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giovedì 27 giugno 2013

Flashback ( Ugo Arioti)

I PARTE

1

 


Santa Margherita di Pula 8 agosto 1998, la stagione estiva è nel suo centro e all’Hotel della “Pinetina” si prepara una gran festa per la prima emittente regionale che inizia le sue trasmissioni satellitari.
Si fa un gran parlare dell’evento. Il grande capo delle emittenti sarde e il manager dell’associata daranno sulle terrazze del Bellavista una grande festa. L’eco parte da Teulada e si spande per tutta l’isola fino alla Maddalena.
- Sveglia mandroni, stasera ci divertiamo! Eia!- gridò Gavino Congiu all’amico per dargli l’alzata. Erano le cinque del pomeriggio.
Il cielo sopra Santa Margherita era di un turchese elettrico e rifletteva sulla spiaggia i raggi del Solleone. Francesco de Angelis, romano del testaccio, immerso ancora nel Mondo di Morfeo, tentennava e non voleva aprire gli occhi.
Era il suo ultimo giorno di vacanze in Sardegna e già sentiva il peso del ritorno agli studi. Diciannove anni e una t-shirt giallo-rossa ( i colori della sua A.S. Roma) era partito da Civitavecchia il pomeriggio del 24 luglio, con la madre, amica della signora Congiu, che da signorina faceva Rossini. Claudia Rossini in Congiu si era trasferita a Cagliari dopo le nozze. Con la madre di Francesco aveva condiviso oltre che l’amicizia e la vicinanza di casa anche le scuole fino al diploma. La loro amicizia era inossidabile: due sorelle. Spesso Claudia andava a Roma per lavoro o per lo shopping e andava a casa di Francesco e i De Angelis per Sant’Efisio o d’estate, più frequentemente, passavano almeno due settimane con gli amici in Sardegna, prima a Cagliari ora da qualche anno a Santa Margherita di Pula dove il Signor Giorgio ha una tabaccheria con annesso negozio di libri, dischi e souvenir.
Gavino e Francesco, entrambi figli unici, si sono sempre sentiti come fratelli. Condividono ora la passione per lo studio della medicina. Francesco vorrebbe poi specializzarsi in cardiologia, mentre Gavino vorrebbe fare lo “strizzacervelli”!
Gavino torna sui suoi passi per vedere se l’amico si è alzato.
“Il pelandrone dorme ancora!”
Francesco, invece, fa finta di dormire. Aspetta che l’amico si avvicini fino ad essere a portata di mano e quando, dopo averlo chiamato per l’ennesima volta quello si gira, lo afferra per la caviglia e lo fa cadere.
- Ma che stronzo! Eia, mi puoi rompere una gamba così. -
- Disse Mangiafuoco a Gambadilegno!- fu la risposta dell’amico.
- Scemo! Sei tutto scemo. Alzare  ti devi. Andiamo a mare con Nico e poi al negozio da mio padre a prendere gli inviti per la festa di stasera! Vedrai quante piccioccase e quante attricette ci saranno. Così la smetti di sognare … Datti una mossa!- e si svincolò come un anguilla dalla presa non troppo convinta di Francesco.
- Piccioccase? E che cosa sono caciotte di latte di capra fatte in casa!- ingiuriò scherzosamente.
- Lo sai bene cosa sono le piccioccase!- rispose veloce Gavino.
Armati di tovaglie da spiaggia e costume, mezzora più tardi, si avviarono in spiaggia per incontrarsi con gli altri amici e organizzarsi per la serata. Tutti uomini.
Francesco era melanconico per la fine della sua estate.
Milio Floris, il saggio della comitiva, ventitre anni infermiere di sala al “Regina Elena” di Cagliari, gli fece ricordare che l’estate è come il giorno e la notte, torna all’alba dopo il buio.
Non fece effetto, anzi.
- Milio, non sono triste. È che quindici giorni sono pochi per godere di questo mare … vi invidio! Voi potete godervelo tutto l’anno. –
- Allora, la finiamo con queste stupidaggini!- li interruppe Gavino.- Dobbiamo divertirci stasera si o no?-
- Fiumi di champagne e di donne!- sortì Luca Pisanu mettendo una mano sulla spalla di Tore Scano.
Cominciarono a farneticare e sognare le avventure che li avrebbero coinvolto e le donne fatali che li avrebbero afferrati per i capelli e condotto nelle loro alcove per violentarli e massacrarli di sesso senza freni, estremo!
Quando finirono di fare progetti e di stabilire tutte le misure della fortunata che avrebbero scelto come partner per un sogno quella sera, ad uno ad uno si alzarono dalla sabbia cocente e si lanciarono sul mare della “Pinetina” per rinfrescarsi le idee.
- Oh, ragazzi! Ci si vede qua alle otto e mezzo spaccate! Ok?- raccomandò Gavino agli amici prima di tornare a casa.
- Eia, Gavino. Io telefono a Bibi e Taddeo. Viene anche Bucianeddu! Lo chiamo?- aggiunse Milio.
- Certo! Non c’è problema. Ho dieci inviti.-
- E ragazze niente?- chiese Francesco.
- Non lo sai che non le fanno venire di sera da sole e se vengono poi le devi riaccompagnare a mezzanotte.-
- Come Cenerentola!- sorrise Tore.
- Beh, allora a stasera!- concluse Gavino che era il leader di questa compagnia di ventura.
La festa di Satellite – Sardegna, avrà luogo nel più esclusivo dei resort della costa sud. Ottanta cuochi e un esercito di camerieri serviranno al banchetto esclusivo, riservato a soli, si fa per dire, trecentocinquantasei invitati. Tutti rigorosamente selezionati tra i magnati dei Midia e del Cinema, oltre che politici e faccendieri, una perfetta simbiosi. Alla fine della grande cena di gala si aprirà la pista che porta fino alla spiaggia dove hanno allestito un parco in legno che si proietta con una piattaforma su palafitte anche in acqua e forma due grandi cerchi uniti da una passerella ad esse larga cinque metri. Un vero spettacolare palco dove si mescoleranno agli invitati di prima anche i commercianti e i notabili di Cagliari, Pula e dintorni. Giornalisti e troupe televisive non possono mancare all’evento dell’estate sarda. Un ambaradan di tecnici, carpentieri e scenografi ha costruito in meno di due giorni il Sogno di una notte di mezza estate a santa Margherita di Pula, sotto Capo Teulada!
Lo schow  va in onda dal satellite in tutto il Mondo, quello fornito di parabole e di decoder!

