Visualizzazione post con etichetta antimafia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta antimafia. Mostra tutti i post

giovedì 22 giugno 2017

Metastasi mafiose nel corpo dello Stato

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia

'Ndrangheta: Dna, presente in tutti settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia
La presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi (imagoec)

"Mafie come autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici". È quanto si legge nella Relazione annuale 2016 della Direzione distrettuale Antimafia e Antiterrorismo, presentata oggi dal procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia, Rosy Bindi



Nonostante arresti e condanne, le mafie (purtroppo) stanno benissimo. La 'ndrangheta soprattutto. È questo il quadro - amaro - tracciato dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo (Dna) presentata oggi al Senato dal Procuratore nazionale Franco Roberti e dalla presidente della Commissione parlamentare antimafia Rosy Bindi nella relazione con cui annualmente fa il punto sulle attività svolte dalle diverse Dda durante l'anno. Il 2016 - emerge dal documento - è stato un anno di successi, investigativi e processuali, ma le mafie storiche non sono in crisi. Al massimo, stanno cambiando pelle e strategia per meglio adattarsi ai vuoti provocati da arresti e condanne e alle modificazioni del mercato. Fatta eccezione per Napoli città, dove il periodo di fibrillazione dovuto ad arresti e condanne di capi storici ha dato la stura a un aumento della violenza sanguinaria dei clan, oggi guidati da giovanissimi e incontrollabili leader, le mafie sembrano aver optato per una strategia di controllo del territorio diversa ma altrettanto efficace.

MAFIE COME AUTORITA' PUBBLICHE
Le mafie stesse rischiano di diventare 'autorità pubblica' in grado di governare processi e sorti dell'economia. "L'uso stabile e continuo del metodo corruttivo-collusivo da parte delle associazioni mafiose determina di fatto l'acquisizione (ma forse sarebbe meglio dire, l'acquisto) in capo alle mafie stesse, dei poteri dell'autorità pubblica che governa il settore amministrativo ed economico che viene infiltrato", si legge nella relazione.

"Acquistato, dal sodalizio mafioso, con il metodo corruttivo collusivo, il potere pubblico - si legge nel testo - che viene in rilievo e sovraintende al settore economico di cui si è intenso acquisire il controllo, questo viene, poi, illegalmente, meglio, criminalmente, utilizzato al fine esclusivo di avvantaggiare alcuni (le imprese mafiose e quelle a loro consociate) e danneggiare gli altri (le imprese e i soggetti non allineati)".

MAFIE IN GRADO DI INDIRIZZARE INVESTIMENTI PUBBLICI
"Assai spesso, è la stessa organizzazione mafiosa che, avendo acquisito le necessarie capacità tecniche e le indispensabili relazioni politiche, individua essa stessa il settore nel quale vi è possibilità di ottenere finanziamenti e, quindi, conseguenzialmente, indirizza ed impegna la spesa pubblica. Si tratta del vulnus più grave alla stessa idea, allo stesso concetto di autonomia locale". E' questa la novità introdotta dalla criminalità che vuole aggiudicarsi gare e appalti pubblici, utilizzando la corruzione. Non più soltanto tangenti per entrare nella partita, ma intervento diretto nella elaborazione della stessa attività di ideazione, gestione e realizzazione dei bandi di gara.

"Individuati i fondi necessari, pagato o promesso il corrispettivo al politico che ha dato il via libera e attribuito il finanziamento all'ente locale, chiude il primo passaggio, il primo step, e l'opera può essere messa a gara", scrive Roberti, sottolineando come "l'impresa del cartello o un professionista incaricato, redige integralmente il bando di gara e lo consegna agli uffici amministrativi pubblici spesso neppure attrezzati tecnicamente a redigerlo".

"Bandita la gara, si innesta l'attività corruttiva-collusiva tesa a fare coincidere il nome del vincitore con quello della ditta del cartello che aveva prima fatto finanziare l'opera e, poi, aveva impostato il bando di gara (al fine di aggiudicarsela)", conclude la Direzione nazionale antimafia.

NIENTE (O POCO) SANGUE, MEGLIO LA CORRUZIONE
Il metodo "collusivo-corruttivo" ha progressivamente sostituito omicidi, azioni di fuoco e violenza, sempre più relegate al rango di estrema ratio, ma tanto presenti nella memoria collettiva da avere tuttora valenza intimidatoria. Traduzione, ai clan non serve sparare, anzi non lo ritengono conveniente perché attira attenzione e sottrae consenso sociale, dunque corrompono, comprano, coinvolgono professionisti, pubblici ufficiali e politici anche grazie alla forza di intimidazione che deriva dalla memoria del sangue versato. "Le mafie - si legge infatti nella relazione della Dna -  anche senza l'uso di quelle che si riteneva fossero le loro armi principali, continuavano e continuano, non solo, a raggiungere i loro scopi di governo del territorio, di acquisizione di pubblici servizi, appalti, interi comparti economici, ma continuano a farlo avvalendosi dell'assoggettamento del prossimo (sia esso un imprenditore concorrente o un qualsiasi altro cittadino) riuscendo a porre costui, senza fare ricorso all'uso della tipica violenza mafiosa, in uno stato di paralizzata rassegnazione, nella quale, in sostanza, è in balia del volere mafioso". Obiettivo? Quello di sempre, il profitto. Che negli anni della crisi sono soprattutto gli appalti pubblici ad assicurare. E le mafie, la 'ndrangheta in particolare, sono capaci di accaparrarsi su tutto il territorio nazionale, anche grazie al coordinamento della "direzione strategica", individuata quest'anno grazie alle indagini della Dda di Reggio Calabria.

