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venerdì 10 giugno 2022

La “Società del superfluo” di Ugo Arioti

 

La “Società del superfluo”


I Gruppi di Potere delle società in cui viviamo oggi usano il progresso per far regredire la popolazione mondiale, e non pensano, nemmeno minimamente, a far fronte alla fame, alle carestie e alle sacche di arretratezza agroalimentare del Mondo (per queste “facezie” delegano organismi pesanti e astrusi – le chiamano organizzazioni mondiali – che solo per muoversi hanno bisogno di miliardi di dollari), figuriamoci poi pensare alla salvaguardia della Natura e del Pianeta che, bontà sua, ci ospita.

Il tecnicismo e la burocrazia inutile hanno sostituito le amministrazioni del territorio eco sostenibili e culturalmente avanzate!

In Italia, per fare un esempio, hanno scardinato i principi “antiquati” della scuola italiana del Gentile e di Benedetto Croce, che, pur con tutte le possibili e necessarie correzioni, si basava sulla capacità di essere prima uomini, prima che specialisti di un ramo tecnico. Perché, se hai un bagaglio culturale umanistico sei in grado di sviluppare le tue qualità in ogni direzione.

Chi siede nelle poltrone del potere vuole che anche un perfetto animale, ignorante di qualsiasi filosofia umana, possa diventare un astrofisico o un ingegnere nucleare, finalmente e naturalmente assoggettato a una dottrina del fare che non contempla la ricerca dell’utilità umana per quello che si fa.

Eppure, un certo Einstein, scienziato ironico e umano, uno che suonava il violino e immaginava l’Universo con il suo cuore e con la sua mente ci aveva messo sull’avviso. Non abbiamo mai ascoltato, e molti cittadini delle moderne democrazie se interrogati per strada forse nemmeno sanno, a parte quelli che seguono le pubblicità televisive, chi era Einstein e quale fu il suo destino per l’Umanità tutta!

Così, aumentano le speculazioni, l’inflazione, la vendita di armi, le guerre, le distruzioni, tanto poi c’è la fessa di turno, tipo Ursula, che va in giro dicendo che ricostruiremo il mondo col modello delle industrie tedesche e americane, ma senza avere un minimo scrupolo nel cercare di fermare un conflitto che bussa alla porta, anzi.

E in questo tipo di società la mafia, la massoneria deviata e i potentati economici, costruiscono i loro imperi con la corruzione, l’inganno e gli assassini. La cifra di questo “nuovo mondo” è l’apparenza e l’apparire! Se ci sei, anche in un solo diaframma televisivo, allora esisti. Se non hai questa fortuna, ci sono i social, strumenti di controllo e di manipolazione, elargiti per farti sfogare senza danno al sistema. Tutto per togliere lo “SPAZIO CRITICO”, dove il pensiero libero è creativo e può nuocere ai Draghi e ai loro amici!

Così, declassificata la scuola e commercializzata l’Arte, fino ad essere solo un decoro delle città dei potenti e dei poveri, finta democrazia, hanno creato il pensiero debole (in buona sostanza. Stai sempre allineato e coperto e non prendere spifferi e correnti, altrimenti ti inventiamo una bella pandemia e ti teniamo fermo fino a quando ci fa comodo).

Ecco, questa è la “Società del superfluo”.

Vi state chiedendo: come funziona questa Società? Semplice, creando posti inutili in amministrazioni, imprese e nell’intrapresa sociale ed economica. Insomma, saturando il mercato del lavoro con sottosistemi lavorativi che non hanno alcun bisogno di essere strutturati e di avere infrastrutture logistiche: i Col Center e i portavoce del tale amministratore, politico, impresario, commerciante, ufficio postale.

Allora immaginiamo la storia contemporanea e gli avvenimenti della cronaca visti da una ragazza che per 300 euro al mese, spende la sua voce per adescare nuovi clienti, o del pubblicista che non capisce niente di quello che si fa nella fabbrica in cui lui riveste il ruolo di spiker del capo, cioè è costretto a dire quello che non capisce e che in alcuni casi è sgradevole e indicibile, ma siccome lo sta dicendo lui e non il suo capo può essere sempre smentito. Come chiamarli questi lavori: filtri?

Ecco, la nostra società non vede di buon occhio i liberi pensatori, ma è costretta ogni giorno a combattere contro i “FILTRI” che non hanno alcun potere informativo o decisionale e servono solo a far perdere tempo e denaro ai cittadini che vengono vessati da una burocrazia cieca e inutile, che produce solo norme sterili e inefficaci.


lunedì 29 maggio 2017

E Calvino creò la puntualità

E Calvino creò la puntualità

Venne spesso denigrato ma cambiò la cultura occidentale: l’abolizione delle festività cattoliche diede benzina all’economia, le «leggi contro il lusso» affrontarono le diseguaglianze sociali. Per molti aspetti fu più importante dello stesso Lutero

di PAOLO MIELI

Emanuel de Witte (1617-1692), L’Oude Kerk di Amsterdam (1661, olio su tela), Amsterdam, Stedelijk Museum
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Colpisce nella vita di Giovanni Calvino l’assoluta precarietà esistenziale. Emanuele Fiume, nella straordinaria biografia, Calvino. Il Riformatore profugo (di imminente pubblicazione per i tipi della Salerno), mette in grande evidenza questa sua caratteristica. Martin Lutero e Huldrich Zwingli, fa osservare Fiume, passarono entrambi gran parte della loro vita «a non più di qualche decina di chilometri dai rispettivi villaggi natii». Calvino, invece, fu l’unico tra i grandi della Riforma ad aver vissuto per la maggior parte della sua esistenza — «e per la quasi totalità della sua vita attiva», sottolinea Fiume — da esule. Ginevra non fu la sua patria e, fino a pochi anni dalla sua morte, Calvino vi dimorò come straniero immigrato, «con il permesso di soggiorno che gli veniva rinnovato di sei mesi in sei mesi». Forse fu per questo, prosegue lo storico, che fornì «una motivazione spirituale e vocazionale» a un gran numero di «profughi per ragione di fede»; così come fu l’unico che vide nella formazione di questo genere di profughi uno «strumento di diffusione della Riforma a livello continentale» e di tessitura di una «rete di contatti teologici e politici che risulterà fondamentale per gli sviluppi internazionali del protestantesimo».
Fiume si interroga sulla demonizzazione di cui Calvino è stato fatto oggetto per secoli («eresiarca per i cattolici, intollerante per gli illuministi, inventore del capitalismo per i marxisti»). Ad integrazione delle opere di tre studiosi italiani novecenteschi — Renato Freschi, Giovanni Calvino (Corticelli); Adolfo Omodeo, Giovanni Calvino e la Riforma in Ginevra, opera curata postuma da Benedetto Croce (Laterza); Giorgio Tourn, Giovanni Calvino. Il riformatore di Ginevra (Claudiana») — offre un saggio dal quale, per sua stessa dichiarazione, non emanano «né olezzo di incenso, né puzza di zolfo».

