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giovedì 8 febbraio 2018

'Ndrangheta, un racconto mancato

Ha dirompente forza militare e impareggiabile disponibilità economica, si muove con disinvoltura nella globalizzazione e cura ossessivamente le tradizioni, sa essere ciò di cui ciascun territorio ha bisogno e gode di trasversale consenso sociale. E poi, naturalmente, dispone di preziose relazioni ad alto livello, in Italia e Oltreoceano. Tasselli fondamentali ma non sufficienti. Per comprendere appieno l'immenso patrimonio di potere della 'Ndrangheta ne manca almeno un altro: il silenzio.
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che  sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri  – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i  recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e  “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag:

giovedì 22 giugno 2017

Metastasi mafiose nel corpo dello Stato

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia
La presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi (imagoec)

"Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici". È quanto si legge nella Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, presentata oggi dal procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi



Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace.

MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE
Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.

"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".

MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI
"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.

"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".

"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.

NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".

L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.

'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".

MINACCIA EVERSIVA
In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.

DEMOCRAZIA SCIPPATA
È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo - è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.

venerdì 16 giugno 2017

'Caro Giuseppe Graviano ti scrivo'

PALERMO

'Caro Giuseppe Graviano ti scrivo'
La donna e il rispetto per il boss

 di Riccardo Lo Verso    da livesicilia.it

PALERMO - “Ti presento i miei figli e ti mando le foto”, così scriveva una donna a Giuseppe Graviano. E il capomafia di Brancaccio raccontava della missiva, compiaciuto e commosso com'era, al suo compagno di passeggiata, il camorrista Umberto Adinolfi.

Nei nastri magnetici delle intercettazioni nel carcere di Ascoli Piceno, eseguite dalla Direzione investigativa antimafia di Palermo, è rimasta impressa una storia di mafia, tradimenti e rispetto. Il rispetto che una giovane donna nutriva per il capomafia.

Uno dei protagonisti della vicenda è un carissimo amico di Graviano, "più buono del pane", condannato all'ergastolo. Lo hanno arrestato nel 1995, pochi mesi dopo che analoga sorte era toccata al boss. Qualche anno fa la moglie ha lasciato l'amico di Graviano. È andata via da Palermo con un pentito, a sua volta abbandonato dalla compagna che non lo ha seguito nella scelta di cambiare città, imposta dal programma di protezione.

Il pentito e l'ex moglie dell'ergastolano si sono rifatti una vita. Per un periodo la donna che ha scritto a Graviano ha seguito la madre. Alla fine, però, ha deciso di tornare a Palermo per vivere con i parenti del padre.

L'ultimo capitolo della storia è di un anno fa, quando Graviano ha ricevuto una cartolina in carcere: “Caro Giuseppe, ciao. Come stai? Tu non mi conosci ed io non conosco te - Graviano ha riferito ad Adinolfi il contenuto della missiva - quando si tratta di carcerati che a me stanno nel cuore... in particolare tu... ti volevo informare che sono diventata mamma... ti mando la foto... te li presento”.

“Ho preso carta e penna e gli rispondo - ha spiegato Graviano al suo compagno di socialità - gli ho detto... ti ringrazio, ti auguro il bene...". Poche righe per mostrare rispetto al capomafia detenuto. Poche righe per marcare la distanza dalla scelta della madre di troncare il matrimonio con il padre per scappare con un pentito lontano da Palermo.

venerdì 21 aprile 2017

Mafia: l’auto della scorta di Falcone tornerà a Palermo il 20 maggio

A 25 anni dalla strage di Capaci attraverso l’iniziativa «Memoria in marcia», ideata dall’associazione «Quarto Savona Quindici» e dalla Polizia, in più tappe verrà riportata a Palermo la teca con i resti dell’auto blindata in cui morirono gli agenti di scorta