PROPOSTA DI MODIFICA DEL 416 BIS
Ecco perché la Dna torna a sollecitare - per il secondo anno consecutivo - una modifica del 416 bis, l'articolo del codice penale che disciplina il reato di associazione mafiosa, che permetta agli inquirenti di colpire i clan in questa loro nuova veste, aggravando di un terzo la pena "se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo (..) sono acquisite, anche non esclusivamente, con il ricorso alla corruzione o alla collusione con pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio, ovvero ancora, con analoghe condotte tese al condizionamento delle loro nomine". Al netto dei differenti stadi evolutivi che mafia siciliana, 'ndrangheta e camorra stanno attraversando, emerge infatti un tratto comune che la Dna non esita ad identificare in "un inarrestabile processo di trasformazione delle organizzazioni mafiose, da associazioni eminentemente militari e violente, ad entità affaristiche fondate su di un sostrato miliare". Per questo "gli omicidi ascrivibili alle dinamiche delle organizzazioni mafiose sono complessivamente in calo, mentre il panorama delle indagini mostra un forte dinamismo dei sodalizi in tutti gli ambiti imprenditoriali nei quali viene in rilievo un rapporto con la pubblica amministrazione".

L'ECCEZIONE NAPOLI E LA FEROCIA DEI BABY CAMORRISTI
A Napoli si spara ancora, ma è un'eccezione rispetto al generale trend della camorra e delle mafie storiche tutte. A differenza di tutti gli altri territori, nel capoluogo napoletano si registra un aumento degli omicidi di chiara matrice camorristica, che nel corso del 2016 passano da 45 a 65. A firmarli - spiega la Dna - sono "killer giovanissimi che si caratterizzano per la particolare ferocia che esprimono ed agiscono al di fuori di ogni regola" ed agiscono in esecuzione delle direttive di "quadri dirigenti che fino a pochi anni fa non erano in prima linea". Arresti e condanne dei capi storici hanno aperto vuoti di potere che "nuove leve criminali che scontano inevitabilmente una non ancora compiuta formazione strategica" pretendono di colmare. Il risultato è "un quadro d'insieme caratterizzato dall'esistenza di molteplici focolai di violenza". E in questo contesto - evidenzia con preoccupazione la Dna-  "i quartieri del centro storico che da sempre hanno suscitato i voraci appetiti della criminalità organizzata, in ragione dell'esistenza di fiorenti mercati della droga, delle estorsioni e della contraffazione, hanno rappresentato e rappresentano tuttora la vera emergenza criminale per il distretto di Napoli".

CAMORRA
Radicalmente diversa e assolutamente in linea con il trend nazionale è invece la situazione nelle aree storicamente controllate dai casalesi e dagli altri clan attivi nel casertano, a nord di Napoli e nel beneventano. In queste zone non si spara più. Ma - si legge nella relazione - "il fatto che in Provincia di Caserta il numero di omicidi commessi al fine di agevolare organizzazioni mafiose, sia pari a quello che si registra, ad esempio, in provincia di Cuneo o Bolzano, cioè zero, non significa affatto che sia riscontrabile un livello ed una presenza della criminalità di tipo mafioso comparabile a quella riscontrabile nelle due province citate a titolo di mero esempio". Piuttosto, è la manifestazione di una nuova strategia di lungo respiro, basata sull'infiltrazione negli appalti e nei pubblici servizi, "sempre più agevolata da collegamenti stretti con la politica e l'imprenditoria", piuttosto che sul ricorso alla violenza.

I NUOVI CAPI SONO IMPRENDITORI-MAFIOSI
Una trasformazione in linea con il profondo cambiamento della composizione dei vertici delle diverse organizzazioni camorriste, oggi guidate da quegli "imprenditori-camorristi" che in passato erano uomini di fiducia dei capi militari ed oggi si ritrovano al vertice delle varie organizzazioni. Sono uomini d'affari, non generali. Per questo, "pur mantenendo sullo sfondo la possibilità del ricorso alla violenza, che rimane il sostrato su cui si fonda una intimidazione immanente e perdurante", la loro strategia è "la via negoziale (quasi sempre illecita), che, altro non è che estrinsecazione del metodo collusivo-corruttivo ad ogni livello".

COSA NOSTRA SICILIANA
Non sfugge al medesimo trend la mafia siciliana, che al pari se non più della camorra, si è dimostrata in grado non solo di rimanere presente su tutto il territorio regionale, ma è stata soprattutto capace di mettere in atto una "permanente e molto attiva opera di infiltrazione, in ogni settore dell'attività economica e finanziaria, che consenta il fruttuoso reinvestimento dei proventi illeciti, oltre che nei meccanismi di funzionamento della Pubblica Amministrazione, in particolare nell'ambito degli Enti Locali". Insomma, i clan siciliani non sparano ma ci sono e sanno infettare la "Cosa pubblica". Dopo gli anni della strategia di "sommersione" seguita alla cattura di Bernardo Provenzano, Cosa nostra sta attraversando una nuova fase - di transizione - tesa all'individuazione di una nuova leadership, ma questo non ha dato la stura ad un conflitto violento fra famiglie. Il tessuto di regole consolidato nei decenni passati - la cosiddetta "costituzione formale" - ha permesso all'organizzazione di "risollevarsi dalle ceneri". "Cosa Nostra - spiega infatti la Dna - si presenta tuttora come un'organizzazione solida, fortemente strutturata nel territorio, riconosciuta per autorevolezza da vasti strati della popolazione, dotata ancora di risorse economiche sconfinate ed intatte e dunque più che mai in grado di esercitare un forte controllo sociale ed una presenza diffusa e pervasiva".

