da Salvatore Salomone Marino tra 800 e 900 – a cura di Ugo Arioti direttore della Biblioteca del Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo


Novelle e storie e cunti siciliani raccolti dal Pitrè e da Salvatore Salomone Marino tra 800 e 900 – a cura di Ugo Arioti direttore della Biblioteca del Centro Internazionale di Etnostoria di Palermo




Pubblichiamo, a partire da oggi, favole e racconti che Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino raccolsero e studiarono. Vuole essere un omaggio agli inventori dell’Etnostoria. Due medici che entrano ed escono dalle case della povera gente con la loro borsa piena di farmaci e armamentari sanitari. Due medici alla “emergensì” che si prendono cura del corpo e contemporaneamente, con il rispetto dovuto (sono due scienziati), anche dell’anima popolare.  Così Giuseppe Pitrè a Palermo e Salvatore Salomone Marino a Borgetto, tra una visita e l'altra studiano da vicino come vive il popolo. Ne scrutano gli arredi, ne ascoltano storie e canzoni. E tutto annotano. Siamo nella seconda metà dell'Ottocento. Mentre in Europa soffia il vento del positivismo, in Sicilia un drappello di pionieri raccogliendo le testimonianze del popolo concepisce una nuova disciplina. Nasce l'etnografia italiana, ricordiamo la collana Curiosità popolari tradizionali (16 voll., 1885-99) diretta dal Pitrè, con la quale l’etnostoria si estende a varie regioni italiane, che avrebbe fornito a Verga materiali per intrecciare le sue storie di signorotti, "massari", contadini e pescatori, come "Vita nei campi", "Nedda" e altre novelle. Ciò che li ha, in special modo il Pitrè, fatti entrare di diritto secondo alcuni autori, nell’insieme letterario del ‘900 italiano. Noi pensiamo a loro più come i padri della demoetnoantropologia attiva e dello studio di ciò che si tramanda nei gesti e nei riti, piuttosto. È certo, comunque, che il Pitrè ebbe uno scambio epistolare notevole con scrittori e letterati suoi contemporanei. Una delle raccolte più belle è quella della favole e “cunti”, ascoltati direttamente e trascritti, con le dovute note scientifiche e le introduzioni dai due medici palermitani. Cominciamo cu lu cuntu di “Si raccunta”. Questa novellina mostra che nelle novelle niente è arbitrario; ma vi sono certe formule consacrate dall'uso e perpetuate dalla tradizione orale. Buona lettura, Ugo Arioti.


Ecco come una bambina, giudiziosa e intelligente, vince la scommessa con un ricco commerciante che, presuntuosamente, sfida il popolo a raccontargli una storia che non comincia con “Si racconta”. La bambina riesce e diventa padrona della bottega e dei beni del commerciante “sbruffone”.  

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Lu cuntu di «Si raccunta»

Si riccunta e si riccunta ca 'na vota cc'era 'na mamma e 'na figghia. Sta mamma avia tanti puddicini, e si nni ija  a la missa, e cci li lassava a la figghia. 'Na jurnata cci dissi: — «Saddaedda, Saddaedda, ti lassu sti puddicini: vidi ca ha' a scupari la casa, ha' a cunzari lu lettu, ca poi vegnu.» Saddaedda cunzau lu lettu, scupau la casa, poi si pigghiau un puddicineddu 'n manu; a stu puddicineddu cci misi a circari piducchieddi, linnireddi; nna 'na pinnicedda cci avia 'na pulisedda, e sta pulisedda cci vinni 'n manu a la picciridda. Ora cc'era un mircanti; stu mircanti vinnía robba; comu vinnía robba era un riccuni di chiddi 'n funnu, e cui cci

dicia un cuntu senza diri «si raccunta,» pigghiava e cci dava la putïa. Tanti e tanti cci ìjanu e tutti cci dicianu:

— «Si raccunta», e iddu cci vincía lu pattu. Cci iju sta picciridda cu sta pulisedda e cci dissi: — «Signuri e mircanti,io sugnu vinuta pi cuntàricci un cuntu senza diri si raccunta.» Pigghiau lu mircanti, quant'agghica, dici:— «Vattinni tu murvusazza! Comu cci la sai a cuntàrimi lu cuntu senza diri si raccunta?» Quantu agghica idda e cci dici:«Nna vota cc'era sta pulisedda, Sta pulisedda parrava e dicia:«Nesci mircanti, chi la putïa è mia». E arristau chidda picciridda patruna di la putïa, e lu mircanti si nn'appi a jiri.Idda arristau filici e cuntenti. E ccà niàtri senza nenti. E lu cuntu accabbau.


