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martedì 18 luglio 2017

il poeta del mese: Attila Jozsef (Ungheria 1905-1937)

Attila Jozsef, poeta ungherese dell'inizio del Secolo XX°, è, per me, tra i poeti "maledetti", quelli che hanno trasformato in poesia anche la loro esistenza. Attila si suicida ad appena trentadue anni e sublima così la sua vita:
Traduzione italiana di Agnes Preszler da Poesie, racconti e fiabe ungheresi


FORSE SPARIRÒ ALL'IMPROVVISO...

Forse sparirò d'improvviso,
come le impronte nel bosco.
Ho sperperato tutto ciò
di cui dovrei rendere conto.

Già il mio corpo da bimbo
fu arso dal fumo corrosivo.
Tristezza mi sbrana la mente
se penso al mio destino.

Il desiderio vagante in terre lontane
mi ha azzannato ben presto.
Ora mi invadono rimpianti vibranti:
dovevo attendere ancora dieci anni.

Per sfida non ascoltavo
il consiglio materno.
Poi rimasi solo, orfano,
e derisi il mio maestro.

La giungla verde della mia giovinezza
credevo libera ed eterna,
ed ora con lacrime negli occhi ascolto
tra i rami secchi il rumore del vento.

domenica 2 aprile 2017

Ecocultura - Poesia e Letteratura : il mese dedicato a Giacomo Leopardi

Iniziamo, con questo mese di aprile 2017, una rassegna mensile dedicata a Poeti e Letterati che hanno rappresentato e continuano a essere dei punti cardinali del Pensiero umanistico e socio eco culturale. Questo mese lo dedichiamo a Giacomo Leopardi.
Ugo Arioti e Daniela La Brocca


 
L’infinito
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

venerdì 6 gennaio 2017

Han Kang e la donna che volle fortissimamente farsi albero

Nel romanzo della coreana Han Kang, «La vegetariana» (Adelphi), Man Booker International Prize, storia di una donna che rifiuta la carne. Niente sarà più come prima


Il plot è semplice: una donna comune, borghese, Yeong-hye, decide dopo un sogno inquietante di non mangiare più carne. A questo punto l’autrice si muove in due direzioni: da una parte divide la vicenda in tre storie i cui narratori sono tre parenti della donna, e dall’altra dà al fatto di non mangiare carne — e poi, via via, più nulla — un significato sempre più radicale. Fa capire al lettore, insomma, che lo «scandalo» non è quello.
Le tre storie sono narrate dal marito, dal cognato-amante e dalla sorella di Yeong-hye. E mostrano tre modi di rapportarsi prima ancora che alla protagonista, alla realtà in sé. Il marito: ha sposato la donna per opportunità sociale e per noia, è irritato dalla sua bizzarria improvvisa solo perché infrange il ruolo codificato della consorte in seno a una società patriarcale e tradizionale. Ma quanto è prezioso, questo narratore, per descrivere il formale, rigido pranzo festivo della famiglia riunita: una scena in cui il rifiuto di mangiare di Yeong-hye autorizza violenza, torture, recriminazioni durissime, blandizie oscene, minacce e abusi. Siamo al corpo della donna come proprietà del padre e, tramite contratto, del marito.

Han Kang
Han Kang

L’amante: l’autrice affida la seconda narrazione al personaggio del cognato, marito della sorella. C’è forse da aspettarsi di meglio dall’amore romantico, per la comprensione della donna e delle sue scelte? L’uomo è un artista, si innamora alla follia della follia di Yeong-hye ma, ancora, il suo passaggio è così epidermico che proprio all’epidermide si ferma. Decide di dipingere la donna, il suo corpo, letteralmente, con una pittura floreale, le propone di immortalarla (in video) in amplessi di ogni tipo, conduce con lei un gioco erotico narcisistico che soddisfa il desiderio del maschio ma spinge il femminile in un isolamento sempre più freddo, abbandonato e bamboleggiante, glaciale. Come un vegetale, come un albero: ed è proprio all’«albero Yeong-hye», in fin di vita in ospedale, senza più interesse al cibo della carne, oltre che alla carne come cibo, che si accosta l’ultima narratrice.
La sorella: moglie dell’artista, è l’unica a cercar di capire Yeong-hye nella sua ormai decisa autodistruzione o affermazione. Ma sebbene il tentativo sia il più affettuoso e intimo, ora anche l’affetto è poca cosa, buona solo a risolvere i conflitti interiori della sorella lasciando intatto il dramma cosmico, sovraindividuale, di Yeong-hye. Resta impressa a lungo, con l’evocazione del buddismo e della sua impermanenza, l’immagine di Yeong-hye che tenta di trasformarsi in un albero mettendosi a testa in giù nei corridoi del manicomio. È straziante che non ci riesca.
Tra gli ascendenti occidentali del romanzo, uno è il già citato Bartleby, con il suo «preferirei di no» immotivabile, sacrosanto e mortale; l’altro è il Simposio platonico, dialogo sull’eros, sull’amore e sulla bellezza assoluta, su cui la storia si interroga. Ma è nelle filosofie orientali che il libro ha il suo terreno d’elezione. Perché senza mai concedere al lettore di interrogare, incontrare, raggiungere la protagonista Yeong-hye, che più si assottiglia più giganteggia nella pagina, il romanzo precipita verso un finale aperto: come aperta è la riflessione sull’appartenenza di ognuno a sé e al cosmo, alle proprie convinzioni e alla propria fatale (o salvifica) ricerca di senso. 

venerdì 18 novembre 2016

Sciascia si misura con il Vangelo Gli esercizi spirituali del potere: Todo modo



In «Todo modo», pubblicato nel 1974, la decadenza della classe dirigente
ma anche una riflessione profonda sulla natura del messaggio cristiano


Gian Maria Volonté e Renato Salvatori in una scena del film «Todo modo» (1976), tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia e diretto da Elio Petri
Succede, ai grandi. E succede con precisione aritmetica a quei grandi che diventano dei classici quando ancora sono in vita. Com’è accaduto a Leonardo Sciascia, che con il passare degli anni, e soprattutto dopo la sua morte, avvenuta nel 1989, non si è mai più liberato della pletora di sciasciani (e passi) e di sciascisti (e qui, le cose si complicano, perché dall’esegesi all’arte divinatoria il passo è breve), che spesso gli hanno fatto dire cose che non ha detto e non si sono invece accorti di quelle che ha detto, e a volte ha pure ripetuto con insistenza.


