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giovedì 14 settembre 2017

L’etica animale tra ragione e sentimento appunti


L'etica animale nasce, come concetto e motivo di studio negli anni '70. Richard Rhyder, a Oxford, usò per primo, in senso negativo, questo termine, parlando di persone che seguivano i modi e la cultura animale. Si trattava di una forma di razzismo. Poi, cominciò un vero e proprio studio dell'etica animale e del comportamento....analogo degli esseri umani.

Per Singer l’uguaglianza morale non deve dipendere dall’uguaglianza fattuale e pertanto gli animali devono essere liberati dalle catene dello sfruttamento così come lo furono gli schiavi. I filosofi Tom Regan e Gary Francione declinano l’uguaglianza tra umani e altri animali in maniera ancora più netta, tanto che a loro parere la ragione prescrive una radicale trasformazione del comportamento umano, a partire dall’alimentazione.

Proprio contro questa prevalenza della ragione si è però sviluppata una corrente di teorici dell’etica animale, tra cui l’italiano Simone Pollo (Umani e animali: questioni di etica, Carrocci) e l’inglese Mary Midgley, che accusano di razionalismo i teorici della Liberazione animale, riprendendo la riflessione sentimentalista tipica dell’Illuminismo scozzese. Per questi autori, che pur marcano la necessità di una riflessione morale sul rapporto tra umani e animali, le emozioni, i desideri, i sentimenti sono altrettanto se non più importanti. E mentre la ragione tende all’uguaglianza, il sentimento crea differenze: i nostri figli non hanno la stessa importanza dei figli degli altri. Le preferenze sentimentali hanno radicate basi biologiche, tanto è vero che anche gli altri animali sociali favoriscono i propri figli come la propria specie. Per questo motivo ragionare astrattamente senza tenere conto dei sentimenti per i propri conspecifici è, secondo Pollo, inadeguato per non dire disumano.

giovedì 27 luglio 2017

I grandi dilemmi etici della vita: «Non è vita, liberate la mia Elisa»

Cosa è che fa dire a un genitore "staccate la spina a mia figlia"? Come si può definire un etica della vita capace di arrivare al rispetto della morte di ognuno di noi senza accanimenti terapeutici?, e, di contro, come si può dire di smettere lo stato di coma e lasciar andar via una vita, sapendo che qualcuna di queste esperienze è durata molto a lungo e, infine, si è arrivati alla "rinascita" del paziente? Sono interrogativi e dubbi che ci portiamo dentro fin dalla nascita del pensiero e dell'etica. Noi, come A.C. abbiamo seguito la vicenda di Eluana Englaro e di suo padre. Oggi siamo, ancora, di fronte a un Nuovo «caso Eluana» a Mestre.

Ugo Arioti

Per dovere di coronaca, dobbiamo dire che qui riportiamo l'articolo apparso in questi giorni sul corriere.it , lo facciamo per aprire una interlocuzione e un dibattito.

«Mia figlia in stato vegetativo da 12 anni, ora la legge deve cambiare»

MESTRE Hanno in comune il nome, Giuseppe, e una storia drammatica di quelle «incomprensibili se non si vive in prima persona la situazione». Lo ha urlato per anni il padre di Eluana Englaro, Giuseppe, e oggi lo dice, pacatamente, un altro Giuseppe, di cognome P., che gli amici chiamano Pino, ha 70 anni e vive a Mestre. Sua figlia Elisa, oggi, è una donna di 46 anni ma negli ultimi dodici non ha vissuto una vita normale, non ha mai potuto lavorare, non si è sposata – se mai l’avesse voluto – né ha avuto figli: da quando ha 35 anni si trova in uno stato vegetativo persistente, ossia irreversibile, ed è tenuta in vita, presso l’Antica Scuola Santa Maria dei Battuti di Mestre, con un sondino che l’alimenta e una cannula che le permette di respirare.
«Sono quasi dodici anni che è così, la sua condizione è stata conclamata tre anni dopo l’incidente. Non è più vita, è sofferenza, è il nulla: lo Stato deve fare qualcosa per liberare queste persone». Era il 2006 quand’è iniziato tutto. Era mezzanotte ed Elisa stava tornando a casa da Padova con il suo ragazzo, lui era alla guida (per il dolore, qualche mese dopo si è suicidato) e un colpo di sonno è stato fatale: l’auto si è schiantata su un guardrail, l’allora trentacinquenne ha sbattuto la testa e la sua scatola cranica è finita in mille pezzi. L’intervento dei medici è stato immediato ma c’era poco da fare, la donna aveva perso parti di cervello e calotta.
Per sua figlia non c’è alcuna speranza? «No, nessuna. Vede, ci si abitua al dolore, lo si riesce a sopportare ma le persone che sono nella situazione di Elisa possono solo stare male. Che ci sia un giornata di sole o di pioggia, che nevichi, che sia notte o giorno, loro non lo vedono, non sanno nulla. Mia figlia è a letto, e come lei ci sono tantissime persone, è sempre narcotizzata: è terribile. Non lo auguro a nessuno ma se non si provano queste situazioni, se non le si vivono, non se ne comprende il dramma».
In famiglia avevate mai parlato di cosa avrebbe voluto Elisa in caso di grave incidente o malattia? «Adesso si parla di testamento biologico, all’epoca non se ne discuteva. Non era argomento di conversazione. Ma chiunque, se vedesse la situazione, non vorrebbe che proseguisse, vorrebbe che finisse questa condizione. Purtroppo anche se oggi si affronta il tema del fine vita e c’è una legge in discussione, si parla sempre e solo di persone coscienti. Elisa e le altre undici come lei che soffrono nel Veneziano non possono dirci cosa vorrebbero, io sono il suo amministratore di sostegno e c’è un giudice tutelare per ogni decisione».
Lei cosa vorrebbe? Che fosse lasciata morire? «Vorrei che venisse fatta una legge, che ci fosse comprensione per queste condizioni matiche, che non sono vita. Ma guardi come fu attaccato Englaro. Io non voglio farne una battaglia personale, non è mia figlia il problema, è altro. La signora con cui è in stanza Elisa ha 68 anni ed è così da 17. Di recente Elisa ha avuto una broncopolmonite e l’hanno trasferita e curata per tre settimane al Policlinico San Marco ma Elisa non è questo. Mia figlia era bella, arguta, piacevole. Spiegare con le parole non basta, bisogna vedere per capire perché parlo così».
Si è rivolto a qualcuno per capire cosa potrebbe fare? «Sì, sono andato a Udine allo studio legale che seguì il caso Englaro».
Che le ha detto? «Di portare a casa Elisa, che avrebbe potuto mettermi in contatto con la clinica che si occupò di Eluana. L’avvocato mi ha spiegato che dopo la morte di Englaro le norme sono state irrigidite e, ora, alimentazione e idratazione non sono più considerate accanimento terapeutico. Lui, ci fossero anche pochissime chance, mi aiuterebbe, porterebbe il caso in tribunale. Purtroppo, nella nostra situazione, la causa non tiene e appunto mi ha suggerito di portala a casa».
Lo farà? «No, non voglio. A parte che dovrei attrezzare una stanza. Ma non è questo il nodo, per fortuna non mi mancano i soldi e già supporto economicamente, ci sono le badanti che mi aiutano ad occuparmi di mia figlia. La questione è comunque un’altra».
Cioè? «Vorrei che non si dovesse arrivare a soluzioni estreme. Sono stato contattato dall’associazione Luca Coscioni ma ritengo che non sia giusto dover arrivare a rivolgersi ad un’associazione o a ricorrere a scorciatoie. Se portassi Elisa a casa, con il consenso del giudice... Beh, tutti sanno cosa succede quando un paziente nelle condizioni di mia figlia viene portato a casa. E tutti fanno finta di non sapere, le pare giusto? Il problema di chi si trova in stato vegetativo non viene mai affrontato. Mai. Nemmeno oggi che il dibattito sul testamento biologico è aperto. Io sono una formica in questa vicenda. E come me, ma soprattutto come Elisa, ci sono tante persone: deve esserci un intervento dello Stato».
I medici che le dicono? «Se parlo del problema, mi danno ragione. E basta. Non dicono altro, se non: ha ragione ».

mercoledì 19 luglio 2017

La mafia del fuoco

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando
La pineta di Castel Fusano a Roma devastata dalle fiamme (agf)
Dietro gli incendi non c’è un disegno eversivo o una regia unica. Ma una serie di ragioni che mettono lo Stato in ginocchio. Si evocano piani eversivi per nascondere la realtà dei territori abbandonati. È la bonifica criminale per eccellenza: con le fiamme si fa spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Il territorio è in balìa di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento
L'ITALIA brucia. Le domande che vengono poste sono ogni estate sempre le stesse e da sempre restano inevase: perché brucia tutto? Com'è possibile? Chi sono i responsabili? Perché non si spegne in tempo? I cieli italiani sono rossi di fiamme e non per mero caso. Ma nemmeno, come ho sentito dire al governatore della Campania Vincenzo De Luca, per un disegno eversivo o un attacco alle istituzioni. Se l'Italia brucia i motivi sono molteplici e assolutamente controintuitivi. "Con questo caldo basta una cicca di sigaretta per incendiare tutto", "È responsabilità di piromani", "Si dà fuoco a poveri animali che poi correndo incendiano intere foreste ": leggende metropolitane, menzogne cui è facile credere e che facilmente si raccontano per trovare soluzioni che non implicano approfondimento. L'Italia brucia per cento motivi: vogliamo provare a elencarli tutti?