Erice

martedì 12 gennaio 2016

Quest'anno cade il centenario della morte di Giuseppe Pitrè (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)

Ricorre ad Aprile di quest'anno il centenario dalla morte dello studioso palermitano che sperimentò per primo la psicologia del popolo (demopsicologia), la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura popolari. Ho avuto la fortuna di partecipare e seguire, quando "Palermo" e le sue Istituzioni politiche e amministrative, "animate" dal Professor Aurelio Rigoli, allievo del Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere di Palermo che studiò e raccolse l'immane e immensa opera del Pitrè, davano luogo al Premio Internazionale annuale "PITRE' e SALAMONE MARINO", che ha visto per decenni Palermo capitale  mondiale delle Tradizioni Popolari. Oggi, grazie al Professore Rigoli, esiste una Fondazione che si occupa, internazionalmente, di Cultura e Tradizioni Popolari: Il Centro Internazionale di Etnostoria. Nello splendido complesso di palazzo Steri alla Marina, sede del Rettorato è stata realizzata dal Centro Internazionale di Etnostoria, di cui Aurelio Rigoli è Presidente, la Biblioteca "Vittorietti" che raccoglie saggi e raccolte provenienti da tutto il Mondo. Grazie alla stima e agli insegnamenti dell'amico Rigoli, dal gennaio di quest'anno sono stato nominato Direttore scientifico, proprio nell'anno del centenario dalla morte dello scienziato palermitano, tra i più conosciuti nel Mondo, Giuseppe Pitrè. Al Pitrè, naturalmente, dedicheremo per quest'anno, molti articoli e studi, aspettando con fiducia che Palermo si risvegli e celebri uno dei suoi più grandi figli!
Ugo Arioti


Giuseppe Pitrè
          (Palermo 21/12/1841 - 10/04/1916)
     

Studioso italiano del folclore e di tradizioni popolari.  Medico e scrittore scrisse i primi studi scientifici sulla cultura popolare  italiana  e  curò  le  prime raccolte di letteratura italiana orale, dando avvio a studi etnografici sul territorio italiano.  Fondatore  in Sicilia della  "demologia" da lui battezzata  "demopsicologia" (psicologia del popolo), ossia la scienza che studia le manifestazioni, le tradizioni e la cultura del popolo, che  insegnò  all'Università  di  Palermo. A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché - come ha sottolineato Giuseppe Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere di Palermo  -  la sua  opera monumentale  resta  pietra  miliare  per  la ricchezza e la vastità di informazioni nel campo del folklore, in cui nessuno ha raccolto, come e quanto lo scrittore palermitano
.
Egli anzi, nella seconda metà dell’Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d’alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita.
Come il conterraneo Abate Meli, divenne medico di professione e venne, grazie ad essa, a contatto con i ceti più umili e col mondo dei marinai e dei contadini tra cui spinto da passioni per gli studi storici e filologici raccolse per prima i Canti popolari siciliani attinti anche dalla voce della madre che egli dice “era la mia Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, dedicandole appunto la sua prima opera.
Nel 1882 fondò l'Archivio per lo studio delle tradizioni popolari e nel 1894 pubblicò una fondamentale Bibliografia delle tradizioni popolari italiane.  
Alla sua memoria fu intitolato il Museo Antropologico Etnografico siciliano a Palermo che egli stesso aveva fondato. 
La sua Opera
Giuseppe Pitrè fu formidabile nel raccogliere e catalogare gli ultimi bagliori del mondo popolare siciliano e non solo siciliano. Prima che radio e televisione pareggiassero o quasi le differenze culturali. Come hanno ben notato gli studiosi di etnoantropologia Giuseppe Pitrè si accostò a quel mondo che non era il suo con sguardo di antropologo e quasi con rispetto di figliolo.
La Sicilia, la sua storia, il popolo e i contadini  siciliani, i loro usi e costumi, i canti, i racconti, i proverbi, le feste e quant'altro proveniva da quel mondo fu messo sotto osservazione, ne furono tratte le corrispondenze e quindi le somiglianze o le evidenti differenze con le tradizioni di altri luoghi.
Tutta la ricerca fu eseguita da Giuseppe Pitrè e dai suoi collaboratori secondo i canoni degli studi demologici, cioè traendoli dalla viva realtà, dalla viva voce dei popolani e dei contadini analfabeti.


