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venerdì 10 gennaio 2014

Il lungo cammino sulla Via della Seta

Grazie agli amici del sito www.enricopantalone.eu ( per gli amici della Storia) riprendiamo un cammino, intrapreso nel 2008, che ci porta, attraverso la cultura della conoscenza, a comprendere l'evoluzione delle società umane e il cardine su cui questa evoluzione poggia: Il Commercio. Il Commercio è ed è stato sempre il precursore dei cambiamenti epocali. In essenza, rappresenta lo scambio che richiede intrapresa e capacità di adattamento e diplomazia.Enrico ci racconta la via della seta che non è, quindi, solo un vettore mercantile puro, ma un arteria vitale dello sviluppo culturale e sociale del Mondo. Il saggio di Enrico Pantalone ( 1925-2009) ci porta in "un cammino splendido per chi ama cimentarsi nella ricerca degli usi e dei costumi di comunità spesso ai margini del mondo moderno, ma che conservano intatte prerogative arcaiche di uno splendore ed interesse enorme."
Redazione Secem
 
 
Il lungo cammino sulla Via della Seta di Enrico Pantalone

La Via della Seta, the Silk Road.

Chiunque di noi sognatori dello spazio e del tempo ha avuto l’idea d’organizzarsi e percorrere almeno una volta nella vita questa antica via carovaniera che unisce il Mediterrano orientale alle infinite pianure a ridosso delle catene montuose più alte del mondo ed alle splendide vallate cinesi che arrivano a solleticare l’Oceano Pacifico.

La Via della Seta custodisce forse il segreto della Vita, unisce indissolubilmente le più grandi civiltà del continente euro-asiatico, il vecchio Ecumene, ha permesso loro di scambiarsi non solo manufatti o preziosi, ma idee e culture e di farsi spesso anche la guerra.

Chi seguiva la carovana non era solamente un mercante in cerca di derrate da rivendere, era anche una specie di corrispondente della parte opposta di questo immenso continente euro-asiatico.

Per noi europei, la Via della Seta indubbiamente ha rappresentato qualcosa di più rispetto ai corrispettivi amici di parte asiatica, qualcosa in più non tanto in termini militari e di conquista (esauritisi sostanzialmente con Alessandro Magno), ma in termini di conoscenza di ciò che s’ignorava, per noi è stata anche la Via della Sapienza, la Via della Socializzazione, la Via di un nuovo rapporto con il Tempo che appare diverso perché diverse sono le esigenze per vivere in questi luoghi.

L’europeo, imperialista per natura, tra queste terre ha sempre trovato una tranquillità che altrove non ha mai conosciuto, ha adottato usi e costumi della gente locale e spesso è rimasto a viverci, è strano dover scrivere queste cose pur se la storia altro c’insegna, ma lo vediamo anche dal punto di vista spirituale, infatti mai l’europeo ha tentato di sovvertire il sistema religioso presente, ha aiutato a ritrovare antichi templi che sembravano persi ed ha aiutato a ricostruirli per l’utilizzo pubblico: insomma pare che lungo questa Via tutto debba funzionare se non perfettamente, almeno bene.

La Via della Seta ripercorre la storia dell’umanità, con le sue varietà linguistiche ed etniche, con le catene montuose così inaccessibili, ma al tempo stesso meraviglia per l’occhio umano, con i grandi laghi che dovevano sembrare mari a coloro che arrivavano da occidente e la varietà di colori che facevano brillare gli occhi degli increduli mercanti o militari europei o mediorientali, tutto questo lungo un cammino che si percorreva lentamente, senza fretta, quasi con gusto inebriante, come potesse essere un’elevazione dell’anima.

Per un viaggio di un mercante dall’Italia o dalla Grecia verso le località mito della Via della Seta come Samarkanda, Bukhara, Tashkent, tanto per citarne i terminali meno onerosi in termini di cammino costava almeno un paio d’anni d’assenza dalle proprie case e quindi comportava anche una certa scelta di vita per sé e per la propria famiglia, si doveva subire il fascino dell’avventura indubbiamente, fascino per l’ignoto specie se si era ai primi viaggi, e pensiemo cosa doveva essere se ci si spingeva sino alla Cina interna.

