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venerdì 21 marzo 2025

Che cos’è il Manifesto di Ventotene È uno dei testi fondamentali dell’europeismo moderno ed è molto diverso da come l’ha descritto Giorgia Meloni alla Camera

Che cos’è il Manifesto di Ventotene

È uno dei testi fondamentali dell’europeismo moderno ed è molto diverso da come l’ha descritto Giorgia Meloni alla Camera

 

Mercoledì alla Camera dei deputati la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha letto provocatoriamente alcuni passaggi del Manifesto di Ventotene, il nome con cui è noto il documento Per un’Europa libera e unita – Progetto di un manifesto, scritto nel 1941 dagli antifascisti Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi mentre erano al confino sull’isola del mar Tirreno (da qui il nome) in quanto oppositori del regime. Meloni lo ha fatto per polemizzare sulla manifestazione per l’Europa di sabato a Roma e per distogliere l’attenzione dalle divisioni della sua maggioranza sulla politica estera. Si è soffermata su alcune frasi del testo, fuori contesto e non lette per intero, per darne un’interpretazione falsa: in sostanza per presentarlo come antidemocratico, cioè il suo esatto contrario.

Gli storici considerano in modo unanime il Manifesto uno degli scritti fondamentali dell’europeismo moderno e che hanno posto le basi dell’Europa unita: perché la immaginò in senso federale già allora, in piena Seconda guerra mondiale. Maturò in ambienti di sinistra, anche se oggi questa connotazione è passata in secondo piano, ma di una sinistra diversa da quella a cui ha alluso Meloni, cercandovi tendenze radicali e repressive.

Il testo fu pubblicato nel 1944 grazie al socialista Eugenio Colorni, che ne scrisse la prefazione e lo stesso anno fu ammazzato dai fascisti a Roma. I suoi autori, Spinelli e Rossi, sono ritenuti a loro volta tra i fondatori dell’Europa: tanto che per esempio il palazzo del Parlamento Europeo a Bruxelles è intitolato a Spinelli (che tra gli anni Settanta e Ottanta fu membro della Commissione Europea ed eurodeputato). L’europeismo federalista di Spinelli e Rossi è comunque distante da quello su cui si improntò l’integrazione europea fin dall’inizio, che fu più verticistico (cioè calato dall’alto, il contrario di federale) e legato a personalità di un’altra area politica rispetto alla loro, più moderata (come Alcide De Gasperi, Winston Churchill, Robert Schuman o Konrad Adenauer). Lo è però anche – e parecchio – dall’ideologia statalista e sovversiva di cui Meloni ha parlato alla Camera.
 
Allora, quale è il problema di un capo di governo di una democrazia? Nessuno se non è, invece, falsamente democratica e più orientata a ripercorrere vie autoritarie che col fascismo sono sorelle!
 
 Spinelli e Rossi non erano comunisti, ma esponenti della sinistra antifascista critica verso lo stalinismo e l’Unione Sovietica. Spinelli aveva fatto parte del Partito Comunista fino al 1937, poi ne era uscito. Rossi aveva idee liberali ed era tra i fondatori del movimento Giustizia e Libertà (di cui furono leader Carlo Rosselli e, dopo il suo assassinio insieme al fratello Nello, Emilio Lussu). Entrambi, durante la Resistenza e l’immediato dopoguerra, avrebbero aderito al Partito d’Azione (in seguito Rossi fondò il Partito Radicale nel 1955, mentre Spinelli fu eletto deputato ed eurodeputato da indipendente nelle liste del PCI).
 
Il Manifesto fu scritto con contributi di Colorni e di altri antifascisti non comunisti in un momento in cui quasi tutta l’Europa continentale era occupata dalla Germania nazista. È diviso in tre parti. Le prime due, di Spinelli, sono sulla crisi sociale e su come funzionerà l’unità europea dopo la fine della guerra. La terza, di Rossi, è centrata sulle riforme e sull’economia.
 

 

mercoledì 13 gennaio 2021

I dubbi della Democrazia

 

Elena Tebano, sul Corriere della Sera ci ricorda che "la decisione di Twitter e Facebook di espellere il presidente statunitense Donald Trump dalle loro piattaforme, di fatto silenziandolo, ha suscitato allarme in tutto il mondo perché ha reso evidente il potere in mano alle grandi multinazionali della tecnologia. È successo perché le due aziende questa volta lo hanno esercitato su una libertà politica tradizionale, quella di espressione. Ma è un allarme tardivo, che non coglie il fulcro del vero potere delle nuove tecnologie e delle società che le controllano, aziende per definizione non democratiche (perché rispondono a logiche diverse dalla democrazia, quelle del profitto, e dipendono dai loro proprietari, non dalla sovranità popolare)". Certo, ma se pensiamo di vivere in un sistema capitalistico che è retto dai "castelli della Finanza", non possiamo meravigliarci se un impresario, mettiamo un ristoratore, per fare un esempio, butta fuori dal suo locale un cliente che disturba la quieste degli altri e che crea danno alla sua attività. Questo è normale, dato il sistema. Semmai, dovremmo chiederci: come mai sono intervenuti tardivamente Twitter e FB? Insomma, affari, soldi e democrazia sono cose che è difficile mettere insieme tenendo la bilancia della Giustizia in equilibrio, questo deve farci pensare. Può, allora, esistere una democrazia che abbia i contrappesi giusti per non essere manipolata dai mas media o dai social o dalle grandi multinazionali? La risposta non c'è, o per meglio dire, si tratta di una navigazione a vista e in un mondo sempre più egotistico, in cui il valore costruttivo della socialità e del dialogo si è trasformato in valore azionistico, la traccia può essere marcata solo a vista e ad ogni conflitto tra il sistema economico che ci governa e quello socio politico che ci guida cercare di creare un precedente positivo che sia utile a costruire un percorso che si avvicini di più alla democrazia, seppur imperfetta. Resta il fatto che la gestione di enormi portafogli di dati utente che posseggono i vertici di FB o di Twitter o di altri socialmedia o distributori on line è talmente importante e voluminoso da poter influenzare, e ne abbiamo avuto prova già con l'elezione di Trump, quello che oggi riceve dalle stesse società il ben servito, l'esito di un confronto o di un elezione "democratica".
U.A.

 

venerdì 24 novembre 2017

I voti che non decidono e le democrazie malate Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo»? E’ destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il «demos», accetta con le elezioni di avere un capo come se fosse in una dittatura?

Antonio Polito   (Corriere.it)

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.
Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.
La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.
Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.
Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?
La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.
Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.
Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.
Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

mercoledì 13 settembre 2017

Ars, gli onorevoli senza rossore Uno schiaffo in faccia ai siciliani

Potrebbe sembrare demagogia spicciola, però non lo è affatto in una terra affamata di lavoro e con i giovani che emigrano a frotte. Non lo è in una regione in cui il 50% degli elettori non va più a votare nemmeno se li preghi in ginocchio. Non lo è lì dove vige la regola devastante che se un rappresentante del popolo fa bene o male è uguale, tanto viene rieletto comunque.

Mi spiego, facendo un ragionamento terra terra. Che cosa accadrebbe se un dipendente pubblico o privato non andasse ripetutamente al lavoro? Nulla se in congedo ritualmente autorizzato o in malattia debitamente documentata (con trattenute sullo stipendio o sul salario). Esaurite le ferie e in buona salute, deve andare a faticare con il sudore della fronte, di biblica memoria, sennò è assente ingiustificato con pesanti conseguenze economiche e giuridiche, addirittura il possibile licenziamento.