di Alessio Ribaudo
 

Tornerà a Palermo il 20 maggio e non sarà una data casuale: è il venticinquennale della strage di Capaci in cui morirono i giudici Giovanni Falcone e Francesca Morvillo insieme ai componenti della loro scorta. Si tratta della teca in cui sono conservate le lamiere contorte della Fiat Croma blindata «Quarto Savona Quindici», esplosa nel 1992 sull’autostrada Palermo-Mazzara Del Vallo, in cui morirono gli agenti Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Proprio la signora Tina Montinaro, moglie del caposcorta e presidente dell’associazione «Quarto Savona Quindici» ha presentato a Milano, durante Tempo di Libri, la «marcia della memoria» ovvero il viaggio che la teca effettuerà dalla Scuola per allievi della Polizia di Peschiera del Garda — dove l’auto è un monumento — a Palermo passando per Pistoia, Riccione, Napoli. La campagna itinerante, organizzata dall’associazione in collaborazione con la Polizia di Stato, partirà il primo maggio e attraverserà la penisola «scortata» dalla signora Montinaro.
L’appello
«Quell’auto per me e per i miei figli rappresenta la tomba di Antonio, dove sono racchiusi i suoi ultimi pensieri e il suo sangue — ha spiegato Tina Montinaro presentando l’iniziativa a Tempo di Libri insieme al giornalista Lirio Abbate e al direttore della Scuola di Peschiera, Giampaolo Trevisi — e continuare a farla camminare è il simbolo che la mafia ha perso perché dopo 25 anni noi siamo qui a ricordare gli uomini dello Stato, mentre i mafiosi non sono nessuno e non meritano neanche di essere nominati». Ad ascoltarla, tra il pubblico, c’era anche una classe di liceali lombardi la vedova dell’agente si è rivolta con un accorato appello: «Voi giovani non avete scuse perché nelle scuole oggi si parla di mafia — ha concluso — e sapete che non esiste solo in Sicilia ma in tutta Italia. Per questo vi chiedo: siate vigili e non indifferenti, fate la cosa giusta ogni giorno e mi piace pensare che siete voi la scorta di questa Italia». Dopo l’arrivo della teca a Palermo il 20 maggio, l’automobile farà la prima tappa alla Caserma Lungaro, dalla quale uscirono i tre agenti per l’ultima volta prima dell’attentato. Poi, il 23 maggio, si sposterà nel «giardino della memoria» che sorge dove la macchina «atterrò» dopo la tremenda esplosione. Qui verrà commemorata insieme ai volontari dell’associazione che curano questo luogo trasformando il dolore in azioni concrete.

sabato 24 gennaio 2015

Roberto Saviano e la Mafia al Nord

Giovanni Canzio, presidente della Corte d'Appello di Milano, dichiara: “La presenza mafiosa al Nord deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione”. Canzio ha poi descritto la 'ndrangheta "come una metastasi" nel territorio lombardo. 
Ricordate cosa fecero i giornali-fango quando raccontai del potere criminale nel Nord Italia? Cosa disse l'allora ministro dell'Interno Maroni? È della Lega gran parte della responsabilità politica per il dilagare mafioso nel Nord Italia. Nei piccoli comuni lombardi, dove le organizzazioni mafiose fanno affari attraverso racket, ciclo del cemento, distribuzione di generi alimentari, distribuzione di petroli, bar e ristorazione, la Lega ha da sempre egemonia politica e non è mai riuscita a contrastare e denunciare. La colpa politica, ancor prima che giudiziaria, della Lega per il dilagare delle mafie al Nord è nel suo silenzio. Omertà, connivenza, interlocuzione e sottovalutazione del problema.

sabato 24 maggio 2014

Il pentimento di Antonio Iovine




Il pentimento di Antonio Iovine, 'o ninno, potrebbe cambiare


la storia del nostro Paese. 


Oggi questa passerà come una delle tante notizie: un 


criminale che ha deciso, magari per paura dell’ergastolo, del 

41bis, di collaborare con la giustizia. Eppure, la decisione di Iovine, 

cambierà per sempre la conoscenza delle verità su imprenditoria e 

criminalità organizzata non solo in Campania, non solo in Italia. La 

terra trema per una grossa parte dell'imprenditoria, della politica e 

per interi comparti delle istituzioni.

l boss Antonio Iovine ha deciso di pentirsi: non è uno qualunque. È un capo, è "il ministro dell'economia" della camorra. È stato condannato all'ergastolo nel processo Spartacus e a 21 anni e sei mesi nel processo Normandia. 

Ora vuole collaborare con la giustizia: è una notizia che rischia di cambiare per sempre la conoscenza delle verità su imprenditoria e criminalità organizzata non solo in Campania, non solo in Italia. Antonio Iovine detto 'o ninno per il suo viso di bambino ma soprattutto per aver raggiunto i vertici del clan da giovanissimo non è un quadro intermedio, un riciclatore delle famiglie, non un solo capo militare. È uno che sa tutto. E quindi ora tutto potrebbe cambiare. La terra trema per una grossa parte dell'imprenditoria, della politica, per interi comparti delle istituzioni. Le aziende grandi e piccole che hanno ricevuto, che sono nate e che hanno prosperato grazie ai flussi di danaro provenienti da Antonio Iovine, si sentono come in una stanza le cui pareti si stringono sempre più.