mercoledì 15 maggio 2013

E in fondo era quello che volevo sentirmi dire


E in fondo era quello che volevo sentirmi dire

 





<Sono figlia di una mamma imperfetta. Così imperfetta che da piccola mi ritrovavo a invidiare le mamme delle mie compagne, sempre presenti, ordinate, precise, magari un po’ apprensive. La mia no.> disse guardandomi negli occhi per cercare di capire in anticipo le mie emozioni, ma rispose sua madre, prima che io mi potessi esprimere. “Gli uomini e la loro lentezza” avrà pensato. < A volte l’ansia da prestazione travolge le mamme nel desiderio di fare tutto, in casa e al lavoro, mantenere rapporti sociali, impegnarsi in attività creative, in cucina, nello sport. Spesso però con uno o più bambini al seguito è difficile rispettare tabelle di marcia e impegni pressanti, e si finisce per giocare sul tappeto con i capelli alla meno peggio, magari facendosi recapitare a casa la cena dalla gastronomia del quartiere. Questo non significa essere imperfette, e nemmeno sbagliate.> < Mamma! Smettila di cercare scuse. Mi sta bene che sei così, non ti preoccupare per Giulio! Anche se è un maschio certe cose le capisce.> Sorrisi e mi avvicinai a Marina.

< Ma poi che sarà mai questa benedetta “IMPERFEZIONE”?! E’ un modo di essere …> lanciai, come due dadi di una mano sconosciuta e bastarda, sul tavolo verde. 

<E’entrata nella vita di mio padre come un ciclone.> Continuò Marina e sua madre:<Avevo tredici anni meno di tuo padre! Ero miss bacio flora allo stabilimento balneare! Tuo padre mi ha …> < Comprendi? Lei bella, di tredici anni più giovane. Devo dire che ci ha tentato anche ad uniformarsi al modello di mamma perfetta che la famiglia allargata di mio padre imponeva. Ma non ci riusciva nemmeno a cannonate. Era più forte di lei! Ricordo i tuoi pianti notturni, mamma. A un certo punto si sono trasformati in canti a squarciagola sotto la luna. Forse solo per sopravvivere a una routine che imprigionava i tuoi sogni, le tue ambizioni. Mentre papà ed io aspettavamo di metterci a tavola, tu eri volata chissà dove. A cercare erbetta medica per i tuoi adorati animali (“vorrei essere un coniglio, così forse avresti più cura di me”, ti rimproverava papà),o  a piantare rose purpuree nel tuo orto. Non mi hai mai regalato bambole né cucine. “Giochi inutili”, dicevi. Così il mio gioco preferito era diventato inventare storie e creare film: sceneggiatrice, regista e costumista, soprattutto, con quello che trovavo nei tuoi armadi stracolmi. Minacciavi spesso di abbandonarci, e non sei mai riuscita ad amare mia sorella come amavi me, incondizionatamente. “Sono stata molto male quando l’ho partorita. Tra la vita e la morte per giorni e giorni e mi sentivo sola” hai ammesso recentemente con candore. Non mi hai mai imposto né chiesto di fare lavori domestici. “Dipingimi un quadro, piuttosto. Te lo pago”, mi dicevi. E in fondo era quello che volevo sentirmi dire … >

Lo sfogo di Marina prosegue! < Quando ti rimproveravo di essere una mamma imperfetta tu mi dicevi che era giunto il momento di spiccare il volo, proprio come fanno gli uccelli che lasciano il nido, spinti fuori dalla mamma se hanno titubanze. Ti ho desiderata convenzionale molte volte, eppure, lontana da te, mi sono trovata a piangere a dirotto all’idea di poterti perdere e di non saper vivere sola. Paura immotivata, tra l’altro, perché stavi benissimo. Finché mi sono decisa a parlarne con uno psicologo. “Questa faccenda di sua madre le morde il cuore ... la far star male ed è negativa per il suo Ego”, tagliò corto lui.> Cristina conosceva bene il fuoco che ardeva dentro Marina e sapeva che la figlia la adorava, nonostante le sue imperfezioni. Tentò, comunque, di dare e darsi una giustificazione e, avvicinandosi a sua figlia, la guardò con gli occhi più materni che poteva :< Per svolgere il lavoro di mamma è necessario sentirsi una donna realizzata che sta bene con se stessa. Ma come si fa, quando l'orologio è una presenza costante e incombente nella vita di tutti i giorni? Una delle cose fondamentali è riuscire a ritagliare del tempo per se stesse e per la propria vita privata, senza sentirsi in colpa perché non si passa tutto il proprio tempo libero con i figli.> Ma la ragazza sorridendo le rispose:< Tu sei la mia mamma imperfetta di cui ero innamorata, ma la cui forza continua a farmi paura. Predicavi un lavoro sicuro, parsimonia, ma poi ti sei sempre divertita a spendere fino all’ultimo centesimo nelle tue passioni, che cambiano di volta in volta. Investimenti, li chiami tu. Come quando il merciaio del paese ha chiuso bottega e tu hai rilevato tutto, accatastando bottoni, nastri, colletti, guantini e meravigliosi libroni con i campioni di stoffe nel salotto dove io ho imparato ad apprezzare la moda. Diciamo che la coerenza non è mai stata il tuo forte. Ma ora capisco come deve essersi sentito spiazzato papà, lui così abitudinario e impreparato a fronteggiare l’uragano che gli avrebbe cambiato per sempre la vita. Ovviamente nessuno è riuscito ad arginati. Il tuo spirito va più veloce di ogni regola, di ogni affetto. E sei rimasta te stessa. Il famoso psicologo ti paragonò alla torre di Babele a cui tutto ruota intorno. Io mi sono sempre rifiutata di spezzare quella catena che mi tiene stretto il cuore e, purtroppo, spesso mi intrappola la mente nel terrore di aver preso solo i tuoi difetti. Però so che è grazie alla tua meravigliosa follia se ho avuto il coraggio di inseguire i miei sogni.>

