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domenica 3 dicembre 2017

Architetto Ugo Arioti - XX° S Palermo

1) Lungomare Sferracavallo

2) Nuovo Liceo Meli, Via Aldisio






3) Scuola materna a tre sezioni - Partinico (PA)

giovedì 25 agosto 2016

Identità culturali e aree metropolitane

   



Identità culturale e area metropolitana -   

Identità culturale e disegno del territorio sono, da sempre, la decodificazione e materializzazione del pensiero umano sul luogo dove risiede e vive, o, semplicemente, lavora.
Ragioniamo, allora, su questi due cardini, o, se avete altre visioni particolari, “piani paralleli”, della città contemporanea. Il tema dell'identità culturale è fondamentale per uno sviluppo “armonico” del territorio. Cos’è?, in parole povere, è il catalizzatore della cultura degli uomini in un luogo. Ricollegandomi al pensiero “classico” potrei dire che è la cultura degli uomini che abitano una regione geografica definita da confini naturali e che si amalgama con le potenzialità del luogo creando quello che i romani hanno battezzato: Genius Loci.       
    Da questo "centro" si sviluppa la trama urbana, il suo disegno etnostorico: quello che leggiamo quando visitiamo un paese e ci immergiamo nelle sue aree più "sincere", i mercati. L'altra parallela che dobbiamo considerare, in questo ragionamento sull'identità, è quella dell'area metropolitana.
Cos’è l’area metropolitana?

L’area metropolitana è una zona circostante un'agglomerazione (o una conurbazione) che per i vari servizi dipende dalla città centrale (che chiamiamo per definire l'innesco del sistema: metropoli) ed è caratterizzata dall'integrazione delle funzioni e dall'intensità dei rapporti che si realizzano al suo interno, relativamente ad attività economiche, servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. 
   Elementi necessari affinché esista una vera e propria area metropolitana sono, in particolare, la presenza di una rete di trasporti che colleghi tra loro i diversi ambiti urbani e la presenza di forti interazioni economico/sociali/culturali all'interno dell'area stessa.
    È difficile individuare un chiaro confine dell'area metropolitana perché questo, spesso, è dato proprio dall'esistenza di forti interazioni tra le diverse parti che compongono l'area metropolitana (grande città e cittadine o paesi del circondario individuato come area metropolitana che gravitano sul centro principale).
   Le amministrazioni locali dei centri minori dell'area, gioco forza, devono delegare, molte volte,  parte delle proprie competenze ad un coordinamento centrale che superi gli ambiti locali al fine di garantire una corretta ed economica gestione dei servizi essenziali dell'area metropolitana. 
    In questo caso, laddove esiste un ente di coordinamento centrale, è possibile avere una chiara indicazione dei confini dell'area metropolitana, almeno dal punto di vista legislativo/esecutivo.
    Come è chiaro, allora, non ci sono e non sono stati creati i presupposti socio/culturali per l'integrazione e l'interazione tra le parti, ma parametri economici che rendono obbligatoria una maggiore disponibilità di tutti a partecipare a un servizio a sistema unico come quello dei trasporti e della raccolta dei RSU.
     Questo, naturalmente è un limite, seppur necessario, che pone tutte le città italiane nella condizione di una crescita disordinata e caotica. 
      Mi sposto, ora, nuovamente sul versante dell'identità culturale, perché credo che sia questa la chiave di lettura che i sindaci e gli amministratori dei comuni italiani devono ricercare, e la devono trovare, partendo da un fattore comune a tutti: la presenza di un vastissimo patrimonio storico - culturale.   
     Il tema dell’identità è diventato, oggi, un tema sempre più ricercato dagli urbanisti e dai tecnici della pianificazione territoriale. Spesso, però, viene posto come obiettivo finale delle politiche urbane e territoriali. Ciò, naturalmente, perché per molti dovrebbe risolvere le politiche dell'amministrazione locale, ... è, di più, un tema ricorrente nella ricerca scientifica, nei dibattiti pubblici, perfino tra la gente comune che non si interessa ai problemi filosofico-urbanistici, ma che vede nel luogo dove ha sviluppato la sua vita il centro del suo "piccolo universo", non incline a sperimentazioni dottrinali che, spesso, finiscono per creare i grandi guasti delle città metropolitane: periferie squallide e uguali, senza identità e, talvolta, anche senza servizi.
    Basti ricordare, ad esempio, i grandi interventi sulle cosiddette “centralità” a Roma, gli interventi in zona Garibaldi a Milano o gli interventi per le Olimpiadi invernali a Torino, dove spesso  le politiche pubbliche assecondano, soltanto, le grandi operazioni immobiliari. Realizzazioni che, non solo cambiano radicalmente e direttamente il volto della città, ma – come tutti i meccanismi di valorizzazione economica – determinano trasformazioni indirette ancor più radicali, influendo sull’andamento del mercato immobiliare e causando i grandi processi di espulsione della popolazione e di trasformazione sociale (con il connesso, spesso doloroso, fenomeno degli sfratti).

