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venerdì 3 aprile 2020

DISORIENTAMENTI IN TEMPO DI CORONAVIRUS




Qualcuno, in mala fede, non potrebbe essere altrimenti per non offendere nessuno, dice che si poteva fare di più e prima, del senno di poi sono piene le fosse. Qualcun altro dice che le mille voci sulle ordinanze sanitarie sconcertano o disorientano gli italiani. Su questo concordo perché la SANITA’ è un bene di tutti e non dovrebbe essere gestito dalle Regioni (ivi comprese quelle a Statuto Speciale), ma dalla Stato. Ancora, il Presidente del Consiglio e il Direttore del Dipartimento della Protezione Civile con i loro annunci discordanti disorientano gli italiani e, aggiungono, per questo molti escono e vanno in giro e fanno festini e assembramenti che sono VIETATI.
Non capisco chi si disorienta. Uno, il capo del Governo deve per forza di cose, andare avanti a tappe, perché ad ogni fermata c'è una verifica dello stato dell'epidemia e delle sue conseguenze, l'altro è il capo del Dipartimento della Protezione Civile e ha il dovere di guardare sempre oltre. La gente, quella che esce in strada, è semplicemente CRIMINALE, perché è chiaro a tutti che solo il caldo dell'estate può allentare la morsa di questo virus, speriamo, sempre che tutti ci comportiamo da cittadini ONESTI e non da cialtroni che disprezzano pure gli 80, ad oggi, medici e personale sanitario morti per combattere anche per questa feccia che si disorienta, ma stiamo scherzando?
Chi disorienta gli italiani è l'opposizione politica che semina zizzania e, vedi Presidente Regione Lombardia, celebra eventi con immensi assembramenti elettoralistici, per l'inaugurazione di un ospedale. Dovrebbe farlo funzionare prima e poi, finita l'emergenza, magari citarne l'utilità per la salute pubblica. Sanità allo STATO e non alle Regioni, pure quelle a Statuto Speciale. Opposizione politica da cialtroni che sparano minch***e grosse quanto l'universo: La Meloni " uno telefona all'INPS e chiede €. 1000,00, L'INPS glieli manda a casa con un corriere urgente con i soldi! Chiunque può chiedere e l’INPS ha il dovere di pagare, senza tentennamenti o verifiche". Certo, così i cialtroni che vanno in giro nonostante il coronavirus, mettendo a repentaglio la vita degli altri, sarebbero più contenti! Matteo Salvini: 300 miliardi subito, grida, tanto lui sa solo vendere fumo, ma i 49 milioni di euro, che in questo momento agli italiani servirebbero, perché non li mette a disposizione dei suoi amati concittadini? Non si è nemmeno dimezzato lo stipendio di parlamentare, cosa che invece ha fatto il Premier Giuseppe Conte. Pure lo sfacsista e liberista Berlusconi, ora tenta di prendere le distanze, figuriamoci che paese di....., come cantava Venditti?
CERCHIAMO DI DIMOSTRARE CHE SIAMO UN POPOLO, COMINCIAMO A RAGIONARE DA INDIVIDUI CHE HANNO ALLE SPALLE MIGLIAIA DI ANNI DI CIVILTA’ E DI CULTURA E FACCIAMO IL NOSTRO DOVERE, piuttosto che cercar scuse per fare sempre quello che ci pare e piace. Facciamolo per i nostri figli, per i nostri cari, per i nostri amici, per tutti e dimostriamoci degni di tutto quello che i nostri padri, morendo e soffrendo, ci hanno consegnato.


venerdì 9 settembre 2016

Lotta al “pizzo”: il coraggio è donna

Lotta al “pizzo”: il coraggio è donna

 