Calvino in un ritratto attribuito a Tiziano

Calvino, Jehan Cauvin venne alla luce, secondogenito di un notaio, il 10 luglio 1509, a Noyon in Piccardia. La sua prima biografia «autorizzata», scritta dall’allievo e amico Teodoro di Beza, racconta con qualche vaghezza — come già mise in evidenza Jean Cadier in Calvino (Claudiana) — che fu a Parigi all’età di dodici anni. Alister McGrath, in Giovanni Calvino. Il Riformatore e la sua influenza sulla cultura occidentale (Claudiana), ha approfondito la questione del «beneficio ecclesiastico» che gli fu assegnato in quegli anni giovanili senza però dare eccessivo rilievo alla borsa di studio offertagli dalla Chiesa.
Il futuro riformatore fu poi al Collège de Montaigu dove aveva studiato trent’anni prima Erasmo da Rotterdam e che, dopo di lui, avrebbe avuto tra i suoi allievi Ignazio di Loyola. A proposito di Erasmo va ricordato che — come ha messo in risalto McGrath — il primo libro del ventitreenne Calvino (un commento al De clementia di Seneca pubblicato, a spese dell’autore, nel 1532) fu un’aperta sfida all’edizione critica erasmiana dello stesso testo, data alle stampe appena quindici anni prima. Una sfida che lo stesso Fiume considera «quantomeno eccessiva». Questo libro di Calvino, polemico nei confronti di Erasmo da Rotterdam, fu un fiasco, «l’unico fiasco editoriale» di colui che fu «uno degli autori più letti nel corso del XVI secolo».
Tema centrale del saggio di Fiume è la ricostruzione di come la Francia (e così gran parte dell’Europa occidentale) fu percorsa da «fremiti di Riforma religiosa» ben prima dell’entrata in scena di Lutero. Calvino entrò in contatto con simpatizzanti della Riforma (tra i quali suo cugino Pierre Robert, detto Olivetano) da giovanissimo, in un periodo che trascorse tra Orléans e Bourges. L’incontro più importante con un riformatore fu senza dubbio quello con il rettore della Sorbona Nicola Cop, alla cui prolusione dell’anno accademico 1533, Calvino diede un apporto notevole (probabilmente ne fu il ghost writer). Quel discorso, che sostanzialmente sposava le tesi di Lutero, causò un’aspra reazione del re di Francia Francesco I. Reazione che costrinse Cop e Calvino a fuggire da Parigi e, sulla loro scia, portò all’incriminazione di una cinquantina di persone.
La tensione con l’autorità francese era destinata a crescere: l’anno successivo (1534), nella notte tra il 17 e il 18 ottobre, a Parigi, Tours, Blois, Rouen e Orléans furono affissi dei placard (manifesti) contro «i grandi, insopportabili e orribili abusi della messa papale». A riprova di quanto fosse articolata e tentacolare la rete cospirativa, due copie di quel manifesto che stroncava la messa tradizionale furono ritrovate nell’anticamera della stanza da letto del re nel castello di Amboise. Una era appesa alla porta d’ingresso alla stanza, l’altra, piegata, nel vaso in cui il sovrano riponeva il suo fazzoletto. Francesco I, grande protettore della Chiesa di Roma, capì al volo la gravità dell’avvertimento e per ritorsione mandò al rogo un discreto numero di evangelici, primo tra tutti Barthélemy Milon. Fiume mette in risalto come Calvino prese subito la distanze da quei ribelli e tenne a esibire, nei loro confronti, un «profondo disprezzo». Per lui il rispetto dell’autorità restava fondamentale.
Quando, nel corso delle sue peregrinazioni, Calvino giunse a Ginevra, si imbatté nell’autorità di Guillaume Farel che aveva vent’anni più di lui ed era stato collaboratore, a Meaux, del vescovo riformatore Guillaume Briçonnet. Dal 1530 Ginevra era governata da un Consiglio cittadino. Nel 1534 arrivò il domenicano Guy Furby che accusò Farel di essere «un pupazzo» in mano ai nemici della Chiesa cattolica, in particolare quelli di Berna, città che aveva aderito alla Riforma. Il risultato dell’azione di Furby fu tuttavia opposto a quello sperato: Ginevra si schierò sempre più dalla parte di Berna. Nell’estate del 1535, dopo una predica di Farel, la città si rivoltò contro la Chiesa di Roma e un’importante reliquia, un presunto frammento del cervello di San Pietro, venne gettata nel Rodano. A quel punto il clero lasciò in tutta fretta la città e il Consiglio incamerò i beni ecclesiastici.
È la rottura. Ha inizio una lunga stagione repubblicana in cui Ginevra sarà alleata della Confederazione svizzera nella quale, però, entrerà solo nel 1815. Nel settembre del 1536 Calvino inizia il suo ministero nei panni di «lettore della Scrittura». Ma dai documenti trovati da Fiume emerge che anche lui è mal tollerato dalla città: lo pagano in ritardo, malvolentieri e lo definiscono «ille gallus», quel francese. Lui reagisce con arroganza. Un difetto che viene alla luce in occasione di una sua polemica con il riformatore alsaziano Martin Bucer, che lo tratta invece con dolcezza. Farel, il pastore cieco Jean Corauld ma soprattutto Calvino si battono da quel momento per una presa di distanze di Ginevra da Berna e per una ricucitura del rapporto con la Francia. Calvino sostiene pubblicamente che il Consiglio della città è ispirato dal diavolo. Corauld definisce i membri del Consiglio «ubriaconi» e viene arrestato. Calvino e Farel sono costretti a emigrare. Strana e per certi versi misteriosa congiura.
Dopo qualche peregrinazione, nel 1538 Calvino arriva a Strasburgo che ha come riferimento spirituale il testé citato Bucer, che lo accoglie con sé senza dar peso alle polemiche di cui s’è detto. Bucer già nel 1521 s’è avvicinato a Lutero, ha sposato una suora e nel 1523 è stato scomunicato. È una figura importante dell’Europa riformatrice: Enrico VIII lo consulta al momento del divorzio con Caterina d’Aragona. Calvino lo aiuta nella costruzione del progetto di convivenza delle diverse anime del protestantesimo: nel rispetto dei grandi teologi del Medioevo e nel riferimento costante alla figura di Paolo di Tarso. Su spinta dell’imperatore Carlo V tra il 1540 e il 1541 si svolgono colloqui tra protestanti e cattolici per una pacificazione che restituisca serenità alla Chiesa. Papa Paolo III e Martin Lutero però sono diffidenti, Calvino se ne tiene ai margini e l’insuccesso dell’iniziativa brucia Bucer.
È in questo periodo, 1540, che Calvino decide di prender moglie (una vedova), perché, scrive Fiume, «anche ragioni di immagine richiedevano che i ministri riformati fossero sposati». Ma il rapporto con la sposa — nove anni — fu sostanzialmente casto. L’annotazione alla «castità» del matrimonio di Calvino da parte di Teodoro di Beza ha provocato allusioni, anche in tempi recenti, a una sua possibile omosessualità. In proposito si è fatta menzione di un suo ruolo di imputato a un processo per sodomia in Francia. Ma si tratta di un caso di omonimia. Per giunta imperfetta. E comunque Calvino ai tempi di quel caso giudiziario non poteva essere in Francia. Inoltre, scrive Fiume, «se è vero che il temperamento dello schivo teologo non ci sembra caratterizzato da incontenibili istinti sessuali come poteva esserlo quello di Enrico VIII o Filippo d’Assia, è altrettanto vero che nella sua predicazione i rapporti sessuali tra coniugi costituiscono una parte fondamentale del matrimonio». Nel 1541, nonostante la città di Strasburgo da due anni gli avesse concesso la cittadinanza, decide di tornare a Ginevra dove la cittadinanza l’avrebbe ottenuta solo diciotto anni dopo. Sente che Ginevra è e ancor più sarà la città della sua rivoluzione...
Nel 1545 Ginevra è sconvolta da un’epidemia di peste e Calvino — che è uno strenuo fautore della persecuzione degli «untori» nonché della caccia alle streghe — ne approfitta per sostituire numerosi pastori deceduti a causa del morbo con altri a lui fedeli. Nasce in quel clima, peraltro di progressivo distacco dal luteranesimo, l’homo calvinisticus di cui ha parlato lo storico francese Emile-Guillaume Léonard nella sua monumentale Storia del protestantesimo (il Saggiatore). Unico passo falso la condanna al rogo del teologo antitrinitario spagnolo Michele Serveto (1553) che sarebbe costata a Calvino un marchio d’infamia. Ma Fiume lo assolve, almeno in parte. Perché? Calvino avrebbe potuto denunciare Serveto dal 1547 e non lo fa. Non ci è pervenuto nessun dato storiografico che attesti il compiacimento di Calvino per quell’uccisione. Serveto, poi, non fu condannato da un tribunale ecclesiastico, bensì da uno civile. Per di più, nella Ginevra della Riforma, fu l’unico mandato a morte. Ragion per cui, anche se fosse provato un coinvolgimento di Calvino nella decisione di mandare Serveto al rogo, la sua responsabilità, secondo l’autore, non sarebbe così schiacciante come l’hanno giudicata i critici della Riforma ginevrina.
Ma la rivoluzione di Calvino fu molto importante. L’abolizione delle festività cattoliche, mette in evidenza Fiume, offrì la disponibilità di un mese e mezzo di giorni lavorativi in più che «costituì un investimento di peso per l’economia familiare e sociale». Le sue «leggi contro il lusso» andrebbero ristudiate ancora oggi dal momento che seppero coniugare moderna efficienza e guerra alle sperequazioni sociali.
Nel libro L’ordine del tempo (Claudiana) lo storico svizzero Max Engammare dimostra come persino la puntualità sia un’invenzione del XVI secolo venuta fuori dalla Ginevra riformata dove iniziarono a diffondersi gli orologi pubblici e «il calvinismo reimpostò il rapporto tra la spiritualità e lo scorrere (o l’incalzare) del tempo». Calvino parlò di «uso responsabile» del tempo e impose la clessidra sui pulpiti per verificare la durata dei sermoni. Riformatore? In realtà Calvino fu un rivoluzionario sotto molti aspetti più importante dello stesso Lutero.

