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lunedì 29 maggio 2017

E Calvino creò la puntualità

E Calvino creò la puntualità

Venne spesso denigrato ma cambiò la cultura occidentale: l’abolizione delle festività cattoliche diede benzina all’economia, le «leggi contro il lusso» affrontarono le diseguaglianze sociali. Per molti aspetti fu più importante dello stesso Lutero

di PAOLO MIELI

Emanuel de Witte (1617-1692), L’Oude Kerk di Amsterdam (1661, olio su tela), Amsterdam, Stedelijk Museum
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Colpisce nella vita di Giovanni Calvino l’assoluta precarietà esistenziale. Emanuele Fiume, nella straordinaria biografia, Calvino. Il Riformatore profugo (di imminente pubblicazione per i tipi della Salerno), mette in grande evidenza questa sua caratteristica. Martin Lutero e Huldrich Zwingli, fa osservare Fiume, passarono entrambi gran parte della loro vita «a non più di qualche decina di chilometri dai rispettivi villaggi natii». Calvino, invece, fu l’unico tra i grandi della Riforma ad aver vissuto per la maggior parte della sua esistenza — «e per la quasi totalità della sua vita attiva», sottolinea Fiume — da esule. Ginevra non fu la sua patria e, fino a pochi anni dalla sua morte, Calvino vi dimorò come straniero immigrato, «con il permesso di soggiorno che gli veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi». Forse fu per questo, prosegue lo storico, che fornì «una motivazione spirituale e vocazionale» a un gran numero di «profughi per ragione di fede»; così come fu l’unico che vide nella formazione di questo genere di profughi uno «strumento di diffusione della Riforma a livello continentale» e di tessitura di una «rete di contatti teologici e politici che risulterà fondamentale per gli sviluppi internazionali del protestantesimo».
Fiume si interroga sulla demonizzazione di cui Calvino è stato fatto oggetto per secoli («eresiarca per i cattolici, intollerante per gli illuministi, inventore del capitalismo per i marxisti»). Ad integrazione delle opere di tre studiosi italiani novecenteschi — Renato Freschi, Giovanni Calvino (Corticelli); Adolfo Omodeo, Giovanni Calvino e la Riforma in Ginevra, opera curata postuma da Benedetto Croce (Laterza); Giorgio Tourn, Giovanni Calvino. Il riformatore di Ginevra (Claudiana») — offre un saggio dal quale, per sua stessa dichiarazione, non emanano «né olezzo di incenso, né puzza di zolfo».