Il talento di Iovine è sempre stato quello di saper far fruttare il flusso di danaro del narcotraffico, delle estorsioni, delle truffe oltre che sfruttare alla grande gli appalti statali. Tutto il segmento nero diventava investimento vivo, costruzione vera: imprese edili, ristoranti, import-export. Uno dei primi colpi di 'o ninno fu proprio l'acquisto della discoteca Gilda a Roma: una delle sue prime mosse personali nella capitale. Seguendo l'indicazione del padrino Bardellino, Roma era la vera fortezza da espugnare e Iovine l'ha sempre saputo. Ed è qui che si è legato ai tre settori cardine della capitale: cemento, intrattenimento, politica. Ha provato a scalare la squadra di calcio della Lazio, riciclando 21 milioni di euro provenienti dall'Ungheria, attraverso il suo parente Mario Iovine detto Rififì, a Roma ha investito nel settore del gioco d'azzardo legale.

Esistono molti boss della mafia pentiti. Ma nella camorra è diverso: Iovine è stato ai vertici dei Casalesi per oltre dieci anni, non esistono precedenti simili, se non forse quello di Pasquale Galasso, capo della Nuova famiglia. L'altro pentito del clan dei Casalesi che ha cambiato la storia è stato Carmine Schiavone ma era un capo della vecchia generazione, marginalizzato nell'ultima fase, che decise di pentirsi proprio perché estromesso dai vertici, lui che era fondatore del gruppo. Iovine è l'organizzazione. Perché ha deciso di collaborare? A dicembre scorso 'o ninno ha revocato i suoi avvocati. La prima cosa che ho pensato è stata che si sarebbe pentito. L'ho scritto e, come speso accade fui deriso e preso per visionario. Invece è successo ma non riesco ancora a capire perché. 

Sicuramente gran parte del merito ce l'ha Antonello Ardituro il pm che da anni instancabilmente segue le vicende del Ninno. I grandi capi del clan dei Casalesi Francesco "Sandokan" Schiavone e Francesco Bidognetti si fanno il carcere, sepolti vivi, detengono il potere nel silenzio. Quando un capo è al 41bis sa che non può più realmente comandare ma il suo silenzio è l'assicurazione sui soldi della famiglia e soprattutto è un valore generazionale. Un boss non ragiona in anni ma in epoche. Il silenzio di un boss ha un valore inestimabile per i suoi nipoti. È la vera dote. Un investimento sul futuro. Ma 'o ninno è sempre stato un boss sui generis. A differenza di Zagaria definito "il monaco" per l'attenzione maniacale a una vita moderata e disciplinata, Iovine non ha fatto una latitanza da recluso. In 14 anni di latitanza, prima di essere arrestato a Casal di Principe il 17 novembre 2010 si è molto mosso soprattutto in Francia, in Emilia e in Toscana e a Roma, ha seguito il flusso del danaro e i reinvestimenti.

Non ha ancora compiuto 50 anni (è nato il 20 settembre del '64), ha figli giovani, attivissimi su Facebook, e che sono a pieno titolo nella vita sociale della borghesia casertana e romana, una figlia amica di presentatrici tv, importanti imprenditori edili da sempre a stretto contatto con il suo gruppo familiare e suo figlio Oreste che recentemente è finito in galera per traffico di droga, perché dopo l'arresto del padre ha voluto prendere in mano l'organizzazione senza averne davvero le capacità. Enrichetta Avallone, sua moglie condannata a 8 anni, gestiva la sua rete di comunicazione e il Ninno dovrà spiegare come mai un uomo dei servizi segreti le faceva da autista.

Non sappiamo ora cosa potrà accadere nell'agro aversano, come reagiranno i clan visto che i figli di Schiavone Sandokan sono legatissimi ai figli di Iovine. Potrebbe essere l'inizio di un cambiamento epocale. Iovine potrà chiarire molto, moltissimo: potrà parlare delle voci che lo hanno descritto (senza mai nessuna conferma giudiziaria) come il burattinaio dietro la scalata di Ricucci, Coppola e Statuto. Potrebbe chiarire il potere della famiglia Cosentino e dei rapporti con tutta la politica degli ultimi vent'anni. Potrebbe persino raccontare alcune verità che spiegheranno i retroscena alla caduta del governo di centro sinistra. Ricordate? Il governo di centrosinistra nel gennaio 2008 cadde perché Mastella ritirò la fiducia dopo che la moglie venne indagata per tentata concussione. Era successo che Nicola Ferraro (poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa) dirigente Udeur e consigliere regionale chiese a Luigi Annunziata direttore generale dell'Ospedale di Caserta di Caserta di mettere Carmine Iovine cugino del ninno come capo della direzione sanitaria dell'ospedale di Caserta. Solo O' ninno ora potrà spiegare.
Potrebbe essere una vittoria dello Stato importantissima. La verità può essere vicina: imprenditoria politica, giustizia, giornalismo tutto sta per essere attraversato dalle confessioni del Ninno. Costringere i capi dei clan a raccontare la verità perché ormai non hanno più scampo, perché ormai sanno di non poter più vincere: questa potrebbe essere una vittoria della democrazia. Una delle più belle.  
 