Katya Maugeri
Attualmente vive sotto un programma di protezione testimoni lontano dalla sua città, distante dalla famiglia, lontano da quei sapori, dai colori e dagli odori che da sempre hanno caratterizzato la sua vita, la sua essenza, le sue radici. In esclusiva per Sicilia Journal, una importante testimonianza, quella di una donna che dal 2010 subisce minacce di morte  In seguito a richieste di pizzo respinte per l’attività commerciale del marito, racconta la sua esperienza di coraggio e dignità con la quale si è sottratta al racket dell’estorsione scegliendo così un percorso lontano dall’omertà, riponendo fiducia alle istituzioni, realizzando l’unica cosa giusta da fare: parlare, denunciare e testimoniare. Una testimonianza resa possibile grazie al lavoro dell’associazione “Libera Impresa” di Belpasso, rappresentata e condotta da Rosario Cunsolo.
“Ti insultano, ti minacciano, ti tolgono la dignità. Vai avanti morendo giorno dopo giorno. Sentivo che se ne sarebbero andati solo come fanno i parassiti con la morte dell’ospitante. Ti seguono, persino quando vai a prendere i bambini a scuola, solo per farti capire che sei braccata, non hai scampo. Devi subire, e basta”, racconta la donna con tono umiliato, ma deciso, forte, coraggioso, il tono di una donna alla quale la mafia ha reso nemica persino casa propria. Li ritrovava lì, dinanzi alla porta, sentono l’odore della paura e credono che una donna non sia in grado di comprenderla e superarla, ma loro sottovalutano che “dentro una donna c’è un universo. La natura ci ha dato un corpo per sopportare dolori che gli uomini neanche immaginano. I mafiosi non si aspettavano le mie testimonianze, mi hanno sottovalutato ma mai sottovalutare una donna a cui vengono minacciati di morte i propri figli”, coraggiosa e dignitosamente madre nell’affermare quanta crudeltà si cela dietro certe minacce che non guardano in faccia niente e nessuno, vanno avanti senza timore, senza pudore, spogliati di vergogna – loro – convinti che il mondo sia ai loro piedi, sicuri che nessuna donna possa urlare il proprio no!  E invece c’è chi non ha paura, o meglio, chi della propria paura ne trae il coraggio per garantire un futuro migliore ai propri figli, in una Sicilia libera dall’omertà, dal terrore e dal buio nel quale la mafia cerca di far vivere le proprie vittime. “Manca solo la consapevolezza della forza che ognuno di noi ha dentro di sé. Bisognerebbe prendere coscienza dei nostri punti di forza, nel mio caso i miei figli e la speranza”, lo dichiara con tenacia e convinzione, quasi un’eco da far sentire al mondo, a quella realtà che non crede a un possibile cambiamento, “ho lottato, lotto e lotterò contro coloro che pensano di poter sopraffare un altro essere umano, facendo leva sulla paura, perché sono loro piccoli e deboli”.
“Noi donne non siamo deboli. Reagite, parlate e denunciate”, è l’urlo di Marilena (nome di fantasia) contro il silenzio omertoso ben costruito dalla mafia, è la storia di una donna che nonostante tutto continua una vita normale e presto raggiungerà dei traguardi importanti e invita a indossare la propria paura come strumento di difesa contro chi uccide la dignità, la libertà, l’animo umano. Trovando il coraggio di abitare la propria vita senza alcun compresso, guardando in faccia la paura consapevoli di aver intrapreso il cammino più importante, quello della legalità.

martedì 30 agosto 2016

l terremoto e l'informazione: il coraggio del rigore

l terremoto e l'informazione: il coraggio del rigore

Basta con la falsa par condicio: non ci interessano tutte le opinioni, ci interessano le opinioni di chi sa di che cosa parla. Altrimenti, davvero, basta un click: ma stavolta per spegnere questo frastuono assordante di falsità

ORA che abbiamo capito che sul web, insieme alla stragrande maggioranza di normalissimi navigatori, ci sono anche "hater" e "webeti", odiatori e creduloni, possiamo iniziare a fare il nostro lavoro. Possiamo recuperare una regola aurea, poco cinica, quindi se volete poco in linea con i tempi, ma che io credo debba essere il nostro punto di partenza e il nostro fine: avere rispetto per il lettore, per il telespettatore, per il cittadino. E ora che abbiamo tutti riscoperto la correttezza sui social, quella netiquette che sembrava ormai naufragata e irrecuperabile, cerchiamo anche di applicarla dove veramente serve e dove può fare la differenza: la televisione, la carta stampata, i siti di informazione e il nostro modo di conoscere e interpretare il mondo.

I social, si sa, mostrano sempre reazioni schizofreniche quando commentano un avvenimento, perché non hanno un'anima sola. Sui social c'è chi la pensa esattamente come me e chi la pensa nel modo opposto. Sui social c'è chi legge e basta e chi non legge e commenta. C'è chi ha un atteggiamento conciliatorio e chi cerca lo scontro. Non è detto che sui social chi è combattivo e alza i toni lo faccia anche nella vita relazionale, come è vero che ciascuno di noi cambia tono, argomenti, comportamento a seconda della situazione in cui si trova, del contesto, degli interlocutori. E i social, con la loro empatia, la loro rabbia, il loro livore, la loro delicatezza e la loro violenza, si sono confrontati con le conseguenze del terremoto. Ma come? Raccogliendo e rilanciando di tutto e di più, com'è nella natura di questa "rete" senza rete: anche tante accuse, offese, notizie non provate. Ma si può dire, forse, che tutto ciò che è venuto prepotentemente fuori sui social dopo il terremoto possa essere letto, quasi fosse una cartina di tornasole, come il conto presentato all'informazione italiana, cioè al modo in cui ha trattato i suoi utenti, oltre che agli utenti stessi, che hanno abdicato alla loro funzione di controllo.

Sì, la realtà che il terremoto nel centro Italia ha portato alla luce è amara e tragica, e lo è ancora di più perché dopo la strage dell'Aquila (riesce qualcuno di voi ancora a chiamarlo semplicemente terremoto?) tutti sapevamo quali fossero i rischi, le probabilità che la strage si ripetesse, e nessuno, o quasi, ha fatto nulla. Certo, abbiamo avvertito i nostri lettori, spettatori e navigatori sui rischi della ricostruzione, abbiamo detto che si sarebbe dovuto mettere a norma gli edifici, almeno quelli pubblici, nei territori a rischio. Ma, poi, chi è andato davvero a controllare fino in fondo? Quanti di noi lo hanno fatto? Certo, un terremoto non si può prevedere: ma i danni si possono e si devono arginare, si possono prevedere i suoi effetti. E l'informazione ha avuto una progressione da manuale: il "rispettoso silenzio" - e sacrosanto - la netiquette, mentre ancora si estraevano i corpi dalle macerie, hanno lasciato il posto ai j'accuse soliti, sempre uguali. Alle interviste agli esperti, alle omelie dai pulpiti.