Quasi impossibile. L'Italia brucia per bloccare le concessioni edilizie che le organizzazioni criminali usano per ricattare le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori. Sì proprio così, credevate forse che bruciare servisse a incenerire pini, noci e ulivi per far spazio a palazzotti e ville abusive? Questo accadeva 20 anni fa. Dopo la legge- quadro per la lotta agli incendi boschivi non si può edificare per 15 anni e quindi cosa fanno i clan? Appena vengono a sapere che una zona può diventare edificabile, bruciano per bloccarla. Il messaggio è: prima di decidere se rendere edificabile o meno un terreno bisogna mettersi d'accordo con noi o negoziare un prezzo con noi, altrimenti con il fuoco blocchiamo tutto. Questa è la pratica. Ma la legge, come spesso accade, lascia spazio a strategie in grado di poterla aggirare perché "Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all'incendio per almeno quindici anni". Se così recita la legge, sapete cosa spesso accade e soprattutto a sud? Che non vengono definiti, i territori bruciati, zona boscata o pascolo, ma zona agricola. E per le zone agricole la legge non entra in vigore. Quindi bruci e puoi costruire.

Bruciare è la bonifica criminale per eccellenza: si brucia per fare spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Si brucia perché così le discariche abusive si consumano e bruciando alberi si ha più spazio per poter scavare e creare nuove discariche. L'Italia brucia perché le agenzie private, che forniscono sicurezza e monitoraggio del territorio, vengano ingaggiate e preferite alla sicurezza pubblica. Se non si appalta la sicurezza di un'area boschiva a specifiche agenzie private, la vendetta è il fuoco. Ma l'Italia brucia anche per molti altri motivi, privati e di rivalsa personale. Il fuoco viene appiccato, come mostrano le recenti indagini dei carabinieri, anche per un permesso edilizio non concesso, un divieto di caccia applicato ad aree adibite alla caccia per anni. Ed ecco che il fuoco diventa per organizzazioni criminali, gruppi di pressione e singoli cittadini la soluzione, e lo diventa perché è ormai chiaro che lo Stato non ha possibilità di far fronte all'emergenza. Chiunque voglia oggi esercitare un'azione di ricatto sa che con il fuoco può farlo. E non si tratta di piromania che è una patologia, ovvero ossessione verso il fuoco, ma di calcolo, di freddo calcolo. Spostare il problema altrove è il solito gioco furbo della politica. Addirittura ho sentito il sindaco di Catania parlare di "regia unica dietro tutti gli incendi" adducendo come prova di questa sua tesi non fatti, ma sensazioni. Non vorrei fare facile ironia, ma mi tornano in mente le parole del Procuratore della Repubblica (sempre) di Catania sulle Ong, su alcune delle quali disse di nutrire sensazioni negative, quasi a Catania dai rubinetti uscissero sensazioni al posto dell'acqua. Questa sembra una digressione polemica, invece serve proprio a mostrare come la politica (in senso lato) abbia sempre tutto l'interesse a spostare il problema altrove per continuare a non dare risposte e soprattutto per allontanare da sé ogni possibile responsabilità.

E all'Italia che brucia la risposta è "disegno eversivo", "regia unica", "attacco alla politica" e non politica distratta, assente, incapace. Quando il territorio viene devastato dalle fiamme, la politica tende a rispondere in due modi, o trattando gli incendi alla stregua di calamità naturali (come terremoti o eruzioni, e davvero il Vesuvio sembrava stesse eruttando) o come cospirazioni, menti occulte e braccia manipolate da regie massoniche. In realtà, come al solito, le dinamiche sono diverse, più complesse, ma anche alla fine riconducibili a una certa razionalità, certo criminale, ma spiegabile senza scomodare complottismi di sorta.

Quindi nonostante la notizia attiri molti click, e tutti i media possibili l'abbiano riportata, non esistono gattini infiammati che correndo devastano intere aree boschive, niente autocombustione o sigarette accese, ma inneschi chimici preparati ad arte e posizionati laddove è più difficile arrivare. E posizionati a favore di vento (come fatto sul Vesuvio). I luoghi comuni sugli incendi sono moltissimi. Il credere anche che sia facile poterli spegnere. Ma come? Il Vesuvio brucia e non si può spegnere il fuoco con l'acqua del mare? Be', l'acqua spegne le fiamme, ma nulla può contro il combustibile, quello solo la schiuma può neutralizzarlo. Ma con il mare così vicino perché non usare quell'acqua a disposizione? L'acqua marina, poiché salata, può causare desertificazione, quindi non è possibile utilizzarla in aree su cui si prevede un lavoro di riqualificazione boschiva.

Per paradosso la cenere concima e l'acqua marina che spegne le fiamme rende sterile il terreno.

Ho provato a sfatare solo alcune delle bufale più diffuse sull'origine dei roghi perché da cittadino non accetto che mi si raccontino fandonie, ma la realtà è che il fuoco è strumento economico di "bonifica criminale". Ogni zona ha i suoi gruppi criminali che bruciano. Bande che vogliono ottenere appalti in cambio della sicurezza delle zone boschive (o mi dai l'appalto o brucio tutto); clan che attraverso il fuoco rendono inedificabili i terreni da cui vogliono ottenere percentuali sulle concessioni edilizie e i lavori di costruzione; e ancora con il fuoco le organizzazioni trasformano parchi nazionali in spazi ideali per le discariche abusive (da materiale plastico a stoffe, rifiuti speciali il cui smaltimento comporta oneri che le aziende aggirano appaltando alla camorra).

Dal Vesuvio alla riserva degli Astroni, ormai distrutta per oltre un terzo, da Roma alla Maremma, alla Costiera Amalfitana, l'Italia brucia come ogni estate con la differenza, significativa, di un dato allarmante che dovrebbe imporre alla politica una seria autocritica: in un solo mese, da metà giugno a oggi, in Italia è andato in fumo tutto quel che è bruciato nell'intero 2016. Quindi nessuna regia unica o piano eversivo, ma solo ciò di cui non si vuole parlare, mai: il fuoco come declinazione - l'ennesima - dell'economia criminale che può esistere perché il territorio è in balia di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento. E poi c'è chi, sempre per evitare di affrontare il problema dalla prospettiva più razionale, tira in ballo il tema della militarizzazione del corpo forestale, mostrando il camaleontismo tipico della politica che prima denuncia gli sprechi e poi, quando si prova ad arginarli, trova che il metodo è sbagliato solo perché sotto quel decreto non c'è la propria firma ma quella della forza politica antagonista. Meglio dire "sbagliato aver militarizzato la Forestale" (nonostante le competenze non si siano perse), che impegnarsi per concedere ai Carabinieri Forestali maggiori strumenti per la prevenzione e ragionare sui mezzi mancanti per far fronte alle fiamme.

Ora, in un Paese come l'Italia, dove i grandi ambiti di investimento e riciclaggio delle mafie sono oltre al narcotraffico proprio edilizia e rifiuti, trattare gli incendi alla stregua di calamità naturali è da dilettanti della politica. Già immagino chi dirà: ma come non vedi quanto l'Italia sia colma di turisti? Perché non dai alla politica e alla gestione del territorio il merito di aver fatto da pull factor per il turismo internazionale. Come è possibile - mi domando io, invece - che chi parla di turismo non abbia capito che l'Italia è meta residuale? Che non potendo andare altrove per timore di attacchi terroristici si viene in Italia dove peraltro, causa incendi, in Sicilia e in Toscana sono state evacuate strutture turistiche? L'assalto turistico non avviene perché è migliorata l'accoglienza, perché sono migliorati i trasporti (provate a raggiungere Puglia o Calabria in treno...), ma perché altrove per paura non si va più.

Oggi di fuoco si parla perché non è possibile ignorare quello che sta accadendo, ma non un politico che abbia descritto la situazione in maniera realistica. Anche il fuoco è usato per scopi elettorali, ma dopo aver cavalcato il disagio e l'indignazione non sarà più un argomento spendibile perché non porta voti: gli eco-reati sono percepiti come secondari rispetto alla disoccupazione, salvo poi non fare mai i conti con l'impossibilità di avere una economia florida in un Paese in cui l'economia criminale è in continua espansione. E se oggi la colpa è dei piromani, della militarizzazione del Corpo forestale, se oggi c'è un piano eversivo, se c'è una regia unica, domani in mancanza di bufale, fake news, pre e post verità, resterà solo puzza di bruciato, devastazione e silenzio. E dove c'è silenzio crescono i clan. Alla prossima estate, ai prossimi incendi.

venerdì 21 aprile 2017

Il punto più profondo del nostro essere: l’ “Io”

Il punto più profondo del nostro essere: l’ “Io”

Parte un'altra avventura, la nostra esplorazione verso gli abissi della coscienza umana. Faremo questa esplorazione, attraversando l'inconscio, con piloti di ogni estrazione e credo. Scuole diverse  di pensiero e di scienza. Pronti? Partiamo con uno dei più illustri studiosi della Kabbalah, Michael Laitman Fondatore e presidente del Bnei Baruch Kabbalah Education e Research Institute.

Ugo Arioti

Ogni persona ha un punto che è stato creato “dal niente” dal Creatore. Questo punto è ciò che fa sentire alla persona la sua individualità e la sua unicità. La nostra vita intera è una battaglia per questo “IO”, per l’indipendenza o l’unicità – Midat Yehud.
Una persona è guidata dal desiderio di migliorarsi, di sentire che esiste. Tutto il piacere e l’appagamento che sente è secondario. Il punto cruciale è di assicurarsi che questo “IO” esista.
Questo “IO” è qualcosa di cui un individuo non si può mai sbarazzare. Egli può rinunciare a qualsiasi altra cosa, anche alla sua vita, ma non al suo “IO”, perché questo punto è al di sopra di lui, e si è formato prima ancora che lui ne avesse coscienza. Questa è la ragione per cui un uomo deve percorrere un percorso così difficile: rinunciare al suo precedente “IO” egoistico e ottenere un diverso “IO”, uno che somigli al Creatore.
Il Creatore aiuta l’uomo a cambiare la base su cui il suo “IO” si trova. Invece che nutrirsi di piacere, l’uomo riceve l’energia della dazione e si innalza al di sopra del suo “IO” egoistico verso il suo vero “IO”. Questo è il modo in cui raggiunge la vera indipendenza e la sensazione di un “IO” eterno. E quando egli ritorna al punto creato “dal niente”, egli raggiunge lo stato di pace e di perfezione.

venerdì 14 aprile 2017

LA POLITICA DI PACE DEGLI USA TARGATI TRUMP

16 milioni di dollari per uccidere 36 persone, e non un centesimo per dare il pane a chi non ce l'ha...