 

Non è un racconto originale, ma è tratto da articoli vari connessi e organizzati a mò di dialogo a tre tra la figlia prediletta, la madre e, come uditore, un ragazzo (possibilmente il suo Boyfriend!).   Succede che, nello scrivere e accoppiare le sequenze di un dialogo immaginato, ho capito che molte cose vanno raccontate e dette perché sono le pietre miliari del nostro viaggio, sempre uguale nella sua direzionalità, ma sempre diverso per la varietà di forme pensate, immaginate e sognate da noi, esseri umani, che crediamo nel dualismo anima corpo e nei sentimenti che li tengono insieme.

Ugo Arioti

lunedì 6 maggio 2013

La bambina dai capelli ricci

"La narrativa sociale, per me, è un importante modalità per parlare di problemi e di storie che hanno un grande rilievo sociale, ma che, talvolta, per tabù, paure o semplicemente per implicita rassegnazione ad una morale pubblica bigotta e rigida, che lascia ampi spazi alla corruzione dei costumi e non guarda, invece, ai vizi della società per quello che sono, vengono sottaciuti."
Ugo Arioti 
 
Dal romanzo :
La bambina dai capelli ricci
1
Leila , al tempo in cui la conobbi, era una allegra e sbarazzina ragazzetta di dodici anni o qualcosa di più che giocava a fare la donna. Rideva sempre, anche del suo corpo: un bozzolo in evoluzione lenta(lo chiamava così). Andavo al mare con la mia famiglia, in quel lungo litorale saraceno che sembra congiungere il Sud della Sicilia con l’Africa. Marta, mia moglie era amica della mamma di Leila e i nostri ragazzi giocavano spesso insieme in quel lungomare di sabbia finissima come le dune del deserto del Sahara! Sarà che con lo scirocco le creste delle montagne di sabbia che mutano in continuazione seguendo i venti si siano trasferite a San Leone e dintorni! Nelle giornate terse, dopo una pioggia mattutina, tornava il Sole e si intravedeva la costa africana come corresse verso di noi, ma eravamo noi a correre sul litorale giocando a pallone o a tamburello! Leila, esuberante per natura, era attratta dai nostri due ragazzi, qualche anno più grandi di lei, e  non perdeva occasione per avvicinarsi e per mescolarsi ai nostri giochi. Io, il vecchio, alla fine mollavo e mi sdraiavo al sole a leggere un libro o mi tuffavo in mare per rinfrescarmi. Marta e Gisella, la mamma di Leila, invece restavano sotto l’ombrellone a parlare di non so cosa. Discorsi di donne! La particolarità della bambina era la pelle scura, negroide, che contrastava con i suoi genitori ( Yankee come noi). Io e Marta pensavamo seriamente all’epoca, eravamo ancora in grado di riuscire nell’impresa, di allargare la nostra Famiglia con un adozione. Un gesto che non era dettato dalla necessità di essere più numerosi, no. Era il nostro modo per aiutare veramente chi non aveva avuto la stessa fortuna dei nostri. Così non facemmo mai caso al fatto che, sia Gisella che Edoardo, il marito, parlassero di Leila come di una figlia assolutamente legittima. Per noi assolutamente normale. Eppure c’era nell’aria una sorta di chiusura dei due coniugi sull’argomento e una, a nostro avviso inutile perché siamo tutti figli di Dio e dobbiamo cercare di aiutarci e non di fare del male al nostro prossimo, legge fondamentale che datava dalla nascita della pupa la sua esistenza in famigli e stabiliva senza se e senza ma la loro genitorialità. Come fosse uno Stato a parte con una sua Legge. “Fatti loro” concludeva Marta quando prima di addormentarci ricordiamo insieme gli eventi della giornata appena trascorsa, siamo fatti così!
<E ' importante sapere perché ha la pelle nera e i suoi  capelli, nero corvino, sono ricci?> Pensai, avevo in mente un estenuante maratona quasi troppo smaccata di Gisella sulla nascita di Leila , ancora una volta il racconto di lei, confermato dai suoi sguardi e dalle conferme di Edoardo, su come aveva partorito Leila e su quel giorno di gioia in cui le infermiere si fermarono a osservare la luce dei suoi occhi e di quelli, ancora straniti, della neonata che catturavano ogni raggio di luce e ogni ombra. Forse pensavo e, pensando, muovevo la bocca e non mi accorgevo che stavo parlando. Marta se ne accorse e mi stoppò:< Sono le ghiandole sebacee hanno un tono molto più, come dire:  difficile, … il sebo.>  
La guardai come un essere terrestre può guardare un omino verde proveniente da Marte. Cosa voleva dire? < Il sebo? Dici?> confermai come se avessi capito e, in effetti, avevo compreso che stava lanciandomi un messaggio e il senso era, me ne accorsi girandomi verso il paese: arrivano i nostri amici di spiaggia Gisella ed Edoardo con Leila. Mi avvicinai a Marta e le sussurrai all’orecchia:< Tu dici che è figlia loro? E non hanno avuto altri figli?> Per tutta risposta la mia dolce metà mi pose la mano sulla bocca( un segnale perentorio di silenzio). Poi mi guardò negli occhi e mi rispose, saggiamente:< Potrebbero amarla di meno?> <No! Io non ci riuscirei, anzi!>
 