MODIFICA NORMATIVA PER COLPIRE I RECIDIVI
A guidare i clan - segnala con allarme la Dna - ci sono spesso storici esponenti dell'organizzazione, che finita di scontare la pena tornano alle vecchie attività. Per questo dal gruppo di magistrati che in Dna si occupa di Sicilia arriva un'ulteriore proposta di modifica del 416 bis che preveda "un meccanismo sanzionatorio particolarmente rigoroso per escludere per un non breve periodo di tempo dal circuito criminale quegli appartenenti all'organizzazione mafiosa che dopo una prima condanna, tornino a delinquere reiterando in tal modo la capacità criminale propria e dell'organizzazione".

RISVEGLIO DELLA SOCIETA' CIVILE
Dalla Sicilia arrivano però anche segnali positivi. Soprattutto a Palermo, sottolineano dalla Dna, l'efficace azione di contrasto, unita "all'obbiettiva minore autorevolezza ed al minore prestigio degli esponenti mafiosi, determina condizioni favorevoli affinché il consenso, l'acquiescenza o quanto meno la sudditanza di cui l'organizzazione ha goduto in passato e che già ha perso in parte degli ambienti sociali, in particolare del capoluogo, vengano definitivamente a mancare". E forse non a caso, a fronte di un numero delle estorsioni sostanzialmente costante, sono aumentate esponenzialmente le denunce.

'NDRANGHETA
Nessun segnale di questo genere si registra invece nelle terre dominate dalla 'ndrangheta, tra le mafie storiche di certo quella più in salute. "Si è di fronte ad un complesso di emergenze significative, ancora di più che in passato, di una ndrangheta presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia, creando - constata la Dna -  in tal modo, le condizioni per un arricchimento, non più solo attraverso le tradizionali attività illecite del traffico internazionale di stupefacenti e delle estorsioni, ma anche intercettando, attraverso prestanome o, comunque, imprenditori di riferimento, importanti flussi economici pubblici ad ogni livello, comunale, regionale, statale ed europeo". E non solo in Calabria.

LA COLONIZZAZIONE DEL NORD
I clan non solo si confermano capillarmente presenti su tutto il territorio calabrese, ma giorno dopo giorno si dimostrano in grado di infettare sempre più territori diversi. Traduzione, il contrasto alla 'ndrangheta non è un problema della Calabria, ma nazionale se non internazionale. Nelle diverse regioni del Nord Italia i clan hanno messo radici solide. Se il Veneto, il Friuli Venezia Giulia e la Toscana sono per la Dna territori di reinvestimento grazie a operatori economici compiacenti, Piemonte e Valle d'Aosta, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna ed Umbria, sono invece regioni in cui "vari sodalizi di ndrangheta hanno ormai realizzato una presenza stabile e preponderante". Un'infezione che ha contaminato i territori non grazie al sangue versato, ma utilizzando "il "capitale sociale", fatto di relazioni con il mondo politico, imprenditoriale ed economico".

ALLARME GRANDI OPERE
E soprattutto al Nord  c'è un dato che a detta della Dna desta "particolare preoccupazione": l'attivismo dei vari sodalizi di ndrangheta "nel tentativo di inserirsi - attraverso imprese proprie o, comunque, di riferimento - nei procedimenti aventi ad oggetto la realizzazione delle "grandi opere", tra cui, in passato, i lavori legati ad Expo 2015, ed oggi la Tav, nella tratta Torino-Lione, nonché la capacità dagli stessi dimostrata, di fare dei più importanti scali portuali del nord - Genova, Savona, Venezia, Trieste, Livorno - degli stabili punti di sbarco dei grossi quantitativi di sostanza stupefacente importata dal sud-America, in aggiunta a quello di Gioia Tauro". E se un tempo i "camalli" e le loro organizzazioni sindacali erano argine naturale all'infiltrazione della criminalità organizzata, oggi - si legge nella relazione - sono in tanti ad essere al servizio dei clan e questo - constata la Dna - è "espressione e misura del grado di infiltrazione delle organizzazioni mafiose nei gangli vitali della società".

MINACCIA EVERSIVA
In ragione della sua capacità di contaminazione, la 'ndrangheta - emerge dalla relazione - è dunque una minaccia per la stessa democrazia. Un dato che diventa ancor più preoccupante ed attuale alla luce del nuovo organismo scoperto dai magistrati di Reggio Calabria. Le indagini del 2016 hanno infatti permesso di individuare la direzione strategica della 'ndrangheta e alcuni dei suoi componenti. Non si tratta di capi militari ma di professionisti, pubblici funzionari, deputati e senatori. Per i magistrati di Reggio Calabria nella cabina di comando della 'ndrangheta hanno funzione apicale un ex deputato della Repubblica, Paolo Romeo, massone e vincolato da legami storici e consolidati alla destra eversiva e un avvocato ed ex consigliere comunale, Giorgio De Stefano, legato per sangue e ruolo ad uno dei clan più potenti della 'ndrangheta tutta. Attorno a loro gravitano un importante dirigente della Regione Calabria, Franco Chirico, un ex sottosegretario regionale, Alberto Sarra, e persino un senatore della Repubblica, Antonio Caridi, arrestato quando ancora sedeva in Parlamento.