mercoledì 22 marzo 2017

Empatia e compassione sono sentimenti indissolubilmente connessi?

«Se saprai sorridere con chi sorride, piangere con chi soffre, allora, figlio mio, chi potrà contestarti il diritto di esigere una società migliore? Nessuno, perché tu stesso, con le tue mani, l’avrai creata!»
Tommaso Da Kempis


         Da qualche giorno sta impazzando nella rete un video che vanta già cinque milioni di visualizzazioni e altrettante numerose condivisioni. Devo ammettere di aver riscontrato una significativa ambiguità in quei tre minuti di visione e di aver avvertito molto fastidio, nonostante le immagini accattivanti, nel notare una denigrazione di quel sentimento chiamato compassione descritto in modo distorto. Il motivo di un simile fraintendimento riguardo uno dei più nobili sentimenti umani mi è oscuro.
Il video di cui parlo e che sarà noto sicuramente a molti di voi è quello realizzato da Brené Brown ed è da me riportato nell’introduzione del post.
Vengono sottolineate le differenze che intercorrono tra empatia e compassione, ridicolizzando e svuotando di significato quest’ultima, come se l’empatia non fosse minimamente connessa alla compassione.
         L’empatia e la compassione sono due sentimenti molto simili e con differenze quasi impercettibili.
            Li accomuna la capacità di immedesimarsi nell’altro, non necessariamente un amico o un essere appartenente alla stessa specie. Si tratta, infatti, di emozioni che solo gli esseri veramente nobili d’animo riescono a provare.
La parola compassione deriva dal latino “cum patior” (soffro con) e dal greco συμπἀθεια “sym patheia” (simpatia, provare emozioni con…). La compassione indica uno stato d’animo che s’interiorizza in un individuo portandolo a percepire emotivamente il dolore degli altri e spingendolo a prodigarsi per diminuirne l’intensità. La compassione implica, e la stessa etimologia della parola lo evidenzia, un coinvolgimento al dolore di un altro essere vivente. Si tratta di una profonda unione spirituale con una sofferenza a noi familiare, o talvolta sconosciuta, che cerchi di alleviare quel tormento che scuote l’animo altrui.
Sentimento elevatissimo che non tutti siamo in grado di provare e molto differente dalla pietà, di cui comunque non viene fatto nessun tiepido accenno nel video in questione.
La pietà, così come oggi viene intesa e distaccandosi dall’accezione originaria data a tale parola, trova le sue fondamenta nel timore, reca in sé una separazione dall’altro ed è sovente accompagnata da una sensazione di sollievo che può tradursi in una frase che suona pressappoco così: «Fortuna che non è successo a me!» Oppure in coloro che credono nell’esistenza di un’entità superiore in grado di decidere in che modo “distribuire” la sofferenza, si assiste non di rado ad una preghiera rivolta a tale entità che conceda loro la grazia di non essere sottoposti ad una simile disgrazia.
Ma nel video in questione, come ho già messo in risalto prima, la contrapposizione tra empatia e pietà non viene nemmeno contemplata.
Ma cosa significa veramente empatia e cosa la distingue dalla compassione?
                 Empatia è anch’essa una parola che deriva dal greco “εμπαθεια” (en, “dentro”, e pathos, “affetto o sentimento”) ed il significato appare identico a quello di compassione. Gli antichi greci usavano tale termine per indicare la relazione emotiva e partecipativa che univa l’autore-cantore al suo pubblico.
Con il passare del tempo l’accezione della parola empatia viene ampliata a sentimenti non limitati alla mera comprensione del dolore, ma anche alla capacità di gioire insieme all’altro.
Ma ciò che di “nuovo” gli studiosi moderni hanno introdotto nell’uso della parola empatia è quella grandezza di soffermarsi ad ascoltare e di spersonalizzarsi, ovvero di lasciar da parte ogni giudizio personale ed entrare nel mondo interiore dell’altro senza alcun preconcetto.
Eppure anche nella compassione non si fa alcun cenno sull’eventuale giudizio morale che scaturisce dalla comprensione del dolore altrui e la fusione con l’altro è implicita nello stesso termine.
Persino nella corrente filosofica sofista si leggono dei passi in cui viene ben espresso il significato di compassione:
« la poesia nelle sue varie forme io la ritengo e la chiamo un discorso con metro, e chi l’ascolta è invaso da un brivido di spavento, da una compassione che strappa le lacrime, da una struggente brama di dolore, e l’anima patisce, per effetto delle parole, un suo proprio patimento, a sentir fortune e sfortune di fatti e di persone straniere.» (Gorgia)
            Alcuni studiosi sostengono che la differenza tra compassione ed empatia risieda principalmente nell’istintività della prima e nella razionalità della seconda.
Secondo tali ricercatori l’empatia non può nemmeno essere considerato un sentimento, ma un atteggiamento mentale razionale in virtù del quale siamo in grado di poter comprendere le necessità e le emozioni altrui senza alcun coinvolgimento emotivo e quindi molto proficuo nelle relazioni professionali. Se un medico si lasciasse coinvolgere emotivamente dalla sofferenza dei suoi pazienti non riuscirebbe più a condurre una vita normale e verrebbe schiacciato da un simile fardello. Ma questo aspetto nel video in questione non viene assolutamente trattato; viene addirittura derisa la persona compassionevole, rappresentata da una capra, che nell’immaginario collettivo rimanda ad uno degli animali più stupidi.
