Visualizzazione post con etichetta Lo Stato e le Mafie. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lo Stato e le Mafie. Mostra tutti i post

domenica 6 agosto 2017

la mafia del fuoco e l'inezia della Regione e dello Stato


Sono 47 gli incendi divampati oggi in Sicilia. Le zone maggiormente colpite sono le province di Enna e Palermo. Sono tutti dolosi e provocati da chi vuole tenere il controllo dei pascoli o del territorio con la violenza. Si chiama: MAFIA. Ma contro questa delinquenza organizzata cosa c'è? Niente, anzi, un apparato di "forestali" conniventi con le organizzazioni delinquenziali (non facciamo d'ogni erba un fascio, ma anche quelli che non parlano per non disturbare i traffici dei loro colleghi delinquenti, per noi, sono conniventi). C'è una disorganizzazione totale e, a nostro avviso, organizzata, del corpo forestale siciliano che ormai è obeso. Manca il controllo sui luoghi e le normali operazioni di manutenzione dei boschi. Infine manca una legge che condanna all'ergastolo i fuochisti e i loro complici e mandanti, considerati, ancora oggi ipocritamente, "malati". 
U.A.

mercoledì 19 luglio 2017

La mafia del fuoco

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando
La pineta di Castel Fusano a Roma devastata dalle fiamme (agf)
Dietro gli incendi non c’è un disegno eversivo o una regia unica. Ma una serie di ragioni che mettono lo Stato in ginocchio. Si evocano piani eversivi per nascondere la realtà dei territori abbandonati. È la bonifica criminale per eccellenza: con le fiamme si fa spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Il territorio è in balìa di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento
L'ITALIA brucia. Le domande che vengono poste sono ogni estate sempre le stesse e da sempre restano inevase: perché brucia tutto? Com'è possibile? Chi sono i responsabili? Perché non si spegne in tempo? I cieli italiani sono rossi di fiamme e non per mero caso. Ma nemmeno, come ho sentito dire al governatore della Campania Vincenzo De Luca, per un disegno eversivo o un attacco alle istituzioni. Se l'Italia brucia i motivi sono molteplici e assolutamente controintuitivi. "Con questo caldo basta una cicca di sigaretta per incendiare tutto", "È responsabilità di piromani", "Si dà fuoco a poveri animali che poi correndo incendiano intere foreste ": leggende metropolitane, menzogne cui è facile credere e che facilmente si raccontano per trovare soluzioni che non implicano approfondimento. L'Italia brucia per cento motivi: vogliamo provare a elencarli tutti?

Quasi impossibile. L'Italia brucia per bloccare le concessioni edilizie che le organizzazioni criminali usano per ricattare le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori. Sì proprio così, credevate forse che bruciare servisse a incenerire pini, noci e ulivi per far spazio a palazzotti e ville abusive? Questo accadeva 20 anni fa. Dopo la legge- quadro per la lotta agli incendi boschivi non si può edificare per 15 anni e quindi cosa fanno i clan? Appena vengono a sapere che una zona può diventare edificabile, bruciano per bloccarla. Il messaggio è: prima di decidere se rendere edificabile o meno un terreno bisogna mettersi d'accordo con noi o negoziare un prezzo con noi, altrimenti con il fuoco blocchiamo tutto. Questa è la pratica. Ma la legge, come spesso accade, lascia spazio a strategie in grado di poterla aggirare perché "Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all'incendio per almeno quindici anni". Se così recita la legge, sapete cosa spesso accade e soprattutto a sud? Che non vengono definiti, i territori bruciati, zona boscata o pascolo, ma zona agricola. E per le zone agricole la legge non entra in vigore. Quindi bruci e puoi costruire.

Bruciare è la bonifica criminale per eccellenza: si brucia per fare spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Si brucia perché così le discariche abusive si consumano e bruciando alberi si ha più spazio per poter scavare e creare nuove discariche. L'Italia brucia perché le agenzie private, che forniscono sicurezza e monitoraggio del territorio, vengano ingaggiate e preferite alla sicurezza pubblica. Se non si appalta la sicurezza di un'area boschiva a specifiche agenzie private, la vendetta è il fuoco. Ma l'Italia brucia anche per molti altri motivi, privati e di rivalsa personale. Il fuoco viene appiccato, come mostrano le recenti indagini dei carabinieri, anche per un permesso edilizio non concesso, un divieto di caccia applicato ad aree adibite alla caccia per anni. Ed ecco che il fuoco diventa per organizzazioni criminali, gruppi di pressione e singoli cittadini la soluzione, e lo diventa perché è ormai chiaro che lo Stato non ha possibilità di far fronte all'emergenza. Chiunque voglia oggi esercitare un'azione di ricatto sa che con il fuoco può farlo. E non si tratta di piromania che è una patologia, ovvero ossessione verso il fuoco, ma di calcolo, di freddo calcolo. Spostare il problema altrove è il solito gioco furbo della politica. Addirittura ho sentito il sindaco di Catania parlare di "regia unica dietro tutti gli incendi" adducendo come prova di questa sua tesi non fatti, ma sensazioni. Non vorrei fare facile ironia, ma mi tornano in mente le parole del Procuratore della Repubblica (sempre) di Catania sulle Ong, su alcune delle quali disse di nutrire sensazioni negative, quasi a Catania dai rubinetti uscissero sensazioni al posto dell'acqua. Questa sembra una digressione polemica, invece serve proprio a mostrare come la politica (in senso lato) abbia sempre tutto l'interesse a spostare il problema altrove per continuare a non dare risposte e soprattutto per allontanare da sé ogni possibile responsabilità.

E all'Italia che brucia la risposta è "disegno eversivo", "regia unica", "attacco alla politica" e non politica distratta, assente, incapace. Quando il territorio viene devastato dalle fiamme, la politica tende a rispondere in due modi, o trattando gli incendi alla stregua di calamità naturali (come terremoti o eruzioni, e davvero il Vesuvio sembrava stesse eruttando) o come cospirazioni, menti occulte e braccia manipolate da regie massoniche. In realtà, come al solito, le dinamiche sono diverse, più complesse, ma anche alla fine riconducibili a una certa razionalità, certo criminale, ma spiegabile senza scomodare complottismi di sorta.