E nel momento della caccia alle streghe non c'è nessuno che sappia riconoscere la strega che alberga in se stesso. Ora tutti si affannano a dire che dopo L'Aquila (quindi dal 2009) i soldi c'erano ma che sono stati spesi male. Ma questo lo sapevamo già: lo immaginavamo. E lo sapevamo perché sapevamo che non c'è stato alcun serio controllo, sapevamo che i controllori hanno rapporti con i controllati, e che spesso hanno un tornaconto per cui quindi si chiude un occhio, e a volte due. Domanda: perché è dunque successo tutto questo? Che cosa non ha funzionato? Quali meccanismi sono scattati, o meglio non sono scattati, nel nostro sistema di difesa, che nel nostro caso si chiama anche sistema di informazione?

Intanto,?le vittime di oggi ?forsesono anche vittime della crisi, perché solo in pochi hanno ammesso che la messa in sicurezza di Norcia è avvenuta in un'altra epoca. Ma continuando ad analizzare il rapporto tra social e informazione, è evidente che non possiamo affidare la correttezza della seconda ai primi: sarebbe come voler arginare il mare, in mare. È ovvio che in un Paese come l'Italia tutto deve ripartire necessariamente dall'autorevolezza dei media. Ora che abbiamo evidenziato il webetismo ("webete", termine coniato da Enrico Mentana) facciamo dunque un passo avanti, e smettiamo di dare voce (non è censura, non lo è affatto) ai disinformatori di professione, a chi non ha alcun talento se non quello di andare in televisione, fare polemica, alzare quel tanto che basta la curva degli ascolti facendo danni che spesso sono irreparabili. La televisione è un opinion maker importantissimo, imprescindibile nel nostro Paese: si assumano allora le reti pubbliche e private la responsabilità di dare voce a chi parla perché sa, a chi dà informazioni verificate e verificabili. E si smetta di dare credito a chi diffonde leggende metropolitane (Giorgia Meloni che invita alla donazione del jackpot del Superenalotto per ricostruire Amatrice), a chi semina odio (Matteo Salvini sui migranti e i loro falsi soggiorni in hotel a cinque stelle).

Mentre seppelliamo i morti di Amatrice, sta per iniziare una nuova stagione televisiva, un nuovo anno per l'informazione e l'intrattenimento. Il mio invito, che è spero anche la pretesa di chi mi legge, si chiama rigore: rigore nell'intrattenimento e rigore nell'informazione. Certo, anche nell'intrattenimento: perché leggerezza e evasione sono cose legittime, ma il rigore e la correttezza devono esserne sempre la cifra. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è quello di chiudere la porta alle leggende metropolitane in tv (vaccini che causano autismo, scie chimiche, Club Bilderberg), a quei discorsi infiniti, a ore e ore di parole che dette con leggerezza fanno danni incalcolabili. Il mio invito, e la pretesa di chi ci legge, è la richiesta di una informazione che davvero "serva": servizio privato e pubblico vero, orientato a un dibattito pubblico oltre i dettami di questo storytelling forzatamente positivo, da strapaese, e che tollera anche la fandonia, la falsa notizia, quella che fa più scalpore - e magari più click.

Se crollano interi paesi, è anche (sottolineo anche: stiamo parlando di un terremoto) perché nonostante i fondi stanziati i lavori non sono stati mai fatti, e non sono stati fatti a dovere, nel silenzio di chi avrebbe dovuto controllare (e raccontare). Basta con la falsa par condicio: non ci interessano tutte le opinioni, ci interessano le opinioni di chi sa di che cosa parla. Altrimenti, davvero, basta un click: ma stavolta per spegnere questo frastuono assordante di falsità.

martedì 19 aprile 2016

LAVORO e SOCIETA'

L’insostenibile logica della globalizzazione e delle multinazionali  (rubrica: lavoro e società)

Lavoro, precariato, salari, multinazionali e globalizzazione.

Credo che bisogna cominciare a capire il ruolo e le dinamiche assunte dal sistema capitalista nell’ultimo ventennio per comprendere il degrado morale e sociale nel quale tutti gli Stati dell’Occidente pseudo democratico stanno cadendo. Non esiste più la dignità umana, conta soltanto la politica delle Multinazionali della Finanza speculativa. La politica è stata relegata al ruolo di ammortizzatore delle tensioni sociali e tende verso dittature sempre più subdole. Non ci sono più diritti e le carte costituzionali sono solo stracci da cucina. Per creare un osservatorio del degrado e dell’insostenibile logica della globalizzazione abbiamo pensato di aprire a tutti coloro che vorranno dare un contributo questa rubrica: Lavoro e società. Potrà essere un punto di confronto e di crescita per tutti.

