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lunedì 20 aprile 2015

Convivenza civile - Tra dignità e rispetto delle regole (1) - argomento 2015

Convivenza civile Tra dignità e rispetto delle regole


Quando si parla di un argomento, è bene sapere che cosa significano le parole che si usano. Tutti
sappiamo cosa vuol dire “convivenza” -anche se spesso non la pratichiamo come dovremmo- ed il
termine “convivenza” sottende le parole “dignità” e “regole”.
Tutti più o meno sappiamo cosa significano le regole. Io vorrei provare a capire con voi che cosa significhi la parola dignità.
C’è un primo modo per provare a capire che cos’è la dignità, ed è andarlo a vedere sul vocabolario,
cioè fare quella che i tecnici chiamano l’analisi filologica. E’ una cosa interessantissima ma è anche
un po’ noiosa.
Se andiamo ad aprire un vocabolario e ci domandiamo che cosa vuol dire dignità, vediamo che la
persona dignitosa è colei che merita rispetto. Quindi siamo fermi da capo a dodici, perché abbiamo
un significato, ma che cosa in concreto voglia dire, il vocabolario non ce lo spiega esattamente.
Allora vorrei proporvi di cercare di capire che cosa voglia dire la parola dignità, guardando la realtà,
guardando la vita di tutti i giorni, guardando al passato e guardando i giornali.
Cerchiamo di capire che cosa significa, aprendo i giornali. Qualche giorno fa, lo ricordate tutti, c’è
stato il giorno della memoria, e sabato, l’altro ieri, c’è stato un altro giorno della memoria, la
memoria delle “foibe”. Entrambi sono giorni importanti, ma quello su cui vorrei soffermarmi e di
cui i giornali hanno parlato molto, è il 27 gennaio, il giorno della memoria della sterminio, il giorno
in cui sono stati aperti i campi di concentramento.
So che alcuni di voi, magari anche in quest’aula, sono andati a vedere il campo di sterminio di
Auschwitz. Molte scuole romane vi sono andate, e credo che per dipanare il significato della
memoria dobbiamo necessariamente cominciare da lì. Mettiamo da parte tutte le polemiche di chi
ha negato Auschwitz: il presidente della repubblica iraniana, chi vuole fare del revisionismo o chi,
al contrario, vuol mandare in galera coloro che mettono in dubbio o negano lo sterminio.
A me interessa la testimonianza sulla memoria di un uomo che purtroppo è stato ad Auschwitz , ne
è uscito ed ha ritenuto suo dovere testimoniare che cosa ha voluto dire Auschwitz. Poi, non ce l’ha
fatta, ha ceduto e si è ammazzato. Parlo di Primo Levi e del suo splendido libro, “Se questo è un
uomo”, che imporrei a tutti noi di leggere!
In quel libro-testimonianza, Levi ci spiega, con parole molto più semplici di un vocabolario, che
cosa è la distruzione della dignità. Vi cito solo tre episodi rapidissimi: l’arrivo al campo di
sterminio, la vita quotidiana, il fatto di essere trattati come oggetti.
Dice Levi che arrivando al campo di sterminio, la prima mattina, quando si sono risvegliati, sono
stati cacciati con urla e spintoni, hanno messo loro addosso degli stracci, delle scarpe a suola di
legno e li hanno mandati all’aperto a correre nudi con tutto il corredo in mano. Corredo , per modo
di dire, le scarpe di legno e gli stracci. Questa offesa è la demolizione di un uomo. Dice Levi: “Ci
hanno tolto gli abiti, le scarpe, i capelli. Se parleremo non ci ascolteranno, se ci ascoltassero non ci
capirebbero, ci toglieranno anche il nome”.
Poi racconta un altro episodio della vita quotidiana. Una persona. che era arrivata ad Auschwitz
prima di lui, gli dice che bisogna vivere per raccontare, per portare testimonianza, e per vivere
bisogna salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. “Dobbiamo quindi lavarci
la faccia senza sapone, nell’acqua sporca e asciugarci nella giacca”. Questa è la dignità nel campo
di concentramento.
Nell’ultimo episodio, forse il più significativo, Levi racconta come si senta trasformato in oggetto.
Tornando dal lavoro al campo, un kapò, uno dei sorveglianti, afferra il cavo di acciaio di un argano
per scavalcarlo… “Nel frattempo” continua Levi “io l’ho raggiunto, ed Alex scavalcando il cavo si
sporca la mano, che è nera di grasso… e senza odio e senza scherno strofina la mano sulla mia