Questa sua fatica confluì nei due volumi tra il ‘70 e il ’71 di quella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata poi in venticinque volumi fra il 1871 e il 1913, comprendente nelle sue sezioni oltre ai canti, d’amore, di protesta, legati alle stagioni e culture, giochi, proverbi, filastrocche, fiabe, feste etc., anche medicina popolare, leggende, il costume nella famiglia, nella casa, nella vita del popolo siciliano, le pratiche tradizionali dell'agricoltura
, le usanze religiose o superstiziose, tutte le manifestazioni della cultura orale siciliana e i racconti dei cantastorie.
Ma ci fu un limite nella selezione delle varie tradizioni, furono scartate quelle sconce, quelle sguaiate, quelle erotiche che pur erano un filone importante e fiorente nel panorama di tutte le tradizioni. Giuseppe Pitrè e tanti altri studiosi di tradizioni popolari italiani ebbero ripulsione a riportarle, come se la loro considerazione potesse nuocere a tutta l'impalcatura delle tradizioni popolari stesse, suonasse cioè come mancanza di rispetto verso la"patria" Sicilia o la "patria"di ogni singola regione.
Ci sono ancora nel cuore di Giuseppe Pitrè idee romantiche nei confronti delle tradizioni popolari, mentre nel  pensiero suo più lucido vi è una concezione evoluzionistica delle culture, nel senso che primitivo si contrappone a moderno come popolare a colto. Questo atteggiamento nei confronti delle tradizioni popolari viene dall'Europa e innanzitutto dai F.lli Grimm per i quali le fiabe erano "miti decaduti" provenienti dall'India preistorica degli Arii.  Questi due studiosi tedeschi intravidero nei racconti popolari "i frantumi di una antica religione della razza, custodita dai volghi, da far risorgere nel giorno glorioso in cui, cacciato Napoleone, si risvegliasse la coscienza germanica"(I. Calvino, Fiabe italiane, p.x). Con queste premesse era arduo raccogliere e pubblicare collezioni di raccolte di tradizione erotiche.
Ne sperimentò qualcosa il tedesco Federico Salamone Krauss, direttore di Anthropophyteia, rivista di tradizioni erotiche, che venne denunciato e tradotto avanti il Tribunale di Berlino(Raffaele Corso, Estratto dalla rivista di Antropologia, vol.XIX,Fasc.I-II). E' indubbio che Giuseppe Pitrè e il suo illustre collega Salvatore Salomone Marino raccolsero anche queste tradizioni, ma solo recentemente sono stati pubblicati gli indovinelli sconci del primo e i racconti faceti del secondo. 
In effetti le fiabe e i racconti popolari hanno interessato tutte le persone di tutte le età e di tutte le classi o ceti sociali, rozze, raffinate, colte e incolte. I racconti popolari, da millenni, circolano per le varie culture e sottoculture e qualche volta hanno trovato dei grandi interpreti-narratori.
Quando ciò è successo, cioè quando  un racconto viene ottimamente performato esso entra a far parte viva di quel racconto-tipo come variante, e da variante condiziona in qualche modo per l'appresso tutti gli altri interpreti-narratori del racconto-tipo. La storiella, la trama del racconto continua a vivere e a trasformarsi anche se negli ultimi secoli è stata quasi cristallizzata dall'avvento della scrittura. Per nondimeno autori letterari che avevano ripreso le fiabe, prima dei fratelli Grimm, mai e poi mai le avevano raccontate come se fossero destinate soltanto ai piccoli. Giovanbattista Basile e Charles Perrault non si rivolgevano solo ai piccoli, ma anche ai grandi.
Il Pitrè pare a volte consideri i racconti popolari come narrativa per bambini come era usuale nelle classi colte (Aurora Milillo, prefazione a Fiabe Novelle e Racconti popolari siciliani di Giuseppe Pitrè). C'è appunto il precedente delle "Fiabe del focolare" dei F.lli Grimm, un libro di narrativa per ragazzi scolarizzati. Giuseppe Pitrè nella scelta-filtro dei racconti si fa guidare dal "senso comune". Scarta le sconce, ma non disdegna quelle che presentano i costumi del popolo e dei contadini in maniera paludata. Ha repulsione per la sconcezza sguaiata, ma non può fare a meno di presentare dei racconti che alludono blandamente, come apprezza l'ironia, l'arguzia e l'intelligenza dei popolani. Ma sempre racconti di villani sono quelli che va raccogliendo, di gente che vive ai margini, oppressa dai bisogni e che se riesce a sopravvivere lo deve a un  profondo attaccamento alla vita. 
Come sostiene il Cocchiara, l’opera del Pitrè presenta due aspetti, uno storico e l’altro poetico, rivelando “un’umanità viva e vibrante” per cui egli era convinto che era giunto il tempo di studiare con amore e pazienza le memorie e le tradizioni, per custodirle.  Da questo nacque anche la creazione del Museo Etnografico, dove raccogliere tutti i materiali e gli oggetti pazientemente ricercati per la Sicilia, che come detto nell'introduzione, oggi porta il suo nome, ed è ospitato nella palazzina cinese, all’interno del Parco della Favorita a Palermo.
Nel 1990 fu chiamato ad insegnare demopsicologia (come lui era solito chiamare il folklore), quando già aveva acquistato fama e apprezzamenti nell’élite culturale del tempo. Già nel 1894 aveva, infatti, pubblicato la Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, intrattenendo rapporti con i più importanti studiosi specialmente della scuola toscana.
Instancabile studioso, innamorato della sua terra, scrisse anche Palermo cento e più anni fa, prezioso ed introvabile volume, e saggi su Meli, su Goethe a Palermo, sulla Divina Commedia, raccogliendo anche novelle popolari toscane.
La collaborazione con Salvatore Salomone Marino andò oltre, col Lui fondò nel 1880, dirigendola fino al 1906, la più importante rivista di studi sul folklore del tempo, "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari", ed intrattenne una fitta corrispondenza con studiosi di tutto il mondo. Queste lettere sono oggi conservate in una sezione del museo etnografico di Palermo e ad esse continuano a rivolgere attenzione come fonti preziose gli studiosi contemporanei d'antropologia.
Per i suoi meriti e la sua fama fu nominato Senatore del Regno il 30 dicembre del 1914, quando anche in America venivano tradotte e pubblicate le sue opere per le Edizioni Crane, specialmente i proverbi e le fiabe, la cui radice comune a tanti popoli egli aveva esaltato rivendicando in una lettera ad Ernesto Monaci la loro ricchezza linguistica con queste parole: "Che bellezza, amico mio! Bisogna capire e sentire il dialetto siciliano per capire e sentire la squisitezza delle fiabe che sono riuscito a cogliere di bocca ad una tra le mie varie narratrici”.
Da sottolineare le  belle pagine dedicate alle storie dì Giufà (personaggio da lui inventato) e alle feste popolari siciliane, di cui piene di poesia sono quelle del Natale e dei Morti.
Cosa successe?
La prima edizione delle Fiabe  ebbe subito dei riconoscimenti internazionali, ma fu accolta inizialmente dal disprezzo e dallo scandalo di letterati e uomini rispettabili locali (Aurora Milillo, ibidem).
"Il dottor Pitrè ha pubblicato quattro volumi di porcherie" scrisse allora la Gazzetta di Palermo.
Lo rammentava lo stesso Pitrè in una lettera del 1914, dove parlava anche dell'indignazione di clienti rispettabili che gli chiedevano come si fosse persuaso a pubblicare "quelle storie" dal momento che gli erano affidate in cura le loro figlie (Raffaele Corso, Reviviscenze. Studi di tradizioni popolari italiane, p.4).  