DEMOCRAZIA SCIPPATA
È questo nucleo ad aver deciso tutte le elezioni che si siano svolte in Calabria dal 2001 a - quanto meno - il 2012. Non si tratta - ed è questo il dato nuovo - dell'ormai canonica raccolta di voti per questo o quel candidato, ma di una pianificazione previa degli uomini e degli schieramenti migliori per garantire all'organizzazione appalti, lavori, commesse, scelte politiche e strategiche. Al momento, secondo quanto emerso dalle indagini, la Santa - questo il nome del nuovo organismo - è in grado di determinare le macropolitiche criminali di tutto il mandamento reggino. Ma più di un elemento, proveniente da vari territori, sembra far emergere una tendenza al coordinamento al vertice di organizzazioni criminali diverse ma unite da un comune obiettivo, il profitto.

martedì 23 maggio 2017

25 anni dalla strage di Capaci


Oggi, sono i ragazzi della nave della legalità e quelli delle scuole palermitane e siciliane che mi danno il senso di una giusta ricordanza, di un punto di riferimento per il futuro di quest'Isola e di questa Nazione. IL FUTURO CAMMINA SULLE LORO GAMBE.
Sciascia, diceva che la MAFIA si batte con la legalità e non con le manette. E' vero. La Democrazia può vincere questo sciagurato fenomeno delinquenziale, se i nonstri rappresentanti portano avanti i principi di eguaglianza e equità sociale.
Io, personalmente, piangevo ai funerali di Giovanni....scrissi sul foglio di presenza ASSENZA PER I FUNARALI DI UN EROE CIVILE: GIOVANNI FALCONE. Piangevo per lui, per la moglie per i suoi angeli custode morti insieme a lui.
Ho sentito l'urlo della moglie di uno degli agenti, la sua maledizione contro quei vigliacchi che si sentono forti e inquinano le nostre vite.
Oggi, non vado alle rappresentazioni ufficiali, dove tanti disgraziati politicanti che hanno fatto carriera sulle spalle dei nostri eroi e che allora osteggiavano Giovanni e Paolo,  mentre oggi li osannano, non li posso sentire, non si possono sentire.
Meditate gente, meditate.
Ugo Arioti

domenica 12 marzo 2017

Come si fa ANTIMAFIA senza i riflettori accesi e il clamore di manifestazioni ipocrite e bandiere al vento ...a BAGHERIA


Bagheria, "il sindaco è inavvicinabile". E i boss rinunciarono agli appalti

 

La deposizione dell'ex scorta di Falcone oggi boss pentito. "I Conad di Bagheria e Palermo pagano il pizzo". Parla pure Tantillo: "Un intervento dei boss per rimproverare gli ultras violenti"
«Il sindaco grillino di Bagheria era inavvicinabile, per questa ragione la famiglia mafiosa aveva deciso di non occuparsi più di appalti al Comune ». L’ultimo pentito di Cosa nostra, Pasquale Di Salvo, l’ex poliziotto della scorta del giudice Falcone diventato imprenditore di mafia, depone in trasferta al processo “Panta Rei”, a Milano. Racconta di aver fatto parte della famiglia mafiosa di Bagheria, parla degli affari conclusi col Comune nel settore dei rifiuti. «Ma negli anni scorsi», precisa. «Con l’arrivo di Patrizio Cinque la situazione era cambiata, perché era davvero inavvicinabile. Io avevo da riscuotere un credito lecito nei confronti del Comune, neanche quello fu possibile recuperare».

Di Salvo parla anche di estorsioni. Spiega che i supermercati Conad di Bagheria, ma anche quelli di Palermo, sono «messi a posto» con i clan, ovvero pagano il pizzo. In tempi di crisi per l’organizzazione mafiosa, sempre alla ricerca di liquidità per sostenere le famiglie dei detenuti, il clan di Bagheria aveva intensificato l’imposizione dei ricatti. Un gran lavoro per il clan: «Eravamo rimasti in tre al vertice», aggiunge Di Salvo. «Io, Nicola Testa e Carmelo D’Amico». I blitz dei carabinieri del comando provinciale avevano falcidiato le fila dell’organizzazione.

Di Salvo è finito in manette nell’ambito dell’ultima operazione disposta dalla direzione distrettuale antimafia, nel dicembre del 2015. Assieme a lui, 37 presunti mafiosi di Palermo centro e Bagheria. Adesso, nell’aula bunker dell’Ucciardone è in corso il rito abbreviato per molti degli indagati, davanti al giudice Nicola Aiello. A Milano, le sostitute procuratrici Caterina Malagoli e Francesca Mazzocco hanno citato anche l’ex boss del Borgo Vecchio Giuseppe Tantillo, pure lui oggi collaboratore di giustizia. Conferma le accuse contro la moglie del boss Tommaso Lo Presti, Teresa Marino, addetta a risistemare le finanze in crisi del clan di Porta Nuova.

