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giovedì 10 novembre 2016

Le stragi dimenticate: la strage del popolo armeno, perpetrata dai turchi nel 1917

L'immagine può contenere: spazio all'aperto e una o più persone
(1917 - Massacro, tortura e crocifissione di migliaia di donne armene da parte dell'esercito turco - Foto recentemente pubblicata, custodita nell'Archivio Segreto del Vaticano.)

La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo e sistematico sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo, era quello di creare uno stato nazionale turco, sul modello dei nuovi paesi europei nati nell’Ottocento. Creare dunque la Turchia e unirla con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). Gli armeni, cristiani ed indoeuropei, erano l’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine il sogno nazionalista di un immenso territorio che dal Mediterraneo arrivasse fino allo Xinjiang cinese. Il primo passo era la nascita di un nuovo Paese abitato soltanto da turchi. Le popolazioni cristiane, che per secoli si erano organizzate in diversi millet (le comunità religiose e nazionali) dovevano sparire dal territorio. La definizione “Stato nazionale” prevede un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze (l’Italia ne è un esempio). L’idea dei Giovani Turchi era dunque quella di conseguire con la forza le condizioni che la storia non aveva realizzato. Armeni, greci, assiri, le tre più importanti comunità cristiane, erano i primi obiettivi. Inizialmente i Giovani Turchi si servirono anche dei curdi (iranici, ma musulmani) per portare avanti le stragi.
(Chi sono i Giovani Turchi)
Gli armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio Paese, nell’anno 301. Secondo la tradizione la fondazione della Chiesa armena viene fatta risalire a Taddeo e Bartolomeo (due apostoli di Gesù), ma fu solo all’inizio del IV secolo che San Gregorio Illuminatore battezzò il re armeno Tiridate III. Da allora il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità armena. Religione e cultura furono i segni distintivi degli armeni, per secoli sotto dominazioni straniere. In ogni casa, anche la più povera, non mancano mai i libri e nelle biblioteche è possibile scovare antichi volumi a forma di bottiglia per nasconderli meglio dal furore distruttivo degli invasori e preservare la propria storia e il proprio futuro. Prima di convertirsi al Vangelo, Tiridate aveva fatto rinchiudere San Gregorio in un pozzo sul quale oggi sorge il monastero di Khor Virap, dal quale è possibile ammirare il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Secondo la Bibbia fu proprio sulle alture dell’Ararat che l’arca di Noè si sarebbe fermata.
Il genocidio del 1915 iniziò però lontano dall’Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica: a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. Poi, sistematicamente, il massacro andò avanti più a Oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno. Uccidendo gli uomini e deportando i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete, abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il “Grande Male”.
Oggi gran parte dell’Armenia storica si trova in territorio turco. In primo luogo per via del genocidio che annientò le vite di un milione e mezzo di armeni. E poi per il tradimento delle potenze occidentali che nel 1923 firmarono a Losanna un nuovo trattato che annullava quello di Sévres del 1920, che avrebbe dovuto dare vita a un’Armenia indipendente nel territorio dell’Armenia storica, secondo quanto voluto dal presidente americano Woodrow Wilson. Agli armeni non rimase dunque che una piccola porzione di territorio, la Repubblica democratica armena che, entrata a far parte dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ‘20, ritroverà l’indipendenza solo nel 1991. Nell’Armenia occidentale restarono solo chiese diroccate, monasteri deserti, villaggi abbandonati. La cattedrale di Akhtamar, importantissimo centro della cristianità armena su un’isola del lago di Van, è stata trasformata pochi anni fa in un museo dal governo turco. I nomi stessi di quei luoghi sono monumenti dolorosi di un mondo distrutto dall’odio nazionalista che tuttora continua sistematicamente a negare le proprie responsabilità.
La storiografia ufficiale turca cerca infatti di inserire i massacri all’interno della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio dell’intera popolazione armena. Il solo nominare la parola “genocidio” in Turchia può costare diversi anni di carcere e il riconoscimento da parte di un paese terzo porta regolarmente alle proteste di Ankara. In realtà la Grande guerra fu solo un’utile circostanza per condurre a termine un progetto ideato molto prima. Il massacro di Adana del 1909 e prima ancora i massacri hamidiani di fine Ottocento ne sono tragiche prove, così come aver accompagnato al genocidio armeno, il genocidio assiro ed il genocidio greco. Oggi anche l’Ararat si trova oltreconfine, in territorio turco. Può essere contemplato da Yerevan, la capitale della Repubblica armena, ma quella frontiera così vicina rimane forse la più imponente testimonianza della tragedia.