  Nel suo saggio sulle identità urbane: pratiche, progetto, senso dei luoghi, Maurizio Carta, ci ricorda che: "I problemi legati all’identità esplodono proprio in quei contesti urbani dove “si perde l’identità”, dove le tensioni trasformative sono più forti e si traducono in conflitti accesi. Tant’è che la presenza di importanti e significativi movimenti urbani e la formazione di comitati e associazioni locali sembrano spesso, più che (o non soltanto) l’espressione di un tessuto sociale attivo, consistente e radicato in culture e dinamiche preesistenti, il segnale di quanto questo tessuto si senta minacciato e reagisca in qualche modo alle trasformazioni che sente sempre più incalzanti e inarrestabili. Ne sono esempi il quartiere San Salvario a Torino, il quartiere Isola a Milano, il rione Monti a Roma, San Berillo e il Quartiere Fiera a Catania, il Quartiere Brancaccio a Palermo,".
     Ciò ci porta, quindi, a parlare di identità e contesti urbani socio/culturali, perché la conformazione degli spazi influisce fortemente sull’identità, ma analogamente i processi sociali e culturali conformano gli spazi. Cosa che già il nostro antropologo e medico palermitano, Giuseppe Pitrè, ai primi del Novecento aveva capito, indicando nella cultura popolare un patrimonio immateriale da tutelare e valorizzare. Certo, non è un parametro o una variabile semplice e univoca, ma si tratta di un rapporto biunivoco, che va  oltre la locuzione “fatti sociali formati nello spazio” (Bagnasco, 1994) che ha poi avuto fortuna in Italia negli anni ’90, ma che ancora interpreta lo spazio come uno “sfondo” o che comunque mantiene separate le due dimensioni, quella spaziale e quella sociale in dipendenza dell'unica linea politica scelta dal sistema "Occidentale" del Mercato libero: La Finanza generale (non l'economia territoriale). 
    E qua, rifacendomi proprio agli studi del Pitrè e di Salvatore Salamone Marino, che indicano la strada principale nella salvaguardia e valorizzazione del patrimonio immateriale voglio fare un accenno all'identità e agli immaginari urbani. 
   Non bisogna sottovalutare le dimensioni immateriali che influiscono sulla formazione delle identità e sul progetto urbano. Importante è sottolineare la rilevanza degli immaginari urbani e delle rappresentazioni sociali, sia quelle prodotte localmente nell’ambito delle collettività interessate, sia quelle prodotte in contesti più allargati riguardo ad ambiti specifici. Perché, detto in parole povere, anche la città e l'area metropolitana si comporta come un accumulatore di culture e di pensieri. Tutti possiamo pensare ad  un suo specifico territorio, un quartiere  e, di quello, ne dichiariamo le nostre idee e tabù e, allo stesso tempo, dal quartiere, la gente che lo abita, crea le sue immagini del centro ... più storico, più commerciale, più ufficiale ecc. ecc...
      Il discorso, come si può constatare da questi brevi appunti che vi sto esponendo, è vastissimo e si presta a interpretazioni e interventi multidisciplinari e diversi. Vorrei, allora, riportarlo al suo inizio e concludere! Abbiamo visto che è il luogo che crea una sua gerarchia di rapporti ed è l'uomo che genera i piani su cui questi rapporti trovano sviluppo e soluzione. Che il danno della funzionalità urbana e della sua Economia finanziario/immobiliare ha, sempre più spesso, trasformato queste aree in dormitori e contenitori disordinati di cose che non hanno un identità precisa. Questo è sotto i nostri occhi, ma vediamo, al contempo, che questo disagio crea dibattito e antagonismo con il potere centrale, quindi porta verso una nuova o, semplicemente, diversa interlocuzione amministrativa. 
     Infine, riscopriamo, che è la valorizzazione di questo immenso patrimonio immateriale di culture popolari che va tutelato e valorizzato. Perciò, permettetemi di tirare le fila del discorso dicendo che  si intravede l’opportunità di una riflessione interdisciplinare spinta ad interpretare l’identità in termini di un processo evolutivo, in cui interagiscono componenti ambientali, urbane, sociali e culturali. 
     Abbiamo visto come su questo incidono non solo le componenti legate alla memoria e all’identità storica, ma anche quelle derivate  dalle forme di appropriazione materiale e simbolica, dai processi di significazione, dalle "idealizzazioni" sociali e dagli immaginari collettivi.
    Il problema, dell'area metropolitana e della sua identità, quindi non è  la mancanza di identità, scusate il gioco di parole, in sé e per sé, o l’identità minacciata, o la resistenza ai processi di omologazione globale, tutti fenomeni che pure possiamo facilmente riscontrare nei processi di costruzione della città contemporanea, quanto piuttosto la problematicità delle forme di espansione e riappropriazione di quella capacità progettuale che è già diffusa nel tessuto sociale. 
     Scusatemi l'impertinenza, ma noi siamo talmente ricchi di identità storico culturali che potremmo ridisegnare da capo le nostre città, solo ripartendo da questa eredità attivata, questa volta, dal dibattito culturale territoriale, sviluppato su base paritaria e non obbligato a regole fisse che servono a incrementare o svalutare il costo delle aree metropolitane! La Legge urbanistica del 1942, se da un lato è servita a organizzare la ricostruzione, dall’altro ha cancellato con gli standard unici il meccanismo di riappropriazione identitaria dei luoghi attraverso la cultura dei popoli insediati.
Allora, se, da una parte, è pericoloso pianificare e progettare l’identità, o con l’identità, dall’altra, l’obiettivo che si pone al pianificatore attento è piuttosto quello di favorire le forme e i processi di riappropriazione materiale e simbolica della città, sia in termini partecipativi (cittadinanza attiva), sia in termini di modalità e pratiche concrete di costruzione della città e di definizione dei luoghi che non devono essere legati solo da sistemi macroeconomici e servizi.
    Grazie, per la pazienza, Ugo Arioti architetto

