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giovedì 6 settembre 2018

Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta! (Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)



Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta!
(Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)
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Il fiume, giù in fondo alla stretta valle coperta di arbusti, ortiche, sommacco e canne, scorreva lento e pingue come un maiale all’ingrasso in un campo di ghiande. Franco Stella, per gli amici del Bar da “Za Agatina a Ballarò” Ciccio Virrina, per via del fatto che quando attaccava a parlare di una persona in bene o in male non la finiva più, con la testa a pendoloni fuori dalla ringhiera del ponte, sognava di volare, ma non riusciva a procurarsi un paio d’ali.
L’Oreto, il fiume che stava giù, non lo calcolava nemmeno, si insinuava tra le sue antiche pietre e qualche sacchetto di plastica ricco di spazzatura, annoiato come sempre per la sua eterna condanna al ciclo terra cielo terra. 
Secondo voi, un fiume ha una sua intelligenza? 
Mah?!? 
fatto è che, mentre scorreva, lemme lemme,si avviluppava una strana  scena, come un film di suicidio. Ho detto come! 
la domanda è: Chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo?!, credo di averla presa troppo larga, ora restringo!

Poi, improvvisamente e senza un preciso gesto pensato, Ciccio mise una gamba fuori dal parapetto e gli attraversò la schiena un brivido freddo, ghiacciato!
Pensate, aveva allungato tutte e due le mani fuori dalla ringhiera del ponte. Il Ponte Corleone è molto, molto alto. Fa paura!
Le auto passavano veloci e qualcuno gettava lo sguardo verso quell’uomo sul ciglio del baratro. Uno gli gridò di sbrigarsi altrimenti col buio non avrebbe visto il luogo dell’atterraggio! Un altro lo apostrofò con “Idiota, devi saltare… chi non salta è un imbecille è... chi non salta è un imbecille è…".
Insomma, una varia e molto raffinata costellazione di umani che  lo incitavano a dare il via allo spettacolo senza se e senza ma!
Qualcuno scattava una foto al volo.
Finalmente una anziana signora fermò la macchina e, come succede in questi casi disperati, lo stop di uno è il segnale per tutti. I curiosi e i volontari del “Bene”, che non possono perdere l’occasione, la imitarono subito!
Una lunga fila di auto, qualcuno anche in doppia o tripla fila e tanta gente che correva verso il nostro Icaro senza ali, per dire la sua; sembravano api che vanno a raccogliere nettare, e che, impazzite, puntano tutte su un unico fiore: Ciccio Virrina!
Anche il fiume si fece più silenzioso per ascoltare meglio quello che stava accadendo di sopra o per capire se un altro, l’ennesimo, cadavere avesse portato tanta gente in divisa e con i guanti tra i suoi canneti e i suoi depositi abusivi di munnizza!, e foto per riprendere pezzi del cadavere e misure.
E Ciccio?
Il nostro aspirante suicida se l’era fatta letteralmente addosso e sudava freddo perché una delle barre di ferro della ringhiera del ponte, dove aveva appoggiato il piede per salire un po più su e osservare meglio il volo dei gabbiani, magari per i “mille” anni di incuria e mancata manutenzione cedette inaspettatamente sotto i suoi piedi, e Ciccio rimase appeso alla ringhiera; la parte superiore, con le ascelle, mentre i piedi  gli penzolavano, oscillando come la pendola di un cucù!
Insomma era mancato poco, tanto poco al decollo, ma le braccia tese verso fuori si erano, istintivamente, riportate verso i fianchi agganciando il passamano superiore della ringhiera proprio mentre il tubo inferiore, cedendo improvvisamente, cadeva nel vuoto.
La Signora si era fermata a un passo da lui e strillava verso quelle api desiderose di prendere il nettare franchicaresco e portarlo all’alveare!
“Prendetelo, prendetelo” starnazzava, come una cornacchia urlante, la vecchia. Quattro giovinastri lo afferrarono e lo tirarono verso la salvezza con tale violenza da fargli male. Gli volò fuori dal parapetto una scarpa. Fu steso per terra e piantonato come fosse un ladro colto in fragrante. Uno dei primi che lo avevano afferrato, prese dalla sua vettura, una bottiglia d’acqua  e la infilò in bocca a Ciccio per farlo bere, lo stava quasi annegando!
Franco Stella ora era spaventato dal clamore che il suo gesto aveva procurato! “Sbottonategli la camicia, fatelo respirare”, continuava la donna, come fosse la caposala dell’ospedale civico!
Un altro gridò verso la calca di curiosi “Chiamate un ambulanzahhh. Non possiamo lasciarlo quiiihhh…”!
L’uomo dell’acqua gli stappò la bottiglia dalla bocca e lo guardò amorevolmente, facendogli per primo la domanda che pendeva dalle labbra di tutti: - Perché ti volevi buttare giù?