venerdì 3 giugno 2016

Lingue e alfabeto: I FENICI

Il più importante elemento culturale che si suole ascrivere alla civiltà fenicia è l'invenzione dell'alfabeto. La lingua fenicia, infatti, è stata scritta a partire dalla fine del II millennio a.C. mediante un alfabeto, di tipo consonantico, con ventidue segni scritti da destra verso sinistra. Esso costituisce il punto di arrivo di una lunga evoluzione, che probabilmente prende le mosse dai segni della scrittura detta "protocananaica", a sua volta forse originata da modelli egiziani sulla base di un principio acrofonico. Tale scrittura venne in seguito adottata anche da altri popoli circostanti e dette origine a una serie di altre scritture alfabetiche, non solo semitiche (anche l'alfabeto greco e quello latino derivano in ultima istanza da quello fenicio). Un indubbio, anche se fin qui imprecisato, legame esiste anche con l'alfabeto ugaritico, che ha il medesimo ordine alfabetico e i cui segni possono in gran parte costituire una "resa" con tratti a forma di cuneo di disegni "lineari" come quelli protocananaici e fenici.
Quanto alla classificazione linguistica del fenicio, esso fa parte del ramo cananaico del semitico nordoccidentale, insieme all'ebraico e al moabitico. Nella madrepatria si suppone che il fenicio sia stato in uso fin verso l'era cristiana. La sua varietà parlata a Cartagine (punico) era ancora parlata ai tempi di sant'Agostino.
Iscrizioni in fenicio al di fuori della madrepatria sono state individuate in Cilicia e Siria fin dall'VIII secolo a.C., ma se ne trovano un po' dovunque nel bacino del Mediterraneo. Il fenicio era diviso in diversi dialetti nelle diverse città, in particolare Sidone e Tiro. Una varietà del dialetto tirio era parlata dai coloni di Cartagine, ed è nota col nome di punico (spesso in linguistica si parla di "fenicio-punico"), che a sua volta è attestata in molte località del Mediterraneo occidentale che da Cartagine vennero colonizzate. Alcuni testi in punico ci sono giunti attraverso una trascrizione latina (comprendente anche le vocali) in alcuni passi del Poenulus di Plauto.
Anche la stele di Nora, ritrovata nella località presso Cagliari in Sardegna, è un importantissimo reperto in caratteri fenici.

lunedì 21 marzo 2016

Un giorno nuovo tra Usa e Cuba


Obama: "Un giorno nuovo tra Usa e Cuba". Castro "Restano profonde differenze. Revoca totale dell'embargo"

 


È il loro terzo incontro dalla ripresa delle relazioni diplomatiche nel 2014, il primo sul suolo cubano. Il presidente Usa rende omaggio con una corona di fiori al monumento di José Martí, eroe nazionale cubano. Google pronta a estendere rete wi-fi e banda larga sull'isola
L'AVANA - Malgrado gli sforzi di Barack Obama e della sua amministrazione "serve la revoca totale dell' embargo Usa" su cui l'ultima parola spetta al Congresso. Così il presidente cubano Raul Castro nella conferenza stampa congiunta con Barack Obama a Cuba, cui ha riconosciuti gli sforzi compiuti per riavvicinare i due Stati. Per Castro è "essenziale revocare l'embargo perchè ha effetti intimidatori". Obama, che ha raggiunto il leader cubano al Palazzo della Rivoluzione all'Avana nel quadro del processo di normalizzazione trai due Paesi, ha subito replicato: "L'eliminazione totale dell'embargo dipende dal Congresso".  "La tempistica" della revoca dell'embargo a Cuba da parte del Congresso, ha spiegato, "dipende dal superamento delle divergenze tra noi e Cuba sui diritti umani. Non so quando, ma l'embargo finirà".

"Un nuovo giorno tra Usa e Cuba". "Questo è un giorno nuovo tra Usa e Cuba", ha detto il presidente Usa. "Non guardiamo al passato - ha aggiunto - ma andiamo avanti".
È il loro terzo incontro dalla ripresa delle relazioni diplomatiche nel 2014, il primo sull'isola. Dopo quasi novant'anni, un presidente americano è tornato a Cuba.

mercoledì 16 dicembre 2015

il Socialismo democratico europeo è morto?