Ugo Arioti

Contributo di Paolo De Gregorio

la globalizzazione, accettata e condivisa quasi da tutti, arricchisce le imprese che hanno mano libera nelle proprie scelte di portare all’estero la propria produzione, rincorrendo le eterne e vecchie cose che interessano ai padroni: manodopera a basso costo e sottomessa, materie prime a prezzi bassi.

Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri

Chi ha fatto e fa le spese della dittatura del mercato sono i salariati, diventati tutti precari ed insicuri ricattati da un mercato di riserva di immigrati pronti a prendere il loro posto, che danno il voto ai padroni della Lega cercando in tal modo di ottenere un occhio di riguardo per il futuro del loro lavoro.

Di fronte a questa situazione e alla assenza di un sindacato e di una sinistra, credo che l’unica strada percorribile sia quella di arrivare ad un sindacato unico dei lavoratori, autogestito da loro stessi, che chieda quella sicurezza di vivere dignitosamente, che deve essere data a tutti, superando l’istituto della cassa integrazione a scadenza, nella forma di un salario sociale per tutti i licenziati e i disoccupati, della entità del 50% di un salario medio.

In uno stato capitalista e con la economia globalizzata non si può parlare di lavoro come diritto in un mercato instabile ed evanescente e, per non essere condannati alla totale precarietà ed insicurezza, bisogna pretendere un contrappeso da ottenere con l’autogestione e la lotta dura.

In parole povere, se tu Stato non hai alcun potere sull’economia, che può fare quello che vuole, che rende i rapporti di lavoro instabili e precari, tu Stato devi prevedere un contrappeso finanziato dalla fiscalità generale che diventi salario sociale per tutti i disoccupati.

Deve diventare un diritto come la pensione sociale e nessuno in un paese democratico deve essere lasciato nella disperazione e nell’abbandono.

 

 

 

domenica 3 aprile 2016

Bennett: l’ironia diventa sarcasmo

La satira e l'ironia usate come armi sociali di riequilibrio, è un vecchio gioco, ma val la pena di seguire i fiume per capire quali sono le sponde possibili, eticamente
Ugo Arioti

Bennett: l’ironia diventa sarcasmo


Tono inusuale per Alan Bennett in Il gioco del panin(Adelphi): in sei storie di donne tutto l’astio piccolo borghese dell’Inghilterra. Sembrano monologhi, sono sfoghi

di ISABELLA BOSSI FEDRIGOTTI
 
Alan Bennett, il prolifico scrittore teatrale inglese, autore di pièce e racconti dei quali si può dire che hanno fatto storia, come, per esempio, La pazzia di re Giorgio oppure, più recente, La sovrana lettrice, torna con una raccolta di monologhi creati per la televisione, intitolata Il gioco del panino (Adelphi, pp. 132, e 15) ma che non per questo si gustano meno nelle pagine di un libro. Ironia e leggerezza sono il segno che lo contraddistingue, che ogni volta ritroviamo nei suoi scritti, assieme a una conoscenza profonda non soltanto dell’animo ma anche delle abitudini, degli usi, dei modi di vivere, di parlare e di pensare dell’homo britannicus — che non è poi troppo diverso da quello italicus — appartenente a un po’ tutte le classi sociali, da quelle più modeste dei piccoli centri di provincia, da cui proviene egli stesso, fino a quelle alte, privilegiate, frequentatrici di salotti che, grazie ai suoi successi letterari, per certo gli si sono aperti.


Alan Bennett (Leeds, 1934)
In queste pagine composte vari anni fa ma pubblicate solo ora in Italia c’è qualcosa di diverso dalle altre sue, nel senso che all’abituale, sorridente lievità si affianca una traccia di amarezza che inevitabilmente trasforma in sarcasmo la sua abituale ironia. Protagonista dei monologhi è, infatti, il lato oscuro di quell’uomo britannico — e ovviamente anche della donna — che dietro l’apparente, ordinato perbenismo o la conclamata bonomia nasconde perfidia, imbroglio e perversione. Ma essendo in fondo Bennett un comprensivo amante dei suoi simili, non condanna mai veramente, ma al contrario, prova indulgenza un po’ per tutti, anche per i più cattivi.
I suoi monologhi si svolgono quasi sempre in un interno, ed è per lo più una donna che parla: seduta in una cucina, in un tinello, dietro la cassa di una bottega, vicino a un caminetto con fuoco finto. Non è giovane, spesso proprio vecchia, parla di un uomo naturalmente. Una volta è un marito che, reso invalido da un ictus, fa di tutto per indispettirla; fino a quando non arriva una giovane badante straniera che, misteriosamente (o forse neanche troppo), riesce a rimetterlo quasi in sesto. Un’altra volta è un anziano ed elegante pedicure che, passo dopo passo, la induce a certi giochi con i piedi che lei non aveva mai immaginato, ma che hanno l’effetto di far dire a chi la incontra: «Come stai bene, sei in grandissima forma». Forma — smagliante — probabilmente non dovuta soltanto al fatto che di calli non ne ha più.