Ma siamo sicuri?, perché si voleva gettare dal ponte Corleone quella mattina, la prima domenica di maggio, Franco Stella, detto dagli amici: Ciccio Virrina? Cosa o chi lo avevano portato a tentare quel gesto estremo? Una storia d’amore finita male? La disperata ricerca di un onesto lavoro senza esito positivo? Una cartella esattoriale vessatoria e assurda? Qualsiasi cosa o persona lo avesse spinto a questo gesto gravissimo una cosa è certa: Ciccio non si era preparato bene. Si, voglio dire che non è così che uno si suicida. E no! Non ci sono più i suicidi d’una volta, quando si scriveva prima una lettera e poi si andava in un posto dove nemmeno un cane sarebbe potuto passare per un ultimo addio alla vita. No, non si fa così. Ciccio Virrina autodidatta, aspirante al sacrificio, noi ti diamo  quattro meno meno in suicidologia!   
Il capannello degli spettatori del tentativo di volo senza elastico dal Ponte Corleone aumentavano iperbolicamente e arrivavano ora a bloccare quasi del tutto la carreggiata.
 Tutti cercavano di penetrare fino al giaciglio improvvisato dove trattenevano quel povero cristo, sì, quello che si voleva buttare dal ponte perché la sua donna lo aveva lasciato o perché non voleva dire a sua moglie che aveva perso il lavoro o per chissà quale altra tragedia.
Volevano anche solo dirgli una parola o stringergli la mano o semplicemente toccarlo (per qualcuno, dicevano,  porta fortuna sfiorare o palpare un aspirante suicida!).
A Ciccio venne la confusione!
Tutti quei visi sconosciuti che lo osservavano come fosse un animale raro ferito.
Finalmente, arrivò l’ambulanza, e vennero a prelevarlo, con la lettiga e un medico, signori miei!, che pareva un ragazzino poco più che ventenne, sbarbato e leccato con la testa piena di gel.
La folla si aprì intorno a loro, tutti volevano spiegare quello che era successo.
Mentre, una ragazza, in tuta blu, raccoglieva informazioni.
Lo trascinarono via, la sirena cominciò la sua musica e Giuseppe, l’autista dell’ambulanza riuscì a trovare un varco miracolosamente per tornare verso l’ospedale civico.
Gran parte degli presenti si dileguò, rientrando nelle proprie vetture e togliendo l’ancora, restarono solo la vecchia e i primi quattro soccorritori per un altro pò di tempo a parlare della storia, forse per metterla bene a memoria e per poterla raccontare agli amici.
Franco era talmente spaventato che non gli usciva nemmeno una parola.
Per uno scherzo del destino, era più impaurito adesso che prima, quando la barra della ringhiera si era staccata dal parapetto del ponte ed era volata giù.
-    Mi dica il suo nome! - gli ripeteva la dama in blu.
Alla fine, con un fil di voce strabuzzando gli occhi, la donna era giovane e procace, Ciccio le rispose: - Mi chiamo Franco. Franco Stella e abito a Piazzetta del Carmine… dieci... a Ballarò!
-     Finalmente! - esclamò lei, - e… signor Franco perché si voleva ammazzare? - lo incalzò diretta e spregiudicata (che si fa così?).
-         Chi io?
-         No, Signor Franco, quello che passava. Avanti si apra e non sia reticente siamo qui per aiutarla.
-           A me?
-           Ha bevuto?
-         Si, una bottiglia di vino con gli amici del bar, mangiando un piatto di carbonara, vedevamo la partita! Che bella partita! Il Palermo ha vinto! Due a zero contro la Salernitana… a casa loro!
-            Ecco!, - disse allora il medico, - come pensavo: ha bevuto e poi…
La femmina, che sembrava Diana con arco e frecce, lanciò uno sguardo disgustato al dottorino. Poi, rivolgendosi a Ciccio gli chiese di raccontare la sua versione dei fatti avvenuti quella mattinata domenicale di maggio dal bar con gli amici in poi.