Calvino in un ritratto attribuito a Tiziano

Calvino, Jehan Cauvin venne alla luce, secondogenito di un notaio, il 10 luglio 1509, a Noyon in Piccardia. La sua prima biografia «autorizzata», scritta dall’allievo e amico Teodoro di Beza, racconta con qualche vaghezza — come già mise in evidenza Jean Cadier in Calvino (Claudiana) — che fu a Parigi all’età di dodici anni. Alister McGrath, in Giovanni Calvino. Il Riformatore e la sua influenza sulla cultura occidentale (Claudiana), ha approfondito la questione del «beneficio ecclesiastico» che gli fu assegnato in quegli anni giovanili senza però dare eccessivo rilievo alla borsa di studio offertagli dalla Chiesa.
Il futuro riformatore fu poi al Collège de Montaigu dove aveva studiato trent’anni prima Erasmo da Rotterdam e che, dopo di lui, avrebbe avuto tra i suoi allievi Ignazio di Loyola. A proposito di Erasmo va ricordato che — come ha messo in risalto McGrath — il primo libro del ventitreenne Calvino (un commento al De clementia di Seneca pubblicato, a spese dell’autore, nel 1532) fu un’aperta sfida all’edizione critica erasmiana dello stesso testo, data alle stampe appena quindici anni prima. Una sfida che lo stesso Fiume considera «quantomeno eccessiva». Questo libro di Calvino, polemico nei confronti di Erasmo da Rotterdam, fu un fiasco, «l’unico fiasco editoriale» di colui che fu «uno degli autori più letti nel corso del XVI secolo».
Tema centrale del saggio di Fiume è la ricostruzione di come la Francia (e così gran parte dell’Europa occidentale) fu percorsa da «fremiti di Riforma religiosa» ben prima dell’entrata in scena di Lutero. Calvino entrò in contatto con simpatizzanti della Riforma (tra i quali suo cugino Pierre Robert, detto Olivetano) da giovanissimo, in un periodo che trascorse tra Orléans e Bourges. L’incontro più importante con un riformatore fu senza dubbio quello con il rettore della Sorbona Nicola Cop, alla cui prolusione dell’anno accademico 1533, Calvino diede un apporto notevole (probabilmente ne fu il ghost writer). Quel discorso, che sostanzialmente sposava le tesi di Lutero, causò un’aspra reazione del re di Francia Francesco I. Reazione che costrinse Cop e Calvino a fuggire da Parigi e, sulla loro scia, portò all’incriminazione di una cinquantina di persone.
La tensione con l’autorità francese era destinata a crescere: l’anno successivo (1534), nella notte tra il 17 e il 18 ottobre, a Parigi, Tours, Blois, Rouen e Orléans furono affissi dei placard (manifesti) contro «i grandi, insopportabili e orribili abusi della messa papale». A riprova di quanto fosse articolata e tentacolare la rete cospirativa, due copie di quel manifesto che stroncava la messa tradizionale furono ritrovate nell’anticamera della stanza da letto del re nel castello di Amboise. Una era appesa alla porta d’ingresso alla stanza, l’altra, piegata, nel vaso in cui il sovrano riponeva il suo fazzoletto. Francesco I, grande protettore della Chiesa di Roma, capì al volo la gravità dell’avvertimento e per ritorsione mandò al rogo un discreto numero di evangelici, primo tra tutti Barthélemy Milon. Fiume mette in risalto come Calvino prese subito la distanze da quei ribelli e tenne a esibire, nei loro confronti, un «profondo disprezzo». Per lui il rispetto dell’autorità restava fondamentale.
Quando, nel corso delle sue peregrinazioni, Calvino giunse a Ginevra, si imbatté nell’autorità di Guillaume Farel che aveva vent’anni più di lui ed era stato collaboratore, a Meaux, del vescovo riformatore Guillaume Briçonnet. Dal 1530 Ginevra era governata da un Consiglio cittadino. Nel 1534 arrivò il domenicano Guy Furby che accusò Farel di essere «un pupazzo» in mano ai nemici della Chiesa cattolica, in particolare quelli di Berna, città che aveva aderito alla Riforma. Il risultato dell’azione di Furby fu tuttavia opposto a quello sperato: Ginevra si schierò sempre più dalla parte di Berna. Nell’estate del 1535, dopo una predica di Farel, la città si rivoltò contro la Chiesa di Roma e un’importante reliquia, un presunto frammento del cervello di San Pietro, venne gettata nel Rodano. A quel punto il clero lasciò in tutta fretta la città e il Consiglio incamerò i beni ecclesiastici.
È la rottura. Ha inizio una lunga stagione repubblicana in cui Ginevra sarà alleata della Confederazione svizzera nella quale, però, entrerà solo nel 1815. Nel settembre del 1536 Calvino inizia il suo ministero nei panni di «lettore della Scrittura». Ma dai documenti trovati da Fiume emerge che anche lui è mal tollerato dalla città: lo pagano in ritardo, malvolentieri e lo definiscono «ille gallus», quel francese. Lui reagisce con arroganza. Un difetto che viene alla luce in occasione di una sua polemica con il riformatore alsaziano Martin Bucer, che lo tratta invece con dolcezza. Farel, il pastore cieco Jean Corauld ma soprattutto Calvino si battono da quel momento per una presa di distanze di Ginevra da Berna e per una ricucitura del rapporto con la Francia. Calvino sostiene pubblicamente che il Consiglio della città è ispirato dal diavolo. Corauld definisce i membri del Consiglio «ubriaconi» e viene arrestato. Calvino e Farel sono costretti a emigrare. Strana e per certi versi misteriosa congiura.