Quindi nonostante la notizia attiri molti click, e tutti i media possibili l'abbiano riportata, non esistono gattini infiammati che correndo devastano intere aree boschive, niente autocombustione o sigarette accese, ma inneschi chimici preparati ad arte e posizionati laddove è più difficile arrivare. E posizionati a favore di vento (come fatto sul Vesuvio). I luoghi comuni sugli incendi sono moltissimi. Il credere anche che sia facile poterli spegnere. Ma come? Il Vesuvio brucia e non si può spegnere il fuoco con l'acqua del mare? Be', l'acqua spegne le fiamme, ma nulla può contro il combustibile, quello solo la schiuma può neutralizzarlo. Ma con il mare così vicino perché non usare quell'acqua a disposizione? L'acqua marina, poiché salata, può causare desertificazione, quindi non è possibile utilizzarla in aree su cui si prevede un lavoro di riqualificazione boschiva.

Per paradosso la cenere concima e l'acqua marina che spegne le fiamme rende sterile il terreno.

Ho provato a sfatare solo alcune delle bufale più diffuse sull'origine dei roghi perché da cittadino non accetto che mi si raccontino fandonie, ma la realtà è che il fuoco è strumento economico di "bonifica criminale". Ogni zona ha i suoi gruppi criminali che bruciano. Bande che vogliono ottenere appalti in cambio della sicurezza delle zone boschive (o mi dai l'appalto o brucio tutto); clan che attraverso il fuoco rendono inedificabili i terreni da cui vogliono ottenere percentuali sulle concessioni edilizie e i lavori di costruzione; e ancora con il fuoco le organizzazioni trasformano parchi nazionali in spazi ideali per le discariche abusive (da materiale plastico a stoffe, rifiuti speciali il cui smaltimento comporta oneri che le aziende aggirano appaltando alla camorra).

Dal Vesuvio alla riserva degli Astroni, ormai distrutta per oltre un terzo, da Roma alla Maremma, alla Costiera Amalfitana, l'Italia brucia come ogni estate con la differenza, significativa, di un dato allarmante che dovrebbe imporre alla politica una seria autocritica: in un solo mese, da metà giugno a oggi, in Italia è andato in fumo tutto quel che è bruciato nell'intero 2016. Quindi nessuna regia unica o piano eversivo, ma solo ciò di cui non si vuole parlare, mai: il fuoco come declinazione - l'ennesima - dell'economia criminale che può esistere perché il territorio è in balia di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento. E poi c'è chi, sempre per evitare di affrontare il problema dalla prospettiva più razionale, tira in ballo il tema della militarizzazione del corpo forestale, mostrando il camaleontismo tipico della politica che prima denuncia gli sprechi e poi, quando si prova ad arginarli, trova che il metodo è sbagliato solo perché sotto quel decreto non c'è la propria firma ma quella della forza politica antagonista. Meglio dire "sbagliato aver militarizzato la Forestale" (nonostante le competenze non si siano perse), che impegnarsi per concedere ai Carabinieri Forestali maggiori strumenti per la prevenzione e ragionare sui mezzi mancanti per far fronte alle fiamme.

Ora, in un Paese come l'Italia, dove i grandi ambiti di investimento e riciclaggio delle mafie sono oltre al narcotraffico proprio edilizia e rifiuti, trattare gli incendi alla stregua di calamità naturali è da dilettanti della politica. Già immagino chi dirà: ma come non vedi quanto l'Italia sia colma di turisti? Perché non dai alla politica e alla gestione del territorio il merito di aver fatto da pull factor per il turismo internazionale. Come è possibile - mi domando io, invece - che chi parla di turismo non abbia capito che l'Italia è meta residuale? Che non potendo andare altrove per timore di attacchi terroristici si viene in Italia dove peraltro, causa incendi, in Sicilia e in Toscana sono state evacuate strutture turistiche? L'assalto turistico non avviene perché è migliorata l'accoglienza, perché sono migliorati i trasporti (provate a raggiungere Puglia o Calabria in treno...), ma perché altrove per paura non si va più.

Oggi di fuoco si parla perché non è possibile ignorare quello che sta accadendo, ma non un politico che abbia descritto la situazione in maniera realistica. Anche il fuoco è usato per scopi elettorali, ma dopo aver cavalcato il disagio e l'indignazione non sarà più un argomento spendibile perché non porta voti: gli eco-reati sono percepiti come secondari rispetto alla disoccupazione, salvo poi non fare mai i conti con l'impossibilità di avere una economia florida in un Paese in cui l'economia criminale è in continua espansione. E se oggi la colpa è dei piromani, della militarizzazione del Corpo forestale, se oggi c'è un piano eversivo, se c'è una regia unica, domani in mancanza di bufale, fake news, pre e post verità, resterà solo puzza di bruciato, devastazione e silenzio. E dove c'è silenzio crescono i clan. Alla prossima estate, ai prossimi incendi.

sabato 15 luglio 2017

I piromani vanno tutti all'inferno, a bruciare nel ghiaccio aeternum

Corre l'anno del Signore duemilaediciasette, le mafie del fuoco, coadiuvate da pezzi di destrutturazione dello Stato e delle Regione a Statuto Speciale e a commissariamento governativo, come la Sicilia, fanno rivivere una stagione di inferno solo per dimostrare che sono esistenti e che possono, la dove non esiste un corpo di manutenzione e protezione dei boschi fare i "belzebù" (moriranno come cani, tirando calci al vento e ingoiando fino all'ultimo il fiele della vita che se ne va). Intanto, l'imbecille Crocetta, il Presiniente della Regione Sicilia commissariata dal corsaro e capo del genio distruttori del Governo di Roma (il Renzusgentil!) lo "sbirro" Baccei di M...a, dice che ci vogliono "PENE PIU' DURE", non comment! 
Ma, non doveva ristrutturare il corpo Forestale, non si doveva avviare la manutaenzione delle fasce boschive? 
E , scusate, ma io so che la Forestale e l'ass.to Agricoltura, hanno un PROTOCOLLO DI INTESA e una CONVENZIONE CON TUTTI GLI ALTRI ENTI TERRITORIALI SICILIANI PER LA PULIZIA E LA PROTEZIONE DELLE FASCE BOSCHIVE LIMITROFE A INSEDIAMENTI CULTURALI; STORICI E AMBIENTALI.
Ricapitoliamo: 1) Non funziona da 5 anni la Politica Regionale in Sicilia, con Crocetta e i suoi magnifici Dirigenti Generali che a far capo dai più pagati e coperti ai più periferici, dire che fanno acqua da tutte le tasche è un eufemismo, sono PARASSITI DEVASTANTI E INCAPACI (Grazie alla MERITOCRAZIA CLIENTELARE);
2) L'apparato amministrativo non funziona, non ci sono mezzi adeguati e il personale è mantenuto, per volontà politica, negli uffici a giocare a tresette col morto!;
3)  è stata abbandonata, per far spazio a speculazioni abusivo mafiose, supportate da una classe politica MAFIOSA, non collusa, ma MAFIOSA (esempio?: vedi la storia politico amministrativa della Provincia e della città di Trapani);
4) L'omertà degli imbecilli che vivono in zone vicine a boschi, che non denunciano, pur vedendoli e conoscendoli, in alcuni casi, i piromani killer, non malati, ma mandati.
Signori miei, la buon'anima di mio nonno Nino mi diceva sempre: Attenta a mia, Ugo, u pisci fieti sempri da tiesta! 
Immaginatevi lo schifo che mi fa vedere quella testa di Crocetta in televisione sparare minchiate senza fine! 
Meditate gente, meditate e, alle prossime elezioni andate a votare, perchè non votando, aiutate la MAFIA E QUESTA CASTA POLITICA ! 
U.A.

