domenica 20 luglio 2014

Mafiosità: il primato è della Provincia di Trapani


Da un indagine socio politica e culturale della Sicilia viene fuori una mappa che descrive le emergenze e le criticità strutturali delle nove  ex Province Regionali (oggi - ab inizio - Consorzi di liberi Comuni) dell'Isola del Sole. Enorme il potenziale storico culturale della Trinacria, basti pensare ai siti e alle città antiche come Akragas (Agrigento) Selinunte, Segesta, Solunto, Siracusa, Palermo ( Panormus, capitale del regno di Sicilia normanno) e ancora come Morgantina, Palazzolo Acreide pre - romane, medioevali come Erice, Troina, Castelmola, Taormina, Cefalù, Enna e l'elenco sarebbe lunghissimo e ancora più ricco se a questi si sommano i Beni Culturali, ambientali e monumentali. Sicilia felicissima? Purtroppo Sicilia buttanissima, come nel libro di Buttafuoco che descrive la rovina della trinacria dall'autonomia a Crocetta, viene nomata l'Isola! 
Il Cancro è la Mafia, non come associazione delinquenziale, ma come elemento culturale che in alcune Province, come quella di Trapani, diventa il canale del sottosviluppo dove non esiste la Politica, ma il favore, dove il commercio passa attraverso il controllo di Cosa Nostra, e le imprese riciclano denaro, sono i polmoni della "Primula Rossa" delle cosche mafiose. Il primato assoluto di Trapani è solitario, come se questa fosse un territorio extraeuropeo, seguono Catania, Gela e Messina. la logistica non è un opinione è strategia del controllo. 
Dando uno sguardo all'Elenco che la Regione Siciliana ha inserito nel sito ufficiale della Presidenza Crocettiana nella Provincia di trapani risulta soltanto una associazione antiraket. Sembrerebbero spariti gli onesti! No, sono solo silenziosi, e questo, come diceva Martin Luther King è il peggiore dei mali: la connivenza.