Ma Ciccio non ricordava null’altro che quella vecchia che strillava “Prendetelo, prendetelo” e la confusione che si era sviluppata intorno a lui!, e la ferita al piede che gli avevano procurato strattonandolo per sganciarlo, per così dire, dalla ringhiera del ponte.
 Come era arrivato al ponte Corleone, e quello che era successo al bar, dopo il brindisi per la vittoria del Palermo, proprio non lo ricordava.
Niente, era un tratto della sua vita scomparso nel nulla, forse caduto nel fiume Oreto!?
-          Ancora non mi ha detto perché voleva buttarsi giù. – Gli ripetè, ammonendolo, secca e precisa, l’infermiera.
Franco la guardò con stupore.
-              Signora, io non ho mai voluto buttarmi giù dal ponte! Vuole scherzare?
-               Allora da cosa lo hanno salvato?
-           Ma c’è un equivoco… no. Stavo guardando alcuni uccelli che volavano sopra il fiume Oreto e per un attimo…
-                Voleva fare come loro!
-                No, ma che dice, no. Ho messo il piede sulla prima barra di sotto del parapetto, questa non so come si è rotta e mi è scivolato il piede, ma ero appeso al passamano, poi lo spazio non c’era per cadere di sotto, no. Ma chi le ha detto che volevo …?            -          Tutti quelli che lo hanno visto e per umanità si sono fermati e lo hanno tirato via dalla ringhiera. Tutti.
-              Ma no, le dico! Non è così. Le giuro. Ma sta scherzando io… no. Mi vengono i brividi solo a pensarci.
-               E perché ha perso una scarpa? - lo incalzò il medico, - le è caduta giù così per caso o…?
-                  Dottore. Cosa vuole insinuare? Le dico che non ho mai pensato di buttarmi giù da un ponte. Deve essere successo quando mi hanno tirato e procurandomi questa ferita al piede!, la vede?
-                     Quindi lei non voleva suicidarsi?
-              Ancora con sta fesseria!? Sta scherzando? No, mai e se vuole posso anche sottoscriverlo. - rispose seccato, alzando il tono della voce Ciccio.
La donna, allora, busso sulla paretina che divide la zona degenza della cabina di guida.
-                      Dimmi Grazia! - le rispose, a quel segnale convenzionale,  il conducente.
-                      Ferma un attimo!
-                     Lei, Signor Francesco, firmi questo foglio… qua in basso! - ingiunse al nostro novello pseudoIcaro mancato.
-                      Cosa?
-                      Che lei si è ferito scivolando sul marciapiede del ponte Corleone. Stop!
-                      Firmo qua?
-                      Si!
-                      E ora?
-                      Ora la lasciamo prima di arrivare al Civico, lei torna a casa e si fa un bel riposino, ok?
 Il medico allora : - Ma non possiamo lasciarlo andare via. Se torna al ponte e si butta giù?
 L’infermiera guardò con compassione il dottorino e con femminea saetta Ciccio.
-         Risponda al dottore: lei si vuole suicidare?
-     Ancora con sto suicidio? Io mi sono pisciato addosso per la paura quando ha ceduto la barra dove appoggiavo i piedi. Per carità!
-         Io non sono d’accordo! – esclamò, con un rigurgitò d’autorità, il giovin medico.  
-         Ecco e allora firmi qua, dottor Licitra! - gli ordinò la donna e lui firmò.
-       Si metta seduto Lei, la ferita al piede era solo un graffio. Le abbiamo messo un cerotto disinfettante. Cerchi di andare a casa e dormirci su e non si faccia più venire in testa di osservare i gabbiani dal Ponte Corleone. Sono stata chiara?
-        Chiarissima!
Poi quella, rivolta all’autista : - Giuseppe, fermati prima del Pronto Soccorso che il signore scende e andiamo in Via Oreto, altezza Via Palermo, a prendere un’infartuata.