Tantillo racconta anche di essere stato investito di un compito molto particolare, quello di rimproverare alcuni ultras del Borgo Vecchio che a detta di qualcuno «si comportavano male sugli spalti con le tifoserie di altri quartieri». Una questione che stava per degenerare, fu necessario l’intervento di un esponente mafioso come Tantillo per riportare ordine.

venerdì 9 settembre 2016

Lotta al “pizzo”: il coraggio è donna

Lotta al “pizzo”: il coraggio è donna

 

Katya Maugeri
Attualmente vive sotto un programma di protezione testimoni lontano dalla sua città, distante dalla famiglia, lontano da quei sapori, dai colori e dagli odori che da sempre hanno caratterizzato la sua vita, la sua essenza, le sue radici. In esclusiva per Sicilia Journal, una importante testimonianza, quella di una donna che dal 2010 subisce minacce di morte  In seguito a richieste di pizzo respinte per l’attività commerciale del marito, racconta la sua esperienza di coraggio e dignità con la quale si è sottratta al racket dell’estorsione scegliendo così un percorso lontano dall’omertà, riponendo fiducia alle istituzioni, realizzando l’unica cosa giusta da fare: parlare, denunciare e testimoniare. Una testimonianza resa possibile grazie al lavoro dell’associazione “Libera Impresa” di Belpasso, rappresentata e condotta da Rosario Cunsolo.
“Ti insultano, ti minacciano, ti tolgono la dignità. Vai avanti morendo giorno dopo giorno. Sentivo che se ne sarebbero andati solo come fanno i parassiti con la morte dell’ospitante. Ti seguono, persino quando vai a prendere i bambini a scuola, solo per farti capire che sei braccata, non hai scampo. Devi subire, e basta”, racconta la donna con tono umiliato, ma deciso, forte, coraggioso, il tono di una donna alla quale la mafia ha reso nemica persino casa propria. Li ritrovava lì, dinanzi alla porta, sentono l’odore della paura e credono che una donna non sia in grado di comprenderla e superarla, ma loro sottovalutano che “dentro una donna c’è un universo. La natura ci ha dato un corpo per sopportare dolori che gli uomini neanche immaginano. I mafiosi non si aspettavano le mie testimonianze, mi hanno sottovalutato ma mai sottovalutare una donna a cui vengono minacciati di morte i propri figli”, coraggiosa e dignitosamente madre nell’affermare quanta crudeltà si cela dietro certe minacce che non guardano in faccia niente e nessuno, vanno avanti senza timore, senza pudore, spogliati di vergogna – loro – convinti che il mondo sia ai loro piedi, sicuri che nessuna donna possa urlare il proprio no!  E invece c’è chi non ha paura, o meglio, chi della propria paura ne trae il coraggio per garantire un futuro migliore ai propri figli, in una Sicilia libera dall’omertà, dal terrore e dal buio nel quale la mafia cerca di far vivere le proprie vittime. “Manca solo la consapevolezza della forza che ognuno di noi ha dentro di sé. Bisognerebbe prendere coscienza dei nostri punti di forza, nel mio caso i miei figli e la speranza”, lo dichiara con tenacia e convinzione, quasi un’eco da far sentire al mondo, a quella realtà che non crede a un possibile cambiamento, “ho lottato, lotto e lotterò contro coloro che pensano di poter sopraffare un altro essere umano, facendo leva sulla paura, perché sono loro piccoli e deboli”.
“Noi donne non siamo deboli. Reagite, parlate e denunciate”, è l’urlo di Marilena (nome di fantasia) contro il silenzio omertoso ben costruito dalla mafia, è la storia di una donna che nonostante tutto continua una vita normale e presto raggiungerà dei traguardi importanti e invita a indossare la propria paura come strumento di difesa contro chi uccide la dignità, la libertà, l’animo umano. Trovando il coraggio di abitare la propria vita senza alcun compresso, guardando in faccia la paura consapevoli di aver intrapreso il cammino più importante, quello della legalità.

mercoledì 4 marzo 2015

L'Antimafia di facciata





"Io parlo ai ragazzi nelle scuole. Questa è antimafia di facciata. Legalità è diventata ormai una parola con cui riempirsi la bocca. Sono sconcertata e purtroppo non da ora. Anche per questo sono in silenzio ormai da diverso tempo". Sono parole dure e amare quelle diRita Borsellino, già europarlamentare e presidente del 'Centro studi Paolo Borsellino', in un'intervista a "La Repubblica", a cura di Alessandra Ziniti, sull'arresto di Roberto Helg. "Dobbiamo ammetterlo, è più onesto: prendiamo atto che c'è parte della società che ha fatto della legalità una convenienza e io con questa antimafia delle apparenze non voglio avere nulla a che fare".

Non usa mezzi termini Rita Borsellino, già da qualche mese fuori dalla scena politica e mediatica, che come sua consuetudine sceglie la via della sobrietà. Al termine del suo mandato da deputato europeo – lo scorso giugno - Rita Borsellino, è tornata alla sua 'attività principale', così come ama definirla - ma già molto tempo prima aveva preso le distanze dalle bagarre politica e dalle passerelle dell'antimafia dei professionisti – è tornata a quello che faceva fin dal'92, anno delle stragi, ovvero prima di entrare in politica, e cioè andare in giro per le scuole di ogni ordine e grado in Italia e diffonere un messaggio di legalità, così come lo intendeva il fratello, 'formare le coscienze', là, nella scuola, dove i ragazzi crescono e apprendono, 'in mezzo alle nuove generazioni'. 