Ri-Ri-

 

L'ex leader di Ri-fondazione annuncia che il Socialismo

democratico europeo – già dichiarato morto e ri-morto – sia

ora definitivamente ri-ri-morto. Ma per fortuna non è vero.

 

di Andrea Ermano

 

L'ex leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, nel suo ultimo libro-intervista con Carlo Formenti, Rosso di sera (Editoriale Jaca Book, Milano, 2015) prende le mosse dal crollo del comunismo sovietico per dimostrare il simultaneo crollo del socialismo democratico europeo:simul stabunt, simul cadent.

    La caduta del Muro di Berlino, argomenta Bertinotti, sembravadover prefigurare un grande futuro per la socialdemocrazia, "regalandole" (!) il monopolio della rappresentanza dei principi e dei valori della sinistra. Invece, l'anno 1989, sempre secondo Bertinotti, non avrebbe segnato solo la fine del comunismo, ma anche quella di tutte le forze che si richiamavano in varia misura alla tradizione del movimento operaio, socialisti e socialdemocratici compresi.

    Il libro-intervista meriterebbe una recensione su varie questioni, su cui ci auguriamo sinceramente di ritornare presto, nel senso che sarebbe bello nei prossimi mesi potersi dedicare anche a temi un po' leggeri, e non dover rincorrere solo gli eventi gravi e drammatici di questi giorni di guerra, eventi che (statene certi) risulterebbero ben più drammatici e gravi senza l'apporto di ragionevolezza e umanità dei socialisti europei.

    Qui dobbiamo limitarci alla tesi di fondo dell'ex presidente della Camera e cioè che la socialdemocrazia sarebbe irrevocabilmente defunta. Sarà vero? I socialisti continuano a essere il secondo gruppo al Parlamento di Strasburgo e formazioni facenti capo al PSE influiscono in modo determinante sulle politiche dei governi o delle opposizioni di praticamente tutti i paesi dell'Europa occidentale nonché di molte altre nazioni del mondo, mentre un bel po' di socialdemocrazia risuona sia negli atti e nei discorsi di Papa Bergoglio, sia all'interno del Partito Democratico americano e, con Obama, fin dentro la Casa Bianca. In particolare c'è un punto di principio sempre più evidente a chiunque: senza un forte regolatore sociale anche lo "stato di diritto" e lo stesso "libero mercato" appaiono destinati al collasso, sicché occorre urgentemente rafforzare gli istituti di governance democratica globale. Willy Brand e Helmut Schmidt dicevano queste cose tre decenni or sono, ai tempi del liberalismo "duro e puro" alla Reagan-Thatcher, che oggi certo non rappresenta più, quanto meno sul piano delle idee, se non ancora su quello della prassi, il mainstreamdell'Occidente.

    Ed ecco dunque che, nonostante essa costituisca un oggetto impossibile, secondo Bertinotti, privo di fondamento storico, fisico e financo ontologico, la socialdemocrazia continua a rappresentare una tradizione politica tutto sommato affidabile per decine di milioni di elettori e per una miriade di forze di sinistra organizzate su tutto il territorio del nostro continente.

    Ma proprio questo sarebbe un gran male – puntualizza il presidente emerito della Camera. Sì, questa "persistenza" del caro estinto sarebbe un gran male in quanto precluderebbe e pregiudicherebbe quel vero rinnovamento catartico della sinistra nel nostro continente che Bertinotti attende come una specie di evento "messianico".

    Questa è, dunque, la necessità sulla cui base l'ex leader di Ri-fondazione sente l'esigenza di affermare, ri-badire e ri-ri-petere che la morte socialista è assolutamente sicura, ri-sicura, ri-ri-sicura.

    Perché – questa la tesi bertinottiana – la socialdemocrazia è potuta esistere solo grazie a una dialettica tra forme di capitalismo e di comunismo che non ci sono più. Una volta c'era infatti il capitalismo ancora "tollerante" nella sua fase proto-industriale e fordista, mentre oggi a esso è subentrato un capitalismo finanziario globale tendenzialmente totalitario; e c'era inoltre una concorrenza sistemica dell'Unione Sovietica che, premendo sull'Occidente, costringeva questi a sviluppare politiche sociali avanzate.

    Venendo meno la tolleranza capitalista e la pressione comunista, la Socialdemocrazia europea non può più esistere. Sostiene Fausto Bertinotti.