giovedì 14 aprile 2016

Renzo Piano, la bellezza ci rende migliori

Renzo Piano, la bellezza ci rende migliori

Architetto, leggerezza una mia fissa guardando porto di Genova



(ANSA) - ROMA - "La bellezza e' utile, non e' un'idea romantica, la pensano cosi' solo gli sciocchi. La bellezza aiuta a rendere la gente migliore e a cambiare il mondo. Non lo fa tutto insieme ne' una persona sola ma goccia a goccia". Cosi' Renzo Piano durante uno degli Incontri ravvicinati della Festa di Roma, in una conversazione con il direttore Antonio Monda, in una affollata Sala Petrassi.
Piano, che parlava in un luogo da lui stesso progettato, l'Auditorium Parco della Musica, ha raccontato il suo mestiere, la sua idea di architettura, le analogie con il cinema - "a cominciare dal fatto che sono due mestieri avventurosi e pericolosi" - e le sue origini. "Le radici sono il tuo vissuto, un terreno fertile straordinario. E tutta la vita continui a ripassare una storia che ti appartiene, basta non costruirci sopra castelli di retorica, autobiografie, basta insomma non pensarci, ma sapere che quel mondo local e' diventato il tuo universale, il tuo timbro, che non significa stile, che invece e' un'idea cretina, banale e commerciale. Io ad esempio sono nato e cresciuto a Genova e il mare e' sempre stato il mio orizzonte, la mia voglia di avventura e di scoperta. Forse da li' e dal porto di Genova, il mio porto dove tutto galleggia e vola, deriva la mia fissazione di leggerezza, di sfida della forza di gravita'". Nel corso della conversazione, cominciata con una sequenza di 'Zabriskie Point' di Antonioni, Piano ha mostrato alcune immagini di suoi lavori, tra cui lo studio per la realizzazione a Los Angeles del nuovo teatro europeo degli Academy Studios di Hollywood. (ANSA).

martedì 10 novembre 2015

Il teatro Politeama Garibaldi in Piazza Castelnuovo alle spalle di Ruggero Settimo


Il teatro Politeama Garibaldi in Piazza Castelnuovo alle spalle di Ruggero Settimo  

“Felicissima Palermo! Città ricca di Storia e Arte e teatri! Cca ci suunu jardini ca profumanu d’ammuri e d’Eternu e ci sunnu cristiani boni e critiani tinti, ma tutti sunnu vistuti a festa nna sta città ca sta nto centro du Munnu!” Don Giuseppe, un mio antenato, luogotenente e amministratore del Marchese di Rudinì, lo diceva sempre al suo amico francese Simon D’Orleans, passeggiando per via Emerico Amari in direzione di piazza Castelnuovo. A un tratto fermò il calesse si alzò in piedi sul cocchio e indicò all’amico la grande struttura che si ergeva davanti a loro. “Vedi Simon, è qui che appari nella mente di Giuseppe Damiani Almeyda, architetto palermitanissimo, l’immagine epica, con le sue raffinate linee di un bellissimo Teatro situato sulla Piazza Ruggero Settimo … “.

Il problema era che ieri come oggi, il comune non aveva tutti i fondi per costruirlo e che qualcuno aveva già messo le mani avanti e lo voleva come centro commerciale piuttosto che luogo dedicato al teatro. Ma la spinta risorgimentale e massonica del nuovo corso garibaldino impose alla città di innalzare un monumento al nuovo che avanzava con le sue aspettative e i suoi voli pindarici. Fu proprio il Marchese di Starabba che fece feconda l’impresa!

“Buongiorno ingegnere, sono Carlo Galland, l’idea di fare un teatro nel cuore della città nuova, mi piace! Noi siamo impegnati nel sostenere l’arte e la cultura in questa città e non verremo meno a questo nostro principio ora che ci sono i disegni e il piano d’arte dell’architetto Damiani. Penso che lo potremmo chiamare: Politeama! Uno spazio di cultura per il teatro e le arti.”