Siamo sull'orlo della terza guerra globale mondiale.....

mercoledì 22 marzo 2017

Empatia e compassione sono sentimenti indissolubilmente connessi?

«Se saprai sorridere con chi sorride, piangere con chi soffre, allora, figlio mio, chi potrà contestarti il diritto di esigere una società migliore? Nessuno, perché tu stesso, con le tue mani, l’avrai creata!»
Tommaso Da Kempis


         Da qualche giorno sta impazzando nella rete un video che vanta già cinque milioni di visualizzazioni e altrettante numerose condivisioni. Devo ammettere di aver riscontrato una significativa ambiguità in quei tre minuti di visione e di aver avvertito molto fastidio, nonostante le immagini accattivanti, nel notare una denigrazione di quel sentimento chiamato compassione descritto in modo distorto. Il motivo di un simile fraintendimento riguardo uno dei più nobili sentimenti umani mi è oscuro.
Il video di cui parlo e che sarà noto sicuramente a molti di voi è quello realizzato da Brené Brown ed è da me riportato nell’introduzione del post.
Vengono sottolineate le differenze che intercorrono tra empatia e compassione, ridicolizzando e svuotando di significato quest’ultima, come se l’empatia non fosse minimamente connessa alla compassione.
         L’empatia e la compassione sono due sentimenti molto simili e con differenze quasi impercettibili.
            Li accomuna la capacità di immedesimarsi nell’altro, non necessariamente un amico o un essere appartenente alla stessa specie. Si tratta, infatti, di emozioni che solo gli esseri veramente nobili d’animo riescono a provare.
La parola compassione deriva dal latino “cum patior” (soffro con) e dal greco συμπἀθεια “sym patheia” (simpatia, provare emozioni con…). La compassione indica uno stato d’animo che s’interiorizza in un individuo portandolo a percepire emotivamente il dolore degli altri e spingendolo a prodigarsi per diminuirne l’intensità. La compassione implica, e la stessa etimologia della parola lo evidenzia, un coinvolgimento al dolore di un altro essere vivente. Si tratta di una profonda unione spirituale con una sofferenza a noi familiare, o talvolta sconosciuta, che cerchi di alleviare quel tormento che scuote l’animo altrui.
Sentimento elevatissimo che non tutti siamo in grado di provare e molto differente dalla pietà, di cui comunque non viene fatto nessun tiepido accenno nel video in questione.
La pietà, così come oggi viene intesa e distaccandosi dall’accezione originaria data a tale parola, trova le sue fondamenta nel timore, reca in sé una separazione dall’altro ed è sovente accompagnata da una sensazione di sollievo che può tradursi in una frase che suona pressappoco così: «Fortuna che non è successo a me!» Oppure in coloro che credono nell’esistenza di un’entità superiore in grado di decidere in che modo “distribuire” la sofferenza, si assiste non di rado ad una preghiera rivolta a tale entità che conceda loro la grazia di non essere sottoposti ad una simile disgrazia.
Ma nel video in questione, come ho già messo in risalto prima, la contrapposizione tra empatia e pietà non viene nemmeno contemplata.
Ma cosa significa veramente empatia e cosa la distingue dalla compassione?
                 Empatia è anch’essa una parola che deriva dal greco “εμπαθεια” (en, “dentro”, e pathos, “affetto o sentimento”) ed il significato appare identico a quello di compassione. Gli antichi greci usavano tale termine per indicare la relazione emotiva e partecipativa che univa l’autore-cantore al suo pubblico.
Con il passare del tempo l’accezione della parola empatia viene ampliata a sentimenti non limitati alla mera comprensione del dolore, ma anche alla capacità di gioire insieme all’altro.
Ma ciò che di “nuovo” gli studiosi moderni hanno introdotto nell’uso della parola empatia è quella grandezza di soffermarsi ad ascoltare e di spersonalizzarsi, ovvero di lasciar da parte ogni giudizio personale ed entrare nel mondo interiore dell’altro senza alcun preconcetto.
Eppure anche nella compassione non si fa alcun cenno sull’eventuale giudizio morale che scaturisce dalla comprensione del dolore altrui e la fusione con l’altro è implicita nello stesso termine.
Persino nella corrente filosofica sofista si leggono dei passi in cui viene ben espresso il significato di compassione:
« la poesia nelle sue varie forme io la ritengo e la chiamo un discorso con metro, e chi l’ascolta è invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una struggente brama di dolore, e l’anima patisce, per effetto delle parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti e di persone straniere.» (Gorgia)
            Alcuni studiosi sostengono che la differenza tra compassione ed empatia risieda principalmente nell’istintività della prima e nella razionalità della seconda.
Secondo tali ricercatori l’empatia non può nemmeno essere considerato un sentimento, ma un atteggiamento mentale razionale in virtù del quale siamo in grado di poter comprendere le necessità e le emozioni altrui senza alcun coinvolgimento emotivo e quindi molto proficuo nelle relazioni professionali. Se un medico si lasciasse coinvolgere emotivamente dalla sofferenza dei suoi pazienti non riuscirebbe più a condurre una vita normale e verrebbe schiacciato da un simile fardello. Ma questo aspetto nel video in questione non viene assolutamente trattato; viene addirittura derisa la persona compassionevole, rappresentata da una capra, che nell’immaginario collettivo rimanda ad uno degli animali più stupidi.
 Salta agli occhi di tutti la superficialità della capra in questione; sembra voglia liberarsi frettolosamente della persona che chiede aiuto, non cerca nemmeno di soffermarsi un attimo ad ascoltare e cerca di trovare il lato positivo della questione sottoposta con risposte “confortanti” che non riuscirebbero a risollevare nemmeno una piuma.
Indubbiamente di fronte a certi dolori è impossibile trovare le parole giuste per consolare la persona sofferente ed il compassionevole tende a lenire quei sentimenti lancinanti che attanagliano l’individuo sprofondato nel buio. E non è di certo facile trovare un modo per farlo sentire meglio, quindi l’attenzione dev’essere indirizzata fondamentalmente all’ascolto, una capacità molto rara e che dovrebbe essere insegnata agli egocentrici o a coloro che vanno sempre di fretta per scelta o per i ritmi frenetici imposti dalla società moderna.
Molte sono le riflessioni che riguardano tale argomento, ma di certo non trovo illuminante quel video che sta dilagando a macchia d’olio e che ridicolizza ciò che viene chiamato compassione (symphaty in inglese) dalla ormai nota signora Brown.
Ho invece trovato un video che non utilizza alcun cartone, dura qualche minuto in più rispetto a “La forza dell’empatia” e induce riflessioni molte più profonde rispetto al popolare video che ha invaso il web.
                   Secondo il mio punto di vista, nel momento in cui si riesce ad empatizzare si comincia a provare compassione. I due stati d’animo non possono essere separati, se non dalla differenza di gioire insieme agli altri o trovare delle risposte consolatorie; è più facile comprendere il dolore altrui che gioire di un suo momento di grazia, soprattutto se la persona in questione conduce una vita frustrante e tende ad invidiare gli altri.
              Così affermava Friedrich Nietzsche: «Le nature compassionevoli, soccorrevoli nella disgrazia in ogni momento, sono di rado quelle che partecipano insieme alle gioie altrui: nella felicità degli altri esse non hanno niente da fare, sono superflue, non si sentono in possesso sella loro superiorità e mostrano perciò facilmente disappunto.»
               L’essere in grado di guardare oltre il nostro vissuto e di ascoltare veramente l’altro racchiude una fusione tra empatia e compassione che ci condurrà ad entrare in armonia con l’universo liberandoci da quella forma di insano egoismo che nel nostro piccolo contribuirà a sanare il mondo. Vorrei anche aggiungere che accorgersi dei sentimenti dell’altro non significa semplicemente concentrarsi sulle parole che dice, ma andare oltre quel contenuto e saper leggere il silenzio. Un’impresa poco facile che implica una sensibilità non comune a tutti. Se fosse così diffusa non ci troveremo di certo dinnanzi ad un mondo così rintanato nell’egoismo e nella sopraffazione. Bisogna farsene una ragione: non tutti sono in grado di sentire veramente l’altro.
Di seguito il video riguardante l’ascolto empatico ed alcune citazioni sull’empatia e la compassione.
Per riflettere insieme e comprendere che l’argomento trattato non può essere riassunto in pochi minuti o con un semplice post. E soprattutto per sottolineare ancora una volta che sono molte, e spesso discordanti, le opinioni sull’empatia.
                 Quando sei nella sventura e cerchi compassione dal prossimo, gli porgi una parte del tuo cuore. Ti ringrazierà, se ha buon cuore; se ha il cuore duro, ti disprezzerà. Kahlil Gibran
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L’uomo non troverà la pace interiore finché non imparerà ad estendere la sua compassione a tutti gli esseri viventi. Albert Schweitzer
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Un animo grande è superiore all’ingiuria, all’ingiustizia, al dolore, al dileggio; e sarebbe invulnerabile, se non soffrisse per compassione. Jean de La Bruyère
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La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera. Fëdor Dostoevskij
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Quest’uomo che t’indigna, o nacque da una razza diversa dalla tua o è un tuo fratello smarrito. In ognuno di tali casi, non merita la tua compassione? Jean Rostand
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La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario? Jeremy Rifkin
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Beato chi può dire a se stesso: io ho asciugato una lacrima. Giuseppe Giusti
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L’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo può ricevere in dono.
Charles Darwin
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Il mio io totale, la mia intera individualità, la mia entità, la quale è unica come lo sono le mie impronte digitali, non può mai essere pienamente compresa, neppure per via empatica, perché non vi sono due esseri umani identici.
Erich Fromm