 Salta agli occhi di tutti la superficialità della capra in questione; sembra voglia liberarsi frettolosamente della persona che chiede aiuto, non cerca nemmeno di soffermarsi un attimo ad ascoltare e cerca di trovare il lato positivo della questione sottoposta con risposte “confortanti” che non riuscirebbero a risollevare nemmeno una piuma.
Indubbiamente di fronte a certi dolori è impossibile trovare le parole giuste per consolare la persona sofferente ed il compassionevole tende a lenire quei sentimenti lancinanti che attanagliano l’individuo sprofondato nel buio. E non è di certo facile trovare un modo per farlo sentire meglio, quindi l’attenzione dev’essere indirizzata fondamentalmente all’ascolto, una capacità molto rara e che dovrebbe essere insegnata agli egocentrici o a coloro che vanno sempre di fretta per scelta o per i ritmi frenetici imposti dalla società moderna.
Molte sono le riflessioni che riguardano tale argomento, ma di certo non trovo illuminante quel video che sta dilagando a macchia d’olio e che ridicolizza ciò che viene chiamato compassione (symphaty in inglese) dalla ormai nota signora Brown.
Ho invece trovato un video che non utilizza alcun cartone, dura qualche minuto in più rispetto a “La forza dell’empatia” e induce riflessioni molte più profonde rispetto al popolare video che ha invaso il web.
                   Secondo il mio punto di vista, nel momento in cui si riesce ad empatizzare si comincia a provare compassione. I due stati d’animo non possono essere separati, se non dalla differenza di gioire insieme agli altri o trovare delle risposte consolatorie; è più facile comprendere il dolore altrui che gioire di un suo momento di grazia, soprattutto se la persona in questione conduce una vita frustrante e tende ad invidiare gli altri.
              Così affermava Friedrich Nietzsche: «Le nature compassionevoli, soccorrevoli nella disgrazia in ogni momento, sono di rado quelle che partecipano insieme alle gioie altrui: nella felicità degli altri esse non hanno niente da fare, sono superflue, non si sentono in possesso sella loro superiorità e mostrano perciò facilmente disappunto.»
               L’essere in grado di guardare oltre il nostro vissuto e di ascoltare veramente l’altro racchiude una fusione tra empatia e compassione che ci condurrà ad entrare in armonia con l’universo liberandoci da quella forma di insano egoismo che nel nostro piccolo contribuirà a sanare il mondo. Vorrei anche aggiungere che accorgersi dei sentimenti dell’altro non significa semplicemente concentrarsi sulle parole che dice, ma andare oltre quel contenuto e saper leggere il silenzio. Un’impresa poco facile che implica una sensibilità non comune a tutti. Se fosse così diffusa non ci troveremo di certo dinnanzi ad un mondo così rintanato nell’egoismo e nella sopraffazione. Bisogna farsene una ragione: non tutti sono in grado di sentire veramente l’altro.
Di seguito il video riguardante l’ascolto empatico ed alcune citazioni sull’empatia e la compassione.
Per riflettere insieme e comprendere che l’argomento trattato non può essere riassunto in pochi minuti o con un semplice post. E soprattutto per sottolineare ancora una volta che sono molte, e spesso discordanti, le opinioni sull’empatia.
                 Quando sei nella sventura e cerchi compassione dal prossimo, gli porgi una parte del tuo cuore. Ti ringrazierà, se ha buon cuore; se ha il cuore duro, ti disprezzerà. Kahlil Gibran
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L’uomo non troverà la pace interiore finché non imparerà ad estendere la sua compassione a tutti gli esseri viventi. Albert Schweitzer
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Un animo grande è superiore all’ingiuria, all’ingiustizia, al dolore, al dileggio; e sarebbe invulnerabile, se non soffrisse per compassione. Jean de La Bruyère
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La compassione è la più importante e forse l’unica legge di vita dell’umanità intera. Fëdor Dostoevskij
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Quest’uomo che t’indigna, o nacque da una razza diversa dalla tua o è un tuo fratello smarrito. In ognuno di tali casi, non merita la tua compassione? Jean Rostand
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La civiltà dell’empatia è alle porte. Stiamo rapidamente estendendo il nostro abbraccio empatico all’intera umanità e a tutte le forme di vita che abitano il pianeta. Ma la nostra corsa verso una connessione empatica universale è anche una corsa contro un rullo compressore entropico in progressiva accelerazione, sotto forma di cambiamento climatico e proliferazione delle armi di distruzione di massa. Riusciremo ad acquisire una coscienza biosferica e un’empatia globale in tempo utile per evitare il collasso planetario? Jeremy Rifkin
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Beato chi può dire a se stesso: io ho asciugato una lacrima. Giuseppe Giusti
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L’empatia per il più piccolo degli animali è una delle più nobili virtù che un uomo può ricevere in dono.
Charles Darwin
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Il mio io totale, la mia intera individualità, la mia entità, la quale è unica come lo sono le mie impronte digitali, non può mai essere pienamente compresa, neppure per via empatica, perché non vi sono due esseri umani identici.
Erich Fromm

