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venerdì 27 ottobre 2017

Annata ricca, massaru cuntentu - Pubblicato: 24 Ottobre 2017 Su Antimafia Duemila La campagna olearia in Sicilia di Salvo Vitale

E' il titolo di una famosa commedia di Nino Martoglio. E la campagna olearia di quest'anno, si può dire sin da adesso non un'annata ricca, ma eccellente, sia per la qualità che per la quantità di olio che si produce. Gli alberi sono stracarichi e, malgrado la siccità e lo scirocco, buona parte delle olive sono rimaste attaccate all'albero, chiaro segnale che l'oliva è "sinsera", cioé non ancora attaccata dalla mosca olearia. Si può solo notare che, nel rapporto qualità-quantità la buona qualità spesso perde qualcosa quando c'è una grande quantità, e la resa è minore, ma è un dettaglio occasionale.
Quello di stabilire come e quanto "ietta", l'oliva, ovvero la resa, è un calcolo che varia anche in rapporto ai paesi del circondario. Premesso che, nel rapporto peso-olio il peso delle olive è in chili, mentre quello dell'olio è in litri, e che c'è quindi una differenza che non viene calcolata, in diverse zone della Sicilia la media è fatta sulla base del "sacco di macina", che è di 33 chili: tre sacchi corrispondono a cento chili. Se cento chili di olio rendono in media 15 litri di olio, l'oliva "ietta" a cinque, cioé cinque litri per ogni sacco da 33 chili. Oggi più sbrigativamente ci si ferma alla percentuale di resa per ogni 100 chili. La resa si aggira dal 12 al 22% e dipende da molti fattori, essenzialmente dal grado di maturazione delle olive, dal tipo di oliva, dal tipo di terreno in cui cresce l'albero, dalla potatura, da eventuali irrigazioni, concimazioni, aratura e trattamenti di disinfestazione. Sono i comuni in cui esiste un'anagrafe dell'olio, e che si preoccupano di calcolare la quantità d'olio realizzata sommando quanto molito dai vari frantoi della zona.
Un buon olio si valuta dalla maggiore o minore intensità, lata da tre elementi fase, il fruttato ovvero il profumo, l'amaro e il piccante. C'è gente che giudica sbrigativamente in modo negativo un olio che pizzica il palato o brucia un po' la lingua, ma si tratta di inesperti che pretendono di sapere e ai quali si può vendere, con loro grande soddisfazione, un olio scarso e magari "miscatu", cioé con aggiunta di olio di semi o di olio vecchio.
Si tenga presente che il colore è del tutto ininfluente nel valutare la qualità, perché esso cambia costantemente, (olio verde chiaro, giallo, verde scuro, marrone ecc.)sia in rapporto alla luce che alla conservazione, che alla contrada di provenienza: anche la densità non è fondamentale: ci sono oli ben sedimentati, con la morca che, dopo qualche mese si deposita sul fondo e che bisogna togliere travasando, e oli che ancora presentano residui di molitura, che alcuni preferiscono mantenere.
Olive sane, molitura accurata e conservazione sono i tre elementi che qualificano l'olio: la conservazione è affidata anch'essa a tre elementi di base, l'aria, la luce e il calore. L'aria è nemica dell'olio, ne disperde il profumo e ne modifica il sapore: è preferibile conservare l'olio in bidoni d'acciaio che abbiano un rubinetto nella parte inferiore, in modo che, al momento del trasferimento in bottiglia non si introduca aria nel contenitore, ma è anche importante preservare l'olio al buio, lontano da fonti di luce e di calore, tenuto conto che la temperatura ideale non dovrebbe scendere sotto i cinque gradi nè andare oltre i 25.
Non ci inoltreremo su note tecniche legate alla presenza di polifenoli e alle varietà di alberi di olivi presenti: senza dubbio il re degli ulivi è il cerasuolo. Una nota merita anche il tipo di potatura:nel trapanese è tipica la potatuta bassa, in modo da facilitare la raccolta.
Un buon olio extravergine di oliva non deve avere più dello 0,8 di acidità e la qualità dell'olio va anche valutata sulla base di questo elemento, a partire dal tasso minimo, che è dello 0,2, cioé un olio leggerissimo che non dovrebbe causare disturbi di alcun tipo, ma solo vantaggi nutritivi e degustativi. L'olio vergine ha, come quello extravergine un grado di acidità valutabile dallo 0,8 a due gradi, il resto è da rettificare, cioé da affidare a macchinari che sono in grado di far diventare appetibile, colorato e profumato anche l'olio più "fitusu".
E allora, visto che abbiamo la fortuna di crescere in una terra in cui con l'olio ci si può fare il bagno, ci si può preparare a gustare quella che è una delle sette meraviglie della natura, la "muffuletta caura cunsata cu l'ogghiu appena nisciutu r'a macina". (schiacciata calda condita con olio appena uscito dal frantoio), magari con un pizzico di sale e pepe.