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La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.
Jeremy Rifkin
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Quelli che riescono a mettersi nei panni altrui, quelli che riescono a capire come la pensano gli altri, non dovranno mai preoccuparsi per quello che il futuro ha in serbo per loro. Owen D.Young
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Empatia è metterti nei panni degli altri per poter sentire quello che essi provano. Se fai soffrire qualcuno, empatia è soffrire insieme a lui. Malcolm
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L’empatia è un processo che ci consente di «metterci nei panni dell’altro» per capire veramente, oltre al contenuto formale del messaggio, il suo stato d’animo e i suoi sentimenti. L’empatia facilita la comprensione del significato personale, soggettivo delle parole dell’altro, più che il loro contenuto logico- formale. Essa costituisce un particolare modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano la propria maniera di sperimentare la realtà per cercare di lasciare risuonare in se stesso le esperienze e percezioni dell’interlocutore. Michele Capurso
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Nell’ascolto empatico bisogna essere in grado di allentare le difese e di rinunciare a parte delle nostre certezze. Da una parte è necessario sostenere l’emotività altrui e dall’altra evitare di proiettare sull’altro i nostri sentimenti, paure o desideri che siano.
Carla Curina Cucchi e Maurizio Grassi
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Se la salute è la cosa piú importante che si possa – e che ci si possa – augurare, è anche perché essa ci consente di non rischiare d’incorrere in uno dei piú sgradevoli effetti collaterali della malattia: essere costretti, in momenti di particolare debolezza e vulnerabilità, ad avere a che fare con medici, chirurghi, dentisti, psichiatri e con tutti quegli operatori della salute che, in genere, mostrano una disponibilità e una capacità di comprensione empatica non molto dissimili da quelle di un perito delle assicurazioni o di un esattore delle tasse. Giovanni Soriano
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Compassione e pietà sono assai differenti. Mentre la compassione riflette l’anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire con l’altro, la pietà è una serie controllata di pensieri intesi ad assicurarci il distacco da chi soffre. Paul C. Roud
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L’empatia si sarebbe sviluppata perché mettersi nei panni dell’altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con gli altri uomini.
Geoffrey Miller
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Quando noi consideriamo una realtà animata (animale o umana) da un punto di vista o da uno schema di riferimento puramente esterno, senza sforzarci di capirla dall’interno per via empatica, noi la riduciamo allo stato di oggetto.
Carl Rogers
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La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare. Carl Rogers
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Se sei in conflitto con un’altra persona, la prima cosa che dovresti fare è cercare di capirla a fondo. Guardare in profondità ti farà vedere la sua sofferenza e allora non avrai più voglia di farle del male, di punirla o di farla soffrire, ma accetterai così com’è e cercherai di aiutarla. E’ così che la comprensione contribuisce a rendere possibile l’amore. A sua volta l’amore aiuta la comprensione ad approfondirsi: quando provi simpatia o affetto per qualcuno, sei in una posizione per capirlo o capirla. Se invece non hai alcuna empatia per quella persona, se non l’accetti, non avrai alcuna possibilità di capirla. Thich Nhat Hanh
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Empatia significa comprendere immedesimandosi nell’altro e dedicandosi a lui con calore. Anselm Grün
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Chiunque è incline a piangere con l’infelice; ma il morso del dolore non gli penetra fino nell’infinito; così, per mostrare di gioire con chi è felice, sforza il suo volto che fa resistenza al sorriso. Eschilo
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Ciò per cui la gente viene ammirata e apprezzata in comunità sono le loro qualità gentili: il loro senso di umorismo e il tempismo, la loro capacità di ascoltare, il loro coraggio e l’onestà, la loro capacità di empatia. Morgan Scott Peck
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 Chi sa capire tutto è molto infelice. Maksim Gor’kij
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Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione. Fëdor Dostoevskij
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La compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. È un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri. La compassione diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità. Pema Chödrö
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L’amore è compassione, e più si ama, più si prova compassione. Miguel de Unamuno
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Tutto quello che voglio è raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mani, ma con il cuore.
Tahereh Mafi
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Non disprezzare la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ciascuno è la sua genialità. Charles Baudelaire
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Il monumento di un grande uomo non è di granito o marmo o bronzo. Consiste nella sua bontà, le sue opere, il suo amore e la sua compassione. Alfred Armand Montapert
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L’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo. Arthur Schopenhauer
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Soltanto dopo essere scesi negli abissi del Dolore riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro che ne hanno bisogno. Pam Brown
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Il cosiddetto mondo spazio-temporale, questo in cui ci troviamo, può addirittura non esistere: può essere soltanto un’illusione; ma è assolutamente innegabile che in esso tutti soffriamo. Per cui la compassione verso gli altri, tutti gli altri, dagli insetti agli elefanti, da Einstein a Fiorino il mio cane amato che è morto, non è soltanto un’esigenza del cuore, ma un’ineluttabile legge della logica: ci troviamo tutti nello stesso inferno. Carlo Coccioli
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Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. Papa Francesco
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È solo con il vero amore e la compassione che possiamo cominciare a riparare ciò che è rotto nel mondo. Sono queste due cose benedette che possono cominciare a guarire i cuori spezzati. Steve Maraboli
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La compassione si basa sull’empatia, che, a sua volta, richiede l’attenzione agli altri. Daniel Goleman
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Essere capiti vuol dire essere presi e accettati per quello che siamo. Natalia Ginzburg
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Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero. William Butler Yeats
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La compassione, insegna Freud, non è qualcosa di innato. La compassione è una “diga psichica” che deve essere costruita pian piano per permettere ad ogni essere umano di opporsi alla crudeltà. È solo grazie alla compassione che ci si può immedesimare negli altri – in coloro che soffrono, che sono fragili, che hanno bisogno del nostro aiuto – per poi agire di conseguenza. Ma se quando siamo piccoli nessuno ci insegna la compassione, come possiamo poi provarla e combattere le pulsioni di crudeltà che pure caratterizzano la natura umana? Michela Marzano
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La compassione è la risposta spontanea dell’amore; la pietà l’involontario riflesso della paura. Paul C. Roud
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Quanto è possibile capire il dolore, l’amore di un altro? Fino a che punto possiamo capire coloro che vivono tra dolori, frustrazioni e angosce più profonde delle nostre? Se capire significa mettersi al posto di colui che è diverso da noi, i ricchi e i dominatori del mondo hanno mai potuto capire milioni di miseri emarginati? Orhan Pamuk
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Questa fu la mia scrupolosità: fui sempre consapevole nel camminare avanti e indietro, al punto ch’ero sempre colmo di compassione perfino per una goccia d’acqua, attento a non ferire alcuna delle minuscole creature annidate tra le fessure del terreno. Tale era la mia scrupolosità. Buddha
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Non c’è nulla di più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come un dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall’immaginazione, prolungato in centinaia di echi.
Milan Kundera
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In tutti i tempi gli uomini più profondi hanno avuto compassione degli animali, proprio perché essi soffrono della vita, ma non hanno la forza di rivolgere la punta del dolore contro se stessi e di comprendere metafisicamente la loro esistenza; il vedere il dolore senza senso suscita anzi ribellione nel più profondo dell’anima. Friedrich Nietzsche
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Bisogna ascoltare nel silenzio, in modo da comprendere quelli che tacciono. Ernst Stankvoski
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La compassione è quasi un’abnegazione che l’uomo fa di se stesso, quasi un sacrifizio che l’uomo fa del suo proprio egoismo. Giacomo Leopardi
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Il progresso del senso morale non sarà compiuto fino a quando non allargheremo la nostra compassione ai popoli di tutte le razze, poi alle persone prive di intelligenza, agli storpi, agli individui che non hanno un ruolo ben definito nella società. E infine ai membri di tutte le specie. Charles Darwin
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N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio

lunedì 20 marzo 2017

La cintura di castità

La leggenda della cintura di castità, uno tra i più morbosi e atavici tabù maschilista, è stata oggetto di uno studio, da parte di archeoetnologi e sociologi, che ha portato alla scoperta che l'uso di questo aggeggio non era poi così scontatao e funzionale e, come corollario e rappresentazione al pubblico, alla realizzazione di una mostra a Budapest che ha messo in evidenza quanto falsa e ipocrita sia la "storia" di questa mitica attrezzatura salvifica che doveva allontanare il "peccato carnale" dalle donzelle medioevali. Certo, il mito del cavaliere che parte per la crociata e lascia la sua bella con una robusta cintura di castità che  salvaguarda il suo onore, ...alla luce di questo lavoro scientifico, appare una macchietta, una farsa.
Ugo Arioti
"L’immagine del cavaliere che parte per le Crociate lasciando l’amata sotto la protezione di una cintura di castità è un falso storico. Questo è l’argomento della mostra “Storie segrete della cintura di castità. Mito e realtà” allestita a Budapest (Ungheria). Aperta ai maggiori di 16 anni, l’esposizione conta venti esemplari di cinture e altro materiale per spiegare questo mito nato durante l’Illuminismo e come si è evoluto. Tra lucchetti e denti di metallo la domanda dei visitatori è: come si poteva sopravvivere a questi strumenti? Katalin Végh, vicedirettrice del museo, spiega che fino agli Anni 90, sia nella cultura popolare sia negli studi scientifici, si pensava ancora che venissero usate per garantire la fedeltà delle mogli durante le Crociate dei mariti. Basta osservarle per capire come possano essere fonte di ferite e infezioni e abbiano serrature relativamente facili da aprire. Con l’arrivo del nuovo millennio gli studi si sono soffermati sui materiali scoprendo che questi oggetti erano tutti falsi del XIX secolo. Il mito della cintura di castità risale al tempo dei Romani in cui si parlava di nastri e corde ma erano intesi come simboli di castità o verginità, non oggetti reali. Partendo da questo ragionamento alcuni studiosi sono arrivati alla conclusione che anche nel Medioevo (compresi nei testi di Boccaccio e Rabelais) le cinture di castità avevano un chiaro significato simbolico. Sul finire del XIX secolo la masturbazione era vista come un peccato ed ecco che le cinture di castità divennero realtà e un rimedio. Ci sono brevetti di inizio ’900 che spiegano l’utilità di questi strumenti per evitare che i giovani si masturbassero. Queste cinture “moderne”, in cui il cuoio ha sostituito il metallo, vennero anche utilizzate per proteggere le donne dalle violenze sessuali in un periodo nel quale iniziavano ad affacciarsi a mondi ritenuti fino ad allora solo maschili come le fabbriche".

