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mercoledì 25 ottobre 2017

Trovato un astrolabio delle navi di Vasco Da Gama



Trovato un astrolabio delle navi di Vasco Da Gama. "E' il più antico strumento di navigazione al mondo"
Recuperato al largo dell'Oman e datato fra il 1495 e il 1500. "Un oggetto rarissimo"
di GIACOMO TALIGNANI


QUANDO i sub l'hanno trovato sotto la sabbia nelle profondità del mare dell'Oman erano certi di aver scoperto qualcosa di prezioso, ma non certo di così raro. Quell'astrolabio, databile fra il 1495 e il 1500, è infatti il più antico strumento di navigazione del mondo. Il "disco", dal diametro di 17,5 cm, veniva utilizzato in passato per misurare l'altezza del sole durante i grandi viaggi esplorativi delle navi: questo reperto, scoperto nel 2014 dalla missione guidata da David Mearns, si crede appartenesse addirittura alla nave Esmeralda, una delle imbarcazioni della spedizione del celebre navigatore portoghese Vasco Da Gama, il primo a navigare dall'Europa all'India. 

QUANDO i sub l'hanno trovato sotto la sabbia nelle profondità del mare dell'Oman erano certi di aver scoperto qualcosa di prezioso, ma non certo di così raro. Quell'astrolabio, databile fra il 1495 e il 1500, è infatti il più antico strumento di navigazione del mondo. Il "disco", dal diametro di 17,5 cm, veniva utilizzato in passato per misurare l'altezza del sole durante i grandi viaggi esplorativi delle navi: questo reperto, scoperto nel 2014 dalla missione guidata da David Mearns, si crede appartenesse addirittura alla nave Esmeralda, una delle imbarcazioni della spedizione del celebre navigatore portoghese Vasco Da Gama, il primo a navigare dall'Europa all'India. 
L'Esmeralda naufragò durante una tempesta nell'Oceano indiano nel 1503 e al largo delle coste dell'Oman, tre anni fa, gli archeologi marini hanno recuperato circa 3000 differenti reperti, tra cui il prezioso astrolabio. "È davvero un grande privilegio trovare qualcosa di così raro, qualcosa di così storicamente importante e che sarà studiato dalla comunità archeologica" ha detto Mearns alla Bbc. Il disco, spesso poco meno di 2 millimetri, "aveva due emblemi significativi notati appena lo abbiamo recuperato" spiega.
Uno, subito riconosciuto, ero uno stemma portoghese mentre l'altro, analizzato in un secondo momento, era il simbolo personale di Dom Manuel I, re del Portogallo. Questo secondo stemma è stato fondamentale anche per datare l'oggetto intorno al 1500. Dopo anni di indagini sui reperti oggi il lavoro di scansione laser eseguito dall'Università di Warwick ha definitivamente decretato che il manufatto è realmente un astrolabio dell'epoca: grazie allo scanner sono state infatti individuate linee e tracce sul disco, separate di 5 gradi, che servivano per misurare l'altezza del Sole durante la navigazione e per determinare dunque la posizione della barca in mare. Secondo l'emittente britannica i ritrovamenti di astrolabi sono rarissimi, tanto che soltanto 108 "pezzi" sono stati finora recuperati e catalogati. Quest'ultimo sarebbe dunque i più antico fra gli astrolabi rinvenuti.
QUANDO i sub l'hanno trovato sotto la sabbia nelle profondità del mare dell'Oman erano certi di aver scoperto qualcosa di prezioso, ma non certo di così raro. Quell'astrolabio, databile fra il 1495 e il 1500, è infatti il più antico strumento di navigazione del mondo. Il "disco", dal diametro di 17,5 cm, veniva utilizzato in passato per misurare l'altezza del sole durante i grandi viaggi esplorativi delle navi: questo reperto, scoperto nel 2014 dalla missione guidata da David Mearns, si crede appartenesse addirittura alla nave Esmeralda, una delle imbarcazioni della spedizione del celebre navigatore portoghese Vasco Da Gama, il primo a navigare dall'Europa all'India. 
L'Esmeralda naufragò durante una tempesta nell'Oceano indiano nel 1503 e al largo delle coste dell'Oman, tre anni fa, gli archeologi marini hanno recuperato circa 3000 differenti reperti, tra cui il prezioso astrolabio. "È davvero un grande privilegio trovare qualcosa di così raro, qualcosa di così storicamente importante e che sarà studiato dalla comunità archeologica" ha detto Mearns alla Bbc. Il disco, spesso poco meno di 2 millimetri, "aveva due emblemi significativi notati appena lo abbiamo recuperato" spiega. 
Uno, subito riconosciuto, ero uno stemma portoghese mentre l'altro, analizzato in un secondo momento, era il simbolo personale di Dom Manuel I, re del Portogallo. Questo secondo stemma è stato fondamentale anche per datare l'oggetto intorno al 1500. Dopo anni di indagini sui reperti oggi il lavoro di scansione laser eseguito dall'Università di Warwick ha definitivamente decretato che il manufatto è realmente un astrolabio dell'epoca: grazie allo scanner sono state infatti individuate linee e tracce sul disco, separate di 5 gradi, che servivano per misurare l'altezza del Sole durante la navigazione e per determinare dunque la posizione della barca in mare. Secondo l'emittente britannica i ritrovamenti di astrolabi sono rarissimi, tanto che soltanto 108 "pezzi" sono stati finora recuperati e catalogati. Quest'ultimo sarebbe dunque i più antico fra gli astrolabi rinvenuti. 
"Sappiamo che doveva essere stato realizzato prima del 1502, perché fu allora che la nave lasciò Lisbona. E sappiamo che Dom Manuel non è diventato re fino al 1495: l'astrolabio non avrebbe mai portato l'emblema prima che venisse incoronato. Dunque, crediamo sia databile fra il 1495 e il 1500, anche se non sappiamo l'anno esatto. Ora - conclude entusiasta Mearns - speriamo di riuscire a trovarne altri".