    E in Italia? Tutti sappiamo che nel nostro Paese il socialismo è stato ammazzato "definitivamente" almeno tre volte: 1) da Bava Beccaris nel 1898 quando il generale prese a cannonate le famiglie operaie in protesta contro l'aumento del prezzo del pane; 2) poi ancora da Mussolini durante il famigerato ventennio, a partire dall'incendio dell'Avanti! e dalla rivendicazione dell'assassinio di Matteotti, 3) poi da ultimo nel 1993 durante "Tangentopoli" quando Bettino Craxi venne additato al pubblico ludibrio quale principale responsabile di un malcostume invece assai più antico e diffuso (dopodiché, eliminato il capro espiatorio, della lotta alla corruzione ci è curati poco o punto).

Ebbene, a ventidue anni da questa terza, a novantuno dalla seconda e a centodiciassette dalla prima morte "definitiva" del Psi, c'è da davvero spazientirsi dinnanzi all'ennesimo "volo del calabrone", dinnanzi ai segni evidenti nella società italiana, che vanno da un’agguerrita galassia associativa alle diffuse rivendicazioni sui temi della pace, dei diritti e del lavoro, senza contare che in un modo o nell'altro, dopo mille peregrinazioni, il primo partito del Paese, cioè il PD fa parte del PSE.

    Dunque, sarà pur vero che il capitalismo finanziario globale cela in sé una tendenza totalitaria. E non è sbagliato sostenere che nel 1989 insieme all'Urss e al Muro crollò anche un fattore di concorrenza sistemica in tema di stato sociale. Tuttavia, non si possono ridurre centocinquant’anni di Socialdemocrazia europea a una sorta di doppia subalternità, per un verso rispetto al capitalismo benevolente, per l'altro rispetto a un'Unione sovietica dapprima soccorrente e infine soccombente.

    Andiamo, la tesi di una subalternità socialdemocratica rispetto all'Urss è un macroscopico anacronismo. Basti dire che la nostra testata – L'Avvenire dei lavoratori – esisteva già da una ventina d'anni quando iniziò a pubblicare alcuni testi di Vladimir Ilič Uljanov Lenin. Correva l'anno fatidico 1917 e L’ADL condivideva allora la battaglia pacifista zimmerwaldiana con il futuro fondatore dell'URSS, ma alcuni suoi articoli furono ospitati non senza che la redazione puntualizzasse il proprio contestuale dissenso rispetto a un certo modo bolscevico di piegare tutto all'ideologia, senz'alcun rispetto verso la dignità del vero e dell'avversario politico. Ma lo stesso Lenin non si sarebbe mai nemmeno lontanamente sognato di autoproclamarsi "ragion d'essere della Socialdemocrazia" europea.

    Quanto alla "tolleranza" proto-capitalista… questa tesi semplicemente non tiene conto di una lunga storia di massacri e persecuzioni.

    Infine, Bertinotti sostiene che la socialdemocrazia impedirebbe l'emergere di nuove posizioni a sinistra. Ma allora non si spiegano per esempio l'ascesa di Jeremy Corbyn alla guida del Labour britannico e mille altri fermenti all'interno della famiglia politica socialista, fermenti di cui, si parva licet, viene dato conto da queste colonne non da ieri, ma durante una lunga storia di lotte non interrotte.

    Insomma, senz'alcun dubbio, assistiamo a una crisi profonda della Politica in quanto tale, ma da ciò non si può far certo discendere che le ispirazioni ideali e l'azione del socialismo europeo sarebbero assenti dalla vita o dal dibattito contemporanei. Anzi, è persino possibile che proprio dalla socialdemocrazia si debba ripartire per riconquistare un lembo minimo di autonomia collettiva rispetto ai dispositivi mortiferi del tardo capitalismo globalizzato.

 

 

sabato 20 dicembre 2014

La Storia al femminile - Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino di Ugo Arioti

Bellezza e carattere - Elisabetta Gonzaga duchessa d’Urbino (1471-1526)