giovedì 22 giugno 2017

Metastasi mafiose nel corpo dello Stato

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia
La presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi (imagoec)

"Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici". È quanto si legge nella Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, presentata oggi dal procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi



Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace.

MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE
Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.

"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".

MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI
"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.

"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".

"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.

NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".

L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.

'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".

MINACCIA EVERSIVA
In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.

DEMOCRAZIA SCIPPATA
È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo - è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.

venerdì 16 giugno 2017

'Caro Giuseppe Graviano ti scrivo'

PALERMO

'Caro Giuseppe Graviano ti scrivo'
La donna e il rispetto per il boss

 di Riccardo Lo Verso    da livesicilia.it

PALERMO - “Ti presento i miei figli e ti mando le foto”, così scriveva una donna a Giuseppe Graviano. E il capomafia di Brancaccio raccontava della missiva, compiaciuto e commosso com'era, al suo compagno di passeggiata, il camorrista Umberto Adinolfi.

Nei nastri magnetici delle intercettazioni nel carcere di Ascoli Piceno, eseguite dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, è rimasta impressa una storia di mafia, tradimenti e rispetto. Il rispetto che una giovane donna nutriva per il capomafia.

Uno dei protagonisti della vicenda è un carissimo amico di Graviano, "più buono del pane", condannato all'ergastolo. Lo hanno arrestato nel 1995, pochi mesi dopo che analoga sorte era toccata al boss. Qualche anno fa la moglie ha lasciato l'amico di Graviano. È andata via da Palermo con un pentito, a sua volta abbandonato dalla compagna che non lo ha seguito nella scelta di cambiare città, imposta dal programma di protezione.

Il pentito e l'ex moglie dell'ergastolano si sono rifatti una vita. Per un periodo la donna che ha scritto a Graviano ha seguito la madre. Alla fine, però, ha deciso di tornare a Palermo per vivere con i parenti del padre.

L'ultimo capitolo della storia è di un anno fa, quando Graviano ha ricevuto una cartolina in carcere: “Caro Giuseppe, ciao. Come stai? Tu non mi conosci ed io non conosco te - Graviano ha riferito ad Adinolfi il contenuto della missiva - quando si tratta di carcerati che a me stanno nel cuore... in particolare tu... ti volevo informare che sono diventata mamma... ti mando la foto... te li presento”.

“Ho preso carta e penna e gli rispondo - ha spiegato Graviano al suo compagno di socialità - gli ho detto... ti ringrazio, ti auguro il bene...". Poche righe per mostrare rispetto al capomafia detenuto. Poche righe per marcare la distanza dalla scelta della madre di troncare il matrimonio con il padre per scappare con un pentito lontano da Palermo.

mercoledì 7 giugno 2017

IL TRISTE CASO DEL POVERO “ZZU TOTÒ”