Nel 1869 e 1870 sorgono dei problemi tra il Municipio e l’impresa Galland, ma si decide di proseguire l'opera, eliminando tutti i lavori di abbellimento. Il cantiere inoltre era stato chiuso per qualche tempo per fare delle verifiche sulle condizioni statiche dell’edificio. Essendo stato trovato tutto a perfetta regola d’arte fu riaperto e si proseguì con i lavori. Il teatro era stato progettato come teatro diurno all’aperto, ma fu in un secondo tempo deciso di realizzare una copertura. Nel giugno 1874 fu inaugurato anche se incompleto e ancora privo di copertura, la prima rappresentazione fu I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Quest'ultima, considerata per l'epoca opera di grande ingegneria, venne realizzata in metallo dalla Fonderia Oretea nel novembre del 1877. Gli ultimi lavori, di abbellimento, furono realizzati nel 1891 in occasione della grande Esposizione Nazionale che si teneva quell’anno a Palermo. L’inizio del nuovo secolo della tecnologia nella capitale normanna, vide sorgere, sul frontale del tempio costruito dall’impresa Galland, una serie di eroi bronzei di fattura pregevole opera dello scultore Civiletti.

Cavalli e cavalieri, una piccola armata a difesa del Politeama Garibaldi! Sono ancora la, sul frontale del tempio immaginato da una collettività creativa e feconda! Penso che difendono lo spazio della vita dedicato all’uomo nella sua interezza (in corporis Spiritu).

 

Ugo Arioti

lunedì 16 settembre 2013

LE CASE DI TERRA (1) Architettura sostenibile e ambientale contemporanea


IPOGEI CONTEMPORANEI – Architettura           Ugo Arioti

LE CASE DI TERRA    (1)       - Definizione -

« La casa di terra è un edificio flessibile che può essere adattato
ai desideri di ciascun proprietario, per rispondere così alle esigenze
di individualità, costruzione conforme alle norme ambientali e  

coscienza energetica. »
(M. Edelhart, Das Erdhaus: Handbuch für Architekten und Bauherren
(la casa di terra: manuale per architetti e committenti), Vienna 1983, pag.9)

DEFINIZIONE TECNICA:

Le strutture, concepite come volte "integrali", possono essere prefabbricate in rigidi pezzi singoli oppure possono essere realizzate con procedimenti di stampaggio ad iniezione su reti metalliche. Le volte in calcestruzzo a proiezione consentono forme libere ed organiche che garantiscono ambienti ricchi di luce. Il procedimento di stampaggio ad iniezione è stato impiegato per la prima volta all’inizio del XX secolo. Il naturalista statunitense Carl Akeley, nel 1911, brevettò uno strumento con cui era possibile spruzzare cemento a grani fini. La tecnica del calcestruzzo a proiezione viene impiegata principalmente nelle opere di fondazione e nella costruzione di tunnel, mentre nelle costruzioni in superficie viene impiegata sostanzialmente negli interventi di risanamento del calcestruzzo. Pioniere dell’uso della tecnica del calcestruzzo a proiezione nelle costruzioni in superficie è stato Friedrich Kiesler con il suo progetto Unendliches Haus ("casa infinita"). Ad usare nuovamente questo procedimento e ad ottimizzarlo è stato l’architetto svizzero Peter Vetsch che con l’ausilio di questa tecnica ha costruito oltre 40 costruzioni di questo tipo. Con questa tecnica, il calcestruzzo a proiezione viene applicato su una rete metallica stirata a maglie strette saldata su armature portanti. Queste vengono piegate e formate in base alla forma della casa prevista. All’esterno, sulla volta, viene spruzzato uno strato spesso 20 cm di schiuma rigida di poliuretano, isolante termico. Sopra viene posata una stuoia e la struttura viene ricoperta con uno strato di terra da 50 cm a 3 metri. Le pareti interne di una casa di terra sono dotate di un intonaco argilloso. Questo consente un equilibrio di umidità ideale; esso, infine, viene verniciato con tinte a calce naturali.

(continua)