"Dare giudizi personali è sempre molto difficile, ma questa è una valanga che crea sconcerto nell'opinione pubblica. Ed è una realtà che purtroppo potrebbe spingere a buttare l'acqua sporca con tutto il bambino. E questo sarebbe pericolosissimo. Cosa c'è che non funziona sotto le bandiere dell'antimafia? Il movimento antimafia è nato spontaneamente in Sicilia sull'onda emotiva delle stragi del '92. C'è tanta gente che si è messa in gioco, che ha sacrificato il suo tempo e il suo lavoro per educare alla legalità i bambini, i ragazzi. E purtroppo, per quanto sia doloroso dirlo, evidentemente c'è altra gente che all'ombra di questa bandiera ha costruito i propri interessi. Purtroppo con il passare degli anni questa parola, legalità, è diventata solo una parola di cui riempirsi la bocca.Io penso a chi pronuncia questa parola – spiega – a proprio uso e consumo in convegni e interviste e a chi invece ha immolato al profondissimo concetto del rispetto della legge la propria vita. E lo ha fatto in profonda solitudine. Ecco, ai nostri ragazzi dobbiamo dire che gli unici esempi da seguire purtroppo sono quelli che non ci sono più. Ci vorrebbe un sussulto di consapevolezza, un po' di dignità, un rigurgito di senso di responsabilità. Dobbiamo essere noi i primi ad isolare questa gente".

venerdì 30 gennaio 2015

“UN MONUMENTO IN SAN DOMENICO A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO”


 
Cari amici e compagni,

siamo lieti di leggere e di comunicare a voi la buona novella del trasferimento delle spoglie di Giovanni Falcone nel Pantheon degli eroi della Sicilia in San Domenico a Palermo. Il nostro gruppo “UN MONUMENTO IN SAN DOMENICO A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO”,  che ad oggi conta 538 amici, ha deciso di creare un evento in ricordo di questa data storica e di riunirsi nel giorno della celebrazione nella Chiesa di san Domenico per assistere alla messa in suffragio di Giovanni e alla cerimonia di trasferimento delle sue spoglie mortali in questo luogo, altamente simbolico e importante per tutti i siciliani che hanno condiviso i valori e la lotta dei Giudici Falcone e Borsellino. Ringraziamo la Fondazione “Giovanni Falcone” che ha reso possibile questo e speriamo di poter presto vedere ricongiunto all’amico Giovanni anche Paolo.

Ugo Arioti

domenica 20 luglio 2014

Mafiosità: il primato è della Provincia di Trapani


Da un indagine socio politica e culturale della Sicilia viene fuori una mappa che descrive le emergenze e le criticità strutturali delle nove  ex Province Regionali (oggi - ab inizio - Consorzi di liberi Comuni) dell'Isola del Sole. Enorme il potenziale storico culturale della Trinacria, basti pensare ai siti e alle città antiche come Akragas (Agrigento) Selinunte, Segesta, Solunto, Siracusa, Palermo ( Panormus, capitale del regno di Sicilia normanno) e ancora come Morgantina, Palazzolo Acreide pre - romane, medioevali come Erice, Troina, Castelmola, Taormina, Cefalù, Enna e l'elenco sarebbe lunghissimo e ancora più ricco se a questi si sommano i Beni Culturali, ambientali e monumentali. Sicilia felicissima? Purtroppo Sicilia buttanissima, come nel libro di Buttafuoco che descrive la rovina della trinacria dall'autonomia a Crocetta, viene nomata l'Isola! 
Il Cancro è la Mafia, non come associazione delinquenziale, ma come elemento culturale che in alcune Province, come quella di Trapani, diventa il canale del sottosviluppo dove non esiste la Politica, ma il favore, dove il commercio passa attraverso il controllo di Cosa Nostra, e le imprese riciclano denaro, sono i polmoni della "Primula Rossa" delle cosche mafiose. Il primato assoluto di Trapani è solitario, come se questa fosse un territorio extraeuropeo, seguono Catania, Gela e Messina. la logistica non è un opinione è strategia del controllo. 
Dando uno sguardo all'Elenco che la Regione Siciliana ha inserito nel sito ufficiale della Presidenza Crocettiana nella Provincia di trapani risulta soltanto una associazione antiraket. Sembrerebbero spariti gli onesti! No, sono solo silenziosi, e questo, come diceva Martin Luther King è il peggiore dei mali: la connivenza.