La storia al femminile mi ha sempre attratto. Elisabetta Gonzaga, pulchra essentiam nobilitate, nel febbraio del 1488, dopo un viaggio di ben 9 giorni e ricco di peripezie, mancante di confort come noi li possiamo intendere oggi per Signore di un certo Rango, sposa in Urbino, ahi lei, Guidubaldo da Montefeltro,  affettuosissimo e splendido nei suoi confronti, ma impotente. Tra vari rinvii e peripezie Elisabetta vive la sua vita di vedova bianca incompresa e mal sopportata dai nuovi parenti urbinati fino a chè, nel giugno 1489, il fratello le mandò un certo "Gaspare siciliano cantore", per distrarla: la musica era tra le arti predilette di Elisabetta, e lei stessa cantava e suonava. Così la Sicilia prese l’anima della duchessa d’Urbino, ma nulla potè contro la sua fede di sposa! Stette sempre accanto, anche nei momenti più disperati, al suo Guidubaldo, pur mantenendo la sua  fiera indipendenza! Poeti e musicisti l’amaron,o come lei desiderava e si compiaceva. Le malattie la fiaccarono, ma non la piegarono, mai. Il 16 genn. 1502 Elisabetta accolse a Gubbio il corteo nuziale di Lucrezia Borgia, la donna dei veleni! Con il Borgia Papa era andata a Roma per intercedere per la liberazione di Guidubaldo, prigioniero degli Orsini. Elisabetta, soffriva tremendamente il caldo, così nel 1502 con l’amica Isabella cercarono sollievo nel palazzo di Porto Mantovano e fu là che le raggiunse, pochi giorni dopo, Guidubaldo, sorpreso a tradimento dal Valentino e costretto a fuggire da Urbino. Il papa e lo stesso Valentino avanzarono allora l'idea di sciogliere il matrimonio, che si sapeva non consumato, tra Elisabetta e Guidubaldo, di far prete il duca e di far risposare la duchessa.
Ma Elisabetta, con forza, oppose un netto rifiuto e nel settembre, i duchi d'Urbino, scapparono da Mantova e ripararono a Venezia. Elisabetta aveva deciso di seguire la sorte del marito anche "se dovessino morire a uno hospitale". I duchi d’Urbino, adottarono un figlio e nel febbraio 1505 venne stipulato il contratto matrimoniale tra il figlio adottivo, Francesco Maria Della Rovere, ed Eleonora Gonzaga. Guidubaldo, capitano d’arme per lo Stato Pontificio post Borgia è spesso fuori Urbino ed Elisabetta tiene il governo della città dimostrando grandi doti di saggezza e polso. Nella primavera del 1508 Guidubaldo si ammalò. I medici decisero di portarlo a Fossombrone, ma, appena in cammino, le sue condizioni si aggravarono. Elisabetta avrebbe voluto riportarlo indietro, ma il duca insistette per proseguire. Il papa, informato dalla duchessa, inviò il suo medico Arcangelo da Siena e Federico Fregoso, ma arrivarono tardi: l'11 aprile Guidubaldo morì. Pietro Bembo descrive Elisabetta provatissima e prostrata e il Capilupi, a Urbino con Giovanni Gonzaga per i funerali che si svolsero il 2 maggio, riferì del contegno esemplare nel dolore di Elisabetta e della sua consolazione nel vedere il nuovo duca starle accanto "cum reverentia da figliolo et da servitore". Nell'ottobre 1525 Elisabetta si ammalò e il 31 gennaio del 1526, mentre Francesco Maria ed Eleonora si trovavano nel Veronese, Elisabetta morì a Urbino.
 I contemporanei la dissero unanimemente bella: il ritratto di lei conservato agli Uffizi  mostra una donna dai tratti regolari, dalla fronte altissima su cui risaltava quella "esse" motivo di discussione nel Cortegiano e con un'impronta di gravità e mitezza insieme.

Ugo Arioti di Sant’Ermete

venerdì 10 gennaio 2014

Il lungo cammino sulla Via della Seta

Grazie agli amici del sito www.enricopantalone.eu ( per gli amici della Storia) riprendiamo un cammino, intrapreso nel 2008, che ci porta, attraverso la cultura della conoscenza, a comprendere l'evoluzione delle società umane e il cardine su cui questa evoluzione poggia: Il Commercio. Il Commercio è ed è stato sempre il precursore dei cambiamenti epocali. In essenza, rappresenta lo scambio che richiede intrapresa e capacità di adattamento e diplomazia.Enrico ci racconta la via della seta che non è, quindi, solo un vettore mercantile puro, ma un arteria vitale dello sviluppo culturale e sociale del Mondo. Il saggio di Enrico Pantalone ( 1925-2009) ci porta in "un cammino splendido per chi ama cimentarsi nella ricerca degli usi e dei costumi di comunità spesso ai margini del mondo moderno, ma che conservano intatte prerogative arcaiche di uno splendore ed interesse enorme."
Redazione Secem
 
 
Il lungo cammino sulla Via della Seta di Enrico Pantalone

La Via della Seta, the Silk Road.