giovedì 11 dicembre 2014

San Benedetto il Moro - fede e tradizione

San Benedetto il Moro, l'eremita dalla pelle scura: una storia di fede lunga quasi 500 anni

 
di
 
Fede mista a tradizione. Una storia lunga dal 1526 ma attuale fino ad oggi. E' quella di San Benedetto il Moro nato nella provincia di Messina ma riconosciuto copatrono di Palermo nel 1713, insieme a Santa Rosalia. San Benedetto il Moro arriva da San Fratello, ed è figlio di Diana Larcari e Cristoforo Manassari. Entrambi sono cristiani e discendenti da schiavi negri portati dall'Africa. Per le sue virtù, Benedetto fu da sempre chiamato il "santo moro". Impegnato nella custodia del gregge del suo padrone, ben presto scopre la sua vocazione e a 21 anni entra nella comunità degli Eremiti fondata nei pressi del suo paese natale da Girolamo Lanza, che viveva sotto la regola di san Francesco.
Fu quando gli eremiti si trasferirono su Monte Pellegrino a Palermo, che Benedetto fece il suo ingresso in città diventandone appunto copatrono. Aggregatosi ai Frati Minori, entra nel convento di Santa Maria di Gesù, fondato dal beato Matteo di Agrigento dopo aver trascorso tre anni nel convento di Sant'Anna di Giuliana. Tornato a Palermo, presta servizio come cuoco. Famoso per la sua umiltà, dotato di tanto spirito di sacrificio e di soprannaturale carità gli furono attribuiti anche dei miracoli. Una vita di fede assoluta quella di Benedetto che nel 1578 fu nominato superiore del convento. Benedetto diventa dunque maestro dei novizi tanto da far ritenere che avesse il dono della scrutazione dei cuori. Gli sono state riconosciute anche delle guarigioni, fino al giorno della sua morte il 4 aprile 1589. Ancora oggi, San Benedetto il Moro è conosciuto non solo in Italia ma anche in Spagna, nel resto dell'Europa e anche nell'America del Sud.

