Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Etica. Mostra tutti i post

martedì 3 novembre 2015

Spinoza: “Etica” e “Trattato teologico-politico”

Spinoza: “Etica” e “Trattato teologico-politico”

A cura di 
 
Vita e opere
Baruch de Spinoza nasce ad Amsterdam nel 1632 in una famiglia ebraica emigrata dal Portogallo a causa delle persecuzioni religiose. Baruch studia presso la scuola della comunità della città olandese, affiancando alla sua formazione lo studio del latino, grazie soprattutto al maestro gesuita Francisus van den Enden (1602-1674): si avvicina così ad autori quali Virgilio, Orazio, Cicerone, Seneca, Tacito,Sallustio, Petronio e Marziale. Tra i suoi interessi filosofici principali, si possono indicare la filosofia scolastica e gli autori come Bacone e Cartesio, che rimane un punto di riferimento fondamentale (ed assieme al quale Spinoza è ritenuto oggi uno dei padri del moderno razionalismo).
Il 27 luglio del 1656 accade l’evento determinante della vita di Spinoza: la comunità ebraica di Amsterdam pronuncia solennemente contro il filosofo un atto di scomunica (in ebraico, cherem), probabilmente connesso all’eterodossia del pensiero spinoziano (riassunta nella sua formula Deus sive natura) e alla sua interpretazione filologica della Bibbia. Spinoza si ritira quindi prima presso Leida e poi nei dintorni de L’Aia, dove si guadagna da vivere come ottico e tornitore di lenti. Rifiutata una cattedra presso l’Università di Heidelberg - sia per rifiuto della mondanità che per mantenere la propria libertà intellettuale - Spinoza si spegne nel febbraio del 1677.
L’unica opera pubblicata da Spinoza in vita e a proprio nome sono i Principi della filosofia cartesiana del 1661, cui s’aggiungono i Pensieri metafisici, che approfondiscono i punti di vicinanza e di separazione col pensiero cartesiano. Opera giovanile è il Breve trattato su Dio, l’uomo e la felicità, prima perduto e poi ritrovato verso la metà del XIX secolo e in cui Spinoza anticipa alcune linee-guida dell’Ethica ordine geometrico demonstrata, nota anche come Etica. A partire dai primi anni sessanta Spinoza lavora congiuntamente all’Etica e al Trattato teologico-politico (in latino Tractatus theologico-politicus), che sarà pubblicato anonimo nel 1670 e che costituirà il suo “manifesto” sulla libertà religiosa e di pensiero(e varrà imediatamente condannato dalle autorità religiose cattoliche e protestanti). L’Etica, terminata nel 1674 ma circolata solo in forma manoscritta per evitare nuove condanne, viene pubblicata postuma nel 1677 ad opera dell’amico Jan Rieuswertsz.
 
