Visualizzazione post con etichetta etica ambientale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta etica ambientale. Mostra tutti i post

martedì 5 dicembre 2017

Il linguaggio dei delfini




Ormai è ben noto che i delfini (e i cetacei in generale), al pari degli animali più evoluti, possiedono un loro linguaggio strutturato.
Lo studio del linguaggio dei delfini è iniziato all’incirca negli anni Sessanta. Trattandosi di animali sociali, non solitari, hanno un complesso sistema per comunicare fra loro, fatto di suoni e ultrasuoni che oltretutto sembrano avere un particolare effetto benefico sulle persone.
Nel 1966 Mère confida qualche riflessione in proposito a Satprem (Agenda del 2 giugno, volume VII):
«Hai mai sentito dire che i delfini sanno parlare?
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Oggi, esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e delle balene. Spesso viene descritto come un canto, proprio perché il loro linguaggio è molto più musicale del nostro.
Piscine come quelle descritte da Mère ormai esistono un po’ dappertutto: sono i cosiddetti “delfinari”. Alcuni dei quali, purtroppo, vengono costruiti per sfruttare gli animali in senso ‘ludico-commerciale’, ovvero per attrarre i curiosi (soprattutto all’interno di mega parchi giochi) che, pagando un biglietto, possono disturbarli a loro piacimento; questo utilizzo, oltre a costituire un indubbio motivo di stress per i delfini, rimane un assai discutibile mezzo di divertimento per gli esseri umani. Forse siamo lontani dai tempi in cui l’etologo Konrad Lorenz, per esplorare il mondo delle oche, decideva di sguazzare nella loro stessa acqua, ma è il caso che la smettiamo di trattare gli animali, come ebbe a dire Jacques Costeau, da «trastulli obsoleti che chiamano in causa il nostro stesso senso di umanità».
Inoltre, occorre notare quanto l’uomo, soprattutto in tempi recenti, abbia messo a rischio la vita di questo nobile cetaceo (in passato caro al dio Apollo), al punto da farlo diventare una specie in pericolo di estinzione e, quindi, sottoposto a programmi internazionali di protezione. Le più gravi minacce alla sopravvivenza dei cetacei, infatti, sono tutte ascrivibili al comportamento dell’uomo, che va a caccia della loro carne per scopi commerciali, che li intrappola accidentalmente nelle reti destinate alla pesca di altri pesci, che inquina i mari privandoli di sufficienti prede, che sfrutta la loro facilità di apprendimento per fini militari e bellici.
D’altro canto, invece, è ormai ben documentata la straordinaria intelligenza dei delfini, la loro velocità di apprendimento, la loro non comune sensibilità. A questa specie è sempre stata riconosciuta una particolare abilità a entrare in contatto con gli esseri umani, a interagire e giocare in modo del tutto spontaneo con loro. Per queste caratteristiche, unite a una spiccata intelligenza, è stata presa in considerazione l’idea di utilizzare i delfini a scopo terapeutico nell’autismo e in casi di depressione o altri disturbi mentali. Sono nate specifiche terapie in cui il bambino viene messo a contatto con il delfino e, stando in acqua e giocando con lui, migliora notevolmente (e in tempi piuttosto rapidi) il suo stato di salute. E questo è l’unico esempio di terapia assistita da animali che utilizza un animale non domestico. I principali effetti che sono stati studiati sono un miglioramento nell’integrazione di alcuni aspetti della personalità e della corporeità, come la percezione di parti del corpo trascurate, stimolate dal movimento dei delfini e dall’acqua intorno a loro; la capacità di espressione e la spontaneità, favorita dal fatto che in acqua, in compagnia dei delfini, esistono meno regole, o sono comunque diverse dalle nostre; il movimento, stimolato anche dalla particolare vivacità dei delfini e la loro propensione al gioco; la disponibilità al contatto, favorita anche dall’ambiente acqua.
Il delfino è un essere dotato di enormi capacità comunicative, la cui storia evolutiva si è intrecciata spesso con quella di altri mammiferi terrestri, con cui ha in comune il sangue caldo, la modalità riproduttiva, la ricchezza di linguaggio, ma che presenta anche modalità particolari che riguardano la respirazione, il sonno, il veloce e silenzioso nuoto, la capacità di astrazione, la “trasmissione culturale” del comportamento.
Inoltre, i delfini hanno una particolare capacità di comprendere certi tipi di linguaggio umano, come il linguaggio dei segni. Chi studia i delfini è certo che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.
Di particolare interesse il mondo acustico fatto di echi, che consente ai delfini di percepire non solo la distanza, ma anche la forma, la grandezza, lo spessore degli oggetti o degli altri esseri viventi che incontra sul suo cammino.
Questi mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di suoni percepibili da noi uomini, oltre a emettere ultrasuoni con frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Un gruppo di studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha recentemente provato in questi animali la coesistenza di due tipi diversi di linguaggio, uno per “giocare” e l’altro per “comunicare” con il gruppo.
I delfini parlano, ma con il loro gruppo utilizzano un “dialetto” particolare, che si sviluppa nel corso degli anni e che diventa un veicolo di riconoscimento fra esemplari della stessa comunità.
«I delfini — spiega Massimo Azzali del Cnr — comunicano usando due linguaggi o segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali di vocalizzazioni, e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti segnali sonar o di ecolocalizzazione».
Le due vocalizzazioni sono molto diverse: le prime sono innate e vengono prodotte in occasione di uno specifico evento: in generale riflettono la reazione “emotiva” del delfino a uno stimolo esterno.
Nel corteggiamento, quando hanno paura, quando si arrabbiano, quando sono stressati e in moltissime altre occasioni, questi mammiferi super-intelligenti emettono le frequenze da 20kHz.
Come delle grida spontanee, immediatamente percepibili e affatto difficili da emettere e da essere comprese.
I segnali sonar dai 20 ai 200 kHz invece sono più difficili da imparare e da capire.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«Con le relazioni echi-immagini — precisa Azzali — valide per tutti i membri della comunità, nascono i rapporti sociali. Dai nostri studi risulta che gruppi diversi usino il linguaggio degli echi con modalità diverse».
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
Ma quando inizia l’apprendimento?
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Un’ultima curiosità: i delfini dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.