lunedì 8 dicembre 2014

Alla sorgente dei modi di dire del popolo palermitano


Alla sorgente dei modi di dire del popolo palermitano              di Ugo Arioti

 


In questi giorni di festa, dedicati alla novena della Madonna Immacolata (la Sicilia e terra Mariana), il popolo siciliano tira fuori il suo animo ospitale e fatalista, accogliente con gli amici e i più deboli e indifesi, aspro e duro con i vigliacchi e l’arroganza dei potenti! La festa fa riemergere l’antica fierezza della mia Gente che non ha mai avuto timore al cospetto con chi tiene lo scettro del Comando. Questo mi fa tornare in mente i sonetti e i versi scanzonati di un poeta palermitano del seicento entrato nell’immaginario del popolo siciliano col nome di Petru Fudduni. Petru, che di mestiere era un “taglia pietre”, mestiere piuttosto duro e povero, aveva un cuore e un anima sensibile, soprattutto per la miseria umana,  le sue poesie sono perle di ritmo e sentimenti. Petru, però, è più noto come improvvisatore di rime fulminanti, ragion per cui molti lo ricordano per le sfide che lanciava, ad ogni piè sospinto, a chi lo interrogava o a chi voleva elergirgli una elemosina, a tal proposito notissima è la risposta che diede al servo della Principessa di Trabia, sua fans segreta, che vedendolo passare sotto il suo balcone con una nuvola di capelli, spettinato e in disordine, gli volle mandare dei quattrini perché potesse andare da un barbiere e rimettersi in ordine, era un uomo rude ma fascinoso il nostro Fudduni, ma sentite che rispose ripassando sotto il balcone della Principessa: “ Curriti tutti mastri pittinari/ curriti tutti pi pittinari a mia/ e s’un aviti corna di sirrari/ sirraticcilli o Principi i Trabia!” (Correte maestri pettinatori, correte tutti per pettinare a me/ e se non trovate corna (i pettini allora erano fatti di corna) da segare/ segate quelle del Principe di Trabia (consorte anziano e decrepito della Principessa). Certo questo suo modo di essere gli procurò molti guai, diciamo così, con la giustizia del tempo e queste risposte a tamburo battente che lasciano di ghiaccio l'ascoltatore sono scolpite nella memoria tramandata del popolo siciliano, sono come una password che da accesso al database Panormus! Ma, il nostro, che le cantava ai Nobili e ai Potenti dell’epoca era anche, ante litteram, un studioso dei mali sociali e nei suoi componimenti trattava spesso temi come la miseria e le difficoltà del popolino, dei lavoratori e dei poveri. Secondo me avrebbe accolto con rime gioiose l’attuale nostro papa! Le sue poesie e dispute a suon di versi sono talmente radicati nell’animo palermitano da poterli chiamare “proverbi popolari”, modi di dire!

Quindi, parlando di domande e risposte letali, eccovi una piccola vetrina di “delizie”!

DUMANNA (Domanda del figlio “studiato”!):

Tu si' lu Petru di tutti li petri, 
ca fai li petri longhi, tunni e quatri; 
chi nni fai di li grana di sti petri, 
ca si' arriduttu comu spinna-quatri
(spinna-quatri=morto di fame)?

RISPOSTA DI PETRU:
Eu su ' lu Petru di tutti li petri, 
e fazzu petri longhi, tunni e quatri; 
li dinari chi vuscu di li petri 
mi li manciù cu dda troia di to matri.

DUMANNA (di uno che si sentiva scaltro e invece era un fannullone (passuluni)!):

La sapienza di Petru Fudduni 
canusci un porcu mezzu li 'addini
(‘addini=galline)?

RISPOSTA:

La sapienza di Petru Fudduni 
canusci un porcu mezzu li 'addini; 
puru canusci a tia, gran passaluni, 
ca nun ti sai dari un pezzu di pani.

Quindi,  parlando di domande e risposte,mi piace infilare quella che Petru diede al sommo dotto dell’epoca: il Dotto Tripi, che per sua disgrazia, firma anche la domanda!