mercoledì 15 novembre 2017

Odio la bugia patologica - da Marìmalamour di Ugo Arioti @2004



Odio la bugia patologica che è bugia sgradevole per chi la subisce. I maschietti hanno la  tendenza  a raccontare fatti inverosimili, gonfiare in maniera chiaramente incredibile dei fatti che si vogliono sostenere, e negare l'evidenza di fatti che gli altri scoprono o contestano. Nei miei compagni di genere mi viene facile scoprirlo, perché lo fanno senza una strategia generale. Maschi siamo, esseri troppo semplici e semplificati! Più difficile è scoprire una donna che falsifica la tua vita per averne un suo risultato, buono o cattivo non si sa, ma a lei pare giusto e così, lei diventa una bugiarda patologica che ha fortuna solo all'inizio, quando chi ancora non la conosce le dà fiducia. Il termine, infatti, è dato dalla durata del credito. Ovviamente, noi uomini, mariti, partner, amanti o amici siamo le figure più colpite da questa “disgrazia”. La bugiarda patologica non ha un fine pratico, concreto (come il truffatore) ma ha come fine quello di provocare reazioni di ammirazione e stupore negli altri, o anche di compassione e rispetto per racconti di torti o ingiustizie subite da lei, la povera vittima (predatrice famelica!). Ci ho messo dieci anni ad uscire dalla bugia della mia ex moglie, una famiglia di facciata (uno status sociale per lei a suo uso e consumo che non prevedeva la mia presenza se non per dare una parvenza di rispettabilità “sociale”ad una condizione di disastro psico-sentimentale). Ora non ci voglio cascare più. I sensi di colpa chi ce li ha se li tiene e non li esporta, a suo uso e consumo. 
Cara la mia Marì, non sono il tuo infermiere, il tuo tutore, il tuo factotum. Io sono un uomo e se mi vuoi, devi metterti in gioco anche tu per me. Lo dico a me stesso, tanto lo so che non lo farai mai. Anche tu hai la sindrome di Munchausen. Bisognerebbe fermarti con la verità, dite? 
No, troppo facile ... è inutile. Non ci provate.
Quando si arriva alla fase maniacale, un rifiuto, uno stop, sono una stilettata al cuore; lei non riesce a concepire che esista una ragione, e vede come unica ratio un rifiuto "personale", cioè una manifestazione di ostilità! 
Capite? 
Insomma, nella dimensione egocentrica della fase maniacale io non ho diritto ad aver ragioni per dirle di no, se non per una sorta di contrapposizione personale e ostile, una provocazione ingiusta, una svalutazione immeritata e paradossale del suo diritto ad avere quello che desidera per andare avanti. Se le nego qualcosa che lei vuole, può avere reazioni violente o cambiamenti d'umore bruschi e ostili, dopo insistenze infinite con modi gentili e tentativi di seduzione e persuasione. 
Capite in che casino sono? 
Dalla padella nella brace! 
Spero per voi che non vi troviate mai in questa situazione. Ne ho parlato con un mio amico medico e mi ha aiutato, terrorizzandomi. “La tua Marì è narcisista”! Mi ha sparato e ha aggiunto:“è un'abilissima seduttrice che usa l'arma della colpevolizzante e micidiale manipolazione del tuo cuore e della tua testa”! 
 Grazie! E allora? 
“Pazzo uomo, allontanati da lei! Questi soggetti, Marì è un prototipo da manuale, sono inguaribili masochiste e presuntuose ... presunte salvatrici di chi non vuole per nulla essere né salvato né cambiato.” Si ferma, come se avesse trovato un indirizzo che non trovava da chissà quanto in fondo alla tasca, si volta, mi guarda dritto negli occhi e spara: “Dimenticavo: il narcisista seduce non perché è interessato alla “vittima”, ma perché più vittime ha, più bella figura fa”. 
Cazzo!, ora capisco il discorso dei rami secchi che vanno tagliati e della potatura che lei mi fa spesso, come un disco rotto. 
Non sto straparlando, sono i suoi discorsi. 
Tre o quattro volte sono riuscito a portarla da uno strizzacervelli, ma lei riesce a truffare anche quelli più smaliziati e preparati. Se nasco di nuovo, voglio fare lo psicologo, tanto, per questa professione ricca, basta saper ascoltare e fare qualche test di colori e di macchie strane, e ti becchi dei bei cachè,  come rate di un mutuo perenne che i pazienti ti devolvono senza lamentarsi o protestare. Devono solo sdraiarsi e parlare un ora, per dirti cose che potrebbero dire a chiunque altro essere umano, ma non lo fanno perchè hanno paura, vanno dal loro confessore a pagamento. 
Solo quando non ne puoi più, stacchi la spina e li mandi da dove sono venuti con una parcella e un consiglio di quelli che si trovano su quelle belle macchinette da luna park, dati da la sibilla che a soli 2 euri ti consegna un fogliettino di carta con filastrocche e segnali di fumo a cui tu credi come un allocco! 
Alla fine della giostra la frase che ci rappresenta come genere umano è: Chi non ha peccato scagli la prima pietra e qua tutti dovremmo restare fermi, ma siccome, siamo inguaribili bugiardi patologici, armiamo il nostro braccio e spariamo. Tanto, tutti lo sanno, tutti lo fanno, tutti hanno scheletri negli armadi, tutti sono narcisisti e arroganti, tutti, nessuno escluso.