mercoledì 8 marzo 2017

la notizia del LOTTO MARZO : ''Licenziata perché ho chiesto un contratto''


"Lotto Marzo", la denuncia della fisioterapista: ''Licenziata perché ho chiesto un contratto''

A Roma, di fronte alla sede della Regione Lazio, si tiene una delle manifestazioni per lo sciopero in occasione della Festa delle Donne. Al presidio partecipano, tra le altre, anche le lavoratrici dell'Istituto Riabilitativo Villa Delle Querce di Nemi. Una di loro racconta la sua storia: "Per 19 anni ho fatto la fisioterapista nella struttura avendo una finta partita Iva. Avevo tutti i doveri del dipendente, ma senza alcun diritto. In gravidanza ho lavorato fino all'ottavo mese in mezzo alle onde elettromagnetiche". A seguito anche di un decreto della regione Lazio (con cui la struttura è convenzionata), a febbraio la donna e altre due colleghe chiedono la stabilizzazione, ma in risposta il loro rapporto di lavoro viene interrotto. "In una lettera ci è stato scritto che avremmo dovuto dichiarare prima la volontà di essere stabilizzate, come se la colpa del licenziamento fosse nostra - prosegue la fisioterapista - ma noi mille volte abbiamo chiesto un incontro con il proprietario dell'azienda senza mai essere ricevute". In piazza sono presenti anche diverse altre lavoratrici di Villa Nemi, che denunciano come i vertici dell'istituto abbiano ostacolato la partecipazione delle dipendenti allo sciopero, cambiando i turni o cancellando i riposi

martedì 7 marzo 2017

LOTTO Marzo

La festa delle donne, quella odierna consumistica,  ha lontane radici. In un mondo che globalizza la speculazione mafiosa dei capitali e ci trasforma in numeri che devono consumare prodotti inadeguati e sorpassati, almeno finchè non lo decidono le multinazionali, si mettono i lustrini e si prepara la danza dell'otto marzo. Ma si dovrebbe festeggiare un otto marzo ogni giorno, per tutte le donne che non hanno i diritti che deve avere ogni essere umano e che vengono sfruttate, violentate, emarginate e "trasformate in uomini". Allora, senza giri retorici e senza contumelie, ricordandoci la storia di uno sciopero al femminile finito in strage e del sacrificio che le donne devono, ancora oggi, anche in Paesi liberi e democratici, come gli USA o la Russia o L'Europa che si sta frantumando, uniamoci e gridiamo W le donne e LOTTO MARZO!
Lottiamo insieme per avere la parità e la libertà, per esprimerci e  difendere questo Mondo, che muore sotto le mani di un capitalismo globale e spietatamente speculativo che distrugge quello che le donne sanno creare: LA BELLEZZA.
Ugo Arioti 
per Daniela e per tutte le donne del Mondo

venerdì 3 marzo 2017

l femminismo non è morto: una storia del movimento dagli anni 70 a oggi


Lia Migale, già professore associato di Economia Aziendale alla Sapienza e femminista storica ha scritto Piccola storia del femminismo, uno strumento leggero e quasi un racconto "che vuole essere la narrazione del movimento fino a oggi"

l femminismo non è morto e gode di buona salute. Nel tempo si è trasformato e, se nel Novecento ha lottato per l'emancipazione e la parità dei diritti, con il nuovo millennio, si è fatto interprete di una nuova idea di società e, dopo l'appuntamento del 2011 di 'Se non ora quando',  ha preso a interpretare la necessità di cambiamento sempre viva nel nostro Paese "con la richiesta del riequilibrio della rappresentanza politica, con il lavoro certosino svolto in tutti gli ambiti sovranazionali, con il concetto di genere sempre più ampliato e diversificato e con la rinascita delle grandi assemblee nazionali".

Per dissipare le ombre che avvolgono la parola femminismo, per  raccogliere la memoria e per informare le nuove generazioni, Lia Migale, già professore associato di Economia Aziendale presso la facoltà di Sociologia dell'Università di Roma I 'La Sapienza' e femminista storica ha scritto Piccola storia del femminismo (Empiria edizioni), uno strumento leggero e quasi un racconto "che vuole essere la narrazione del movimento fino a oggi, e che dà conto "della ricchezza di pensiero e di pratica che le donne hanno prodotto" nel giro di qualche decennio. Dagli anni 70, con gli slogan di rottura che hanno alimentato il femminismo dell'epoca, fino al tempo dedicato agli studi e agli approfondimenti nei collettivi, nelle università e nelle librerie. E, infine, alla rinascita con le lotte per il riequilibrio delle rappresentanze politiche o alle istanze mirate al cambiamento della società. Per la solidarietà e il lavoro.

Insomma, se molti pregiudizi offuscano oggi la parola femminismo, non tutti ne conoscono davvero il significato o sanno com'è nato e come si è sviluppato. Lia Migale colma questa lacuna, ripercorre il recente passato, fornisce schede sintetiche sulle principali battaglie vinte e racconta come il movimento  per la parità in campo nel secolo scorso, si sia andato trasformando attraverso i percorsi compiuti, fino a diventare un contenuto politico tuttora in pieno svolgimento.

Piccola storia del femminismo è uno strumento  agile e utile  per comprendere come, lungi dall'essersi esaurito, il femminismo sia ancora vivo e presente nella politica e nei mutamenti contemporanei. C'è da augurarsi che questo piccolo e prezioso libro venga letto nelle scuole, da maschi e femmine.

 Perché una "piccola" storia del femminismo in Italia?
"Il femminismo che parte dagli anni '70 ha prodotto un enorme cambiamento sociale e ha inciso sulla vita della maggioranza delle donne. Quindi, il femminismo merita che la Grande Storia se ne occupi e che nelle scuole venga studiato. Io ho voluto fare una cosa da un lato più modesta, ma dall'altro anche molto necessaria. Cioè dare uno strumento leggero e facile da  leggere, quasi un racconto, che raccogliesse molto in sintesi come si è sviluppato questo movimento fino a oggi, che sgombrasse le ombre che ci sono sulla parola femminismo, che desse conto della ricchezza di pensiero e di pratica che le donne hanno prodotto. Utile a chi, perché giovane, non ha vissuto questa storia; utile a chi invece c'era e vuole ricordare meglio.
Quando, poi, dico che è uno strumento necessario mi riferisco anche al fatto che il femminismo non è semplicemente un movimen­to del secolo scorso, ma un contenuto politico e relazio­nale tuttora molto importante giacché la presenza delle donne nella vita produttiva, culturale e politica è fondamentale per costruire un paese che risponda delle esigenze e dei diritti di tutti i cittadini, qualunque sia il genere, la razza o la religione. Oggi il movimento delle donne di nuovo scende in piazza contro la violenza, così come per dire no ai muri e alle barriere contro gli immigrati. Tutto ciò ha una storia che, se è piccola nella dimensione del mio libro, è invece grande nel suo contenuto".

Con quali parole una "storica" passa il testimone alle nuove generazioni?
"Gli anni '70, '80, '90, sono stati gli anni in cui il femminismo si è espresso prima in forma provocatoria: gli slogan "io sono mia", "il corpo e mio e lo gestisco io", "aborto libero gratuito e assistito" sono stati di rottura verso gli stereotipi sulle donne; poi il movimento si è nascosto, meno presente nelle piazze e più nelle università, nelle librerie, nei gruppi studio, creando soprattutto le proprie istituzioni. Sono gli anni dello studio, dell'avanzamento del piano teorico, delle relazioni internazionali, della strutturazione. Con l'apparire del nuovo millennio le donne hanno rappresentato il riscatto. Hanno preteso di parlare per tutti, non solo per la loro crescita, ma per la crescita di una diversa idea di società. Con la manifestazione di "Se non ora quando", con la richiesta del riequilibrio della rappresentanza politica, con il lavoro certosino svolto in tutti gli ambiti sovranazionali, con il concetto di genere sempre più ampliato e diversificato, con la rinascita delle grandi assemblee nazionali il femminismo interpreta la necessità del cambiamento.  Non è più soltanto la sempre maggiore presenza delle donne a dare conto del cambiamento, si pretende che si assumano concetti che hanno a che fare con la capacità di relazione e con quello di cura, si pretende la solidarietà e il lavoro".