sabato 15 luglio 2017

I piromani vanno tutti all'inferno, a bruciare nel ghiaccio aeternum

Corre l'anno del Signore duemilaediciasette, le mafie del fuoco, coadiuvate da pezzi di destrutturazione dello Stato e delle Regione a Statuto Speciale e a commissariamento governativo, come la Sicilia, fanno rivivere una stagione di inferno solo per dimostrare che sono esistenti e che possono, la dove non esiste un corpo di manutenzione e protezione dei boschi fare i "belzebù" (moriranno come cani, tirando calci al vento e ingoiando fino all'ultimo il fiele della vita che se ne va). Intanto, l'imbecille Crocetta, il Presiniente della Regione Sicilia commissariata dal corsaro e capo del genio distruttori del Governo di Roma (il Renzusgentil!) lo "sbirro" Baccei di M...a, dice che ci vogliono "PENE PIU' DURE", non comment! 
Ma, non doveva ristrutturare il corpo Forestale, non si doveva avviare la manutaenzione delle fasce boschive? 
E , scusate, ma io so che la Forestale e l'ass.to Agricoltura, hanno un PROTOCOLLO DI INTESA e una CONVENZIONE CON TUTTI GLI ALTRI ENTI TERRITORIALI SICILIANI PER LA PULIZIA E LA PROTEZIONE DELLE FASCE BOSCHIVE LIMITROFE A INSEDIAMENTI CULTURALI; STORICI E AMBIENTALI.
Ricapitoliamo: 1) Non funziona da 5 anni la Politica Regionale in Sicilia, con Crocetta e i suoi magnifici Dirigenti Generali che a far capo dai più pagati e coperti ai più periferici, dire che fanno acqua da tutte le tasche è un eufemismo, sono PARASSITI DEVASTANTI E INCAPACI (Grazie alla MERITOCRAZIA CLIENTELARE);
2) L'apparato amministrativo non funziona, non ci sono mezzi adeguati e il personale è mantenuto, per volontà politica, negli uffici a giocare a tresette col morto!;
3)  è stata abbandonata, per far spazio a speculazioni abusivo mafiose, supportate da una classe politica MAFIOSA, non collusa, ma MAFIOSA (esempio?: vedi la storia politico amministrativa della Provincia e della città di Trapani);
4) L'omertà degli imbecilli che vivono in zone vicine a boschi, che non denunciano, pur vedendoli e conoscendoli, in alcuni casi, i piromani killer, non malati, ma mandati.
Signori miei, la buon'anima di mio nonno Nino mi diceva sempre: Attenta a mia, Ugo, u pisci fieti sempri da tiesta! 
Immaginatevi lo schifo che mi fa vedere quella testa di Crocetta in televisione sparare minchiate senza fine! 
Meditate gente, meditate e, alle prossime elezioni andate a votare, perchè non votando, aiutate la MAFIA E QUESTA CASTA POLITICA ! 
U.A.

venerdì 2 settembre 2016

Ancora una volta per la prima volta il terremoto…

Non riesco a pensare

Sono giorni, questi, di sentimenti eclatanti. E di
nera malinconia. Il terremoto. Ancora il terremoto.
Ancora una volta per la prima volta il terremoto…

di Andrea Ermano

Nel 1976 bussò ai muri delle nostre case in Friuli e non avevamo vent’anni. Nel 1980 andammo tutti in Irpinia al seguito dell’appello lanciato dal Presidente Pertini. Di quello che abbiamo visto e sentito di fronte alle macerie di Gemona, nelle frazioni di Trasaghis oppure a Conza e a Morra De Sanctis non serve qui parlare. Giornali, televisioni e web trabocca­no di opinioni, immagini, testimonianze, grida di rabbia-paura-di­sperazione in presa diretta. I funerali, martedì ad Amatrice, hanno già parlato per tutti.
    Che cos’è la forza d’animo?
    Possiamo guardare la nostra casa sbrecciata, la nostra casa da demolire, o la nostra casa distrutta… e pensare a come ricostruirla? No, non par possibile. Soprattutto se sotto quelle pietre è scomparsa una persona cara. Ma “essere di paese”, vivere in un in una piccola cittadina, e ancor più nelle frazioni, vuol dire proprio questo: che i morti, uno per uno, hanno uno spazio personale negli affetti di molti dei sopravvissuti. Eppure, nonostante questo lutto che ci percuote – o forse proprio in quanto parte integrante di esso – c’è una volontà che tutto si ricostruisca “dove e come era”.
    Altrimenti sarebbe il tradimento, l’oblio.
    E poi ancora la rabbia, la furia, e poi ancora la spossante tristezza, ma anche la paura per le scosse che si susseguono a decine: eppure tutto si traduce in un’incredibile cocciutaggine contro la sorte avversa, soprattutto in nome di quelli che, improvvisamente, non ci sono più.