Tutto ciò non succede nel parlamento più antico del mondo, l'Assemblea Regionale Siciliana, che dati alla mano non è solo assai antico ma pure assai improduttivo, da molto tempo infatti non approva una legge. Per carità, spesso quando l'ha fatto ha combinato veri e propri strafalcioni con riforme pasticciate, abortite e con provvedimenti legislativi sovente impugnati (prima dal Commissario dello Stato adesso da Palazzo Chigi), però almeno stavano lì a discutere e votare.

Al di là delle stucchevoli, e ormai inutili, disquisizioni sulla reale composizione e consistenza della maggioranza e sui balletti di responsabilità tra maggioranza e opposizioni, ultimamente Sala d'Ercole ha offerto uno scenario surreale con il presidente dell'Ars, Giovanni Ardizzone, assiso sconsolato sull'alto seggio a ripetere di sentirsi ostaggio degli assenti e a implorare la presenza dei deputati regionali, esternando il suo avvilimento a un'aula a ranghi ridottissimi.

Ma dei signori onorevoli senza rossore in faccia non c'è traccia, assolutamente sordi ad ogni appello, tranquilli in altre faccende affaccendati perché tanto dalle loro tasche non cadrà un euro, o pochi spiccioli, mantenendo intatte le laute indennità di cui godono, senza alcuna conseguenza giuridica - per esempio la decadenza - per l'ostinata e perdurante latitanza. No, lo ribadiamo, non è demagogia spicciola affermare che si tratta di un vero schiaffo a chi non si può permettere siffatta sfrontata "elasticità" in ufficio, a scuola, in negozio, in fabbrica, in cantiere, a chi non ha un'occupazione e a chi avendola arriva bocconi alla terza settimana del mese.

No, non è demagogia, è un richiamo a un minimo senso del pudore verso gli elettori e di rispetto della carica pubblica ricoperta. Rimane inteso che all'improvviso potremmo assistere a qualche seduta d'aula affollata con scorrerie da una norma e all'altra per inserire emendamenti vari a scopi eminentemente elettorali, squallori crepuscolari cui siamo abituati.

In un Paese normale quasi nessuno di costoro sarebbe riconfermato, spediti a casa senza complimenti. Da noi non è così e non per colpa dei marziani ma nostra. In buona parte, al netto della riduzione dei seggi da 90 a 70, li rivedremo comodamente alloggiati nei Palazzi del potere siciliano pronti a comportarsi, nei prossimi cinque anni, esattamente allo stesso modo. Forse qualche riflessione, prima di entrare nella cabina elettorale il 5 novembre prossimo, la dovremmo finalmente maturare. Lamentarsi dopo sarebbe troppo tardi... demagogico.
Pippo Russo

martedì 18 luglio 2017

Al peggio non c'è mai fine

Non è il titolo di un romanzo, ma quello che succede in Sicilia in prossimità delle elezioni regionali. Dopo cinque anni di disastro assoluto e devastazione da parte di Crocetta e di tutti quelli che lo hanno sostenuto, oggi tutti i suoi ex partner e sostenitori, invocano la DISCONTINUITA' CON CROCETTA! 
Dobbiamo ridere o piangere? Al peggio non c'è mai fine! Cercano programmi, nuove idee, proclami per ricostruire...cosa? Quello che hanno distrutto, o quello che non hanno fatto niente per impedire? Una classe di idioti politici, legati alla poltrona e alla pensione e i vitalizzi d'oro, piuttosto che alla rinascita della Sicilia, oggi si vogliono riconvertire al "Bene"! MA CHI PUO' CREDERE PIU' A QUESTA GENTE CHE HA CAUSATO IL DANNO E LO HA COLTIVATO PER CINQUE LUNGHISSIMI ANNI SENZA STACCARE MAI LA SPINA A CROCETTA.
Inutili riunioni, sotto la benedizione dell'Orlando in campo sempre con tutti i colori e tutte le stagioni, si consumano sulla pelle dei siciliani.
Attori nuovi e confusi a destra e a sinistra cercano di dare l'assalto alle 60 poltrone rimaste all'ARS, gente senza scrupoli. 
Al peggio non c'è mai fine....e dove, ancora, dovremo arrivare....
Meditate Gente, meditate!
Ugo Arioti