Chiunque di noi sognatori dello spazio e del tempo ha avuto l’idea d’organizzarsi e percorrere almeno una volta nella vita questa antica via carovaniera che unisce il Mediterrano orientale alle infinite pianure a ridosso delle catene montuose più alte del mondo ed alle splendide vallate cinesi che arrivano a solleticare l’Oceano Pacifico.

La Via della Seta custodisce forse il segreto della Vita, unisce indissolubilmente le più grandi civiltà del continente euro-asiatico, il vecchio Ecumene, ha permesso loro di scambiarsi non solo manufatti o preziosi, ma idee e culture e di farsi spesso anche la guerra.

Chi seguiva la carovana non era solamente un mercante in cerca di derrate da rivendere, era anche una specie di corrispondente della parte opposta di questo immenso continente euro-asiatico.

Per noi europei, la Via della Seta indubbiamente ha rappresentato qualcosa di più rispetto ai corrispettivi amici di parte asiatica, qualcosa in più non tanto in termini militari e di conquista (esauritisi sostanzialmente con Alessandro Magno), ma in termini di conoscenza di ciò che s’ignorava, per noi è stata anche la Via della Sapienza, la Via della Socializzazione, la Via di un nuovo rapporto con il Tempo che appare diverso perché diverse sono le esigenze per vivere in questi luoghi.

L’europeo, imperialista per natura, tra queste terre ha sempre trovato una tranquillità che altrove non ha mai conosciuto, ha adottato usi e costumi della gente locale e spesso è rimasto a viverci, è strano dover scrivere queste cose pur se la storia altro c’insegna, ma lo vediamo anche dal punto di vista spirituale, infatti mai l’europeo ha tentato di sovvertire il sistema religioso presente, ha aiutato a ritrovare antichi templi che sembravano persi ed ha aiutato a ricostruirli per l’utilizzo pubblico: insomma pare che lungo questa Via tutto debba funzionare se non perfettamente, almeno bene.

La Via della Seta ripercorre la storia dell’umanità, con le sue varietà linguistiche ed etniche, con le catene montuose così inaccessibili, ma al tempo stesso meraviglia per l’occhio umano, con i grandi laghi che dovevano sembrare mari a coloro che arrivavano da occidente e la varietà di colori che facevano brillare gli occhi degli increduli mercanti o militari europei o mediorientali, tutto questo lungo un cammino che si percorreva lentamente, senza fretta, quasi con gusto inebriante, come potesse essere un’elevazione dell’anima.

Per un viaggio di un mercante dall’Italia o dalla Grecia verso le località mito della Via della Seta come Samarkanda, Bukhara, Tashkent, tanto per citarne i terminali meno onerosi in termini di cammino costava almeno un paio d’anni d’assenza dalle proprie case e quindi comportava anche una certa scelta di vita per sé e per la propria famiglia, si doveva subire il fascino dell’avventura indubbiamente, fascino per l’ignoto specie se si era ai primi viaggi, e pensiemo cosa doveva essere se ci si spingeva sino alla Cina interna.

Questi uomini superavano passi incredibili posti anche oltre i 5000 metri d’altezza e non possedevano certo gli erogatori d’ossigeno o avevano la necessaria preparazione che i trekkisti d’altura moderni possiedono, eppure lentamente, molto lentamente, essi s’adeguavano al clima degli altopiani desertici oscillante tra il gelido vento ed il caldo insopportabile, facendo sosta nelle città che affiancavano la Via della Seta, città che erano a completa disposizione dei viandanti, che aprivano le porte senza titubanze, forse con grande ingenuità, ma ardenti di uno spirito collaborativo ed umano mai riscontrato altrove.

Questo faceva colpo sugli europei, essi si sentivano in debito, ricordo per esempio al tempo d’Alessandro Magno quando il suo esercito conquistatore arrivò in questi territori con i soldati pieni di superbia ed alterigia, cambiati completamente nel giro di pochi mesi, presi ad aiutare umilmente nel costruire nuove case, a dissodare i terreni e magari a mettere su famiglia: semplicemente la gente di questi luoghi ha un amore per l’umanità superiore a qualsiasi altre etnia, è endemico in essa e nemmeno di fronte alle armi che spianavano le case smise di pensare in maniera diversa, vincendo la “guerra” con il solo aiuto della propria forze interiore.