Leonardo Sciascia (1921-1989)

Prendiamo Todo modo, per esempio. Pier Paolo Pasolini disse che questo è il miglior romanzo di Sciascia. E in effetti lo è. Non perché lo abbia detto Pasolini, ma perché chi abbia frequentato Sciascia sine ira ac studio non può che ritrovarsi a dare lo stesso giudizio. Tutti i libri di Sciascia sono magnifici per i temi che trattano e per come vengono trattati: il bene e il male, la libertà e il potere, la legge e la giustizia, l’uomo e Dio, l’apparenza e la realtà, la verità e la menzogna, la mafia e l’antimafia, il dubbio e il dogma, l’individuo e lo Stato, ma Todo modo li contiene tutti, e dopo quarantadue anni (fu pubblicato da Einaudi nel 1974) ha la stessa freschezza, non perché sia «attuale» — questo schiacciamento sulla «attualità» rischia anzi di tradursi in una diminuzione —, ma perché parla alla nostra coscienza, alla nostra intelligenza, alla nostra natura miserabile di uomini con la forza di un «classico», cioè di un’opera originale, imprescindibile, valida sempre, quasi un canone, da poter quindi essere persino imitabile, ma unica, irripetibile.
Todo modo è la locuzione iniziale della massima di Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dell’ordine dei GesuitiTodo modo para buscar y hallar la voluntad divina, «Qualunque mezzo per cercare e trovare la volontà divina» — ed è lo scopo dichiarato o quanto meno apparente di don Gaetano, il prete protagonista del romanzo, che guida gli esercizi spirituali di alti esponenti della classe dirigente del Paese riuniti in un albergo-eremo siciliano. Nel quale tutto accade, compresi tre omicidi, anch’essi apparentemente senza colpevoli, fuorché l’elevazione spirituale dei partecipanti, descritti come «figli di puttana» costretti da don Gaetano a recitare il Rosario andando su e giù in fila. Sono ministri, deputati, professori, artisti, finanzieri, industriali, «quella che si suole chiamare classe dirigente e che in concreto cosa dirigeva? Una ragnatela nel vuoto, la propria labile ragnatela. Anche se di fili d’oro». Il potere come dominio, certo, quel «cummannari è megghiu ca futtiri» («comandare è meglio che scopare»), proverbio siciliano di portata universale che Sciascia cita in altre sue opere, ma anche il potere come trappola per gli stessi suoi detentori, che esercitandolo se ne inebriano, fino a non riuscire più a farne a meno, come tossicodipendenti.
Quando, due anni dopo l’uscita del libro di Sciascia, Elio Petri ne trasse il film omonimo, tutti concordarono che era del personale politico democristiano degli anni Settanta che si narrava, perché allora la Dc era il partito-Stato, mentre tutti gli altri, più o meno, se non potevano andare assolti, erano estranei a questa microfisica del potere tutta democristiano-cattolica. Vero. Ma anche sbagliato. E infatti il film di Petri, per quanto ben fatto, non è all’altezza del Todo modo Sciascia, perché schiaccia un classico sull’attualità del momento e ne depotenzia la universalità. Perché universale è il messaggio cristiano e il discorso sul cristianesimo, e dunque sull’uomo e sul suo rapporto con i suoi simili e con Dio, che pervade il romanzo. Sia quando questo discorso ricorre ai paradossi: «I preti buoni sono quelli cattivi. La sopravvivenza e, più che la sopravvivenza, il trionfo della Chiesa nei secoli, si deve più ai preti cattivi che ai buoni»; sia quando approfondisce la riflessione sul cristianesimo che crede, sbagliando, «che Cristo abbia voluto fermare il male», mentre, scrive Sciascia, Gesù Cristo ha rovesciato questo convincimento, poiché «nella sua vera essenza, questo è il cristianesimo: che tutto ci è permesso. Delitto, dolore, morte».
Delitto, dolore, morte non sono soltanto rubriche del codice penale — di cui anche in Todo modo, come in altri romanzi, si occupa un magistrato supponente e mediocre —, ma sono anche gli effetti di quel «maneggiare e modellare come cera» la coscienza altrui, come fa don Gaetano, e come fa, appena ne abbia la opportunità, chiunque eserciti una qualsiasi forma di potere. Tanto negli anni del partito-Stato, quanto (e forse anche peggio) nell’era del web «libero», anzi a «democrazia diretta», che per i suoi «esercizi spirituali» non ha nemmeno bisogno di organizzare incontri in qualche appartato albergo-eremo.
Come uscirne? Sciascia, ancora una volta, gioca con le parole, rovescia i concetti, ribalta il senso comune. E invita, anzi istiga il lettore a fare altrettanto. Cummannari? E se invece fosse la libertà la parola chiave? «La libertà è megghiu ca futtiri»: non suona meglio, non è persino più efficace? Dice Giovanni nel suo Vangelo: «La verità vi farà liberi». Ma se rovesciamo anche queste parole non otteniamo: «La libertà vi farà veri»? Può anche darsi che non basti. Ma in Todo modo, quando accade che prevalga la libertà, nemmeno don Gaetano può farci niente.

giovedì 10 marzo 2016

BENEDETTA TOMASELLO: La Maitresse du poète


Sabato 12 marzo 2016 – Biblioteca Etnostorica – Plesso Steri Piazza Marina, Palermo

 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO

DI BENEDETTA TOMASELLO: La Maitresse du poète.

 


Annotazioni e presentazioni di Ugo Arioti Direttore della Biblioteca Etnostorica

Grazie a quanti risponderanno al tam tam dell’evento e soprattutto alla donna che ha permesso, con la sua capacità organizzativa e caparbietà, di realizzare questa serata culturale: Daniela La Brocca, Presidente dell’Associazione “SCUOLA DI ECOLOGIA CULTURALE EURO MEDITERRANEA”.

La nostra A.C. a gennaio di quest’anno ha siglato un protocollo di intesa con la Fondazione “Prof. Aurelio Rigoli – Centro Internazionale di Etnostoria” con cui condivideremo un cammino attraverso le Tradizioni Popolari, l’Arte e la Letteratura.

domenica 14 giugno 2015

"La solitudine dei ragazzi del '92 saltati tutti in aria"


Giuseppe Schillaci: "La solitudine dei ragazzi del '92 saltati tutti in aria"

Ne "L'età definitiva" l'autore analizza il peso delle stragi di mafia: "Come se un nostro gemello fosse rimasto tra quelle macerie"

di ELEONORA LOMBARDO   ( da repubblica.it - Palermo)

E' cresciuto a Brancaccio e di quella periferia cittadina fatta di identità territoriali, della bellezza sfacciata del castello di Maredolce e delle sue superfetazioni edilizie, del ponte dell'Ammiraglio sui resti stanchi e paludosi del fiume Oreto, ha fatto le linee guida della sua poetica per raccontare Palermo e la generazione " colpevole". Oggi vive a Parigi, è regista di documentari, pronto al debutto con il primo lungometraggio "di finzione" ed è al suo secondo romanzo.