Femminismo è una parola oggi non molto popolare. Il punto a oggi e come andare avanti senza disperdere la ricchezza del passato.
"Si, è vero, la parola femminismo spesso fa sbuffare. C'è chi dice: ancora!? O chi ci tiene a precisare: io non sono femminista! Personalmente ho dovuto fare i conti molto spesso con questo pregiudizio, anche questo libro non è un caso che è stato edito da una piccolissima casa editrice. Soprattutto abbiamo una vera difficoltà a farci sentire come vorremmo, a essere riconosciute per il nostro ruolo. Però, contemporaneamente vedo una grande curiosità, vedo giovani donne aprire locali dove si discute del pensiero della differenza e si beve anche un aperitivo, si stanno moltiplicando le case delle donne in tutt'Italia, gli uomini sono sempre un po' più presenti ai nostri dibattiti. E addirittura i politici non possono fare a meno di citare - di solito male o a sproposito- le donne, mentre molte donne della politica ufficiale si confrontano con le posizioni del femminismo. Abbiamo visto come la presidente Laura Boldrini si è battuta per l'uso di una lingua non sessista, ma tanti altri esempi si potrebbero citare.
Certo il Movimento delle donne fa sempre i conti con la propria crescita e con le contraddizioni che questo comporta non solo con l'esterno ma anche al proprio interno. Così, ad esempio, giungono al pettine i nodi creati dalle differenze tra donne, ciò che oggi si chiama la questione dell'intersezionalità. O la contraddizione tra le storiche femministe e le giovani femministe. Per l'appunto fare i conti significa discutere e relazionarsi. Se questo avverrà nulla si sarà disperso".

mercoledì 22 febbraio 2017

La presa del Palazzo da parte della star

La presa del Palazzo da parte della star

L’unica cosa che davvero non serve per commentare la presa di Palazzo d’Orleans da parte di Pif è interrogarsi sul perché un dramma come quello dei disabili siciliani senza assistenza sia finora rimasto lontano dai riflettori. Non serve levare lamentazioni sul fatto che finché una star della tv non si occupa di una cosa questa resta ignota ai più. L’importante è che un uomo di spettacolo come Pif decida di sposare una causa nobile.

E che, proprio grazie alla sua notorietà, una battaglia degna di essere combattuta assuma il rilevo che merita. Lo diciamo noi che, un paio di settimane fa, sollevammo il caso del ragazzo tetraplegico convocato in assessorato dopo le sue proteste per la sospensione dell’assistenza e piantato in asso dall’assessore. Poi c’è stato il servizio delle Iene su un caso analogo e le successive dimissioni di quell’assessore. Infine, ieri, la presa di Palazzo d’Orleans da parte di Pif, dei disabili e delle loro famiglie.

È ovvio - e probabilmente perfino giusto - che l’ingresso in scena di una star a sostegno di una causa faccia più rumore di un articolo di giornale. Ciò su cui vale la pena di riflettere è quello che la presa di Palazzo d’Orleans ci racconta. Pif con la sua appassionata difesa dei diritti dei disabili ha scavalcato, in un colpo solo, un bel mucchio di quelli che si chiamano corpi intermedi o della rappresentanza. Per intenderci, finora - a parte gli articoli comparsi sul nostro e su altri giornali - la voce di questi disabili senza assistenza non l’aveva rilanciata nessuno. I partiti? No. I sindacati? Balbettando. Il parlamento siciliano, da settimane impegnato in quella distribuzione a pioggia dei soldi che restano che chiamano Finanziaria? Macché. E allora, ben vengano le urla di Pif che, magari con poco tatto istituzionale, sbatte in faccia a Crocetta (al quale va riconosciuto il merito di non esser fuggito)una semplice domanda: quando sarà risolto il problema di queste persone?

Una sola cosa il convulso faccia a faccia rilanciato dalle dirette web tra l’attore e il governatore, non può chiarire: di chi sono le colpe e quali sono le possibili soluzioni alla situazione disastrosa in cui versano i servizi per i disabili in Sicilia. E allora va detto con chiarezza che il problema, e la sua soluzione, stanno in una semplicissima parola: soldi. Per garantire a tutti i 3mila e 600 disabili gravi siciliani l’assistenza h 12 servirebbero 270 milioni. Attualmente la disponibilità è di 13 milioni, che garantiscono meno di un’ora al giorno di assistenza. Ai deputati regionali il compito di trovare quei soldi. Dove? Scegliendo cosa tagliare in altri settori. Perché la politica è questo: scegliere e venire giudicati in base alle scelte che si fanno. Senza aspettare che debba muoversi una star della televisione.

venerdì 6 gennaio 2017

Han Kang e la donna che volle fortissimamente farsi albero

Nel romanzo della coreana Han Kang, «La vegetariana» (Adelphi), Man Booker International Prize, storia di una donna che rifiuta la carne. Niente sarà più come prima


Il plot è semplice: una donna comune, borghese, Yeong-hye, decide dopo un sogno inquietante di non mangiare più carne. A questo punto l’autrice si muove in due direzioni: da una parte divide la vicenda in tre storie i cui narratori sono tre parenti della donna, e dall’altra dà al fatto di non mangiare carne — e poi, via via, più nulla — un significato sempre più radicale. Fa capire al lettore, insomma, che lo «scandalo» non è quello.
Le tre storie sono narrate dal marito, dal cognato-amante e dalla sorella di Yeong-hye. E mostrano tre modi di rapportarsi prima ancora che alla protagonista, alla realtà in sé. Il marito: ha sposato la donna per opportunità sociale e per noia, è irritato dalla sua bizzarria improvvisa solo perché infrange il ruolo codificato della consorte in seno a una società patriarcale e tradizionale. Ma quanto è prezioso, questo narratore, per descrivere il formale, rigido pranzo festivo della famiglia riunita: una scena in cui il rifiuto di mangiare di Yeong-hye autorizza violenza, torture, recriminazioni durissime, blandizie oscene, minacce e abusi. Siamo al corpo della donna come proprietà del padre e, tramite contratto, del marito.

Han Kang
Han Kang

L’amante: l’autrice affida la seconda narrazione al personaggio del cognato, marito della sorella. C’è forse da aspettarsi di meglio dall’amore romantico, per la comprensione della donna e delle sue scelte? L’uomo è un artista, si innamora alla follia della follia di Yeong-hye ma, ancora, il suo passaggio è così epidermico che proprio all’epidermide si ferma. Decide di dipingere la donna, il suo corpo, letteralmente, con una pittura floreale, le propone di immortalarla (in video) in amplessi di ogni tipo, conduce con lei un gioco erotico narcisistico che soddisfa il desiderio del maschio ma spinge il femminile in un isolamento sempre più freddo, abbandonato e bamboleggiante, glaciale. Come un vegetale, come un albero: ed è proprio all’«albero Yeong-hye», in fin di vita in ospedale, senza più interesse al cibo della carne, oltre che alla carne come cibo, che si accosta l’ultima narratrice.
La sorella: moglie dell’artista, è l’unica a cercar di capire Yeong-hye nella sua ormai decisa autodistruzione o affermazione. Ma sebbene il tentativo sia il più affettuoso e intimo, ora anche l’affetto è poca cosa, buona solo a risolvere i conflitti interiori della sorella lasciando intatto il dramma cosmico, sovraindividuale, di Yeong-hye. Resta impressa a lungo, con l’evocazione del buddismo e della sua impermanenza, l’immagine di Yeong-hye che tenta di trasformarsi in un albero mettendosi a testa in giù nei corridoi del manicomio. È straziante che non ci riesca.
Tra gli ascendenti occidentali del romanzo, uno è il già citato Bartleby, con il suo «preferirei di no» immotivabile, sacrosanto e mortale; l’altro è il Simposio platonico, dialogo sull’eros, sull’amore e sulla bellezza assoluta, su cui la storia si interroga. Ma è nelle filosofie orientali che il libro ha il suo terreno d’elezione. Perché senza mai concedere al lettore di interrogare, incontrare, raggiungere la protagonista Yeong-hye, che più si assottiglia più giganteggia nella pagina, il romanzo precipita verso un finale aperto: come aperta è la riflessione sull’appartenenza di ognuno a sé e al cosmo, alle proprie convinzioni e alla propria fatale (o salvifica) ricerca di senso. 

giovedì 29 dicembre 2016

Viviamo meno e più preoccupati, ma le famiglie tornano a spendere: la foto degli italiani nel 2016

 Nel suo Annuario l'Istat ha raccolto tutte le statistiche più recenti sul nostro Paese. I Comuni si fondono e scendono sotto quota 8 mila, per la prima volta da anni la speranza di vita si riduce, meno diplomati si iscrivono all'università, aumenta la percezione di insicurezza mentre la popolazione continua a invecchiare. Ecco i numeri più significativi

 
ROMA - Per la prima volta la nostra vita si accorcia: 80,1 anni gli uomini e 84,7 le donne. E' una vita in salute, sette su dieci la definiscono "buona" o "molto buona", sarà per questo che abbiamo ripreso a fumare. Siamo sempre più preoccupati dalla criminalità, anche se il numero di delitti continua a scendere. Ci iscriviamo con più riluttanza all'università, pure se la laurea aiuta a trovare lavoro. L'economia non è ancora davvero ripartita, ma la situazione delle famiglie migliora un po': sono di meno quelle costrette a razionare il carrello della spesa. Ci resta tanta voglia di svago, con un boom di ingressi al cinema e ai musei. E' la fotografia di un'Italia che prova a ripartire quella che emerge dall'Annuario 2016 dell'Istat. Un compendio appena pubblicato di tutti i numeri più recenti (alcuni risalgono al 2015 e al 2014) raccolti dall'Istituto di statistica sullo Stivale e i suoi abitanti. Ecco i più significativi.

Il territorio, Comuni sotto quota 8mila
Toccherà riscrivere i libri scolastici. In classe ci hanno insegnato che i Comuni italiani sono oltre 8mila, e invece nel corso del 2016 il conto è sceso sotto quella quota: 7.999. Potere delle varie leggi sulla spending review che hanno incentivato la fusione tra municipi: tra la fine del 2013 e l'inizio di quest'anno ne sono spariti quasi un centinaio, per lo più al Nord. Restano comunque dei campanili piccoli, sette su dieci hanno una popolazione inferiore ai 5 mila abitanti.