lunedì 14 aprile 2014

Cicerone e Seneca: di fronte all’umano ( argomento 2014 )


Mentre le grandi scoperte ontologiche e i complessi sistemi filosofici hanno continuato a rimanere appannaggio dei Greci, due grandi scrittori Romani si sono confrontati con queste speculazioni, chiamandole a dare ragione di se stesse dinanzi all’esigente tribunale del pensiero umanistico latino. Cicerone e Seneca hanno fatto della filosofia un punto di confronto appassionato per la loro vita e per l’intero mondo latino, aderendo a dottrine diverse quali l’ecclettismo per il primo e lo stoicismo per il secondo.
Cicerone non è classificato come ‘filosofo’, in quanto non elabora un proprio sistema filosofico e non si addentra in costruzioni metafisiche complete; tuttavia giunge ad osservazioni antropologiche rilevanti, che mettono le idee filosofiche in relazione con le evidenze decisive dell’esperienza umana. Così in lui troviamo affermazioni importanti sulla natura grandiosa e misteriosa del soggetto umano: La ragione umana non è forse penetrata fino al cielo? Unici tra gli esseri viventi, conosciamo il sorgere, il tramontare e le orbite delle stelle, il genere umano ha definito il giorno, il mese, l’anno, ha conosciuto le eclissi di sole e di luna e ha previsto per il futuro il loro verificarsi, la loro intensità e il momento in cui si verificheranno. Dalla contemplazione di questi fenomeni la mente perviene alla conoscenza degli dei, dalla quale nasce la devozione a cui sono congiunte la giustizia e le altre virtù; da queste deriva una vita felice analoga e simile a quella degli dei, in niente altro inferiore agli esseri celesti che nell’immortalità, che non ha nulla a che vedere con la felicità della vita.
[…] Socrate, in Senofonte, chiede da dove abbiamo preso la mente, se il mondo non la possiede. E io chiedo da dove abbiamo preso il linguaggio, i numeri, il canto; a meno che non pensiamo che il sole parli con la luna quando essa si avvicina, o che il mondo risuoni armoniosamente, secondo l’opinione di Pitagora.
Quando contempliamo queste ed altre innumerevoli cose, possiamo dubitare che ad esse presieda un creatore, se esse sono nate, come pensa Platone, o se sempre esistettero come pensa Aristotele, un regolatore di così grande opera e apparato? Lo stesso è dello spirito umano, benchè tu non lo veda, come non vedi Dio, tuttavia, come riconosci Dio dalle sue opere, così dalla memoria, dalla facoltà inventiva, dalla rapidità del movimento, e dalla bellezza della virtù, devi riconoscere l’essenza divina dello spirito.
Tutto questo costituisce per Cicerone un rimando a Dio, anche se il mistero dell’uomo si infittisce e si oscura quando il retore propone altre considerazioni amare sulla condizione e sulla cattiveria umana e sul rapporto con l’apparentemente incomprensibile Dio:
[…] sarebbe stato meglio che gli dei non ci avessero dato alcuna facoltà razionale del tutto, piuttosto che avercela data con effetti così disastrosi.
“Non si occupa dei singoli individui”. Non c’è da stupirsi: non si occupa neppure delle città. Non solo di queste: neanche delle nazioni e dei popoli. Ma se Dio trascurerà anche questi, che c’è di strano se ha trascurato il genere umano nella sua totalità?
Ma Epicuro ha estirpato radicalmente la religione dall’animo umano perché ha privato gli dei immortali della possibilità di soccorso e della benevolenza. Pur affermando che la natura divina è ottima e superiore, nega che in Dio vi sia benevolenza; così elimina l’attributo più caratteristico di una natura eccellente e superiore.
In tutto questo il grande retore di Arpino non vede una negazione della natura divina, ma piuttosto l’affermazione di “quanto sia oscura e quanto sia difficile spiegarla” . Egli, come si è detto, non argomenta queste considerazioni in modo sistematico e risolutivo, ma ha il grande pregio di sottoporle con forza alla riflessione di tutti. In tal modo l’indagine antropologica, oggetto di queste pagine, viene richiamata ai livelli metafisici da cui potrebbe inopportunamente essere tentata di staccarsi. E’ del resto quello che Cicerone ottiene in modo rilevante affermando l’esistenza di una legge universale, che è al tempo stesso eterna ed immutabile perché conforme alla ragione divina: è quest’ultima infatti che costituisce il diritto naturale, il quale precede qualsiasi ordinamento civile.
Vi è infatti una norma [ratio], che deriva dalla stessa natura, che spinge al ben fare e distoglie dal delitto, la quale incomincia ad essere legge non allorquando viene scritta, ma fin da quando è sorta; e sorse unitamente all’intelletto divino. Per il che la prima e verace legge efficace nel comandare e nel proibire è la stessa retta ragione del sommo Giove (De legibus II, 4, 10 [CICERONE 1972, p. 475]).
[…] la legge consiste nella norma suprema [ratio summa] inerente alla natura, la quale ordina ciò che si deve fare, e proibisce il contrario. Questa norma [ratio] medesima, quando è resa evidente ed impressa nella mente umana, è legge (De legibus, I, 6, 18-19 [CICERONE 1972, p. 429]).
Vera legge è la retta ragione, in armonia con la natura, universale, immutabile, eterna, che con i suoi ordini richiama l’uomo al dovere e con i suoi divieti lo distoglie dalla frode. Gli ordini e i divieti suoi sono ascoltati dagli uomini onesti, mentre non hanno alcun potere sui malvagi. Non è lecito ad essa sostituire altra legge, né modificarla in alcuna parte o annullarla del tutto, poiché né popolo né senato potrà dispensarci dall’osservanza di una legge che ha bisogno di un Sesto Elio per essere commentata e spiegata. Non è essa infatti diversa da Roma ad Atene o dall’oggi al domani; ma unica, eterna, immutabile e capace di tenere a freno tutte le genti di ogni tempo. Poiché uno è signore e guida di tutte le cose, il dio, colui che tale legge ha ideato, meditato, emanato; e chi né a lui né a quella obbedirà, rinnegherà se stesso e la propria natura di uomo, e dovrà subirne la pena, anche se sfuggirà a quei supplizi, che tali sono ritenuti nel giudizio degli uomini (De re pubblica III, 22, 33 [CICERONE 1994, pp. 187-189])
Tutto questo costituisce per Cicerone un rimando a Dio, anche se il mistero dell’uomo si infittisce e si oscura quando il retore propone altre considerazioni amare sulla condizione e sulla cattiveria umana e sul rapporto con l’apparentemente incomprensibile Dio:In tutto questo il grande retore di Arpino non vede una negazione della natura divina, ma piuttosto l’affermazione di “quanto sia oscura e quanto sia difficile spiegarla” . Egli, come si è detto, non argomenta queste considerazioni in modo sistematico e risolutivo, ma ha il grande pregio di sottoporle con forza alla riflessione di tutti. In tal modo l’indagine antropologica, oggetto di queste pagine, viene richiamata ai livelli metafisici da cui potrebbe inopportunamente essere tentata di staccarsi. E’ del resto quello che Cicerone ottiene in modo rilevante affermando l’esistenza di una legge universale, che è al tempo stesso eterna ed immutabile perché conforme alla ragione divina: è quest’ultima infatti che costituisce il diritto naturale, il quale precede qualsiasi ordinamento civile.[ratio]