La filosofia di Spinoza: L’Etica e il Trattato teologico-politico
 
Il “Deus sive Natura” e il determinismo
Il punto cardine della filosofia spinoziana, che si configura come una sintesi tra la metafisica tradizionale e i nuovi orizzonti della Rivoluzione scientifica secentesca, è l’identificazione di carattere panteistico di Dio e natura (Deus sive natura secondo la sua celebre formula nell’Etica) e la concezione di Dio come ordine geometrico del mondo, per cui Dio si identifica, da un punto di vista immanente, con la razionalità dell’universo, che è organizzato in modo ridgidamente deterministico.
Spinoza quindi, rifiutando la visione antropomorfa biblico-cristiana della divinità e impostando una interpretazione del testo sacro basata sull’indagine filologica, individua il compito della filosofia nelcondurre l’uomo alla “somma beatitudine”, ovvero all’identificazione della propria volontà con la necessità universale di Dio.
Il panteismo, il concetto di sostanza, l’esistenza di Dio
Spinoza interpreta esplicitamente la filosofia come via per ottenere la serenità e la beatitudine dell’esistenza: allora anche la sua etica sarà in ultima analisi finalizzata a un’ars vivendi. L’Etica è appunto strutturata secondo un percorso che va dalla dimostrazione dell’esistenza di Dio (prima parte) alla teoria della conoscenza (seconda parte), fino alla teoria degli affetti umani (terzo libro) e agli ultimi due libri, che analizzano i  motivi per cui l’uomo è schiavo delle passioni (quarto libro) e indicano la via per conquistare la vera libertà.
L’Ethica ordine geometrico demonstrata si presenta come un’enciclopedia che tratta i vari problemi filosofici con particolare attenzione nei confronti dell’etica; il suo procedimento è di tipo deduttivo e dipana le spiegazioni secondo definizioni, teoremi e dimostrazioni, cui si aggiungono gli “scolii”, ovvero dei brevi commenti o precisazioni aggiuntive, anche in merito alle obiezioni degli oppositori. L’intero sistema di pensiero metafisico viene desunto da Spinoza dal concetto di sostanza, termine con il quale intende:
ciò che è in sé e per sé si concepisce, vale a dire ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa da cui debba essere formato 1
Si tratta quindi di una realtà autosufficiente e autosussistente che coincide con la divinità e presenta i seguenti attributi:
- è increata, essendo causa di sé;
- è eterna, poiché l’esistenza le è costitutiva;
- è infinita, poiché illimitata;
- è unica, e quindi indivisibile.
Spinoza fa derivare da questi attributi due prove dell’esistenza di Dio, quella ontologica, o “a priori”, secondo la quale “pensare a Dio significa pensare ad una realtà che avendo in sé la propria ragion d’essere non può non esistere” 2, e quella a posteriori, per cui, riflettendo sull’esistenza delle cose, si desume che “le cose o esistono per virtù propria o per mezzo di un ente necessario che avendo in sé la causa del proprio essere è pure la causa degli esseri contingenti” 3.
Il Dio di Spinoza coincide quindi con il mondo o, meglio, con la Natura, unica realtà che tutto comprende e nulla lascia al di fuori di sé. Le sue qualità strutturali sono gli attributi, e quindi una quantità infinita di dimensioni, tra le quali l’uomo può conoscere solamente l’estensione, o materia, e ilpensiero, o coscienza. Estensione e pensiero sono completamente eterogenei e di conseguenza non possono influenzarsi a vicenda: pertanto non vi sarà mai un corpo causa di un’idea o un’idea causa di un corpo. Nonostante questo è pur vero che a moti corporei corrispondono idee e viceversa, poiché il corpo è l’aspetto esteriore della mente e la mente l’aspetto esteriore del corpo. Si tratta quindi di un ordine inteso come rapporto tra diversi aspetti di un unica struttura unitaria, in cui pensiero ed estensione non sono sostanze differenti ma attributi di un’unica Sostanza, di una medesima realtà.
Gli attributi sono poi costituiti a loro volta da modi, ovverossia da concretizzazioni particolari; queste conretizzazioni possono essere infinite, se sono proprietà strutturali di un attributo, oppure particolari, se coincidono con i singoli corpi o le singole idee. Spinoza suddivide così la Natura al suo interno inNatura naturans (o “natura naturante”), intesa come causa primigenia dell’universo (quindi Dio e i suoi attributi), e Natura naturata (o “natura naturata”), intesa come l’insieme dei suoi stessi effetti. È qui evidente che entrambi gli aspetti sono due facce della stessa medaglia, ovvero l’ordine geometrico dell’universo.
 