spalla, il palmo e il dorso, per pulirla.” Questo è un esempio di come l’uomo può essere trasformato
in oggetto. Ecco perché ci ricordiamo della Shoah, della giornata della memoria, e questo vale per
le tante memorie che abbiamo, quella della Shoah e quella delle foibe. Non certo solo per 3
commemorare, o per solidarietà con le vittime o per pietà verso di loro: non è una cerimonia.
Guardiamo al passato per non dimenticare e soprattutto perché non accada mai più.
Ricordando quello che ci dice Primo Levi riguardo ad Auschwitz ed ai campi di sterminio,
comprendiamo cosa vuol dire dignità. Vuol dire rispetto di tutti, rispetto per tutti, perché siamo tutti
uguali, anche gli ebrei, anche i neri, i gialli, i ricchi, i poveri, i barboni, i cristiani, i musulmani, i
cittadini e gli extracomunitari.
Non è una verità così scontata, perché per troppo tempo, e ancora adesso, basta il colore della pelle
e la razza di una persona per considerarla diversa dagli altri, per escluderla dalla scuola, per
escluderla dal lavoro, per mandarla in campo di concentramento. Auschwitz ci ricorda che quando
si incontra un diverso, questo è il primo passo che porta al campo di concentramento. Ricordiamo
un passato in cui la dignità è stata calpestata anche da noi, nella civilissima Europa e nella
civilissima Italia, la culla del Diritto.
Nel 1937 c’era una legge che spiegava che gli ebrei erano diversi dagli altri e quindi non potevano
frequentare le scuole, non potevano praticare le libere professioni, non potevano fare il commercio,
non potevano sposarsi con gli ariani e via discorrendo. E non era mica tanto tempo fa.
Ricordando questo, siamo tutti impegnati a evitare che quel passato ritorni e ci avvaliamo delle
regole: l’art. 3 della Costituzione, che ci dice che siamo tutti uguali e abbiamo pari dignità sociale;
l’art. 1 della Carta Europea dei Diritti, alla quale abbiamo lavorato sia il professor Rodotà che io, lui
molto più a lungo di me e quindi ve ne potrà parlare meglio, in cui il testo si apre dicendo che la
dignità umana è inviolabile, e deve essere rispettata e tutelata. Si parla poi del diritto alla vita, del
diritto all’integrità fisica e psichica della persona, della proibizione della tortura, delle pene o dei
trattamenti degradanti, della proibizione della schiavitù e del lavoro forzato. Sembra l’indice di
quello che si faceva ad Auschwitz.
Ma se ci domandiamo: “E’ solo un problema del passato? Ed è solo un problema di grandi
violazioni della dignità di cui dobbiamo occuparci?” Ecco, io rispondo: “No”, a tutte e due le
domande. E’ un problema di oggi e di domani. Dopo Auschwitz ci siamo detti, indignati a proposito
della dignità: “Mai più!”.
Poi in forme diverse ci siamo trovati davanti il Ruanda e il genocidio etnico, la Cambogia e Pol Pot,
il Darfur e le stragi di non musulmani, e poi, vicinissima a noi, la ex-Iugoslavia e la pulizia etnica.
Grazie alla globalizzazione, vediamo tutto in tempo reale. Inoltre, accanto agli eccidi e ai massacri,
ci troviamo tutti i giorni di fronte alla morte per fame, per AIDS, per mancanza di acqua.
 Voi sapete che il livello di povertà è valutato dalla Banca Mondiale. Livello di povertà è quello di
chi vive con meno di due dollari al giorno, e livello di estrema povertà è quello di chi vive con
meno di un dollaro al giorno. Ci sono circa 800 milioni di persone che vivono con meno di un
dollaro al giorno e ci sono più di due miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al
giorno. L’immigrazione è dovuta alla dignità di chi, per sopravvivere, per non morire di fame, si
affida alle barche e alle carrette che attraversano il Mediterraneo. Pensiamo anche allo sfruttamento
del lavoro delle donne e dei bambini in Asia, perché noi possiamo avere delle belle felpe o delle
belle scarpe da ginnastica. Quindi non è un problema solo del passato, è un problema attualissimo e
del presente.
Per concludere, vorrei dire che non è solo un problema di grandi avvenimenti, o un problema di
altri, di grandi violazioni, di fatti su cui indignarci perché tanto capitano al di là dell’oceano e
quindi noi li vediamo solo in televisione. E’ un problema quotidiano, di tutti i giorni, di tutti noi.