martedì 14 maggio 2013

Cantieri scuola: recupero di beni culturali in tempo di crisi

Cantieri scuola: recupero di beni culturali in tempo di crisi
 

Stiamo vivendo la peggiore crisi economica e produttiva dal dopoguerra ad oggi in Italia e tutti si preoccupano di tagliare spese e di “razionalizzare” i bilanci pieni di buchi come una forma di groviera. Io penso che la crisi, che vuol dire tempo del cambiamento, deve essere capitalizzata per migliorare le nostre potenzialità operative e culturali. Ho, per questa ragione, cominciato a guardarmi intorno e a ricercare e trasmettere, ruolo che l’Associazione ha nei suoi scopi fondanti, nuove soluzioni e progetti pilota per arrivare a mettere i piedi e la testa in movimento. Naturalmente il nostro primo pensiero va ai giovani e per questo la manifestazione che si è svolta a Vicenza il 16 aprile di quest’anno, nell'ambito della rassegna internazionale KOINÉ, il workshop "Cantieri scuola e laboratori didattici: esperienza formativa e possibilità concreta di recupero di beni culturali in tempo di crisi", che illustra ed analizza le potenzialità di un approccio al restauro che coniuga la formazione professionale sul campo con la necessità di operare con risorse oggi spesso limitate ci è parsa utile e significativa. Esperienze di cantieri-scuola recentemente promossi nel campo della salvaguardia e manutenzione dei monumenti per dare una formazione ai giovani. Il recupero di beni storici ed artistici può essere realizzato anche mediante “cantieri scuola” che permettano di rispondere alla sempre maggior richiesta di formazione di giovani “sul campo” e nel contempo di mantenere contenuti i costi di interventi altrimenti difficilmente realizzabili. L’intento prioritario dell’incontro è dare una risposta ai quesiti che spesso vengono posti da proprietari o amministratori di beni artistici ed architettonici sul tema, ed illustrare con casi ed esempi concreti la buona riuscita e fattibilità di queste esperienze. Saranno illustrate tutte le fasi necessarie alla realizzazione di questi interventi: dal progetto iniziale e successivo iter di autorizzazione degli enti di tutela, all’identificazione delle caratteristiche professionali delle persone di riferimento per la direzione tecnica, garanti dell’intervento, alla scelta sul territorio dell’ente formativo più idoneo a gestire l’attività, fino alle figure dei partecipanti all’iniziativa. Sarà inoltre affrontato un tema di importante attualità come l’emergenza terremoto in Emilia con la partecipazione della Direzione Regionale per i beni culturali e paesaggistici dell’Emilia-Romagna: i primi interventi d’urgenza sui beni artistici resi possibili in tempi brevi da un accordo tra le istituzioni e le scuole di alta formazione.” Questo ci hanno raccontato gli operatori pubblici e privati presenti e ci sembra un buon punto di partenza.
Ugo Arioti

venerdì 19 aprile 2013

I mammut estinti organizzano la vita dei giovani elefanti, architetti e società


Ordini professionali, chi rappresenta gli architetti?

di Eleonora Carrano - 16 aprile 2013

Una delle cause dell’attuale debolezza della figura professionale dell’architetto risiede nell’ambiguità e nella crisi della sua rappresentanza. Si stenta a capire come sia possibile, nell’infinita gemmazione di organismi regionali – Cup, Consulte e Federazioni, Cna, Ordini provinciali e Fondazioni private, sigle sindacali, associazioni più o meno libere e organizzate – che le necessità e le emergenze di questa categoria rimangano pressoché inascoltate.

L’inesistenza di una adeguata rappresentanza si spiega con la clamorosa e paradossale contraddizione in termini, che vede il Cna e gli Ordini Provinciali (privi di potere sindacale) dialogare con i governi, ed incidere – con decisioni calate dall’alto – sulla vita professionale dell’architetto, senza che quest’ultimo sia neppure consultato e abbia diritto di parola.

Infatti, come noto, l’Ordine provinciale è un ente di diritto pubblico posto sotto la vigilanza del ministero della Giustizia. Esso svolge il ruolo di magistratura di terzo grado, avente il fine di garantire la qualità delle attività svolte dai professionisti, con il compito di tenere aggiornato l’albo e il codice deontologico, tutelando la professionalità della categoria. Il Cna invece, è un organismo istituito presso il Ministero della Giustizia con la Legge n. 1395/23, che non dovrebbe svolgere altro che funzioni di seconda magistratura con riferimento alla deontologia, e del quale non si capisce la ragione di esistere, neppure scorrendo il profilo informativo del sito ufficiale, dove si legge, come unico e incerto indizio, che “assume delle determinazioni al fine di fornire il proprio parere e la propria interpretazione in merito a provvedimenti e leggi concernenti l’esercizio della professione”.

Ricapitolando: gli Ordini provinciali , (ben 105 distribuiti su tutto il territorio nazionale) – che dopo il DPR 137/2012 possono tenere esclusivamente l’albo e organizzare la formazione continua, assieme al Cna organismo (ricordiamolo) con sole funzioni di seconda magistratura – dialogano (!) con i governi e decidono su questioni strategiche, quali l’eliminazione delle tariffe minime, la formazione obbligatoria continua, l’adesione al Codice degli appalti e sull’appalto integrato, il sistema delle gare di progettazione e la legge della qualità dell’architettura.

Non deve stupire allora, che esista un concreto e urgente problema della rappresentanza degli architetti in presenza di un tale sistema perverso, controverso e contrario ad ogni criterio di trasparenza: è conclamato che le difficoltà che si trovano ad affrontare oggi gli architetti siano originate proprio dal Cna e dagli Ordini provinciali; o meglio, dallo sconfinamento delle loro reali funzioni istituzionali, nel momento in cui dialogano con i governi, senza – dobbiamo supporre, considerati i i risultati – le dovute, necessarie competenze, capacità critiche, deleghe di rappresentanza. E senza nemmeno la capacità (o la volontà?) di rendicontare in modo trasparente quanto comunque determinato.