La teoria dei gradi di conoscenza
La via alla “somma beatitudine” implica per Spinoza la definzione di una teoria della conoscenza, al cui vertice starà la contemplazione filosofica del Dio-Natura. Questo stato di conoscenza totalizzante si raggiunge mediante alcuni gradi successivi: la percezione sensibile, o immaginazione (come quando ci basiamo sulle opinioni “per sentito dire” o “sull’esperienza vaga”); la ragione dimostrativa; la scienza intuitiva delle cose e l’amore di Dio.
- La percezione sensibile o immaginazione è quella conoscenza di primo grado che coglie la realtà in maniera parziale. Si tratta della conoscenza pre-scientifica, che non connette causalmente le realtà ma le percepisce isolatamente ed è quindi errata per la sua inadeguatezza e confusione nel rappresentare le cose. A questo momento corrisponde, dal punto di vista etico, la schiavitù delle passioni, da cui l’uomo, non avendo ancora compreso le leggi che lo governano, si lascia tiranneggiare.
- Le idee comuni fanno invece parte di quella conoscenza di secondo grado che si basa sulla ragione e che conseguentemente fa uso delle idee chiare e distinte espresse dalla scienza. La ragione dimostrativa spinoziana connette gli enti e gli oggetti secondo rapporti causali e necessariamente ordinati. Il suo corrispettivo etico è la vita secondo virtù, in cui l’uomo padroneggia consapevolmente la propria condotta sociale.
- La scienza intuitiva, che rappresenta l’ultimo gradino della conoscenza, si fonda sull’intellettoe coincide con la metafisica stessa della filosofia spinoziana, ossia l’intuizione dell’Uno nel molteplice e del molteplice nell’Uno. La mente supera così le limitazioni del finito e dell’immaginazione, per interpretare il molteplice alla luce dell’intelletto come qualcosa di unitario, necessario ed eterno. L’amore intellettuale di Dio sarà così la conoscenza dell’ordine necessario, che costituisce la sostanza stessa della divinità.
 
Le passioni e la libertà umana
Centro dell’etica spinoziana è la tesi della naturalità dell’uomo, che, in opposizione all’antropologia filosofica tradizionale, sottopone la specie umana alle leggi dell’universo al pari di tutte le altre specie animali, senza quindi costituirne un’eccezione. Non essendo più una creatura privilegiata, l’uomo è sottoposto a quelle regole dell’universo che sono uniche e identiche per tutte le cose; alla base della morale, c’è per Spinoza quella che viene definita “conoscenza adeguata”, ovvero quella conoscenza che, implicando l’idea di Dio, supera la sensibilità e l’immaginazione (che sono forme di conoscenza fallaci e parziali), giunge alle proprietà oggettive dei corpi, e non al modo e alle maniere in cui noi li percepiamo.
Ogni comportamento umano deriva poi, nell’etica spinoziana, da uno sforzo di autoconservazione, oconatus, che ne costituisce l’essenza. Se riferito alla mente si parla di Volontà, se riferito al corpo di Appetito, che può essere cosciente o incosciente. Quando l’Appetito è cosciente diventa Cupidità, da cui seguono la Letizia, che si verifica nel caso di affezione causata dal passaggio da una perfezione minore a una maggiore, e la Tristezza, connessa invece al passaggio da una perfezione superiore a una inferiore. Le passioni, o effetti secondari, derivano da questi affetti primari, da cui muovono anche Bene e Male, identificati da Spinoza in senso relativo come ciò che giova e ciò che non giova al conatusdi autoconservazione.
Lo sforzo di autoconservazione è la comune legge di comportamento degli esseri viventi e si compie nella ricerca dell’utile individuale. Non è quindi possibile sfuggire al determinismo naturale neanche per quanto riguarda la realizzazione personale; nonostante ciò, Spinoza riesce a conciliare libertà e determinismo. In virtù della ragione, l’uomo può manovrare lo sforzo di autoconservazione con idee chiare e atti consapevoli. Quindi, posto che l’azione umana è sempre diretta all’utile, la scelta consiste nel valutare se agire per esso in modo istintivo o in modo razionale secondo una virtù intesa come sforzo di autoconservazione cosciente. Quella spinoziana è insomma un’idea di libertà inserita in ogni caso in un contesto deterministico. La ricerca dell’utile, in ogni caso, è sempre sociale e collettiva, infatti per natura l’uomo secondo ragione sarà sempre spinto all’unione e alla socialità.
Secondo Spinoza, infatti, i beni ricercati comunemente dall’uomo sono vani e lo sono per tre motivi:
- non colmano i bisogni profondi dell’animo;
- sono transeunti ed esteriori;
- generano inquietudine e incatenano la mente, più che apportare benefici.
Spinoza non condanna questa tipologia di beni in sé, ma la loro assolutizzazione, che porta ciascuno di noi a scambiarli per il bene sommo della sua vita. In contrapposizione a questi ordini, l’unico bene che per il filosofo è in grado di curare le inquietudini dell’animo è il metatemporale e il metafinito, che dà una serenità ferma e sicura. Infinito ed eterno si identificano quindi con il Cosmo e la serenità suprema con l’unione di mente e natura.
Per quanto concerne le passioni e l’autocontrollo umano di esse, Spinoza chiarisce da subito che esse non vanno condannate né represse, ma comprese al pari di qualunque altra proprietà umana secondouna geometria delle emozioni mirata a individuare le leggi che regolano la struttura emotiva dell’uomo. L’obiettivo è quello di identificare e rendere predominanti gli affetti e le emozioni positive, al cui vertice sta la condizione di beatitudine e l’amore intellettuale di Dio (amor Dei intellectualis).
 