Perché se leggiamo il giornale, vediamo ad esempio, le notizie recenti su Catania: “La violenza
negli stadi”. Sapete che qualche giorno fa è stato ucciso un agente di pubblica sicurezza che faceva
il suo lavoro davanti allo stadio di Catania. Avete certamente visto dai giornali le scritte ignobili che
esaltano quella morte e prima di quelle, le scritte razziste e gli striscioni razzisti durante le partite di
calcio, gli emblemi nazisti, gli insulti antisemiti, in cui c’è una sola alternativa: se è stupidità
inconsapevole, cioè se chi usa quegli slogan non sa cosa vogliono dire, offende la propria dignità
perché lo fa senza sapere cosa fa; se è delinquenza consapevole, è offesa alla dignità di tutti noi. 4
E ancora: ci scandalizziamo tutti dei mercanti di carne umana che trasportano gli immigrati sulle
barchette che attraversano il Mediterraneo. Ditemi voi se c’è molta differenza tra questo e lo
speculare sulla pelle degli immigrati clandestini affittando un posto letto a cifre paradossali.
Leggevo dai giornali di questi giorni: 28 posti per 3 appartamenti di 150 mq. in totale, per 200 euro
al mese per avere, alcune ore, un letto. Miseria, sporcizia, mancanza di sicurezza, mancanza di
dignità. E questo ci coinvolge tutti, come ci coinvolge tutti un’altra serie di cose. I maltrattamenti e
il mobbing a scuola, ad esempio. La novità dell’uso dei telefonini per filmare le prodezze sessuali a
carico delle nostre compagne di scuola che spesso si risolvono in episodi di gallismo becero e
quanto mai stupido. Oppure, altrettanto, nei confronti di altri soggetti deboli: gli handicappati.
Pensate, per quanto riguarda i diversamente abili, il problema che si è avuto in una scuola di Torino.
E vi assicuro che in questo periodo, stando in carrozzella per una butta caduta - esperienza che non
avevo mai fatto prima - ho cominciato a rendermi conto - e io sono un fortunato perché spero di
starci un mese ancora e non di più – di che cosa vuol dire il mondo visto dalle barriere
architettoniche, visto dalla carrozzella, visto dalla condizione di diversamente abili. E’ un discorso
che ci riguarda tutti e ci fa capire cosa vuol dire quella definizione del vocabolario: la dignità come
rispetto.
Perché è una sfida che possiamo e dobbiamo combattere tutti noi, non solo nel ricordo del passato e
delle grandi cose, ma nella quotidianità delle piccole cose. Abbiamo alcune regole fondamentali per
capire come attuare il rispetto reciproco: l’uguaglianza e la solidarietà. Sono queste due norme
cardine nella nostra Costituzione. Ricordiamo l’art. 3 che dice che siamo tutti uguali e abbiamo pari
dignità sociale e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che rendono qualcuno meno
uguale di altri.
Prendiamo un solo esempio. Abbiamo una serie di diritti, il primo dei quali è l’inviolabilità del
domicilio. Tutti siamo uguali, tutti abbiamo diritto a un domicilio inviolabile. C’è però un piccolo
particolare: chi è senza casa e dorme sotto i ponti, pur avendo diritto all’inviolabilità del domicilio,
non ha una casa e non ha un domicilio. Ecco allora l’art. 3 della Costituzione che ci impegna a
rimuovere le differenze che impediscono che l’uguaglianza formale diventi anche sostanziale ed
ecco l’art. 2 della Costituzione, l’altra norma fondamentale che declina insieme i diritti e i doveri.
Diritti inviolabili sui quali la Costituzione si fonda e che esprimono la dignità dell’uomo, e doveri di
solidarietà sociale che sono legati ai diritti. Credo che la chiave di volta sia questa.
 Vorrei concludere con la testimonianza di una persona che mi ha sempre affascinato come mi ha
affascinato Primo Levi : parlo di Gandhi, il profeta della non violenza. Gandhi diceva: “La vera
fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo i nostri doveri non dovremo andare lontano a cercare i
diritti. Se lasciando i doveri inadempiuti, rincorriamo i diritti, ci sfuggiranno come fuochi fatui.
Quanto più li inseguiamo, tanto più fuggono lontano.”.
Credo che queste due testimonianze, quella di Primo Levi sul rispetto e quella di Gandhi sul
rapporto tra i diritti e i doveri, siano una buona bussola per cercare di declinare dignità e regole in
vista di una convivenza che sia degna di questo nome. Grazie!