Dopo qualche peregrinazione, nel 1538 Calvino arriva a Strasburgo che ha come riferimento spirituale il testé citato Bucer, che lo accoglie con sé senza dar peso alle polemiche di cui s’è detto. Bucer già nel 1521 s’è avvicinato a Lutero, ha sposato una suora e nel 1523 è stato scomunicato. È una figura importante dell’Europa riformatrice: Enrico VIII lo consulta al momento del divorzio con Caterina d’Aragona. Calvino lo aiuta nella costruzione del progetto di convivenza delle diverse anime del protestantesimo: nel rispetto dei grandi teologi del Medioevo e nel riferimento costante alla figura di Paolo di Tarso. Su spinta dell’imperatore Carlo V tra il 1540 e il 1541 si svolgono colloqui tra protestanti e cattolici per una pacificazione che restituisca serenità alla Chiesa. Papa Paolo III e Martin Lutero però sono diffidenti, Calvino se ne tiene ai margini e l’insuccesso dell’iniziativa brucia Bucer.
È in questo periodo, 1540, che Calvino decide di prender moglie (una vedova), perché, scrive Fiume, «anche ragioni di immagine richiedevano che i ministri riformati fossero sposati». Ma il rapporto con la sposa — nove anni — fu sostanzialmente casto. L’annotazione alla «castità» del matrimonio di Calvino da parte di Teodoro di Beza ha provocato allusioni, anche in tempi recenti, a una sua possibile omosessualità. In proposito si è fatta menzione di un suo ruolo di imputato a un processo per sodomia in Francia. Ma si tratta di un caso di omonimia. Per giunta imperfetta. E comunque Calvino ai tempi di quel caso giudiziario non poteva essere in Francia. Inoltre, scrive Fiume, «se è vero che il temperamento dello schivo teologo non ci sembra caratterizzato da incontenibili istinti sessuali come poteva esserlo quello di Enrico VIII o Filippo d’Assia, è altrettanto vero che nella sua predicazione i rapporti sessuali tra coniugi costituiscono una parte fondamentale del matrimonio». Nel 1541, nonostante la città di Strasburgo da due anni gli avesse concesso la cittadinanza, decide di tornare a Ginevra dove la cittadinanza l’avrebbe ottenuta solo diciotto anni dopo. Sente che Ginevra è e ancor più sarà la città della sua rivoluzione...
Nel 1545 Ginevra è sconvolta da un’epidemia di peste e Calvino — che è uno strenuo fautore della persecuzione degli «untori» nonché della caccia alle streghe — ne approfitta per sostituire numerosi pastori deceduti a causa del morbo con altri a lui fedeli. Nasce in quel clima, peraltro di progressivo distacco dal luteranesimo, l’homo calvinisticus di cui ha parlato lo storico francese Emile-Guillaume Léonard nella sua monumentale Storia del protestantesimo (il Saggiatore). Unico passo falso la condanna al rogo del teologo antitrinitario spagnolo Michele Serveto (1553) che sarebbe costata a Calvino un marchio d’infamia. Ma Fiume lo assolve, almeno in parte. Perché? Calvino avrebbe potuto denunciare Serveto dal 1547 e non lo fa. Non ci è pervenuto nessun dato storiografico che attesti il compiacimento di Calvino per quell’uccisione. Serveto, poi, non fu condannato da un tribunale ecclesiastico, bensì da uno civile. Per di più, nella Ginevra della Riforma, fu l’unico mandato a morte. Ragion per cui, anche se fosse provato un coinvolgimento di Calvino nella decisione di mandare Serveto al rogo, la sua responsabilità, secondo l’autore, non sarebbe così schiacciante come l’hanno giudicata i critici della Riforma ginevrina.
Ma la rivoluzione di Calvino fu molto importante. L’abolizione delle festività cattoliche, mette in evidenza Fiume, offrì la disponibilità di un mese e mezzo di giorni lavorativi in più che «costituì un investimento di peso per l’economia familiare e sociale». Le sue «leggi contro il lusso» andrebbero ristudiate ancora oggi dal momento che seppero coniugare moderna efficienza e guerra alle sperequazioni sociali.
Nel libro L’ordine del tempo (Claudiana) lo storico svizzero Max Engammare dimostra come persino la puntualità sia un’invenzione del XVI secolo venuta fuori dalla Ginevra riformata dove iniziarono a diffondersi gli orologi pubblici e «il calvinismo reimpostò il rapporto tra la spiritualità e lo scorrere (o l’incalzare) del tempo». Calvino parlò di «uso responsabile» del tempo e impose la clessidra sui pulpiti per verificare la durata dei sermoni. Riformatore? In realtà Calvino fu un rivoluzionario sotto molti aspetti più importante dello stesso Lutero.