venerdì 14 aprile 2017

"UNISCI I PUNTINI" di Marco Travaglio


Facciamo un gioco con i fatti dell’ultima settimana: la “pista cifrata” della Settimana Enigmistica, quella dei puntini numerati da unire con la penna. E vediamo che disegno ne esce.
1. Report, programma cult di giornalismo investigativo di Rai3, firmato per anni da Milena Gabanelli e ora da Sigfrido Ranucci, svela uno dei tanti misteri gloriosi: perché il costruttore Pessina fu ben felice di buttare un po’ dei suoi soldi per acquistare un bidone come l’Unità, organo Pd al disastro che perde 400 mila euro al mese; e perché Romeo, imprenditore di successo, tentò di svenarsi per portargliela via. La risposta, secondo Report, è nei lauti appalti che Pessina ha poi ottenuto da amministrazioni e aziende pubbliche controllate dal Giglio Magico: dal gasdotto in Kazakhstan all’ospedale di La Spezia. Risultato: Renzi bolla Report di “pura follia” e annuncia querele e cause; i suoi sgherri bombardano il programma in tutti i talk e i tweet; il centro e la destra, anziché difender
e l’impeccabile inchiesta mai smentita nei fatti da nessuno, mettono pure loro mano alla fondina.
2. Anche Bianca Berlinguer, licenziata dal Tg3 per leso renzismo, poi confinata in un programma pomeridiano (Cartabianca) e infine chiamata a rianimare l’encefalogramma piatto del talk narco-renziano Politics, entra nel mirino dei renziani. Guelfo Guelfi, il Matteo boy del Cda Rai, invoca da un mese (in un’intervista al samiszdat clandestino Il Foglio, per non dare troppo nell’occhio) la chiusura del programma, reo di ospitare anche Bersani, Di Maio e financo Travaglio. Sarebbe invitato anche Renzi, ma il suo nuovo comunicatore-epuratore Michele Anzaldi, dice no per non legittimare uno dei pochi programmi liberi rimasti.
3. Siccome il dg Rai Antonio Campo Dall’Orto non si decide a chiudere Report e Cartabianca, che purtroppo raccolgono buoni ascolti, mentre le tre reti di Viale Renzini e i tre TgRenzi (soprattutto il terzo deberlinguerizzato) colano a picco, i renziani e gli ascari di centro-destra cannoneggiano pure lui, da essi stessi nominato per meriti leopoldi due anni fa e ora vogliono rimpiazzarlo con uno ancor più leopoldo in vista della campagna elettorale.
4. Il Tg1 spara balle a raffica (tipo la Raggi che riapre la discarica di Malagrotta), censura le smentite alle sue balle (tagliata la rettifica dell’assessora Montanari), nasconde notizie sgradite al governo (la tesi plagiata dalla Madia) e gonfia quelle sgradite alle opposizioni (titoloni su Grillo e Di Battista indagati per l’orribile delitto di diffamazione).
Due 5Stelle con telecamera avvicinano per strada il direttore Mario Orfeo per chieder conto delle balle. Scena muta, seguita da una canea di tartufi trasversali che strillano all’“assalto squadristico”, allo “stalking”, all’attentato alla libertà di stampa del nostro eroe. Così a nessun cittadino verrà più il trip di verificare l’uso che si fa del suo canone in bolletta alla voce “informazione”.
5. L’ex premier ed ex segretario Renzi, mentre i suoi e Repubblica attaccano i 5Stelle che rifiutano i confronti in tv con altri politici, rifiuta i confronti in tv con gli altri candidati alle primarie, Emiliano e Orlando. Poi si presenta a Ottoemezzo senza confrontarsi con altri politici e insulta uno dei pochi giornali non ancora al suo servizio (“il Falso quotidiano”), pretende che chiediamo “scusa a mio padre” (ma non dice per cosa), racconta che “Travaglio fugge dal processo” nato da una citazione del babbo (ma i processi penali si celebrano anche se l’imputato fugge, e in quello non c’è stata alcuna fuga perché è una causa civile su atti scritti presentati dagli avvocati e non dalle parti in lite) e annuncia che “il buonismo è finito”, ora “iniziamo a denunciare”: ci farà sapere lui a chi toccherà con opportuni comunicati. Per molto meno, quando Di Maio diffamato da tg e giornaloni annunciò querele e si rivolse all’Ordine, fu tutto uno stracciar di vesti per le “liste di proscrizione”. Per Renzi invece tutto tace: se denuncia chi sta al potere è democrazia, se denuncia l’opposizioneè fascismo.
6. Il capitano del Noe che ha coordinato per la Procura di Napoli l’inchiesta Consip scoprendo tangenti e traffici per truccare il più grande appalto d’Europa, viene indagato per falso per aver invertito nell’informativa ai pm (ma non nella trascrizione, che è corretta) due nomi in una delle migliaia di frasi intercettate. Apriti cielo: a reti, social ed edicole unificati si urla alle “intercettazioni falsificate”, all’“inchiesta taroccata”, a “papà Renzi scagionato” e ovviamente al “complotto” con tanto di “mandanti”. Uno su tutti: il pm napoletano Woodcock (che non c’entra nulla: l’informativa era per i pm romani che hanno ereditato l’indagine). Così tutti gli investigatori e i pm sono avvertiti: non si indaga sugli amici e i parenti di Renzi.
Unendo i puntini, emerge un disegno che sapremmo descrivere meglio di così: “Io sono costernato, perché tutto questo mi evoca dei ricordi poco simpatici. Questi pensano: ‘Ripuliremo la stalla’, ‘faremo piazza pulita’… Ma questo linguaggio chi glielo ispira? Ci ricorda delle cose che avremmo voluto dimenticare. Era Mussolini che parlava così”. Parole di Indro Montanelli del 20 marzo 2001 sui deliri epuratori di B.&C. dopo una famosa puntata del Satyricon di Daniele Luttazzi. Il grande Indro ce l’aveva col centrodestra: “Questa non è la destra, questo è il manganello. Gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello”. Ora basta sostituire “destra” con “PdR” e il gioco è fatto. Se non vi piace il presepe, ritagliate e spedite la cartolina a pag. 4, oppure postatela sui social. Così capiranno che siamo in tanti.
Marco Travaglio F.Q. 15 Aprile 2017

mercoledì 15 marzo 2017

Crocetta occupa più poltrone possibili in attesa delle elezioni di ottobre

Ben Abdelaali presidente dell'Ircac
Sanità, scelti i dirigenti generali




PALERMO - Alla fine è arrivata la fumata bianca. Dopo mesi di tensioni e polemiche soprattutto interne alla stessa giunta, il governo Crocetta ha nominato il nuovo presidente di Ircac. E il nome era lungamente annunciato: si tratta di Sami Ben Abdelaali, consulente personale di Crocetta. Tunisino d'origine, ma siciliano d'adozione, Ben Abdelaali è tra i più fidati collaboratori del governatore, che lo ha scelto per curare anche diversi eventi relativi al rapporto tra la Sicilia e i Paesi stranieri, soprattutto dell'area Nordafricana. Ben Abdelaali ha rivestito anche un ruolo importante anche in occasione dell'ultimo Expo di Milano, nel contesto del Cluster Biomediterraneo, di cui la Regione siciliana era capofila.

Ma la giunta riunita oggi ha formalizzato altre nomine molto importanti. Sono quelle dell'assessorato alla Sanità dove da qualche settimana, da quando cioè l'ex dirigente generale Gaetano Chiaro è stato nominato a capo della Segreteria tecnica del presidente Crocetta, il dirigente Ignazio Tozzo “regge” entrambi i dipartimenti. Tozzo, oggi, ha acquisito la titolarità del dipartimento della Programmazione sanitaria che reggeva ad interim dopo il “trasferimento” di Chiaro. A capo dell'altro dipartimento della Sanità, cioè il Dasoe, è andato invece Rino Giglione, ex dirigente generale all'Urbanistica. La guida di quest'ultimo dipartimento, invece, è andata all'ex assessore all'Agricoltura Rosaria Barresi, oggi dirigente generale sempre nello stesso assessorato, che riceve l'interim.

“Lo sport preferito dal presidente della Regione Rosario Crocetta continua ad essere quello di occupare poltrone a tutti i livelli, collocando in posizioni di potere i componenti del suo cerchio magico, che diverranno a loro volta i candidati, alle prossime regionali, del movimento Riparte Sicilia. La nomina a presidente di Ircac di Sami Ben Abdelaali è l’ennesima prova di questa naturale attitudine dell’inquilino di Palazzo d’Orleans. Un progetto che si consuma sotto gli occhi del Partito Democratico, che continua a sostenere l’esecutivo peggiore che la Sicilia abbia visto. Di tutto questo, di una gestione sconsiderata della cosa pubblica, Crocetta e il Pd dovranno rispondere ad ottobre agli elettori”, così l’onorevole Marco Falcone, capogruppo di Forza Italia all’Ars.

domenica 12 marzo 2017

Come si fa ANTIMAFIA senza i riflettori accesi e il clamore di manifestazioni ipocrite e bandiere al vento ...a BAGHERIA


Bagheria, "il sindaco è inavvicinabile". E i boss rinunciarono agli appalti

 

La deposizione dell'ex scorta di Falcone oggi boss pentito. "I Conad di Bagheria e Palermo pagano il pizzo". Parla pure Tantillo: "Un intervento dei boss per rimproverare gli ultras violenti"
«Il sindaco grillino di Bagheria era inavvicinabile, per questa ragione la famiglia mafiosa aveva deciso di non occuparsi più di appalti al Comune ». L’ultimo pentito di Cosa nostra, Pasquale Di Salvo, l’ex poliziotto della scorta del giudice Falcone diventato imprenditore di mafia, depone in trasferta al processo “Panta Rei”, a Milano. Racconta di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bagheria, parla degli affari conclusi col Comune nel settore dei rifiuti. «Ma negli anni scorsi», precisa. «Con l’arrivo di Patrizio Cinque la situazione era cambiata, perché era davvero inavvicinabile. Io avevo da riscuotere un credito lecito nei confronti del Comune, neanche quello fu possibile recuperare».