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La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.
Jeremy Rifkin
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Quelli che riescono a mettersi nei panni altrui, quelli che riescono a capire come la pensano gli altri, non dovranno mai preoccuparsi per quello che il futuro ha in serbo per loro. Owen D.Young
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Empatia è metterti nei panni degli altri per poter sentire quello che essi provano. Se fai soffrire qualcuno, empatia è soffrire insieme a lui. Malcolm
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L’empatia è un processo che ci consente di «metterci nei panni dell’altro» per capire veramente, oltre al contenuto formale del messaggio, il suo stato d’animo e i suoi sentimenti. L’empatia facilita la comprensione del significato personale, soggettivo delle parole dell’altro, più che il loro contenuto logico- formale. Essa costituisce un particolare modo di comunicare nel quale il ricevente mette in secondo piano la propria maniera di sperimentare la realtà per cercare di lasciare risuonare in se stesso le esperienze e percezioni dell’interlocutore. Michele Capurso
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Nell’ascolto empatico bisogna essere in grado di allentare le difese e di rinunciare a parte delle nostre certezze. Da una parte è necessario sostenere l’emotività altrui e dall’altra evitare di proiettare sull’altro i nostri sentimenti, paure o desideri che siano.
Carla Curina Cucchi e Maurizio Grassi
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Se la salute è la cosa piú importante che si possa – e che ci si possa – augurare, è anche perché essa ci consente di non rischiare d’incorrere in uno dei piú sgradevoli effetti collaterali della malattia: essere costretti, in momenti di particolare debolezza e vulnerabilità, ad avere a che fare con medici, chirurghi, dentisti, psichiatri e con tutti quegli operatori della salute che, in genere, mostrano una disponibilità e una capacità di comprensione empatica non molto dissimili da quelle di un perito delle assicurazioni o di un esattore delle tasse. Giovanni Soriano
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Compassione e pietà sono assai differenti. Mentre la compassione riflette l’anelito del cuore a immedesimarsi e soffrire con l’altro, la pietà è una serie controllata di pensieri intesi ad assicurarci il distacco da chi soffre. Paul C. Roud
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L’empatia si sarebbe sviluppata perché mettersi nei panni dell’altro per sapere cosa pensa e come reagirebbe costituisce un importante fattore di sopravvivenza in un mondo in cui l’uomo è in continua competizione con gli altri uomini.
Geoffrey Miller
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Quando noi consideriamo una realtà animata (animale o umana) da un punto di vista o da uno schema di riferimento puramente esterno, senza sforzarci di capirla dall’interno per via empatica, noi la riduciamo allo stato di oggetto.
Carl Rogers
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La più alta espressione dell’empatia è nell’accettare e non giudicare. Carl Rogers
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Se sei in conflitto con un’altra persona, la prima cosa che dovresti fare è cercare di capirla a fondo. Guardare in profondità ti farà vedere la sua sofferenza e allora non avrai più voglia di farle del male, di punirla o di farla soffrire, ma accetterai così com’è e cercherai di aiutarla. E’ così che la comprensione contribuisce a rendere possibile l’amore. A sua volta l’amore aiuta la comprensione ad approfondirsi: quando provi simpatia o affetto per qualcuno, sei in una posizione per capirlo o capirla. Se invece non hai alcuna empatia per quella persona, se non l’accetti, non avrai alcuna possibilità di capirla. Thich Nhat Hanh
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Empatia significa comprendere immedesimandosi nell’altro e dedicandosi a lui con calore. Anselm Grün
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Chiunque è incline a piangere con l’infelice; ma il morso del dolore non gli penetra fino nell’infinito; così, per mostrare di gioire con chi è felice, sforza il suo volto che fa resistenza al sorriso. Eschilo
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Ciò per cui la gente viene ammirata e apprezzata in comunità sono le loro qualità gentili: il loro senso di umorismo e il tempismo, la loro capacità di ascoltare, il loro coraggio e l’onestà, la loro capacità di empatia. Morgan Scott Peck
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 Chi sa capire tutto è molto infelice. Maksim Gor’kij
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Non passione ci vuole, ma compassione, capacità cioè di estrarre dall’altro la radice prima del suo dolore e di farla propria senza esitazione. Fëdor Dostoevskij
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La compassione non è una relazione tra il guaritore ed il ferito. È un rapporto tra eguali. Solo quando conosciamo la nostra stessa oscurità possiamo essere presenti nel buio degli altri. La compassione diventa reale quando riconosciamo la nostra comune umanità. Pema Chödrö
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L’amore è compassione, e più si ama, più si prova compassione. Miguel de Unamuno
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Tutto quello che voglio è raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mani, ma con il cuore.
Tahereh Mafi
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Non disprezzare la sensibilità di nessuno. La sensibilità di ciascuno è la sua genialità. Charles Baudelaire
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Il monumento di un grande uomo non è di granito o marmo o bronzo. Consiste nella sua bontà, le sue opere, il suo amore e la sua compassione. Alfred Armand Montapert
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L’amore autentico è sempre compassione; e ogni amore che non sia compassione è egoismo. Arthur Schopenhauer
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Soltanto dopo essere scesi negli abissi del Dolore riusciamo a comprendere la complessità che essere umani comporta, a provare compassione per tutte le altre creature viventi che soffrono, a rendere onore al coraggio…e a donare comprensione, gentilezza e compagnia a coloro che ne hanno bisogno. Pam Brown
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Il cosiddetto mondo spazio-temporale, questo in cui ci troviamo, può addirittura non esistere: può essere soltanto un’illusione; ma è assolutamente innegabile che in esso tutti soffriamo. Per cui la compassione verso gli altri, tutti gli altri, dagli insetti agli elefanti, da Einstein a Fiorino il mio cane amato che è morto, non è soltanto un’esigenza del cuore, ma un’ineluttabile legge della logica: ci troviamo tutti nello stesso inferno. Carlo Coccioli
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Per poter sostenere uno stile di vita che esclude gli altri, o per potersi entusiasmare con questo ideale egoistico, si è sviluppata una globalizzazione dell’indifferenza. Quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro, come se tutto fosse una responsabilità a noi estranea che non ci compete. Papa Francesco
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È solo con il vero amore e la compassione che possiamo cominciare a riparare ciò che è rotto nel mondo. Sono queste due cose benedette che possono cominciare a guarire i cuori spezzati. Steve Maraboli
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La compassione si basa sull’empatia, che, a sua volta, richiede l’attenzione agli altri. Daniel Goleman
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Essere capiti vuol dire essere presi e accettati per quello che siamo. Natalia Ginzburg
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Se ciò che io dico risuona in te, è semplicemente perché siamo entrambi rami di uno stesso albero. William Butler Yeats
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La compassione, insegna Freud, non è qualcosa di innato. La compassione è una “diga psichica” che deve essere costruita pian piano per permettere ad ogni essere umano di opporsi alla crudeltà. È solo grazie alla compassione che ci si può immedesimare negli altri – in coloro che soffrono, che sono fragili, che hanno bisogno del nostro aiuto – per poi agire di conseguenza. Ma se quando siamo piccoli nessuno ci insegna la compassione, come possiamo poi provarla e combattere le pulsioni di crudeltà che pure caratterizzano la natura umana? Michela Marzano
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La compassione è la risposta spontanea dell’amore; la pietà l’involontario riflesso della paura. Paul C. Roud
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Quanto è possibile capire il dolore, l’amore di un altro? Fino a che punto possiamo capire coloro che vivono tra dolori, frustrazioni e angosce più profonde delle nostre? Se capire significa mettersi al posto di colui che è diverso da noi, i ricchi e i dominatori del mondo hanno mai potuto capire milioni di miseri emarginati? Orhan Pamuk
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Questa fu la mia scrupolosità: fui sempre consapevole nel camminare avanti e indietro, al punto ch’ero sempre colmo di compassione perfino per una goccia d’acqua, attento a non ferire alcuna delle minuscole creature annidate tra le fessure del terreno. Tale era la mia scrupolosità. Buddha
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Non c’è nulla di più pesante della compassione. Nemmeno il nostro proprio dolore è così pesante come un dolore che si prova con un altro, verso un altro, al posto di un altro, moltiplicato dall’immaginazione, prolungato in centinaia di echi.
Milan Kundera
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In tutti i tempi gli uomini più profondi hanno avuto compassione degli animali, proprio perché essi soffrono della vita, ma non hanno la forza di rivolgere la punta del dolore contro se stessi e di comprendere metafisicamente la loro esistenza; il vedere il dolore senza senso suscita anzi ribellione nel più profondo dell’anima. Friedrich Nietzsche
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Bisogna ascoltare nel silenzio, in modo da comprendere quelli che tacciono. Ernst Stankvoski
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La compassione è quasi un’abnegazione che l’uomo fa di se stesso, quasi un sacrifizio che l’uomo fa del suo proprio egoismo. Giacomo Leopardi
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Il progresso del senso morale non sarà compiuto fino a quando non allargheremo la nostra compassione ai popoli di tutte le razze, poi alle persone prive di intelligenza, agli storpi, agli individui che non hanno un ruolo ben definito nella società. E infine ai membri di tutte le specie. Charles Darwin
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N.B. Le immagini e i video sono stati reperiti nel web e quindi considerati di pubblico dominio

