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venerdì 14 aprile 2017

"UNISCI I PUNTINI" di Marco Travaglio


Facciamo un gioco con i fatti dell’ultima settimana: la “pista cifrata” della Settimana Enigmistica, quella dei puntini numerati da unire con la penna. E vediamo che disegno ne esce.
1. Report, programma cult di giornalismo investigativo di Rai3, firmato per anni da Milena Gabanelli e ora da Sigfrido Ranucci, svela uno dei tanti misteri gloriosi: perché il costruttore Pessina fu ben felice di buttare un po’ dei suoi soldi per acquistare un bidone come l’Unità, organo Pd al disastro che perde 400 mila euro al mese; e perché Romeo, imprenditore di successo, tentò di svenarsi per portargliela via. La risposta, secondo Report, è nei lauti appalti che Pessina ha poi ottenuto da amministrazioni e aziende pubbliche controllate dal Giglio Magico: dal gasdotto in Kazakhstan all’ospedale di La Spezia. Risultato: Renzi bolla Report di “pura follia” e annuncia querele e cause; i suoi sgherri bombardano il programma in tutti i talk e i tweet; il centro e la destra, anziché difender
e l’impeccabile inchiesta mai smentita nei fatti da nessuno, mettono pure loro mano alla fondina.
2. Anche Bianca Berlinguer, licenziata dal Tg3 per leso renzismo, poi confinata in un programma pomeridiano (Cartabianca) e infine chiamata a rianimare l’encefalogramma piatto del talk narco-renziano Politics, entra nel mirino dei renziani. Guelfo Guelfi, il Matteo boy del Cda Rai, invoca da un mese (in un’intervista al samiszdat clandestino Il Foglio, per non dare troppo nell’occhio) la chiusura del programma, reo di ospitare anche Bersani, Di Maio e financo Travaglio. Sarebbe invitato anche Renzi, ma il suo nuovo comunicatore-epuratore Michele Anzaldi, dice no per non legittimare uno dei pochi programmi liberi rimasti.
3. Siccome il dg Rai Antonio Campo Dall’Orto non si decide a chiudere Report e Cartabianca, che purtroppo raccolgono buoni ascolti, mentre le tre reti di Viale Renzini e i tre TgRenzi (soprattutto il terzo deberlinguerizzato) colano a picco, i renziani e gli ascari di centro-destra cannoneggiano pure lui, da essi stessi nominato per meriti leopoldi due anni fa e ora vogliono rimpiazzarlo con uno ancor più leopoldo in vista della campagna elettorale.
4. Il Tg1 spara balle a raffica (tipo la Raggi che riapre la discarica di Malagrotta), censura le smentite alle sue balle (tagliata la rettifica dell’assessora Montanari), nasconde notizie sgradite al governo (la tesi plagiata dalla Madia) e gonfia quelle sgradite alle opposizioni (titoloni su Grillo e Di Battista indagati per l’orribile delitto di diffamazione).
Due 5Stelle con telecamera avvicinano per strada il direttore Mario Orfeo per chieder conto delle balle. Scena muta, seguita da una canea di tartufi trasversali che strillano all’“assalto squadristico”, allo “stalking”, all’attentato alla libertà di stampa del nostro eroe. Così a nessun cittadino verrà più il trip di verificare l’uso che si fa del suo canone in bolletta alla voce “informazione”.
5. L’ex premier ed ex segretario Renzi, mentre i suoi e Repubblica attaccano i 5Stelle che rifiutano i confronti in tv con altri politici, rifiuta i confronti in tv con gli altri candidati alle primarie, Emiliano e Orlando. Poi si presenta a Ottoemezzo senza confrontarsi con altri politici e insulta uno dei pochi giornali non ancora al suo servizio (“il Falso quotidiano”), pretende che chiediamo “scusa a mio padre” (ma non dice per cosa), racconta che “Travaglio fugge dal processo” nato da una citazione del babbo (ma i processi penali si celebrano anche se l’imputato fugge, e in quello non c’è stata alcuna fuga perché è una causa civile su atti scritti presentati dagli avvocati e non dalle parti in lite) e annuncia che “il buonismo è finito”, ora “iniziamo a denunciare”: ci farà sapere lui a chi toccherà con opportuni comunicati. Per molto meno, quando Di Maio diffamato da tg e giornaloni annunciò querele e si rivolse all’Ordine, fu tutto uno stracciar di vesti per le “liste di proscrizione”. Per Renzi invece tutto tace: se denuncia chi sta al potere è democrazia, se denuncia l’opposizioneè fascismo.
6. Il capitano del Noe che ha coordinato per la Procura di Napoli l’inchiesta Consip scoprendo tangenti e traffici per truccare il più grande appalto d’Europa, viene indagato per falso per aver invertito nell’informativa ai pm (ma non nella trascrizione, che è corretta) due nomi in una delle migliaia di frasi intercettate. Apriti cielo: a reti, social ed edicole unificati si urla alle “intercettazioni falsificate”, all’“inchiesta taroccata”, a “papà Renzi scagionato” e ovviamente al “complotto” con tanto di “mandanti”. Uno su tutti: il pm napoletano Woodcock (che non c’entra nulla: l’informativa era per i pm romani che hanno ereditato l’indagine). Così tutti gli investigatori e i pm sono avvertiti: non si indaga sugli amici e i parenti di Renzi.
Unendo i puntini, emerge un disegno che sapremmo descrivere meglio di così: “Io sono costernato, perché tutto questo mi evoca dei ricordi poco simpatici. Questi pensano: ‘Ripuliremo la stalla’, ‘faremo piazza pulita’… Ma questo linguaggio chi glielo ispira? Ci ricorda delle cose che avremmo voluto dimenticare. Era Mussolini che parlava così”. Parole di Indro Montanelli del 20 marzo 2001 sui deliri epuratori di B.&C. dopo una famosa puntata del Satyricon di Daniele Luttazzi. Il grande Indro ce l’aveva col centrodestra: “Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello”. Ora basta sostituire “destra” con “PdR” e il gioco è fatto. Se non vi piace il presepe, ritagliate e spedite la cartolina a pag. 4, oppure postatela sui social. Così capiranno che siamo in tanti.
Marco Travaglio F.Q. 15 Aprile 2017