martedì 29 aprile 2014

"La mafia è una minaccia peggiore del terrorismo"


Saviano al 'New York Times': "La mafia è una minaccia peggiore del terrorismo"



Lo scrittore e la battaglia contro il crimine organizzato: "Ho cercato di dimostrare che i capitali mafiosi stanno cambiando le democrazie dall'interno. Spero i giornali americani inizino ad affrontare problema. E che si crei un confronto anche qui"

NEW YORK - Stati Uniti, colpiti al cuore dal terrorismo. Ma il pericolo non è solo quello. La mafia può essere una minaccia peggiore, lo è. A dirlo in un'intervista alla testata americana è Roberto Saviano. "Ho risposto a domande per il 'New York Times' sul rischio mafie in Europa. Ho risposto cercando di dimostrare che i capitali mafiosi stanno cambiando le democrazie dall'interno. Spero i giornali americani inizino ad affrontare problema". 

Il Nyt lo presenta in due righe: "Roberto Saviano è un giornalista e autore di 'Gomorra' e 'Zero Zero Zero'. Vive sotto protezione dal 2006, da quando ha ricevuto le prime minacce di morte dal crimine organizzato in Italia". Le organizzazioni mafiose si insinuano e riescono a modificare le democrazie attaccandole da dentro, cambiandone i contorni, subdole. I guadagni illeciti, i mercati illegali riescono a prevalere perché intaccano la concorrenza offrendo prezzi più convenienti. La mafia arriva a finanziare banche, gestisce l'edilizia così come il settore dei trasporti. Tentacoli. Qui, in Italia, come negli Stati Uniti dove il libero mercato ha per definizione elasticità e aperture dove è più facile insinuarsi.

Saviano spiega, punta a un effetto domino, se i paesi attuassero politiche di protezione congiunte sarebbero più al sicuro. Oltre il cliché, la mafia non è solo traffico di droga, armi, racket, estorsioni. Sotto la superfice più conosciuta, ce n'è una in giacca e cravatta, capace di trasformare l'illecito in legale. E nell'era digitale, tra conti online e cyberfinanza, è diventata ancora più difficile da rintracciare.
 

 La nuova Gomorra

Oggi la mafia si nasconde meglio di prima, è integrata. Lo scrittore fa esempi. Nel 2009 Antonio Maria Costa, il direttore esecutivo del dipartimento anti droga e contro il crimine delle Nazioni unite (United Nations Office on Drugs and Crime), ha spiegato bene l'importanza che ha avuto il denaro del crimine organizzato durante la crisi del 2008. Erano i soldi del traffico di droga il solo capitale liquido e disponibile per evitare il fallimento che  alcune banche avevano a disposizione. Tra il  2007 e 2009, tra banche statunitensi ed europee, circa tremila miliardi dollari erano andati in fumo, persi in investimennti senza uscita. Non c'era più liquidità. I soli soldi su cui il sistema bancario poteva mettere le mani per salvarsi era quello della mafia. Arrivava dal traffico di droga per lo più. Ma era una via di uscita, così il denaro sporco fu usato, integrato, e ripulito dal sistema stesso.
 

Inutile tagliare solo qualche tentacolo. I paesi europei non hanno protezioni adeguate. Secondo Saviano oggi non servono più i paradisi fiscali che un tempo erano pochi e conosciuti. Ora l'Europa è piena di falle. Londra è la città perfetta per il riciclaggio, la Germania ha politiche finanziarie che permettono segretezza e discrezione, più del Bahrain, delle Bermuda e di Panama. Inoltre la mafia sa aspettare, sa offrire i propri servizi, s'infila dove lo Stato è distratto. La formula vincente della mafia secondo lo scrittore è "estrema capacità di adattamento all'evoluzione economica combinata a un minimo interesse nei confronti dell'evoluzione culturale".
 