In questo limbo di pertinenze, gli architetti rimangono sospesi senza diritti, senza tutele e senza voce. Non possono e non sanno a chi rivolgersi: tartassati dalla recente e iniqua riforma Inarcassa, che non ha trovato opposizione reale tra chi, pur interloquendo in rappresentanza con i governi (senza essere sindacato), sta decidendo comunque della vita professionale di 150.000 architetti senza interpellarli.

Come se non bastasse, ad alimentare la confusione e ad aumentare le spese degli iscritti – oltre all’inutile e oneroso pachiderma Cna – ci hanno pensato i Consiglieri e Presidenti dei maggiori Ordini provinciali di turno, che, per assecondare le proprie ambizioni, (chi più, chi meno in buona fede) hanno dato corso, negli anni, ad una progressiva quanto inesorabile metamorfosi degli Ordini, che li ha portati a distanze siderali dalla loro vocazione originaria e dalle disposizioni. Come nella riproduzione agamica degli organismi unicellulari, gli Ordini hanno triplicato le loro spese distribuendo a piene mani deleghe, consulenze e funzioni: si sono dotati di società private, canali televisivi, librerie di architettura, case editrici e persino di associazioni ludiche e squadre di calcio; da ultimo, delle Fondazioni private, nell’insensata rincorsa alla Formazione obbligatoria a pagamento. Il tutto rigorosamente con le quote degli iscritti e contro ogni prescrizione di legge; risulta francamente difficile capire come tutto questo proliferare di discutibili iniziative possa aver giovato alla professione, visti gli esiti, di cui peraltro paghiamo le conseguenze.

Quanti ancora individuano nel potenziamento delle funzioni degli Ordini provinciali la soluzione del problema della rappresentanza degli architetti, non possono che arrendersi all’evidenza: essi sono l’incarnazione di un pasticciaccio tutto italiano che trasuda furbizia, provincialismo e corporativismo da ogni singola propaggine; sono l’espressione più fedele e radicata delle pastoie che frenano il sistema Italia.

Realisticamente e paradossalmente, non ci rimane che un’unica, sensata possibilità: liberarcene. Abolire – cioè – il Cna; svuotare gli Ordini riducendoli di numero, accorpandoli, limitandone tassativamente le funzioni al mantenimento dell’albo con una quota obbligatoria minima e delegando la deontologia al Ministero della Giustizia, (a garanzia anche dell’applicazione reale delle norme e delle sanzioni deontologiche ).

Una simile opzione rappresenta l’unica via di uscita per tentare di ricostruire una significativa rappresentanza degli Architetti, con la quale farci ascoltare e provare ad uscire dalle sabbie mobili in cui da troppo tempo siamo costretti e immobilizzati.

 

mercoledì 10 aprile 2013

E' morto a quasi 94 anni Paolo Soleri l'arcologo!


 
L’ultimo grande idealista architetto, allievo e antiallievo, amico e rivale di Frank LLojd Wright, Soleri, si è spento alla veneranda età di 93 anni. Sul sito web  di Arcosanti, potete trovare il prototipo di città ideale da lui stesso creato nel 1970 in Arizona (a 70 chilometri da Phoenix). Paolo Soleri è stato l’anima, con la moglie Colly e con i 7.000 volontari che l’avevano messa in piedi, di quel prototipo di città ideale scaturita dai principi dell’arcologia, fusione perfetta di architettura e ecologia in salsa liberista (molto americana) e con un tocco di filosofia new age. Un sogno che riesce ancora ad attrarre cinquantamila visitatori all’anno, tra studenti e semplici curiosi affascinati da quell’idea di universo metropolitano nel cuore del deserto. Un fenomeno al confine tra la libera visione e il visionario scenario di un mondo che è ecologico perché lo deve essere, anche per fini di produzione culturale e ideale. Soleri era nato a Torino il 21 giugno 1919, dove nel 1946 si era laureato in architettura al Politecnico. Un anno dopo, nel 1947, decise di trasferirsi negli Stati Uniti dove conoscerà e frequenterà Frank Lloyd Wright: per due anni lavorerà nel suo studio a Taliesin West che lascerà «per sostanziali divergenze rispetto alle concezioni urbanistiche». Nel 1950 tornò in Italia e progettò la fabbrica di ceramiche Solimene a Vietri sul Mare (Salerno), una delle poche architetture che di fatto Soleri riuscirà a trasformare in realtà (con riferimento al periodo in cui collaborerà con Wright resta  solo il progetto per un ponte oggi al Moma). Un’architettura che guarda in modo inequivocabile al sogno mettendo insieme la lezione di Wright con la passione per Gaudì e con l’esperienza degli artigiani locali della ceramica (la passione per la manualità si ritroverà peraltro nelle sue Wind bells che diventeranno il simbolo di Arcosanti e che oggi vengono vendute con grande successo al gift shop della città ideale).
Ugo Arioti
 

sabato 16 giugno 2012

ARCHITETTURA E FILOSOFIA

ARCHITETTURA E FILOSOFIA
di Ugo Arioti
fa parte di una serie di scritti di prima del XXI Secolo era il XX quasi XXI