mercoledì 7 giugno 2017

IL TRISTE CASO DEL POVERO “ZZU TOTÒ”

IL TRISTE CASO DEL POVERO “ZZU TOTÒ”, HA RIEMPITO OGGI GIORNALI, INTERNET, FACEBOOK E TUTTI I MEZZI D’INFORMAZIONE, AL PUNTO CHE SIAMO PERPLESSI SE OCCUPARCI ANCHE NOI DI QUESTO ARGOMENTO O SE FARE FINTA CHE NON ESISTE. TUTTA L’ITALIA SI È SCHIERATA IN FAVOREVOLI E CONTRARI A CHE U ZZU TOTÒ ABBIA DIRITTO A UNA MORTE DIGNITOSA. LA COSA NON È COSÌ SEMPLICE.
U zzu Totò è malatu. La Cazzazione parla di “complessivo stato morboso del detenuto e di condizioni generali di decadimento fisico”. La difesa dice e documenta che il boss è “affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa”, che non riesce a stare seduto ed è esposto “in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili”.
E se non riesce a stare seduto vuol dire che c’è qualcosa che non funziona in quella parte delicata da cui fuoriesce tutto l’essere di quello che fu il capo dei capi e che ora, si dice, è ridotto a una larva umana. Oddio, qualche dubbio viene sempre: gli avvocati difensori, è il loro lavoro, e i medici di parte sono portati ad amplificare le condizioni di partenza, per documentare le loro richieste, ma ammettiamo che u zzu Totò stia davvero male: è giusto lasciarlo morire in carcere come un cornuto, oppure va accolta la richiesta di differimento della pena, o in subordine della detenzione domiciliare? Cioè lo portiamo a morire in qualche clinica o direttamente a casa sua a Corleone, vicino alla sua amata Ninetta e ai suoi figli? La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all’udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta dal tribunale di sorveglianza di Bologna che non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l’infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Gli avvocati hanno fatto ricorso e adesso la prima sezione penale della Cazzazione ha accolto questo ricorso. Tuttavia, leggiamo in una notizia ANSA, ferma restando “l’altissima pericolosità” e l’indiscusso spessore criminale “il tribunale non ha chiarito” come tale pericolosità “possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico”. La parola passa ora nuovamente al tribunale di sorveglianza che non ha ancora fissato l’udienza per discutere il ricorso.
In una sua nota il Partito Radicale, che come sempre è garantista, sostiene che “la forza di uno Stato non risiede nella sua ‘terribilità’, come diceva Leonardo Sciascia, ma nel diritto, cioè nel limite insuperabile che lo Stato pone a se stesso proprio nel momento in cui deve affrontare il male assoluto. Se quel limite viene superato a morire non è solo Totò Riina, così come è stato lasciato morire Bernardo Provenzano, come rischiano di morire alcuni ultra novantenni ancora in 41 bis nel carcere di Parma o come Vincenzo Stranieri ancora in misura di sicurezza in regime di 41 bis nonostante abbia scontato la sua pena e sia gravemente malato. A morire è lo Stato di diritto”.
Più duro è Beppe Lumia, secondo cui “Il sistema carcerario italiano è in grado di garantire le cure necessarie ai detenuti. Riina è un carnefice spietato e ancora pericoloso. Per cui è necessario non dare segni di debolezza che potremmo pagare amaramente”. “Non scordiamoci quanto fino a poco tempo fa egli sosteneva nei dialoghi intercettati in carcere dalla Procura antimafia. Dialoghi agghiaccianti nei quali il capo dei capi parlava di piani mafiosi e omicidi da compiere”.