Il gioco del panino (Adelphi, pp. 132, euro 15), traduzione di Mariagrazia Gini
Poi ne capita una (un’altra) che detesta il marito in quel modo assoluto delle vecchie coppie che si detestano. E nell’astio feroce include anche il suo cane, a causa dei peli che lascia sulla moquette che vorrebbe sempre perfettamente pulita. Lo odia per via del cane che perde i peli e abbaia sempre, per i vestiti imbrattati di sangue che porta a casa dal macello dove lavora, per gli stivali infangati con i quali mette piede in cucina: non per la ragione per la quale dovrebbe davvero odiarlo; e, soprattutto, temerlo.
Sei storie narrate con spietato humor, e collocate, questa volta, tutte quante in ambienti di piccola e piccolissima borghesia, in località tendenti allo squallido, tra vicini di casa sempre pronti a spiare, a immischiarsi, a litigare. E il tema di ciascun monologo è stato ispirato all’autore da un ricordo personale, da un incontro, da una conversazione, e poi rielaborato con la magia della sua scrittura. Alan Bennett lo spiega nel dettaglio in un’ampia prefazione di sua mano che si legge come se fosse un settimo monologo, lieve, questo, e spiritoso, privo dell’amarezza che caratterizza gli altri, e privo, soprattutto, dell’ombra fosca che avvolge alcuni.

 

martedì 22 marzo 2016

LA GUERRA ASIMMETRICA DEL TERRORE

La chiamano "guerra asimmetrica" dimenticando che  gli "arabi"  hanno costruito sempre modelli simmetrici e speculari; le apparenti asimmetrie altro non sono che i danni e gli errori del sistema "Occidentale" capitalistico e imperialista che ha sponsorizzato, attraverso internet  i social network e la CIA, una finta "Primavera Araba".
Eliminare i dittatori, la parola d'ordine, ma cosa resta dopo e, soprattutto, come si gestisce il passaggio tra dittatura e democrazia, questo nessuno poteva e voleva immaginarlo. 
Eppure, Busch padre, nella sua follia militare (la prima guerra per salvare gli amici petrolieri non meno dittatori e privi di scrupoli di Saddam Hussein) si era fermato senza sfondare la porta alle mura dell'ombelico del Mondo lasciando al suo posto (umiliato , ma in vita) proprio Saddam che,invece, fu impiccato all'alba del 30 dicembre di dieci anni fà da un altro Busch (figlio) che, nel 2003, decide, portando prove false all'ONU, che L'IRAQ deve passare, definitivamente, sotto il controllo degli Stati Uniti e dei suoi alleati inglesi (pirati e corsari per natura e interessi economici).
E' da Bagdad che comincia la campagna imperialista americana per imporre il gendarme corrotto americano al Mondo e da qui che ricomincia la guerra fredda e che trasformerà anche l'istituzione internazionale che ancora chiamiamo Organizzazione delle Nazioni Unite da Palazzo di vetro a Palazzo di fumo.
Busch, intanto, ha permesso di creare un organizzazione paramilitare, ben addestrata e organizzata con la formazione speciale data dai servizi segreti americani e inglesi, a un miliardario arabo cresciuto in seno alla Statua della Libertà: Bin Laden.
Bisogna ricordare sempre che in Medio Oriente c'è la spina ISRAELE, altro Stato generatore di tensioni nel Mondo Arabo che non ha il Petrolio e le Roll Roice.
La spirale fondamentalista cresce e si sviluppa e, ancora una volta, l'America si prende il ruolo di sbirro del Mondo e si impantana in quell'Afganistan da cui pure i russi in precedenza si erano impelagati ed erano, infine, andati via. 
La parola d'ordine: vogliamo la testa di Bin Laden. 
Ma Al Qaeda, la creatura fondamentalista si ramifica e si diffonde dall'Asia all'Africa, passando per quel Medio Oriente, dove i nazisti israeliani hanno assassinato l'unico uomo che poteva fermare la guerra (Yāser ʿArafāt), e arriva in Europa, sviluppandosi intorno alle periferie di Parigi e Bruxelles e Madrid.
La follia di una guerra contro i "dittatori" porta a compiere errori su errori, sottovalutando il fatto che cellule terroristiche nascono, come funghi, in tutto il Mondo "Occidentale" foraggiate dall'alleato medio orientale degli USA: L'Arabia saudita e gli emirati del golfo.
Eliminare Gheddafi è stato l'ultimo colpo al castello di carte messo a barriera delle democrazie occidentali.
Oggi, nessuno che sia lungimirante e razionale, può pensare di mettere piede in Libia per sconfiggere il califfato dei boia senza legge e religione che si fingono fondamentalisti e che drogano i loro stessi figli per mandarli come bombe umane in quell'Occidente che li ha sempre snobbato.