Stato e religione
Spinoza, in coerenza con gli assunti dell’Etica, espone la sua teoria dello Stato nel Trattato teologico-politico. La visione spinoziana parte dal concetto di stato di natura, nel quale il diritto coincide e dipende dalla potenza. Ovviamente un diritto di forza implica la guerra di tutti contro tutti (come ipotizzato nel Leviatano di Hobbes) e il diritto naturale di ciascuno è reso fittizio da quello degli altri. L’associazione sgorga così dallo stesso diritto di natura, che per la sua conformazione spinge gli uomini a una socialità reciproca finalizzata alla sopravvivenza. L’associazione determina quindi un diritto più forte appartenente a un organo superiore che viene chiamato Governo e con la cui azione può sorgere il diritto comune.
Il diritto dello Stato limita il potere individuale senza annullare il diritto naturale; infatti l’unica differenza che intercorre tra stato di natura e stato associativo è che in quest’ultimo c’è una garanzia di sicurezza (originata proprio dalla cessione del diritto soggettivo al diritto comune) che però non implica l’assenza di una facoltà di giudizio individuale. Il limite di azione dello Stato è dettato dalle leggi, a cui il cittadino si sottomette secondo ragione. Bisogna infatti sottolineare che - a differenza dell’assolutismo di Thomas Hobbes - il filosofo olandese concepisce lo Stato come finalizzato a garantire anzitutto la libertà dei cittadini, con particolare riferimento per la libertà d’espressione e di critica: uno stato tirannico avrà meno possibilità di sopravvivere di uno stato che persegue questi principi di utilità.
Strettamente connesso alla teoria politica spinoziana è il suo concetto di fede, definito sempre nelTrattato teologico-politico e frutto dell’interpretazione filologia della Bibbia che causò a Spinoza non pochi problemi con le autorità. Nell’ipotesi del filosofo, il testo sacro insegna precetti di virtù in merito alla vita pratica, ma non trasmette insegnamenti di verità, rifiutando così sia i precetti dell’auctoritasortodossa sia le posizioni di chi interpreta filosoficamente la Bibbia con la pretesa di rintracciarvi razionalmente un significato recondito. Per tale via, la fede in SPinoza deve basarsi su pochi concetti fondamentali (il primo è ovviamente l’esistenza di Dio, dimostrata nell’Etica) ed ha una finalità squisitamente pratica: l’obbedienza. Fede e filosofia non possono quindi ostacolarsi tra loro, perché si occupano di ambiti diversi (appunto, l’obbedienza e al ricerca della verità), e quindi non ha nemmeno senso porre limiti alla libera speculazione filosofica o alla libertà di pensiero.
1 In tal senso, l’idea spinoziana di “sostanza” porta ancora più in là l’identificazione cartesiana di tre sostanze, e cioè Dio, la res cogitans e la res extensa. Per Spinoza, la sostanza è ciò che è del tutto necessario ed autosufficiente, e solo Dio può avere tali attributi.
2 N. Abbagnano e G. Fornero, Filosofi e filosofie nella storia, Torino, Paravia, 1992, p. 222.
3 Ibidem.