IL TRISTE CASO DEL POVERO “ZZU TOTÒ”, HA RIEMPITO OGGI GIORNALI, INTERNET, FACEBOOK E TUTTI I MEZZI D’INFORMAZIONE, AL PUNTO CHE SIAMO PERPLESSI SE OCCUPARCI ANCHE NOI DI QUESTO ARGOMENTO O SE FARE FINTA CHE NON ESISTE. TUTTA L’ITALIA SI È SCHIERATA IN FAVOREVOLI E CONTRARI A CHE U ZZU TOTÒ ABBIA DIRITTO A UNA MORTE DIGNITOSA. LA COSA NON È COSÌ SEMPLICE.
U zzu Totò è malatu. La Cazzazione parla di “complessivo stato morboso del detenuto e di condizioni generali di decadimento fisico”. La difesa dice e documenta che il boss è “affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa”, che non riesce a stare seduto ed è esposto “in ragione di una grave cardiopatia ad eventi cardiovascolari infausti e non prevedibili”.
E se non riesce a stare seduto vuol dire che c’è qualcosa che non funziona in quella parte delicata da cui fuoriesce tutto l’essere di quello che fu il capo dei capi e che ora, si dice, è ridotto a una larva umana. Oddio, qualche dubbio viene sempre: gli avvocati difensori, è il loro lavoro, e i medici di parte sono portati ad amplificare le condizioni di partenza, per documentare le loro richieste, ma ammettiamo che u zzu Totò stia davvero male: è giusto lasciarlo morire in carcere come un cornuto, oppure va accolta la richiesta di differimento della pena, o in subordine della detenzione domiciliare? Cioè lo portiamo a morire in qualche clinica o direttamente a casa sua a Corleone, vicino alla sua amata Ninetta e ai suoi figli? La richiesta (si legge nella sentenza 27.766, relativa all’udienza del 22 marzo scorso) era stata respinta dal tribunale di sorveglianza di Bologna che non aveva ritenuto che vi fosse incompatibilità tra l’infermità fisica di Riina e la detenzione in carcere, visto che le sue patologie venivano monitorate e quando necessario si era ricorso al ricovero in ospedale a Parma. Gli avvocati hanno fatto ricorso e adesso la prima sezione penale della Cazzazione ha accolto questo ricorso. Tuttavia, leggiamo in una notizia ANSA, ferma restando “l’altissima pericolosità” e l’indiscusso spessore criminale “il tribunale non ha chiarito” come tale pericolosità “possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico”. La parola passa ora nuovamente al tribunale di sorveglianza che non ha ancora fissato l’udienza per discutere il ricorso.
In una sua nota il Partito Radicale, che come sempre è garantista, sostiene che “la forza di uno Stato non risiede nella sua ‘terribilità’, come diceva Leonardo Sciascia, ma nel diritto, cioè nel limite insuperabile che lo Stato pone a se stesso proprio nel momento in cui deve affrontare il male assoluto. Se quel limite viene superato a morire non è solo Totò Riina, così come è stato lasciato morire Bernardo Provenzano, come rischiano di morire alcuni ultra novantenni ancora in 41 bis nel carcere di Parma o come Vincenzo Stranieri ancora in misura di sicurezza in regime di 41 bis nonostante abbia scontato la sua pena e sia gravemente malato. A morire è lo Stato di diritto”.
Più duro è Beppe Lumia, secondo cui “Il sistema carcerario italiano è in grado di garantire le cure necessarie ai detenuti. Riina è un carnefice spietato e ancora pericoloso. Per cui è necessario non dare segni di debolezza che potremmo pagare amaramente”. “Non scordiamoci quanto fino a poco tempo fa egli sosteneva nei dialoghi intercettati in carcere dalla Procura antimafia. Dialoghi agghiaccianti nei quali il capo dei capi parlava di piani mafiosi e omicidi da compiere”.
E quindi si ripropone il quesito: è giusto lasciar morire in carcere, sia pure assistendolo nelle sue cure un boss che ha sulle spalle un numero impressionante di delitti e di ergastoli, oppure è più umano farlo morire con l’assistenza e il conforto dei familiari? Per chi lo avesse scordato, u zzu Binnu, cioè Bernardo Provenzano, malgrado le richieste di umanità, oltre che di cure specializzate, avanzate dal figlio, è stato lasciato morire in carcere quando ormai era ridotto a una larva, incapace anche di muoversi o di riconoscere qualcuno. Si può dire che in quel caso “hanno buttato la chiave della cella”.
Ma signori miei, u zzu Totò è u zzu Totò. Ancora oggi è riconosciuto il capo in assoluto. Dopo di lui il diluvio. È la memoria storica di quarant’anni di mafia, il protagonista in assoluto, l’uomo che sfidò lo stato appartandosi con pezzi dello stato. U zzu Totò, in quanto l’espressione più alta di Cosa nostra, va trattato con rispetto. Se dovesse aprire il rubinetto, chissà cosa verrebbe fuori! Quindi noi siamo favorevoli a che sia portato fuori dal carcere in uno zoo, dove ci sia un gorilla arrapato o in una stalla dove ci sia un asino sbrogliato, affinché, visto che non può stare in piedi, facciano con lui quello che lui ha fatto patire agli altri. Dante la chiamava la pena del “contrappasso”.
Il problema è che in Italia secoli di limitate interpretazioni del Cristianesimo hanno perforato il cervello anche a persone intelligenti. E il Cristianesimo prevede come sua condizione il perdono. Ogni tanto troviamo qualche idiota intervistatore televisivo porre alle vittime si qualsiasi ingiustizia questa idiota domanda: lui lo perdona? La risposta più tagliente è stata data con un NO secco da Felicia Impastato a chi gli chiedeva se avesse perdonato Badalamenti. Nel nostro caso il perdonismo si incrocia con il garantismo e, davanti al diritto di essere curato o incurato, viene aggiunto quello, sinora non previsto da nessuna disposizione, di morire nel proprio letto. E qua è di prassi l’alzata di scudi. Si ha l’impressione che tutto il fumo sollevato da questo caso sia stato fatto deliberatamente per sollevare un’alzata di scudi, una sana boccata d’antimafia, dal momento che è giusto che il nostro povero zzu Totò possa esser lasciato morire in pace nella sua cella, senza che qualcuno lo butti fuori da quella che oggi e da molto tempo è la sua casa.
E del resto c’è un altro problema teologico: Papa Francesco ha scomunicato i mafiosi. Può un mafioso scomunicato andare in Paradiso? No. Papa Woytila ha gridato: “Mafiosi, per voi verrà il giudizio di Dio”. Può Dio giudicare un mafioso perdonandolo? La cosa pare difficile, ma bisogna pure tenere presente che qualsiasi assassino può pentirsi un momento prima di morire, e quindi può finire in paradiso. Quesito: il pentimento estingue il peccato? Per i protestanti sì, per i cattolici no, perché ci vuole la confessione. E mettiamo che Totò Riina si pentisse e si confessasse. Come la mettiamo? Mettiamo che, a seguito di giudizi vari di Cazzazione dovesse finire in paradiso, come la prenderebbero gli i beati e i santi? Secondo noi “i carcagnati nculu un fussiru normali”. (Traduzione per chi non capisce il siciliano: "I calci in culo non sarebbero normali")
(Salvo Vitale) - Trasmesso a Telejato 6.6.2017)

martedì 23 agosto 2016

Roma brucia Roma


"Roma brucia già da ieri quando nella zona della Magliana si è sviluppato un incendio di grandi dimensioni che ha danneggiato 50 carcasse di vetture in un autodemolitore, lambito abitazioni, negozi, strutture sanitarie ed anche il canile municipale della Muratella, dove però non è stato necessario sgomberare gli animali. Fiamme che hanno impegnato i soccorritori fino alle 2 di notte. Ed ancora oggi incendi di grandi dimensioni da Civitavecchia a Ladispoli da Nettuno a Castel Fusano e tanti altri nella Capitale, dalla Salaria alla Magliana a Corviale, fino ad Ostia Antica.
Quella del 2016 a Roma è stata un'estate da dimenticare, solo dal 15 giugno a metà agosto sono stati 500 gli incendi, il doppio rispetto all'anno scorso. Il momento più critico a luglio: un vasto rogo ha interessato la via Pontina all'altezza dell'uscita di Castel Romano e ha impegnato per diversi giorni squadre di volontari e operatori di protezione civile che distribuirono 15.000 bottigliette d'acqua ai poveri automobilisti rimasti incolonnati".
(da repubblica)