Ugo Arioti

mercoledì 2 dicembre 2015

L'Europa non esiste, anzi è un cancro burocratico che strangola i popoli

 
Il sogno di un Europa unita che diventa il bilanciere del Mondo si è definitivamente infranto contro gli scogli dell'esodo biblico dalle guerre che, "l'Occidente civile" governato dalle multinazionali finanziarie capitaliste americano - ebreo - inglesi, ha seminato nel Mondo e in Medio Oriente per controllare, anche con il Terrorismo, i pozzi di petrolio e gli snodi strategici del suo traffico. Dopo Bin Laden ora il califfato della morte, pirati, che occupa una zona ricca di pozzi petroliferi, quelli sottratti all'IRAQ, e la LIBIA, che sotto il dittatore Gheddafi era uno Stato controllabile e unito mentre dopo le bombe americane e francesi oggi è la patria del terrore e non ha un suo governo stabile. L'Europa, o per meglio dire quell'accozzaglia burocratico-affaristica che ha sede a Bruxelles,  per risolvere il problema fomentato da quattro straccioni bulgari, ungheresi e slavi, tratta con l'assassino turco e gli da un assegno da 3 miliardi di euro, rivalutabile non appena Erdogan il sultano mafioso che regge le sorti di una Turchia sempre più Stato canaglia e sempre più fuori dal consesso delle nazioni "civili" e "democratiche", per trattenere agli arresti gli sfollati dalle guerre in Siria e in Iraq. Fa di più, gli promette per premio di annoverare la sua Nazione ottomana tra i rottami di un unione europea che non ha regole o salvaguardie se non per le Banche e le lobbie capitalistiche che vivono succhiando il sangue dei Popoli e la loro sovranità. Erdogan, smascherato dai russi, che traffica con L'Isis, che compra petrolio e vende armi ai terroristi e che abbatte un aereo militare russo,  non perché era dentro i suoi confini, ma perché stava intercettando un carico del sultano turco, l'assassino dell'avvocato dei curdi e il leader che si indigna, falso, se il papa accusa la Turchia di genocidio, di quella infinita strage che è passata sotto silenzio dall'Occidente democratico e civile. Noi, stiamo in questa Europa della morte, e ci indigniamo se ammazzano centinaia di nostri giovani innocenti a Parigi, ma dobbiamo sapere che è questo il giogo in cui viviamo e in cui, come avviene regolarmente da alcuni anni, anche in Italia registriamo. Non esiste più la DEMOCRAZIA e la SOVRANITA' POPOLARE in Europa e in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e compagni. Renzi, con un colpo di Stato bianco, senza passare da alcuna elezione popolare, anzi era stato rifiutato pure dal suo elettorato che aveva scelto Bersani, regge le sorti di una Nazione preoccupata più a risanare i buchi delle BANCHE, a scapito dei risparmiatori e del Popolo italiano, piuttosto che dalla lotta alla povertà e alla diseguaglianza.
Non stiamo vivendo un momento di sviluppo e di ricostruzione, ma una fase di MAFIA POLITICA che specula e vive sulla pelle della Gente. Mi chiedo quando ci sveglieremo cosa troveremo e cosa riceveranno da noi i nostri figli, che devono andare all'estero per trovare un lavoro dignitoso, oltre ai DEBITI e alle TASSE sempre più onerose e ingiuste. Speriamo e preghiamo perché non si trovino, visto l'evolversi della situazione del Fronte anti Isis, dentro una terza e definitiva guerra mondiale.
 
Ugo Arioti

giovedì 16 luglio 2015

Lucia Borsellino «va fatta fuori. Come suo padre» ordina Tutino a Crocetta


E questo idiota, uso una parola dolce, ancora è a Palazzo D'Orleans e il PD cerca di puntellarlo.... in che schifo siamo? Ha una banda di malfattori intorno, a cominciare dai ladri e dai protetti, fino agli incapaci e ai delinquenti puri, lui che si autoproclamava il Presidente della Sicilia e dell'ANTIMAFIA ... non ci sono parole di esecrazione che bastano, ma soprattutto come diceva M.L.King non abbiamo paura dei MAFIOSI ma della gente per bene che vede tutto questo e tace, anzi cerca di sostenere ancora un Presidente ignobile, vigliacco, falso e mafioso... che ha distrutto con i suoi compari burocrati e assessori quello che ancora funzionava in un apparato in cui oggi nessuno ha più la voglia e la possibilità di spendersi per tirere su le sorti della nostra Regione. E chi lo fa? Se ci guardiamo intorno ci sono gli sgherri del Presidente che impediscono qualsiasi gesto di generosità e di altruismo....
Ugo Arioti
 
Il medico di Crocetta al telefono: la Borsellino va fatta fuori come suo padre. Solidarietà di Renzi e Mattarella, il governatore si autosospende

Intercettazione shock rivelata dall'Espresso. La frase di Tutino, primario dell'ospedale di Palermo Villa Sofia, arrestato pochi giorni fa. Il presidente siciliano si difende: "Non ho sentito, forse ero in una zona d'ombra"