Questi uomini superavano passi incredibili posti anche oltre i 5000 metri d’altezza e non possedevano certo gli erogatori d’ossigeno o avevano la necessaria preparazione che i trekkisti d’altura moderni possiedono, eppure lentamente, molto lentamente, essi s’adeguavano al clima degli altopiani desertici oscillante tra il gelido vento ed il caldo insopportabile, facendo sosta nelle città che affiancavano la Via della Seta, città che erano a completa disposizione dei viandanti, che aprivano le porte senza titubanze, forse con grande ingenuità, ma ardenti di uno spirito collaborativo ed umano mai riscontrato altrove.

Questo faceva colpo sugli europei, essi si sentivano in debito, ricordo per esempio al tempo d’Alessandro Magno quando il suo esercito conquistatore arrivò in questi territori con i soldati pieni di superbia ed alterigia, cambiati completamente nel giro di pochi mesi, presi ad aiutare umilmente nel costruire nuove case, a dissodare i terreni e magari a mettere su famiglia: semplicemente la gente di questi luoghi ha un amore per l’umanità superiore a qualsiasi altre etnia, è endemico in essa e nemmeno di fronte alle armi che spianavano le case smise di pensare in maniera diversa, vincendo la “guerra” con il solo aiuto della propria forze interiore.

Noi non possiamo certamente soffermarci in maniera pedante ed enciclopedica su tutte le realtà sociali ed antropologiche che si potevano incontrare lungo la Via della Seta, esistono testi e siti specializzati e ben forniti anche di interessantissimo materiale fotografico, però mi piacerebbe far rivivere le sensazioni che un nostro antenato mercante (genovese, fiorentino, veneziano, milanese) poteva vivere lungo il percorso, passato a dorso di un equino o d’un cammello quando giungeva in una grande città o quando aveva la possibilità di vedere antichi resti archeologici.

Il nostro “eroe” (perché in effetti lo è più di altri a mio giudizio) normalmente si recava prima a Costantinopoli o ad Alessandria d’Egitto, facilmente raggiungibili via mare, due terminali per il ritrovo di coloro che intendevano intrapprendere il lungo cammino, non era un luogo vero e proprio di partenza occidentale per la Via della Seta che di fatto ufficialmente iniziava a Damasco e volgeva verso la carovaniera diretta a Baghdad e Teheran, peraltro ben conosciute e già grandi centri di antiche civiltà oltre che di mercati internazionali dove si scambiava qualsiasi tipo di merce, nulla di meraviglioso quindi, con ogni probabilità il nostro amico l’aveva già visitate diverse volte nel corso della propria vita.

Certamente il primo grande centro che egli incontrava nelle pianure in depressione a sud-est del Mar Caspio era Bukhara (in sogdiano Luogo Fortunato), la quale doveva apparire in tutto il suo splendore architettonico ed archeologico (non a caso l’Unesco oggi protegge ben 140 monumenti di questa città) agli occhi del visitatore, forse e ben più di una Costantinopoli o d’una Palmyra considerate l’eccellenza in occidente.

La zona era indubbiamente già ricca di mercanzie, soprattutto di tessuti e di tappeti, dai colori incantevoli e dai prezzi decisamente ridicoli se paragonati ai mercati mediorentali mediterranei.

Lasciando le dolci pianure, fertili e dalle immense piantagioni che facevano sembrare nell’immaginario collettivo il terreno come un lungo tappeto dorato (per via delle spighe di grano ovunque) s’arrivava all’altra grande città posta all’inizio della lunga ed irta catena montuosa posta tra il territorio sogdiano e quello bactriano dal nome ancor più leggendario: Samarkanda.

La leggenda ci tramanda da secoli la tradizionale bellezza di questa città, forse da considerarsi la più bella in assoluto ancora oggi, e dobbiamo immaginare come dovesse apparire agli occhi del nostro amico: fiabeschi arabeschi, tortuose vie d’accesso al centro che spalancavano le porte a edifici costruiti con un armonia indelebile per la mente, mercati variopinti pieni non solo di tessuti e tappeti, ma anche di ceramiche e di monili d’ogni foggia e prezzo.

Qui s’iniziava a cambiare atteggiamento, s’iniziava a respirare un’aria decisamente diversa, iniziava l’immedesimazione per la percezione della realtà locale, era il primo approccio ad una civiltà diversa, ma innegabilmente trascinante.

Da questo momento la morfologia del terreno assumeva l’aspetto tipico delle steppe desertiche, estensioni di terre più o meno aride e grandi oasi formate dai fiumi provenienti dagli Urali o dalla Siberia , la polvere che si sollevava al passaggio della carovana era talmente impalpabile, a detta dei viaggiatori, da non creare alcun fastidio, quasi restasse sospesa nell’aria, ma avvolgente e protettiva al tempo stesso, una degna compagna per non pensare alla solitudine ed al silenzio.