Sembra che "qualcuno", magari legato a un partito prima al potere a Roma, voglia mandare un segnale di ALT alla Raggi, impegnata a capire come si può governare una città non comune, la capitale d'Italia. Mai si è assistito ad un impegno su diversi fronti dei PIROMANI a Roma dopo NERONE! La MAFIA si sta mobilitando per difendere quello che ritiene suo e che il PD e, ancora prima Alemanno (PDL), le avevano regalato a discapito dei romani e di tutta l'Italia che paga i debiti della sua capitale.
Ugo Arioti

mercoledì 12 novembre 2014

La Trattativa Stato - Mafia


La Trattativa Stato - Mafia

 
"La mafia ha sempre cercato la trattativa, lo scambio è nella strategia mafiosa", ma "il punto è la risposta dello Stato" e "mai nessuno ha avuto la sensazione di un cedimento dello Stato". Parola di Luciano Violante, sentito come testimone a Caltanissetta nell'ambito del processo Borsellino Quater. Vogliamo capire. Lo scambio, dice, è nella strategia mafiosa, poi aggiusta il tiro, frase di rito, "mai nessuno ha avuto la sensazione di un cedimento dello Stato". Un ragionevole dubbio sorge. In primis conferma che la trattativa Mafia – Stato può esserci stata, anzi è proprio nella logica mafiosa stringere questi accordi e se lo Stato o chi per lui si mette di traverso …

Una cosa è evidente, Violante sa molto più di quello che ha, per salvare la faccia, detto. Senza voler essere, a tutti i costi, figli delle tresche di Palazzo e dei complotti, ma neanche scemi, capiamo che l’argomento, assai spinoso per certi uomini che oggi ancora e nonostante tutto rappresentano e dirigono la Nazione Italiana, ha ragione d’essere tra i fascicoli della Giustizia e le inchieste di Di Matteo e Co.

Luciano Violante poteva ambire, se non fosse stato per il Movimento 5 stelle, che si è messo di traverso, ad una delle più importanti cariche dello Stato. Meditate gente, meditate.

Ugo Arioti

domenica 8 giugno 2014

La 'ndrangheta nata al Nord che nessuno voleva vedere

La 'ndrangheta nata al Nord che nessuno voleva vedere
L'inchiesta "Infinito" ha dimostrato l'esistenza delle mafie nel Settentrione. La sentenza conferma che non si tratta più di un'invasione. La cultura e i meccanismi criminali si formano nel territorio come a sud
di ROBERTO SAVIANO

La 'ndrangheta comanda al nord. È una sentenza storica questa della Cassazione che conferma le condanne e tutto l'impianto accusatorio del processo Infinito. Quando ne parlai, in prima serata tv, nel novembre del 2010, su Raitre, le mie accuse generarono una reazione incredibile. Raccontare come la 'ndrangheta comandasse nel nord Italia sembrò un'accusa insopportabile: ancor più, svelare che la criminalità interloquiva con tutti i poteri politici. Una bestemmia, per di più pronunciata all'ora di cena in tv, nella casa di ogni italiano.
Quando, poi, l'inchiesta smentì la diversità della Lega, che anzi era spesso complice o nel silenzio o nella connivenza - come si vedrà con il caso Belsito anni dopo - la scoperta scatenò tutti i pretoriani del governo Berlusconi - e un impegno diretto dell'allora ministro dell'Interno. 

Roberto Maroni si precipitò a smentire in ogni angolo delle tv, cercando di far passare la presenza criminale al nord come una cosa minore, anzi scontata: lo sapevano tutti, e poi la Lega non c'entrava. I professionisti del fango iniziarono a
raccogliere firme contro di me che osavo dare "del mafioso al nord". Finì così anche la mia esperienza in Rai: dopo aver raccontato come imprenditoria criminale e politica si saldano in una esponenziale crescita economica corrotta. Ma torniamo alla sentenza. Era il luglio del 2010 quando partì il blitz dell'inchiesta Infinito-Crimine: 154 arresti in Lombardia, altri 156 in Calabria. L'inchiesta della Dda di Milano svelava gli interessi mafiosi nelle Asl, l'infiltrazione nelle istituzioni pubbliche, le prime mire sull'Expo, i subappalti, le estorsioni, le aziende che vengono divorate perché - senza liquidità - si affidano a linee di credito delle 'ndrine. E ancora: la scoperta di una "confederazione" di diversi locali di 'ndrangheta nella struttura definita "Lombardia". Il tentativo del boss Carmelo Novella di rendersi sempre più autonomo rispetto alle 'ndrine calabresi, che dimostra il grado di maturità raggiunto dalla 'ndrangheta al nord, e la sua conseguente eliminazione. Ecco: tutto questo oggi non sono più accuse, ipotesi o condanne di primo o secondo grado. Oggi siamo di fronte a una sentenza di Cassazione e questa sentenza è chiara: l'inchiesta Infinito è confermata, al nord la 'ndrangheta comanda con una sua struttura unitaria. Ecco perché questa sentenza sta alla lotta della mafia come la scoperta dell'atomo alla ricerca fisica.
I pm Ilda Boccassini, Paolo Storari e Alessandra Dolci della Dda, insieme con i Carabinieri, la Dia, i Ros di Milano e la Polizia - questa è un'indagine in cui credette molto il compianto Antonio Manganelli - hanno compiuto un'operazione complicatissima. E il ruolo di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino - all'epoca dei fatti procuratore a Reggio Calabria e ora a Roma - è stato fondamentale per permettere l'elaborazione di questa inchiesta doppia: fatta da sud e da nord. Perché questa sentenza non mostra semplicemente che c'è una presenza mafiosa al Nord: questo lo sapevamo dagli anni Settanta e a dimostrarlo c'erano già state diverse sentenze. No, questa sentenza dimostra invece che la presenza della 'ndrangheta non è più frutto di "invasioni", di cellule che vagano e arrivano ovunque anche al nord. 

Dimostra che la Lombardia, e più in generale il nord Italia, sono ormai diventati territorio di mafia. Questa sentenza fa cadere anche l'ultimo finto sillogismo: "Se è vero che tutti i meridionali non sono mafiosi, è vero però che tutti i mafiosi sono meridionali". Non è così: non è più così. I rapporti strutturali con il territorio e i meccanismi scoperti smontano l'idea che si sia trattato di invasione. 

Ma suggeriscono, al contrario, la formazione a livello locale di meccanismi e di cultura mafiosa. Di più. L'inchiesta dimostra che l'imprenditoria e una parte delle istituzioni lombarde si connettevano alle organizzazioni criminali per rafforzarsi, per consolidare potere economico. I livelli di responsabilità sono diversi, ovviamente: ma non v'è stata, da parte della politica, una vera scelta di contrasto al segmento economico mafioso.
Per ultimo, andrebbe ricordato come ha lavorato l'Antimafia di Milano. Su Ilda Boccassini è stata riversata da anni una caterva senza precedenti di insulti e accuse, esterne e interne. Il pm non ha mai risposto agli attacchi: lo fa oggi, con questa sentenza storica che cambia il paese. Intercettazioni, riscontri, pedinamenti. L'inseguimento dei flussi di denaro, il ruolo delle banche, gli investimenti sospetti. E poi i traffici, gli omicidi. Anni, silenziosi, di inchiesta: senza colpi di scena, fughe di notizie, arresti chiassosamente eccellenti. È così che sono arrivati i risultati. E ora che cosa diranno coloro che hanno governato e governano la Lombardia? Quali firme raccoglieranno, quali bugie racconteranno i professionisti del fango?