Il punto su cui Saviano spinge è uno. L'errore oggi è non considerare la lunghezza dei tentacoli. "Non esiste una mafia europea, o in Europa. La mafia è una corporazione multinazionale", va considerata nell'era della globalizzazione come un mutante in grado di muoversi, connettersi, mimetizzarsi. Difficile reprimerla ma, nello stesso tempo, denuncia Saviano, è inconcepibile che l'impatto del crimine organizzato sui mercati legali e sulla  democrazia non sia la prima preoccupazione dei leader mondiali. Perché dovrebbe. Così come dovrebbero esserci leggi contro il riciclaggio e sulla legalizzazione delle droghe. Ma regole globali,
 in grado di essere catene potenti e senza falle.

La denuncia parte dagli Stati Uniti, ma per dire, la minaccia non viene solo dal terrorismo senza contare che terrorismo e mafia spesso si muovono in sinergia. Finanziamenti, armi, il male tesse una tela resistente. E l'altra faccia della rete è in grado di essere buia. Saviano ha parlato a New York, lo ha fatto come fa sempre anche qui, perché è la stessa cosa, la stessa voce per un'identica battaglia.


sabato 8 febbraio 2014

Svizzera: mafia italiana è una minaccia reale

Svizzera: mafia italiana è una minaccia reale 


Quando si parla di Mafia si intende un organizzazione che stava in Sicilia, chiamiamola sede “legale”, che poi è stata esportata in America e che oggi è diffusa in tutta Italia e nei Paesi della Comunità Europea. Fuori da questo giro è stata, da sempre, ubicata La Svizzera, ma neanche nel florido e moderno Stato con cantonale confinante con la Lombardia dei “leghisti tutti d’un pezzo”, magari sposati con siciliane o proprio di origini familiari sicule, qualcuno, dopo anni di discrezione e di “connivenza civile”, si è accorto che non è tutto oro quello che luccica. E così, nel suo rapporto annuale, l’Ufficio federale di polizia mette in guardia contro la minaccia generata dall’insediamento della mafia italiana in Svizzera.
LUGANO (WSI) - Il crimine organizzato è una minaccia reale anche in Svizzera. La mafia italiana soprattutto vi ricicla denaro proveniente dai suoi traffici e usa la Svizzera come zona di ripiego o come base logistica per le sua attività. Nel suo rapporto annuale l’Ufficio federale di polizia lancia l’allarme.
Secondo questo ufficio, alcune organizzazioni mafiose giocano in Svizzera un ruolo determinante da anni, anche nel settore della criminalità di base. Praticano il traffico di droga e di armi, il brigantaggio e le estorsioni di fondi.
Per molto tempo la popolazione e le autorità non avevano stabilito un nesso fra queste attività criminali e la mafia italiana, a causa della discrezione con cui operavano i mafiosi, ha ammesso l’Ufficio di polizia nel suo rapporto.
I membri presunti di diversi clan mafiosi italiani si trovano soprattutto nelle regioni di frontiera con l’Italia e la Germania.


Redazione Secem

sabato 25 gennaio 2014

Il gran menu della camorra e gli occhi chiusi dello Stato

Il gran menu della camorra e gli occhi chiusi dello Stato

Locali nel centro di Roma, in Toscana, in Campania. Bar, gelaterie, ristoranti: un elenco sterminato. I clan approfittano della crisi che costringe gli imprenditori a cedere il passo. E investono. Ma attenzione: qui non è semplice riciclaggio, è un vero sistema che assiste l'economia legale. Nascono catene di franchising dove i camerieri lavorano non conoscendo il loro vero padrone. La clientela mangia felice - spesso anche bene - ignara di quale business sta alimentando