Dopo "L'anno delle ceneri", mitopoiesi della Palermo all'inizio del Novecento, Giuseppe Schillaci torna in libreria con "L'età definitiva", edito da Liberaria, racconto della deflagrazione generazionale nel 1992. Domandandogli cosa ne pensa dei suoi concittadini della sua stessa età, Pif, Davide Enia, Alessandro D'Avenia, Corrado Fortuna che hanno affrontato nei loro lavori lo stesso tema, risponde: "Esiste sicuramente una generazione biografica che sta facendo i conti con il 1992, in quell'anno siamo saltati tutti in aria, ma non mi riconosco in nessuna comunità creativa. Usiamo dispositivi narrativi e linguaggi troppo diversi. Non mi interessa raccontare la separazione tra bene e male dopo i fatti del 1992, quello che mi appassiona come uomo è la lotta tra me e me che da quel momento si è innescata. Siamo stati e siamo, in diversa misura, tutti colpevoli".

E' per rappresentare questa dicotomia interiore che nel suo ultimo libro il protagonista ha un gemello che muore proprio nel 1992?
"Assolutamente sì, dopo il 1992 è come se tutti avessimo avuto un gemello che è rimasto in quell'anno. Ne "L'età definitiva" mi interessava mettere a fuoco la sensazione di solitudine cominciata in quel maggio e l'incapacità di stare al mondo che ne è stata conseguenza. Il libro racconta di un tempo che inizia poco prima del '92 e finisce nel 2001, che è l'anno di Genova, e c'è un'idea di tempo ciclico, di eventi che ritornano. Se nel mio primo romanzo avevo raccontato la Palermo mitica, vicina all'infanzia dei miei genitori, in questo ho voluto raccontare la mia di infanzia ".

Che infanzia è stata la sua a Palermo?
"Sono cresciuto a Settecannoli, i miei erano quella borghesia nascente che negli anni '80 ha preso casa nei palazzoni di Corso dei Mille. Si faceva tutto a piedi e si giocava per strada. Noi eravamo " quelli dei palazzi", eravamo "i buoni", e ce la dovevamo vedere con "quelli delle case basse", che rappresentavano "i cattivi". Poche possibilità di commistione, anche se nel nostro gruppo ricordo che entrò uno delle case basse. Noi eravamo i figli della classe media emergente, loro della bassa manovalanza della mafia. Le esplorazioni giravano intorno a Maredolce, "il castello occupato", luogo di fascino perturbante, perché si capiva che era totalmente illecito. Al liceo poi sono andato al Don Bosco, in via Libertà. Arrivarci era un viaggio, ma proprio arrivando lì dalla periferia ti era subito chiaro che tutta Palermo era periferia. Io ero sempre l'espressione della classe media, solo in questo caso mescolato ai figli dei mafiosi "di alto bordo"".

Quando ha deciso di andare via da Palermo?
"Sarei voluto andare via già finito il liceo, ma per una questione economica ho aspettato ancora due anni e a 20 sono andato a finire l'università a Bologna. Ero iscritto in Scienze della Comunicazione, appassionato di semiotica, e allora Bologna era il massimo. Credo che la mia generazione sia l'ultima cresciuta con il valore dell'istruzione, espressione edonista della cultura, quella di studiare per scegliere il lavoro che ti piace"

In cosa era diversa per un universitario Bologna da Palermo?
"A Bologna al bar si parlava di politica, di cosa si poteva fare e non fare, di come collettivamente si poteva cercare un'azione comune. C'era una cultura civica, i problemi non erano mai espressi con un sotteso sentimento del "tiriamo a campare" che spesso avevo anche io avallato a Palermo ".

Quando ha capito che la sua strada sarebbe stata prima il cinema e poi la narrativa?
"Ho cominciato scrivendo racconti, proprio raccontando quell'andare al massacro a Genova, la disgregazione dell'amalgama di intenti che avevamo costruito. Poi mi sono trasferito a Roma e ho lavorato come assistente alla regia. Ho cominciato a fare tutti i set che arrivavano a Palermo, Wenders, Turturro, "Il dolce e l'amaro" di Porporati. E poi ho scritto "L'anno delle ceneri"".

"Apolitcs now" è il documentario, vincitore dell'"Italian Docs Online" nel quale racconta la campagna elettorale per le elezioni a sindaco di Palermo del 2012 vinte poi da Orlando. Qual era l'idea?
"Raccontare il grottesco, la
 confusione, non solo palermitana ma italiana. L'idea che basta darsi una spolverata e tutto torna nuovo, e la politica del miracolo sempre valida in questa città" .

E adesso?
"Sto lavorando a un film, una co-produzione Italia Francia. Si chiama "Hotel Patria" ed è girato fra la Sicilia e il sud della Francia: vorrei concludere il mio racconto sul perturbante perfettamente rappresentato dalle atmosfere palermitane ".

 

 

 

lunedì 30 marzo 2015

Tra letteratura e impegno civile, parla Giovanna Mulas


Tra letteratura e impegno civile, parla Giovanna Mulas

Scritto da  Simone Morichini

Personalità tra le più coinvolte nella cultura e nell’impegno civile, Giovanna Mulas (Nuoro, 1969) ha pubblicato oltre venti libri nel corso della sua carriera tra narrativa, poesia e saggistica. Tradotta in diverse lingue e autrice apprezzata in numerosi paesi esteri, ha vinto vari premi letterari tra i quali, per ricordare i più recenti, il Premio Internazionale per l’Arte e la Cultura Giosuè Carducci (2008), il Premio Mimosa d’Argento-Donna Sarda dell’Anno (2009), il Premio alla Carriera (Corona d’Alloro) dalla Regione Sicilia (2010) e il Premio Internazionale alla Cultura dalla Città di Ostia (2011). Per approfondire tutti gli aspetti della sua letteratura (http://giovannamulasufficiale.blogspot.it) ma anche il suo lato umano e civile, Daily Green l’ha intervistata per il numero di questa settimana.


Giovanna, se dovessi parlare di te in poche parole come ti descriveresti al pubblico di Daily Green?