 
 

domenica 5 maggio 2013

"Non dobbiamo assuefarci"

Standing ovation per Saviano
"Non dobbiamo assuefarci"
Il giornalista al Festival della Tv di Dogliani ha raccontato la mafia e la 'ndrangheta attraverso i titoli dei quotidiani locali del Napoletano, un'incredibile rassegna stampa che finisce per giustificare la violenza mafiosa
 


Standing ovation per Roberto Saviano a Dogliani. Il giornalista ha raccontato la mafia e la 'ndrangheta attraverso i titoli dei giornali locali del Napoletano. L'incredibile rassegna stampa di un territorio che finisce per giustificare la violenza mafiosa.

"Non dobbiamo assuefarci - dice Saviano - o considerarle questioni locali e lontane. E invece determinano anche il lato quotidiano in regioni apparentemene lontane come il Piemonte. Mi dispiace dunque che nei dieci punti del programma del nuovo governo non ci sia la lotta alla mafia".

"C'e un'Italia in guerra in alcune zone del sud che voi qui al nord, anche qui nel Cuneese, non sapete, ad opera di gruppi criminali che hanno in mano l'economia di quelle zone e un denaro che poi viene riversato qui da voi, nei cantieri, nei rifiuti, nelle imprese in crisi e acquistate da mafia e camorra".

"I camorristi ancora oggi, e soprattutto oggi, si credono e si raccontano come imprenditori che danno lavoro, bonificano territori rovinati - dice Saviano - e nei processi spiegano che gli omicidi di cui sono protagonisti sono un fattore culturale. Per loro la galera è un onore, un passaggio da uomo, da imprenditore. Non la patiscono come gli imprenditori non mafiosi, per esempio quelli arrestati per lo scandalo Parmalat o molti altri. Questi crollano e vengono abbandonati dalle famiglie, loro invece sono ancora più' amati dai loro famigliari e dai loro uomini".

"E' un fatto culturale e io cerco il modo di raccontarlo. Loro - ha concluso Saviano
- conoscono benissimo i meccanismi della stampa locale e di quella nazionale. Accettano benissimo si parli di morti ammazzati, ma non di certi meccanismi di potere. E quando un giornale nazionale o internazionale si sofferma su di loro patiscono ma lo hanno in conto, sanno che potrebbe accadere e si preparano".
Al termine del suo intervento, si è formata una coda di circa trecento persone in attesa di farsi firmare l'autografo sul nuovo libro "ZeroZeroZero". Saviano è protetto dalle guardie del corpo e riceve uno a uno i lettori del reportage.

martedì 30 aprile 2013

Zero Zero Zero - Roberto Saviano

Zero Zero Zero il libro di Roberto Saviano scritto con la forza e la dolcezza della passione per le persone e le anime che vivono alla periferia del comune senso dell’esistenza

Le storie di "Zero Zero Zero" raccontano della cocaina e di chi la controlla: uomini privi della grandezza del male. A Roberto sembra che tutti vedano una realtà fasulla. "Forse sono diventato paranoico", dice. Il proibizionismo proclama la guerra allo spaccio e consegna ricchezze alle cosche in tutto il pianeta
Era molto atteso questo libro. Atteso al varco: e però è un bel libro. Ribollente di storie di umani e di altri animali, che meritano di essere raccontate perché non sono ordinarie. E non è ordinaria la passione del raccontatore. Saviano scova le storie dovunque si annidino, in rete, sui giornali, nelle testimonianze delle persone che incontra, nei documenti di indagini e processi cui ha a volte un accesso privilegiato. Sa riconoscerne e promuoverne la meraviglia - attitudine che gli schizzinosi chiamano mitomania.
Una questione corre attraverso le pagine: c'è una grandezza nei suoi criminali? C'è un rischio di nobilitazione epica nel racconto delle loro gesta colossali? Non avviene di ravvivare con loro il mito del Grande Delinquente che ispirò tanta letteratura scorsa, specialmente nella figura degli assassini di donne, di cui finalmente si constata la misura infima? Mi pare di no: nel racconto di Saviano l'enormità dell'impresa criminale - i mucchi di morti ammazzati, le montagne di soldi - va assieme alla piccineria dei suoi attori. La loro riuscita (provvisoria: muoiono presto ammazzati a loro volta o vanno in galera) è l'effetto dell'impotenza deliberata o pigra delle autorità pubbliche; e anche di un retaggio arcaico di regole - le regole di paese, della terra e del sangue, dell'Aspromonte o delle Ande - che si rivela efficace anche nell'estrema contemporaneità. Omerici tutti, ma di quella crassa e ottusa ferocia che è di Omero almeno quanto il valore e l'astuzia. Non c'è soggezione in Saviano per questi campioni. Tuttavia anche il loro scadente successo ha le sue eccezioni, anche nelle loro file si annidano paradosso e bravura.
( da repubblica.it  - Adriano Sofri)

sabato 12 gennaio 2013

“Anche Dio può sbagliare …” ( da un romanzo inedito di Ugo Arioti " Il pesce e l'angelo")