lunedì 10 giugno 2013

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale
di Enrico Pantalone

Enrico Pantalone è laureato in Scienze Politiche ad indirizzo storico (diritto medievale) si occupa per interesse e ricerca personale dello studio riguardante la civiltà Greca, Romana e Bizantina. Ha un sito molto interessante, www.enricopantalone.com, inoltre scrive articoli per siti di storia e archeologia. Abbiamo tratto questo scritto per la nostra ricerca sull’etica della retorica, argomento del 2013 Secem, perché è interessante vedere la Storia e la sua evoluzione dal punto di vista di uno storico – politico. Un personaggio “imperfetto”, come quelli che prediligiamo noi della scuola di ecologia culturale, che non si occupa di questo ma di questo si appassiona e vive.
Ugo Arioti

 


Da uno stato che potremmo definire ancora alquanto conflittuale del dibattito tra filosofia e retorica greca (pensiamo alla ferocia intellettuale prima della conquista romana del territorio) assistiamo durante l’età imperiale a un progressivo avvicinamento delle due posizioni comprensibile per l’azione delle autorità e per l’ascesa coeva del cristianesimo soprattutto a oriente.
La caratteristica principale della collaborazione tra le due branchie del pensiero ellenico fu certamente data come esempio dai sofistici che incarnavano in sostanza tanto l’aspetto filosofico quanto quello retorico e l’uso della parola restava indubbiamente il mezzo principale per far conoscere il genere letterario dedicato allo studio della mente umana, probabilmente, superati i dissidi dovuti in parte al modo riservato di porsi dei filosofi nei confronti dei retori , fu facile comprendere come l’utilizzo della platea e dell’oratoria risultasse determinante per far conoscere le opere didattiche.
C’è un ritorno agli studi sugli autori passati, come un richiamo alla società di un tempo in rapporto alla frenesia intellettuale che permea grandemente la nuova realtà romana, in cui si cerca la sintesi culturale, consideriamo anche che lo sviluppo territoriale portava con sé anche nuove filosofie e nuove religione che ci fanno sembrare la romanità come un immenso contenitore letterario ed idealistico, nei primi secoli imperiali si può dire che tutto era presentabile e che tutto era discusso, indubbiamente l’arte della retorica ebbe il sopravvento almeno fino al tempo di Giustiniano.
Sicuramente laddove i romani piantarono radici ben salde l’arte dell’eloquenza diventò un mezzo d’aggregazione culturale, un prova culturale per gli abitanti della regione conquistata ed una prova d’integrazione riuscita per i conquistatori, questo lo possiamo vedere più ampiamente nella Gallia dove per noi è più facile sia la verifica quotidiana tra le gente comune attualmente, sia quella più propriamente storica con ampio accesso a documentazione esistente, ma soprattutto ritrovabile nel background sociale anche nelle cittadine periferiche.
Il buon utilizzo dell’arte dell’eloquenza diventava così in tempo imperiale per un giovane di buona famiglia d’oltralpe un attestato dei suoi ampi orizzonti culturali, essere un buon retore significava accettare di buon grado il sistema linguistico e della costruzione grammaticale propria dell’Urbe, di conseguenza diventava anche più facile il dialogo e la comprensione umana.
Certo probabilmente quest’arte snaturava un po’ la civiltà della terra conquistata ma ancora oggi nessuno mette in dubbio i vantaggi che da essa ne sono poi conseguiti nello sviluppo della società nel corso di quei secoli.
Tuttavia a cavallo tra il passaggio istituzionale dalla repubblica al principato trionfò l’atticismo esasperato nell'eloquenza convincendo molti di quelli che avevano il dono di saper parlare alla gente a diversificare il palcoscenico prendendo atto che diventava molto più importante quello accademico rispetto a quello popolare.
Mutamento ovvio seguendo quello politico in atto e la trasformazione da repubblica a principato di Roma ma che frenò per sempre la libera oratoria del periodo precedente.