1.1 Chi conserva l’anima nel bagno razionalista non può godere del mare, della natura libera, del bacio del sole.
Lui costruirà una rete modulare per dividere il sole in quartini ed erediterà le macerie delle guerre per farsi spazio, allontanando il mare.
L’Amministrazione Pubblica della nostra città (Palermo, si è proprio Lei, la signora punica sdraiata all'ombra della santuzza), che come tutti ben sanno, per ora è molto impegnata, date le vicine elezioni, su problemi dell’ecologia e di territorio, ha deciso di fare della zona compresa tra la Via Alloro (ex), la Via Butera, la Magione e Via Garibaldi (fu ferito), un parco nazionale; vi si potranno ammirare moltissime specie in aumento progressivo di Rattus Palermitanus Cornutus fra gli animali e di Ortica Disgraziatas, fra le piante.

1.2 IL SOGNO E LA MEMORIA
L’uomo è il padrone del mostro.
Mi occuperò di un argomento vecchio come tutti gli altri che conoscete già; la vostra paura del buio, come la mia, ha per molti versi lo stesso segno, ci differenziano le sfumature. Per semplicità basta un manichino dipinto in una galleria buia, per parlare di mostruosità e paura. Ma dov’è il mostro? È una bestia rara? Siamo noi.
Come lo preferite, lo possiamo costruire grande e grosso, come King Kong; cova dentro di noi e nel buio delle nostre case di pietra, scava la nostra anima fino a farne emergere ogni mostruosità più morbosamente nascosta alla luce.

1.3 LA TRASGRESSIONE

C’era una volta il Rinascimento, dicono, e proprio allora i pittori riuscirono ad impadronirsi della profondità, e chiusi nella gabbia prospettica, scoprirono contemporaneamente che era facile riempirla di mostri, deformando il quadro con le stesse leggi della prospettiva.
Ci sono forse dei momenti in cui si ricorda che il linguaggio sul mondo non è il mondo, che tutto ciò che vediamo potrebbe essere diverso, che tutto ciò che possiamo descrivere sia diverso, che non c’è nessun ordine a priori nelle cose.

1.4 METAMORFOSI
Nasconditi dietro di me, mimetizzati col cielo, cambia forma per piacere a Lei. La mimesi è tua, uomo!
La forma, la materia, il suolo sono argomenti fertili per la tua voglia di mimetizzarti nel tuo abito di memorie, quelle da ricordare.
Così hai cominciato a cambiare l’ambiente che ti circondava per dare un senso al tuo pudore.

1.5 METAMORFOSI “B”
Uscire dalla tua città di pietra per entrare nell’irreale, per scoprire nuove sensazioni represse prima.
Metamorfosi perché vuoi che il tutto si trasformi e ti appaia, come in un sogno, una realtà nuova che possa dare fine alla città costruita dall’uomo-mostro, pronto sempre a decidere sulle sorti dell’umanità; pigro e ormai lontano dal sogno.
Metamorfosi perché il sorprendente, il fantastico è il desiderio di tutti, ma da molti conosciuto solo inconsciamente.

1.6 L’AMBIGUITA’ DEL SORPRENDENTE
Quante volte ti è capitato di passare per una strada e notare qualcosa che ti sembra di avere già visto, e ti ritornano alla mente una serie di immagini, quasi come se avessi vissuto un’altra vita. Questi stimoli, alla fine, ti portano a scoprire nuove cose, nuove immagini, anche se non concrete, ma non riesci a metterle insieme finché poi ti ritrovi intorno le solite cose.
Interesse alle superfici e poi alle forme e poi ancora ai colori di qualcosa che ti appare sul paesaggio e che colpisce la tua immaginazione. Poi improvvisamente ed in conseguenza ecco la curiosità di scoprire al di là quello che immagini e quello che non immagini.
I tuoi pensieri sono annullati ed il sorprendente ti appare come stimolo alla tua mente.
É probabile vedere dietro la tenda, in una luce soffusa, mentre fermo sei ad aspettare l’autobus; è sicuramente una donna bellissima e ti sta guardando, non aspetta altro che i tuoi baci; infine passa l’autobus e tu lo prendi, sfuggendo il tuo sogno d’amore per consumarti nuovamente nelle tue cose di sempre.
É probabile! É probabile che l’interesse che suscitano in te queste superfici sia inconsciamente sollecitato dal desiderio di conoscere ciò che è “dietro” non si riconosce, piuttosto che quello che appare fuori!

