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mercoledì 27 agosto 2014

puzzle romanzeschi - da Flashback di Ugo Arioti ( cap . 3 - Francesco e Ginetta!)

3




Francesco non ha staccato per un solo istante dello schow di Ricky  gli occhi da Ginetta.  Anche lei si è accorta dei suoi strali. Il ragazzo è adorabile, ha un fisico da palestrato e due occhi verdi smeraldo che sembrano fatti a somiglianza del mare, misteriosi e conturbanti. Non passa certo inosservato. La ragazza non sfugge a questo suo fascino. Continua a tenerlo d’occhio senza mostralo. Lui, invece, è troppo ingenuo e imbranato. Alla fine dello show Ginetta si trova di fronte a lui.
Si avvicinano ancora di più e si sfiorano. Francesco vorrebbe invitarla ad andare in spiaggia con lui, ma è ingrippato e le parole non gli escono.
- Tesoro hai una sigaretta?- gli chiede lei, incenerendolo!
- Io?-
- Si tu. Come ti chiami?-
- Franc … -
- Franco?-
- Francesco!-
- Allora Francesco hai una siga?-
Avrebbe voluto con tutte le sue forze ritornare a cinque anni prima, quando aveva iniziato un corso di Judo in una palestra vicino casa. La prima regola che gli avevano imposto era di non fumare mai. Aveva cominciato a fumare, come tanti giovani, per noia a soli 14 anni. Smettere aveva smesso. Non gli era costato poi molto. In quel momento lo Sport era più importante di una cartina di tabacco che brucia i polmoni. In effetti non aveva mai aspirato completamente una sigaretta, semmai ne aveva utilizzato la capacità di fare gruppo con altri come lui. Ora tutto questo gli si ritorceva contro. Chiedere a Gavino? No, lui non aveva mai fumato. Milio, Tore e gli altri erano troppo lontani, persi nella folla dei fans. E questa splendida gnoccolona che gli fa il filo per una sigaretta che lui non ha! La vita a volte è spietata.
- Mi dispiace non fumo. - riuscì a dire.
Lei lo guardò, sorrise e si girò dall’altra parte dove quattro ragazzotti erano già pronti a regalarle una sigaretta eccezionale.
Che sfortuna!
Incavolato con se stesso per non avere trovato un argomento migliore tornò verso il privè, solitario.
The show mast go!
Nel privè non c’era nessuno. Sedette mettendosi le mani in testa. Al tavolo tre coppe di champagne ancora fresco con le bollicine che venivano su come stelle cadenti all’incontrario.
Nella sua testa rivedeva la scena preparata per tutta una sera e poi svanita per una banale sigaretta. Nei film lei chiede: Sa dirmi che ore sono! Non chiede: Che sigarette fuma?
Mah! È andata così. Occasione sprecata. Meglio non pensarci più.
Di chi sarà questo champagne? Sette coppe. Quattro vuote, una mezza e due piene ancora. Lo avranno portato mentre eravamo in pista a ballare.
Senza indagare oltre Francesco prende la coppa davanti a lui e la scola d’un fiato. La depone sul tavolo e si volta verso il mare per cercare un conforto e una consolazione. La festa continua e la musica riprende più forte.
Solo con i suoi pensieri Francesco è solo nel privè del dancing costruito per una notte.
Entra nel salotto privato Vespacci. Prende le due coppe di champagne rimaste ed esce a cercare la Brix.
Ginetta vaga come una ninfa seguita dai satiri nella passerella esterna. Il manager la vede e si avvicina per portarla in salvo.
- Ti ho portato lo champagne!-
- Grazie Mino!- rispose la stellina stanca di quella corte di barbagianni e giovani satiri.
- Su brindiamo!-
- Cin Cin!-
- Cin Cin!-
Ginetta bevve d’un fiato.
- Accompagnami in stanza. Sono stanca.- disse al suo Pigmalione. Vespacci no si fece pregare.
- Vieni con me, facciamo una scorciatoia che ci fa arrivare prima.-
I suoi occhi erano più lucidi e le pupille cominciavano a sgranarsi. La prese per la mano e la condusse giù per la scaletta che portava in spiaggia, sotto le palafitte. Si inoltrarono nella pineta.
Il manager, a quel punto, si addentrò in un discorso filosofico sulle persone che sfruttano i sentimenti di chi è più sensibile e indifeso. Lo faceva per vedere se il ghb le aveva già fatto effetto.
Ginetta si dimostrava docile alla sua guida, forse era più per sfuggire a tutti quegli occhi che la stavano divorando da quando era entrata in Sala, piuttosto che per sentire le solite litanie del Vespacci che era sempre pronto a saltarle addosso come un Leone affamato. 
- Ti ricordi di Luana?- le chiese.
- Certo! Quella rossa che ti faceva impazzire … dicevi che sarebbe diventata una grande Diva del cinema!-
- Una stronza! Una che sfrutta le amicizie … e poi … -
- Ma che fine ha fatto?-
- Non lo so e non lo voglio sapere. Le ho fatto conoscere un produttore americano e lei, per ringraziamento, è fuggita con lui a Miami! Stronza, sarà solo un'altra amante abbandonata. Mentre io … io si che ne avrei fatto una star!-
- E così l’hai fatta scappare?- sorrise la Brix che già intuiva dove sarebbe andato a parare il suo manager.
- Non mi capiva … - continuò lui.- Peggio mi sfruttava per i suoi comodi dato che la mia sensibilità mi rendeva molto accondiscendete con lei e sapeva, perché lei lo sapeva, che avrei potuto farla diventare una vera Star … per amore … lei mi sfruttava, approfittava della mia cotta per lei … mah’ … hai capito la lurida!!-
- Parole sante... C'è sempre il rischio di venire sfruttati quando si è più sensibili.- gli rispose velocemente lei continuando verso la stanza dove alloggiava, la 202, proprio accanto a quella del suo agente.
- Purtroppo non tutte le persone sono buone e comprensive. L'unica cosa che bisognerebbe sempre fare è non farsi prendere dal'infatuazione e valutare se quella che amiamo è una persona degna di avere una relazione con noi...- sentenziò il Vespacci.
- Proprio così, Mino. Ma ora fammi andare a dormire. Sono veramente stanca.- Sospirò Ginetta.
Ma il Satiro ora era addosso a lei e la trascinava per la pineta deserta. Strinse la morsa della sua mano sul braccio della velina.
- Mino! Mi fai male. Lasciami il braccio.