martedì 8 aprile 2014

L’Antigone di Sofocle


RUBRICA TEATRO -  La Tragedia – L’Antigone di Sofocle  "cenni"

Questa mirabile tragedia di Sofocle rappresenta il confronto tra Legge non scritta, quella degli Dei, dovere morale nei confronti dei morti, rispetto per i vincoli affettivi e l'ottusa RAGION DI STATO che in nome della Patria diventa dittatura e tirannide. Antigone, per il suo amato fratello morto, deve contrastare Creonte tutore della Patria e della ragion di Stato. Antigone lo fa senza ambiguità, senza accettare compromessi, in maniera forte e chiara. Splendida l'impalcatura e la struttura etica della tragedia di Sofocle che non ha alcuna ambiguità e lascia allo spettatore la domanda eterna della sua collocazione e della sua stessa natura etica e universale.
Ugo Arioti

 


L’ Antigone, capolavoro di Sofocle – dai più considerato il principe dei tragediografi – , rappresentato per la prima volta ad Atene  442 anni prima della nascita di Cristo, è una di quelle creazioni letterarie che hanno varcato la soglia della Storia per entrare in quelle imperiture della Leggenda e del Mito. Di fatto, il mito di Antigone ha attraversato due millenni di storia della civiltà occidentale, permeata nella sua cultura e nelle sue radici di cultura greca.

 

L’opera appartiene al ciclo tebano, e va vista dunque nella sua complessità, insieme a Edipo re e Edipo a Colono, che narrano la celebre storia del re di Tebe, divenuto anch’esso, con il passare del tempo, un simbolo della civiltà greca. Al centro della vicenda troneggia la figura di Antigone, figlia incestuosa nata dal rapporto tra Edipo e sua madre Giocasta. Ciò che mette in moto la tragedia è la ferma volontà della protagonista di dare sepoltura al fratello Polinice, bandito dalla città e considerato traditore della patria. Dopo l’esilio di Edipo da Tebe, i suoi figli Eteocle e Polinice si erano dati battaglia per conquistare il trono della città; Etocle esilia il fratello Polinice, che marcia con un potente esercito contro Tebe. Entrambi cadono, ma il nuovo re Creonte decreta onori funebri per l’eroe Eteocle e il veto di seppellire il corpo di Polinice. Ricordiamo che, per i Greci, la sepoltura di un cadavere costituiva pratica indiscutibile del rituale religioso. Dopo aver invano cercato l’appoggio della sorella Ismene, Antigone decide di sfidare da sola la volontà regia di Creonte.

 

Non ci interessa, in questa sede, ripercorrere tutti gli step di una trama avvincente, che chiama in causa diversi personaggi e vede sempre la netta contrapposizione di due figure, che duellano in quegli scontri verbali che hanno fatto grande la tragedia antica, decretandone il successo presso il pubblico. Ciò che balza in primo piano è il contrasto, insanabile per natura, tra legge naturale e legge positiva, re e suddito, politica e tradizione. Antigone contravviene al divieto ed accorda gli onori funebri al fratello Polinice. Fermata da una guardia tebana, viene portata dinanzi a Creonte, il quale rivendica la legittimità del suo potere. Si contrappongono due mentalità, due modi di concepire il mondo: Creonte adduce la ragione del diritto positivo, la necessità dell’obbedienza alla massima autorità politica; Antigone fa appello alle leggi della natura, quelle sacre ed inviolabili della tradizione e del vincolo familiare.

Il re di Tebe da una parte, e la protagonista delal tragedia dall’altra, cercano di portare anche le divinità in sostegno della loro causa. È qui che si realizza il senso vero della tragedia greca: Antigone e Creonte non posseggono la ragione assoluta. Ognuno è portatore della sua ragione, di una ragione soggettiva e non sindacabile: ha ragione Creonte perchè è lui la massima autorità di Tebe, e non portargli obbedienza significa trasgredire la legge; ed ha ragione Antigone perchè, prima della legge terrena, c’è la legge degli dei, in una società, come è quella greca, dove i riti religiosi contano più di ogni altra cosa.