1.7 IL NON SPESSORE E LA TRASPARENZA
Le solite cose, proprio quelle che ti circondano nella tua vita di uomo normale, che quasi per costrizione ti opprimono, ti soffocano nella loro pesantezza più assoluta; ed allora la voglia di mutare queste cose, e poi tendendole, creando delle cose sottili, leggere, dove ci guardi quello che vuoi e non vedi più grigiore. Una forma qualsiasi, plasmata, ambigua nel suo insieme e nella sua consistenza fragile dà l’idea di quel che si vuole dire; ma è sempre la tua immaginazione una forma fragile facilmente valicabile e per questo quasi trasparente, sintomo di freschezza, semplicità, leggerezza. Cosa è per te una tenda, una scena di teatro di posa?
Vorrei darti un suggerimento per evitare che i tuoi occhi trasmettono alla tua mente il “pathos” della scena; forse dietro non c’è quello che tu pensi ora, con la tua Semplicità di fumetto sorpassato. La luce ti inganna, fratello! Mette in risalto le ombre, le ingigantisce, ti tira brutti scherzi, rendendosi complice della tua coscienza sporca.
Amico, distruggi lo spessore che ti impedisce di giungere alla verità, l’ostacolo più difficile nasconde l’insidia e la ipocrisia organizzata per mangiarti il fegato, scegli la trasparenza e non avere paura delle ombre.
Vorrei costruire per te una scena, e tu sai, la scena è senza spessore, e farti partecipe delle ombre del giorno, prova anche tu a radere al suolo la memoria di pietra!

1.8 LA NEBBIA
Un insieme di linee curve, di cerchi che si concatenano e tutte insieme concorrono nella creazione di un paesaggio nuovo; da lontano, in una prospettiva diversa, poi pian piano ti avvicini e scopri dei particolari, alcuni ben studiati, altri trasformati dalla natura, e insieme cambia la trasparenza; puoi persino penetrare quella struttura e nel penetrarla noti altre immagini slegate che poi sta a te ricostruire.
Prova in ogni modo, costruirai la tua immagine. Trasmettila agli altri, ma sappi che tutto questo per te adesso è nebbia.
Sognare, e sognare ancora, fino al punto di pensare di avere certe situazioni e ti sembra quasi reale la maniera con la quale si svolgono i fatti, vedi cose mai viste…eppure le vedi. É un intreccio di creazioni ondeggianti, quasi fumanti e sfumate; non riesci a percepire quello che effettivamente il sogno emana con i suoi colori e le sue immagini folgoranti che cambiano, tu lo sai, secondo quello che hai provato o che provi in quell’istante e che ti viene quasi tramandato.
Non sai dove puoi arrivare e quando ti svegli, anche se riesci a spiegarti in parte le sensazioni provate, hai quasi dimenticato del tutto il sogno, ti resta soltanto l’illusione.
Ecco di fronte a te la realtà.
Viaggiare attraverso i ricordi spesso ti porta in una stanza piena di nebbia, e corri, come un bambino, alla ricerca di una sicurezza. Ma non trovi la mano di tua madre.
Io sarò per te nebbia e ti avvolgerò per non farti vedere il tempo che, complice degli specchi, ti ha fatto invecchiare; quel bambino di ieri oggi è un lercio cadavere coperto di stracci e fetido come terra, intriso di morte. Ho costruito un tempio per il tuo oblio, e tu non lo vedrai quando sarai al suo interno, ti coprirà di nebbia.

1.9 LA LUCE
L’uomo vive e riesce a percepire la vita: il trascorrere del tempo. Mettendosi in rapporto con le cose, gli oggetti che lo circondano e le sue facoltà, fra cui il tatto, l’udito, la vista e fattori esterni, fra cui la luce, che per lui diventa sicurezza nel poter definire quella cosa, poterle dare una forma, una catalogazione, per poi ritornare in te, nel ricordare quella cosa, nel confrontarla con le altre, nell’immaginarla diversa; ecco cos’è la luce; la vita per l’uomo. Che sensazione meravigliosa quella di vivere in un luogo che al tuo apparire ti offre, quasi per incanto, perché percepita, la libertà di muoverti spontaneamente, quasi conoscessi già quei luoghi.
Ma ti accorgi che non è soltanto questa la ragione del tuo star bene; sono gli accostamenti, le fusioni continue delle immagini, che danno armonia all’insieme.
Ti accorgi che armonia è luce. Quel qualcosa che dà senso a tutto il nostro vivere. La tua sicurezza, la tua spavalderia, la tua amica, nel bene e nel male. (Controllarla non sarà per te solo una funzione intellettuale, ma anche sensoriale).
Hai mai pensato che la luce ti può anche ingannare, sorprendere, accecare, e può cambiare il colore della tua maschera? La mia città senza mura ti darà lo “Shock” della luce, potresti finire per odiarla, se non hai il coraggio di renderti conto della tua imbecillità.