lunedì 1 dicembre 2014

Beccaria, Cesare - Dei delitti e delle pene

Vogliamo prepararci e prepararvi all'argomento del 2015 che , parafrasando il testo del filosofo Cesare Beccaria, potremmo chiamare l'etica della pena. Redazione Secem

Beccaria, Cesare - Dei delitti e delle pene

 


Cesare Beccaria (1738-1794) fu un filosofo, o meglio , come egli stesso si autodefinì, un “filosofo della morale e della politica”. Quest’opera è innanzi tutto un libro di riflessione politica, che presenta il pensiero dell’autore circa la situazione della struttura legislativa del suo tempo. L’opera si colloca in un complesso periodo storico (600-700) in cui la civiltà europea matura una definitiva presa di coscienza di fronte al problema della giurisdizione penale. Il libro scaturisce non tanto da uno studio tecnico quanto da un impulso morale generato dall’evoluzione storica, sociale e culturale di quell’epoca. Nell’opera Beccaria affronta il problema della legittimità dei governi di punire coloro che in qualsiasi modo contravvengono a quanto stabilito dalle leggi, in quanto, come affermavano gli illuministi, tra il cittadino e lo Stato si stabiliva un "patto sociale" in base al quale ogni cittadino rinunciava a una piccola parte della propria libertà per il raggiungimento della maggior felicità possibile, garantita a ciascuno dall'azione dello Stato.

Le leggi, che regolano i rapporti sia fra cittadini che con lo Stato, partono proprio da questo presupposto. Criterio costante e fondamentale dell’azione dei governi e del legislatore deve essere quello dell’utilità pratica generale per tutta la comunità, non solo rispetto al singolo individuo, per cui la costituzione e l’irrogazione delle pene, deve portare ad impedire al cittadino di arrecare danni alla collettività e di evitare che altri possano seguire l’esempio del reo. In questa ottica non possono essere più seguiti i vecchi criteri del passato, perché dannosi e inumani. Uno dei freni al delitto non deve essere la crudeltà della pena, ma la certezza della pena. La moderazione e dolcezza della pena è la dimostrazione più chiara del principio dell’utilità generale. Il diritto deve tener conto insomma dell’utilità sociale. Questa concezione utilitaristica del diritto contiene anche un aspetto umanitario nel senso che al colpevole di un reato non va aggiudicata una punizione “biblica” o vendicativa. Il Sovrano, nello stato moderno, deve badare solo a che non vengano lesi gli interessi della società, cioè l’ordine pubblico e i meccanismi economici. Egli ha un ruolo fondamentale nella difesa della struttura dello Stato moderno che ha come fondamento un concetto utilitaristico della vita sociale. Beccaria non intende quindi sminuire l’autorità del Sovrano che è a capo della società, ma piuttosto quella di aumentarla, al fine di raggiungere il bene comune.

Origine delle pene

La società è vista come il risultato di un patto fra uomini liberi che cedono parte della loro libertà per assicurarsene poi una maggiore . Queste libertà unite assieme formano la Sovranità, nelle cui mani è il potere legale. La società , e per essa il Monarca, ha quindi il diritto di punire coloro che in qualsiasi modo vengono meno al patto statuito. Il diritto di punire, ovvero l'origine della pena, deriva dunque dalla necessità di difendere la sicurezza comune e il bene universale dalle usurpazioni particolari.

Leggi

Le leggi rappresentano le condizioni alle quali uomini liberi decisero di subordinarsi per unirsi in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di non poter avere una libertà costante. Così il compito del sovrano è quello di amministrare queste norme e fare in modo di salvaguardarle, in modo da impedire ad ogni uomo di tentare di appropriarsi e quindi di violare la libertà altrui.
Strettamente legata alla legge c’è la pena, argomento largamente discusso in questa opera: essa è il danno fisico o morale stabilito dalla legge come conseguenza di un reato, ovvero ogni qual volta un uomo vada contro a quanto la legge aveva prefissato. Quindi le pene hanno lo scopo principale di difendere le leggi e di impedire al colpevole di fare nuovi danni, oltre che di impedire che altri ne compiano a loro volta. Solamente la legge emanata dal sovrano ha il diritto di punire gli uomini.