Il conflitto insanabile, base dello spirito tragico greco, non trova una soluzione definitiva. Si abbattono mille sciagure su Creonte, che perde figlio e moglie, mentre Antigone si impicca.

 

E l’eroina, martire-mito, diviene simbolo universale della libertà al potere tirannico.

 

giovedì 16 gennaio 2014

Etica della Bellezza


Proseguiamo il nostro cammino attraverso la Bellezza e la Natura con un brano di Joseph Tham sull’Etica della Bellezza. Tutto visto da occhi contemporanei e con la storicizzazione del pensiero “leggero” che interviene nel contesto assumendone i caratteri e trovando il genius della secolarizzazione dell’Etica. Il brano si rivolge alla bellezza nella vita degli uomini.

Redazione Secem

 

Etica della Bellezza  di  Joseph Tham,

 

La cultura odierna è giustamente un culto delle immagini. Le immagini ci colpiscono ovunque, in televisione, nei media, nelle strade e nel mercato. Tuttavia, la maggior parte di queste immagini sono superficiali e come dice il proverbio, «La bellezza è solo superficiale». L’ossessione per una bellezza estetica in realtà indica un malessere più profondo: la nostra incapacità di amare davvero e di vedere la bellezza in atti coraggiosi e sacrificati o nella vita virtuosa. Il corpo umano è bello, ma spesso è raffigurato solo come una merce da sfruttare e manipolare.

Questo è diventato evidente in bioetica, quando, per esempio, creare un bambino perfetto mostra la nostra arroganza, il non accettare la nostra vera condizione umana. Lo vediamo rispecchiato nella mercificazione degli embrioni e nel commercio del sesso, nel calcolo utilitaristico di valore personale, e nel turismo della fertilità e maternità surrogata che divengono mezzi commerciali, ecc. L’autentica dignità della persona umana è spesso sacrificata sull’altare del profitto economico.

Aristotele parlava delle due capacità produttive degli esseri umani: techne e poiesis. La prima è evidenziata dall’uso dell’intelletto, mentre la capacità tecnica fornisce cose utili per il ben vivere. L’altra è caratterizzata da una produzione che è “inutile”, ma, non per questo, meno rilevante per il nostro benessere: lo sport, i giochi, ma soprattutto la poesia, la musica e le arti. Heidegger è pessimista circa l’attuale enfasi sulla tecnologia che ci ha imprigionati e accecati. I grandi progressi della tecnologia hanno paradossalmente creato disagio, angoscia e paura per l’uomo moderno, eppure sembrano incapaci di staccarci da questa fascinazione sulla techne.

Tutto ciò è molto presente nelle biotecnologie che ci permettono, non solo di combattere le malattie e prolungare la vita, ma di creare, manipolare e distruggere la vita stessa. Questo è il dilemma della modernità, ed è evidente in molti dibattiti attuali di bioetica.

C’è qualcosa di vero nell’intuizione heideggeriana che abbiamo bisogno di recuperare l’arte
della poiesis, che ci permetterebbe di contemplare i nostri successi e riorientare le nostre
strade.

C’è quindi un disperato bisogno di riscoprire la dimensione spirituale del bello, una bellezza che ci trascende ad un qualcosa di superiore, di sperare in un bene comune maggiore attraverso un vissuto etico; bei corpi e una bella vita in cui eros e agape possono coesistere armonicamente.

Sia Gilson che Guardini, entrambi citati in questi articoli, parlano sui difficili compiti per
gli artisti. Da un lato, essi sono chiamati alla responsabilità morale in modo da aiutare l’umanità ad elevare e trascendere se stessa (da qui i trascendentali) attraverso la creazione di splendide opere. La creatività artistica è al servizio di una forza positiva per l’umanità, in modo che possiamo sperare e non perdere la fiducia nel futuro. Tuttavia, Guardini riconosce la polarità che esiste tra quest’alta vocazione e le debolezze personali degli artisti che possono contaminare la loro espressività artistica. Egli li incoraggia ad accettare se stessi ed assumere questa sfida con serietà morale, che può richiedere il sacrificio e l’umiltà nel canalizzare la loro creazione artistica verso gli ideali più nobili.