Da oggi è ufficiale: le mafie non riguardano più solo il Sud. 

sabato 24 maggio 2014

Il pentimento di Antonio Iovine




Il pentimento di Antonio Iovine, 'o ninno, potrebbe cambiare


la storia del nostro Paese. 


Oggi questa passerà come una delle tante notizie: un 


criminale che ha deciso, magari per paura dell’ergastolo, del 

41bis, di collaborare con la giustizia. Eppure, la decisione di Iovine, 

cambierà per sempre la conoscenza delle verità su imprenditoria e 

criminalità organizzata non solo in Campania, non solo in Italia. La 

terra trema per una grossa parte dell'imprenditoria, della politica e 

per interi comparti delle istituzioni.

l boss Antonio Iovine ha deciso di pentirsi: non è uno qualunque. È un capo, è "il ministro dell'economia" della camorra. È stato condannato all'ergastolo nel processo Spartacus e a 21 anni e sei mesi nel processo Normandia. 

Ora vuole collaborare con la giustizia: è una notizia che rischia di cambiare per sempre la conoscenza delle verità su imprenditoria e criminalità organizzata non solo in Campania, non solo in Italia. Antonio Iovine detto 'o ninno per il suo viso di bambino ma soprattutto per aver raggiunto i vertici del clan da giovanissimo non è un quadro intermedio, un riciclatore delle famiglie, non un solo capo militare. È uno che sa tutto. E quindi ora tutto potrebbe cambiare. La terra trema per una grossa parte dell'imprenditoria, della politica, per interi comparti delle istituzioni. Le aziende grandi e piccole che hanno ricevuto, che sono nate e che hanno prosperato grazie ai flussi di danaro provenienti da Antonio Iovine, si sentono come in una stanza le cui pareti si stringono sempre più.

Il talento di Iovine è sempre stato quello di saper far fruttare il flusso di danaro del narcotraffico, delle estorsioni, delle truffe oltre che sfruttare alla grande gli appalti statali. Tutto il segmento nero diventava investimento vivo, costruzione vera: imprese edili, ristoranti, import-export. Uno dei primi colpi di 'o ninno fu proprio l'acquisto della discoteca Gilda a Roma: una delle sue prime mosse personali nella capitale. Seguendo l'indicazione del padrino Bardellino, Roma era la vera fortezza da espugnare e Iovine l'ha sempre saputo. Ed è qui che si è legato ai tre settori cardine della capitale: cemento, intrattenimento, politica. Ha provato a scalare la squadra di calcio della Lazio, riciclando 21 milioni di euro provenienti dall'Ungheria, attraverso il suo parente Mario Iovine detto Rififì, a Roma ha investito nel settore del gioco d'azzardo legale.

Esistono molti boss della mafia pentiti. Ma nella camorra è diverso: Iovine è stato ai vertici dei Casalesi per oltre dieci anni, non esistono precedenti simili, se non forse quello di Pasquale Galasso, capo della Nuova famiglia. L'altro pentito del clan dei Casalesi che ha cambiato la storia è stato Carmine Schiavone ma era un capo della vecchia generazione, marginalizzato nell'ultima fase, che decise di pentirsi proprio perché estromesso dai vertici, lui che era fondatore del gruppo. Iovine è l'organizzazione. Perché ha deciso di collaborare? A dicembre scorso 'o ninno ha revocato i suoi avvocati. La prima cosa che ho pensato è stata che si sarebbe pentito. L'ho scritto e, come speso accade fui deriso e preso per visionario. Invece è successo ma non riesco ancora a capire perché. 

Sicuramente gran parte del merito ce l'ha Antonello Ardituro il pm che da anni instancabilmente segue le vicende del Ninno. I grandi capi del clan dei Casalesi Francesco "Sandokan" Schiavone e Francesco Bidognetti si fanno il carcere, sepolti vivi, detengono il potere nel silenzio. Quando un capo è al 41bis sa che non può più realmente comandare ma il suo silenzio è l'assicurazione sui soldi della famiglia e soprattutto è un valore generazionale. Un boss non ragiona in anni ma in epoche. Il silenzio di un boss ha un valore inestimabile per i suoi nipoti. È la vera dote. Un investimento sul futuro. Ma 'o ninno è sempre stato un boss sui generis. A differenza di Zagaria definito "il monaco" per l'attenzione maniacale a una vita moderata e disciplinata, Iovine non ha fatto una latitanza da recluso. In 14 anni di latitanza, prima di essere arrestato a Casal di Principe il 17 novembre 2010 si è molto mosso soprattutto in Francia, in Emilia e in Toscana e a Roma, ha seguito il flusso del danaro e i reinvestimenti.

Non ha ancora compiuto 50 anni (è nato il 20 settembre del '64), ha figli giovani, attivissimi su Facebook, e che sono a pieno titolo nella vita sociale della borghesia casertana e romana, una figlia amica di presentatrici tv, importanti imprenditori edili da sempre a stretto contatto con il suo gruppo familiare e suo figlio Oreste che recentemente è finito in galera per traffico di droga, perché dopo l'arresto del padre ha voluto prendere in mano l'organizzazione senza averne davvero le capacità. Enrichetta Avallone, sua moglie condannata a 8 anni, gestiva la sua rete di comunicazione e il Ninno dovrà spiegare come mai un uomo dei servizi segreti le faceva da autista.