Quasi tutti i mercanti, e vogliano credere che anche il nostro amico fosse tra questi, riprendendo il cammino facevano una deviazione leggera per andare a visitare Tashkent, non tanto per acquistare delle merci, certo preziose e a buon prezzo, ma anche e soprattutto per vedere questa città che sorge in mezzo ad un’oasi ai piedi dei monti Catka, alla cui irrigazione provvede da secoli il Circik che permette eccellenti coltivazioni in una zona certo non ideale per l’agricoltura, grazie al lavoro secolare degli uomini di questa regione e dei canali che duramente essi hanno costruito, così agli occhi balzava sicuramente il fatto che tutte le costruzioni erano poste lungo il corso di questo fiume ed i suoi numerosi canali sullo sfondo dell’imponente catena montuosa dello Tien Shan.

Ripartendo da Tashkent alla volta della meta prefissa bisognava dire addio alle pianure o agli avvallamenti, si doveva valicare appunto lo Tien Shan per entrare nello Sinkiang, strada ai limiti della visibilità, magari appena tracciata, spesso ancora innevata che portava dopo un lungo cammino, soprattutto a dorso di cammello, alla prima città importante che introduceva ad un’altra civiltà, quella cinese: Kashgar.

Spesso il ghiaccio ostruiva ed impediva il passaggio delle carovane ed allora i “nostri eroi” dovevano aprirsi un varco, un pertugio che permettesse loro di transitare in qualche maniera, la manutenzione in questi luoghi dove il grande silenzio la faceva da padrone era lasciata al caso o al viandante generoso, coloro che erano abituati a vedere le vette dell’Europa occidentale ora si rendevano conto di cosa significasse l’imponenza e la solennità di una vera catena montuosa.

Eppure… eppure, non ci si fermava, non ci si arrendeva e si continuava, con meraviglia e stupore, ma si continuava, pensando ad un mondo che mai s’era prima immaginato.

A Kashgar ci si fermava un po’ ovviamente, il tempo di riprendersi dopo le immani fatiche del passaggio tra le impervie montagne, se ciò avveniva in tarda primavera o in estate la “scoperta” era un gigantesco mercato unico al mondo dove si vendevano spezie ed erbe d’ogni tipo, introvabili quasi ovunque che confluivano sulla piazza principale senza una logica preventiva, ognuno arrivava e vendeva i suoi prodotti, così era un tempo così è ancora oggi, il colore non era quindi solamente legato ai tessuti, ma anche agli alimenti ed ai pigmenti.

A questo punto Kashgar apriva due carovaniere contrapposte verso la fine della Via della Seta: una a nord, l’altra a sud dello Taklamakan per poi riunirsi nuovamente a Anxi, la meta terminale del lungo viaggio.

La prima carovaniera muoveva senza grosse difficoltà altimetriche discendendo pian piano verso altitudini minori seguendo un itinerario decisamente desertico, la seconda, leggermente più breve, invece costeggiava il Karakorum (con il K2…) e poi l’altopiano tibetano, ma la vegetazione era sicuramente più presente ed a tratti rassicurante per il viaggiatore.

La carovaniera a nord presentava in alcuni tratti dei paesaggi spettrali, frutto dell’erosione dei venti gelidi provenienti dal Gobi che s’abbattevano di frequente e che facevano apparire desolante il paesaggio, pur nell’immacolato colore delle rocce (come a Lap Nor), pensiamo allo stupore del nostro amico nel vedere per esempio i resti dell’antica città di Gaochang, in pieno deserto, con le mura battute implacabilmente dal vento e dalla sabbia, le montagne rossastre di Bezeklik o il deserto intorno a Loulan dove si potevano trovare scheletri d’animali messi a mò d’avviso per i viaggiatori.

Spesso in questo tratto di strada si potevano incontrare delle tombe dalle fattezze modeste, probabilmente di carovanieri defunti a causa della stanchezza per il duro viaggio, forse dei pastori: lungo queste piste la vita e la morte trovavano entrambe rifugio, facevano parte della spiritualità giornaliera accettata senza particolari problematiche, ed anche un tumulo, seppur discreto e senza essere particolarmente adornato aveva una sua grande dignità spirituale.