(Tratto da un romanzo di Ugo Arioti "Il pesce e l'angelo", inedito, i cui personaggi sono frutto di fantasia dell'autore e non si riferiscono a fatti o persone reali o relamente esistenti)
Un sabato, di quelli primaverili, che in Sicilia sono l'anticipo dell'estate e portano consiglio agli uomini e al creato intero, essendo liberi da impegni, decisero di lasciare Alessio, il loro bambino, dai nonni per andare a Corleone. Brigida aveva conosciuto Fra Filippo durante una tappa di lavoro e voleva andarlo a trovare insieme a Biagio per fa capire a suo marito che lei era nel giusto, lui aveva acconsentito perchè era, comunque, un tavolo di discussione possibile. Fu così che quel mattino andarono a trovare Frate Filippo, un giovane cappuccino che viveva tra convento e casa della vecchia madre vedova che lui accudiva alternandosi con i suoi fratelli.
Quella mattina, leggermente afosa, illuminata da un Sole gigantesco,  il giovane frate era in campagna, nella vecchia casa materna e li invitò a restare con lui per un pasto cristiano, per pregare e quindi per parlare dei loro problemi. Evidentemente, ne aveva già parlato con Brigida che aveva organizzato l'incontro e che nutriva su quest'evento grandi speranze di determinare la sua giusta condotta e la sua  corretta determinazione a sfasciare tutto e a ricostruire, semmai, una Famiglia di pura"facciata", magari in funzione del figlio ( tipo ruota di scorta) uniti nella cristiana bontà del crescere insieme, ma ognuno per la sua strada( Biagio la chiamava ipocrisia, ma lei la vedeva diversamente).
Esemplare è la disponibilità dei Frati cappuccini al ministero delle Confessioni e alla Pastorale della Riconciliazione e Fra Filippo non faceva eccezione alla Regola.
Li accolse da fratelli, con un sorriso celeste e sereno. Mostrò loro le vigne, li fece parlare dell'amore che li legava a loro figlio e, quando fu pronto in tavola, ringraziando il Signore per la Grazia che concede a tutti gli uomini, sorrise ancora illuminando i loro volti, tesi come quelli di due pugili  sul ring. Pregarono e ringraziarono, poi cominciarono a descrivere i loro malesseri coniugali e a raccontare la loro situazione. Il frate ascoltava e moderava. Il match durò quasi un ora, Fra Filippo ascoltava e leggeva nelle loro menti, fino al momento in cui ritenne di "suonare la campana" e disse:< Allora Cara Sorella apri il tuo cuore, senza problemi, non sono gli uomini che ascoltano le tue ragioni ma Dio che le legge dal tuo cuore. Il Signore è infinità Bontà e Saggezza e se sappiamo ascoltarlo illuminerà il vostro cammino.>
< Grazie padre.> rispose Brigida < Vorrei che le sue parole giungessero lassù in cielo e che il Padre Eterno sia benevolo con me. Il fatto è che dopo questi sette anni di matrimonio non ci riesco più… abbiamo anche un bambino … io non sento più dentro di me l’amore che ci ha fatto decidere di metterci insieme e di sposarci. Forse ero troppo giovane? ...>
< Quale è la causa, secondo te, di questo?> le chiese il frate.
< Non lo so. Credo che sia l’abitudine o la mancanza di cura … mah? Io ho cercato di volere bene a lui, pensavo che i sentimenti si possono trovare e ... Lui era un uomo, parlava così bene! Io lo seguivo e cercavo di stragli vicina ... ma lui mi umilia sempre e  non mi da quelle cose che mi servono … io ce la metto tutta, ma …>
< Spiega come ti umilio.> Sbottò, allora, Biagio.
< Ecco lo vede c’è l’ha sempre con me, qualsiasi cosa dico o faccio sono sempre una stupida per lui. Una che non sa … e mi interrompe …> balbettò nervosamente Brigida.
< Ti interrompo se dici cose incomprensibili.> intervenne ancora lui.
< Lasci che  dica quello che ha da dire, come lo vuole dire, non interrompiamola.> intermediò il padre cappuccino.
< Va bene. Chiedo scusa. Non interrompo più.>
< Sorella Brigida, apriti a Dio e racconta come stanno le cose e spiega le tue ragioni, semplicemente come ti viene. Non ti preoccupare, qui nessuno ti giudica.> la confortò Fra Filippo, aprendo le mani a mo di benedizione.
Lei stette un attimo a pensarci poi si voltò verso il frate, come per confesarsi, dando le spalle al marito.
< Mi sento tradita.> disse secca.
< Tradita da suo marito?> Chiese il giovane cappuccino.
< Si e no. Insomma non parlo di tradimento fisico, non lo so se mi ha tradito con qualche altra donna. Non lo so. Ma io mi devo occupare di tutto in casa, io lavo, io stiro, io vado in banca. Quando ci siamo conosciuti gli ho detto che se mi avesse tradito l’avrei lasciato all’istante.>
Biagio ascoltava e non parlava, voleva capire dove sarebbe andata a parare lei. Brigida gli aveva detto, sic et sempliciter, "non ti amo più", così di punto in bianco senza un motivo o una giustificazione plausibile. Biagio era reo di non aver compreso  "segnali di fumo" provenienti dall'accampamento di Brigida. Non poteva capire. Punto e basta.
<Pensa di essere stata tradita da suo marito? Insomma crede che sia così?> le chiese con dolce e pragmatica presenza il frate.
<No. Non ho detto questo.> rispose sdegnata Brigida.
Biagio, rispettando la consegna del silenzio, ascoltava e vedeva svolgersi davanti a lui un quadro ambiguo e assolutamente vuoto di colori e di disegno; stava taciturno, come se non capisse cosa stesse facendo in quel posto.