di ROBERTO SAVIANO

IMMAGINATE di essere turisti a Roma, di andare in un bel ristorante, magari da "Ciro", vicino piazza Navona. Un ristorante che ha una buona presentazione sul web e una buona reputazione culinaria. E poi immaginate nel pomeriggio di entrare in una gelateria, magari proprio da "Ciucculà", vicino al Pantheon. E infine, di andare a riposare prendendo in affitto una camera a Piazza di Spagna, nel cuore più prestigioso della capitale. Immaginate di andare proprio lì, al numero 33, e di usufruire dei servizi dalla società "Spagna Suite" (poi ceduta). Ecco, in ogni vostro singolo passaggio, avreste avuto a che fare con capitali di camorra. Non ve ne sareste accorti, perché le persone che avrete incontrato in tutte queste attività sono lavoratori perbene, e loro stessi (in molti casi) non immaginano chi siano i loro superiori.
Oppure il vostro percorso avrebbe potuto essere diverso. Potreste aver scelto una pizzeria, sempre della catena Ciro, ma questa volta a Sant'Apollinare, magari proprio dopo aver visitato la chiesa. Oppure una vecchia osteria, "L'Osteria della vite" o il ristorante "Il pizzicotto" in via Gioacchino Belli. E dopo, un caffè al bar "Sweet" di piazza della Cancelleria. Anche questo secondo itinerario vi avrebbe portato, involontariamente, a entrare nell'economia del sistema camorra. 
Ma l'elenco è sterminato e sterminate sono le combinazioni che testimoniano quanto la camorra sia entrata a far parte della nostra vita quotidiana, una vita fatta di gesti usuali (mangiare una pizza, bere un caffè, prendere in affitto una stanza) ai quali non prestiamo più attenzione. Gesti che consideri sicuri, che credi non potrebbero metterti in connessione con i più potenti poteri criminali. Locali in via Giulio Cesare, in via Fabio Massimo, in via Mameli, e poi in via Rasella, in via delle Quattro Fontane, in via della Pace, in via di Propaganda, in via del Boschetto. Pizzerie, bar, ristoranti, camere in affitto, e poi società sportive. È l'impero dei clan a Roma. O meglio, è la parte dell'impero dei clan che ora conosciamo. Ed è solo una piccola parte.
E Roma non è un punto d'arrivo: i recenti sequestri hanno interessato anche Viareggio  -  dove i clan avevano messo le mani su uno dei luoghi più noti della città, l'ex bar-pasticceria "Fappani"  -  e poi a Pisa, su "L'arciere" e "l'Antico Vicoletto". E poi ancora sul ristorante "Salustri" di San Giuliano Terme e "L'imbarcadero" di Marina di Pisa. E poi nelle Marche, a Gabicce Mare, il caffè "Vittoria". Tutti questi sono locali considerati dalle Dda di Roma e di Napoli, coordinate dalla Dna, "lavanderie" della camorra, frutto del riciclaggio. Ricchezza che proviene dalla cocaina, dall'hashish, dalle estorsioni, dalla contraffazione di capi d'abbigliamento griffati.
Non è semplice riciclaggio. Non è semplice lavanderia. Questo è un vero e proprio sistema che assiste l'economia legale. Il riciclaggio classico, quello che conosciamo, usa le attività commerciali più disparate, spesso sofferenti, per pulire danaro. Qui, invece, si tratta di marchi, di vero e proprio franchising. "Ciro" e "Sugo", per esempio, secondo la Dna vengono assistiti dal capitale criminale. Laddove ci sono vuoti dovuti alla crisi o a insuccessi imprenditoriali, arrivano i capitali sporchi a sostenere le attività. È una nuova forma di investimento mafioso, una declinazione specifica del riciclaggio. È come se una società potesse godere di un livello "pulito", che si relaziona alla clientela e al mercato seguendo le leggi dello Stato in cui opera, e di un livello "ombra", che arriva in soccorso del primo quando bisogna rilanciare un prodotto, quando bisogna espandersi sul mercato o battere la concorrenza.
Quindi non solo più ripulitura, fatture false, scontrini fittizi. No. Investimenti veri e propri che rendono i clan le stampelle delle economie sofferenti, delle economie piegate dalla crisi. A questo nuovo tipo di riciclaggio non si è ancora pronti. L'Europa non è pronta. Sono moltissime le catene di ristorazione e di distribuzione che d'improvviso aprono filiali in decine di paesi nel mondo. Aprono senza che sia razionalmente possibile giustificare tali exploit, tanto è difficile cogliere e tracciare i loro movimenti sul mercato. E non ci sono leggi e regole che permettono di scoprire l'origine del danaro di questi grandi gruppi. Le loro società si perdono tra Andorra e Lussemburgo, tra Liechtenstein e le Cayman, ma anche a Londra e Berlino. I paesi dove aprono società le organizzazioni e versano i loro capitali sono sempre di più nel nord Europa. Scoprirle è divenuto quasi impossibile.
In questo caso specifico gli inquirenti sono riusciti a scoprire la borghesia criminale camorrista. Il ruolo del clan Contini, la base a Napoli, a San Carlo all'Arena un'organizzazione potente guidata dal boss Eduardo Contini "ò romano", ossessionato dall'eleganza ma anche da una gestione diplomatica degli affari. Interessato a un narcotraffico che non inficiasse troppo il territorio (nota la sua opposizione al kobret e la sua volontà di spostare tutta la vendita di droghe su Roma e nel Lazio) sopravvissuto a tutte le faide di camorra, era entrato nella dirigenza del cartello di Secondigliano per via matrimoniale. Le sorelle Aieta sposarono tre camorristi che divennero poi dirigenti dei cartelli dell'area Nord. Maria sposò Contini, Rita sposò Patrizio Bosti e Anna sposò Francesco Mallardo. Tre capi storici. Tre uomini di camorra interessati a Roma.
La famiglia che su Roma diventa interfaccia dei clan sono i Righi. Proprio monitorando le attività dei fratelli Righi  -  Salvatore, Luigi e Antonio, veri e propri sovrani della ristorazione  -  gli inquirenti sono riusciti nella difficilissima individuazione dei percorsi di riciclaggio. I fratelli Righi  -  secondo le accuse delle Procure Antimafia di Roma e Napoli  -  diventerebbero riferimento dei capitali del clan Contini, ma anche del clan Mazzarella e Amato-Pagano. Non avrebbero agito garantendo l'esclusiva a un unico "committente". I clan davano il danaro, e loro sapevano come farlo fruttare. E bene.