La carovaniera a sud non aveva delle grandi città, costeggiando la più alta catena montuosa del mondo era praticamente protetta dai venti gelidi, godeva grazie ai torrenti di una discreta vegetazione e si poteva viaggiare spediti dove il terreno lo permetteva, non raramente s’incontravano monasteri buddhisti che offrivano riparo e rifocillamento: sembra non fosse però una via molto praticata dai mercanti europei.

Le due strade erano alternative, ma non di rado si utilizzava, trovando la carovana giusta, quella non percorsa nel viaggio d’andata.

Il cammino durato tanto tempo terminava così ufficialmente ad Anxi, la città del tè, dove il mercante si fermava per un certo periodo, prima di ritornare verso l’Europa o ripartire per andare nell’estremo oriente, cosa peraltro assai rara, più d quanto noi siamo soliti immaginare.

La Via della Seta era e rimane ancora oggi, pur senza l’avventura d’un tempo, un percorso ideale per tracciare la propria sensibilità sociale ed antropologica, per conoscere le vere radice dell’umanità e perché no, per amare ancor di più una natura che attraverso tutto il cammino ci mostra tante e diverse bellezze, tutta ampiamente apprezzate.

lunedì 10 giugno 2013

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale
di Enrico Pantalone

Enrico Pantalone è laureato in Scienze Politiche ad indirizzo storico (diritto medievale) si occupa per interesse e ricerca personale dello studio riguardante la civiltà Greca, Romana e Bizantina. Ha un sito molto interessante, www.enricopantalone.com, inoltre scrive articoli per siti di storia e archeologia. Abbiamo tratto questo scritto per la nostra ricerca sull’etica della retorica, argomento del 2013 Secem, perché è interessante vedere la Storia e la sua evoluzione dal punto di vista di uno storico – politico. Un personaggio “imperfetto”, come quelli che prediligiamo noi della scuola di ecologia culturale, che non si occupa di questo ma di questo si appassiona e vive.
Ugo Arioti

 