Interpretazione delle leggi

 

Le leggi non devono essere interpretate, ma devono essere chiare sufficientemente, in modo che il compito del magistrato sia solo quello di applicarle. Deve esserci inoltre, secondo Beccaria, una giusta proporzione fra i delitti e le pene, ovvero le pene devono essere proporzionate alla misura del danno che i delitti arrecano alla società.

Tanto più un’azione è lesiva, tanto più la pena corrispondente sarà pesante. L’autore distingue tre tipi di delitti:

• I delitti che danneggiano direttamente la società o chi la rappresenta, detti anche “delitti di lesa maestà”, i quali vanno puniti con la pena più alta.

• I delitti che ostacolano la sicurezza della vita, dei beni e dell’onore di un cittadino, che saranno puniti con le pene ritenute più adeguate alle leggi.

• I delitti che molestano la tranquillità pubblica e privata.

A questo punto Beccaria si chiede quali siano le pene più conformi a questi ultimi delitti, e di conseguenza esprime la propria opinione circa il ricorso alla tortura e alla pena di morte, gli argomenti caratterizzanti dell’opera.

 

Tortura

 

Durante il processo la tortura, in molte nazioni già in uso, doveva costringere il presunto colpevole a confessare il delitto. Ma questo metodo era agli occhi dell’autore nient’altro che una crudeltà, un modo di pretendere la verità attraverso il dolore fisico. Inoltre la tortura poteva incorrere nell’errore più temibile, cioè quello di assolvere il colpevole e di condannare l’innocente. Spesso infatti il colpevole, se dotato di coraggio e di grande resistenza fisica, riusciva a resistere alle torture ; viceversa l’innocente, se fiacco e debole, sotto tortura era portato a pronunciarsi colpevole pur di porre fine al dolore, ma sotto giuramento ritornava a difendere la sua posizione di innocenza.

Prontezza della pena.

 

“ Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile”. E’ importante quindi che la distanza di tempo tra il delitto e la pena sia il minore possibile.
La prontezza della pena sarà percepita come giusta perché risparmia al colpevole i tormenti dell’incertezza associati alla consapevolezza della propria debolezza.

La privazione della libertà , essendo una pena, non dovrebbe precedere la sentenza ( se non per gravi necessità) e dovrebbe durare il minor tempo possibile prima della celebrazione del processo. Il carcere deve servire unicamente ad impedire la fuga del presunto colpevole o l’occultamento delle prove. La prontezza della pena è più utile perché in questo modo l’associazione delle due idee (delitto e pena) è più forte nell’animo umano, in quanto può comprendere più direttamente la relazione di causa ed effetto dei due concetti.
Il lungo ritardo fra delitto e somministrazione della pena non produce altro effetto che di disgiungere sempre più questa relazione di causa-effetto. Nell’immaginario collettivo l’immediatezza della pena serve a rinforzare il senso del giusto castigo , mentre il ritardare la pena farebbe percepire il castigo come una forma di spettacolo.

Misfatto e pena devono essere strettamente connesse anche sotto l’aspetto della conformità della pena alla natura del delitto. L’analogia fra delitto e pena facilita il contrasto che ci deve essere tra la spinta al delitto e la ripercussione della pena. Cioè la pena deve allontanare l’animo dalla suggestione di infrangere impunemente la legge.

 

Pena di morte

 

Viene trattato ampiamente il tema della pena di morte , che è molto criticata da Beccaria. La pena di morte è ritenuta una “guerra della nazione contro il cittadino”, in quanto lo Stato pensa di poter giudicare utile o necessaria la morte di un uomo. Per questo anche la tortura e la pena di morte diventano ingiuste, perché entrambe sono basate non sul diritto, ma sulla forza dello Stato. Non esiste una condizione di necessità da parte di uno Stato, proprio perché la "necessità" è una condizione che appartiene agli individui, e la necessità di uno Stato diventa la necessità di un gruppo di individui di mantenere il proprio potere di governo a scapito della collettività Premesso che in un governo ben organizzato è discutibilissimo pensare che la pena di morte sia utile e giusta, questa potrebbe essere ritenuta necessaria solamente in due casi:

1. Nel caso in cui un cittadino pur privo della libertà avesse ancora tale seguito, relazioni e potenza da mettere in pericolo le sorti di una nazione, minacciando la libertà dello Stato.
2. quando la sua morte rappresentasse l’unico modo per distogliere altri cittadini dal commettere delitti.