di EMANUELE LAURIA e ANTONIO FRASCHILLA

Lucia Borsellino «va fatta fuori. Come suo padre». Ovvero come Paolo Borsellino, il giudice assassinato il 19 luglio 1992. Le parole, di impatto potentissimo, sarebbero state intercettate pochi mesi fa. A pronunciarle –secondo quanto rivela l’Espresso in un’anticipazione- non sarebbe stato un capomafia, ma il medico personale di Crocetta: Matteo Tutino, primario dell’ospedale palermitano Villa Sofia, arrestato nei giorni scorsi per truffa, falso e peculato. All’altro capo del telefono c’è proprio il governatore della Sicilia Rosario Crocetta, che – a quanto riferisce l’Espresso - ascolta e tace. Nessuna reazione di fronte a quel commento macabro nei confronti dell’assessore della sua giunta, scelto come simbolo di legalità in un settore da sempre culla di interessi mafiosi. Nei giorni scorsi le voci di una intercettazione shock erano circolate con insistenza, giungendo all’orecchio della stessa Borsellino, che si è dimessa dal ruolo di assessore alla Salute all’indomani dell’arresto di Tutino. Dicendo, in un'intervista a Repubblica, che in dissenso nei riguardi dell'antimafia di facciata non avrebbe partecipato alle cerimonie per la commemorazione della strage di via d'Amelio.
Crocetta nega di aver sentito ma poi si autosospende. Ma Crocetta dice di non aver mai sentito quella frase: "Giuro di non averla mai udita, forse ero in viaggio, in autostrada, in una zona d'ombra. Ma se l'avessi sentita davvero avrei reagito come un dannato, avrei tolto la parola a Tutino. Lui parlava male della Borsellino, è vero, ma ripeto non l'ho sentito dire quella frase. Purtroppo - conclude il presidente - siamo tutti vittime delle telefonate altrui".  Ma nel giro di poche ore Crocetta viene travolto dalle polemiche e decide: "Mi auto-sospendo immediatamente da presidente della Regione". Nominato come reggente il nuovo assessore alla Sanità Baldo Gucciardi, designato pochi giorni fa proprio al posto della Borsellino. "Sto inviando una richiesta alla Procura di Palermo per avere un incontro con lo scopo di verificare la portata dell'intercettazione che riguarda Tutino", ha aggiunto il governatore. Per quanto riguarda eventuali dimissioni, Crocetta afferma: "Prenderò la decisione finale nel giro di pochi giorni, dopo gli accertamenti". "Non sono legato alla poltrona, ribadisco la mia estraneità a questa vicenda - sottolinea - Ma quanto sta accadendo è più grave di un attentato fisico. Non intendo mettere la Sicilia nella condizione di subire attacchi, non faccio pagare prezzi al popolo siciliano. Ma di questa vicenda sono solo una vittima".
Il commento gelido dell'ex assessore. Lucia Borsellino commenta la frase ai microfoni del Gr di Rai Sicilia: "Mi sento intimamente offesa e provo un senso di vergogna per loro". Sulla giustificazione data da Crocetta ha risposto glaciale: "Non spetta a me fare commenti al riguardo".
Il fratello del giudice. Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo e punto di riferimento del movimento "Agende Rosse" attacca: "Quelle intercettazioni tra il medico di Crocetta e lo stesso Presidente in cui Matteo Tutino dice che bisognerebbe fare fuori mia nipote Lucia sono semplicemente gravissime, incredibili e vergognose".  "Lui non dice che bisogna farla fuori dall'assessorato ma che bisogna farla fuori come suo padre - dice Salvatore Borsellino - e siccome mi risulta che suo padre è stato ucciso in maniera particolare, è gravissimo. E non perché l'abbia detto Tutino ma perché il presidente Crocetta non l'ha mai reso noto, né ha estromesso Tutino dal suo entourage. Io chiederò conto a Crocetta di questo". Quando viene a sapere che Crocetta sostiene di non avere mai sentito quella frase, replica: "Vuol dire che è stato colpito da una sordità improvvisa e temporanea...". "Fare fuori Lucia come suo padre significa solo una cosa- dice - e trovo assurdo che Crocetta non ne abbia tratto le necessarie conseguenze. Gliene chiederò conto".
La telefonata di Matteo Renzi e di Mattarella. La giunta Crocetta, già in difficoltà per le dimissioni di tre suoi assessori, traballa come non mai. Anche il premier Matteo Renzi, stamattina, ha telefonato a Lucia Borsellino per esprimerle solidarietà. Un gesto che, com'è evidente, ha anche un valore politico, visto che uno dei due interlocutori della conversazione incriminata sarebbe stato Crocetta. Ovvero un presidente della Regione del Pd. Fonti di Palazzo Chigi sottolineano che la chiamata a Lucia Borsellino è stata "la prima telefonata della giornata del premier". Al termine delle sue udienze del mattino anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, venuto a conoscenza delle notizie provenienti dalla Sicilia, ha telefonato a Lucia Borsellino per esprimerle "la sua solidarietà".
La chiama anche Alfano. Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha chiamato Lucia Borsellino per esprimerle "sdegno, affettuosa vicinanza e solidarietà per quelle parole che pesano in modo gravissimo e incancellabile sulla coscienza di chi le ha pronunciate". Il ministro Alfano auspica che sia vero quanto affermato dal Presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, e cioè che non ha sentito la "irripetibile frase pronunciata dal suo medico" sull'ex assessore alla Sanità.
Il Pd chiede le dimissioni. Il sottosegretario Davide Faraone non ha dubbi: "Inevitabili dimissioni Crocetta e nuove elezioni. Quelle parole su Lucia Borsellino una vergogna inaccettabile". Nel Pd si apre il fronte che porta alle dimissioni del governatore.  
Il nuovo assessore: "licenziare Tutino". Il neo assessore alla Salute Baldo Gucciardi, intanto, chiede il licenziamento di Tutino:  "Pur nell'assoluto rispetto delle indagini dell'autorità giudiziaria, è di tutta evidenza che le parole pronunciate dal dottor Tutino e riportate oggi da organi di stampa lo rendono, fra l'altro, incompatibile con qualsiasi rapporto giuridico e professionale con un'Azienda sanitaria pubblica. Il direttore generale dell'Azienda Villa Sofia-Cervello svolga le tempestive verifiche del caso - dice Gucciardi - e ponga immediatamente in essere i provvedimenti consequenziali".