Non sappiamo ora cosa potrà accadere nell'agro aversano, come reagiranno i clan visto che i figli di Schiavone Sandokan sono legatissimi ai figli di Iovine. Potrebbe essere l'inizio di un cambiamento epocale. Iovine potrà chiarire molto, moltissimo: potrà parlare delle voci che lo hanno descritto (senza mai nessuna conferma giudiziaria) come il burattinaio dietro la scalata di Ricucci, Coppola e Statuto. Potrebbe chiarire il potere della famiglia Cosentino e dei rapporti con tutta la politica degli ultimi vent'anni. Potrebbe persino raccontare alcune verità che spiegheranno i retroscena alla caduta del governo di centro sinistra. Ricordate? Il governo di centrosinistra nel gennaio 2008 cadde perché Mastella ritirò la fiducia dopo che la moglie venne indagata per tentata concussione. Era successo che Nicola Ferraro (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) dirigente Udeur e consigliere regionale chiese a Luigi Annunziata direttore generale dell'Ospedale di Caserta di Caserta di mettere Carmine Iovine cugino del ninno come capo della direzione sanitaria dell'ospedale di Caserta. Solo O' ninno ora potrà spiegare.
Potrebbe essere una vittoria dello Stato importantissima. La verità può essere vicina: imprenditoria politica, giustizia, giornalismo tutto sta per essere attraversato dalle confessioni del Ninno. Costringere i capi dei clan a raccontare la verità perché ormai non hanno più scampo, perché ormai sanno di non poter più vincere: questa potrebbe essere una vittoria della democrazia. Una delle più belle.  
 

venerdì 16 maggio 2014

La sentenza definitiva sul delitto Rostagno

Ergastolo per entrambi gli imputati del processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Dopo oltre due giorni di camera di consiglio la condanna alla pena perpetua per Vincenzo Virga, capomandamento della mafia di Trapani, e per il killer Vito Mazzara è stata letta dal Presidente Pellino alle 23,30 nell’aula Falcone di Trapani.
I due mafiosi erano accusati di essere l’organizzatore-mandante e l’esecutore dell’omicidio portato a termine la sera del 26 settembre del 1988 in contrada Lenzi, nelle campagne di Trapani. La condanna arriva dunque a ventisei anni dal fatto e dopo una lunga serie di depistaggi che si sono susseguiti nel tempo Ergastolo per entrambi gli imputati del processo per l’omicidio di Mauro Rostagno.

Nel giorno del compleanno della figlia Maddalena finalmente arriva una sentenza che ristabilisce un briciolo di verità. E può farci solo bene.


A ventisei anni di distanza la sentenza dal delitto Rostagno, il sociologo piemontese che scelse Trapani come sua patria per lottare contro i dannati dalla Mafia e dall'ignoranza, inchioda il Padrino e l'esecutore. Alla Mafia l'azione di recupero dei drogati e le denunce sulle TV private degli affari sporchi che, con coraggio e determinazione, portava avanti Mauro non era gradita e allora, immediata, fu la condanna a morte. Per anni hanno tentato di infangare il suo nome, con la complicità di pezzi dello "Stato", alla fine la verità ha trionfato e, anche da morto, il compagno Mauro ha dato scacco alla Mafia trapanese, al malaffare e alla rete di connivenza che, ancora oggi, fa della Provincia di Trapani il territorio a più alta densità mafiosa di Italia. Qua lo STATO è latitante non Matteo Denaro. In questo territorio la regola è l'arroganza e la cultura è mafiosa dalle unghia dei piedi fino ai capelli, Mafia - Massoneria deviata - criminalità e abuso e omertà sono la legge e l'ignoranza è padrona. Questi "Poteri" di controllo e di gestione mafiosa  hanno devastato il territorio e stanno distruggendo anche quello che ancora resiste di sano e di naturale. W Mauro Rostagno W la Libertà dalle Mafie e dalle Logge segrete, dal potere che inquina le imprese ancora esistenti e ne fa centri di riciclaggio. In questo posto il lavoro è un "piacere" che ti fanno, non un diritto sacrosanto. Ma lo Stato o è connivente o è assente. La lotta di Mauro, come quella di Peppino Impastato o ancor prima dell'antesignano Danilo Dolci, triestino di nascita e siciliano d'adozione, sono i punti di partenza e non d'arrivo, ma se gli onesti tacciono, la mafia e il malaffare e le loro imprese proliferano e allora non venga nessuno a rivendicare questo territorio come "Nazionale" perché, ancora oggi, questa è la terra di Cosa nostra e vale per loro, come per noi, l'urlo e la scomunica di Giovanni Paolo II°! 
Redazione Secem

lunedì 3 marzo 2014

Matteo Renzi a Roberto Saviano: "I miei cinque punti per fermare Mafia SpA"


Pubblichiamo la lettera di Renzi a Roberto Saviano con la speranza che non siano solo parole in libertà. REDAZIONE SECEM

Matteo Renzi a Roberto Saviano: "I miei cinque punti per fermare Mafia SpA"