Redazione Secem

Quando la mafiosità è uno status. Parola di Stefano Lauretti

-Maria Cristina Giovannitti- Marzo è il mese dell’antimafia, della lotta alla persistente mafiosità che ci circonda: dall’omertà del quotidiano, fino al regolamento di conti che continua tra clan rivali. Il 18 di questo mese saranno commemorate tutte le vittime innocenti di mafia e, secondo quanto comunica anche l’associazione Libera, la Commissione d’Inchiesta Antimafia sta lavorando a delle proposte in merito alla lotta alla criminalità da presentare in Parlamento.
Anche lo scrittore Roberto Saviano ha sollecitato il nuovo Governo, in primis il premier Renzi, a contrastare la Mafia Spa, un business che frutta alla criminalità ben 138 miliardi di euro, tutti soldi che potrebbero entrare nelle casse dello Stato.
Mafia, camorra, ‘ndrangheta si vedono ancora. Intesa in questo senso laMafiosità Albatros Editori - denunciata nell’omonimo libro–dossier del giovane scrittore Stefano Lauretti è uno ‘stato d’essere’ radicato nella natura di chi vive da mafioso ed uno status accettato dai cittadini asserviti. La mafiosità è la spavalderia becera del boss dei boss Totò Riina che, dalla sua cella, cerca ancora di pianificare la morte del pm Di Matteo “perché bisogna farlo fuori”, “perché è scomodo”. La gravità sta nel rendere la mafiosità un atteggiamento normale, ecco perché lo scrittore Lauretti denuncia tutta la mafia in cui viviamo nel suo ‘Mafiosità’.
Nel suo libro, non parla di mafia ma di ‘mafiosità’ perché?
La mafiosità è un fenomeno che negli ultimi 20 anni ha preso sempre più piede nel nostro Paese. Da Nord a Sud si è diffuso un modo di fare prepotente, clientelare, che onestamente assomiglia molto a quello delle cosche mafiose. Per fortuna esistono ancora tante persone che vogliono cambiare in positivo l’Italia e non chiudono gli occhi dinanzi alle ingiustizie.
Quando decide di scrivere questo libro-documentario sulle varie forme di criminalità organizzata?
Ho deciso di scriverlo molti anni fa, onestamente non ricordo. Durante gli anni ho conservato gli articoli che scrivevo, estrapolavo dai libri sulla mafia le parti che mi colpivano particolarmente e le appuntavo su un taccuino. Diciamo che è stata una fusione di appunti, di articoli e di letture.
Droga ed ecomafia, i grandi business delle mafie di cui ci parla ampliamente anche nel suo libro …
La mafia, in Italia, ha il monopolio della droga. Questi gruppi criminali hanno deciso di investire tutto sul traffico degli stupefacenti. Questo è avvenuto perché è un’attività redditizia. Inoltre, riesce a farle mantenere un profilo basso. Ricordiamoci quando la ‘ndrangheta si arricchiva con i sequestri di persona; ecco, questo era un metodo troppo pericoloso e dispendioso perché attirava l’attenzione della società civile, dei media e aveva bisogno di molti uomini sul territorio. Per questo hanno deciso di investire gran parte dei guadagni in droga. I danni all’ambiente, invece, io li paragono agli omicidi mafiosi compiuti nel corso degli anni. I cittadini si ammalano per colpa dei criminali e dell’omertà. Tutto ciò comporta una morte lenta e lontana dai riflettori.
Agromafia, corruzione sanitaria, contraffazione dei prodotti alimentari fino alle gare clandestine, questo è invece il business minore della mafia a cui dedica una dettagliata descrizione nel testo …
Sì, perché in molti non sanno che la mafia riesce a mettere le mani dappertutto. Viene soprannominata “La Piovra” proprio perché con i suoi tentacoli arriva in tanti settori. Quante persone conoscono il traffico dei farmaci antitumorali gestito in particolar modo dalla camorra? Quante persone conoscono il business mafioso sugli alimenti o sul traffico di persone? Forse questi traffici illeciti non fanno notizia …
Un libro che denuncia anche l’omertà legata alla mafia: il silenzio-paura dei cittadini sottomessi, il silenzio-giuramento dei boss. Ci riporta alcune testimonianze?
Il silenzio sui fatti di mafia è ed è stato eclatante. Rendiamoci conto che si sta svolgendo un processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, quindi già questo ci può spiegare il livello di omertà che si è creato anche in alto. Nella mia vita, in qualche occasione, mi è capitato di trovarmi dinanzi a persone che hanno avuto difficoltà a pronunciare la parola mafia.
Sullo Stato criminale e le ultime rivelazioni del boss dei casalesi Carmine Schiavone, quanta mafiosità c’è ancora da combattere? Molta. Bisogna insegnare ai ragazzi il vero senso della legalità. Quando parliamo di Schiavone dobbiamo ricordarci che sono fatti molto più vecchi di quelli che vogliono far sembrare.
Concorda con il M5S che ritiene ‘incostituzionale’ l’operato del Presidente Giorgio Napolitano (ricordiamo che Napolitano era Ministro dell’Interno all’epoca delle rivelazioni di Schiavone)?
Io non sono un fan né di Napolitano, né del M5S, ma l’operato del Presidente della Repubblica, a mio avviso, non è stato dei migliori.
In merito alla trattativa Stato-Mafia, concorda con le dichiarazioni di Travaglio che dice: “Si sta cercando di evitare che escano fuori nomi importanti. Anche tra le persone morte”?
Sono in piena sintonia con le parole di Marco Travaglio. Secondo me la mafia ha fatto accordi con lo Stato non solo una volta, ma in diverse fasi della storia italiana.
In riferimento alle minacce che il boss dei boss Totò Riina rivolge al pm Di Matteo, considerando i tagli alla DIA, secondo lei quanto ancora c’è da fare ancora per l’antimafia?
Queste vicende assomigliano a quelle che abbiamo vissuto durante i primi anni Novanta. Diciamo che la legalità procede il suo cammino a piccoli passi. Come già ribadito nel libro, bisogna creare un sistema di prevenzione e educazione alla legalità partendo dalla politica, dalle scuole e, in certi casi, anche dalla famiglia. Totò Riina continua a minacciare un magistrato valoroso come Di Matteo con la solita violenza che conserva dentro di sé. Se volesse dimostrare il proprio coraggio potrebbe illuminarci sulle tante vicende oscure avvenute in passato. Il vero coraggio lo hanno dimostrato altri, non lui.
E’ in cantiere il prossimo lavoro? Parlerà sempre di mafia?
Già da diversi mesi sto preparando un nuovo libro che parlerà sempre di mafia. Questa volta ho voluto accendere un riflettore sui rapporti tra mafia e politica.