< Allora, siamo stati per tre anni bene e abbiamo fatto anche un figlio, poi lui ha cominciato ad essere strano. Io non ho avuto una infanzia facile. Nonostante sono la seconda figlia, gli oneri di famiglia erano sempre tutti miei. Mia sorella, la grande, non era in grado, dicevano i miei genitori, di andare fuori a comprare qualcosa o a spedire una lettera o andare dal medico per chiedere una medicina, niente … Tutto sopra le mie spalle. Poi mi sono sposata ed è sempre la stessa storia. Ma non mi lamento di questo. È che oggi tutti i problemi sono miei e lui non mi aiuta, ma non è nemmeno questo. Vorrei che mi capisse. Che capisse che io voglio stare da sola. Non lo sopporto. >
< Sorella si tratta di una normale crisi di crescita. Tu stai attraversando il cammino troppo velocemente e devi cercare di comprendere tutti i passaggi di questa situazione. Hai delle responsabilità verso te stessa ma anche verso tuo figlio e tuo marito. L’hai sposato con amore?> le chiese il giovane frate cappuccino.
< Certo. Si. Credo di si, ma …> balbuzziò Brigida.
< Allora devi avere Fede e affidare il tuo cuore a Dio. Quello che il Signore unisce solo lui può dividere; pregare, questa è la ricerca che devi iniziare e lui verrà ad aprirti le porte del grande e infinito suo cuore paterno per insegnarti la via della consolazione e dell’amore per la tua famiglia per il tuo bambino e per tuo marito. Non ci sono gravi problemi. Ci sono problemi che noi stessi ci creiamo e fatti che dobbiamo comprendere meglio per crescere nella Grazia di Dio.> concluse. Poi si rivolse a Biagio e gli chiese di spiegare anche lui quali difficoltà stavano attraversando come coppia e come famiglia.
Brigida si placò, sembrava confusa e frastornata dalle sue stesse parole continuava a ninnare la testa come per dire “non sono convinta che sia così”.
Biagio allora cercò di rimettere, a modo suo, i cocci a posto e cercò di raccontare la storia della loro unione.
< Frate Filippo, quando ho sposato Brigida è stato il più bel giorno della mia vita. Quando lei era incinta di Alessio, nostro figlio, ho trascorso tutto il tempo dell’attesa il più vicino possibile a lei. Quando abbiamo avuto un brutto periodo di crisi economica, ho smesso di pagare le tasse dell’attività per potere garantire lei e me e il figlio che sarebbe venuto, abbiamo passato momenti brutti, ma le sono stato sempre accanto e ho fatto salti mortali per noi. A quel tempo non c’era crisi nel nostro rapporto o almeno così sembrava essere. Poi abbiamo trovato sul nostro cammino un piccolo premio, è arrivata ad entrambi la comunicazione che eravamo stati assunti dalla Pubblica Amministrazione, due stipendi frate. Due.>
< Che cosa vuoi dire? Che sono una sciupona? Ecco mi insulta sempre …> lo interruppe Brigida.
< Sorella, faccia parlare suo marito …> chiese con delicatezza Fra Filippo.
 <Perché? Lui parla sempre … non dice quello che deve dire. Non dice che mi ha scaricato addosso le sue cose e il peso di tenere pulita la casa e lui e ora … Si, avrebbe dovuto capire che ero ancora una ragazza.> disse lei con rabbia.
< Fratello continui, continui, per favore.> la fermò il monaco rimettendo in pista Biagio.
< Non sono un uomo perfetto. Lo so. Ma ho fatto tutto quello che ho fatto per amore e per avere una famiglia che fosse allegra, solare e con tanti figli. Dico solo che, quando eravamo presi e afflitti da ristrettezze economiche, stavamo bene, oggi, che potremmo ambire a migliorare la nostra situazione e a toglierci debiti e a farci una casa nostra, siamo al muro contro muro e non l'ho costruito io. Ora, io, senza poter capire cosa le è successo e perché  sento dire, da mia moglie, irrevocabilmente, che non mi ama. Mi è crollato tutto addosso. Ho cercato e cerco di parlare con lei, ma dice che non capisce quello che dico. Capisce solo quello che dice lei e io devo accettare soltanto la sua sentenza finale senza fare niente. Mi dispiace, ma io non sono fatto così. Io lotto finché c’è un minimo di speranza per rimettere in piedi questa costruzione che ci è costata sangue e sudore e tanto, tanto sacrificio. Soprattutto ora che abbiamo la responsabilità di un figlio. Che gli dico a mio figlio? Alessio tua madre non mi ama più, allora la finiamo qua e tanti auguri e chi s’è visto s’è visto? Non credo che questo sia il modo giusto di affrontare la vita e le mie responsabilità di padre e marito. Credo e penso che sia un modo irresponsabile. Bisogna pensare a chi abbiamo messo al mondo non per noi ma per lui, per la sua vita, la sua dignità, la sua verità. Credo che abbiamo il dovere di ricostruire la nostra casa e renderla più robusta. Questo credo. Ma una Famiglia deve essere una vera famiglia e non una scatola vuota o un albergo ....>
< Mi fa piacere sentirti dire queste cose. Nella vita ci sono sempre fasi che si attraversano con fatica e con sudore di fronte, ma la Fede ci guida verso la Luce di Dio. Avete tante cose da dirvi, dovete cercare di aiutarvi parlando di più tra di voi, condividendo anche questi dolori, ma so che potete farcela e che la vostra famiglia sarà ancora più forte e vera nella Fede di Dio e nella sua Benedizione. Venite qua, preghiamo Gesù Cristo che per amor nostro si è immolato nella croce e ci ha insegnato la preghiera delle preghiere.>
Brigida era visibilmente scontenta di quel match, ma non fece alcuna opposizione.
Si avvicinarono a frate Filippo e, insieme, recitarono il Padre Nostro.
Alla fine si accomiatarono dal religioso e ripartirono per  casa.
Durante il viaggio lui cercò di sondare il terreno e di capire cosa ne pensava Brigida di quell’incontro che lei stessa aveva procurato.
Nessun commento. Solo una frase sfuggì dalle labbra serrate di Brigida: “Anche Dio può sbagliare …”