Dopo ogni terremoto c’è un furioso rovistare della mente individuale e collettiva alla ricerca di un colpevole. Vero è che l’ospedale risulta inagibile, la scuola pericolante... La magistratura, com’è giusto, indaga. I Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, i Vigili del fuoco compiono le necessarie perquisizioni. “La galera ci vuole, la pena di morte!”, dice qualcuno tra i denti. I funzionari “competenti” buttano la croce su impresari caduti dal pero, e questi sugli amministratori…
    La verità è che di norma non vi si pensa, ma nelle situazioni di emergenza occorre quasi sempre un commissario. Perché? Perché nessun “normale” amministratore può governare le spinte e le controspinte che vengono scatenate da un evento sismico.
    Per esempio, gli esperti dicono che, quando si tratterà di ricostruire Amatrice, bisognerà stabilire che non esistono aumenti di prezzo “in corso d’opera”. Cioè: se tu mi sottoponi un preventivo di 100 mila euro per ricostruire un edificio terremotato, ma poi – durante lo svolgimento dei lavori (“in corso d’opera” appunto) – scopri per una qualsiasi ragione che avevi sottostimato i costi, non potrai in nessun caso venirmi a chiedere un aumento della parcella, perché questi saranno allora i tuoi rischi d’intrapresa.
    Come se fosse facile. In Irpinia, dopo il sisma del novembre 1980, i costi della ricostruzione, in effetti, subirono una sorta di esplosione “in corso d’opera”. Indro Montanelli riassunse così la vicenda: «L'uso di 50-60mila miliardi stanziati per l'Irpinia rimase un porto nelle nebbie... quel terremoto non aveva trasformato solo una regione d'Italia, ma addirittura una classe politica» (vedi art. su Wikipedia).
    Per comprendere quella travagliatissima ricostruzione, bisognerebbe rifare la conta dei morti ammazzati, e sono tanti, troppi. Ma bisognerebbe anche capire, per esempio, quale ruolo svolse, nella vicenda, il sequestro dell’assessore napoletano Ciro Cirillo compiuto nel 1981 dalla “colonna” partenopea delle BR capeggiata da Giovanni Senzani, non senza contiguità con la Nuova Camorra Organizzata di “don” Raffaele Cutolo (vedi art. Wikipedia). Sicché dire “porto delle nebbie” è ancor poco: la sciagura leghista nasce di lì, perché la scandalosa asimmetria tra le due ricostruzioni, quella del Friuli e quella dell’Irpinia, sedimentandosi nell’inconscio collettivo del Paese erose infine una faglia enorme nelle fondamenta della Repubblica.
    La lezione che ci resta di quell’epoca oscura è che da parte dello Stato e dei cittadini si deve contrastare alla radice e con la massima determinazione possibile ogni forma di criminalità organizzata che puntasse a insinuarsi negli “affari” della ricostruzione.

Il Friuli fu gestito in una prima fase da un “Commissario straordinario”, Giuseppe Zamberletti, e poi da una “Commissione speciale” della Regione, presieduta dall’ing. Angelo Ermano, un socialista, un galantuomo, un ex deportato, un tipo per lo più dimenticato che mi è capitato di conoscere: era mio zio paterno. Con il quale ho avuto tante discussioni, anche animate, e potrei parlarne lungamente. Ma qui mi preme ricordare una sola cosa.
    Dev’essere stato il 1986 quando, con una strana scintilla nello sguardo, mi disse che “il segreto della ricostruzione in Friuli” fu l’aver minuziosamente rilevato e collazionato le stime dei danni, casa per casa, comune per comune, “prima – sta’ attento: prima! – prima di aprire la saracinesca della Cassa Depositi e Prestiti, e ciò affinché a ciascun Municipio venisse erogata direttamente la somma che gli spettava in proporzionale rapporto alla ripartizione del tutto”.
    Traduco: la “Commissione speciale” del Friuli Venezia-Giulia fidava evidentemente sul fatto che, nei piccoli e medi comuni colpiti dal sisma, il controllo sociale avrebbe fatto il resto: “Perché lì, poi, tutti sanno tutto di tutti e ognuno sta molto attento al contributo pubblico che riceve lui stesso, ma ancor più attento all’entità del contributo che viene a ricevere il suo vicino di casa”.

Ecco, è tutto. Davvero non so se questi “pensieri” possano fornire qualche piccolo aiuto alla forza d’animo che servirà nell’opera di ricostruzione delle zone colpite dal sisma del 24 di agosto. Sarò sincero: in questo momento non riesco a pensare a niente.

giovedì 16 giugno 2016

Incubo incendi in Sicilia: autostrade chiuse, case sgomberate, evacuato asilo. Fiamme stringono i centri abitati. "Sospetti di dolo"

Incubo incendi in Sicilia: autostrade chiuse, case sgomberate, evacuato asilo. Fiamme stringono i centri abitati. "Sospetti di dolo"
Abbiamo voluto raccogliere e ripubblicare le notizie dai giornali e, soprattutto, un articolo di Repubblica, dove si fa il bollettino di guerra. Si, perché è una guerra contro la MAFIA del fuoco. Fa rabbia pensare all’esercito inutile di FORESTALI che campano sulle spalle dei siciliani, ma che se non sono essi stessi complici dei PIROMANI, sono comunque un PESO MORTO che dovrebbe essere buttato a mare e, poi, con una severa e intelligente ricostruzione, rimesso in gioco per le cose che servono e non per essere sempre e comunque uno STIPENDIFICIO. E Crocetta? Lui fa i suoi soliti discorsi del menga, senza costrutto e senza capacità di separare il marcio dal buono. Solo confusione, con lui la Sicilia ha toccato il suo punto più basso di civiltà e ha perso ogni positiva autonomia nei confronti di Roma.
Redazione Secem

Da oltre 24 ore i roghi assediano centri abitati, paura anche a Palermo. Cinquanta bambini in ospedale per il fumo. Colpite le province di Palermo, Agrigento, Trapani e Messina. Ferrovie bloccate, autostrade in tilt. Emergenza sulle Madonie: evacuazioni a Cefalù e altri paesi. Fiamme nei centri intorno al capoluogo. Canadair fermi per il forte vento, chiusa la Palermo-Messina, riaperta la Palermo-Mazara del Vallo. La polizia segue la pista dolosa. Scirocco: aliscafo contro banchina a Stromboli
di IVAN MOCCIARO, MANUELA MODICA e ARIANNA ROTOLO