giovedì 26 gennaio 2017

POESIA E GIUSTIZIA


Ieri, leggendo Ezra Paund, cose su POESIA e GIUSTIZIA, mi veniva in mente che è l'organizzazione sociale che determina, infine, cosa è Giustizia e cosa è Democrazia e Libertà. Quando, come accade oggi, si entra in un periodo di declino, inevitabilmente i limiti e i principi fondanti di queste categorie affondano fino ad essere solo semplici riferimenti "storicizzati". Noi siamo la Giustizia e, se abbiamo il Potere, la deformiamo fino a farla assomigliare il più possibile ai nostri Pensieri, Voleri. Mi direte che siamo in democrazia e, perciò, uno solo non può modificare tutto. Vi rispondo: guardatevi intorno e dentro, dov'è la DEMOCRAZIA che ha la sua forza maggiore nel Popolo, oggi una CASTA oligarchica ci governa e modifica pure il voto popolare. Oggi i processi scattano ad orologeria e i Magistrati sono diventati legislatori. Ditemi se questa non è DECADENZA?

Allora, tornando a Ezra, vi ripropongo il mio post su facebook di ieri!
Ugo Arioti

Ezra Paund, come tutti i grandi che hanno la possibilità di vedere oltre l'orizzonte, definisce, nel suo primo canto pisano cosa significa e cosa è nel suo baricentro di forze: POESIA E GIUSTIZIA. Spesso non ci facciamo caso, ma la poesia è il racconto di un male subito al quale si da una rsposta in versi e in elegia e canti, dando forza alla Giustizia del Popolo (non alla giustizia popolare, che volutamente scrivo minuscola!)
Eccome arrendersi alla città dei Templi, delle religioni e dei maghi?
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"I surrender neither the empire nor the temples/ plural/ nor the Constitution nor yet the city of Dioce/ (...) To build the city of Dioce whose terraces are the colours of stars" 

Sono questi due versi tratti dal canto LXXIV (primo dei carmi pisani) di Ezra Pound. In essi si condensa il senso politico del carme. Ma determinare il senso politico del carme, significa in pari tempo determinare il significato dell'atto poetico. Poichè la scaturigine del canto è intemporale, stabilire una connessione essenziale tra poesia e politica significa sollevare quest'ultima, dall'orizzonte contingente di ciò che è meramente temporale, alla dimensione metafisica della giustizia.
Ora, proprio in virtù di tale sua dimensione, la giustizia è necessariamante esposta alla contingenza catastrofica della storia. Essa cioè non può sottrarsi al rischio di darsi configurazione nell'unica sfera che abbia a disposizione per mostrarsi operativa ed efficace, la sfera incerta e per principio turbolenta dell'agire politico. Così, la giustizia diventa esigenza: esige che la politica si appelli ad essa come istanza non contingente, e perciò stesso metastorica.
Ma proprio in tal modo, essa mette il suo contenuto di verità a repentaglio.
Giusto, direte, ma non è così. Perchè, dal momento in cui quest'ultima s'impadronisce dello spirito di un'epoca, e pretende di riconoscere in un determinato regime politico la configurazione adeguata dell'idea, la politica è condotta al suo tracollo necessario.
Ma ciò che tracolla non è la giustizia, bensì la pretesa del regimi di incarnarla una volta per tutte sul piano della storia.
Vedete come è attuale Ezra? Stamo parlando di quello che succede intorno a noi!
Ma, attenzione, anche la Giustizia appartiene alla categoria umana e, anche questa pretesa è intimamente connessa alla logica dell'idea. Poichè la giustizia non sarebbe tale, se non pretendesse di orientare e ancor più di permeare l'ambito dell'agire umano....