giovedì 10 maggio 2012

Il dovere e il rimorso del signor Equitalia



Un giorno dietro i vetri blindati dello sportello, di fronte a rabbia, attesa, disperazione. E alla fine la stessa domanda: "Ma quanto devo pagare?". L'impiegato in trincea però si difende: "Non siamo i gabellieri del terzo millennio, possiamo rimettere in carreggiata una ditta, una persona, una vita". Con una parola magica: "Rateizzazione" di JENNER MELETTI

PADOVA - La signora sembra una statua di sale. Fissa Stefania, "operatrice allo sportello", e non gira mai la testa, così quelli che aspettano il loro turno seduti nell'atrio non vedono che sta piangendo. "Ho un debito con l'Inps, devo pagare 650 euro al mese. Ma adesso quei soldi non li ho perché fino a luglio devo pagare il mutuo per la casa. Potete aspettare? Da agosto in avanti sarò puntuale".
Le facce raccontano già tutto, davanti ai vetri del palazzo padovano di Equitalia Nord spa. Raccontano speranza, rabbia, attesa, disperazione. I cicalini che permettono il dialogo attraverso i vetri blindati mettono in un frullatore le stesse parole: ipoteca, notifica, ammortamento, rata, verifica, cartella, scadenza, bollettino...
Alla fine, la stessa domanda: "Ma quanto devo pagare?". Voci sussurrate, come nell'anticamera di un medico. "Se qualcuno grida o batte i pugni sullo sportello arrivo subito io", dice Franco Marchiori, responsabile del settore "incassi e servizi ai contribuenti". "Lo invito in uno di questi salottini delle informazioni, dove non ci sono vetri divisori. Ascolto i problemi, cerco di dare risposte. L'importante è tenere a mente che chi si presenta qui è comunque una persona che vuole pagare le tasse, anche se in ritardo. È una persona che è nei guai ma che ha il diritto di avere una speranza. Purtroppo c'è anche chi si tiene tutto dentro, non si presenta nemmeno ai nostri sportelli. E così ogni mattina, quando prendi in mano il giornale, hai paura".
Dalle 200 alle 400 persone al giorno arrivano qui, davanti a tre sportelli "Informazione" e agli otto sportelli "Cassa" dell'unica sede Equitalia di Padova e provincia. Una fila continua dalle 8,25 alle 13,25, il giovedì anche dalle 14,20 alle 15,45. "Lo so - dice Franco Marchiori - non facciamo il mestiere più bello del mondo. Ma gli esattori ci sono sempre stati e noi cerchiamo di fare questo lavoro nel modo più civile possibile.
"Usurai" e "Assassini", hanno scritto sui muri del palazzo e questo ci fa male, anche perché chi pensa che noi siamo davvero così non viene a chiedere il nostro aiuto. E noi siamo i soli che possono rimettere in carreggiata una ditta, una persona, una vita". Un giorno dietro i vetri blindati, per raccontare i volti e i problemi di chi va "da quelli delle tasse" e le risposte che riceve. "C'è un clima pesante, attorno a noi, dopo tutte le notizie di suicidi, di proteste, di minacce... Vede quel signore che sta uscendo? Mi ha appena detto che, venendo qui, aveva paura di essere arrestato ".
È un artigiano polacco, sui 40 anni. "Lavora in Italia da sempre ma quattro anni fa è andato in crisi, con il lavoro e con la famiglia. Gli è arrivata una prima cartella da pagare, tre anni fa, per 70.000 euro, per evasione dell'Iva e dei contributi Inps. Il suo "consulente" gli aveva detto di fare finta di nulla. Adesso il debito è cresciuto, siamo a 103mila euro e anche con dentro la paura delle manette finalmente è venuto da noi. Gli ho spiegato che il debito si può rateizzare, che potrà pagare in sei anni. Mi ha ringraziato".
"Se accetti la rateizzazione - racconta Mauro Bronzato, direttore generale Equitalia del Veneto - significa che ti metti a posto, non sei più un evasore e l'Inps può rilasciare il Durc, il documento unico regolarità contributiva. L'artigiano polacco potrà così riprendere il lavoro e partecipare ad appalti e bandi, non essendo più considerato un soggetto moroso. Certo, il debito resta ma non ci sono più gli interessi di mora. Io penso che la rateizzazione sia lo strumento più utile per abbattere la disperazione. Fino a marzo, per poter fare questa operazione, dovevi chiedere l'autorizzazione all'ente creditore, come l'Inps, l'Agenzia delle entrate, ecc. E sopra i 50.000 euro si doveva fare una fidejussione. Adesso le rate sono approvate e decise da noi, anche in cinque minuti per importi fino a 20.000 euro e con tempi appena più lunghi per importi superiori. A tutto il mese di marzo Equitalia aveva già rateizzato 20 miliardi di debiti, un miliardo solo qui nel Veneto. E proprio oggi abbiamo ricevuto una nuova disposizione: si possono accettare anche rate a importo crescente. Se un imprenditore è in crisi pagherà meno nei primi mesi dopo la ripresa dell'attività e sarà in grado di sostenere una spesa maggiore quando l'attività sarà a pieno regime".
“Sappiamo - dice il direttore regionale - che la gente non è mai entrata volentieri nei nostri uffici. Ma noi andiamo in giro, soprattutto nelle associazioni di categoria, a ripetere che solo ai nostri sportelli si può trovare una prospettiva. Certo, dopo l'incontro il debitore non si mette certo a fare salti di gioia. Sa che ci deve dei soldi e deve pagarli davvero. Ma almeno ha idee chiare su come muoversi e sa quanto tempo ha a disposizione. Può sembrare strano, ma c'è chi ci ringrazia. Certo, l'inizio del colloquio non è mai facile. Oltre a chi chiede uno sconto c'è chi pensa che se paghi la metà subito l'altra metà sarà abbuonata. Ma l'importante è arrivare a un progetto di rientro dal debito. Solo così sei sicuro - diciamo la verità: speri - di non trovare sul giornale del giorno dopo il nome di chi ha deciso di arrendersi. No, non ci sentiamo i "gabellieri" del terzo millennio, ma sappiamo che il nostro lavoro ha un impatto pesante. Per questo cerchiamo di farlo nel mondo meno invasivo possibile".
Franco Marchiori presenta i colleghi blindati dietro ai vetri. "Ecco Ilaria, Giorgio, Stefania, Mara, Giovanni, Francesco...".
"In fondo - racconta - siamo un po' come i confessori che ascoltano storie piccole e altre enormi. C'è il signore che viene a pagare una decine di multe che non sapeva di avere ricevuto e intanto guarda il figlio - era lui a guidare l'auto del padre - come per dirgli: appena fuori, facciamo i conti. C'è chi arriva qui per il canone tv non pagato e chi invece ha evaso 20 milioni di Iva. Quel signore che adesso sta preparando un progetto per le rate con il mio collega è un artigiano che è nei guai e non per colpa sua. Ha dato i soldi per le tasse a un consulente e questi è sparito. 'Se lo trovo gli sparo', mi ha detto. 'Se lo trovate voi avvisatemi così lo accoppo'. Ci sono storie paradossali. Un'operaia ha lavorato senza ricevere mai i contributi e adesso è lei che deve pagarne una parte, per corresponsabilità. Un'altra dipendente è venuta qui a pagare le tasse che dovevano essere pagate dal suo datore di lavoro. 'Lo faccio per non perdere il posto', mi ha detto".
Al Ciao bar, di fronte a Equitalia, raccontano che "una volta erano tanti gli incazzati che uscivano da lì dentro e venivano qui a bere per consolarsi". "Adesso quasi tutti hanno alzato bandiera bianca. Sanno che al massimo puoi chiedere di non pagare tutto e subito".
Oggi non c'è ressa, ma ci sono sempre persone in attesa. "Equitalia, per un Paese più giusto", annuncia un manifesto. "Ho un bar - racconta Gerardo - e fra cento tasse te ne puoi dimenticare una. E così ho pagato il triplo, più 1.300 euro per l'avvocato che mi ha accompagnato qui, un'ora in tutto".
Tatiana racconta la storia dello zio arrivato da Chisinau. "Quattro anni fa ha avuto un colpo al cuore e non ha più lavorato. Ma le tasse sono arrivate ugualmente. Sono venuta a chiedere come potrò pagare 9.300 euro". Un anziano investe Martina, bancone di Prima accoglienza. "È vostra questa lettera? Io il canone tv l'ho pagato". "No, guardi, è dell'Agenzia delle entrate". "Stavolta ghe sparo". "Scusi, ma quanti anni ha?". "Ottanta". "Lo sa che dopo i 75 non si paga più il canone? ". La signora con 650 euro di debito al mese con l'Inps è appena uscita con le lacrime agli occhi. Ma almeno un nonno lascia felice il palazzo delle tasse
(10 maggio 2012)