La Sicilia brucia da una notte e un giorno. Lo straordinario scirocco delle ultime ore, che ha fatto raggiungere picchi di 39-40 gradi, sta alimentando decine di roghi scoppiati tra ieri in tarda sera e questa mattina in diversi comuni delle province di Palermo, Agrigento, Trapani, Messina. A Palermo le fiamme divampano in diverse zone da Monte Pellegrino alla periferia, molte le abitazioni minacciate dalle fiamme e evacuate. Colpita gravemente la zona delle basse Madonie, sopra Cefalù: l'autostrada A20 Palermo - Messina, tra gli svincoli di Buonfornello a Castelbuono è chiusa in entrambe le carreggiate. Gli incendi - dolosi secondo la polizia, visto che sono partiti da più punti contemporaneamente - stanno lambendo case, costruzioni e alberghi della zona. La polizia stradale ha diverse volanti che stanno operando sul posto. Chiusa a causa degli incendi anche la statale 113, tra Lascari e Cefalù. A Monreale è stato necessario evacuare un asilo e una cinquantina di bambini lievemente intossicati sono finiti in ospedale, ma poi sono stati dimessi. Una nota del governo nazionale informa che il presidente del Consiglio Matteo Renzi segue la difficile situazione in Sicilia: Palazzo Chigi è in continuo contatto con il dipartimento nazionale della Protezione Civile.
Il punto dei vigili del fuoco. Sono 500 gli interventi effettuati dai vigili del fuoco nelle ultime 36 ore, informa una nota, di cui 110 ancora in atto. Dalla scorsa notte sono impegnati complessivamente 250 vigili del fuoco. Nonostante le difficoltà dovute al forte vento, sono in azione 7 Canadair. Al momento le situazioni più a rischio, sottolinea il comando generale dei vigili del fuoco, si registrano tra Collesano e Gratteri, nella zona di Cefalù, dove le fiamme stanno lambendo la zona dell'ospedale. Per precauzione tre squadre dei vigili del fuoco stanno presidiando la struttura. Interessato dalle fiamme anche il tetto di copertura del palazzetto dello sport. A Palermo sono invece state evacuate alcune abitazioni in via Bonanno, alle pendici del monte Pellegrino, mentre un vasto incendio sta interessando una zona nei pressi di un capannone per il trattamento dei rifiuti. In provincia di Messina, infine, sono state evacuate alcune abitazioni nella zona di Naso.

Interrotte le principali ferrovie, niente bus sostitutivi. A causa dell'emergenza incendi, in Sicilia sono interrotte le principali linee ferroviarie regionali. I collegamenti sono stati sospesi da Palermo in direzione di Messina, Catania e Agrigento. Numerosi incendi si sono sviluppati lungo la direttrice Palermo- Messina vicino ai binari dei tratti di linea Palermo-Fiumetorto-Sant'Agata di Militello, Lascari-Gratteri-Cefalù e Caronia-Santo Stefano. A causa del forte vento i roghi non sono ancora stati domati. Le Ferrovie dello Stato hanno fatto sapere che "non è stato possibile attivare servizi sostitutivi con autobus, per l'impraticabilità della rete stradale e autostradale". Il traffico ferroviario riprenderà solo dopo il nulla osta dei Vigili del Fuoco.
Crocetta: "Dietro i roghi la criminalità organizzata". "Può accadere che a Cefalù un incendio divampi ieri sera quando la temperatura era di 24 gradi? Perché in Sicilia gli incendi avvengono sempre di notte? Certo poi il caldo e il vento fanno il resto. Non ho le prove, ma sospetto che dietro i roghi di ieri sera ci siano mani criminali anche perché vengono colpite sempre le zone più pregevoli nella cintura dell'hinterland palermitano". Lo dice il presidente della Regione siciliana, Rosario Crocetta. "Ricordo - prosegue - che di recente la Regione ha licenziato decine di forestali con condanne per mafia o per avere appiccato incendi". E mentre a Cefalù si indaga per incendio doloso anche la Procura di Palermo acquisirà gli elementi raccolti dalle forze dell'ordine sugli incendi scoppiati in città per accertare se dietro alle decine di roghi divampati nelle ultime ore ci sia un piano criminale.

Protezione Civile: "Gli incendi non si creano da soli".  "Il sistema è mobilitato, ora bisogna lavorare e sperare che il vento cali un pò, perché questo aiuterebbe le operazioni di spegnimento. Faccio un appello a tutte le persone ad avere un comportamento di attenzione al territorio", ha detto il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio. "Non sono in grado di dire se si tratti di incendi dolosi o meno, ma di per sé gli incendi non si creano da soli e soprattutto se nascono in più luoghi diversi "
Bruciano Cefalù e le Madonie. E' un vero inferno di fuoco quello che si è sviluppato tra Lascari, Cefalù, Gratteri e Collesano, per il quale la polizia sta seguendo la pista dolosa.  Chiuse l'autostrada Palermo Messina tra Buonfornello e Castelbuono, la statale 113 tra Campofelice di Roccella e Cefalù e diverse strade comunali e di collegamento tra i centri abitati circondati dalle fiamme. A Lascari il quartiere Santa Maria, che si trova sopra l'abitato, è stato evacuato, diverse abitazioni sono state raggiunte dalle fiamme.

Il fronte del fuoco è lungo chilometri. "Le fiamme sono arrivate stamani sull'abitato spinte dal vento di scirocco - dice il sindaco di Lascari Pippo Abbate - stanotte hanno interessato prima il territorio di Collesano e Gratteri poi sono arrivate sopra il nostro abitato bruciando diverse abitazioni".
Sono tre i fronti del fuoco che assediano il centro abitato di Gratteri, uno a monte di Piano Zucchi e due a valle da Lascari. Chiuse al transito due arterie stradali su tre, l'unica via di fuga è la Gratteri-Gibilmanna. Il Comune ha attivato il piano di protezione civile "Ci sembra di rivivere il dramma del 2007 - dice l'assessore comunale Giacomo Ciringione - l'unica via di fuga è la strada verso Gibilmanna, è emergenza protezione civile. I cittadini devono rimanere a casa e serrare le finestre per evitare il fumo. Evacuata dalla croce rossa anche una casa di riposo.
A Cefalù lambite alcune abitazioni delle contrade Monte, Sala Verde e Costa Verde. Le fiamme sono arrivate anche nel giardino di Villa Bordonaro. Sgomberato il Costa Verde di Cefalù.  "Siamo di fronte a una situazione drammatica" ha detto il sindaco di Cefalù Rosario. In questo momento la cittadina turistica è raggiungibile solo dalla Statale 113, dove si cammina a passo d'uomo. "Le fiamme - spiega il sindaco - si sono dapprima sviluppate nella zona di Lascari e da lì, alimentate dal forte vento di scirocco, si sono via via estese fino alle spalle dell'Hotel Costa Verde (che è stato evacuato, ndr), e Mazzaforno, Capo Playa e rischiano adesso di raggiungere l'Hotel Santa Lucia, all'ingresso di Cefalù".
Paura a Monreale e a Palermo, chiusi i giardini pubblici. A causa di un incendio partito da Monte Caputo, a Monreale (Palermo) l'asilo nido "Il Girasole" è stato evacuato. Una cinquantina di bambini sono rimasti intossicati dal fumo e sono stati trasportati all'ospedale Ingrassia, ma sono poi stati dimessi. A Poggio Maria i forestali e i pompieri insieme ai volontari della protezione civile hanno salvato una ragazza che era rimasta intrappolata nella propria villa avvolta dalle fiamme. Diverse abitazioni sono state danneggiate dal fuoco. Un incendio si è sviluppato anche a Palermo tra vicolo Pipitone e cortile Montechiaro nel quartiere Acquasanta. Un altro incendio è divampato sul monte Pellegrino, il promontorio che domina il golfo di Palermo. Bruciati alberi, sterpaglie e macchia mediterranea. Il fumo è visibile da tutta la città e in particolare dalla zona del porto. Il comune ha disposto che in seguito al forte vento e fino a cessata situazione di pericolo, tutti i giardini e i parchi comunali resteranno chiusi