Sotto questa prospettiva, il Concorso Arte Bioetica è stato un tentativo di mettere insieme
i mondi separati della bioetica e dell’arte. È stato uno sforzo notevole per gli artisti che possono utilizzare i loro talenti per parlare con gli spettatori sui valori che ispirano e contribuiscono al bene comune. Speriamo che questa iniziativa contribuirà a educare gli artisti e i loro spettatori sull’importanza dell’etica, e aiuti altresì i bioeticisti ad apprezzare l’arte come un mezzo importante d’impatto sulla cultura.

Infine, rimane la domanda sul rapporto tra Dio, la bellezza e l’etica. Si può fare etica o bioetica senza riferimento a Dio o senza riferimento alla legge naturale? Possiamo parlare del bene e del bello senza fare riferimento al Bene assoluto e al Bello assoluto? Secondo Bonaventura, Guardini, Gaudi e Balthazar, la vera arte richiede la fede e senza la fede, non si può avere la vera arte. Ciò non è facile da riconoscere oggi tra i circoli artistici, così come
è altrettanto difficile trovare il ruolo della teologia in etica.

Papa Benedetto ha ripetutamente suggerito la via pulchritudinis come la strada verso il recupero di significato in epoca moderna. In un’altra occasione, ha sottolineato il legame tra la bellezza e la verità che è di grande importanza per le riflessioni bioetiche, «la ragione che vorrebbe separarsi dalla bellezza sarebbe diminuita, come anche la bellezza priva di ragione si ridurrebbe a una maschera vuota e illusoria».

 Brevi biografiche:

 Joseph Tham is a Visiting Associate Professor, Sanford School of Public Policy, Duke University. Dr. Tham is a social sector economist with research interests in project appraisal, investment analysis, risk management and cash flow analysis, the economics of health and education, Dr. Tham has extensive experience on project appraisal and expenditure analysis covering financial, economic and distribution analysis as well as risk management.

mercoledì 8 gennaio 2014

Natura e bellezza ( Etica) - Argomento 2014


Natura e bellezza ( Etica)   - Argomento 2014

 
 
 
Siamo ambiziosi o, se preferite, curiosi, lo spirito dello scout non ci manca e, quindi, per il 2014 vogliamo percorrere l’impervio sentiero che attraverso l’Etica e la Ragione( ex Kant) porta a scorgere la Bellezza nella Natura e la Natura della bellezza. Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il Mondo, ergo, non è un modello secondario del pensiero, ma è la stessa essenza della vita e dell’esistenza.  Ma, la Natura è bellezza? Una corrente di spirito  vorrebbe assegnare alla Natura un intelligenza “divina” che la eleva al soglio di Bellezza assoluta. Ma tutto quello che è Natura incontaminata o la Natura che si offre oggi ai nostri occhi di uomini del terzo millennio? Interrogativi laceranti che prefigurano un percorso che attraverso l’Etica si può risolvere come un sistema matematico; la matematica cosa è se non Natura allo stato astratto?

La Natura è l'insieme degli esseri viventi e inanimati considerato nella sua forma complessiva, nella totalità cioè dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano.

La Bellezza è l'insieme delle qualità percepite tramite i cinque sensi, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.
Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il “Mondo naturale”.

Nel pensiero naturale è bello, questa è la ragione della scienza, il volo degli uccelli in stormo, l’aquila che afferra la sua preda o un albero che cresce oltre ogni ragionevole stadio esistenziale, l’Uomo, le Piante e gli Animali come le Montagne i mari le albe boreali. Un caos? No, come il volo di uno stormo di uccelli pronti a migrare. Un codice matematico! E l’Etica?

Abbiamo aperto il caravanserraglio e da oggi iniziamo a cercare il codice della Bellezza attraverso l’Etica della Natura e i suoi sistemi di crescita.

Speriamo che, come è successo per l’argomento 2013, La Retorica, anche questo sia partecipato e pieno delle vostre considerazioni e appunti.

Ugo Arioti