Noi non possiamo certamente soffermarci in maniera pedante ed enciclopedica su tutte le realtà sociali ed antropologiche che si potevano incontrare lungo la Via della Seta, esistono testi e siti specializzati e ben forniti anche di interessantissimo materiale fotografico, però mi piacerebbe far rivivere le sensazioni che un nostro antenato mercante (genovese, fiorentino, veneziano, milanese) poteva vivere lungo il percorso, passato a dorso di un equino o d’un cammello quando giungeva in una grande città o quando aveva la possibilità di vedere antichi resti archeologici.

Il nostro “eroe” (perché in effetti lo è più di altri a mio giudizio) normalmente si recava prima a Costantinopoli o ad Alessandria d’Egitto, facilmente raggiungibili via mare, due terminali per il ritrovo di coloro che intendevano intrapprendere il lungo cammino, non era un luogo vero e proprio di partenza occidentale per la Via della Seta che di fatto ufficialmente iniziava a Damasco e volgeva verso la carovaniera diretta a Baghdad e Teheran, peraltro ben conosciute e già grandi centri di antiche civiltà oltre che di mercati internazionali dove si scambiava qualsiasi tipo di merce, nulla di meraviglioso quindi, con ogni probabilità il nostro amico l’aveva già visitate diverse volte nel corso della propria vita.

Certamente il primo grande centro che egli incontrava nelle pianure in depressione a sud-est del Mar Caspio era Bukhara (in sogdiano Luogo Fortunato), la quale doveva apparire in tutto il suo splendore architettonico ed archeologico (non a caso l’Unesco oggi protegge ben 140 monumenti di questa città) agli occhi del visitatore, forse e ben più di una Costantinopoli o d’una Palmyra considerate l’eccellenza in occidente.

La zona era indubbiamente già ricca di mercanzie, soprattutto di tessuti e di tappeti, dai colori incantevoli e dai prezzi decisamente ridicoli se paragonati ai mercati mediorentali mediterranei.

Lasciando le dolci pianure, fertili e dalle immense piantagioni che facevano sembrare nell’immaginario collettivo il terreno come un lungo tappeto dorato (per via delle spighe di grano ovunque) s’arrivava all’altra grande città posta all’inizio della lunga ed irta catena montuosa posta tra il territorio sogdiano e quello bactriano dal nome ancor più leggendario: Samarkanda.

La leggenda ci tramanda da secoli la tradizionale bellezza di questa città, forse da considerarsi la più bella in assoluto ancora oggi, e dobbiamo immaginare come dovesse apparire agli occhi del nostro amico: fiabeschi arabeschi, tortuose vie d’accesso al centro che spalancavano le porte a edifici costruiti con un armonia indelebile per la mente, mercati variopinti pieni non solo di tessuti e tappeti, ma anche di ceramiche e di monili d’ogni foggia e prezzo.

Qui s’iniziava a cambiare atteggiamento, s’iniziava a respirare un’aria decisamente diversa, iniziava l’immedesimazione per la percezione della realtà locale, era il primo approccio ad una civiltà diversa, ma innegabilmente trascinante.

Da questo momento la morfologia del terreno assumeva l’aspetto tipico delle steppe desertiche, estensioni di terre più o meno aride e grandi oasi formate dai fiumi provenienti dagli Urali o dalla Siberia , la polvere che si sollevava al passaggio della carovana era talmente impalpabile, a detta dei viaggiatori, da non creare alcun fastidio, quasi restasse sospesa nell’aria, ma avvolgente e protettiva al tempo stesso, una degna compagna per non pensare alla solitudine ed al silenzio.

Quasi tutti i mercanti, e vogliano credere che anche il nostro amico fosse tra questi, riprendendo il cammino facevano una deviazione leggera per andare a visitare Tashkent, non tanto per acquistare delle merci, certo preziose e a buon prezzo, ma anche e soprattutto per vedere questa città che sorge in mezzo ad un’oasi ai piedi dei monti Catka, alla cui irrigazione provvede da secoli il Circik che permette eccellenti coltivazioni in una zona certo non ideale per l’agricoltura, grazie al lavoro secolare degli uomini di questa regione e dei canali che duramente essi hanno costruito, così agli occhi balzava sicuramente il fatto che tutte le costruzioni erano poste lungo il corso di questo fiume ed i suoi numerosi canali sullo sfondo dell’imponente catena montuosa dello Tien Shan.