Allarme nel Messinese, due ustionati. Due ustionati, questo al momento il bilancio della terribile giornata di incendi nel Messinese. Si tratta di un uomo di 46 anni a Motta d'Affermo colpito dalle fiamme mentre cercava di scappare in macchina, l'uomo è stato trasportato al centro grandi ustioni del Civico di Palermo. Un ragazzo di 19 anni ha invece riportato ustioni al 20 per cento a Capo d'Orlando. Molto critica la situazione in tutta la costa tirrenica da Santo Stefano di Camastra fino a Villafranca. Particolarmente colpita Capo d'Orlando dove stamattina ha preso fuoco il Brico Center, le fiamme hanno raggiunto il punto vendita orlandino che all'interno aveva molti prodotti infiammabili: il capannone è andato completamente a fuoco. Lambita dalle fiamme anche una struttura per anziani si a a Capo d'Orlando che a Naso. Evacuazioni sono in corso da oggi pomeriggio a Santo Stefano, Capo d'Orlando e alcuni paesi nebroidei, sono parecchie le villette colpite dal fuoco: "Siamo dovuti andare via da casa perché le fiamme ci minacciavano ma per fortuna i carabinieri sono riusciti a limitare l'azione del fuoco", racconta Alessio Micale, consigliere comunale di Capo d'Orlando.  Allarmante la situazione a Motta d'Affermo, il piccolo centro sui Nebrodi si trova infatti circondato dalle fiamme anche per la particolare ubicazione, è infatti immerso nei boschi in questo momento in fiamme.

Autostrade in tilt. Chiusa la Palermo-Messina tra Buonfornello e Castelbuono. Evacuata dai vigili del fuoco la galleria Battaglia, nei pressi di Cefalù. Le auto sono rimaste bloccate all'interno della galleria invasa dal fumo dell'incendio boschivo che sta interessando la zona. Evacuato nelle vicinanze l'hotel Costa Verde raggiunto dal fumo. In questo momento stanno operando nella zona 83 vigili del fuoco con 18 mezzi antincendi. Per un incendio tra Carini e Cinisi è rimasta chiusa fino al pomeriggio in entrambe le direzioni l'autostrada A29 Palermo Mazara del Vallo, riaperta alle 17,30. Fiamme sono segnalate anche sulla Palermo-Catania negli svincoli tra Villabate e Bagheria e in un'altra area a ridosso della Palermo-Mazara del Vallo, nei pressi di Terrasini, in direzione Palermo. Il fumo e le fiamme non stanno risparmiando neppure l'autostrada A19. Interessato anche lo svincolo di Villabate tra le carreggiate. La visibilità è ridotta.

domenica 25 ottobre 2015

La filosofia italiana alla scoperta dell’etica ambientale


La filosofia italiana alla scoperta dell’etica ambientale

 
di Piergiacomo Pagano, filosofo ambientale e biologo Enea

 

Dagli anni ’70 del secolo scorso molti studiosi italiani hanno riconosciuto l’importanza dell’etica e della filosofia ambientale. Il fatto che negli ultimi 10 anni siano stati pubblicati molti lavori, siano nati alcuni siti web, siano apparsi giornali e corsi dimostra come gli esperti italiani vogliano partecipare al dibattito. Tuttavia alcune difficoltà hanno lasciato l’Italia distante dal contesto internazionale. Cercherò di individuarne le ragioni.

Innanzitutto dobbiamo rilevare che in Italia la filosofia e l’etica ambientale non hanno un pubblico così ampio. Su queste discipline sono stati tradotti in italiano solo pochi libri stranieri e solo un paio sono stati pubblicati da grossi editori. Al contrario molti editori di dimensioni medio-piccole si sono dimostrati più sensibili. Alcuni hanno pubblicato libri stranieri, pochi in verità, molti altri hanno dato spazio ad autori italiani. Se andiamo su internet e navighiamo in un negozio di libri italiano troviamo che oltre 70 volumi rispondono alla parola chiave “etica ambientale” mentre 16 vengono selezionati da “filosofia ambientale”. Se ampliamo lo sguardo, tra le parole chiavi più rappresentate troviamo “ambiente” con oltre 2000 volumi, “ecologia” con oltre 600, “ambientalismo” con oltre 300. Numeri decisamente più ridotti per “economia ambientale”, “etica cristiana”, “sviluppo sostenibile”, “animalismo”. Infine qualche libro viene selezionato utilizzando termini meno noti quali “ecoetica”, “decrescita felice”, “antropocentrismo”. Guardando nello specifico delle nostre discipline dobbiamo sottolineare la recente uscita (fine 2012) di due importanti volumi collettivi: “La persona nelle filosofie dell’ambiente” a cura di Alessandro Poli e “Etiche dell’ambiente: voci e prospettive” a cura di M. Andreozzi. La giovane età dei due editor e il numero degli autori partecipanti (studiosi noti e meno noti) mostrano, ancora una volta, il desiderio italiano di essere attivi.