Quando i Righi rivogliono dal broker Luca Sprovieri i soldi liquidi che questi aveva ricevuto per investire nella finanza in Svizzera (e del quale, secondo gli stessi Righi, si era impossessato), si rivolgono a Oreste Fido. Un camorrista che  -  secondo le accuse  -  gli risolve tutti i problemi di questo genere. In cambio, i Righi assumono suo nipote in un ristorante, prendono parte a sue società. Grazie a questa alleanza con gli imprenditori principi di Roma, Fido vuole fare concorrenza al potere degli Scissionisti. I Righi garantiscono con le banche, gli fanno avere fideiussioni per consentirgli di ottenere finanziamenti volti ad avviare alcune attività commerciali nel settore delle calzature (dove a fianco a prodotti veri ci sono prodotti falsi, così da poter vendere scarpe note a prezzi bassissimi) e nel settore delle polizze assicurative Rc-auto. I Righi  -  esponendosi moltissimo  -  si legano ad un camorrista per avere vantaggi sul ritorno crediti e entrature dirette nei clan. Il loro errore è stato aver mischiato i livelli.
I cartelli criminali lo sanno. Chi crea danaro deve sporcarsi con la droga e fare morti. Vivere in latitanza e in carcere. Ma poi c'è il livello economico, ossia gli investitori che non c'entrano né con il sangue né con il narcotraffico. E poi c'è il livello politico, che più è lontano dal segmento militare più avrà garanzie. Ad ogni livello il suo compito. Ecco la difficoltà di ricostruire la filiera. Negli anni passati non era così. La vicinanza e promiscuità tra mafioso e commerciante erano assai più contorte.
Comunque, quando il broker Sprovieri deve spiegare a Luigi Severgnini chi sono i Righi, consigliandogli di non mettersi in affari con loro, ecco cosa dice:
"SPROVIERI Luca: io spero. .... spero anche che mi dia i documenti perché lui ha promesso di darmi..... di restituirmi i documenti.....
SEVERGNINI Luigi: no ascolta.... Luca ti posso dire una cosa..... non fanno i ladri di lavoro
SPROVIERI Luca: no, fanno peggio
SEVERGNINI Luigi: no, non fanno neanche peggio
SPROVIERI Luca: si fanno peggio
SEVERGNINI Luigi: è il finale, hai capito? È proprio il finale, cioè è il finale, di tutto! questo non me lo ha detto..... come si chiama.....
SPROVIERI Luca: no, no, fanno anche peggio
SEVERGNINI Luigi: Antonio Righi
SPROVIERI Luca: fanno anche peggio, fanno anche peggio
SEVERGNINI Luigi: questo non lo so, però mi han detto senti Luigi, questi non è che fanno i mariuoli, questi che sono qua a Napoli, questi sono il finale, raccolgono tutto ciò che fanno gli altri...... eh! Luca per favore....... ".
Non "mariuoli", ma sono "il finale". Ecco una nuova categoria che assumerà nel tempo un vero e proprio ruolo scientifico nell'analisi del riciclaggio. "Il finale". I Righi sono il finale.
Immaginate cosa può accadere, immaginate cosa di fatto accade nell'Italia della crisi. Si presentano broker, commercialisti, avvocati, offrono di diventare partner, offrono di diventare soci, portano soldi, enormi liquidità che significano sicurezza. E lentamente entrano, si insinuano, fino a impadronirsi di intere società. Le utilizzano per riciclare, ma poi sono abili ed economicamente forti e quindi sono anche buoni investimenti che nel tempo produrranno degli utili.
Così come è avvenuto in Veneto e in Lombardia, e come hanno dimostrato le inchieste Aspide e Crimine, sfruttano la disperazione di chi vede fallire il lavoro di una vita. Di chi immagina sul lastrico decine e decine di famiglie, quelle dei dipendenti che, se l'azienda fallisce, non avranno più di che vivere. Non è un'imposizione militare o un saccheggio estorsivo. Le porte le aprono  -  anzi, le spalancano  -  gli imprenditori che sperano di poter migliorare la loro condizione. Questo meccanismo è divenuto prassi.
La cosa più allarmante è che le nuove generazioni non negano l'esistenza della camorra, della 'ndrangheta, di Cosa Nostra. Non dicono più, fatti salvi alcuni casi rari e patetici, che è tutta un'invenzione dei giornali o della televisione. La nuova omertà è rispondere, a chi dice che la nostra quotidianità è ormai nelle mani dei clan: "E allora? Sappiamo che esistono, lo sanno tutti". La nuova omertà è considerare fisiologica l'esistenza del potere criminale, percepirla come elemento scontato. Ecco, questa è la nuova omertà.
E persino la linea delle nuove generazioni di affiliati si accorda al sentire comune: "Se vuoi fare business, devi necessariamente non seguire le regole". Regole che sono percepite come ingiuste, inique, una rete dalle cui maglie si prova costantemente a sfuggire: non si può essere ricchi e potenti senza fare scorrettezze, questo è quanto si vuole costantemente suggerire. Questo è il veleno che, a piccole gocce, è stato versato nelle orecchie degli italiani. E certo non ci si augura di essere miserabili e sconfitti. Questo l'adagio che si ascolta sempre più spesso. La confusione di considerare tutti corrotti e tutti ugualmente schifosi, genera una sorta di territorio franco per le attività criminali.
L'analisi del potere criminale è opera certosina e attenta: quel che risulta evidente è che loro stessi vogliono essere confusi con quei "tutti" corrotti e schifosi, che nel peggiore dei casi, sono meno corrotti, criminali e schifosi di loro. La nuova omertà è il "si sa", è il "tutto è stato detto, scritto, indagato". È la banalizzazione di questa che è la nostra tragedia. Una tragedia che ci sta uccidendo giorno dopo giorno e di cui non ci rendiamo più conto. Di cui non ci accorgiamo più.