Di Salvo parla anche di estorsioni. Spiega che i supermercati Conad di Bagheria, ma anche quelli di Palermo, sono «messi a posto» con i clan, ovvero pagano il pizzo. In tempi di crisi per l’organizzazione mafiosa, sempre alla ricerca di liquidità per sostenere le famiglie dei detenuti, il clan di Bagheria aveva intensificato l’imposizione dei ricatti. Un gran lavoro per il clan: «Eravamo rimasti in tre al vertice», aggiunge Di Salvo. «Io, Nicola Testa e Carmelo D’Amico». I blitz dei carabinieri del comando provinciale avevano falcidiato le fila dell’organizzazione.

Di Salvo è finito in manette nell’ambito dell’ultima operazione disposta dalla direzione distrettuale antimafia, nel dicembre del 2015. Assieme a lui, 37 presunti mafiosi di Palermo centro e Bagheria. Adesso, nell’aula bunker dell’Ucciardone è in corso il rito abbreviato per molti degli indagati, davanti al giudice Nicola Aiello. A Milano, le sostitute procuratrici Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco hanno citato anche l’ex boss del Borgo Vecchio Giuseppe Tantillo, pure lui oggi collaboratore di giustizia. Conferma le accuse contro la moglie del boss Tommaso Lo Presti, Teresa Marino, addetta a risistemare le finanze in crisi del clan di Porta Nuova.

Tantillo racconta anche di essere stato investito di un compito molto particolare, quello di rimproverare alcuni ultras del Borgo Vecchio che a detta di qualcuno «si comportavano male sugli spalti con le tifoserie di altri quartieri». Una questione che stava per degenerare, fu necessario l’intervento di un esponente mafioso come Tantillo per riportare ordine.

sabato 17 dicembre 2016

Roberto Saviano: Considerazioni sulla situazione politico-amministrativa romana e milanese

SI E' DIVERSI non quando si dichiara di essere diversi, ma quando si agisce diversamente. Scegliendo Marra, Virginia Raggi non ha agito diversamente dai suoi predecessori. L’arresto del fedelissimo della sindaca, l’uomo che ha difeso innumerevoli volte da luglio a oggi resistendo anche alle sollecitazioni di Beppe Grillo, che avrebbe voluto la sua rimozione, dimostra una volta di più che il re è nudo. L’arcadia idealizzata dal Movimento non esiste, non è mai esistita. I pochi mesi di amministrazione Raggi a Roma sono bastati a farci comprendere quanto il M5S sia fragile. Una denuncia che si sta sollevando anche al suo interno, come dimostra il clima che sta infuocando il confronto tra le diverse correnti romane e parlamentari.

Il Movimento, purtroppo per i suoi elettori e per i tantissimi italiani che gli hanno dato fiducia nella prova referendaria, in mancanza di regole organizzative e di selezione precise e riconoscibili, in altre parole di regole democratiche, sta evidenziando un altro dei suoi limiti, forse il più inquietante: è un movimento scalabile. Può essere preso d'assalto da chiunque e, siccome chi critica ha in sorte l'epurazione, non riesce a maturare una crescita interna che lo renda più solido e meno contraddittorio nelle scelte e nei comportamenti.

Questo è quanto accaduto a Roma, dove la destra vicina agli ambienti di Forza Italia e dell'ex sindaco Gianni Alemanno lo ha di fatto occupato. Beppe Grillo lo sa bene, ne è perfettamente consapevole, ma finora non ha potuto riconoscerlo pubblicamente - forse nemmeno con i suoi più stretti collaboratori - perché significherebbe alzare bandiera bianca, ammettere che la sua creatura non ha sufficienti anticorpi per scongiurare che gruppi organizzati possano infiltrarsi nelle sue strutture fluide e prendere il potere, utilizzando la buona fede degli elettori. Il punto di partenza di questo ragionamento, anche se mi aspetto che i militanti mi diano del servo del Pd, è proprio questo: la buona fede di chi ha scelto e votato i Cinquestelle. E questa è la ragione per la quale, se il M5S non vuole disperdere il capitale umano e politico accumulato in questi anni, deve darsi nuove regole precise. Deve accettare di praticare la democrazia al proprio interno se vuole chiedere e pretendere la stessa democrazia all'esterno, alle istituzioni e alle altre forze politiche del Paese.

Una conseguenza mi pare inevitabile. Virginia Raggi deve dimettersi (o autosospendersi fino a un chiarimento giudiziario) perché ha legato il proprio destino a quello di Raffaele Marra. Perché lo ha difeso strenuamente quando in molti, anche tra quelli del suo Movimento, le hanno fatto notare l'imbarazzante continuità di Marra con le esperienze amministrative precedenti. Raggi ha un obbligo etico che le deriva dalla fascia tricolore che le è stata consegnata dopo la vittoria alle elezioni. Deve dimostrare di comprendere fino all'ultima piega che cosa significhi essere la Sindaca della più importante città del Paese e il suo riflesso nel mondo. Deve farsi carico delle sue responsabilità politiche e civili. Deve dar conto delle sue scelte ai cittadini, non soltanto quelli che hanno votato per lei. Deve dar conto a quei cittadini che oggi scoprono chi è Marra: una pedina inamovibile della sua squadra e della sua amministrazione. Perché Marra non è - come si è voluto far credere - una figura marginale. Marra è l'amministrazione Raggi. Marra è Virginia Raggi. Da lui sono passate tutte le decisioni più importanti della sindaca. Una sindaca che, nella migliore delle ipotesi, non ha saputo leggere e interpretare la complessità del reale. Lei e i 5stelle alla prova dei fatti sino ad oggi hanno fallito. Ecco perché è il caso che Raggi passi la mano. Mettere la testa sotto la sabbia, questo Grillo dovrebbe saperlo, porterebbe a un disastro peggiore. Quando chiesi (e ne sono ancora convinto) le dimissioni per conflitto di interessi della ministra Maria Elena Boschi fui accusato di essere grillino. Venni letteralmente massacrato dal Pd e dall'intero suo popolo riunito alla Leopolda in quei giorni. Eppure quelle mancate dimissioni hanno segnato l'inizio della ingloriosa fine del renzismo. Chi oggi lo nega lo fa per convenienza.

La situazione del nostro Paese è disastrosa, si è lavorato soprattutto alle apparenze e molto poco alla sostanza. La storia di Beppe Sala a Milano mostra come il governo abbia rischiato molto a delegare tutta la sua diversità all'Anac (l'Autorità nazionale anticorruzione) che non essendo una procura, non potendo né indagare né investigare, concede il suo bollino blu (come fatto su Expo) a vicende e situazioni che non può conoscere bene fino in fondo, dando più una valutazione mediatica che reale. Ora l'inchiesta Expo rischia di gettare una luce ambigua sull'Anac rendendola l'ennesima operazione di facciata del governo Renzi. L'augurio è che sia in grado di sottrarsi al ruolo di chi si limita a battezzare il bene e il male dell'amministrazione pubblica e cerchi di tornare alle sue funzioni di prevenzione e analisi.