A questo punto è lecito chiedersi come mai, nonostante questo dinamismo, l’Italia rimanga ancora troppo “isolata” dal resto del mondo. Credo si possano dare alcune spiegazioni. Innanzitutto molti autori italiani hanno difficoltà nello scrivere in un inglese grammaticalmente corretto. Per molti di noi leggere o tradurre un testo dall’inglese non è un problema, ma per pubblicare in questa lingua abbiamo bisogno di un traduttore specializzato e di una cifra consistente da impegnare, soprattutto se vogliamo far tradurre un intero volume. In questi casi avremmo bisogno di una organizzazione che ci supporti. E qui nasce il principale problema. In Italia la filosofia e l’etica ambientale sono poco considerate. Questo avviene non solo in campo scientifico, ma anche in quello umanistico. Pensate che all’inizio dei miei sforzi mirati a divulgare la filosofia ambientale (grazie al sito www.filosofia-ambientale.it che fondai nel gennaio 2001) alcuni studenti da me indirizzati verso le università scoprirono amaramente che molti professori non conoscono o snobbano le nostre discipline.

Nonostante si percepisca un certo cambiamento questa situazione persiste. Attualmente si trovano degli insegnamenti dedicati in alcune università italiane, ma purtroppo si tratta di contesti episodici disseminati in diverse facoltà e/o dipartimenti quali filosofia, letteratura, scienze biomediche, giurisprudenza, agraria ecc.. Infine molti studiosi di filosofia e/o etica ambientale non sono veri e propri teorici. Per la maggior parte si tratta di cultori della disciplina che la insegnano, che propongono idee personali magari elaborando il pensiero di filosofi del passato o che fanno proprie alcune scuole di pensiero quali l’ecologia profonda. Alcuni sono ambientalisti che criticano l’antropocentrismo guardando all’atteggiamento “ecologico” dei popoli antichi, altri sono animalisti, altri ancora sono seguaci delle filosofie orientali. Molte studiose sono impegnate nell’importante argomento delle pari opportunità o, meglio, in una riflessione del ruolo delle donne nel dibattito ambientale anche in un’ottica ecofemminista.

Finora, per quanto mi è dato sapere, nessun italiano ha avanzato una teoria analitica originale di filosofia ambientale. Sotto questo aspetto posso considerarmi una eccezione avendo proposto una mia personale teoria che ho chiamato “eco-evo-centrismo” e che sta alla base del mio ambientalismo e della mia politica propositiva. Chi volesse approfondire può leggere i capitoli intitolati “Evoluzione, filosofie ambientali e politica propositiva” e “Ambientalismo propositivo” inseriti nei due volumi collettivi che ho citato poco sopra e nei due miei ultimi libri: “La politica propositiva: il governo nella globalizzazione e nel multiculturalismo”, Limina Mentis, 2012 e nell’appendice di “La storia del pensiero biologico evolutivo. Con riflessioni di filosofia ambientale”, ENEA, 2013 (quest’ultimo libro è scaricabile gratuitamente alla pagina: www.enea.it/it/produzione-scientifica/edizioni-enea/2013/storia-del-pensiero-biologico-evolutivo).

In Italia molte persone, istituzioni e organizzazioni discutono di etica ambientale anche se spesso la affrontano all’interno di tematiche più ampie quali la bioetica, l’educazione o i sistemi di gestione ambientale. Tra le istituzioni più importanti e affermate troviamo l’Istituto Italiano di Bioetica (www.istitutobioetica.org)  che ha una sezione dedicata alla “bioetica ambientale” e che, secondo la loro visione, comprende l’etica biomedica così come la bioetica animalista e la bioetica ambientale. Legata alla Chiesa Cattolica troviamo la Fondazione Lanza (www.fondazionelanza.it)  che, allo scopo di entrare nel delicato dibattito tra fede e cultura, ha una sezione intitolata Etica e Politiche Ambientali. Infine esistono dei “Centri di Etica Ambientale” per ora dislocati nel nord Italia. Il primo, fondato alla fine del 2007 a Parma (www.centroeticambientale.org), riunisce la diocesi, la Fondazione Lanza, il Comune, la Provincia e alcune società di servizi ambientali pubblici e privati allo scopo di definire linee guida di etica applicata da applicare al territorio.

A conclusione di questa breve relazione mi sento di affermare che l’Italia è dinamica nel discutere dei problemi ambientali e dei temi filosofici a essi connessi. Tuttavia ritengo sia ancora troppo distante dal contesto internazionale e troppo frammentata. L’Unione Europea può essere la giusta occasione per superare questi ostacoli organizzandoci e inserendoci in un contesto operativo di Paesi Europei. Qualche azione è stata già intrapresa. Proprio in questi mesi in Italia è nata una rivista a carattere internazionale che ha nome “Relation. Beyond Anthropocentrism”  (www.ledonline.it/index.php/Relations/) e il cui primo numero può essere scaricato gratuitamente dal web. Inoltre nel 2011 è stato fondato il Network Europeo per l’Etica Ambientale (ENEE, http://eegroup.pbworks.com) che però rimane ancora troppo ristretto e con scarsità di fondi. Su quest’ultimo punto vanno intensificati i nostri sforzi. Dobbiamo trovare finanziamenti. Forse una buona opportunità saranno i fondi europei erogati nella sezione per “affrontare le sfide della società” (“Tackling Societal Challenges”) del programma quadro europeo per la ricerca e l’innovazione “Horizon 2020”. I bandi devono ancora uscire. Speriamo che i nostri governanti vogliano investire nelle nostre discipline perché i problemi ambientali (cambiamento del clima, sovrappopolazione, diminuzione della biodiversità ecc.) sono al primo posto nelle preoccupazioni per il futuro nostro e di coloro che verranno.