L'ambiente, mai così caldo
Pensare che il 2014 era già stato un anno record, il più caldo del cinquantennio. Il clima del 2015 ha portato i termometri dell'Italia ancora più in alto, non di poco: minime medie mensili tra gli 1,3 gradi di febbraio e i 19,7 di luglio, massime tra 8,1 e 30,4 gradi. Sono valori nettamente superiori alla media registrata tra il 1981 e il 2010, per il mese di luglio addirittura di tre gradi. Non è un caso allora che gli incendi verificatisi nell'anno siano aumentati del 67%, a quota 5.442.

La popolazione, ora viviamo di meno
A un'altra cosa ci eravamo abituati: vedere crescere anno dopo anno la speranza di vita degli italiani. Contrordine. Resta tra le più alte al mondo, ma nel 2015, complice un numero di decessi molto superiore, si è accorciata sia per gli uomini (da 80,3 a 80,1 anni) che per le donne (da 85 a 84,7 anni). Per il resto il nostro si conferma un Paese in crisi demografica. La popolazione residente scende a 60 milioni e 665 mila persone, il quoziente di natalità cala ancora da 8,3 a 8 nati ogni mille abitanti, i cittadini sono sempre più vecchi: per ogni 100 giovani ci sono 161,4 over 65. E in Liguria addirittura 246,5.  

Salute, abbiamo ripreso a fumare
Sole e dieta Mediterranea aiutano a sentirsi bene: in questo 2016 il 70,1% degli italiani definisce "buono" o "molto buono" il proprio stato di salute, anche se gli uomini sprizzano più energia delle donne (73,9 contro 66,4%) e quasi quattro cittadini su dieci, lo 0,8% più del 2015, sono affetti da una patologia cronica, dall'artrite all'ipertensione. La diminuzione dei ricoveri in ospedale prosegue ma va stabilizzandosi, mentre ha già invertito il suo declino il popolo dei fumatori: nel 2016 praticano la sigaretta il 19,8% degli italiani sopra i 14 anni, tre decimi di punto in più rispetto al 2014.

Criminalità, scendono i delitti sale l'insicurezza
L'ultima rilevazione dell'Istat è un po' vecchiotta, anno 2014, ma conferma il calo: sono stati 2,8 milioni, 46 ogni mille abitanti, i delitti denunciati in Italia, il 2,7% meno rispetto al 2013. Scendono omicidi e rapine, salgono furti e estorsioni. Ma a crescere, a dispetto dei dati, è soprattutto la percezione di insicurezza degli italiani: nel 2016 quasi quattro famiglie su dieci hanno indicato la criminalità come un problema della zona in cui vivono, nel 2014 erano tre su dieci.

Istruzione, meno iscritti all'università
Il livello di istruzione della popolazione italiana continua a crescere: al 2015 il 35,6% dei cittadini possiede un diploma di scuola secondaria, mentre sale dal 12,7 al 13,1% la quota dei laureati. Eppure nonostante i benefici in termini di occupazione che il titolo di studio garantisce, diminuisce di 0,6 punti percentuali il numero di diplomati che decide di iscriversi subito all'università: sono meno della metà. Tra i banchi, certifica l'Istat, sono più brillanti le donne: nel 2014 quasi il 40% delle 25enni ha conseguito un titolo universitario (almeno la laurea triennale), contro il 25,8% dei pari età maschi.

Lavoro, piccoli segni di ripresa
Lo sappiamo: nel 2015, complici gli incentivi per le assunzioni, l'occupazione in Italia ha ripreso a salire, di 186 mila unità. L'Istat però ricorda come alla fine dello scorso anno il numero complessivo degli occupati fosse ancora inferiore di 626 mila persone rispetto al 2008. C'è un solo settore in cui i valori di oggi hanno superato quelli pre-crisi: i servizi, dove si è concentrata quasi tutta la crescita di impiego.

Famiglie, una boccata d'aria
Una ripresina insomma, più che una ripresa. E lo si vede anche dai bilanci delle famiglie. Nel 2015 la spesa media di un nucleo italiano è salita leggermente, a 2.499,37 euro, mentre la percentuale di quelli che hanno dovuto limitare la quantità o la qualità di acquisti alimentari si è ridotta dal 58,7 al 53,8%. Segno che un po' meno cittadini sono costretti a tagliare sui beni di prima necessità.

Tempo libero, boom di musei e cinema
C'è voglia di svago, questo è chiaro. Almeno a guardare i numeri da record registrati nel corso del 2015 da musei e monumenti statali: 43 milioni di visitatori, 2 milioni più del 2014. Boom anche degli spettatori al cinema, dove nel 2016 il 52,2% degli italiani si è recato almeno una volta, in crescita rispetto al 49,7% dell'anno precedente. Certo, la televisione resta di gran lunga il medium più amato dello Stivale, guardato dal 92,2% della popolazione. E l'Italia conferma pure il suo scarso amore per la parola scritta: nel 2016 le persone che hanno letto almeno un libro sono scese dal 42 al 40,5%.

Trasporti, tutti (sempre) pazzi per la macchina
Quando poi si tratta di spostarsi, gli italiani continuano a preferire l'automobile. Quasi sette lavoratori su dieci si recano al lavoro in macchina, così come (sul sedile del passeggero) il 37,3% dei ragazzi che vanno a scuola. Il risultato è che nel nostro Paese ci sono 37,3 milioni di vetture, 6 ogni 10 abitanti. C'è chi ci prova a usare i mezzi pubblici: nel 2016 i cittadini saliti su un autobus sono cresciuti dal 24 al 24,4% (66,7 in area metropolitana)ma con livelli di soddisfazione in calo per puntualità, frequenza e comodità. E allora, meglio la coda in automobile.

giovedì 10 novembre 2016

Le stragi dimenticate: la strage del popolo armeno, perpetrata dai turchi nel 1917

L'immagine può contenere: spazio all'aperto e una o più persone
(1917 - Massacro, tortura e crocifissione di migliaia di donne armene da parte dell'esercito turco - Foto recentemente pubblicata, custodita nell'Archivio Segreto del Vaticano.)

La notte del 24 aprile 1915 iniziava l’orrendo e sistematico sterminio del popolo armeno nei territori dell’Impero ottomano. L’obiettivo dei Giovani Turchi, organizzazione nazionalista nata all’inizio del XX secolo, era quello di creare uno stato nazionale turco, sul modello dei nuovi paesi europei nati nell’Ottocento. Creare dunque la Turchia e unirla con il mondo turcofono dell’Asia centrale (il Turkestan). Gli armeni, cristiani ed indoeuropei, erano l’ostacolo più evidente da eliminare per portare a termine il sogno nazionalista di un immenso territorio che dal Mediterraneo arrivasse fino allo Xinjiang cinese. Il primo passo era la nascita di un nuovo Paese abitato soltanto da turchi. Le popolazioni cristiane, che per secoli si erano organizzate in diversi millet (le comunità religiose e nazionali) dovevano sparire dal territorio. La definizione “Stato nazionale” prevede un paese linguisticamente e culturalmente omogeneo, con una popolazione composta in larga misura da un unico gruppo etnico e dove le altre popolazioni si limitano a piccole minoranze (l’Italia ne è un esempio). L’idea dei Giovani Turchi era dunque quella di conseguire con la forza le condizioni che la storia non aveva realizzato. Armeni, greci, assiri, le tre più importanti comunità cristiane, erano i primi obiettivi. Inizialmente i Giovani Turchi si servirono anche dei curdi (iranici, ma musulmani) per portare avanti le stragi.
(Chi sono i Giovani Turchi)
Gli armeni erano stati i primi al mondo a dichiarare il Cristianesimo religione ufficiale del proprio Paese, nell’anno 301. Secondo la tradizione la fondazione della Chiesa armena viene fatta risalire a Taddeo e Bartolomeo (due apostoli di Gesù), ma fu solo all’inizio del IV secolo che San Gregorio Illuminatore battezzò il re armeno Tiridate III. Da allora il Cristianesimo è diventato il pilastro dell’identità armena. Religione e cultura furono i segni distintivi degli armeni, per secoli sotto dominazioni straniere. In ogni casa, anche la più povera, non mancano mai i libri e nelle biblioteche è possibile scovare antichi volumi a forma di bottiglia per nasconderli meglio dal furore distruttivo degli invasori e preservare la propria storia e il proprio futuro. Prima di convertirsi al Vangelo, Tiridate aveva fatto rinchiudere San Gregorio in un pozzo sul quale oggi sorge il monastero di Khor Virap, dal quale è possibile ammirare il Monte Ararat, simbolo dell’Armenia. Secondo la Bibbia fu proprio sulle alture dell’Ararat che l’arca di Noè si sarebbe fermata.
Il genocidio del 1915 iniziò però lontano dall’Ararat, a molti chilometri di distanza dall’Armenia storica: a Costantinopoli nella notte del 24 aprile, nelle case degli intellettuali, degli studiosi, dei poeti. Poi, sistematicamente, il massacro andò avanti più a Oriente, nelle terre abitate da millenni dal popolo armeno. Uccidendo gli uomini e deportando i bambini e le donne nel deserto siriano, dove morirono per la fame e per la sete, abbandonati. Ad alcuni bambini vennero inchiodati ai piedi i ferri di cavallo. I beni sequestrati andarono ad arricchire alcune famiglie turche. Fu il Medz Yeghern, il “Grande Male”.
Oggi gran parte dell’Armenia storica si trova in territorio turco. In primo luogo per via del genocidio che annientò le vite di un milione e mezzo di armeni. E poi per il tradimento delle potenze occidentali che nel 1923 firmarono a Losanna un nuovo trattato che annullava quello di Sévres del 1920, che avrebbe dovuto dare vita a un’Armenia indipendente nel territorio dell’Armenia storica, secondo quanto voluto dal presidente americano Woodrow Wilson. Agli armeni non rimase dunque che una piccola porzione di territorio, la Repubblica democratica armena che, entrata a far parte dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ‘20, ritroverà l’indipendenza solo nel 1991. Nell’Armenia occidentale restarono solo chiese diroccate, monasteri deserti, villaggi abbandonati. La cattedrale di Akhtamar, importantissimo centro della cristianità armena su un’isola del lago di Van, è stata trasformata pochi anni fa in un museo dal governo turco. I nomi stessi di quei luoghi sono monumenti dolorosi di un mondo distrutto dall’odio nazionalista che tuttora continua sistematicamente a negare le proprie responsabilità.
La storiografia ufficiale turca cerca infatti di inserire i massacri all’interno della Prima guerra mondiale, negando un piano specifico di sterminio dell’intera popolazione armena. Il solo nominare la parola “genocidio” in Turchia può costare diversi anni di carcere e il riconoscimento da parte di un paese terzo porta regolarmente alle proteste di Ankara. In realtà la Grande guerra fu solo un’utile circostanza per condurre a termine un progetto ideato molto prima. Il massacro di Adana del 1909 e prima ancora i massacri hamidiani di fine Ottocento ne sono tragiche prove, così come aver accompagnato al genocidio armeno, il genocidio assiro ed il genocidio greco. Oggi anche l’Ararat si trova oltreconfine, in territorio turco. Può essere contemplato da Yerevan, la capitale della Repubblica armena, ma quella frontiera così vicina rimane forse la più imponente testimonianza della tragedia.