lunedì 1 dicembre 2014

Beccaria, Cesare - Dei delitti e delle pene

Vogliamo prepararci e prepararvi all'argomento del 2015 che , parafrasando il testo del filosofo Cesare Beccaria, potremmo chiamare l'etica della pena. Redazione Secem

Beccaria, Cesare - Dei delitti e delle pene

 


Cesare Beccaria (1738-1794) fu un filosofo, o meglio , come egli stesso si autodefinì, un “filosofo della morale e della politica”. Quest’opera è innanzi tutto un libro di riflessione politica, che presenta il pensiero dell’autore circa la situazione della struttura legislativa del suo tempo. L’opera si colloca in un complesso periodo storico (600-700) in cui la civiltà europea matura una definitiva presa di coscienza di fronte al problema della giurisdizione penale. Il libro scaturisce non tanto da uno studio tecnico quanto da un impulso morale generato dall’evoluzione storica, sociale e culturale di quell’epoca. Nell’opera Beccaria affronta il problema della legittimità dei governi di punire coloro che in qualsiasi modo contravvengono a quanto stabilito dalle leggi, in quanto, come affermavano gli illuministi, tra il cittadino e lo Stato si stabiliva un "patto sociale" in base al quale ogni cittadino rinunciava a una piccola parte della propria libertà per il raggiungimento della maggior felicità possibile, garantita a ciascuno dall'azione dello Stato.

Le leggi, che regolano i rapporti sia fra cittadini che con lo Stato, partono proprio da questo presupposto. Criterio costante e fondamentale dell’azione dei governi e del legislatore deve essere quello dell’utilità pratica generale per tutta la comunità, non solo rispetto al singolo individuo, per cui la costituzione e l’irrogazione delle pene, deve portare ad impedire al cittadino di arrecare danni alla collettività e di evitare che altri possano seguire l’esempio del reo. In questa ottica non possono essere più seguiti i vecchi criteri del passato, perché dannosi e inumani. Uno dei freni al delitto non deve essere la crudeltà della pena, ma la certezza della pena. La moderazione e dolcezza della pena è la dimostrazione più chiara del principio dell’utilità generale. Il diritto deve tener conto insomma dell’utilità sociale. Questa concezione utilitaristica del diritto contiene anche un aspetto umanitario nel senso che al colpevole di un reato non va aggiudicata una punizione “biblica” o vendicativa. Il Sovrano, nello stato moderno, deve badare solo a che non vengano lesi gli interessi della società, cioè l’ordine pubblico e i meccanismi economici. Egli ha un ruolo fondamentale nella difesa della struttura dello Stato moderno che ha come fondamento un concetto utilitaristico della vita sociale. Beccaria non intende quindi sminuire l’autorità del Sovrano che è a capo della società, ma piuttosto quella di aumentarla, al fine di raggiungere il bene comune.

Origine delle pene

La società è vista come il risultato di un patto fra uomini liberi che cedono parte della loro libertà per assicurarsene poi una maggiore . Queste libertà unite assieme formano la Sovranità, nelle cui mani è il potere legale. La società , e per essa il Monarca, ha quindi il diritto di punire coloro che in qualsiasi modo vengono meno al patto statuito. Il diritto di punire, ovvero l'origine della pena, deriva dunque dalla necessità di difendere la sicurezza comune e il bene universale dalle usurpazioni particolari.

Leggi

Le leggi rappresentano le condizioni alle quali uomini liberi decisero di subordinarsi per unirsi in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di non poter avere una libertà costante. Così il compito del sovrano è quello di amministrare queste norme e fare in modo di salvaguardarle, in modo da impedire ad ogni uomo di tentare di appropriarsi e quindi di violare la libertà altrui.
Strettamente legata alla legge c’è la pena, argomento largamente discusso in questa opera: essa è il danno fisico o morale stabilito dalla legge come conseguenza di un reato, ovvero ogni qual volta un uomo vada contro a quanto la legge aveva prefissato. Quindi le pene hanno lo scopo principale di difendere le leggi e di impedire al colpevole di fare nuovi danni, oltre che di impedire che altri ne compiano a loro volta. Solamente la legge emanata dal sovrano ha il diritto di punire gli uomini.

Interpretazione delle leggi

 

Le leggi non devono essere interpretate, ma devono essere chiare sufficientemente, in modo che il compito del magistrato sia solo quello di applicarle. Deve esserci inoltre, secondo Beccaria, una giusta proporzione fra i delitti e le pene, ovvero le pene devono essere proporzionate alla misura del danno che i delitti arrecano alla società.

Tanto più un’azione è lesiva, tanto più la pena corrispondente sarà pesante. L’autore distingue tre tipi di delitti:

• I delitti che danneggiano direttamente la società o chi la rappresenta, detti anche “delitti di lesa maestà”, i quali vanno puniti con la pena più alta.

• I delitti che ostacolano la sicurezza della vita, dei beni e dell’onore di un cittadino, che saranno puniti con le pene ritenute più adeguate alle leggi.

• I delitti che molestano la tranquillità pubblica e privata.

A questo punto Beccaria si chiede quali siano le pene più conformi a questi ultimi delitti, e di conseguenza esprime la propria opinione circa il ricorso alla tortura e alla pena di morte, gli argomenti caratterizzanti dell’opera.

 

Tortura

 

Durante il processo la tortura, in molte nazioni già in uso, doveva costringere il presunto colpevole a confessare il delitto. Ma questo metodo era agli occhi dell’autore nient’altro che una crudeltà, un modo di pretendere la verità attraverso il dolore fisico. Inoltre la tortura poteva incorrere nell’errore più temibile, cioè quello di assolvere il colpevole e di condannare l’innocente. Spesso infatti il colpevole, se dotato di coraggio e di grande resistenza fisica, riusciva a resistere alle torture ; viceversa l’innocente, se fiacco e debole, sotto tortura era portato a pronunciarsi colpevole pur di porre fine al dolore, ma sotto giuramento ritornava a difendere la sua posizione di innocenza.

Prontezza della pena.

 

“ Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. E’ importante quindi che la distanza di tempo tra il delitto e la pena sia il minore possibile.
La prontezza della pena sarà percepita come giusta perché risparmia al colpevole i tormenti dell’incertezza associati alla consapevolezza della propria debolezza.

La privazione della libertà , essendo una pena, non dovrebbe precedere la sentenza ( se non per gravi necessità) e dovrebbe durare il minor tempo possibile prima della celebrazione del processo. Il carcere deve servire unicamente ad impedire la fuga del presunto colpevole o l’occultamento delle prove. La prontezza della pena è più utile perché in questo modo l’associazione delle due idee (delitto e pena) è più forte nell’animo umano, in quanto può comprendere più direttamente la relazione di causa ed effetto dei due concetti.
Il lungo ritardo fra delitto e somministrazione della pena non produce altro effetto che di disgiungere sempre più questa relazione di causa-effetto. Nell’immaginario collettivo l’immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo , mentre il ritardare la pena farebbe percepire il castigo come una forma di spettacolo.