* Autore de “La politica propositiva: il governo nella globalizzazione e nel multiculturalismo”, Limina Mentis, 2012 e  de “La storia del pensiero biologico evolutivo. Con riflessioni di filosofia ambientale”, ENEA, 2013

 

lunedì 12 ottobre 2015

ETICA AMBIENTALE 1


Prime nozioni di Etica Ambientale


L'etica è quella branca della filosofia che studia i fondamenti oggettivi e razionali che permettono di distinguere i comportamenti umani in buoni, giusti, o moralmente leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti cattivi o moralmente inappropriati. L’etica applicata affronta queste problematiche con un accento particolare su come possono essere vissute in modo pratico.

L'etica ambientale applica il pensiero etico al mondo naturale e al rapporto tra l'uomo e la terra.

L'etica ambientale è una parte fondamentale degli studi ambientali, poiché sono molti i campi dove la società umana si trova coinvolta in modo importante: l'inquinamento, il degrado delle risorse, la minaccia di estinzione, i cambiamenti del clima, …

Questo breve escursus introduce alle caratteristiche fondamentali dell’etica ambientale ed è rivolto ad un pubblico sprovvisto di un background in campo etico. È stato scritto appositamente per aiutare l’uomo “comune” – a partire dagli studenti delle scuole superiori in poi, ma anche insegnanti, genitori, professionisti in genere - a riconoscere ed usare il linguaggio morale in campo ambientale.

Noi ve lo proporremo a partire da questo articolo in “dispense”, utili per tutti.

Ugo Arioti e Daniela La Brocca

 


1.     La storia del tuo rapporto con la Natura


Per questo "viaggio" nell'etica ambientale, parti con quello che sai. Uno dei modi migliori per prendere coscienza di ciò che già sai sull'etica ambientale è quello di analizzare la storia del tuo rapporto con la natura. L'etica è una questione di connessione tra "testa" e "cuore". Troppo spesso il ragionamento etico si distacca dalla tua esperienza, dalle tue emozioni, dai tuoi sentimenti. Raccontando la storia del tuo rapporto con la natura, puoi riflettere meglio sul valore che dai al mondo naturale. E riflettendo su questi motivi che sono nel profondo del tuo cuore, puoi affinare il tuo ragionamento etico ambientale.


Fase uno:
Il grande ambientalista americano Aldo Leopold ha scritto in "Sand County Almanac" (Almanacco di un mondo semplice, Ed. Red, Milano 1997)  che "possiamo essere etici solo in relazione a qualcosa che possiamo vedere, sentire, capire, amare, o altrimenti per fede". Alla luce di questa affermazione di Leopold, ti invitiamo, nel corso della stesura della tua storia a pensare alla natura in termini personificati. Il tuo rapporto con la natura è un rapporto con un amico o con un estraneo? Oppure, a volte amico e a volte estraneo? Usando la terminologia di Leopold, poniti le seguenti domande:
Come si fa a "vedere" la natura? 
E' bella, brutta, o una via di mezzo? 
Cosa "provi" per il mondo naturale? 
Provi gioia o dolore, dolore o piacere per un animale? Cosa provi di fronte ad un tramonto o alle onde increspate di spuma bianca?
Sei in grado di "capire" il mondo naturale e come le sue componenti sono correlate? Oppure sono cose a te sconosciute? 
Provi "amore" per la terra - o ti senti alieno, un corpo estraneo alla terra? 
Ti preoccupi per il suo benessere, senti la sua sofferenza, vuoi guarire le sue ferite? Oppure questi pensieri ti appaiono impropri e inverosimili? 
E, per usare l'ultimo dei termini di Leopold, hai "fede" nella natura? Forse questa è una fede religiosa? O forse questa è una fede nel senso che ti affidi alla terra per il benessere della tua vita? O forse la terra è infedele, un amico volubile, nel migliore dei casi? 
 
Il primo passo per scrivere la storia del tuo rapporto con la natura è quello di annotare le risposte a queste domande.

Fase due:
Il passo successivo consiste nel raccogliere ulteriori informazioni per modellare la tua storia. In questo passaggio, è necessario annotare le risposte alle seguenti domande:
 
Qual è la tua esperienza più significativa e vicina alla natura? 
Un'esperienza intrapresa per lavoro, per svago o altro? 
Ci sono esperienze di uno o più incontri con la natura che si focalizzano nella tua memoria? Chiudi gli occhi e ricorda i momenti, gli odori, le sensazioni di un luogo dove hai provato il tuo rapporto intimo con la natura, e quindi scrivi perché quel luogo in quel momento ti ha permesso di relazionarti con la Terra in un modo speciale.
In che modo il tuo rapporto con la natura è stato influenzato dalla storia della tua famiglia?
Attraverso l'esperienza dei tuoi genitori, nonni e antenati? Attraverso il modo in cui sono venuti in possesso di un terreno e lo hanno utilizzato? 
La tua famiglia va in gita in campeggio? 
Qualcuno dei tuoi familiari è mai andato a caccia? 
La tua famiglia ti ha insegnato a prenderti cura della Terra e delle sue creature? 
Provieni da una famiglia vegetariana e, se sì, perché? 
In qualche modo la tua famiglia è mai stata colpita da un evento naturale?
C'è stato un libro, un film, una canzone, o altro che ha colpito profondamente il tuo modo di rapportarti con la natura? 
La religione ha svolto un ruolo - positivo o negativo - nel modo in cui guardi il tuo rapporto con la natura?
Quali sono stati alcuni dei più significativi sviluppi economici, sociali, culturali o politici che hanno influenzato il modo di vivere sulla terra?
 
Fase tre:
Dopo aver completato le fasi uno e due, ora hai le materie prime da cui creare la storia del tuo rapporto con la natura. Cerca di andare oltre alle note che hai buttato giù. Rifletti su ciò che è più significativo, su ciò che più ti stimola. Prendi nota della questione principale: 
Perché, prima di ogni altra cosa, sei arrivato a dare importanza alla natura? 
Non c'è una risposta corretta a questa domanda. È possibile che tu dia molto valore alla natura, o molto poco; e il valore che ora gli dai potrebbe cambiare in futuro. Ma l'obiettivo ora è semplicemente quello di raccontare la tua storia, qualunque essa sia, motivando quello che per te è il valore che dai alla natura. Tenendo ben presente questo, allora, descrivi in 5 pagine la storia del tuo rapporto con la natura.
 

