lunedì 27 agosto 2018

Eugène Ionesco e l’assurdo del Novecento

“Diventerete tutti notai!”, ripeteva Eugéne Ionesco ai contestatori durante il Sessantotto francese. Ovviamente si sbagliava perché la verità era molto più semplice: molti di loro sarebbero diventati almeno per qualche anno professori “modello” (con quel po’ po’ di famiglie era quello il minimo), forti coi deboli e deboli coi forti, gente che avrebbe mescolato nuove tendenze e vecchi clichés a un autoritarismo da ospizio stalinista duro a morire. Probabilmente però al commediografo francese di origini rumene nato il 26 novembre del 1909 (secondo taluni invece, indotti all’errore dallo stesso Ionesco, nel 1912), tutto questo non sarebbe interessato granché. Da parecchio tempo era infatti avvezzo alle provocazioni, ai nonsense e a sentirla e sparala grossa o come gli capitava. E a volte ci prendeva a volte no. Nel maggio del 1950 era andata in scena La cantatrice chauve (La Cantatrice calva), anticommedia in atto unico su una famiglia inglese di nome Smith da dove aveva preso avvio il suo teatro detto dell’assurdo, come assurde erano le opere di Beckett, Genet e Adamov grazie alle quali la crisi dell’uomo contemporaneo si manifestava attraverso la mancanza di logica, e la logica (vedi le parole?) difficoltà/impossibilità di comunicazione.
Era stato il critico Martin Esslin a definire così quel tipo di teatro provocando non poche reazioni da parte di chi non sopportava l’“ombrello” e la compagnia degli altri. Ionesco amava peraltro definire il proprio teatro come semplicemente “astratto”.
Caratteristica assai singolare di questo teatro era l’utilizzo di un dialogo fitto e insistente, creato su situazioni o proposizioni senza senso (sul giornale: “c’è una cosa che non capisco. Perché nella rubrica dello stato civile è sempre indicata l’età dei morti e mai quella dei nati? È un controsenso”), reali e irreali insieme, confusionarie, incoerenti e slegate dal contesto nel quale si verificavano. Un quadro con troppe cornici insomma. Una così splendida ma “inutile” concretezza da far invidia a qualsiasi “realista”, in perfetto stile avanguardista e perfino esistenzialista. Ci si poteva leggere la vacuità della borghesia di metà secolo, l’inadeguatezza del linguaggio rispetto alla vita o magari perfino quella piccola o grande Entità che prima o poi tutti si sarebbe andati a cercare. Quando Ionesco morì aveva 85 anni, era stanco e ammalato e pare fosse in cerca di Dio. E non da poco. Di un Dio che potesse dare una svolta alla propria carriera letteraria, che gli permettesse di liberarsi dall’angoscia e dal vuoto di una vita.
A quel tempo Ionesco era divenuto assai polemico con chi si accordava al proprio tempo come uno strumento al proprio suonatore. Aveva finito per vivere da perfetta caricatura anche di se medesimo (da eroe tipico e mai da tipico eroe!), leggero e pesante allo stesso tempo come il teatro che aveva donato al mondo di una cultura sempre più internazionale; ove tutti trovavano tutto tranne (forse) quel che in fondo fosse opportuno trovare (almeno per l’“ultimo” Ionesco): la ricerca dell’assoluto dietro temi e fatti che appartenevano al nostro autore e a pochi altri geni “metafisici” come lo era pian piano diventato lui. Ionesco era nato a Slatina in Romania da madre francese e lì aveva vissuto l’età più tenera e la prima giovinezza. In seguito la grande terra francese sarebbe diventata la patria d’elezione, pur non avendo mai scordato la Romania e il suo destino privo di libertà.
Fu inizialmente critico letterario, poeta e professore. La sua Cantatrice calva era stata ricavata da un manuale di conversazione per l’apprendimento della lingua inglese come se il mondo circostante potesse essere spiegato grazie a delle comunissime frasi ritagliate da un qualsiasi manuale ma poi da lì l’autore si era spinto oltre, alla ricerca di parole che a una qualche certezza potessero somigliare fra le ambiguità rese obiettive dalla sua stessa carriera di scrittore e poeta. Non facile, soprattutto per chi aveva faticato non poco perché gli altri s’accorgessero del suo singolare talento.
Logicamente il debutto di Ionesco era stato poco compreso, dalla gente innanzitutto ma anche via via da quei critici che con prosa oramai superata venivano definiti conservatori. Così la sinistra – sempre uguale a se stessa – aveva preso a farne una bandiera provocando la reazione dello stesso Ionesco: di sinistra? No mai! Tempo fa (il 13 ottobre scorso) il Secolo d’Italia ha ricordato la partecipazione del drammaturgo francese a un noto convegno per la libertà tutt’altro che da collocare a sinistra: “Non è dunque un caso se, Eugéne Ionesco, divenne un punto di riferimento per una nuova cultura di destra che si muoveva all’insegna della libertà. Così nel 1970 in Italia sorgeva il Cidas (centro italiano documentazione azione studi) che, di fronte alla doppia egemonia Dc-Pci, organizzava nel 1973 il 1° congresso per la difesa della cultura intitolato proprio “intellettuali per la libertà”, con il fine denunciato di rompere il monopolio culturale della sinistra. E a quella assise – tra i tanti che intervennero c’erano anche Giuseppe Berto, Julien Freund, Gabriel Marcel, Carlo Alianello, Robert Aron, Paul Feyerabend e Sergio Ricossa – aderì soprattutto Ionesco … L’anno successivo, oltretutto Ionesco, diveniva una delle firme di punta – insieme a Francois Fejto, Antony Burgess e Renzo De Felice – del nuovo Giornale di Indro Montanelli, nato proprio per reagire all’egemonia della sinistra ideologica”.