Dopo l'arresto di Marra, mi accusano nuovamente di essere al soldo del Partito democratico. Domando anche a chi mi attacca: quanto vi sta a cuore il vostro presente e il vostro futuro? Che cosa risponderete ai vostri figli quando vi chiederanno dove eravate quando c'era bisogno di fermarsi a ragionare? Per capire, solo per capire. Niente di più. Chi critica non può essere considerato un nemico da epurare. Possiamo continuare a ragionare in questo modo? Il Pd dice "se non appoggi Renzi aiuti Salvini e Grillo" e il M5S "se critichi la gestione Raggi vuoi riconsegnare Roma nelle mani di chi ha permesso Mafia Capitale". Attestarsi su queste posizioni distrugge ogni possibilità di dibattito, riduce le idee a uno scontro tra squadre. Eppure Marra è la dimostrazione che la politica, anche quella del Movimento, che si pone come radicalmente nuova deve sempre misurarsi (e allearsi) con i meccanismi di scambio, influenza, opportunismo. Amministrare è difficilissimo, per cambiare davvero bisogna essere prudenti e saper ascoltare. Perché dinanzi alle prove politiche (non ancora giudiziarie) di continuità tra Marra e Alemanno (Marra sottoscrisse - come racconta il giornalista dell'Espresso Emiliano Fittipaldi - contratti milionari a favore di Fabrizio Amore, un costruttore imputato di associazione per delinquere) la Raggi ha continuato a difenderlo? Forse la ragione è semplice: le figure come Marra garantiscono voti, controllo burocratico,

venerdì 24 giugno 2016

BREXIT - Via dall'Unione Europea patria di Banche e Burocrazia

Il Regno Unito, o ciò che ne resta, ha deciso di andar fuori dall'Unione Europea delle Banche e dei grandi Burocrati. Lo ha fatto con una profonda lacerazione, Scozia e Irlanda del Nord ora vogliono l'indipendenza da una Londra capitale di Pirati finanziari e Speculatori. Churchill aveva detto: "meglio andare verso il mare aperto che verso l'Europa", l'Europa dei popoli ringrazia! L'Europa, o per meglio dire le controfigure della Commissione europea, no! 
La marcia verso l'Unione ha finito per creare un mostro a Bruxelles che non conta e non passa e che, come contrappeso, all'asse che determina una guida fortemente economica e di mercato dell'Unione, ha saputo solo porre strumenti burocratici infernali che hanno, di fatto, impedito un vero e omogeneo sviluppo di tutte le Regioni d'Europa. Prova ne sia l'aborto della Costituzione europea. Che l'Isola anglosassone stia fuori o dentro l'Europa, poi, non è un gran dolore per le nazioni civili e classiche del vecchio continente; hanno ricostruito il vallo di Adriano più a Sud, erano già praticamente fuori dall'Euro e dalle politiche comunitarie. Questo, infatti, ha portato Cameroon alla logica conclusione del suo fallimento politico. I danni economici non saranno, per l'Europa, ma per chi esce da questo "ombrello" e indebolisce il suo sistema. 
Brexit, comunque, potrebbe essere, lo speriamo in centinaia di milioni,  un campanello d'allarme per l'inizio della cacciata di tutti gli inutili burocrati da Bruxelles e per iniziare a creare e a ragionare sulle culture e sulle Genti, che nel rispetto delle loro tradizioni, dovranno essere direttamente rappresentate da un governo federale il cui capo, eletto da tutti i cittadini europei, non sia sottoposto al veto di nessuno e sia in carica solo per un mandato di 5 anni. Chissà, forse questo passso falso dell'Inghilterra, potrebbe essere un nuovo inizio per un EUROPA DEI POPOLI e non della FINANZA SPECULATIVA che crea crisi cicliche e devastanti incursioni sulle libertà e sulle democrazie.
Ugo Arioti

domenica 19 giugno 2016

Amministrative 2016 La Rivoluzione gentile sconfigge le bugie del Potere



E' successo. Nonostante gli 80 euro, lordi, le favole e le bugie che un deleggittimato capo del Governo, giunto al Potere con un Golpe bianco, ha meso in campo per rimescolare le carte, il Partito Dem (Democratico sarebbe un oltraggio all'Onestà) ha perso le ali.
E se Roma era, proprio per il coinvolgimento Dem in Mafia Capitale, una battaglia difficile, Torino, città simbolo Dem, è crollata e il PD è il secondo partito oggi in Italia; ha perso moltissimi capoluoghi e città passate ai pentastellati.
Devono togliersi dalla testa e devono finire di raccontare la storiella che GOVERNARE E FARE POLITICA SONO DUE COSE DIVERSE E DIFFICILI. No, cari amici, sono semplici nella loro vera luce: quella dell'onestà intelletuale e del Governo in nome del Popolo Sovrano, non delle BANCHE e del Grande Capitale Finanziario Speculativo che ha distrutto ( era il suo gioco) L'ECONOMIA REALE.
Certo, ora parte un banco di prova difficile e tutti i lazzazorni, i corrotti, i delinquenti protetti dalla longa manus del Potere, tenteranno l'assalto al fortino per dimostrare, ogni giorno, che il Movimento 5 stelle non sa governare, non capisce niente di politica e Potere. Lo sappiamo e aspettiamo una risposta coRAGGIosa e CHIARA.
Ora, siamo altrettanto consapevoli, che il vento sta cambiando e i marpioni che hanno costruito carriere politiche e indennità e stipendi e benefit da favola devono unirsi in un sindacato (PDL) di LADRI che li possa tutelare.
E', altrettanto vero, che la mala cultura e la pratica delle corruttele e delle clientele politico mafiose, con una Cultura a livelli minimali, PENSIERO DEBOLE, porta i nostri giovani verso un malessere insopportabile che li avvicina più al male che al bene, ma è proprio per questo che abbiamo il dovere di cercare nuove strade e nuove misure per far tornare alla Politica chi ne è stato sempre deluso perchè la vede come un SISTEMA DI POTERE e non una FILOSOFIA PACIFICA PER VIVERE TUTTI INSIEME CON DIGNITA'.
Ugo Arioti

giovedì 19 maggio 2016

E' morto Marco Pannella


E' morto Marco Pannella: l'annuncio a Radio Radicale

con il Requiem di Mozart

 

Nella sua casa di via Panetteria, a pochi passi dal Quirinale, lo scorso 2 maggio Pannella aveva soffiato 86 candeline tra gli amici che non lo hanno mai abbandonato: in prima fila i due attivisti Matteo Angioli e Laura Harth. Ma proprio dal quel giorno le sue condizioni si sono aggravate. Lottava con un tumore al fegato e uno ai polmoni. Una malattia di cui, per scelta, parlava pubblicamente. Come la sua compagna di tante battaglie, Emma Bonino:"Mancherà a tutti, penso persino ai suoi avversari. Molto amato ma poco riconosciuto nei suoi meriti in questo paese che tanto gli deve", ha detto a Radio Radicale l'ex ministro degli Esteri. "Credo che ora  molti dovrebbero riflettere, ora che non è più in vita, sui suoi meriti e la sua presenza nella storia di questo Paese".