Sono stata per anni una sterile salottiera di buon talento, stordita da ombelico e premi letterari, testarda e superba, con quella rabbia del riscatto tipica di chi nasce dal niente e col niente cresce. Alla figura di mia madre, amatissima, fragile e schizofrenica (dalla sua malattia è nato il mio Mater Doloris), ha “supplito”, nella mia prima educazione letteraria, mio padre, un semplice poeta-contadino con la passione per le arti che mi iniziò a modo suo, con quella durezza tipica di una generazione allevata a fascio e cipolla, allo studio dei classici. Ricordo che non avevo ancora compiuto sei anni e già conoscevo a memoria i primi passi della Divina Commedia.
Una cosa in particolare m’insegnò mio padre, ripetendolo fino alla morte: “Non dimenticare mai da dove vieni. Non chi sei, ma da dove vieni”. Solo col tempo avrei capito il significato di questa frase. Ovvio i click, i cambiamenti hanno prodotto in me i tentativi di omicidio subiti e la quasi morte, i lunghi anni trascorsi nel mio “pozzo nero”, quella depressione che ne è venuta, quindi la chiusura alla società e alla mia arte. Il “ritorno”, i viaggi nel resto nel mondo, nell’altrui sofferenza. E poi l’amore puro, finalmente vero per mio marito Gabriel e i nostri sei figli. Devo dire che la vita mi ha regalato tanto, nonostante il dolore che, a volte, credo sia stato necessario, fisiologico a quella ragazzina superba. Con l’esperienza ho imparato quanto con la mia professione si possa e si debba fare per gli altri, quanto l’ombelico e gli specchi servano a poco; quanto sia fondamentale la conoscenza di noi stessi quindi quella altrui, per scriverne: un viaggio continuo, un messaggio costante, anche scomodo. Questo me lo devo nel rispetto del dono di un dio burlone o della Natura, di una letteratura che, oggi più che mai, ha il dovere di farsi impegno civile, fuori dall’acritico, dall’apolitico, dallo sterile: specchio della realtà. Un cammino a piedi scalzi, appunto. Lungo e che so che durerà una vita.

Sei molto legata alla tua terra, la Sardegna. Quanta influenza ha nella tua produzione intellettuale?

Amo riportare nei miei scritti la magia della terra sarda, gli odori, i suoni...tuttiisensiinme. Il profano e non plagiato, quel “tempo non tempo” che all’isola, e al suo micro mondo, appartiene fisiologicamente.

Da dove trai l’ ispirazione principale per i tuoi componimenti? Più legata all’osservazione della natura o ai comportamenti delle persone?

Con i miei racconti amo far parlare i reietti: Moto GP, Annichilina e Olghina, Cecilia… ambisco, con la superbia tipica dell’artista, a far pensare il Lettore e non m’importa cosa. Credo che non si dovrebbe adorare od odiare il creatore di una storia buttandolo all’inferno o, al contrario, destinandolo a utopica eternità. Siamo soltanto un tramite, un affollato cavalcavia tra dimensioni; siamo una penna vuota quanto il nostro stomaco destinata ad ingabbiare, su foglio, quel Personaggio che attende il visionario di turno. E non è detto che gli si conceda del tutto. Voglio dire, il Personaggio va vezzeggiato, sedotto, plagiato, piegato al nostro volere. Sempre sapendo che, in realtà, è il Personaggio che vezzeggia, seduce e plagia, piegandoci al suo volere. Lo scrittore è un pervertito de Sade del congiuntivo, un bon vivant dell’etimologia. Eppure, il vero protagonista di ogni storia ben scritta continua a rimanere il Lettore. Deve innalzare il Personaggio e la sua vita, tra polvere, letti di obitorio o hotel di lusso: cammina a piedi nudi, il Regale Innominato, tra le lenzuola ed il bagno, osa spingersi oltre le righe dell’incipit, quando di buone righe parliamo. Il Lettore deve specchiarsi nel Personaggio, ritrovare il suo vicino di casa, la ragazzotta allegra con la quale ha passato quindici minuti di celebrità sensoriale. Il nostro Lettore deve provare comunque un’emozione, e non m’importa quale. Continuo a vedere lo scrittore come voce del popolo, affinché il pensiero critico faccia discutere, creare, costruire. Autocoscienza necessaria, critica costante sulla e della realtà, che tenda la mano ai movimenti sociali in opposizione alla guerra, l’ingiustizia, alla disuguaglianza sociale. Un movimento di resistenza per la cultura della vita. Davvero, credo che l’augurio da fare ai nostri figli sia quello di riuscire a sottrarsi, con conoscenza illuminata da istinto primordiale, agli abusi della ragione. In questo, una buona lettura può rivelarsi aiuto efficace, ma la domanda è: siamo capaci di riconoscere una buona lettura?

Passando alla tua ultima fatica intellettuale, Memorie di Villa Pedrini, edito dalla casa editrice Rupe Mutevole nel 2014, ho letto che si tratta di un libro tra “miseria e nobiltà, amore puro e amore comandato, uno sfarzo che stringerà il collo delle persone, soffocandole o costringendole a una repentina fuga da loro stesse”. La protagonista delle tue pagine, Vanessa, è una donna che si ribella a un futuro tranquillo ma soffocante. Possiamo leggervi la situazione che coinvolge molte persone nel mondo attuale, combattute tra un presente comodo, una prospettiva serena ma non aderente ai propri desiderata?

Quando la foschia dell’illusione sfuma si apprende, ad esempio, a smascherare l’inutile abbaiare di un altro, a sgonfiarlo di ogni presunzione come farebbe lo spillo sul palloncino ché gonfio, tronfio com’è, non riesce più ad accogliere nient’altro che non sia la propria boria e simulazione.
A volte il coraggio di svilire, spezzare il falso e l’apparenza, non rappresentano incoscienza o amore del pericolo quanto capacità di distinguere cosa è “male” per un uomo o per l’intera Comunità, e cosa non lo è. Per dirla con Seneca, il coraggioso custodisce la propria tutela e nello stesso tempo patisce con risolutezza gli eventi che hanno l’ipocrita apparenza di mali. Dunque dopo e solo dopo, appare la visione del mondo oltre ogni diversità e cultura: solo questa può e potrà cristallizzare un dato tipo umano al fine di donare all’intera Comunità.Le idee, il pensiero, non debbono essere proprietà esclusiva degli intellettuali annoiati o dei partiti politici. Luce e più luce, verità agli Uomini e alle Donne: una cultura della cultura che, ostacoli decenni di individualismo imposto, ritorni alla piazza sempre appartenuta al popolo che l’ha dimenticata. Non lasciare spazi dove tutto ciò contro cui lottiamo in tanti, resistiamo (quel sistema del consumo mentale e fisico, amorfo, placebo), possa risorgere ancora, e poi ancora. Resto convinta che occorra lavorare nella trasformazione di coscienze (da quel Cum-scire latino, “sapere insieme”) anestetizzate; occorre respirare quindi soffiare coscienza di classe proprio lì dove le coscienze creative sono state schiacciate, nascoste, sequestrate dalla società del consumo. Ma per contrastare, contestare anni di dominazione mentale in tutte le classi sociali – in primis, lo sappiamo, in quella vulnerabilissima classe media – è necessario utilizzare strumenti teorici forti, adeguati, e dialettica, confronto, critica costante. Vige prima di tutto il pensiero nel pensiero: confermo questa, come autentica rivoluzione.