giovedì 10 dicembre 2015

Racconti della domenica: Ricordi piccini (Ugo Arioti)


Ricordi piccini

 


Certe volte, la notte, salivo sul tetto e me ne stavo lassù. Le gru sonnecchianti e stridule sparse per la murata buia mandavano raggi, luci gialle e bianche.

A qualche chilometro dalla terrazza di quell’antica casa, il porto, con le sue grandi navi bianche e la loro fosforescenza, era un lampo magenta sotto il mare e il cielo neri come la pece.

Stringevo le ginocchia al petto magro, mentre una brezza leggera accarezzava le mie mani nude scheggiate dalle pietre e dai rami del bosco dietro la grande casa dei nonni.
Altre notti guardavo le scariche elettriche esplodere nella pianura urbana della conca d’oro, i fulmini sono come vene accecanti che si piantano tra le nubi e, volando come impazziti in un turbine di luce bianca accecante, vanno a morire sulla terra nuda e sulle pietre e sugli alberi e sulle case.

Certe volte mi rintanavo nel tetto morto tra brividi di gioia e di paura. Mangiavo grappoli di uva passa appesa alle assi della copertura. Mangiavo pomodori e fichi secchi. E la paura era un gioco.

Certe volte, correndo come un capriolo, tra rocce e sentieri impervi di montagna, catturavo farfalle e coleotteri, senza un motivo preciso. Libero e incosciente come una forza della natura. Era un tempo bambino che cresceva insieme a me e impazziva e si sfrenava nelle fantasie di un piccolo corpo di cervo volante.

Certe volte vedevo un angelo, uno grazioso e forte, che mi seguiva sorridente e mi accarezzava lieve come un soffio di vento.

Certe volte …

giovedì 3 dicembre 2015

E in fondo era quello che volevo sentirmi dire - racconti della domenica di Ugo Arioti


E in fondo era quello che volevo sentirmi dire

 


<Sono figlia di una mamma imperfetta. Così imperfetta che da piccola mi ritrovavo a invidiare le mamme delle mie compagne, sempre presenti, ordinate, precise, magari un po’ apprensive. La mia no.> disse guardandomi negli occhi per cercare di capire in anticipo le mie emozioni, ma rispose sua madre, prima che io mi potessi esprimere. “Gli uomini e la loro lentezza” avrà pensato. < A volte l’ansia da prestazione travolge le mamme nel desiderio di fare tutto, in casa e al lavoro, mantenere rapporti sociali, impegnarsi in attività creative, in cucina, nello sport. Spesso però con uno o più bambini al seguito è difficile rispettare tabelle di marcia e impegni pressanti, e si finisce per giocare sul tappeto con i capelli alla meno peggio, magari facendosi recapitare a casa la cena dalla gastronomia del quartiere. Questo non significa essere imperfette, e nemmeno sbagliate.> < Mamma! Smettila di cercare scuse. Mi sta bene che sei così, non ti preoccupare per Giulio! Anche se è un maschio certe cose le capisce.> Sorrisi e mi avvicinai a Marina.

< Ma poi che sarà mai questa benedetta “IMPERFEZIONE”?! E’ un modo di essere …> lanciai come due dadi di una mano sconosciuta e bastarda sul tavolo verde. 