martedì 25 ottobre 2016

Legalizzazione della cannabis, obiettivo raggiunto: raccolte 50mila firme

La campagna Legalizziamo! promossa da Radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni ha raggiunto il numero di firme necessario per portare la proposta di legge in Parlamento

ROMA - Obiettivo raggiunto. O almeno così sembra. La campagna di raccolta firme Legalizziamo! è arrivata alla fatidica "quota 50 mila". La proposta di legge di iniziativa popolare (promossa da Radicali Italiani e Associazione Luca Coscioni) che dovrebbe regolamentare la produzione, il consumo e il commercio di cannabis in Italia ha raggiunto il numero di firme necessario ad essere presentata in Parlamento.

Dai Radicali, fanno sapere di aspettare ancora i dati definitivi ma c'è grande ottimismo. La scorsa settimana era stata lanciata dagli organizzatori la volata finale, i "Legalizziamo last days", gli ultimi giorni di mobilitazione straordinaria. Da venerdì 21 a domenica 23 ottobre oltre settanta banchetti per firmare erano presenti in più di venti città in tutto il Paese.

Restavano da raccogliere circa 12 mila adesioni ed erano arrivate le firme di Roberto Saviano e Vasco Rossi. Anche la sindaca di Torino Chiara Appendino, il primo cittadino di Napoli Luigi De Magistris e quello di Parma Federico Pizzarotti avevano aderito alla campagna.

Soltanto da Possibile sono state raccolte 3 mila firme già validate e certificate. Ma il conto potrebbe salire ancora. "Da tutti i nostri banchetti ci sono arrivate notizie entusiasmanti di persone in fila per firmare", il giudizio di Pippo Civati è che il successo della campagna Legalizziamo! sia "la dimostrazione plastica che la maggioranza degli italiani è pronta a legalizzare la cannabis. Una prova ulteriore di come la cosiddetta società civile sia più avanti delle dinamiche politiche". Proprio il leader di Possibile, per chiarire le ragioni del fronte antiproibizionista, ha scritto il libro Cannabis. Dal proibizionismo alla legalizzazione, uscito il 4 ottobre per Fandango libri. Un'operazione che nasce dalla volontà "di chiarire la questione in modo serio e puntuale una sorta di manifesto per spiegare il valore di per sé notevole che potrebbe avere la legalizzazione della cannabis, sgombrando il campo dalla retorica politica del abbiamo ben altro di cui occuparci".

Prosegue parallelamente il percorso della legge di iniziativa parlamentare promossa dall'interguppo presieduto dal senatore dei Radicali Benedetto Della Vedova. Dopo essere stata già discussa alla Camera il 25 luglio 2016, la proposta dovrebbe tornare in commissione per analizzare i quasi 2000 emendamenti al testo (1300 dei quali presentati da Ap).

giovedì 6 ottobre 2016

Aumentano i poveri in Italia -rapporto CARITAS 2016

 Mentre il premier Renzusconi, pupazzo tenuto dai fili delle grandi Banche speculative mondiali, si impegna in una campagna per distruggere quel che resta ancora della carta costituzionale italiana, dopo aver abolito definitivamente lo Stato Sociale e lo Statuto dei Lavoratori...., la POVERTA' CRESCE e  giovani e pensionati lasciano l'Italia che non da loro un futuro sereno. 
Ugo Arioti













  I poveri in Italia nel 2016 sono cresciuti di 3 milioni




ROMA. Tre milioni in più di persone che vivono sotto la soglia di sopravvivenza in sette anni: la situazione fotografata dal Rapporto 2016 di Caritas Italiana sulle politiche di contrasto alla povertà, pubblicato oggi, è davvero drammatica. E i numeri sono impressionanti. Nel 2007 i poveri nel nostro Paese erano 1,8 milioni (il 3,1% del totale), nel 2015 la cifra è schizzata a 4,6 (il 7,6%), registrando un aumento esponenziale delle persone in condizioni di indigenza in un lasso di tempo relativamente breve.

Un fenomeno non più circoscritto. Stando al rapporto, le condizioni di povertà assoluta si riscontrano soprattutto a sud, nelle famiglie con anziani, nei nuclei con almeno tre figli piccoli e in quelle in cui nessuno dei familiari ha un lavoro, e sembra essere cresciuta - questo il dato inquietante - al centro-nord, tra le famiglie giovani, nei nuclei con uno o due figli minori e persino in quelli con componenti occupati.

I dati, insomma, parlano chiaro: il problema della povertà tocca oggi l'intera società italiana e non è più circoscritto come in passato. Il nostro Paese resta l'unico in Europa, insieme alla Grecia, ancora privo di una misura nazionale universalistica contro l'indigenza assoluta. "La sua introduzione - ricorda la Caritas - è stata richiesta da più parti sin dagli anni '90, senza trovare ascolto da nessuno dei Governi susseguitisi nel tempo".

"Bene Renzi, ma serve fare di più". Secondo l'organismo pastorale Cei, l'attuale Esecutivo ha avuto l'indubbio merito di "scardinare" lo storico interesse della politica italiana nei confronti della povertà: la Legge di stabilità per il 2016, in particolare, con uno stanziamento di 600 nuovi milioni di euro per il 2016 e di 1 miliardo assicurato stabilmente a partire dal 2017, ha segnato una netta discontinuità rispetto alle scelte del passato, ma gli sforzi fatti ancora non bastano. "Si tratta di capire - si legge nel rapporto Caritas - se quanto realizzato sin qui verrà seguito dal passo che ancora manca, ovvero da un investimento pluriennale che sostenga gli attori del welfare locale".

"Un Piano nazionale con un orizzonte molto limitato". Il percorso previsto per l'introduzione del Reddito d'inclusione (REI), ricorda la Caritas, si ferma al 2017 e la percentuale di poveri interessata non supera il 35% del totale, lasciandone scoperta la maggior parte. Dall'inizio della crisi ad oggi, rileva il documento, la povertà assoluta, ovvero la condizione di coloro che non hanno le risorse economiche necessarie per vivere in maniera minimamente accettabile, è aumentata in Italia fino ad esplodere. Ampliare l'utenza del REI previsto nei prossimi anni e mettere in campo azioni per accompagnarne l'introduzione nei territori è, secondo l'organismo pastorale, la misura necessaria da adottare per arginare una situazione ormai quasi al tracollo.

"Servono 2 miliardi". Nel documento non mancano proposte concrete: "La prossima legge di stabilità - si legge - dovrebbe incrementare di ulteriori 500 milioni il miliardo già reso disponibile a partire dal 2017. Considerate le misure già esistenti per i poveri, si dovrebbe arrivare a complessivi 2 miliardi di euro, con i quali si potrà intercettare solo una quota della popolazione indigente, certamente inferiore al 35% del totale". Secondo la Caritas, dunque, per il 2017, 2 miliardi sarebbero una cifra sufficiente ad affrontare il problema. Attualmente, precisa ancora il documento, "i nuovi stanziamenti finanziano due misure transitorie, il Sostegno per l'Inclusione Attiva (SIA) e l'Assegno per la Disoccupazione (ASDI), che nel corso del 2017 saranno assorbite nel REI, la misura definitiva. Al suo finanziamento concorreranno le risorse indicate sopra e le altre che si deciderà di stanziare".

Gli attori del cambiamento. L'Alleanza contro la povertà in Italia, che raggruppa 37 soggetti sociali, dai Comuni alle Regioni agli enti di rappresentanza del Terzo settore, è certamente uno degli attori-chiave di questa fase di cambiamento, a partire dalla elaborazione del Reddito di Inclusiono Sociale, una proposta puntuale e articolata che cerca di affrontare tutti i possibili nodi attuativi.

"Servono nuove modalità di lavoro". In attesa della riforma definitiva, la Caritas rileva anche che le realtà del welfare locale si confrontano con l'attuazione delle misure transitorie e ciò richiede modalità di lavoro nuove, basate soprattutto sulla collaborazione interistituzionale e sulla costruzione di reti tra i soggetti territoriali per la presa in carico delle persone in povertà. "Sono percorsi inediti. Il punto è trasformare queste fatiche in un'occasione preziosa per iniziare a costruire un nuovo sistema di welfare rivolto ai poveri: l'unica strada possibile e ragionevole è renderle sin da subito parte di un Piano pluriennale di sviluppo", spiega la Caritas nel Rapporto.

La qualità della riforma, in conclusione, non va giudicata dall'entità degli stanziamenti per il prossimo anno bensì dalla capacità o meno di costruire un concreto progetto di cambiamento che porti a radicare, entro il 2020, un sistema di welfare rivolto ai più deboli, e adeguato al contesto italiano.