Vespacci ebbe un attimo di esitazione. Non riusciva a comprendere come mai lei fosse ancora così lucida e sentisse la stretta robusta della sua mano. Lasciò la presa. Fu un attimo. La Brix lo guardò negli occhi e vide che erano quelli di un maniaco. Si spaventò e scappò.

lunedì 9 dicembre 2013

A Cunnutta ovvero l'amore è una festa ( dal nuovo romanzo di Ugo Arioti@2013)


Era la terza domenica di maggio del 1972 a Mezzojuso, paese dell’entroterra palermitano, dove convivono due comunità cristiane, quella ortodossa greca e quella cattolica romana, il giorno della fiera del SS Crocifisso. Si stava preparando la sfilata delle cavalcature. Cavalieri in costume e cavalcature riccamente bardate stavano per entrare nel vivo della festa della “cunnutta”.

Giovanni Giovannelli, orfanello cresciuto nel Convento di Santa Maria degli Angeli nel bosco, si avviava lentamente, con passo sicuro e attento, per la stretta e pietrosa viuzza acciottolata che conduce in Piazza. Con lui tutta la parentela stretta e un cugino acquisito: Don Ugo de Bartoli, ricco possidente liberale che era stato compagno di giochi e poi, spuntando dal nulla, capoufficio di Giovanni. Amico di famiglia e ammiratore e tifoso, per tutti solo un grande amico, delle grazie di Donna Mariuccia, moglie del suo sottoposto, femmina sensuale, alta e prosperosa che amava mettere in evidenza le sue doti e il suo balcone che, per virtù naturale, si contrapponeva, giustappunto, a un lato  “b” generoso e invitante. Giovanni, uomo semplice e generoso, rideva di chi gli sussurrava all’orecchio che il suo capoufficio posava troppo lo sguardo sulle avvenenti curve della sua Signora. “ Finitela, quello è un amico:” Ripeteva e aggiungeva: “ Voi parlate per invidia! Siete cotti come salami affumicati. Vi rodete che ho una moglie giovane e bella!”

Era storia di sempre e serviva a creare  quel clima di sontuoso cortile che accomuna tutti gli”schiffarati” che si riuniscono al Bar “della Gesualda”  con gli amici e con la scusa del caffè sparlando mezzo Mondo, quello che non appartiene a loro intimamente.

Ora successe, proprio quel giorno, che Mariuccia, mentre andavano alla festa, si ricordasse che aveva lasciato la lavatrice accesa e che nel forno le patate si potevano incendiare e far prendere fuoco a tutta la casa.