Da uno stato che potremmo definire ancora alquanto conflittuale del dibattito tra filosofia e retorica greca (pensiamo alla ferocia intellettuale prima della conquista romana del territorio) assistiamo durante l’età imperiale a un progressivo avvicinamento delle due posizioni comprensibile per l’azione delle autorità e per l’ascesa coeva del cristianesimo soprattutto a oriente.
La caratteristica principale della collaborazione tra le due branchie del pensiero ellenico fu certamente data come esempio dai sofistici che incarnavano in sostanza tanto l’aspetto filosofico quanto quello retorico e l’uso della parola restava indubbiamente il mezzo principale per far conoscere il genere letterario dedicato allo studio della mente umana, probabilmente, superati i dissidi dovuti in parte al modo riservato di porsi dei filosofi nei confronti dei retori , fu facile comprendere come l’utilizzo della platea e dell’oratoria risultasse determinante per far conoscere le opere didattiche.
C’è un ritorno agli studi sugli autori passati, come un richiamo alla società di un tempo in rapporto alla frenesia intellettuale che permea grandemente la nuova realtà romana, in cui si cerca la sintesi culturale, consideriamo anche che lo sviluppo territoriale portava con sé anche nuove filosofie e nuove religione che ci fanno sembrare la romanità come un immenso contenitore letterario ed idealistico, nei primi secoli imperiali si può dire che tutto era presentabile e che tutto era discusso, indubbiamente l’arte della retorica ebbe il sopravvento almeno fino al tempo di Giustiniano.
Sicuramente laddove i romani piantarono radici ben salde l’arte dell’eloquenza diventò un mezzo d’aggregazione culturale, un prova culturale per gli abitanti della regione conquistata ed una prova d’integrazione riuscita per i conquistatori, questo lo possiamo vedere più ampiamente nella Gallia dove per noi è più facile sia la verifica quotidiana tra le gente comune attualmente, sia quella più propriamente storica con ampio accesso a documentazione esistente, ma soprattutto ritrovabile nel background sociale anche nelle cittadine periferiche.
Il buon utilizzo dell’arte dell’eloquenza diventava così in tempo imperiale per un giovane di buona famiglia d’oltralpe un attestato dei suoi ampi orizzonti culturali, essere un buon retore significava accettare di buon grado il sistema linguistico e della costruzione grammaticale propria dell’Urbe, di conseguenza diventava anche più facile il dialogo e la comprensione umana.
Certo probabilmente quest’arte snaturava un po’ la civiltà della terra conquistata ma ancora oggi nessuno mette in dubbio i vantaggi che da essa ne sono poi conseguiti nello sviluppo della società nel corso di quei secoli.
Tuttavia a cavallo tra il passaggio istituzionale dalla repubblica al principato trionfò l’atticismo esasperato nell'eloquenza convincendo molti di quelli che avevano il dono di saper parlare alla gente a diversificare il palcoscenico prendendo atto che diventava molto più importante quello accademico rispetto a quello popolare.
Mutamento ovvio seguendo quello politico in atto e la trasformazione da repubblica a principato di Roma ma che frenò per sempre la libera oratoria del periodo precedente.
Le tesi che si scontravano erano comunque sempre le stesse: asianismo e atticismo, l’elaborazione puramente formale del discorso contro la forza delle argomentazioni del discorso.
Il cambio della platea consentì "l'esportazione" dell'Arte nei territori conquistati, gestiti, di fatto, con la nobiltà locale i cui figli erano educati secondi i principi romani, così indubbiamente non vi era più bisogno di grande forma estetica, non vi era più una massa di gente da incantare o da convincere, ora molte meno persone ascoltavano i discorsi e dovendosi rivolgere a una platea meno volubile, le tesi e le argomentazioni dovevano essere sicuramente ben dettagliate e descritte, quindi più accademiche, per questo ebbero un successo indubbio.
Sicuramente una figura eminente rappresentante questa evoluzione della retorica e dell’eloquenza è Marco Fabio Quintiliano, probabilmente il più grande del periodo imperiale romano.
Di questo celebre oratore, retore e scrittore si sa praticamente tutto anche perché la sua opera principale le “Institutionis Oratoriae Libri XII " c’è pervenuta (caso molto raro) completa ed integra dandoci modo di valutare appieno la sua preparazione feconda e la sua vastità culturale davvero sopra la media.
Oltre alla grande preparazione Quintiliano metteva di sua una serietà, un’onestà eccezionale unita a un’altra grande dote, spesso nascosta ma importantissima: la capacità d’ascoltare e di accogliere ogni minimo messaggio, di trasformarlo immediatamente in uno studio profondo, mai dogmatico, sempre foriero di ragionamenti e d’insegnamenti per il lettore o il pubblico.
A differenza d’altri suoi colleghi scrittori e retori egli visse sempre in tranquillità, non eccessivamente ricco ma benestante, rispettato da tutti e ben voluto a corte proprio per la sua schiettezza e onestà intellettuale.
Egli esercitò pure l’avvocatura, ma non era trasportato per il foro giuridico, preferiva avere a che fare con una platea cui offrire la sua preparazione e Vespasiano che d’uomini se ne intendeva non si fece perdere l’occasione di fargli mettere a disposizione di tutti il suo sapere affidandogli la carica d’insegnante pubblico per la retorica.
Mai nessun atto verso un letterato fu più ben ripagato: Quintiliano per vent’anni resse la cattedra ammirato dai giovani e dagli anziani, le sue lezioni restarono famose e correvano tutti ad ascoltarlo tramandandosi in famiglia la parola.
Domiziano gli affidò i nipoti una volta che egli smise l’insegnamento e in compenso ebbe il Consolato che forse per l’unica volta nella sua vita lo fece traballare tanto da fargli scrivere un elogio pubblico per l’Imperatore che sapeva onestamente di piaggeria, ma era anziano aveva dato tutto nella sua proba vita ed è un atto che gli si può perdonare facilmente anche perché lo fece solamente per amor proprio e non ne guadagnò nulla in termini finanziari, i centomila sesterzi annui che lo Stato gli aveva passato per vent’anni lo avevano assicurato una vecchiaia serena e scevra da tribolazioni.
Questa nuova “Arte della Parola” dei primi due secoli AD fu essenzialmente un’arte che potremmo definire quindi umanitaria o sociale, nel senso che tendeva sempre ad avvantaggiare l'espressione d'impegno sociale imperiale nella composizione di “opere” e “discorsi” che fossero di pubblica utilità.
Solo Traiano e Adriano, pur seguendo le linee generali, lasciarono spazio alle opere commissionate a un maggior ellenismo che nella pratica significava maggior aulica nella presentazione finale, probabilmente anche perché i due viaggiarono molto e traevano ispirazione in maniera diversa.
In qualche modo quindi l’eloquenza indubbiamente s’impoverì senza l’uso delle tecniche ellenistiche cui per secoli si erano rifatti i grandi retori romani repubblicani, ma per contro, non dovendo seguire le linee classiche in un certo senso ne guadagnò la libertà d’azione personale, meno ricca forse, ma probabilmente socialmente più interessante.