lunedì 18 aprile 2016

La dittatura è già in essere

 
La Storia dovrebbe insegnarci che è proprio in periodi di recessione e crisi del sistema che si presentano alla ribalta personaggi squallidi e assolutamente "ridicoli" che si fanno spazio a colpi di golpe e conquistano il Potere. Il nuovo Mussolini, come lui, viene da un partito di sinistra e sciorina bugie ed editti quasi hitleriani travestendoli con slogan come: la NAZIONE ITALIANA HAUN GRAN POTENZIALE o gli ITALIANI SONO STANCHI DI VOTARE e con L'Italia  vale e  vuole andare avanti superando le IDEOLOGIE (Il partito unico della Nazione). L'ultimo episodio: il Referendum del 17 Aprile 2016, sotto il Quorum di 20 punti. La mancanza di responsabilità e lo scarso attaccamento alla DEMOCRAZIA degli italiani ha dato spazio, ancora una volta, al di là del risultato sterilizzato, al personalismo di un Premier che si permette di indicare agli italiani che NON VOTARE è MEGLIO. Ora, a settembre si rivoterà per la COSTITUZIONE e sarà, ancora una volta, la MORTE DELLA DEBOLE ED ESANGUE DEMOCRAZIA ITALIANA: REQUIEM AETERNA!
Il golpe bianco di Napolitano e Renzi ha trasformato la terza Repubblica in Prima dittatura mediatica del III millennio. Non esiste più alcun argine democratico. L'imbecillità bersaniana ha consegnato nelle mani di uno sconfitto l'Italia e gli italiani stanno a guardare senza scuotere la testa.
 
La destra berlusconiana divisa in cento pezzi  e sconquassata dagli scandali si allea con Renzi (Patto del Nazareno) e viene assorbita. L'unica speranza sta nel Movimento 5 stelle, giovani e onesti, che si distinguono dall'ammasso politico di partiti antiquati e perfettamente allineati e coperti con i privilegi della CASTA. Mi viene in mente il titolo di un vecchio film di Ettore Scola:
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
Nel nostro caso è la democrazia e la Costituzione italiana che dobbiamo ritrovare, più che per noi per i nostri figli.
Ugo Arioti

venerdì 1 aprile 2016

Editoriale di Aprile 2016

Viviamo in una società effimera e superficiale che non ascolta, appena appena sente, legge titoli e guarda foto, in maniera cinica e irrazionale, decontestualizzata e fuori da ogni circuito di elaborazione economico, sociale, culturale. Una società consumistica ed edonistica in cui tutto è niente e niente è tutto. Le notizie corrono velocissime da una parte all'altra del Mondo, ma noi le facciamo scorrere sul nostro monitor solo per modalità inutili alla nostra capacità di esserci e di avere un peso in una civiltà capitalista che ha smarrito il concetto di bene utile a tutti e sviluppa, esclusivamente, i principi dell'arricchimento speculativo distruggendo tutto ciò che è intorno a noi: l'ambiente, la vita, la Famiglia, le associazioni, le imprese. Tutto è riferito alla speculazione globale, alla devastazione culturale e al declino morale. "Nemo profeta in Patria", ergo, non voglio apparire come il Savonarola di turno.
Eppure, le vediamo ogni giorno le ingiustizie, i soprusi di un sistema parassita della DEMOCRAZIA, dove i colpi di Stato non sono più esterni, fatti da Principi o da ex gerarchi in rotta di collisione, Brigate rosse, gialle o verdi, ma interni, costruiti dall'apparato statale, da veri professionisti del crimine organizzato e diretto dalle Finanziarie multinazionali, dalle Banche. Noi siciliani, per esempio, abbiamo un cretino, che si crede Presidente antimafia della Regione Sicilia e invece è un piccolo ingranaggio del sistema mafioso che dice, a parole, di voler debellare. La sua sola presenza, come Presidente della Sicilia, garantisce la MAFIA, grazie all'incapacità sua e del suo staff di governare un sistema ormai al collasso con Super Burocrati che rubano lo stipendio e impiegati allo sbando, traghettati da un Dipartimento all'altro senza una logica e senza una programmazione e una regola. Ex Provincie che fluttuano con i loro apparati clientelari sulle spalle di una Regione esangue e senza idee, perché così deve essere e a garanzia di questo ci sono Dirigenti Generali asserviti al sistema "Monterosso" (condannata a risarcire 1,5 milioni di Euro e sempre sul trono di comando, protetta dal Presidente).
Ci sarà, ancora, uno sciopero contro Crocetta, per chiedergli di non aggravare ancora di più il danno e tornare alla zappa da cui viene, se ne è ancora capace.
Ma dov'è la Politica, con la "P" maiuscola?
Dov'è la dignità, la meritocrazia, l'antimafia, la democrazia? Ve lo dico io: nei cartoni animati di una volta!
 
Ugo Arioti
 

lunedì 21 marzo 2016

Un giorno nuovo tra Usa e Cuba


Obama: "Un giorno nuovo tra Usa e Cuba". Castro "Restano profonde differenze. Revoca totale dell'embargo"

 


È il loro terzo incontro dalla ripresa delle relazioni diplomatiche nel 2014, il primo sul suolo cubano. Il presidente Usa rende omaggio con una corona di fiori al monumento di José Martí, eroe nazionale cubano. Google pronta a estendere rete wi-fi e banda larga sull'isola
L'AVANA - Malgrado gli sforzi di Barack Obama e della sua amministrazione "serve la revoca totale dell' embargo Usa" su cui l'ultima parola spetta al Congresso. Così il presidente cubano Raul Castro nella conferenza stampa congiunta con Barack Obama a Cuba, cui ha riconosciuti gli sforzi compiuti per riavvicinare i due Stati. Per Castro è "essenziale revocare l'embargo perchè ha effetti intimidatori". Obama, che ha raggiunto il leader cubano al Palazzo della Rivoluzione all'Avana nel quadro del processo di normalizzazione trai due Paesi, ha subito replicato: "L'eliminazione totale dell'embargo dipende dal Congresso".  "La tempistica" della revoca dell'embargo a Cuba da parte del Congresso, ha spiegato, "dipende dal superamento delle divergenze tra noi e Cuba sui diritti umani. Non so quando, ma l'embargo finirà".

"Un nuovo giorno tra Usa e Cuba". "Questo è un giorno nuovo tra Usa e Cuba", ha detto il presidente Usa. "Non guardiamo al passato - ha aggiunto - ma andiamo avanti".
È il loro terzo incontro dalla ripresa delle relazioni diplomatiche nel 2014, il primo sull'isola. Dopo quasi novant'anni, un presidente americano è tornato a Cuba.

mercoledì 16 dicembre 2015

il Socialismo democratico europeo è morto?


Ri-Ri-

 

L'ex leader di Ri-fondazione annuncia che il Socialismo

democratico europeo – già dichiarato morto e ri-morto – sia

ora definitivamente ri-ri-morto. Ma per fortuna non è vero.

 

di Andrea Ermano

 

L'ex leader di Rifondazione, Fausto Bertinotti, nel suo ultimo libro-intervista con Carlo Formenti, Rosso di sera (Editoriale Jaca Book, Milano, 2015) prende le mosse dal crollo del comunismo sovietico per dimostrare il simultaneo crollo del socialismo democratico europeo:simul stabunt, simul cadent.

    La caduta del Muro di Berlino, argomenta Bertinotti, sembravadover prefigurare un grande futuro per la socialdemocrazia, "regalandole" (!) il monopolio della rappresentanza dei principi e dei valori della sinistra. Invece, l'anno 1989, sempre secondo Bertinotti, non avrebbe segnato solo la fine del comunismo, ma anche quella di tutte le forze che si richiamavano in varia misura alla tradizione del movimento operaio, socialisti e socialdemocratici compresi.