Meditate Gente, meditate!



sabato 10 agosto 2013

DIARIO ANTIMAFIA


DIARIO ANTIMAFIA



Agosto 1985


Falcone e BORSELLINO vengono immediatamente trasferiti all’Asinara per concludere le memorie e predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi. Un mese con mogli e figli. E al ritorno al ritorno pagano di tasca loro il «soggiorno». Il racconto di BORSELLINO: «La notizia che la mafia progettava qualcosa contro di noi e dei nostri familiari giunse dalla squadra speciale di agenti carcerari che raccoglieva voci ed umori delle celle. Adesso questa squadra non esiste più. Ricordo che fummo presi, io, Giovanni, sua moglie Francesca, mia moglie e i miei tre figli. In 48 ore ci portarono all’Asinara: in aereo fino ad Alghero, poi a Porto Torres via terra ed infine nell’isola con la motovedetta degli agenti. Era difficile continuare a lavorare. I telefoni funzionavano male e non avevamo con noi le carte. Giovanni era riuscito a portarsi appresso la parte che riguardava l’omicidio Dalla Chiesa. Per me era più difficile perché, per quello che dovevo fare, avrei dovuto portare all’Asinara circa 800 volumi. Tra parentesi, tutta questa vicenda ha provocato una grave malattia a mia figlia, l’anoressia psicogena, e mi scese sotto i 30 chili. Siamo stati buttati all’Asinara a lavorare per un mese e alla fine ci hanno presentato il conto, ho ancora la ricevuta. Pagammo – noi e i familiari – diecimila lire al giorno per aver utilizzato la foresteria del carcere, sei stanzette, e in più pagammo i pasti. I magistrati fuori sede hanno diritto alla missione. Ma quella era una missione particolare. Avremmo dovuto chiedere il rimborso. Non lo facemmo, allora avevamo cose più importanti da fare».

NON AGGIUNGIAMO NESSUN COMMENTO.

Redazione Secem

mercoledì 24 luglio 2013

RIFLETTENDO SULL'ANTIMAFIA DI CARRIERA E DI FATTO

 
 
Il presidente Crocetta risponde a chi l'accusa di appartenere alla categoria dei “professionisti dell'antimafia 2.0”. A cominciare proprio da Davide Faraone, suo compagno nel Pd. “Le vere vittime della mafia lavorano con me”, dice a margine di quella conferenza. Una risposta che divarica, più che chiudere, il varco per nuove polemiche.

Professionisti dell'antimafia. Il caso unico di un'etichetta storicamente attribuita a chi non la usò mai. “Leonardo Sciascia – dice Crocetta – si riferiva a chi fa l'antimafia con le parole e non con i fatti. Non credo che questo appellativo possa mai essere riferito proprio a me che mi sono più volte esposto contro i boss, rischiando anche la vita”.


 

Sciascia non usò mai, nel famoso articolo quella formula. Ci pensò il titolista del Corriere della Sera, dove apparve il pezzo oltre 26 anni fa. Ma fa più specie ricordare quali furono, allora, gli “esempi attuali ed effettuali”, scriveva lo scrittore agrigentino, di quella categoria: Leoluca Orlando da un lato. E proprio Paolo Borsellino, dall'altro. Al di là delle interpretazioni coeve e postume di quel riferimento (un errore dello scrittore, un riferimento al Csm e non al giudice, una sacrosanta verità). La figlia di Paolo Borsellino è lì, mentre Crocetta risponde a chi ha rispolverato la frase, condita da un riferimento alla modernità. E il presidente guarda verso di lei quando scandisce: “I parenti delle vere vittime della mafia lavorano con me. E' vergognoso – ha tuonato il presidente - parlare di professionisti dell'antimafia. Sono disgustato di questi attacchi, questi sì sono atti mafiosi".

E sembra proprio di rilleggere quell'articolo, oggi. “Prendiamo, per esempio, - scriveva Sciascia - un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, - si continua a leggere - chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”.
( Tratto da livesicilia.it)


giovedì 9 maggio 2013

Nel nome di Peppino Impastato i giovani contro le Mafie


Nel nome di Peppino Impastato i giovani contro le Mafie
 

CINISI (PALERMO) - E' partito il corteo degli studenti a Cinisi per ricordare Peppino Impastato, l'attivista ucciso dalla mafia il 9 maggio di 35 anni fa. In centinaia, da diverse regioni d'Italia, stanno sfilando per il corso principale di Cinisi, urlando slogan contro la mafia e mostrando striscioni colorati dedicati a Impastato. A metà corteo, davanti Casa memoria, seguendo i simbolici 100 passi che dividono la ex casa del boss Badalamenti da quella Impastato, ci sarà l'unione con il secondo corteo dei tanti sindaci e amministratori schierati contro la criminalità. ( da livesicilia.it)

domenica 5 maggio 2013

È morta Agnese Borsellino


 
Si è spenta Agnese Piraino Leto, moglie di Paolo Borsellino, assassinato dalla mafia il 19 luglio del 1992. A darne notizia il fratello del magistrato, Salvatore, con un post su Facebook: "E' morta Agnese. E' andata a raggiungere Paolo. Adesso saprà la verità sulla sua morte". La ricordiamo nel desiderio di ripensare a una storia importante Agnese e Paolo un uomo e una donna, due eroi popolari che non dovranno mai sparire dai nostri migliori ricordi.
Secem