Redazione Secem

Quando la mafiosità è uno status. Parola di Stefano Lauretti

-Maria Cristina Giovannitti- Marzo è il mese dell’antimafia, della lotta alla persistente mafiosità che ci circonda: dall’omertà del quotidiano, fino al regolamento di conti che continua tra clan rivali. Il 18 di questo mese saranno commemorate tutte le vittime innocenti di mafia e, secondo quanto comunica anche l’associazione Libera, la Commissione d’Inchiesta Antimafia sta lavorando a delle proposte in merito alla lotta alla criminalità da presentare in Parlamento.
Anche lo scrittore Roberto Saviano ha sollecitato il nuovo Governo, in primis il premier Renzi, a contrastare la Mafia Spa, un business che frutta alla criminalità ben 138 miliardi di euro, tutti soldi che potrebbero entrare nelle casse dello Stato.
Mafia, camorra, ‘ndrangheta si vedono ancora. Intesa in questo senso laMafiosità –Albatros Editori - denunciata nell’omonimo libro–dossier del giovane scrittore Stefano Lauretti è uno ‘stato d’essere’ radicato nella natura di chi vive da mafioso ed uno status accettato dai cittadini asserviti. La mafiosità è la spavalderia becera del boss dei boss Totò Riina che, dalla sua cella, cerca ancora di pianificare la morte del pm Di Matteo “perché bisogna farlo fuori”, “perché è scomodo”. La gravità sta nel rendere la mafiosità un atteggiamento normale, ecco perché lo scrittore Lauretti denuncia tutta la mafia in cui viviamo nel suo ‘Mafiosità’.
Nel suo libro, non parla di mafia ma di ‘mafiosità’ perché?
La mafiosità è un fenomeno che negli ultimi 20 anni ha preso sempre più piede nel nostro Paese. Da Nord a Sud si è diffuso un modo di fare prepotente, clientelare, che onestamente assomiglia molto a quello delle cosche mafiose. Per fortuna esistono ancora tante persone che vogliono cambiare in positivo l’Italia e non chiudono gli occhi dinanzi alle ingiustizie.
Quando decide di scrivere questo libro-documentario sulle varie forme di criminalità organizzata?
Ho deciso di scriverlo molti anni fa, onestamente non ricordo. Durante gli anni ho conservato gli articoli che scrivevo, estrapolavo dai libri sulla mafia le parti che mi colpivano particolarmente e le appuntavo su un taccuino. Diciamo che è stata una fusione di appunti, di articoli e di letture.
Droga ed ecomafia, i grandi business delle mafie di cui ci parla ampliamente anche nel suo libro …
La mafia, in Italia, ha il monopolio della droga. Questi gruppi criminali hanno deciso di investire tutto sul traffico degli stupefacenti. Questo è avvenuto perché è un’attività redditizia. Inoltre, riesce a farle mantenere un profilo basso. Ricordiamoci quando la ‘ndrangheta si arricchiva con i sequestri di persona; ecco, questo era un metodo troppo pericoloso e dispendioso perché attirava l’attenzione della società civile, dei media e aveva bisogno di molti uomini sul territorio. Per questo hanno deciso di investire gran parte dei guadagni in droga. I danni all’ambiente, invece, io li paragono agli omicidi mafiosi compiuti nel corso degli anni. I cittadini si ammalano per colpa dei criminali e dell’omertà. Tutto ciò comporta una morte lenta e lontana dai riflettori.
Agromafia, corruzione sanitaria, contraffazione dei prodotti alimentari fino alle gare clandestine, questo è invece il business minore della mafia a cui dedica una dettagliata descrizione nel testo …
Sì, perché in molti non sanno che la mafia riesce a mettere le mani dappertutto. Viene soprannominata “La Piovra” proprio perché con i suoi tentacoli arriva in tanti settori. Quante persone conoscono il traffico dei farmaci antitumorali gestito in particolar modo dalla camorra? Quante persone conoscono il business mafioso sugli alimenti o sul traffico di persone? Forse questi traffici illeciti non fanno notizia …
Un libro che denuncia anche l’omertà legata alla mafia: il silenzio-paura dei cittadini sottomessi, il silenzio-giuramento dei boss. Ci riporta alcune testimonianze?
Il silenzio sui fatti di mafia è ed è stato eclatante. Rendiamoci conto che si sta svolgendo un processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, quindi già questo ci può spiegare il livello di omertà che si è creato anche in alto. Nella mia vita, in qualche occasione, mi è capitato di trovarmi dinanzi a persone che hanno avuto difficoltà a pronunciare la parola mafia.
Sullo Stato criminale e le ultime rivelazioni del boss dei casalesi Carmine Schiavone, quanta mafiosità c’è ancora da combattere? Molta. Bisogna insegnare ai ragazzi il vero senso della legalità. Quando parliamo di Schiavone dobbiamo ricordarci che sono fatti molto più vecchi di quelli che vogliono far sembrare.
Concorda con il M5S che ritiene ‘incostituzionale’ l’operato del Presidente Giorgio Napolitano (ricordiamo che Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle rivelazioni di Schiavone)?
Io non sono un fan né di Napolitano, né del M5S, ma l’operato del Presidente della Repubblica, a mio avviso, non è stato dei migliori.
In merito alla trattativa Stato-Mafia, concorda con le dichiarazioni di Travaglio che dice: “Si sta cercando di evitare che escano fuori nomi importanti. Anche tra le persone morte”?
Sono in piena sintonia con le parole di Marco Travaglio. Secondo me la mafia ha fatto accordi con lo Stato non solo una volta, ma in diverse fasi della storia italiana.
In riferimento alle minacce che il boss dei boss Totò Riina rivolge al pm Di Matteo, considerando i tagli alla DIA, secondo lei quanto ancora c’è da fare ancora per l’antimafia?
Queste vicende assomigliano a quelle che abbiamo vissuto durante i primi anni Novanta. Diciamo che la legalità procede il suo cammino a piccoli passi. Come già ribadito nel libro, bisogna creare un sistema di prevenzione e educazione alla legalità partendo dalla politica, dalle scuole e, in certi casi, anche dalla famiglia. Totò Riina continua a minacciare un magistrato valoroso come Di Matteo con la solita violenza che conserva dentro di sé. Se volesse dimostrare il proprio coraggio potrebbe illuminarci sulle tante vicende oscure avvenute in passato. Il vero coraggio lo hanno dimostrato altri, non lui.
E’ in cantiere il prossimo lavoro? Parlerà sempre di mafia?
Già da diversi mesi sto preparando un nuovo libro che parlerà sempre di mafia. Questa volta ho voluto accendere un riflettore sui rapporti tra mafia e politica.