Né solo il giusto e l’ingiusto hanno la loro differenziazione nella natura stessa, ma in generale tutto ciò ch’è onesto e tutto ciò ch’è turpe. La comune nostra capacità di comprendere, infatti, ci rende note tali cose e ha posto nella nostra anima i principi mediante i quali giudichiamo che la virtù sta nell’onesto e il vizio nel turpe. Ritenere che questo criterio di giudizio abbia le sue radici nell’opinione e non nella natura, è da folle. Neanche la virtù – per usare un nome impropriamente – del cavallo o dell’albero risiede nell’opinione, ma nella natura. […]. La virtù è la ragione nel suo stato perfetto; e questo è un fatto di ordine naturale senza alcun dubbio» (Cicerone, De legibus, I, 16, 44-45 = SVF III, 311-312 [AA.VV. 1994, vol. II, pp. 1205-1206]).
L’esito sul piano antropologico di queste affermazioni sulla legge naturale è l’attestazione nell’uomo di una capacità razionale in grado di cogliere la legge divina attraverso l’osservazione della realtà: l’uomo cioè non possiede solo la capacità di cogliere dei fenomeni fisici, ma anche quella di andare oltre ad essi per giungere sul piano dell’eterno e dell’immutabile, come nella già incontrata dottrina platonica delle idee. L’uomo si conferma dunque un ente assolutamente sui generis.
Seneca dal canto suo rafforza il riconoscimento ciceroniano della superiorità dell’uomo rispetto alla meccanicità degli altri enti con l’introduzione dei concetti di coscienza e di volontà.
La ‘coscienza’ è la consapevolezza del bene e del male; non una semplice conoscenza intellettuale, ma una intuizione originaria e ineliminabile, da cui l’uomo non può nascondersi:
Nessuno, se non coloro che hanno sempre agito secondo la propria coscienza, che mai si inganna, si rivolge volentieri al passato; chi ha desiderato molte cose con ambizione, ha sprezzato con superbia, si è imposto senza regola né freno, ha ingannato con perfidia, ha sottratto con cupidigia, ha sprecato con leggerezza, ha paura della sua memoria. (Lettere a Lucilio)
[…] le cattive azioni sono torturate dalla coscienza: il suo maggior tormento è l’essere straziata senza tregua da un’ansia continua e il non poter credere a chi promette tranquillità. È proprio questa la prova, caro Epicuro, che noi aborriamo la criminalità per disposizione naturale: tutti i delinquenti hanno paura, anche se sono al sicuro. (Lettere a Lucilio)
Perché è radicata in noi la ripugnanza per un’azione condannata dalla natura. Per questo anche chi sta nascosto non è mai sicuro di rimanerlo: la coscienza lo accusa e lo smaschera a se stesso. (Lettere a Lucilio)
Vuoi sapere che cosa sia il vero bene o da dove venga? Te lo dirò: dalla buona coscienza, dagli onesti propositi, dalle rette azioni, dal disprezzo del caso, dal tranquillo e costante tenore di vita di chi segue sempre lo stesso cammino. (Lettere a Lucilio)
Aver coscienza delle proprie colpe è il primo passo verso la salvezza. (Lettere a Lucilio)
La ‘volontà’ è l’energia con cui l’uomo può decidere di aderire al bene. All’uomo infatti non può bastare la conoscenza del bene per poterlo attuare; non è sufficiente ‘conoscere’ il bene, occorre anche ‘volerlo’:
Non sono oneste le azioni compiute contro voglia o per costrizione; tutto ciò che è onesto parte dalla volontà. (Lettere a Lucilio)
L’uomo dunque si dimostra in relazione con la realtà soprasensibile non solo per la conoscenza delle idee, ma anche per queste facoltà non-meccaniche che son o in lui, la coscienza e la volontà



venerdì 24 febbraio 2012

Mediterraneo

L’ombelico del Mondo: Mediterraneo.