“ Non ti preoccupare, amore mio, vado a casa e spengo forno e lavatrice.” La rassicurò Giovanni, ma quella non pensava solo al forno e alla lavatrice , era ... che aveva lasciato la carne fuori dal frigo e con la finestra aperta e con i gatti che circolano in paese … e la camicia nuova alla finestra, quella che doveva stirare ( quante cose deve fare una mamma e moglie!?!) e ancora ...

“ Tesoro, tu vai con i bambini in piazza e io ritorno  a casa e sistemo tutto. Sono cose di donna. Non voglio che tu ti perda la sfilata dei cavalli! Vai. Vai con i bambini e con il tuo capo!”

Don Ugo allora:- Ma non lo dite nemmeno per sogno, gnora Maiuccia, che con tutta la gente del paese qua in piazza voi tornate da sola a casa per mettere a posto. Non si sa mai. Lo dico per il vostro bene. Giovanni, diglielo pure tu!-

“ Mariuccia mia, Don Ugo ha ragione. Non andare da sola. Magari se Don Ugo, mi acconsente, può venire lui con te! Che dite Don Ugo?” chiese con garbo.

- Certo che acconsento, ma solo a condizione che tua moglie sia d’accordo. Altrimenti posso restare io con i bambini e voi tornate a casa. Che dite Mariuccia?-

“ Beh, non saprei. Tu che dici Giovanni?”

“ Dico che non possiamo lasciare questi due piccoli scalmanati con Don Ugo, tesoro. Vai con lui e ci vediamo al posto dietro la Fontana, in piazza. Vi riservo due sedie. Andate!”
...............................ah! l'amore come è buffo, scanza tutti gli ostacoli e si fa gioco dell'ingenuità!!!!!

martedì 30 aprile 2013

Zero Zero Zero - Roberto Saviano

Zero Zero Zero il libro di Roberto Saviano scritto con la forza e la dolcezza della passione per le persone e le anime che vivono alla periferia del comune senso dell’esistenza

Le storie di "Zero Zero Zero" raccontano della cocaina e di chi la controlla: uomini privi della grandezza del male. A Roberto sembra che tutti vedano una realtà fasulla. "Forse sono diventato paranoico", dice. Il proibizionismo proclama la guerra allo spaccio e consegna ricchezze alle cosche in tutto il pianeta
Era molto atteso questo libro. Atteso al varco: e però è un bel libro. Ribollente di storie di umani e di altri animali, che meritano di essere raccontate perché non sono ordinarie. E non è ordinaria la passione del raccontatore. Saviano scova le storie dovunque si annidino, in rete, sui giornali, nelle testimonianze delle persone che incontra, nei documenti di indagini e processi cui ha a volte un accesso privilegiato. Sa riconoscerne e promuoverne la meraviglia - attitudine che gli schizzinosi chiamano mitomania.
Una questione corre attraverso le pagine: c'è una grandezza nei suoi criminali? C'è un rischio di nobilitazione epica nel racconto delle loro gesta colossali? Non avviene di ravvivare con loro il mito del Grande Delinquente che ispirò tanta letteratura scorsa, specialmente nella figura degli assassini di donne, di cui finalmente si constata la misura infima? Mi pare di no: nel racconto di Saviano l'enormità dell'impresa criminale - i mucchi di morti ammazzati, le montagne di soldi - va assieme alla piccineria dei suoi attori. La loro riuscita (provvisoria: muoiono presto ammazzati a loro volta o vanno in galera) è l'effetto dell'impotenza deliberata o pigra delle autorità pubbliche; e anche di un retaggio arcaico di regole - le regole di paese, della terra e del sangue, dell'Aspromonte o delle Ande - che si rivela efficace anche nell'estrema contemporaneità. Omerici tutti, ma di quella crassa e ottusa ferocia che è di Omero almeno quanto il valore e l'astuzia. Non c'è soggezione in Saviano per questi campioni. Tuttavia anche il loro scadente successo ha le sue eccezioni, anche nelle loro file si annidano paradosso e bravura.
( da repubblica.it  - Adriano Sofri)