martedì 30 giugno 2015

L’EUROPA RINUNCI ALLE PAURE E TORNI A SOGNARE


L’EUROPA RINUNCI ALLE PAURE E TORNI A SOGNARE

La scorsa settimana Obama ha vinto due partite giudiziarie importantissime che incorniciano la strategia politica del presidente americano in una visione più ampia che abbraccia anche la sfera dei diritti personali.

Le sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti ammettono, una, l'estensione del riconoscimento delle nozze gay in tutti gli Stati della federazione e, l'altra - ancor più storica - la legittimità dei sussidi federali per consentire anche ai redditi più bassi l'accesso a una polizza sanitaria in tutti i paesi.

La ripresa economica, in sostanza, deve andare di pari passo con l'accelerazione nel riconoscimento dei diritti civili e sociali.

Qualche repubblicano ha minacciato azioni forti, soprattutto contro il primo dei provvedimenti, che può fare breccia negli animi della parte più conservatrice del paese. E' il caso del Ministro della giustizia del Texas, Ken Paxton, che ha deciso diriconoscere ai funzionari locali che saranno chiamati a trascrivere le nozze gay la possibilità di esercitare l'obiezione di coscienza per motivi religiosi.

Ma sono ipotesi destinate a restare isolate perché i funzionari rischiano la denuncia se rifiutano di celebrare matrimoni gay che ormai hanno il valore di diritto costituzionale.

Gli Stati Uniti danno in questa fase una lezione alla vecchia Europa, dove non solo la crisi resta un dato di fatto, ma aumentano le paure e si mettono sempre più in discussione i diritti fondamentali.

L'Europa non insegue più sogni di progresso. L'allarme economico è stato lanciato qualche giorno fa dal Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco che senza giri di parole ha parlato di stagnazione sia per l'Italia che per l'Europa, per le quali serviranno ancora degli anni prima di tornare ai livelli produttivi del 2008.

Intanto crescono le paure.

Il dramma dei migranti stenta a essere affrontato dalla giusta prospettiva. Ciò che emerge giorno dopo giorno è una totale assenza di responsabilità nell'affrontare l'emergenza, ma anche una mancanza di visione umanitaria del fenomeno. L'esito delle elezioni in Danimarca ne è una diretta conseguenza, come i dibattiti apocalittici che si susseguono di paese in paese. Compresa l'Italia, dove la frontiera è una ferita e il fenomeno viene approcciato con il macabro gusto del business. Un quadro che lascia spazio a un'arretratezza di pensiero che mette in discussione premesse che per un paese europeo dovrebbero essere assiomi: il dovere dell'accoglienza e il diritto a essere felici altrove.

In questi spazi trovano voce le minacce del governatore della Lombardia Roberto Maroni, pronto a togliere fondi finanziari regionali alle amministrazioni locali che si mostrano non semplicemente solidali con i migranti, ma capaci di dare risposte, in attesa che ad altri livelli si studino piani risolutivi. Sempre la Lega, per voce del suo segretario Salvini, invoca stati di polizia, buttando benzina sul fuoco delle paure.

E più le paure crescono, più è forte l'immobilismo. L'Europa, l'Italia, sono come bambini bloccati dal terrore nel buio, un terrore che si alimenta dell'incapacità di muovere un passo verso una via di luce.

E così si affonda nell'oscurità di discussioni inutili a risolvere i problemi. Ne è un esempio il primo atto del neo sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che ha messo all'indice i libri a disposizione di insegnanti ed educatori delle scuole dell'infanzia della città lagunare, nell'ambito di un progetto sull'integrazione e sulle diverse forme di famiglia. Tra quei libri ci sono storie illustrate da Altan, l'autore della Pimpa, che raccontano di famiglie con due mamme o due papà o storie di famiglie "allargate". Quella di Brugnaro non è solo la negazione di un diritto di espressione, ma un modo per spostare l'attenzione dei cittadini su altro e alimentarne le paure.

Sta succedendo anche in Turchia, dove i risultati delle ultime politiche, che hanno premiato il Partito Democratico dei Popoli dando speranza ai movimenti progressisti e democratici del paese, si schiantano contro il muso duro della politica di Erdogan, che al dialogo preferisce la repressione. È successo di nuovo durante il gay pride di domenica a Istanbul, con la polizia che ha impedito ai manifestanti di riunirsi in piazza Taksim, luogo storico delle proteste pubbliche, aprendo gli idranti e sparando proiettili di gomma sulla folla.

Quel che è certo, è che l'Europa non uscirà dalla crisi se non troverà il coraggio di riprendersi il ruolo di incubatore del progresso.

Redazione - Silvia Savi