lunedì 18 novembre 2013

Travaglio: "Palermo? Credo che esiga la verità sulla mafia"



Travaglio: "Palermo? Credo che esiga
la verità sulla mafia"
(da: repubblica.it)

Il giornalista porta al Golden di Palermo il suo recital in cui racconta la trattativa, le stragi, la città che cambia

di ENRICO BELLAVIA

La logica, è sufficiente quella, a sentire Marco Travaglio. Basta e avanza a spiegare il ventennio contrassegnato dal vizio d'origine della trattativa tra Stato e mafia, il patto che mise fine alle bombe del '92 e del '93 e preparò una nuova stagione di convivenza pacifica tra Cosa nostra e chi doveva contrastarla. Travaglio viene a Palermo, qui dove tutto è cominciato, a raccontare questo tempo con il suo "E' stato la mafia", insieme a Isabella Ferrari, stasera sul palcodel Golden.

Obietteranno che è presto, bisogna aspettare le sentenze.
"Di sentenze ce ne sono già un paio: che la trattativa è esistita è un dato di fatto, chi ne siano i responsabili è acclarato. Se sia un reato è materia per giudici. Altro che presto, è tardi".

La trattativa, dice chi l'ha ammessa, obbediva a una nobile ragion di Stato: evitare altro sangue.
"Chi trattava aveva le mani insanguinate, il tritolo era già esploso. Fu una resa, non un negoziato. I protagonisti dubito che andranno in galera e non mi interessa. Basterebbe che venissero fuori a spiegare che quel che hanno fatto lo hanno fatto a fin di bene e che sia la gente a decidere. Io credo che la verità li marchierebbe di infamia nei libri di storia".

La trattativa per Riina era il fine delle bombe, per quella parte dello Stato che scese a patti, fu la conseguenza. Tutto qui?
"Io parto dal summit dell'Ennese del 1991, quando dentro Cosa nostra si iniziò a parlare delle stragi e di secessione. Di quelle deliberazioni filtrò più di una notizia, ci furono allarmi e obliqui messaggi. Segno che quella fu una decisione partecipata e condivisa. Qualcuno disse a Riina: vai avanti".

Ma poi, nel 1993, Riina fu catturato. Il patto fu tradito?
"La stagione delle stragi si concluse nel '94, Cosa nostra tornò all'antico ma chi doveva pagare le cambiali continuò a farlo".

Riina fu sacrificato in nome della ragion di mafia?
"In qualche modo sì. Ma io me lo immagino dentro la sua cella a spuntare il papello ogni qual volta il Parlamento ha dato corso alle sue richieste. Così come Vito Ciancimino, quando non è servito più, è stato potato, ma non dimentichiamo che della strage di via d'Amelio e della responsabilità dei Graviano non sapevamo nulla".