Leggendo la tua biografia, non si possono non notare le tue posizioni dal punto di vista civile e, in particolare, sulla violenza sulle donne. La tua letteratura risente di quest’impegno?

Esistono ferite, nella vita, che mai si rimargineranno. Il tempo potrà ammansirle, quietarle, vestirle di una nuova prospettiva di saggezza e serenità. Ma mai, mai queste ferite potranno cicatrizzarsi del tutto. Vuoi perché sono troppo profonde, vuoi perché, oramai, fanno parte di noi e solo con noi scompariranno. E ogni volta che una donna, una sorella, muore per mano di un amore malato, la ferita grida ancora. La mia è una storia come tante, e per raccontarla volo indietro nel tempo, al 2001, in un’apparentemente tranquilla piccola città di provincia, Nuoro: una richiesta di divorzio dall’uomo che allora era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l’ultimo, per strangolamento e accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori. Sospesa tra la vita e la morte. Il limbo. Di quei giorni “non miei” ancora oggi porto il ricordo nebuloso, incerto, vacuo quasi. Gli infiniti perché, il pozzo profondo della depressione, il buio, la crisi artistica: perché io ero viva, perché io, perché a me, perché i miei figli avevano dovuto assistere a tutto questo, perché lui aveva tentato il suicidio, perché lui a me, proprio a me che fino al giorno prima aveva ripetuto di amare alla follia. La violenza si nutre anche di omertà; denunciamola oggi, domani, sempre. E che finalmente, in questa Italia da emergenza femminicidio, si faccia giustizia vera contro la violenza. Non attendiamo che altre donne, sorelle, ci guardino da un lettino di obitorio. Che si lavori costantemente su una Cultura della Non violenza.

domenica 29 marzo 2015

EDITORI ALLO SCOPERTO, FARE RETE NELL’EDITORIA


EDITORI ALLO SCOPERTO, FARE RETE NELL’EDITORIA

28 e 29 marzo 2015 – galleria Bobez -Via isidoro La Lumia, 22, Palermo

Ugo Arioti

 
Una buona iniziativa a Palermo mette insieme, come una fiera, ma con aspetti di sviluppo culturale e di discussione che fanno riflettere e pensare, e non è poco in un momento di decadenza culturale come quello che stiamo attraversando, librai e editori artigianali palermitani e arte. Racconti di storie e di lavoro, di illusioni e di lotta in una città che come l’araba fenice rinasce sempre dalle sue ceneri, nel fatalismo che pure la avvolge e la costringe. Ho attraversato questi corridoi d’arte della Bobez di Via Isidoro la Lumia con l’animo di un bambino che vuole giocare con le luci e i colori della sua terra natale, possono essere anche stracci li trasformeremo in palloni per giocare fantastiche partite di football senza campioni o campionati artefatti, ma con la forza devastante e sconvolgente della fantasia. La parola d’ordine “fare rete” la sento dire da troppo tempo e spero, lo dico sul serio, che questo diventi patrimonio di tutti e che oltre la spiaggia dorata ci siano altre sponde da raggiungere domani.

La proposta: Editori allo scoperto racchiude sotto un unico titolo una vasta gamma di eventi culturali e momenti d’incontro organizzati dalle piccole case editrici indipendenti di Palermo che vogliono collaborare e fare rete. Gli editori che hanno aderito creeranno insieme occasioni per promuovere la lettura e la conoscenza delle piccole realtà editoriali in contesti diversi, anche al di fuori dei luoghi solitamente deputati. Gli editori promuoveranno in prima persona il proprio lavoro e le proprie scelte editoriali cercando un rapporto diretto con il pubblico e un dialogo con l'intera città.

Che dire? Anche se immersi nel crogiolo del decadentismo fatalista barocco che nutre i nostri orecchi, apriamo bene gli occhi! Non ci coglie di sorpresa questa iniziativa, ma ci da gioia e speranza, perché in un Isola come la nostra, dove sono quasi tutti poeti e artisti del vivere la Storia si fonde con le ragioni degli uomini e si fa Letteratura. Ecco la risorsa che ci vuole …..

sabato 7 febbraio 2015

Un grande del '900 raccontato da Saviano : Albert Camus


Quando Camus ci insegnò che siamo noi "Lo straniero"

 


di ROBERTO SAVIANO


Albert Camus in questi anni mi è stato accanto mentre mangiavo, dormivo, scrivevo. Accanto mentre mi disperavo. Accanto mentre cercavo brandelli di felicità. Era accanto a me quando sono stato troppo frettoloso in un giudizio, consigliandomi di rallentare, di riflettere meglio, di ponderare le mie parole, di pesarle. Accanto a me mentre tenevo il punto contro l'idiozia estremista, in un'Italia che spesso fa dell'estremismo di maniera scudo, appartenenza, bandiera. Era vicino, silenzioso, costante ombra, amico gradito a cui poter chiedere cose e da cui poter ancora ottenere risposte. È così che accade quando scegli di dialogare con uno scrittore, e non importa che sia morto quasi vent'anni prima che tu nascessi.

Albert Camus ha misurato palmo a palmo il territorio in cui si muove un narratore, il suo limite doloroso e la sua grazia, ovvero le parole. Parole che non sconfiggeranno la fame, che non salveranno vite, che non uccideranno virus, ma lo scrittore non "lavora", non "agisce" sul potere, piuttosto sulla responsabilità. Camus sa che tutto ruota intorno a questo: responsabilità e ragionamento. Sarà impossibile migliorare il mondo  -  è la razionale presa d'atto  -  ma si potranno migliorare le vite delle persone che entrano in contatto con noi, e quindi quell'impossibilità come postulato può cadere.
La vita di Albert Camus è un romanzo che è possibile leggere in tutte le sue opere, vere e proprie tessere di un prezioso mosaico. Francese nato in Algeria. Francese che vive tra francesi d'oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Straniero in Algeria perché privilegiato, straniero tra francesi. Ma straniero anche e soprattutto per la sua condizione di uomo; quindi, in definitiva, straniero tra stranieri. Si oppose alla Guerra d'Algeria, alla pena di morte per gli indipendentisti, ma non sopportò mai l'ideologia del Fln (Front de libération nationale) algerino che vedeva nella Francia il nemico, in una Francia generica, come categoria in sé, rivolgendo la propria ira verso i francesi più prossimi, quelli fisicamente presenti in Algeria. Il bene e il male è difficile che stiano unilateralmente da una sola parte e le divisioni manichee in bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto, vittima e carnefice tanto semplici da digerire, spesso sono altrettanto false e non spiegano in alcun modo la complessità della vita.