Meditate Gente, meditate!



giovedì 17 luglio 2014

Simone Weil e la "percezione perfetta" del mondo (argomento 2014)

Simone Weil e la "percezione perfetta" 
del mondo
di Federica Negri
L'estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364) (1)
Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi. 
Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.
Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.
Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei "maestri di percezione", avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.
Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto - anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.
Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo. (2)
Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.
Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi "sporca", ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, "L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo."(3)

Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.
Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri. (4)
Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.
Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall'altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.
L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un "trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto". (5)
I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.
Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.
Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.
Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception. 
(6)
L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.
Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.
Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull'efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?
Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è "la dura superficie delle cose" contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.
Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.
Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.
Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.
Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.
Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.
(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)
Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)
La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.
Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.
È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a "salvare i fenomeni".
Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.
Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell'immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.
Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)
E ancora
La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)
La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggerel’esperienza.
La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.
[…] Il fatto è che ci sono due ragioni.
C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.
Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

stralcio..............................( se ti interessa cerca su internet l'articolo di Federica Negri) Redazione Secem

lunedì 14 luglio 2014

Italiano sono!


Viviamo in un Paese, culla del Rinascimento, dove, al tempo che viviamo, l’arte si coniuga con l’ambiguità e si è convertita, ormai, all’assurdo Mondo numerico dei falsari. Che cosa voglio dire? Voglio dire che l’arte di essere italiani è una merce. Italiano, tifoso per natura, razzista per vizio di forma e lunatico quando serve, oggi è solo un aggettivo che viene affibbiato alla nascita a chi ha la fortuna o disgrazia, a seconda dei punti di vista, di venire al Mondo nello stivale e nei suoi contorni isolani.
Per Beppe Severgnini ci sono 100 buoni motivi per essere ITALIANI, forse per qualcun altro sono di più o di meno, ma cosa significa essere ITALIANO?
Non sono solo stereotipi. Dietro l’immagine nota dell’italiano medio ci sono delle precise attitudini caratteriali che noi nei fatti possediamo più degli altri, come ce ne sono altre che son più diffuse nei francesi, nei tedeschi o negli inglesi. E non sono solo aspetti negativi. Magari da dentro casa non ce ne accorgiamo (o è il nostro tendenziale disfattismo a chiuderci gli occhi), ma l’italiano ha anche diverse virtù per le quali viene apprezzato all’estero. Che vuol dire essere italiani?
Ma vediamo alcune risposte alla domanda cosa significa essere italiano?!?
“Essere italiani” a questo punto è chiaramente un termine colloquiale e non scientifico: le equazioni della meccanica quantistica descrivono forse il famoso Bosone di Higgs, non un italiano. 
In Francia è stato lo stesso governo a lanciare un “dibattito” su cosa significhi essere francese, dalle nostre parti l'italianità pare essere un problema solo di fronte alla riscoperta, o creazione della “padanità”. Ed il livello delle parole usate al proposito è quello di una bettola d'angiporto. Stante le cose in questo modo metto quello che a mio avviso è l'essere italiani che (debbo confessare) deriva da una delle domande che fanno al test di naturalizzazione (negli Stati Uniti). E’ italiano colui che riconosce come suprema legge dello stato la Costituzione e le leggi che ne derivano. Come vedi questa definizione non comprende un concetto culturale. Gli italiani “etnici” se vogliamo dire così non possono essere definiti culturalmente, altrimenti la definizione dovrebbe essere talmente ampia da definire uno ad uno i 60 milioni di italiani viventi ed i 140, o 200?, che hanno vissuto nel paese dalla sua unità o addirittura chissà quanti dal tempo di Dante, io e tutti i miei familiari ci riempiamo di prosciutti e salami …... La processione dei ceri di tanti paesi del sud, il giorno della festa patronale, non fa questi paesi più italici di quelli delle valli valdesi, dove il “barba” oggi può essere una donna ….
Insomma è troppo complesso!
E' essere coscienti che la nostra storia e la nostra cultura fanno di noi un popolo molto speciale, quali che siano i problemi che dobbiamo affrontare – oggi – come nazione e Stato. Significa capire che in molti Paesi dell’Occidente possono esserci realtà, politiche e sociali, migliori di quelle di cui disponiamo noi: ma questo non significa che ovunque, tutto, sia meglio che da noi, meglio di noi.
 