    Il libro-intervista meriterebbe una recensione su varie questioni, su cui ci auguriamo sinceramente di ritornare presto, nel senso che sarebbe bello nei prossimi mesi potersi dedicare anche a temi un po' leggeri, e non dover rincorrere solo gli eventi gravi e drammatici di questi giorni di guerra, eventi che (statene certi) risulterebbero ben più drammatici e gravi senza l'apporto di ragionevolezza e umanità dei socialisti europei.

    Qui dobbiamo limitarci alla tesi di fondo dell'ex presidente della Camera e cioè che la socialdemocrazia sarebbe irrevocabilmente defunta. Sarà vero? I socialisti continuano a essere il secondo gruppo al Parlamento di Strasburgo e formazioni facenti capo al PSE influiscono in modo determinante sulle politiche dei governi o delle opposizioni di praticamente tutti i paesi dell'Europa occidentale nonché di molte altre nazioni del mondo, mentre un bel po' di socialdemocrazia risuona sia negli atti e nei discorsi di Papa Bergoglio, sia all'interno del Partito Democratico americano e, con Obama, fin dentro la Casa Bianca. In particolare c'è un punto di principio sempre più evidente a chiunque: senza un forte regolatore sociale anche lo "stato di diritto" e lo stesso "libero mercato" appaiono destinati al collasso, sicché occorre urgentemente rafforzare gli istituti di governance democratica globale. Willy Brand e Helmut Schmidt dicevano queste cose tre decenni or sono, ai tempi del liberalismo "duro e puro" alla Reagan-Thatcher, che oggi certo non rappresenta più, quanto meno sul piano delle idee, se non ancora su quello della prassi, il mainstreamdell'Occidente.

    Ed ecco dunque che, nonostante essa costituisca un oggetto impossibile, secondo Bertinotti, privo di fondamento storico, fisico e financo ontologico, la socialdemocrazia continua a rappresentare una tradizione politica tutto sommato affidabile per decine di milioni di elettori e per una miriade di forze di sinistra organizzate su tutto il territorio del nostro continente.

    Ma proprio questo sarebbe un gran male – puntualizza il presidente emerito della Camera. Sì, questa "persistenza" del caro estinto sarebbe un gran male in quanto precluderebbe e pregiudicherebbe quel vero rinnovamento catartico della sinistra nel nostro continente che Bertinotti attende come una specie di evento "messianico".

    Questa è, dunque, la necessità sulla cui base l'ex leader di Ri-fondazione sente l'esigenza di affermare, ri-badire e ri-ri-petere che la morte socialista è assolutamente sicura, ri-sicura, ri-ri-sicura.

    Perché – questa la tesi bertinottiana – la socialdemocrazia è potuta esistere solo grazie a una dialettica tra forme di capitalismo e di comunismo che non ci sono più. Una volta c'era infatti il capitalismo ancora "tollerante" nella sua fase proto-industriale e fordista, mentre oggi a esso è subentrato un capitalismo finanziario globale tendenzialmente totalitario; e c'era inoltre una concorrenza sistemica dell'Unione Sovietica che, premendo sull'Occidente, costringeva questi a sviluppare politiche sociali avanzate.

    Venendo meno la tolleranza capitalista e la pressione comunista, la Socialdemocrazia europea non può più esistere. Sostiene Fausto Bertinotti.

    E in Italia? Tutti sappiamo che nel nostro Paese il socialismo è stato ammazzato "definitivamente" almeno tre volte: 1) da Bava Beccaris nel 1898 quando il generale prese a cannonate le famiglie operaie in protesta contro l'aumento del prezzo del pane; 2) poi ancora da Mussolini durante il famigerato ventennio, a partire dall'incendio dell'Avanti! e dalla rivendicazione dell'assassinio di Matteotti, 3) poi da ultimo nel 1993 durante "Tangentopoli" quando Bettino Craxi venne additato al pubblico ludibrio quale principale responsabile di un malcostume invece assai più antico e diffuso (dopodiché, eliminato il capro espiatorio, della lotta alla corruzione ci è curati poco o punto).

Ebbene, a ventidue anni da questa terza, a novantuno dalla seconda e a centodiciassette dalla prima morte "definitiva" del Psi, c'è da davvero spazientirsi dinnanzi all'ennesimo "volo del calabrone", dinnanzi ai segni evidenti nella società italiana, che vanno da un’agguerrita galassia associativa alle diffuse rivendicazioni sui temi della pace, dei diritti e del lavoro, senza contare che in un modo o nell'altro, dopo mille peregrinazioni, il primo partito del Paese, cioè il PD fa parte del PSE.

    Dunque, sarà pur vero che il capitalismo finanziario globale cela in sé una tendenza totalitaria. E non è sbagliato sostenere che nel 1989 insieme all'Urss e al Muro crollò anche un fattore di concorrenza sistemica in tema di stato sociale. Tuttavia, non si possono ridurre centocinquant’anni di Socialdemocrazia europea a una sorta di doppia subalternità, per un verso rispetto al capitalismo benevolente, per l'altro rispetto a un'Unione sovietica dapprima soccorrente e infine soccombente.

    Andiamo, la tesi di una subalternità socialdemocratica rispetto all'Urss è un macroscopico anacronismo. Basti dire che la nostra testata – L'Avvenire dei lavoratori – esisteva già da una ventina d'anni quando iniziò a pubblicare alcuni testi di Vladimir Ilič Uljanov Lenin. Correva l'anno fatidico 1917 e L’ADL condivideva allora la battaglia pacifista zimmerwaldiana con il futuro fondatore dell'URSS, ma alcuni suoi articoli furono ospitati non senza che la redazione puntualizzasse il proprio contestuale dissenso rispetto a un certo modo bolscevico di piegare tutto all'ideologia, senz'alcun rispetto verso la dignità del vero e dell'avversario politico. Ma lo stesso Lenin non si sarebbe mai nemmeno lontanamente sognato di autoproclamarsi "ragion d'essere della Socialdemocrazia" europea.

    Quanto alla "tolleranza" proto-capitalista… questa tesi semplicemente non tiene conto di una lunga storia di massacri e persecuzioni.

    Infine, Bertinotti sostiene che la socialdemocrazia impedirebbe l'emergere di nuove posizioni a sinistra. Ma allora non si spiegano per esempio l'ascesa di Jeremy Corbyn alla guida del Labour britannico e mille altri fermenti all'interno della famiglia politica socialista, fermenti di cui, si parva licet, viene dato conto da queste colonne non da ieri, ma durante una lunga storia di lotte non interrotte.

    Insomma, senz'alcun dubbio, assistiamo a una crisi profonda della Politica in quanto tale, ma da ciò non si può far certo discendere che le ispirazioni ideali e l'azione del socialismo europeo sarebbero assenti dalla vita o dal dibattito contemporanei. Anzi, è persino possibile che proprio dalla socialdemocrazia si debba ripartire per riconquistare un lembo minimo di autonomia collettiva rispetto ai dispositivi mortiferi del tardo capitalismo globalizzato.