NNIMINO ( Indovinello)
Rispunni: cui filau la prima stuppa? 
Cui fu ca maniau la prima zappa? 
Cui fu ca sprimintau la prima suppa? 
E chi cos'è ca cu lu tempu arrappa? 
Cui fici la galea senza puppa? 
Lu pisci ch'intra di la riti 'ncappa? 
Quannu, pueta, mi sciogghi sti gruppa, 
Ti poi chiamari pueta di cappa.
Lu dottu di Tripi

Èva fu ca filau la prima stuppa, 
Adamu maniau la prima zappa, 
Noè la sprimintau la prima suppa, 
E l'omu è chiddu ca 'nvicchiannu arrappa; 
La donna è la galea senza puppa, 
L'omu è lu pisci chi 'ntra riti 'ncappa; 
Su' pueta, e su' scioti li to' gruppa, 
lu già sugnu pueta, e tu sì rappa.
Petru Fudduni

Questo indovinello, trabocchetto, lo traduco per miglior comprensione!

INDOVINELLO

Rispondi: chi filò la prima lana?
chi maneggiò la prima zappa?
chi fu che sperimentò la prima zuppa?
e qual'è la cosa che il tempo raggrinza?
Chi fece una galea senza poppa?
qual'è il pesce che dentro la rete incappa?
Quando poeta, mi sciogli questi nodi,
ti puoi chiamare poeta di cappa.
(firmato) Il dotto di Tripi

RISPOSTA DI PETRU FUDDUNI al Dotto di Tripi:

Eva fu che filò la prima lana,
Adamo maneggiò la prima zappa,
Noè sperimento la prima zuppa,
e l'uomo è colui che invecchiando raggrinzisce:
La donna è la galea senza poppa,
l'uomo è il pesce che nella rete incappa;
Io già sono poeta e tu uomo di nessun conto,
firmato:Petru Fudduni

 

lunedì 31 marzo 2014

la madonna di trapani ( leggende e miti del mare siciliano)


Il Mare, la grande madre di tutti noi che viviamo nell’Isola, è quel grande raccoglitore dove si aggregano culture, conoscenze, esperienze, riti, miti e leggende che hanno seguito il cammino dell’uomo su questa Terra di mare e focu. Io non saprei vivere lontano da queste spiagge, da questi monti che si immergono nell’Oceano mediterraneo, da queste ricchezze che mi fanno sudare, patire, amare, soffrire, vivere e mi accompagnano fino all’ultimo respiro. Anche se non ho mai armato, intrecciato o rammendato una rete odo gli echi profondi e vivendo con i marinai e i pescatori vengo proiettato in una dimensione straordinaria, dove il tempo perde il suo significato, ed i confini geografici non hanno più valore. Sono la levatrice  della leggenda; vivo il mito che il grande grembo marino riporta con le conchiglie e la sabbia e le alghe spezzate verso riva sugli arenili dove vanno a dormire le Meduse e il mito di Nettuno rimbomba negli orecchi dei bambini.

In questa rubrica mare e mito, il sacro e il profano per mare, raccogliamo storie di mare e ve le presentiamo come in un rito di specchi infiniti che attraversano lo spazio e il tempo per ricondurci all’origine, alla madre delle madri, all’inizio che vorremmo conoscere e amare.

Ugo Arioti

LA MADONNA DI TRAPANI, narratore Pio Solina (la vicenda accade negli anni ’60 del 1900)
“Con noi in barca c'era Lorenzo, eravamo alla Secca Dimanno, a levante dell'isola di Levanzo, lavoravamo a occhiate, como spuntava 'a luna; Lorenzo era picciriddo, aveva tredici, quattrodici anni, e veniva con noi da 'na misata, un mese circa.
Ad un certo punto gli venne un fortissimo dolore allo stomaco, era notte, e si gettò sulla coperta della barca e s'inturciuniava tutto, si contorceva per il male, dolore da morire, "Staio murennu" gridava, e così mettemmo la prua per terra, lo volevamo portare all'ospedale. Un'ora di navigazione e saremmo arrivati a Trapani.
Quanno parse a iddu, che nuiatri stàvamo finenno di tirare u conzu che ppoi u portamo a Trapani, iddu, picciutteddu, gridao :"Bedda Matri di Trapani, fammi passare ‘stu dulure, che m'affari moriri?". Proprio così gridava. Lorenzo era disperato e invocava la Madonna di Trapani, protettrice dei marinai. U cielo stiddato come ‘sta nuttata 'un ci 'nnastatu mai, un cielo netto, stiddato, bonazza, tutto 'nta na vota in cielo si forma ‘na Maronna, com'è a Maronna Trapani,’na statua, bianca, una fiamma lucente che proprio si viria 'u quadro da Maronna proprio perfetto; durao tri, quattro minuti, iò taliava accussì, nta facciata ‘Levanzo, ntall'aria, e virìa come a Maronna. Poi scumpariu ‘sta cosa, e  io mi fici 'a cruce all'uso meo. Dopo l’apparizione della Madonna in cielo a Lorenzo passò il dolore alla pancia, e noi lavorammo tutta la notte e riempimmo la barca di pesce. E' da allora che Lorenzo non ha più dolori”.