Prima regola, dunque, è non considerare fisiologico tutto questo. E la politica del contrasto alle mafie, sul piano economico, non sta facendo nulla. Nulla di nulla. E poco, pochissimo, sta facendo rispetto all'emergenza economica vera e propria. La politica deve intervenire e non fare più una generica assistenza. Non può permettersi più di attaccare solo "moralmente" le organizzazioni e di esprimere solidarietà a chi è a rischio. Tutto questo è corretto, ma non è sufficiente. Nel dibattito politico è scomparso il contrasto all'economia criminale.
Adesso questi locali che fine faranno? Tempo fa parlammo con don Luigi Ciotti del progetto di sottoporre all'opinione pubblica la scelta di far vendere le aziende controllate dalla criminalità organizzata e sottoposte a sequestro. Le aziende non devono morire quando vengono commissariate. Devono tornare alla legalità. Lo Stato deve essere più forte, deve essere attento, deve monitorare affinché non le ricomprino le stesse organizzazioni criminali. I beni immobili devono essere dati alle associazioni, come in effetti avviene. Ma le aziende, i negozi, devono ritornare nel mercato e nella legalità. Non solo. Bisogna comprendere che in questo momento, sia in Italia che in Europa, la politica sta facendo troppo poco per evitare l'infiltrazione dei capitali criminali nell'economia reale. Per ogni imprenditore in crisi c'è un cartello pronto a rilevare la sua azienda. Per ogni evasore c'è un broker pronto a dargli possibilità di rivestimento di quel danaro. Per ogni azienda legale che assume regolarmente c'è una concorrente che vince utilizzando capitale narcotrafficante. E in tutto questo le banche (basta vedere i conti correnti dei Righi per averne conferma) sono spesso silenziose conniventi.
O la legalità diventa conveniente o assisteremo sempre più spesso al dramma di tanti imprenditori che, per continuare ad essere "sani", finiranno sconfitti. Questo è il macro-tema del momento. Chiediamo a questo governo e alle opposizioni di affrontarlo immediatamente. Non c'è più tempo. Non bastano più solidarietà e antimafia morale. Fatti, regole, leggi: c'è bisogno di mettere mano a tutto questo. Subito. O sarà tardi. Troppo tardi.

Roberto Saviano