A Stoccolma, nel 1957, in occasione della consegna del premio Nobel, Camus partecipò a un incontro con giovani studenti. In quell'occasione uno studente algerino lo aggredì verbalmente e lui pronunciò, in risposta, una frase per cui la stampa francese di sinistra letteralmente lo crocifisse: "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre". Quello che Camus voleva dire era: se credete sia ingiusto che mia madre, perché francese ma da sempre modesta e lavoratrice, viva laddove ha sputato sangue e sudore, allora io sto con mia madre e contro la vostra giustizia.

Camus è straniero a tutto. La sua estraneità lo rende cittadino della riflessione continua. E quando nel '42 pubblica Lo straniero decide di fissare in volto il più complesso dei temi: l'estraneità dell'uomo alla società, all'universo intero. L'incolmabile e insanabile solitudine dell'uomo. Insomma, quando leggi Lo straniero , quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un'impresa impossibile: quella di descrivere l'esistenza come qualcosa che accade. E l'ha fatto non da uomo rinchiuso nei suoi demoni, non da uomo separato dal suo mondo, ma da uomo che vive pienamente la sua vita, e nonostante ciò ha compreso che la vita in fondo capita, senza ragione, senza colpa, semplicemente capita. Ne Lo straniero Meursault non è Camus, ma è un uomo senza mappa e senza coordinate: non immorale ma perduto proprio come lo scrittore immagina l'uomo del suo tempo. Non ci piace Meursault, è apatico. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Meursault infastidisce chi si aspetta  -  la quasi totalità dei lettori  -  una progressione della sua psicologia nel romanzo, chi vorrebbe che a un certo punto si svegliasse e urlasse al mondo il suo pentimento, che spiegasse le sue ragioni, che si giustificasse, che si difendesse. Invece Meursault quella condanna a morte tutto sommato se l'aspetta, ma non per coscienza: come non ha potuto decidere della sua nascita, allo stesso modo non potrà decidere della sua morte.

Lo straniero l'ho letto da adolescente e sin da allora ho fatto una riflessione che ha accompagnato il ricordo di quella lettura. Ho creduto che nell'estraneità che Meursault  -  che l'uomo  -  prova verso se stesso, verso l'umanità, verso l'universo, ci sia anche di che essere, di che sentirsi sollevati. Ho creduto di scorgere, e ancora vedo, nel sentirsi straniero, l'impossibilità di sentire fino in fondo il peso della responsabilità, perché la responsabilità è possibile sentirla solo quando si ha piena percezione, piena consapevolezza di ogni gesto, di ogni decisione. Ma se, invece, ciò che ti capita in gran parte avviene e basta, lo subisci, se non sei agente, ma sempre e solo agito, allora potrai andare al patibolo e le urla d'odio potranno fare da gradita compagnia. È la solitudine la gabbia in cui tutte le riflessioni di Albert Camus avvengono. Quella solitudine che è forse la vera carta universale di appartenenza al genere umano. Non bisogna credere che l'opera di uno scrittore che affronta ai ferri corti la vita permetta poi di arrivare a facili soluzioni.

Tutt'altro, è la complessità della vita a trovare spazio nelle pagine di Camus. E nella Peste esiste una risposta a Lo straniero , una risposta che chi ama Camus voleva, si aspettava. Una risposta che non consola ma spiega. Puoi fermare la malattia, ma non risolvi il problema. Nel mondo si muore lo stesso, si soffrirà lo stesso. Ma chi lavora e agisce per salvare, per pulire, per guarire forse non costruirà un mondo migliore, ma migliorerà il mondo in cui vive. "Esiste la bellezza ed esiste l'inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi". Camus ha scritto queste parole che suonano diverse da "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre", eppure raccontano una stessa anima e uno stesso modo di sentire, vedere e vivere il mondo. Sono parole che restano sotto la pelle, sotto le unghie, incise sui timpani. 

Rappresentano per Camus coordinate, la bussola nella sua vita e nei suoi scritti. E sono le coordinate che il lettore apprende nelle sue pagine. Coordinate di una navigazione che ci accompagneranno per tutta la vita.

domenica 7 settembre 2014

«Un bravo scrittore ha una buona idea all'anno. È molto»