CARO Roberto,

 venerdì mattina, mentre leggevo dalle pagine di Repubblica il tuo articolo appassionato, ho pensato subito alle ragazze e ai ragazzi che ho conosciuto nel mio viaggio nella Terra dei Fuochi. O nei campi sottratti alla criminalità che ho visitato da amministratore, da Canicattì a Corleone, e - insieme a loro - alle tante persone perbene che hanno scelto, "nelle terre di mafia" di fare comunque la propria parte. Questo meraviglioso esercito di piccoli grandi eroi civili, che abbiamo imparato a conoscere anche grazie ai tuoi racconti, lavora nelle associazioni e nei movimenti contro le mafie; sono gli imprenditori e i negozianti che hanno denunciato le estorsioni rinunciando per sempre a una vita normale; gli scrittori; i giornalisti-giornalisti, per citare la nota scena di Fortàpasc, la bellissima pellicola che racconta della storia di Giancarlo Siani; gli studenti che coltivano le terre confiscate ai mafiosi, i familiari delle vittime innocenti; le forze di polizia che combattono quotidianamente una battaglia di tutto il Paese.
Ognuno di loro sa perfettamente che non basterà il proprio impegno per vincere la battaglia contro le mafie, eppure ci provano lo stesso. Lo fanno per non rassegnarsi, proprio come fanno associazioni come Libera, a chi dice che tanto mai nulla potrà cambiare. So che tu, insieme a tutte queste persone, vi aspettate che la lotta alla criminalità organizzata diventi per davvero la priorità del governo e delle Istituzioni. Questo impegno io lo assumo.
Tutti coloro che hanno indagato sulle mafie, che le hanno osservate, studiate e raccontate al mondo, tutti i magistrati, i giornalisti e quei politici, che hanno anche perso la vita per combatterle, ci hanno spiegato che il cuore delle organizzazioni criminali è negli affari che conducono, nelle ricchezze che accumulano e ostentano e anche in quel confine sottile, sottilissimo, che esiste tra lecito e illecito con l'appoggio, con il consenso, con la collusione e qualche volta semplicemente con il silenzio di chi riveste ruoli di responsabilità nella politica, nelle amministrazioni e nell'economia. Sono questi i legami che dobbiamo smascherare e recidere. Faremo un lavoro serio e puntiglioso, insieme alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, non solo per capire che cosa sia avvenuto in questi anni nel contesto della crisi economica che ha investito il Paese ma soprattutto per adottare le misure necessarie sul piano legislativo e amministrativo. Con una proposta organica sulla base del lavoro fatto dalla commissione presieduta da Garofoli istituita a Palazzo Chigi, con Cantone e Gratteri, per elaborare strumenti e contributi per rendere più incisiva la lotta alla criminalità organizzata.
Quello che va aggredito, hai ragione, è la "Mafia SpA", presente in ogni comparto economico e finanziario del Paese, al Sud come al Centro-Nord, quell'economia criminale che colpisce imprese e società al collasso, come conferma l'analisi della Direzione Nazionale Antimafia. E questo fenomeno è favorito anche dalla consapevolezza, da parte degli appartenenti alle organizzazioni criminali, di non rischiare molto sul piano penale, anche perché nel nostro codice penale manca il reato di autoriciclaggio. Il paradosso di un estorsore o uno spacciatore di droga che non viene punito se da solo ricicla o reimpiega il provento dei suoi delitti sarà superato con assoluta urgenza attraverso l'introduzione del delitto di auto riciclaggio.
In questo senso, aggredire i patrimoni mafiosi può essere una delle grandi risposte che il governo è in grado di dare, dal punto di vista economico, per fronteggiare la crisi. Una giustizia più veloce, più efficace da questo punto di vista, è uno degli strumenti che possiamo mettere in campo come Paese per uscire dalla situazione economica in cui ci troviamo.
Così come occorre ripensare lo strumento della certificazione antimafia, che troppo spesso e con troppa facilità si riesce ad aggirare; è necessario, in questo senso, introdurre sistemi di controllo che consentano di individuare la provenienza dei capitali illeciti, anche per debellare il fenomeno dei "prestanome", ma sburocratizzando il più possibile quest'attività per evitare che diventi un inutile aggravio per gli imprenditori onesti. E' urgente porre il tema della riforma dell'Agenzia Nazionale Beni Confiscati che oggi è senza capacità di agire con immediatezza ed efficacia: una specie di "carrozzino" pubblico senza mordente, senza strumenti efficaci. Solo nell'ultimo anno i sequestri ammontano a oltre 4 miliardi e le confische a 1 miliardo e mezzo. Bisogna restituire ai cittadini quanto i clan hanno loro sottratto, impiegando quelle risorse, con una logica che deve essere quella di una moderna politica dell'antimafia, e cioè per produrre occupazione e sviluppo. E, per far questo è necessario anche assicurare alle aziende confiscate agevolazioni fiscali e creditizie; un'impresa sottratta alle mafie che fallisce è una sconfitta che lo Stato non dovrà più permettersi.
Le mafie s'infiltrano negli enti locali e ne condizionano l'andamento, a danno dei cittadini, al Sud come al Nord, solitamente lasciando paurosi dissesti. Per questo nei prossimi mesi interverremo anche sul tema dello scioglimento dei consigli comunali: la modifica del 2009 ha affrontato solo alcuni degli aspetti problematici della disciplina: bisognerebbe, invece, agire su più fronti ancora. In particolare, è necessaria l'individuazione e la scelta dei commissari fra soggetti anche esperti di management e di gestione aziendale, prevedendo che questi debbano svolgere il loro incarico a tempo pieno e che possano operare anche in deroga alle regole del patto di stabilità per rilanciare l'attività di governo degli enti sciolti e soprattutto bonificare, dove necessario, le strutture burocratiche inquinate; andrà prevista la possibilità di sciogliere le società private ad integrale partecipazione degli enti locali o quelle miste e un obbligo protratto per un certo periodo di utilizzare la stazione unica appaltante dopo l'uscita dal commissariamento. Anche per le regioni andrà studiata una normativa che eviti i rischi di infiltrazione mafiosa, ovviamente nel rispetto delle loro prerogative di autonomia riconosciute dalla Costituzione.
Un'altra emergenza, strettamente connessa a quelle delle mafie, pure da affrontare - come ci ha di recente ricordato l'Unione europea - è la corruzione il cui costo ammonta a 60 miliardi di euro ogni anno, pari al 4% del Pil italiano, circa metà dei danni provocati in tutta Europa. Una cifra enorme. Per questo è fondamentale dare piena attuazione alle legge 190 del 2012 e a tutte quelle norme in tema di prevenzione e trasparenza in essa previste; su questo fronte di impegno a nominare immediatamente, a partire già dai prossimi giorni, il Commissario anticorruzione, come previsto dalla stessa legge.
In una logica di contrasto intelligente alle illegalità, dovremo anche saper guardare alle vittime per organizzare l'intervento dello Stato a loro sostegno: familiari di vittime innocenti, testimoni. Mai più la sensazione di essere stati lasciati soli dallo Stato dopo aver denunciato! In questa stessa prospettiva dobbiamo assicurare, col massimo rigore, protezione a chi offre un contributo di giustizia per offrire all'autorità inquirente i migliori strumenti legislativi per sfruttare questo contributo.
Così come dovremmo assicurare vicinanza, sostegno, a chi come te, ha fatto della parola uno strumento di libertà e di cambiamento: penso ai tanti giornalisti minacciati, spesso precari, troppo spesso lasciati completamente soli. In definitiva, dovrà essere chiaro che per il nostro Paese le mafie sono violenza, sopraffazione e povertà. Un punto solidissimo, chiaro, come quello che questa battaglia si combatte a partire dalla scuola, dal lavoro fatto dai nostri insegnanti negli istituti come antidoto alla criminalità organizzata, a una cultura, anzi ad una incultura delle mafie.
Porterò questi temi anche sui tavoli del semestre europeo che si apre tra qualche mese, perché la mafia non è più solo un problema italiano. C'è tanto lavoro da fare. Un lavoro fondamentale, hai ragione Roberto. E io lo farò facendo mio il grido rivoluzionario di un parroco di provincia anche a te molto caro, Don Peppe Diana:"per amore del mio popolo, non tacerò". Accorciare le distanze tra quel che di buono è stato fatto e il tanto che ci resta ancora da fare sarà il modo migliore per ricordare con don Peppe, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tutte le vittime innocenti delle mafie, ma anche quelle ragazze e quei ragazzi che non hanno scelto dove nascere, ma che hanno scelto di restare, di cambiare la loro terra e di renderla migliore.