Misfatto e pena devono essere strettamente connesse anche sotto l’aspetto della conformità della pena alla natura del delitto. L’analogia fra delitto e pena facilita il contrasto che ci deve essere tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena. Cioè la pena deve allontanare l’animo dalla suggestione di infrangere impunemente la legge.

 

Pena di morte

 

Viene trattato ampiamente il tema della pena di morte , che è molto criticata da Beccaria. La pena di morte è ritenuta una “guerra della nazione contro il cittadino”, in quanto lo Stato pensa di poter giudicare utile o necessaria la morte di un uomo. Per questo anche la tortura e la pena di morte diventano ingiuste, perché entrambe sono basate non sul diritto, ma sulla forza dello Stato. Non esiste una condizione di necessità da parte di uno Stato, proprio perché la "necessità" è una condizione che appartiene agli individui, e la necessità di uno Stato diventa la necessità di un gruppo di individui di mantenere il proprio potere di governo a scapito della collettività Premesso che in un governo ben organizzato è discutibilissimo pensare che la pena di morte sia utile e giusta, questa potrebbe essere ritenuta necessaria solamente in due casi:

1. Nel caso in cui un cittadino pur privo della libertà avesse ancora tale seguito, relazioni e potenza da mettere in pericolo le sorti di una nazione, minacciando la libertà dello Stato.
2. quando la sua morte rappresentasse l’unico modo per distogliere altri cittadini dal commettere delitti.


La pena di morte è considerata inutile, perché non è l’intensità della pena che fa effetto maggiormente sull’animo della gente , ma piuttosto la sua estensione.

La pratica della pena capitale non è mai servita neanche come utile esempio a far sì che gli uomini non commettano più reati. Come esempio serve di più l’ergastolo che è un monito permanente per coloro che intendono delinquere.


Infatti secondo Beccaria è più terribile l’esempio di un uomo privato della libertà e sottoposto ad una eterna schiavitù, piuttosto che la privazione della vita; e pensa che questa condizione di schiavitù perpetua possa sostituire sufficientemente la pena di morte, anzi, addirittura che la superi.


Dice poi che la pena di morte non è utile per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Inoltre sembra assurdo che siano proprio le leggi, che puniscono l’omicidio, a commetterne uno, ordinando un assassinio pubblico.

In generale , non si può chiamare giusta e quindi necessaria la pena di un delitto finché la nazione non ha utilizzato il miglior mezzo per prevenirlo.

 

 

Prevenzione dei delitti

Beccaria insiste su un altro argomento importante, ovvero il problema di come si possano prevenire i delitti, che è anche il vero scopo di quest’opera. I delitti, più che puniti, devono essere prevenuti, e per ottenere ciò , la legislazione dovrebbe portare gli uomini al massimo di felicità, al fine di evitare che essi desiderino danneggiare la vita di altri cittadini.

I legislatori dovrebbero dunque fare in modo che le leggi siano chiare, semplici, e che tutta la nazione intenda difenderle. Un altro modo importante per prevenire questi delitti sono le scienze: l’uomo colto rappresenta il dono più grande che il sovrano possa fare a sé ed alla nazione; costui ha l’onore di diventare custode delle leggi. Un ruolo importante, nella prevenzione dei delitti, riveste l’educazione, che deve interessare in modo particolare i giovani per deviarli da ciò che è male e guidarli alla virtù.

Conclusioni

 

Con quest’opera C. Beccaria più che proporre uno schema tecnico per una nuova legislazione penale raccoglie riflessioni generate dall’ imporsi della cultura illuministica in un contesto storico-filosofico ricco di tensioni e contrasti.


E’ in questo periodo storico infatti che la civiltà europea matura una definitiva presa di coscienza di fronte alla questione della giurisdizione penale.

La grande novità dell’opera di Beccaria sta nell’aver rovesciato la prospettiva dell’indagine sulla legittimità dell’azione di uno Stato.


Fino all’
Illuminismo lo Stato era preminente e la sua azione assolutamente e sempre legittima, per cui gli uomini abitanti sul territorio di quello Stato erano semplicemente sudditi senza "volontà politica" e senza "capacità decisionale" perché privi di diritto. Questo permetteva al sovrano di poter dire: "lo Stato sono io" o "la legge sono io", e di fronte a lui null’altro poteva esistere se non la sottomissione cieca e passiva di tutte le altre persone.


La prospettiva si sposta dal sovrano alla sovranità che è l’insieme di tutte le piccole porzioni di libertà cedute dagli individui, che non sono più sudditi passivi, ma cittadini protagonisti del vita della collettività e che hanno nelle mani "un diritto" che proviene proprio dalla cessione di una porzione della propria libertà.


In questo senso il libretto di Beccaria rappresentava una novità assoluta e una pericolosità elevata per il potere costituito sia religioso che politico .Ponendosi infatti al di sopra "dei pregiudizi e dei tradizionali rispetti" l'opera metteva in discussione il principio stesso della legittimità del potere assoluto dei sovrani) tanto che il padre vallombrosano Ferdinando Facchinei scrisse un violento opuscolo contro il Beccaria e la sua opera proprio per incarico del governo della Repubblica della Serenissima.


Con questo libro Beccaria, proponendo il suo punto di vista interprete delle idee illuministiche, ha potuto diffondere un nuovo pensiero nell’Italia del
Settecento, riuscendo di conseguenza ad influenzare le mentalità del suo periodo oltre che a riscuotere un notevole successo tra il pubblico, non solo in Italia, ma in tutta Europa.

giovedì 17 luglio 2014

Simone Weil e la "percezione perfetta" del mondo (argomento 2014)

Simone Weil e la "percezione perfetta" 
del mondo
di Federica Negri
L'estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364) (1)
Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi. 
Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.
Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.
Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei "maestri di percezione", avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.
Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto - anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.
Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo. (2)
Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.
Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi "sporca", ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, "L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo."(3)

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.
Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri. (4)
Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.
Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall'altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.
L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un "trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto". (5)
I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.
Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.
Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.
Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception. 
(6)
L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.
Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.
Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull'efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?
Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è "la dura superficie delle cose" contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.
Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.
Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.
Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.
Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.
Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.
(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)
Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)
La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.
Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.
È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a "salvare i fenomeni".
Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.
Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell'immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.
Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)
E ancora
La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)
La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggerel’esperienza.
La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.
[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.
C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.
Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

stralcio..............................( se ti interessa cerca su internet l'articolo di Federica Negri) Redazione Secem