Pierre Lamaitre: Poca Ispirazione, molta sudorazione
(intervista con lo scrittore tratta dal Corriere.it)
C’è una cosa che il mio lavoro di scrittore mi ha insegnato: parlare di tutto, ma non del mio mestiere di scrittore. Alcuni dei miei colleghi sono così appassionanti quando spiegano il loro modo di lavorare, quando descrivono il loro processo creativo. Riescono persino ad affascinarci evocando il luogo preferito, le proprie abitudini. A sentire loro, il nostro è un mestiere circonfuso da una sorta di grazia, ma quando ne parlo io l’interesse sembra scemare. Questo perché molti dei miei colleghi parlano come degli artisti, mentre io parlo come un artigiano. Tra loro e me, c’è la distanza che separa Michelangelo da un orologiaio. Hanno ragione loro. Se si privano gli scrittori dei miti che ruotano intorno alla loro attività, diventano persone perfettamente comuni. Machiavelli spiega che in politica le apparenze sono molto più produttive della realtà. Per gli scrittori è la stessa cosa: per far sognare, il nostro lavoro deve avere qualcosa di assolutamente speciale.
Per i francesi, ad esempio, uno scrittore è un individuo che soffre – strenuo retaggio del secolo romantico. Quando dico che la mattina mi metto volentieri al lavoro perché scrivere, per me, è innanzi tutto un esercizio di immenso piacere… sento che deludo. Durante una conferenza, una lettrice mi ha chiesto se fossi soddisfatto delle pagine del mio ultimo romanzo che mi avevano più impegnato. Senza riflettere, ho risposto di sì, pensando al ritratto di Labourdin (un imbecille che adotta strategie estremamente intelligenti per infilare la mano sotto la gonna della sua segretaria). Non era la risposta giusta. La mia lettrice ha capito benissimo che avevo adorato scrivere quella scena, che mi ero divertito. E invece uno scrittore non è uno che si diverte. È uno che soffre! Niente a che vedere con un tipo che gongola immaginando la tattica di un personaggio sprovvisto della minima dote, se non per… be’, l’avete capito.
Un altro esempio: l’ispirazione. Accidenti a lei! Quanto mi hanno ossessionato con questa storia! Lasciate che vi spieghi: uno scrittore è un essere «ispirato». Nessuno sa esattamente di cosa si tratti, una sorta di onda (immagino), qualcosa che cade sullo scrittore come il soffio di Dio, o come il soffitto, non lo so, in ogni caso è qualcosa di molto speciale, quasi indicibile, uno stato di grazia che appartiene soltanto alla razza eccelsa degli scrittori. Quando vengo interpellato in proposito, da buon discepolo di Machiavelli, dovrei assumere un’aria assorta, la fronte tra il pollice e l’indice… Al contrario, l’orologiaio che sono risponde che non crede assolutamente all’ispirazione, ma molto alla sudorazione. Passo un sacco di tempo a correggere, riscrivere, rifare, riprendere, è un’attività parecchio laboriosa. La prima stesura dell’articolo che state leggendo mi ha richiesto meno di venti minuti, orologio alla mano. Intanto sono già quattro ore che ci sto su e ancora non vedo la fine. Ditemi voi come si fa a far sognare un lettore (soprattutto una lettrice) con argomenti simili!
Altra cosa: il luogo di lavoro. Uno scrittore può lavorare soltanto se tutte le condizioni sussistono in pieno: il posto, la qualità del silenzio, il tavolo (in realtà non ne so nulla, sto provando a immaginare…), la penna, la carta, la luce, quello che vede, quello che non vede… Lo scrittore è un artista. In quanto orologiaio, devo confessare che potrei lavorare in qualsiasi posto. Preferisco quando non c’è troppo rumore (per la concentrazione) ma, in tutta onestà, se sono preso da una situazione, posso scrivere in treno, in hotel, in un bistrot, a casa vostra, a casa mia, non ha alcuna importanza. (È evidente che nel mio studio è diverso: sono circondato da amuleti, portafortuna, talismani, dalle foto della donna che amo, Pascaline, da una serie di cose senza le quali tutto diventa difficile, sono terribilmente superstizioso, ma non lo confesserò mai, soprattutto in un articolo per «la Lettura»).
Veniamo ora al mio lavoro vero e proprio, che consiste nel raccontare delle storie. Anche qui, non dico quello che dovrei: uno scrittore non «racconta delle storie»! È qualcuno che, toccato dall’ispirazione, perviene, in condizioni molto speciali, a vincere l’angoscia della pagina bianca, eccetera eccetera. Raymond Chandler diceva che esistono due tipi di scrittori: quelli che scrivono storie e quelli che scrivono testi. Io faccio parte della prima categoria.
Quando mi chiedono qual è la mia professione, raramente rispondo «scrittore », tranne alla dogana, alla polizia e alle belle donne. Di solito, dico che sono un romanziere, perché il mio lavoro è cercare di interessare il lettore alla storia che gli racconto. In cosa consiste? Ci vuole prima di tutto una buona idea. Secondo me, uno scrittore è qualcuno che ha una buona idea all’anno. Sì, lo so, non è cosa da poco, è un lavoro arduo. E poi richiede molta tecnica. Una storia è un meccanismo di orologeria che comprende ingranaggi, molle, spirali, cilindri (è così che si chiamano i dialoghi, le scene, le sorprese, i colpi di scena, una progressione narrativa, e via dicendo) e tutto deve essere perfettamente al suo posto affinché l’insieme «giri» con una fluidità tale da fermare il tempo nella mente del lettore. Tutto ciò ci allontana dalla questione dello «stile». Perché ho dimenticato di dirvi che uno scrittore deve anche avere uno «stile». La migliore definizione che conosco in proposito è di Simenon. Dice pressappoco così: «Quando voglio che Jean apra una porta, scrivo: Jean aprì la porta». Credo che un buon romanziere sia qualcuno che fa molto bene cose molto semplici. E non è per niente facile come si crede. Le frasi di Simenon, per esempio, comprendono in media 13 parole. Per darvi un’idea, un lettore può ricordare spontaneamente da 9 a 27 parole. Simenon rientra esattamente in questo intervallo. Non ho certo la pretesa di indicizzare il talento sulla semplicità. Una frase di Proust conta in media 43 parole, lui è uno scrittore geniale, e un libro interamente composto da frasi elementari sarebbe illeggibile. Ma penso che la questione dello stile sia spesso mal posta. Ciò che fa la qualità di un romanzo è lo spessore dei personaggi, la profondità del tema, la congruità delle situazioni. Lo stile esiste, naturalmente. Bastano meno di due pagine per entrare, senza ombra di dubbio, in un romanzo di Kawabata, di Baricco, di Zweig, di Duras. Si può non amarne lo stile, ma è innegabile che ne esista uno. Ma a cosa servirebbe se non riuscisse a far vivere la situazione dei personaggi? Sarebbe solo un elemento decorativo. A volte dico che un romanziere è un «fabbricante di emozioni». Il mio lavoro è fare in modo che il lettore sia inondato di emozioni, poco importa se positive (l’amore, l’entusiasmo, il desiderio…) o negative (l’odio, l’angoscia…), dipende da ciò che voglio dire, ma l’essenziale è non lasciare mai il lettore indifferente.
Ed eccoci ai personaggi. Il mio chiodo fisso. Dopo tutto il tempo e l’attenzione che dedico ai miei personaggi, ho fama di essere molto cattivo con loro. Un po’ è vero. Un giorno sono stato invitato in una biblioteca per parlare del romanzo poliziesco. Abbiamo cercato un argomento suscettibile di interessare il pubblico, ho provato ad attirare l’attenzione proponendo: «Scrivere un giallo. Trucchi e accortezze». Avevo quattro libri pubblicati e cinque premi: appena hai un minimo di successo in quello che fai, ti credi subito più acuto degli altri. Ecco il mio primo consiglio (lo so, i consigli ridicolizzano sempre chi li dà, ma mi ero stupidamente impegnato a darne): non risparmiate i vostri personaggi. Perché, vedete, quando uno costruisce un personaggio, lo cura, lo coccola, finisce che poi ci si affeziona e non vuole che gli succedano troppe disgrazie. È una trappola terribile. Nel mio ultimo romanzo, se non faccio cadere una granata su Quota 113, Albert non viene sepolto vivo, Édouard non diventa uno sfregiato in seguito a una scheggia grossa quanto un piatto fondo… e io mi ritrovo senza una storia. Mi direte che avrei potuto ferirlo più leggermente. Ma in tal caso anche la mia storia sarebbe diventata più leggera. Fin troppo.
Come ha osservato Jean Cocteau, «affinché gli dèi si divertano, è necessario che gli eroi cadano dall’alto». Perché, alla fine, il più crudele è sempre il lettore. Altrimenti, come spiegare le vendite di tanti romanzi polizieschi? In Francia un romanzo su quattro è un giallo. E cosa chiede il lettore di gialli? Un delitto (meglio se più di uno), spargimento di sangue, dolore, morte… In fondo, nessuno me lo toglie dalla testa: la cosa più importante, nel lavoro del romanziere, è il lettore.
(traduzione di Stefania Ricciardi)