Essere italiani, oggi, significa accettare l’evento epocale della globalizzazione sapendo che non la si può evitare, ma anche che non si deve farsene divorare. E che l’unico modo per mantenere la nostra identità è, appunto, volerne avere una, rispettarla, proteggerla.
Alla fine della giostra la risposta che mi aspettavo e che, anche non detta sta sulla testa di tutti quelli che tifano per la Nazionale di Calcio italiana: essere italiani vuol dire essere nati e cresciuti in Italia da una famiglia italiana bianca e cristiana …..
Allora, penso, siamo tutti italiani,dai cinesi ai finnici ai lapponi ai cileni agli argentini agli americani,  ma io spero di potere essere compreso come un terrestre che parla la lingua italiana.
Ugo Arioti


lunedì 7 luglio 2014

'Ndranghetisti in carcere rifiutano la messa. Roberto Saviano: la fede criminale



GLI AFFILIATI alle 'ndrine rinchiusi nel carcere di Larino hanno deciso di non partecipare più alla messa. Da settimane attuano una sorta di sciopero religioso. Dopo la scomunica pronunciata da Papa Francesco per i detenuti è inutile — hanno detto al cappellano don Marco — andare a messa — È inutile quando si è stati esclusi dai sacramenti. L’anatema di Bergoglio è giunto potente e inaspettato nelle carceri che ospitano gli uomini di 'ndrangheta.
Gran parte del mondo ha interpretato la scomunica come una mossa teologica, un’operazione morale fatta più per principio che per reale contrasto alle organizzazioni criminali. Un gesto morale considerato importante per dare una nuova direzione alla Chiesa ma che difficilmente avrebbe potuto incidere nei comportamenti dei padrini, degli affiliati, dalla manovalanza mafiosa. Quale danno avrebbe mai recato ad un boss una condanna metafisica che non ha manette, non ha sequestri di beni, non ha ergastoli ma che semplicemente esclude spiritualmente dalla comunità cristiana e dai suoi sacramenti?