Nel novembre del 2001 organizzai a Partinico, per l’amministrazione comunale, con la partecipazione di grandi scienziati del pensiero umano come il Ch.mo prof. Aurelio Rigoli, inventore dell’Etnostoria e allievo del Cocchiara che riorganizzò la collezione e gli scritti del Pitrè, il Prof. Francesco Silvestri fondatore della prima scuola di Ecologia Culturale Italiana, il Prof. Vincenzo Porcasi, docente di Diritto del commercio internazionale e tanti altri, una giornata di lavori che aveva come traccia di lavoro: il disegno etnostorico del territorio. Da architetto e da studioso dell’antropizzazione e della storia evolutiva dei popoli, chiamai a raccolta nella grande sala del “ Gianì”, architetti, antropologi e ricercatori dei Beni Culturali perché credevo e credo profondamente in due cose:
1)      Viviamo in un luogo magnifico che è il vero ombelico del Mondo Classico;
2)     Calpestiamo continuamente il nostro passato e distruggiamo e facciamo distruggere e razziare dagli altri un patrimonio immenso la cui sola “manutenzione” e “conservazione” unita alla sua rappresentazione e divulgazione basterebbe a creare centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Venerdì 24 febbraio 2012 Accademia delle Scienze Estere Palermo, organizzata dalla “Ruggero II°”, la conferenza di Mimmo Macaluso, medico e archeologo marino, dal tema:La storia in fondo al Mare. Piacevole e entusiasta, coinvolgente, descrizione e racconto di una passione che ha portato il nostro a scoprire che immensa ricchezza di storia umana è il Canale di Sicilia e il Mare Mediterraneo, crocevia di popoli e di culture antichissime. Aggiungerei la vera Atlantide è il Mar Mediterraneo e la Sicilia!
E tutta questa immensa ricchezza oggi è alla mercé di ricchi speculatori e squallidi ladri di “tombe” marine americani, inglesi, russi: PIRATI.  Purtroppo sono pirati tecnologicamente forti che strappano tesori al mare e li trafugano impunemente. Contro questi corsari l’associazione di Mimmo Macaluso ha condotto e continua a portare avanti una campagna difensiva e di cooperazione culturale per arrivare a una politica di protezione e salvaguardia di questi Beni Culturali, Storici del Mediterraneo.
Nel 1997 Mimmo Macaluso partecipa, nell’ambito del IV Forum sull’Eredità Culturale del Mediterraneo, alla stesura della “RISOLUZIONE DI MALTA”. Vi trascriviamo il suo intervento che potete anche leggere sul sito di Mimmo: www.divermac.it.
Malta, IV Forum Sull'Eredità Marittima del Mediterraneo
  14 ottobre 1997
  Intervento di D.Macaluso