Pierre Lemaitre


martedì 8 aprile 2014

Dall'Armonia alla Passione

Afrodite iperuranica

ovvero dell'Amore e della Fede
Dall'Armonia alla Passione
< Come è bella e nobile l'Ars poetica! Ah, Orazio! Per costruire, meo amico, una buona poesia non ci debban essere irregolaritate, ita harmoniam!> Giorgione De Tresoli Sigismondi, vecchio bacucco universitario, canuto, irso nel suo manto nero sobrio e corvino, barbaccia bianco sporco accovacciata al suo pancione, professore emerito dell'accademia della buona poesia, così discorreva con l'amico, tale Bernart de Ventadorn nipote del più celebre Bernart de Ventadorn, uno dei più noti trovatori in lingua occitana del periodo classico della poesia trobadorica. E quello a lui:<No! Mio Signore, no! Cuore e Canto! Cuore e Canto!>
< Costruzione est armoniosa, vi dico!> insisteva il vecchio sclerotizzato nella sua ars poetica.
< No, cuore e canto ....Cuore! Canto!>
A un bivio della strada sotto i portici si unì alla coppia disputante il nobile Conte e cavaliere di San Ermete. Poeta assai ironico, ove, per Egli il canto è ragion della passione!
< Come ci può essere un male più grande del mio?> esordì, lasciando come due barbagianni assonnati i due bacucchi in gentil disputa verbale.
il Giorgione bisbigliò all'amico:< San Ermete, chi è costui?>
Ma quelli provvidamente interruppe il mormorio con il suo verbo interrogativo e misterico!
< Il lauto e fido Sempronio è intemperante!>
Bernart, allora, esplose come un mortaretto innescato: < Come si può temperare l'intemperante? Sento che l'armonia che voi cercate è discordante con il mio canto, il cuore non obbedisce alle regole e sta chino dentro il petto trattenendo dentro di se la Pace, la Guerra, l'Amore, l'Odio gli insulti e tutto io sonando metto insieme per una sola causa>
E allora chiosò ardimentoso e presto il cavalier di San Ermete.< l'Amore!>
E quello ad eco:< L'Amore!>
Ugo Arioti

giovedì 27 marzo 2014

AFRODITE IPERURANICA ( rubrica letteraria a cura di Ugo Arioti)

Iperuranismo militante:

“Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontano di quanto vedessero questi ultimi; non perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra altezza ci avvantaggi, ma perché siamo sostenuti e innalzati dalla statura dei giganti ai quali ci appoggiamo".

« Je voudrais être amené devant le Dauphin, Charles. Je viens de Domremy et sont directe, si notre Seigneur Jésus-Christ veut, à Orléans ».

Afrodite iperuranica

ovvero dell'Amore e della Fede
Messer Biggio e lo Aligheri conversando pel margine dell'Arno


< Messere, son molto in preoccupazione per questo vostro amabile manierismo intriso d’amore che è in ogni vostro verso. Vedete, il pensiero della Chiesa …> < Il pensiero della Chiesa? Indi non viene ancora prima della vita l’Amore divino, oh Biggio?> < Al dunque, son tormentato dal monsignor …> < Restate muto c’ho veduto un tale!Siete voi qui, ser Brunetto?... ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uom s’etterna” Qual grossa perdita pel Mondo Nostro e per l’amore di veritate! E m’esortava il poeta a me dicendo, nonostante non potea parlar con lui di andare avanti e giungere alla sommità dell’impresa! Oh Biggio, che vi preoccupate?>

E, camminando camminando, rimuginava lento la risposta del fu filosofo fiorentino, dolce e forte allo stesso tempo che lo incoraggiava e lo spronava dicendogli:“veggendo il cielo a te così benignotiene ancor del monte e del macigno”. Allo stesso tempo non riusciva, seppur era lui stesso per ragioni controverse e interiori a porlo in quell’inferno, a comprenderne la collocazione. Brunetto Latini, grande insegnante di armonia repubblicana e di vita. Ecco la vita, forse. Restava per lui, poeta e sognatore, un grande riferimento nel bene e nel male.

Lui, che si accompagnava a Virgilio, maestro e guida, era pur sempre uomo del suo tempo e fratello della confraternita dei Fedeli d'Amore. Quasi fosse uno stilnovista! Giovanni Villani nella sua «Cronica» (1308) ne fa un telegrafico accenno ricordando che «una nobile corte» vestita di bianco sfilò in corteo dietro «un signore detto dell'Amore» durante la festa di S. Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno del 1283 e in quell’assise videro il suo volto apparire e scomparire tra due magnifiche donne. Ciò era pericoloso, ma libero era l’uomo e la sua fantasia e non temeva che l’inganno altrui.
 
(1)
 
Ugo Arioti

martedì 30 aprile 2013

Zero Zero Zero - Roberto Saviano

Zero Zero Zero il libro di Roberto Saviano scritto con la forza e la dolcezza della passione per le persone e le anime che vivono alla periferia del comune senso dell’esistenza

Le storie di "Zero Zero Zero" raccontano della cocaina e di chi la controlla: uomini privi della grandezza del male. A Roberto sembra che tutti vedano una realtà fasulla. "Forse sono diventato paranoico", dice. Il proibizionismo proclama la guerra allo spaccio e consegna ricchezze alle cosche in tutto il pianeta
Era molto atteso questo libro. Atteso al varco: e però è un bel libro. Ribollente di storie di umani e di altri animali, che meritano di essere raccontate perché non sono ordinarie. E non è ordinaria la passione del raccontatore. Saviano scova le storie dovunque si annidino, in rete, sui giornali, nelle testimonianze delle persone che incontra, nei documenti di indagini e processi cui ha a volte un accesso privilegiato. Sa riconoscerne e promuoverne la meraviglia - attitudine che gli schizzinosi chiamano mitomania.
Una questione corre attraverso le pagine: c'è una grandezza nei suoi criminali? C'è un rischio di nobilitazione epica nel racconto delle loro gesta colossali? Non avviene di ravvivare con loro il mito del Grande Delinquente che ispirò tanta letteratura scorsa, specialmente nella figura degli assassini di donne, di cui finalmente si constata la misura infima? Mi pare di no: nel racconto di Saviano l'enormità dell'impresa criminale - i mucchi di morti ammazzati, le montagne di soldi - va assieme alla piccineria dei suoi attori. La loro riuscita (provvisoria: muoiono presto ammazzati a loro volta o vanno in galera) è l'effetto dell'impotenza deliberata o pigra delle autorità pubbliche; e anche di un retaggio arcaico di regole - le regole di paese, della terra e del sangue, dell'Aspromonte o delle Ande - che si rivela efficace anche nell'estrema contemporaneità. Omerici tutti, ma di quella crassa e ottusa ferocia che è di Omero almeno quanto il valore e l'astuzia. Non c'è soggezione in Saviano per questi campioni. Tuttavia anche il loro scadente successo ha le sue eccezioni, anche nelle loro file si annidano paradosso e bravura.
( da repubblica.it  - Adriano Sofri)