Fase quattro:

Dopo aver terminato di scrivere questa sorta di "autobiografia", considera le seguenti domande:
Come hai imparato a dare un valore al mondo naturale? 
C'è qualcosa  nella tua storia che ti ha  sorpreso?
Cosa, più di ogni altra, è stata la molla  che ti ha spinto a dare un valore al mondo naturale? E su cosa si basa il tuo modo di vedere le questioni ambientali?
Sei soddisfatto del tuo rapporto con il mondo naturale? 
Ci sono aspetti del tuo modo di pensare che ti piacerebbe approfondire?

Ora sei invitato a leggere ad alta voce ad un amico o compagno un passaggio chiave dalla tua storia.

 

lunedì 27 ottobre 2014

etica ambientale: gli orti urbani


Là dove c'erano sterpaglie e spazzatura ora ci sono gli orti urbani. All'ombra del Cupolone

Appezzamenti assegnati all'interno di parchi e giardini pubblici spesso abbandonati a loro stessi e rinati grazie all'impegno dei cittadini. A Roma gli spazi dedicati agli agricoltori metropolitani sono 150. Tra questi anche il "set" di Brutti, sporchi e cattivi

di ELIS VIETTONE

 


"HO BISOGNO di far crescere qualcosa, stare a contatto con la natura, staccare dal rumore del traffico": gli occhi di Matteo brillano mentre spiega come è arrivato all'assegnazione temporanea degli orti urbani nel parco di Monte Ciocci, a due passi dal Vaticano, con vista sulla cupola di San Pietro. "Proprio qui, dove Nino Manfredi recitò in Brutti sporchi e cattivi di Ettore Scola, noi faremo crescere zucchine, carote, peperoni, rughetta, fragoline di bosco", favoleggia il pasticcere romano di 30 anni, che ammette "non ho la minima esperienza di agricoltura".

Immaginare qui dei filari ordinati è ancora difficile: rovi, erbacce, alberi secchi da estirpare, il terreno da livellare, l'impianto di irrigazione da attivare e tutti gli altri lavori, prima di poter raccogliere qualcosa. Così anche nel cuore della Città eterna spuntano i primi appezzamenti all'interno di parchi e giardini pubblici, concessi gratuitamente ai cittadini per la coltivazione di frutta, verdura e non solo.

A 10 anni dalla nascita del primo orto urbano in Italia, a Brescia, moltissimi Comuni hanno accolto le crescenti richieste della popolazione di sfruttare aree incolte, con il doppio beneficio di salvarle dall'incuria e renderle produttive. Oggi gli 
orti urbani a Roma censiti dallo Uap, unione architetti paesaggisti, sono oltre 150 e riuniscono più di 5000 "ortisti". "Sono ottimista e credo che entro la fine dell'anno riusciremo a far approvare il regolamento dall'Assemblea capitolina", spiega Paola Marsi, responsabile dell'Ufficio orti urbani del Comune. "L'ho elaborato insieme alle associazioni e comitati di cittadini, tenendo conto delle loro esigenze. Ora dovrà essere esaminato dai municipi e in seguito votato", prosegue Marsi. "Tra i punti più importanti prevediamo concessioni di sei anni, il divieto di costruire manufatti ma solo capanni provvisori per gli attrezzi, e soprattutto finalità non a scopo di lucro. Il problema cruciale è quello dell'approvvigionamento idrico dove non è già presente l'allaccio alla rete ma ci stiamo lavorando", conclude la naturalista.

La passione per questa attività che richiede costanza e dedizione ha fatto incontrare abitanti della stessa zona che spesso nemmeno si conoscevano, restituendo loro uno spicchio di sentimento di collettività. "C'è voluto qualche tempo per avviare il tutto ma l'idea di curare i prodotti della terra mi ha dato forza", prosegue compiaciuto Matteo. "A partecipare al bando del Comune siamo stati in 15, tra cui la moglie di un dentista, un fotografo, un ex dirigente di banca. Abbiamo creato un'associazione e ora qui nasceranno altrettanti piccoli lotti da coltivare".

Ortisti di quartieri diversi si scambiano pratiche e suggerimenti: "Siamo in contatto con gli orti del Parco di Tre Fontane all'Eur. Con tre anni di esperienza alle spalle, hanno creato un angolo di paradiso, con fiori, zucche, uva, un orto didattico per le scuole, una zona relax con un pergolato e arnie per la produzione del miele. Anche noi contiamo di metterle", conclude Matteo che torna alla sua zappa. L'intero parco di Monte Ciocci ha visto, a partire dal 2003, una mobilitazione di cittadini che ha portato al recupero dell'area verde, aperta poi al pubblico nel luglio 2013. Grazie al lavoro del 
Comitato Monte Ciocci, che oggi conta circa 600 iscritti, e all'intervento dell'amministrazione comunale, dove c'erano solo sterpaglie e canneti, spazzatura e sporcizia, si snodano oggi vialetti, piante, un bar che dovrebbe presto aprire i battenti e una pista ciclabile di sei chilometri che arriva fino a Santa Maria della Pietà, con un panorama mozzafiato della capitale e del cupolone di Michelangelo. "Non ci siamo arresi, convinti che se i cittadini si danno da fare le cose possono davvero cambiare", racconta entusiasta Orchidea De Santis, ex attrice, ora una delle portavoce del Comitato, una vita dedicata alle tematiche ambientali: "L'inerzia è il male del nostro tempo".

L'attenzione per l'estetica della città, dal punto di vista ambientale e paesaggistico, è diventato anche un business per i costruttori. Lo conferma il progetto 
Horti della Marcigliana
presentato lo scorso 2 ottobre dal gruppo Batelli che, come ha dichiarato l'architetto Eugenio Batelli, ex presidente dell'
Acer, l'associazione dei costruttori di Roma e provincia, è il primo di questo genere in Italia. L'aspetto nuovo di questa pianificazione è che accanto all'edilizia abitativa sono previsti 150 orti dotati delle necessarie infrastrutture, che saranno accordati in parte ai residenti di Settebagni, in parte agli acquirenti degli appartamenti del complesso residenziale.