<E’entrata nella vita di mio padre come un ciclone.> Continuò Marina e sua madre:<Avevo tredici anni meno di tuo padre! Ero miss bacio flora allo stabilimento balneare! Tuo padre mi ha …> < Comprendi? Lei bella, di tredici anni più giovane. Devo dire che ci ha tentato anche ad uniformarsi al modello di mamma perfetta che la famiglia allargata di mio padre imponeva. Ma non ci riusciva nemmeno a cannonate. Era più forte di lei! Ricordo i tuoi pianti notturni, mamma. A un certo punto si sono trasformati in canti a squarciagola sotto la luna. Forse solo per sopravvivere a una routine che imprigionava i tuoi sogni, le tue ambizioni. Mentre papà ed io aspettavamo di metterci a tavola, tu eri volata chissà dove. A cercare erbetta medica per i tuoi adorati animali (“vorrei essere un coniglio, così forse avresti più cura di me”, ti rimproverava papà),o  a piantare rose purpuree nel tuo orto. Non mi hai mai regalato bambole né cucine. “Giochi inutili”, dicevi. Così il mio gioco preferito era diventato inventare storie e creare film: sceneggiatrice, regista e costumista, soprattutto, con quello che trovavo nei tuoi armadi stracolmi. Minacciavi spesso di abbandonarci, e non sei mai riuscita ad amare mia sorella come amavi me, incondizionatamente. “Sono stata molto male quando l’ho partorita. Tra la vita e la morte per giorni e giorni e mi sentivo sola” hai ammesso recentemente con candore. Non mi hai mai imposto né chiesto di fare lavori domestici. “Dipingimi un quadro, piuttosto. Te lo pago”, mi dicevi. E in fondo era quello che volevo sentirmi dire … >

Lo sfogo di Marina prosegue! < Quando ti rimproveravo di essere una mamma imperfetta tu mi dicevi che era giunto il momento di spiccare il volo, proprio come fanno gli uccelli che lasciano il nido, spinti fuori dalla mamma se hanno titubanze. Ti ho desiderata convenzionale molte volte, eppure, lontana da te, mi sono trovata a piangere a dirotto all’idea di poterti perdere e di non saper vivere sola. Paura immotivata, tra l’altro, perché stavi benissimo. Finché mi sono decisa a parlarne con uno psicologo. “Questa faccenda di sua madre le taglia le palle”, tagliò corto lui.> Cristina conosceva bene il fuoco che ardeva dentro Marina e sapeva che la figlia la adorava, nonostante le sue imperfezioni. Tentò, comunque, di dare e darsi una giustificazione e, avvicinandosi a sua figlia, la guardò con occhi di donna :< Per svolgere il lavoro di mamma è necessario sentirsi una donna realizzata che sta bene con se stessa. Ma come si fa, quando l'orologio è una presenza costante e incombente nella vita di tutti i giorni? Una delle cose fondamentali è riuscire a ritagliare del tempo per se stesse e per la propria vita privata, senza sentirsi in colpa perché non si passa tutto il proprio tempo libero con i figli.> Ma la ragazza sorridendo le rispose:< Tu sei la mia mamma imperfetta di cui ero innamorata, ma la cui forza continua a farmi paura. Predicavi un lavoro sicuro, parsimonia, ma poi ti sei sempre divertita a spendere fino all’ultimo centesimo nelle tue passioni, che cambiano di volta in volta. Investimenti, li chiami tu. Come quando il merciaio del paese ha chiuso bottega e tu hai rilevato tutto, accatastando bottoni, nastri, colletti, guantini e meravigliosi libroni con i campioni di stoffe nel salotto dove io ho imparato ad apprezzare la moda. Diciamo che la coerenza non è mai stata il tuo forte. Ma ora capisco come deve essersi sentito spiazzato papà, lui così abitudinario e impreparato a fronteggiare l’uragano che gli avrebbe cambiato per sempre la vita. Ovviamente nessuno è riuscito ad arginati. Il tuo spirito va più veloce di ogni regola, di ogni affetto. E sei rimasta te stessa. Il famoso psicologo ti paragonò alla torre di Babele a cui tutto ruota intorno. Io mi sono sempre rifiutata di spezzare quella catena che mi tiene stretto il cuore e, purtroppo, spesso mi intrappola la mente nel terrore di aver preso solo i tuoi difetti. Però so che è grazie alla tua meravigliosa follia se ho avuto il coraggio di inseguire i miei sogni.>

 

Non è un racconto originale, ma è tratto da articoli vari connessi, tuttavia, nello scrivere e accoppiare le sequenze di un dialogo immaginato ho capito che molte cose vanno raccontate e dette perché sono le pietre miliari del nostro viaggio, sempre uguale nella sua direzionalità, ma sempre diverso per la varietà di forme pensate, immaginate e sognate da noi, esseri umani, che crediamo nel dualismo anima corpo e nei sentimenti che li tengono insieme.

Ugo Arioti