Tutto il piano ebbe un suggeritore?
"Fu un piano con numerosi soggetti in campo insieme con Cosa nostra che poi si sono prodigati per depistare e tenere sepolti i segreti, pagando sempre il prezzo di quel patto".

L'ammorbidimento del carcere duro?
"Il 41 bis fu la prima cambiale, poi seguirono altri provvedimenti, dall'abolizione dell'ergastolo allo scudo fiscale".

Lei è ha prestato fede a Massimo Ciancimino, si è ricreduto?
"Non ho mai creduto che fosse un santo, ma che abbia fornito delle verità e documenti autentici con un unico falso. Quello che gli è capitato lo considero un suicidio giudiziario indotto. Quando si è spinto troppo in là gli è stato detto: ritrattare non puoi, allora sputtanati. E lui lo ha fatto. D'altro canto, se il papello non esiste come hanno fatto a rispondere punto su punto a quel che Cosa nostra desiderava?".

Quando si esaurisce quella lista, quel papello?
"Fin quando quel ceto politico che ha traccheggiato vent'anni fa determinerà scelte del Paese, la trattativa va avanti".

Il patto tiene?
"Tengono i ricatti incrociati. Ho ancora nelle orecchie le parole di Gherardo Colombo a Giuseppe D'Avanzo: le convergenze sulla giustizia sono il frutto di ricatti".

Storia d'oggi, insomma, non archeologia?
"Storia attuale anche per le innumerevoli analogie che legano la stagione del 1992 a quella presente".

Si riferisce ai nuovi propositi stragisti di Riina?
"Certo e spero che anche questo evento sia l'occasione per saggiare il grado di con-sapevolezza della città rispetto al pericolo che corre Nino Di Matteo che deve subire un procedimento disciplinare per un'intervista aRepubblicanella quale non violò alcun segreto".

Ha dubbi sulla consapevolezza della città?
"L'ho vista cambiare, l'ho vista esigere la verità ben al di là del dato giudiziario".

Consapevole fino al punto di fiutare certo professionismo antimafia, per dirla con Sciascia?
"Sciascia sbagliò bersaglio ma individuò un rischio. Credo che i siciliani siano attrezzati per riconoscere l'antimafia parolaia e i sepolcri imbiancati".

Consapevolezza e cambiamento politico non segnano sempre lo stesso tempo...
"Anche in Sicilia qualcosa sta cambiando. Mi pare presto per dare un giudizio su Crocetta ma è fin troppo ovvio dire che non è assimilabile a Cuffaro o Lombardo. Al netto di certe trovate istrioniche o di certe ingenuità. La speranza è un po' svanita anche perché carica di aspettative. Lo attendiamo alla prova dei fatti".
Tanto più che un suo amico come Antonio Ingroia andrà a lavorare con lui. Lo trova normale?
"Credo sia un bene se va a mettere pulizia in qualche carrozzone mangiasoldi. Pur capendo le ragioni personali, rimango convinto che un magistrato bravo debba rimanere a fare il magistrato".

Diffida dei giudici in politica?
"No, credo che i diritti civili debbano essere tolti ai criminali non ai magistrati".

L'esperienza politica di Ingroia però non è stata esaltante...
"Ha sbagliato i tempi. Ma rimane intatto lo slancio ideale che ha messo in quel progetto. Sarebbe stato utile in un Parlamento nel quale il centrosinistra si sta autodistruggendo e dare una mano ai grillini che peccano di ingenuità".

E della capacità di tradurre in politica il consenso, come per la legge elettorale?
"Se non ci fossero loro a colmare un poco del vuoto di opposizione andrebbe anche peggio. Di cazzate ne hanno fatte ma sul no a indulto e amnistia li ho apprezzati".

Però le carceri scoppiano...
"Le si svuota abolendo leggi frutto di demagogia e populismo. Amnistia e indulto perpetuano l'idea di impunità".