La pena di morte è considerata inutile, perché non è l’intensità della pena che fa effetto maggiormente sull’animo della gente , ma piuttosto la sua estensione.

La pratica della pena capitale non è mai servita neanche come utile esempio a far sì che gli uomini non commettano più reati. Come esempio serve di più l’ergastolo che è un monito permanente per coloro che intendono delinquere.


Infatti secondo Beccaria è più terribile l’esempio di un uomo privato della libertà e sottoposto ad una eterna schiavitù, piuttosto che la privazione della vita; e pensa che questa condizione di schiavitù perpetua possa sostituire sufficientemente la pena di morte, anzi, addirittura che la superi.


Dice poi che la pena di morte non è utile per l’esempio di atrocità che dà agli uomini. Inoltre sembra assurdo che siano proprio le leggi, che puniscono l’omicidio, a commetterne uno, ordinando un assassinio pubblico.

In generale , non si può chiamare giusta e quindi necessaria la pena di un delitto finché la nazione non ha utilizzato il miglior mezzo per prevenirlo.

 

 

Prevenzione dei delitti

Beccaria insiste su un altro argomento importante, ovvero il problema di come si possano prevenire i delitti, che è anche il vero scopo di quest’opera. I delitti, più che puniti, devono essere prevenuti, e per ottenere ciò , la legislazione dovrebbe portare gli uomini al massimo di felicità, al fine di evitare che essi desiderino danneggiare la vita di altri cittadini.

I legislatori dovrebbero dunque fare in modo che le leggi siano chiare, semplici, e che tutta la nazione intenda difenderle. Un altro modo importante per prevenire questi delitti sono le scienze: l’uomo colto rappresenta il dono più grande che il sovrano possa fare a sé ed alla nazione; costui ha l’onore di diventare custode delle leggi. Un ruolo importante, nella prevenzione dei delitti, riveste l’educazione, che deve interessare in modo particolare i giovani per deviarli da ciò che è male e guidarli alla virtù.

Conclusioni

 

Con quest’opera C. Beccaria più che proporre uno schema tecnico per una nuova legislazione penale raccoglie riflessioni generate dall’ imporsi della cultura illuministica in un contesto storico-filosofico ricco di tensioni e contrasti.


E’ in questo periodo storico infatti che la civiltà europea matura una definitiva presa di coscienza di fronte alla questione della giurisdizione penale.

La grande novità dell’opera di Beccaria sta nell’aver rovesciato la prospettiva dell’indagine sulla legittimità dell’azione di uno Stato.


Fino all’
Illuminismo lo Stato era preminente e la sua azione assolutamente e sempre legittima, per cui gli uomini abitanti sul territorio di quello Stato erano semplicemente sudditi senza "volontà politica" e senza "capacità decisionale" perché privi di diritto. Questo permetteva al sovrano di poter dire: "lo Stato sono io" o "la legge sono io", e di fronte a lui null’altro poteva esistere se non la sottomissione cieca e passiva di tutte le altre persone.


La prospettiva si sposta dal sovrano alla sovranità che è l’insieme di tutte le piccole porzioni di libertà cedute dagli individui, che non sono più sudditi passivi, ma cittadini protagonisti del vita della collettività e che hanno nelle mani "un diritto" che proviene proprio dalla cessione di una porzione della propria libertà.


In questo senso il libretto di Beccaria rappresentava una novità assoluta e una pericolosità elevata per il potere costituito sia religioso che politico .Ponendosi infatti al di sopra "dei pregiudizi e dei tradizionali rispetti" l'opera metteva in discussione il principio stesso della legittimità del potere assoluto dei sovrani) tanto che il padre vallombrosano Ferdinando Facchinei scrisse un violento opuscolo contro il Beccaria e la sua opera proprio per incarico del governo della Repubblica della Serenissima.


Con questo libro Beccaria, proponendo il suo punto di vista interprete delle idee illuministiche, ha potuto diffondere un nuovo pensiero nell’Italia del
Settecento, riuscendo di conseguenza ad influenzare le mentalità del suo periodo oltre che a riscuotere un notevole successo tra il pubblico, non solo in Italia, ma in tutta Europa.