Le tesi che si scontravano erano comunque sempre le stesse: asianismo e atticismo, l’elaborazione puramente formale del discorso contro la forza delle argomentazioni del discorso.
Il cambio della platea consentì "l'esportazione" dell'Arte nei territori conquistati, gestiti, di fatto, con la nobiltà locale i cui figli erano educati secondi i principi romani, così indubbiamente non vi era più bisogno di grande forma estetica, non vi era più una massa di gente da incantare o da convincere, ora molte meno persone ascoltavano i discorsi e dovendosi rivolgere a una platea meno volubile, le tesi e le argomentazioni dovevano essere sicuramente ben dettagliate e descritte, quindi più accademiche, per questo ebbero un successo indubbio.
Sicuramente una figura eminente rappresentante questa evoluzione della retorica e dell’eloquenza è Marco Fabio Quintiliano, probabilmente il più grande del periodo imperiale romano.
Di questo celebre oratore, retore e scrittore si sa praticamente tutto anche perché la sua opera principale le “Institutionis Oratoriae Libri XII " c’è pervenuta (caso molto raro) completa ed integra dandoci modo di valutare appieno la sua preparazione feconda e la sua vastità culturale davvero sopra la media.
Oltre alla grande preparazione Quintiliano metteva di sua una serietà, un’onestà eccezionale unita a un’altra grande dote, spesso nascosta ma importantissima: la capacità d’ascoltare e di accogliere ogni minimo messaggio, di trasformarlo immediatamente in uno studio profondo, mai dogmatico, sempre foriero di ragionamenti e d’insegnamenti per il lettore o il pubblico.
A differenza d’altri suoi colleghi scrittori e retori egli visse sempre in tranquillità, non eccessivamente ricco ma benestante, rispettato da tutti e ben voluto a corte proprio per la sua schiettezza e onestà intellettuale.
Egli esercitò pure l’avvocatura, ma non era trasportato per il foro giuridico, preferiva avere a che fare con una platea cui offrire la sua preparazione e Vespasiano che d’uomini se ne intendeva non si fece perdere l’occasione di fargli mettere a disposizione di tutti il suo sapere affidandogli la carica d’insegnante pubblico per la retorica.
Mai nessun atto verso un letterato fu più ben ripagato: Quintiliano per vent’anni resse la cattedra ammirato dai giovani e dagli anziani, le sue lezioni restarono famose e correvano tutti ad ascoltarlo tramandandosi in famiglia la parola.
Domiziano gli affidò i nipoti una volta che egli smise l’insegnamento e in compenso ebbe il Consolato che forse per l’unica volta nella sua vita lo fece traballare tanto da fargli scrivere un elogio pubblico per l’Imperatore che sapeva onestamente di piaggeria, ma era anziano aveva dato tutto nella sua proba vita ed è un atto che gli si può perdonare facilmente anche perché lo fece solamente per amor proprio e non ne guadagnò nulla in termini finanziari, i centomila sesterzi annui che lo Stato gli aveva passato per vent’anni lo avevano assicurato una vecchiaia serena e scevra da tribolazioni.
Questa nuova “Arte della Parola” dei primi due secoli AD fu essenzialmente un’arte che potremmo definire quindi umanitaria o sociale, nel senso che tendeva sempre ad avvantaggiare l'espressione d'impegno sociale imperiale nella composizione di “opere” e “discorsi” che fossero di pubblica utilità.
Solo Traiano e Adriano, pur seguendo le linee generali, lasciarono spazio alle opere commissionate a un maggior ellenismo che nella pratica significava maggior aulica nella presentazione finale, probabilmente anche perché i due viaggiarono molto e traevano ispirazione in maniera diversa.
In qualche modo quindi l’eloquenza indubbiamente s’impoverì senza l’uso delle tecniche ellenistiche cui per secoli si erano rifatti i grandi retori romani repubblicani, ma per contro, non dovendo seguire le linee classiche in un certo senso ne guadagnò la libertà d’azione personale, meno ricca forse, ma probabilmente socialmente più interessante.