Ne usciremo?
"Con il ricambio del ceto politico. Con gente non più ricattabile in nome di quella trattativa. Capace davvero di toccare i patrimoni mafiosi anziché vendere le spiagge. Qui non possiamo aspettare che arrivi o il becchino o una retata. Perché neppure le retate bastano".

sabato 31 agosto 2013

L’arma segreta


L’arma segreta
(da facebook Nieva Liegra ha condiviso la foto di CONTROINFORMAZIONE) La redazione condivide e pubblica
 

di Marco Travaglio

Comprensibilmente amareggiato per l’inopinata esclusione sua e di Gianni Letta dalla nuova tornata di senatori a vita, il Banano è rientrato a Roma dopo alcuni giorni di prove generali di arresti domiciliari ad Arcore. E ha subito riunito il suo stato maggiore – quello che l’avvocato Taormina chiama simpaticamente “massa di fessi” – per studiare le prossime mosse. Intanto c’è da preparare il ricorso alla Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo, annunciato l’altro giorno alla giunta del Senato con una lettera a sua firma che citava i “sensi dell’art. 7 della legge 4/08/1955 N. 848”. Purtroppo, come ha scoperto Marco Bresolin su La Stampa, la suddetta legge ha solo due articoli, dunque l’esistenza di un “art. 7” è altamente improbabile, anche nel diritto creativo seguito dagli onorevoli avvocati e dai principi del foro che assistono il Cainano. Con quello che li paga, potrebbero almeno evitargli certe figure barbine. E, già che ci sono, potrebbero anche spiegargli che la Corte di Strasburgo non è un quarto grado di giudizio, né il santuario di Lourdes con piscina di acqua miracolosa, dunque non è in grado di ribaltare le sentenze definitive dei tribunali nazionali: al massimo potrebbe risarcirlo per il danno inferto dai giudici ai suoi diritti umani, ma è altamente improbabile che accada. Anche perché poi l’eventuale danno dovrebbe rifonderlo lo Stato italiano: cioè la vittima delle colossali frodi fiscali oggetto della sua condanna, che lui deve restituire. L’altra mossa, ancor più geniale, sono i preparativi per la resistenza nella giunta del Senato che dovrebbe dichiarare la sua decadenza da senatore. I pareri pro veritate sono uno meglio dell’altro. Alcuni luminari prêt-à-porter sostengono che la legge Severino sulla decadenza e l’incandidabilità dei parlamentari condannati non si applica ai parlamentari condannati. Altrimenti è incostituzionale. Dunque, per essere costituzionale, dovrebbe applicarsi ai gatti randagi, alle zanzare tigre, ai pesci palla e ai ficus giganti, ovviamente solo in caso di condanna. Altri, i giureconsulti più moderati, argomentano che la legge si applica sì ai parlamentari condannati, ma soltanto se delinquono da domani in poi, quindi se va bene saranno indagati fra un paio d’anni e condannati in Cassazione intorno al 2025.

 C’è poi una terza scuola di pensiero, fra i giuristi arcoriani e grazioliani: la condanna non vale perché le motivazioni della Cassazione sono state depositate “a orologeria”, con una “fretta sospetta” (i giudici si erano dati un mese di tempo dopo la lettura del dispositivo il 1° agosto, e le hanno depositate il giorno 29, con ben 24 ore di anticipo). Oppure perché sono “motivazioni deludenti” (parola di Coppi, che in teoria sarebbe pagato per far assolvere il cliente, non per esprimere delusione dopo la condanna). Pare invece minoritaria la corrente giuridica sallustiana, dal nome del direttore de il Giornale impegnato da un mese a dimostrare che il giudice Antonio Esposito è un poco di buono perché gli sta antipatico B., dunque B. è innocente. Il fatto che anche gli altri quattro giudici – Franco, D’I-sa, Aprile e De Marzo – abbiano firmato la sentenza ha un po’ indebolito la linea Zio Tibia. Il quale però non si dà per vinto e ha subito sguinzagliato i suoi segugi alle calcagna dei quattro malfattori, a caccia di scoop su vita privata, calzini, mutande, hobby, letture, pasti, merende, cani, gatti, pappagalli, cocorite e altri animali domestici. Dopo la decisiva testimonianza di Franco Nero sulle cene di Esposito, si preparano i pareri pro veritate di Maurizio Merli, Giuliano Gemma, Terence Hill e Bud Spencer. Ma l’ultima arma segreta del Banano, a testimonianza della sua prodigiosa lucidità, è Marco Pannella. Quando Craxi, inseguito da procure e tribunali di mezza Italia, gli chiese un consiglio nel '93, il leader radicale suggerì astutamente di farsi arrestare. Se non ha

cambiato idea, allora B. è in buone mani. Meno male che c’è Violante, noto participio presente di ciò che fa e dice