La Madonna di Trapani, venerata in tutto il Mediterraneo, è particolarmente cara ai marinai, e le leggende legate al suo arrivo a Trapani – datato intorno alla metà del 1200 sono tutte collegate al mare. Sono due le versioni del suo arrivo in città, ed entrambe hanno una base comune: la statua arriva dalla Terrasanta, portata via dai cavalieri templari per sottrarla ai saraceni che stavano riappropriandosi della loro terra e della loro fede.

  1. La nave che trasportava la statua a Pisa, terra del cavaliere che l’aveva presa in custodia, nei pressi di Trapani urtò contro il fondale e si aprì una falla nella carena; quando venne tirata in secco si scoprì che un pesce – un nasello/merluzzo – aveva otturato il buco evitando l’affondamento della nave, e da allora guardando controluce la spina del pesce si intravede l’immagine della Madonna. Sbarcata la statua sacra, questa venne posta su un carro per portarla dentro la cinta muraria, ma i buoi arrivarono al convento del Carmine e non vollero più muoversi. Nessuno reclamò la statua, che così restò a Trapani nel convento che divenne il Santuario dell’Annunziata.
  2. La nave diretta a Pisa fu colta dalla tempesta a Lampedusa, poi arrivò a Trapani il 6 agosto, ma ogni volta che ripartiva si scatenava la tempesta ed era costretta a tornare indietro. I marinai superstiziosi si convinsero della impossibilità di partire alla volta di Pisa con la statua a bordo, e la lasciarono al console dei pisani che aveva sede in città. Il console, avuta notizia che un’altra nave sarebbe partita per Pisa da Palermo, dispose il trasporto della statua nella capitale dell’isola ma i buoi che tiravano il carro arrivati davanti al convento del Carmine non vollero più muoversi; il console pisano interpretò i segni divini e la volontà dei trapanesi, e non inviò più la statua a Pisa. Furono i marinai trapanesi a portarla dentro il Santuario.

La storia delle tonnare è ricca di episodi leggendari, correlati ad avvenimenti reali, che dimostrerebbero quanto può influire sull’andamento della pesca  un Dio ben disposto; si devono al canonico Antonino Mongitore (“Della Sicilia Ricercata nelle cose più memorabili”, 1743) alcuni racconti straordinari di interventi divini nelle tonnare: così il Beato Pietro Geremia, dapprima scacciato dalla tonnara palermitana dell’Arenella dove era andato a chiedere l’elemosina, avrebbe riportato fra le reti i mille tonni che ne erano fuggiti, dopo il ravvedimento del padrone che si decise ad elargire una ricca prebenda per timore di perdere la stagione di pesca.
Straordinari i poteri del Venerabile Servo di Dio Frà Innocenzo da Chiusa, devotissimo di Sant’Anna, che fece da tramite fra la Santa ed i generosi gestori delle tonnare delle Egadi affinché la stagione di pesca si concludesse nella migliore maniera, come in effetti avvenne: di volta in volta i tonni arrivarono fra le reti col nome di Sant’Anna scritto “nelle reni”, e addirittura nella tonnara di Formica con le “vertule” (bisacce) al collo. Oggi sappiamo che le “vertule”/bisacce non sono altro che muscoli che sotto lo sforzo assumono un colorito diverso dal resto del corpo, ma ancora pochi anni addietro un bravo tonnaroto di Bonagia raccontava che una volta fu fatta una mattanza di tonni enormi, grossissimi, “e tutti chi stampe ‘ccà, nel fianco, e da allora non è successo mai più”.

La fede ha sempre avuto un ruolo molto importante per i pescatori in generale, e per i tonnaroti in particolare: “… preme l’osservanza della religione da cui giudica di dover dipendere non poco il buon esito della pesca …”, scriveva nella seconda metà del XVIII secolo l’abate Cetti, parlando dei rais del tempo.
Il rapporto con Dio e i Santi, ma anche con le potenze numinose che tanta parte hanno nelle credenze popolari,  è continuo: apre la giornata con le preghiere dette dal rais o dal capomuciara; prosegue con i riti dell’ingresso e della uscita dallo spazio sacro dell’isola – “Bongiorno tunnara” o anche “Santo bongiorno” all’arrivo, e poi “Bona notti, bona sorti, bona tunnara” quando è il momento di tornare a terra, che ricordano il “Buon giorno/buonasera a tutta la compagnia” rivolto ai “patruneddi ‘casa”, spiriti/numi tutelari della casa, chiara la discendenza pagana degli dei protettori della casa e del focolare.
Prosegue ancora con il rispetto portato alla “cruci” su cui sono fissate le effigi dei Santi  (gli uomini si levano il cappello), sormontata dai rami di palma, pianta anch’essa dalle forti connotazioni religiose ( rami di palma o di olivo venivano portati sulle barche  - e sui carri dai contadini – la Domenica delle Palme, e con questi i pescatori adornavano i “campioni” di poppa o di prua). La palma – o croce – segna l’ingresso nello spazio sacro della tonnara, dove il tempo i gesti e le parole acquistano un significato particolare.
La mattina appena fuori dal porto il rais a poppa della muciara si leva il cappello e prega i Santi perché proteggano la tonnara e favoriscano la pesca:

Un Credo ‘u Signuri

‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu di Trapani
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Carvariu
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Rosariu
‘Na Salve Regina a Santa Teresa
Un Padre Nostru ‘u Patriarca San Giuseppe
Un Padre Nostru a San Francisco ri Paola
Un Padre Nostru ‘o Sacro Cuore ri Gesù
Un Padre Nostru a Sant’Antoninu
Un Padre Nostru a San Petru chi prea ‘u Signuri pi ‘nnabbunanti pisca

La ciurma risponde in coro:

Che Diu lu faccia!

Rais

Requemeterna ‘i Santi priatori d’i nostri morti. Santo Bongiorno!

 

 

domenica 9 marzo 2014

maschere di ieri e di oggi nel grembo delle Grande Madre Sicilia



Le prime notizie storiche certe sul Carnevale siciliano risalgono al 1600 e riguardano la città di Palermo e, col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano. Ma bisogna dire che già dalla metà del XVI Secolo un personaggio non scritto in copioni teatrali, ma partecipato e visto nelle pubbliche piazze della capitale del regno delle due Sicilie è Peppe Nappa. "Peppe Nappa è la più antica maschera siciliana e una delle più antiche tra quelle italiane. Come Pulcinella e Arlecchino, essa deriva dalle tipizzazioni delle maschere del teatro comico romano e si afferma, intorno alla metà del XVI Secolo, con la nascita, in Italia, della Commedia dell'arte che a Palermo ha assunto la forma della “Vastasata”, e a Catania quella del “Cu nesci parra”. Il suo antenato diretto è il “Zanni”(nome che, in dialetto bergamasco sta per “Giovanni”), prima maschera dialettale italiana che rappresenta il servo tonto e scroccone. Anche Peppe Nappa è un servo sciocco, regolarmente picchiato per ogni guaio che combina. Il soprannome “Nappa” contribuisce a caratterizzare il soggetto, associandolo all'elemento simbolo della miseria che è rappresentato, nell'immaginario collettivo, dalle “pezze” su abiti laceri. I suoi abiti, infatti, sono poveri, anche se non hanno toppe. Concetta Greco Lanza, in una introduzione al libro “Farse di Peppe Nappa” di Alfredo Danese (Edizioni Greco- Catania), ce lo descrive così: “È pigro e spesso compare in scena sbadigliando e di contro sa essere agilissimo e accenna a caso, passi di danza. Non porta maschera, non s'infarina, ha il volto raso e sottili sopracciglia; ha molti punti di contatto con la maschera francese di Pierrot, ma ne differisce nell'abito; infatti indossa una corta giacchettina azzurra con grandi bottoni, calzoni lunghi fino alla caviglia, ha sul capo un cappello dalle falde rialzate sopra una stretta calotta piana, scarpe bianche con fibbie, maniche lunghissime, fascia al collo.”.  Le guerre, le malattie, la condizione sociale allora divennero un grande contenitore dal quale attingere le caratterizzazioni del Teatro dell’Arte fatto in strada e partecipato da tutti. Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei "Jardinara" (giardinieri) e dei "Varca" note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei "briganti" e quella del "cavallacciu" note soprattutto nel catanese. Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei "Dutturi", dei "Baruni" e degli "Abbati". Si può citare, ancora, la vecchia maschera della "Vecchia di li fusa" presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l'uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale. Sempre in prossimità della città di Modica - Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei " 'Nzunzieddu", cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa. Oggi un’altra maschera è comparsa nel teatro dei mercati antichi tra splendide montagnole di olive e affabulanti odori di timballetti di pasta al forno, sfincioni (scarsi d’olio e pieni di polvere), e roboanti ufo pieni di spazzatura: il “Rivolusionario”! In fondo la Sicilia gattopardesca dove Manfredi affronta il famoso “muro di gomma” per ricadere nel dejàvù è sempre presente a se stessa e partorisce in continuazione maschere grottesche! È l’animo del genius loci, Re Palermo!
Zaratustra