venerdì 2 marzo 2012

Da: Il Barone del Trifoglio ( romanzo di Ugo Arioti @1995)

In una scatola di ciliegio antica, il barone Federico, conservava i ricordi del tempo che fu, da quando cominciò la storia della fotografia e, prima ancora, dal dagherrotipo.
Frugando fra quelle vecchie e sbiadite immagini si poteva trovare una vecchia fotografia, scatto giovanile di un amico di gioventù di Federico, in cui era ritratta tutta la compagnia del Trifoglio con al centro, davanti, la famiglia baronale.
Lo sfondo della foto era l’ingresso della azienda rurale, l’arco e il muro coperto da buganvillee verdi con fiori di un rosso sgargiante.
Don Stefano Malvagno e i suoi uomini avevano costruito in meno di mezzora, perché la foto venisse bene e nessuno potesse essere impallato, due lunghe pedane di legno dove si stava in piedi.
Davanti a tutti, seduti nelle sedie di legno, i familiari del Barone; al centro Donna Anna, alla sua sinistra Federico e a destra Franca; don Stefano ebbe l’onore di stare in piedi dietro la Baronessa madre, con tutti gli anziani a fianco; dietro, nel primo gradino, le donne con i bambini in braccio e dietro ancora, nell’ultima fila, gli uomini.
Don Stefano ne aveva una copia, che custodiva religiosamente, e mostrava ai suoi ospiti o per Pasqua o per Natale.
Il vecchio fattore ricordava con nostalgia quel tempo della sua giovinezza e diceva:
-          U Baruni era un bravu cristianu e ogni duminica faceva veniri du paisi a Don Luigi, u parrinu da matrici, pi fari missa n’ta cappidduzza chi c’è nto bagghiu. Un ci stavamu dintra tutti, ma ascutavamu i sacramenti fino a fora, nto chanu davanti a chesa. Un mancava nuddu, mai una vota. Na dda chiesuzza si vattiavanu i picciriddi, si facevano a prima comunioni, a cresima, quarchi vota … Si ci piaceva a so Eminenza. Mi ci maritavu macari eo cu me muggheri. Eranu avutri tempi …”