  Egregio Dr. Espinosa Rodriguez, nel momento in cui ho appreso che era in fase di programmazione il IV Forum sull'Eredità Culturale del Mediterraneo, ho intuito che si trattava dell'occasione migliore per poter rivolgere un accorato appello ai rappresentanti dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, affinché con una forte azione comune, evitino che si ripeta quel che è accaduto la scorsa estate: un saccheggio di reperti archeologici, effettuato con l'ausilio di un sommergibile nucleare. Il Mediterraneo è custode di innumerevoli testimonianze, prezioso giacimento di vestigia che possono aiutare a fare Storia. Ogni relitto è la straordinaria occasione, di potere studiare gli aspetti più diversi del contesto temporale in cui si è manifestato l'evento che ha determinato l'affondamento di una nave. Trovare un relitto e pianificarne lo studio, è avere la possibilità di visitare una pezzo di mondo remoto e di trarne numerosissime informazioni, al di là del recupero della ceramica di bordo. Un antico relitto non è soltanto un “dispenser” di anfore: bisogna dissociare e sfatare il binomio ed il luogo comune relitto=anfore. Analizzando correttamente i resti di un'antica imbarcazione, si possono ottenere reperti e informazioni ancora più interessanti delle anfore, come notizie sulla vita di bordo, sull'architettura navale e sulla tecnica di costruzione, sulla natura e destinazione delle merci trasportate, sulle tecniche e gli strumenti di navigazione e sull'eventuale armamento di bordo. Per ottenere questo, nell'approccio ad un relitto bisogna ricorrere a procedure razionali, che prevedono il rilevamento del sito sommerso, la sua registrazione fotografica, l'eventuale sua elaborazione computerizzata e quindi lo scavo secondo i criteri del metodo stratigrafico. L'archeologo che si accinge a fare questo, ha un'enorme responsabilità, poiché lo scavo è una procedura traumatica ed irreversibile. Tutto questo può essere una novità per il profano, ma non può essere ignorato da uno scienziato nel momento in cui si trova davanti ad un antico relitto. Ecco perché è gravissimo quel che è successo nel Mediterraneo, un saccheggio di reperti archeologici, nel corso di una missione definita scientifica. L'operazione nasceva infatti da un progetto comune tra  la National Geographic Society, l'istituto per le esplorazioni di Mystic nel Connecticut e sotto l'ègida del governo americano, che metteva a disposizione del geologo Robert Ballard, famoso per aver ritrovato i relitti della corazzata tedesca Bismarck e del transatlantico Titanic, il sommergibile della Marina Militare degli Stati Uniti "Nuclear Research-1"; il tutto con la direzione scientifica dell'archeologa Anna Marguerite Mac Cann. A bordo del sommergibile, anche un altro archeologo inglese, Jonatan Adams, che in una foto pubblicata dal The Times, compare accanto a Ballard, mentre osserva attraverso i monitors l'abilità con cui il braccio meccanico del R.O.V. Jason, recupera reperti. Forse il termine "saccheggio" potrebbe risultare forte, eccessivo, ma non riesco a trovare definizioni più soft per lo scempio perpetrato ai danni non di uno ma di circa otto relitti, mediante quel braccio articolato , che annaspando tra  delicatissimi sedimenti,  stravolgeva ogni sequenza stratigrafica per recuperare morbosamente oltre cento reperti. Il fatto che si agisse su relitti giacenti ad oltre 800 metri di profondità è ancora più grave, in quanto sono stati danneggiati siti archeologici che si erano eccezionalmente conservati grazie all'alta profondità: a quasi mille metri di profondità l'azione ossidante dell'ossigeno è pressoché nulla. Ma a chi appartenevano i reperti sottratti in quelle che Ballard ha definito acque internazionali? Nel corso della Terza Conferenza delle Nazioni Unite sulla nuova regolamentazione del Diritto del Mare, durante la quale nel 1982 veniva ratificata la cosiddetta Convenzione di Montego Bay, si stabilivano nuove regole.