 

 

mercoledì 2 dicembre 2015

L'Europa non esiste, anzi è un cancro burocratico che strangola i popoli

 
Il sogno di un Europa unita che diventa il bilanciere del Mondo si è definitivamente infranto contro gli scogli dell'esodo biblico dalle guerre che, "l'Occidente civile" governato dalle multinazionali finanziarie capitaliste americano - ebreo - inglesi, ha seminato nel Mondo e in Medio Oriente per controllare, anche con il Terrorismo, i pozzi di petrolio e gli snodi strategici del suo traffico. Dopo Bin Laden ora il califfato della morte, pirati, che occupa una zona ricca di pozzi petroliferi, quelli sottratti all'IRAQ, e la LIBIA, che sotto il dittatore Gheddafi era uno Stato controllabile e unito mentre dopo le bombe americane e francesi oggi è la patria del terrore e non ha un suo governo stabile. L'Europa, o per meglio dire quell'accozzaglia burocratico-affaristica che ha sede a Bruxelles,  per risolvere il problema fomentato da quattro straccioni bulgari, ungheresi e slavi, tratta con l'assassino turco e gli da un assegno da 3 miliardi di euro, rivalutabile non appena Erdogan il sultano mafioso che regge le sorti di una Turchia sempre più Stato canaglia e sempre più fuori dal consesso delle nazioni "civili" e "democratiche", per trattenere agli arresti gli sfollati dalle guerre in Siria e in Iraq. Fa di più, gli promette per premio di annoverare la sua Nazione ottomana tra i rottami di un unione europea che non ha regole o salvaguardie se non per le Banche e le lobbie capitalistiche che vivono succhiando il sangue dei Popoli e la loro sovranità. Erdogan, smascherato dai russi, che traffica con L'Isis, che compra petrolio e vende armi ai terroristi e che abbatte un aereo militare russo,  non perché era dentro i suoi confini, ma perché stava intercettando un carico del sultano turco, l'assassino dell'avvocato dei curdi e il leader che si indigna, falso, se il papa accusa la Turchia di genocidio, di quella infinita strage che è passata sotto silenzio dall'Occidente democratico e civile. Noi, stiamo in questa Europa della morte, e ci indigniamo se ammazzano centinaia di nostri giovani innocenti a Parigi, ma dobbiamo sapere che è questo il giogo in cui viviamo e in cui, come avviene regolarmente da alcuni anni, anche in Italia registriamo. Non esiste più la DEMOCRAZIA e la SOVRANITA' POPOLARE in Europa e in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e compagni. Renzi, con un colpo di Stato bianco, senza passare da alcuna elezione popolare, anzi era stato rifiutato pure dal suo elettorato che aveva scelto Bersani, regge le sorti di una Nazione preoccupata più a risanare i buchi delle BANCHE, a scapito dei risparmiatori e del Popolo italiano, piuttosto che dalla lotta alla povertà e alla diseguaglianza.
Non stiamo vivendo un momento di sviluppo e di ricostruzione, ma una fase di MAFIA POLITICA che specula e vive sulla pelle della Gente. Mi chiedo quando ci sveglieremo cosa troveremo e cosa riceveranno da noi i nostri figli, che devono andare all'estero per trovare un lavoro dignitoso, oltre ai DEBITI e alle TASSE sempre più onerose e ingiuste. Speriamo e preghiamo perché non si trovino, visto l'evolversi della situazione del Fronte anti Isis, dentro una terza e definitiva guerra mondiale.
 
Ugo Arioti

giovedì 5 novembre 2015

Salò di Pasolini: la tortura è politica e nella sua peggiore performance si astrae fino a diventare solo dittatura del Nulla (fascismo allo stato puro)


Salò di Pasolini: la tortura è politica e nella sua peggiore performance si astrae fino a diventare solo dittatura del Nulla (fascismo allo stato puro)


Abbiamo rivisto, in questi giorni di decadenza morale e politica del “vecchio Continente” un film di Pier Paolo Pasolini: Salò. È certamente un film problematico e non facile da decifrare. Qualcuno ha detto controverso. Io vedo questo come un aspetto dialettico pasoliniano, lui ci mostra con questo film la faccia nera del Potere assoluto e cieco: il fascismo. Dicevo è, per alcuni, un discusso film di Pasolini “Salò” (1975), costruito sulla base degli scritti del Marchese de Sade “Le 120 giornate di Sodoma (1785)”, che pone domande significative per quanto riguarda l'intersezione tra torture sadiche e sovranità. Il film è diviso in quattro segmenti, fortemente ispirati all’Inferno di Dante.

Salò si concentra su quattro sovrani corrotti dopo la caduta d'Italia fascista di Benito Mussolini nel 1944. Quattro libertini fascisti - il Duca, il Vescovo, il magistrato, il presidente – fanno rapire le persone più belle giovani della città e li fanno portare in una villa, in uno spazio chiuso chiamato 'La Repubblica di Salò', uno stato fantoccio nazista. Da quel momento, la Repubblica di Salò diventa una enclave fascista, da cui non c'è scampo. Comincia così l’abuso estremo, la tortura, e gli omicidi di giovani uomini e donne per il bene della perversa lussuria e il  piacere estremo.

I giovani così diventano, per i quattro “spettri del potere assoluto della dittatura fascista”, creature deboli, destinati al piacere di pochi scellerati “Potenti”. I gerarchi e gli squadristi gridano ai giovani rapiti :<Non aspettatevi di trovare qui la libertà concessa nel mondo esterno. Siete alla portata di qualsiasi “Illegalità” Nessuno sa che siete qui. Per quanto riguarda il mondo, siete già morti.> (Pasolini, 1975)

È un anticipazione della tragedia dell’America latina: i desaparecidos.

I corpi delle vittime giovani diventano luoghi di dolore e di piacere sessuale repressivo, che porta i segni della vendetta sovrana. Il punto di forza del film sta nel mostrarci che l'appello del piacere è inseparabile dal fascino della violenza sovrana. Ricorda i rituali dei sistemi primitivi di crudeltà, Pasolini riesce quasi a fare della parte che mostra la sadica tortura uno spettacolo divertente. Questa festa è, però, illimitata e protetta da una legge illimitata del potere sovrano. Così, ciò che incontriamo in Salò è quello che io chiamo un illimitato 'godimento di crudeltà', che fa della tortura la vendetta di quattro despoti corrotti. Crudeltà severe. Punisce i corpi delle vittime, senza alcuna colpa, mentre il piacere sessuale diventa un'arma di dominio totale.

Considerando che la bellezza fisica diventa un sintomo di vulnerabilità, il sovrano potere politico diventa un potere distruttivo, una forma totale di fascismo.

Allora la tortura, che è considerata ampiamente nella Letteratura e nella speculazione filosofica politica, una forma di pazzia mette a nudo l’essenza del potere assoluto despotico sofista e dei suoi archetipi irrazionali negativi.

La tortura è ampiamente considerata come una forma di pazzia, come un atto 'irrazionale', come una pratica immorale che si limita ad amministrazioni corrotte o sistemi totalitari. Ma questa “Repubblica di Salò” allora è solo un girone dell’inferno? Si. È un teatrino dove si consuma l’ultimo e più scellerato atto del regime fascista.  Salò è un film che fa pensare e che mette in evidenza quanto la mancanza di democrazia e di democrazia dialettica, possibile anche, dove si isolano gli individui e si coltiva la loro egotica brama di potere, può portare a degenerazioni dittatoriali devastanti.

 

Ugo Arioti