domenica 21 aprile 2013

L’Addio


L’Addio


L’ultima volta che Luigi vide sua moglie, prima di aprire la porta di casa, uscire, e non fare più ritorno, parlarono. Poche parole concentrate, il premio per una fedeltà inutile per un sogno vissuto dentro una bugia. L’aria era tesa e il tono della voce di Luigi sempre più duro e melanconico. Lei, la grande donna, non avrebbe mai voluto farlo quell’ultimo round. Magari poteva ancora pensare di avere qualche ascendente su di lui. Così, invece, sciupava tutto il suo vantaggio. Lo aveva accumulato in tanti anni di menzogne e di compromessi di bassa lega. Ora era la Signora e lui non aveva più alcun motivo di stare accanto a lei. La cosa le dava tanto fastidio che per quasi quattro anni era andata ogni settimana dalla psicoterapeuta per “giustificare se stessa e farsene una ragione”. Soldi sprecati! Ora era davanti a lui, in vestaglia da camera e fissava quella piccola valigia dove Luigi aveva riposto quattro libri due pantaloni e due camicie, pedalini e mutande, il resto degli abiti lo portava addosso. Prese dalla tasca un foglietto e lo diede a lei.
- Ecco le mie dimissioni irrevocabili!- la ammonì.
- Tutto qua?- rispose lei un po’ adirata.
-Cosa vuoi che ti scriva tutta la mia vita e ti argomenti i passaggi più importanti o vuoi solo un resoconto delle mie principali attività? Magari quelle svolte con passione e diletto?-
- Perché te ne vai? Puoi sempre restare in casa. Io dormo … - abbozzò la donna.
- Per liberare te dai tuoi demoni!- sarcastico.
- E il biglietto?-
-Per raccontarti la mia storia!-
- La tua Storia?-
-Si. Le pagine della mia vita che ormai non ha più senso! Gli anni passati appresso a un amore distruttivo, gli anni passati dietro un sogno che tu non volevi realizzabile. E, però, ti ha fatto comodo. Sei diventata una “Signora”. Eccoli gli stracci. Sono tutti la, in una piccola cartella personale delle cose inutili che lasciano una cicatrice nell’animo. Sono stato un ingenuo a credere in te. E non so ancora perché … perché ho vissuto accanto a te, alle tue menzogne ai tuoi “non si dice”?-
- Perché ti ho regalato il mio sesso, ecco perché!-
- Ne sei proprio sicura? Non hai nemmeno fantasia.-
- Cos’altro allora ti avrebbe legato a me visto che mi hai sempre disprezzato?-
- Ma come fai a non riuscire mai ad essere sincera? Non vedevi che io costruivo giorno per giorno il nostro spazio e che qua dentro tutte le cose parlano di te, di me, di noi, parlano dell’esperienze, del dolore, della passione, degli errori, delle domande. È la nostra vita e quella di nostro figlio. Anche questo per te è stato un “regalo”, un pacco natalizio, un gentile cadeau per averti fatto diventare una Signora?-
- Io non ti amo, va bene?- esplose allora lei, indignata dal suo tono arrogante e inquisitorio.
- No. Non c’è più innocenza nelle tue parole, non c’è più delicatezza, non c’è più la speranza della bambina che giocava e mi sorrideva contenta, non c’è l’inconsapevolezza del dolore, della menzogna, non c’è più animo puro. Ormai le tue frasi, gli sfoghi, pieni di rabbia, di angoscia, di dolore, di ossessione, sono sporchi, sporchi per il sangue versato, di sesso consumato, di lacrime e di singhiozzi infiniti, di oggetti rotti e di vite buttate. Sono pagine macchiate di sangue che rappresentano le giornate di un cuore infranto senza infamia e senza lode. Tu mi hai rubato il tempo e ne hai fatto un “rifiuto”. Hai buttato via la voglia, la passione, l’amicizia, la gentilezza, la fraternità, la giustizia, per farne che? Per farne che? Rispondi se sei capace, rispondi?- quasi urlava.
- Ecco lo vedi, mi disprezzi, mi umili e io … - lo rimproverò lei. Era sempre disposta a farlo, perché lei era fatta così, non voleva discutere. Era il suo modo per fuggire al confronto.
- E tu?-
- Insomma, è vero, non ti ho mai amato!- concluse infine, comprendendo che non c’erano più margini di manovra.
- E hai vissuto e ci hai fatto vivere dentro la tua menzogna per dieci lunghissimi anni?! Che schifo. Addio.-
Si lasciò dietro il rumore della porta di casa senza dolore, solo sfogo di rabbia. Poi più niente, tranne un pensiero nella sua testa. “ Povero figlio mio.”
Ma non avrebbe mai continuato a vivere nella menzogna. Per lui solo un lungo esilio e poi il vento della Luna nuova che apre il suo cuore alla speranza di un amore che arriverà.

Ugo Arioti