Il limite delle acque territoriali è fissato a 12 miglia dalla costa ma a 24 miglia, viene fissato un altro importante limite, quello della “Zona Contigua Marittima”.
 Accanto alle tradizionali “Acque Interne e Territoriali”, sottoposte al controllo ed al potere dello Stato costiero ed al “Mare Libero”, è stata definita una “Area Internazionale” che inizia a duecento miglia dalla costa (art149). La Convenzione considera beni culturali, oggetti storici risalenti a cento cinquant'anni fa. La Montego Bay regolamenta anche la ricerca scientifica e tutela sia i Paesi costieri che quelli che non hanno sbocco sul mare o ne sono lontani. Nel pianificare una ricerca, anche sulla piattaforma continentale, bisogna avere il consenso dello Stato costiero, che non lo negherà, se la richiesta proviene da un organismo scientifico qualificato. Non bisogna infine trascurare che il Mediterraneo è considerato dalla Convenzione un “mare chiuso o semichiuso” (art. 122), cioè circondato da diversi Stati costieri. Secondo l'art. 123, gli Stati che vi si affacciano, dovrebbero coordinare le loro politiche di ricerca scientifica, mentre quelli esterni, devono fare richiesta di ricerca motivata e precisa ad uno stato costiero, che può partecipare alla spedizione con propri scienziati. Bastava dunque che gli organizzatori della spedizione, avessero chiesto l'autorizzazione all'Italia o alla Tunisia, perché tutto sarebbe stato legale. Il fatto è che la missione, da quel che hanno mostrato le immagini, non era di semplice mappatura, ma di prelievo di reperti e l'articolo 253 recita che lo Stato costiero può chiedere la sospensione della ricerca, se il richiedente non adempie a quanto specificato nella richiesta.
Non è dunque una giustificazione asserire che il tutto sia svolto in acque internazionali, poiché gli oggetti sommersi in questa area, devono essere considerati patrimonio dell'umanità e sono sottoposti al controllo di un'Autorità Internazionale, che ha il compito di tutelarli. Per conto di quale Autorità Internazionale Robert Ballard prelevava materiale archeologico? Quale Autorità Internazionale avrebbe consentito l'uso indiscriminato del braccio articolato per saccheggiare il sito? Quale Autorità Internazionale custodirà i reperti asportati?
 Se tali quesiti non hanno una risposta, Ballard ha probabilmente violato l'art. 149 della Convenzione che dice: “tutti gli oggetti di carattere archeologico o storico trovati entro le 200 miglia sono conservati o ceduti nell'interesse dell'umanità intera, tenuto conto in particolare dei diritti preferenziali dello Stato o del Paese d'origine, o dello Stato d'origine culturale, o ancora dello Stato d'origine storica o archeologica”. Da qui la mia mobilitazione in una serie di iniziative, quali la segnalazione della sottrazione di beni culturali indirizzata al Parlamento Regionale e Nazionale dell'Italia ed agli organi di stampa. Da qui la mia presenza in questa sede, per invitarVi a riflettere su una vicenda che colpisce per la mancanza di etica e per l'arroganza: di fronte ad una  sofisticatissima tecnologia che permettere all'uomo di raggiungere ed operare a mille metri di profondità, chi può controllare il rispetto dei limiti e delle regole delle convenzioni internazionali? Chi può evitare questa sorta di imperialismo archeologico? Probabilmente soltanto le Nazioni Unite, che dovrebbero vigilare attivamente sul rispetto delle leggi, ma soprattutto gli Stati Costieri del Mediterraneo, che dovrebbero attenersi al già citato articolo 123, coordinando le loro politiche di ricerca scientifica. E' questo l'appello che sommessamente rivolgo ai Rappresentanti di questi Stati.