Da queste domande era nata la diffidenza di molti che temevano che la presa di posizione del Papa contro i clan fosse inutile. Un gesto bello, nobile, ma innocuo. Ma non è così e la “protesta” dei duecento detenuti affiliati lo dimostra. Intanto è una prima volta, un unico nella storia criminale e non è affatto quello che potrebbe sembrare ad una prima lettura: ossia una semplice conseguenza della scomunica. Quando si tratta di organizzazioni mafiose ogni azione, ogni parola, ogni gesto non può esser letto nel suo significato più semplice e elementare. Dev’essere inserito nella complessa grammatica simbolica che è la comunicazione dei clan.
Questo sciopero della messa non parla ai preti, non parla alla direttrice del carcere, non parla nemmeno al Papa. Questo sciopero non dice: "Il Papa ci ha tolto la patente di cristiani, non possiamo più battere le strade della messa e della comunione ". Perché questo è falso. Papa Francesco nel suo viaggio in Calabria ha fatto un gesto comunicativamente geniale, è andato a trovare i detenuti nel carcere di Castrovillari e ha detto loro "anche io sbaglio, anche io ho bisogno di perdono": è in questa frase la vera forza della sua dichiarazione di scomunica. Non è contro l’uomo che in carcere appartiene all’organizzazione ma contro l’organizzazione. La scomunica non è all’assassino, all’estorsore, all’affiliato, al sindaco corrotto, al giudice compromesso, al boss, la scomunica è contro chi continua a sostenere l’organizzazione. La scomunica è all’assassinio, all’estorsione, alla tangente, alla corruzione quindi alla prassi mafiosa.
Quella degli affiliati non è quindi una sorta di protesta contro una Chiesa che ha abbandonato in contraddizione con il vangelo ("ero carcerato e siete venuti a trovarmi") il conforto ai detenuti. È un manifesto. È una dichiarazione di obbedienza alla 'ndrangheta, la riconferma del giuramento di fedeltà alla Santa. Questo sciopero è un gesto che deve arrivare all’organizzazione stessa. La scelta di andare a messa nonostante la scomunica avrebbe potuto far apparire gli affiliati sulla strada del tradimento, alla ricerca di quel nuovo percorso di pentimento che Francesco gli ha indicato.
Sottolineano: siamo scomunicati perché 'ndranghetisti, e nessuna occasione simbolica è lasciata sfuggire dagli uomini dei clan per ribadire soprattutto dalle segrete di un carcere la loro fedeltà. Si sciopera contro la messa in questo caso per dichiararsi ancora uomini d’onore e non lasciare alcun sospetto di allontanamento dalle regole dell’Onorata Società. Quando ci si affilia la “santina” di San Michele Arcangelo viene fatta bruciare tra le mani unite e aperte a forma coppa e le parole pronunciate sono definitive: "In nome di nostro Signore Gesù Cristo giuro dinanzi a questa società di essere fedele con i miei compagni e di rinnegare padre, madre, sorelle e fratelli e se necessario, anche il mio stesso sangue".

La scomunica di Papa Francesco sta diventando un meccanismo in grado di alzare come un grimaldello le inaccessibili blindate che isolano i codici mafiosi dal resto della società civile. Bisogna insistere e agire, isolare quelle parti di chiesa saldate alla cultura mafiosa che ancora resistono, come dimostra quel che è accaduto sempre ieri a Oppido Mamertina, in Calabria, dove la processione ha reso l’omaggio alla casa di don Giuseppe Mazzagatti. Un “inchino” dovuto per non alterare un vecchio boss che ancora tiene (rispetto alle giovani generazioni) al vecchio rito e che — come in molti hanno lasciato trapelare — da decenni finanzia feste patronali e iniziative religiose nel suo territorio.
Nell’Italia della crisi i simboli contano come reale e spessa sostanza, non sono un orpello di facciata. Alla scomunica religiosa deve seguire una scomunica civile assoluta, che permetta l’esclusione del meccanismo mafioso dalle dinamiche quotidiane, economiche, sociali. Un’esclusione vera, radicale, definitiva.