Ripartendo da Tashkent alla volta della meta prefissa bisognava dire addio alle pianure o agli avvallamenti, si doveva valicare appunto lo Tien Shan per entrare nello Sinkiang, strada ai limiti della visibilità, magari appena tracciata, spesso ancora innevata che portava dopo un lungo cammino, soprattutto a dorso di cammello, alla prima città importante che introduceva ad un’altra civiltà, quella cinese: Kashgar.

Spesso il ghiaccio ostruiva ed impediva il passaggio delle carovane ed allora i “nostri eroi” dovevano aprirsi un varco, un pertugio che permettesse loro di transitare in qualche maniera, la manutenzione in questi luoghi dove il grande silenzio la faceva da padrone era lasciata al caso o al viandante generoso, coloro che erano abituati a vedere le vette dell’Europa occidentale ora si rendevano conto di cosa significasse l’imponenza e la solennità di una vera catena montuosa.

Eppure… eppure, non ci si fermava, non ci si arrendeva e si continuava, con meraviglia e stupore, ma si continuava, pensando ad un mondo che mai s’era prima immaginato.

A Kashgar ci si fermava un po’ ovviamente, il tempo di riprendersi dopo le immani fatiche del passaggio tra le impervie montagne, se ciò avveniva in tarda primavera o in estate la “scoperta” era un gigantesco mercato unico al mondo dove si vendevano spezie ed erbe d’ogni tipo, introvabili quasi ovunque che confluivano sulla piazza principale senza una logica preventiva, ognuno arrivava e vendeva i suoi prodotti, così era un tempo così è ancora oggi, il colore non era quindi solamente legato ai tessuti, ma anche agli alimenti ed ai pigmenti.

A questo punto Kashgar apriva due carovaniere contrapposte verso la fine della Via della Seta: una a nord, l’altra a sud dello Taklamakan per poi riunirsi nuovamente a Anxi, la meta terminale del lungo viaggio.

La prima carovaniera muoveva senza grosse difficoltà altimetriche discendendo pian piano verso altitudini minori seguendo un itinerario decisamente desertico, la seconda, leggermente più breve, invece costeggiava il Karakorum (con il K2…) e poi l’altopiano tibetano, ma la vegetazione era sicuramente più presente ed a tratti rassicurante per il viaggiatore.

La carovaniera a nord presentava in alcuni tratti dei paesaggi spettrali, frutto dell’erosione dei venti gelidi provenienti dal Gobi che s’abbattevano di frequente e che facevano apparire desolante il paesaggio, pur nell’immacolato colore delle rocce (come a Lap Nor), pensiamo allo stupore del nostro amico nel vedere per esempio i resti dell’antica città di Gaochang, in pieno deserto, con le mura battute implacabilmente dal vento e dalla sabbia, le montagne rossastre di Bezeklik o il deserto intorno a Loulan dove si potevano trovare scheletri d’animali messi a mò d’avviso per i viaggiatori.

Spesso in questo tratto di strada si potevano incontrare delle tombe dalle fattezze modeste, probabilmente di carovanieri defunti a causa della stanchezza per il duro viaggio, forse dei pastori: lungo queste piste la vita e la morte trovavano entrambe rifugio, facevano parte della spiritualità giornaliera accettata senza particolari problematiche, ed anche un tumulo, seppur discreto e senza essere particolarmente adornato aveva una sua grande dignità spirituale.

La carovaniera a sud non aveva delle grandi città, costeggiando la più alta catena montuosa del mondo era praticamente protetta dai venti gelidi, godeva grazie ai torrenti di una discreta vegetazione e si poteva viaggiare spediti dove il terreno lo permetteva, non raramente s’incontravano monasteri buddhisti che offrivano riparo e rifocillamento: sembra non fosse però una via molto praticata dai mercanti europei.

Le due strade erano alternative, ma non di rado si utilizzava, trovando la carovana giusta, quella non percorsa nel viaggio d’andata.

Il cammino durato tanto tempo terminava così ufficialmente ad Anxi, la città del tè, dove il mercante si fermava per un certo periodo, prima di ritornare verso l’Europa o ripartire per andare nell’estremo oriente, cosa peraltro assai rara, più d quanto noi siamo soliti immaginare.

La Via della Seta era e rimane ancora oggi, pur senza l’avventura d’un tempo, un percorso ideale per tracciare la propria sensibilità sociale ed antropologica, per conoscere le vere radice dell’umanità e perché no, per amare ancor di più una natura che attraverso tutto il cammino ci mostra tante e diverse bellezze, tutta ampiamente apprezzate.