La seconda Risoluzione di Malta:
Adottata dai partecipanti al "IV Forum sull'Eredità Marittima del Mediterraneo" tenutosi a Malta dal 12 al 14 novembre 1997.
Si riafferma che le risorse culturali giacenti in superficie e nei fondali del Mediterraneo oltre le acque territoriali, ai confini tra gli Stati, costituiscono un eccezionale giacimento di interesse culturale, scientifico ed educativo.
Si riconosce che l'alta tecnologia è diventata accessibile e che questa viene usata per localizzare e danneggiare queste risorse culturali, come è apparso recentemente e manifestato attraverso i media internazionali.
Si nota che gli strumenti legali nazionali ed internazionali sono ancora inadeguati a salvaguardare queste risorse da simili danneggiamenti.
I partecipanti al forum  esigono d'urgenza che i competenti organismi nazionali ed internazionali, in particolare l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) ed il Congresso Internazionale dei Musei Marittimi (ICMM), prendano immediati provvedimenti per la creazione dei necessari strumenti legali per assicurare che queste risorse culturali vengano protette e studino accordi per effettuare ricerche scientifiche accettabili e sostenibili, in modo da garantire che queste risorse siano tramandate intatte alle generazioni future.

Ecco perché dovremmo pensare a disegnare il futuro etnostorico del nostro territorio e a sviluppare e salvaguardare dai ladri di identità culturali questo immenso patrimonio che la Sicilia e il Mediterraneo hanno conservato per i nostri figli e per il loro avvenire. Aggiungo che senza coscienza di quello che siamo stati non abbiamo futuro e prospettiva ….

Ugo Arioti