E quindi si ripropone il quesito: è giusto lasciar morire in carcere, sia pure assistendolo nelle sue cure un boss che ha sulle spalle un numero impressionante di delitti e di ergastoli, oppure è più umano farlo morire con l’assistenza e il conforto dei familiari? Per chi lo avesse scordato, u zzu Binnu, cioè Bernardo Provenzano, malgrado le richieste di umanità, oltre che di cure specializzate, avanzate dal figlio, è stato lasciato morire in carcere quando ormai era ridotto a una larva, incapace anche di muoversi o di riconoscere qualcuno. Si può dire che in quel caso “hanno buttato la chiave della cella”.
Ma signori miei, u zzu Totò è u zzu Totò. Ancora oggi è riconosciuto il capo in assoluto. Dopo di lui il diluvio. È la memoria storica di quarant’anni di mafia, il protagonista in assoluto, l’uomo che sfidò lo stato appartandosi con pezzi dello stato. U zzu Totò, in quanto l’espressione più alta di Cosa nostra, va trattato con rispetto. Se dovesse aprire il rubinetto, chissà cosa verrebbe fuori! Quindi noi siamo favorevoli a che sia portato fuori dal carcere in uno zoo, dove ci sia un gorilla arrapato o in una stalla dove ci sia un asino sbrogliato, affinché, visto che non può stare in piedi, facciano con lui quello che lui ha fatto patire agli altri. Dante la chiamava la pena del “contrappasso”.
Il problema è che in Italia secoli di limitate interpretazioni del Cristianesimo hanno perforato il cervello anche a persone intelligenti. E il Cristianesimo prevede come sua condizione il perdono. Ogni tanto troviamo qualche idiota intervistatore televisivo porre alle vittime si qualsiasi ingiustizia questa idiota domanda: lui lo perdona? La risposta più tagliente è stata data con un NO secco da Felicia Impastato a chi gli chiedeva se avesse perdonato Badalamenti. Nel nostro caso il perdonismo si incrocia con il garantismo e, davanti al diritto di essere curato o incurato, viene aggiunto quello, sinora non previsto da nessuna disposizione, di morire nel proprio letto. E qua è di prassi l’alzata di scudi. Si ha l’impressione che tutto il fumo sollevato da questo caso sia stato fatto deliberatamente per sollevare un’alzata di scudi, una sana boccata d’antimafia, dal momento che è giusto che il nostro povero zzu Totò possa esser lasciato morire in pace nella sua cella, senza che qualcuno lo butti fuori da quella che oggi e da molto tempo è la sua casa.
E del resto c’è un altro problema teologico: Papa Francesco ha scomunicato i mafiosi. Può un mafioso scomunicato andare in Paradiso? No. Papa Woytila ha gridato: “Mafiosi, per voi verrà il giudizio di Dio”. Può Dio giudicare un mafioso perdonandolo? La cosa pare difficile, ma bisogna pure tenere presente che qualsiasi assassino può pentirsi un momento prima di morire, e quindi può finire in paradiso. Quesito: il pentimento estingue il peccato? Per i protestanti sì, per i cattolici no, perché ci vuole la confessione. E mettiamo che Totò Riina si pentisse e si confessasse. Come la mettiamo? Mettiamo che, a seguito di giudizi vari di Cazzazione dovesse finire in paradiso, come la prenderebbero gli i beati e i santi? Secondo noi “i carcagnati nculu un fussiru normali”. (Traduzione per chi non capisce il siciliano: "I calci in culo non sarebbero normali")
(Salvo Vitale) - Trasmesso a Telejato 6.6.2017)