Ogni tanto anche buone notizie: Musei aperti a tutti di domenica



ROMA - Il caldo torrido non ha fermato nessuno. La domenica gratis, la prima per musei, monumenti e siti archeologici dello Stato, è stata un successo. Oltre 12 mila presenze a Pompei, 13 mila in mezza giornata per il Colosseo, oltre 2000 all'Archeologico di Napoli, 2 mila a Castel Sant'Angelo dove c'è stata la fila tutta la mattina, 1.250 alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, 1.520 per gli Scavi di Ercolano. Bene anche i musei più piccoli.
Segna un +65,91% in media il Polo museale fiorentino con un vero e proprio trionfo alla Galleria Palatina (+196,23%), alle Cappelle medicee (+189,63%), al giardino di Boboli (+147,82). Bene anche il museo del Bargello (+132,70%) mentre la Galleria degli Uffizi ha segnato +34,62%. La novità, invece, non porta molti visitatori in più alla Galleria dell'Accademia (+1,90%).
Il ministro Dario Franceschini è soddisfatto, "una bellissima giornata di festa", ha detto. Da luglio aveva annunciato 'la rivoluzione del piano tariffario dei musei'. Gratis solo sotto i 18 anni e a pagamento per tutti sopra i 25 anni, ridotti dai 18 ai 25. Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese e "due notti dei musei a un euro nel corso dell'anno", oltre a "un'apertura serale fino alle 22 dei grandi musei ogni venerdì", compreso il Colosseo. La rivoluzione è cominciata, ha lasciato intendere oggi. E ora attende i dati definitivi dai quali si aspetta un ulteriore incremento, forse addirittura un raddoppio di presenze rispetto alla normalità. "Siamo certi che i numeri aumenteranno con il passare dei mesi, quando questo appuntamento fisso si sarà consolidato nelle abitudini delle famiglie", ha continuato Franceschini.
Istituita con un decreto ministeriale, insieme con i venerdì ad orario prolungato e le notti bianche - che dal 2014 si faranno almeno due volte all'anno - la domenica a porte aperte riguarda tutti i circa 420 musei e luoghi della cultura statale. Con i nuovi orari sono arrivati intanto i nuovi prezzi per i biglietti. Il decreto ministeriale ha permesso aperture prolungate al venerdì nei maggiori musei e siti italiani (al debutto la sera del 4 luglio erano 26 ma diventeranno almeno 70 già dalle prossime settimane) e una domenica gratuita al mese.
Una scelta "più equa e in linea con l'Europa", ha continuato Franceschini, che il 17 luglio porterà a Pompei i commissari europei Androulla Vassiliou e Johannes Hahn anche per verificare l'andamento dei cantieri messi in campo con i 105 milioni della Ue ("stiamo lavorando per rispettare i tempi") mentre il 24 settembre alla Reggia di Venaria ospiterà la riunione dei ministri europei della cultura.
A completare la rivoluzione, ha ricordato il responsabile del Mibact, ci sono poi le novità previste dal dl cultura e turismo, in questi giorni all'esame della Camera, come i proventi della bigliettazione, che per la prima volta rimarranno nelle casse dei musei e la possibilità di introdurre per le grandi realtà la figura del manager. L'obiettivo "è valorizzare il grande patrimonio artistico italiano", ripete il ministro. Che punta a coinvolgere i turisti, facendo in modo che all'estero si parli sempre di più delle meraviglie italiane, ma guarda anche al pubblico 'locale': "Con i turisti - dice - ci aspettiamo tanti italiani attratti dalla novità e convinti a scoprire magari il museo sotto casa". Come sia andata da questo punto di vista lo si vedrà nei prossimi giorni, ma Franceschini assicura che il successo dell'iniziativa ha toccato oggi anche i musei più piccoli "con percentuali di crescita a due cifre".
Intanto, grazie all'accordo firmato con i sindacati, sono al momento risolti i problemi del Colosseo. Il ministro, che tempo fa aveva bacchettato proprio i custodi dell'Anfiteatro Flavio perché non permettevano l'apertura, e che dopo le ultime assemblee di Pompei aveva anticipato di lavorare a una norma per includere i musei nei servizi pubblici essenziali e prevedere quindi la precettazione adesso ringrazia tutti. "Stiamo lavorando con poche risorse", sottolinea, rinviando ancora una volta al dl cultura nel quale, insieme con l'Art Bonus, sono previsti per il settore meccanismi di mobilità e assunzioni.