Figuriamoci poi quanto Ionesco lo fosse stato, poco compreso, dopo questi ultimi episodi politicamente scorretti in anni così profondamente conformisti oltreché pericolosi. Il giorno dopo la sua morte peraltro così scriveva Masolino D’Amico sulla Stampa, ricordando il successo mondiale delle opere del drammaturgo d’origine romena: “L’Italia non fece eccezione e molti attori, Da Battistella a Bosetti, da Buazzelli a Bucci fino di recente a Scaccia hanno saggiato la superba recitabilità di questi classici, superando in qualche caso i tentativi di ostracismo che la cultura di sinistra per qualche lustro tentò di decretare a una voce rea di professarsi apolitica e anzi, peggio, avversaria dei totalitarismi. Non per nulla Ionesco aveva abbandonato il regime di Ceausescu, di cui era stato avversario: naturalmente poi si è visto chi aveva ragione”. Un’incomprensione che procedeva anche dal fatto che Ionesco, noto per i suoi lavori teatrali, in realtà considerasse questo un genere letterario inferiore, rispetto a generi – come il romanzo per esempio – coi quali avrebbe potuto guadagnare un riconoscimento maggiore. Proprio un “Intellettuale” (“I” maiuscola) non era di certo…
Non di rado l’autore sarà costretto a difendere il proprio modo di fare teatro (dai “dottori” brechtiani Roland Barthes e Bernard Dort, per esempio). Davvero strano se si pensa che a poco a poco il pubblico cominciava a interessarsi a lui, che divenne accademico di Francia e che dal 1957 la sua opera prima verrà rappresentata con continuità al teatro de la Huchette al Quartiere latino di Parigi. Le critiche ricorrenti, e dagli anni Sessanta in poi si erano peraltro infittite, riguardavano il suo “scarso” impegno nella politica e la sua abitudine a rappresentare – seppur coi tratti di cui sappiamo – un mondo sostanzialmente conformista, ciò mentre in quegli anni si decideva il destino dell’occidente e dei territori e delle “filosofie” a esso legate. Dagli anni Settanta Ionesco abbinerà a un senso di estraneità al mondo contemporaneo anche certo pessimismo. Stava forse cedendo alle critiche dei suoi detrattori ma nel frattempo la sua produzione era andata avanti e bon grè mal grè il nostro era riuscito a comunicare al mondo (almeno lui), i temi cari al proprio animo già da piccolo macchiato dall’orrore della guerra; temi forti di amore e odio, inferno, ricaduta e rinascita che avevano caratterizzato fortemente i suoi personaggi vuoti e schiavi di forze e volontà da loro stessi indipendenti. Personaggi spesso comici ma anche terribilmente e pericolosamente banali (ecco una delle non poche riflessioni di Ionesco: “Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo – questa libertà che si prende, questo distacco di fronte e a se stessi – c’è il campo di concentramento”).
Un Novecento senza idealità e prospettive positive, ecco la sua vera dannazione: come un artista dada Ionesco aveva espresso le contraddizioni di quella che veniva chiamata modernità senza una via d’uscita che fosse almeno semplicemente gradevole. Non c’erano vie di fuga anzi per Ionesco non esistevano altre vie… Bisognava solo, quello sì, cercare e cercare un significato più alto… come ne La lezione (1951), che è la storia di un professore folle, vittima e allo stesso modo carnefice. La vera protagonista come in un incredibile resoconto di guerra è la morte, un argomento per forza di cose caro a chi come Ionesco si interrogava sul significato della vita, il suo inizio e la sua fine. O come ne Le sedie (1952), o Amedeo o come sbarazzarsene (1954), che sono i titoli più noti e rappresentativi di un “primo” Ionesco che lascerà il posto a un autore meno paradossale ma altrettanto “graffiante” per non dire “esplosivo” nato negli anni Sessanta; si tratterà del papà di un nuovo eroe (Bérenger) che lotterà contro una società oramai destinata al livellamento. Rinoceronte (1960), è senz’altro il suo lavoro più noto perché si tratta di una messa in scena politica o meglio antipolitica e pensata contro ogni totalitarismo, un lavoro che ovviamente piacque punto ai custodi dell’ortodossia progressista. Il re muore (1962), è invece una riflessione continua sulla morte, da leggersi come un colossale esame di coscienza. L’assurdo dà più spazio ai grandi tempi dell’umanità e della condizione storica dell’esistenza, dunque. E ci riesce davvero bene.
Ionesco riposa nel grande cimitero di Montparnasse ove si trova fra gli altri anche Charles Baudelaire. Dopotutto la sua vita artistica era cominciata anche grazie all’autore dei Fleurs du mal, perché il grande drammaturgo contemporaneo si era recato da Bucarest a Parigi per una borsa di studio prevedendo di studiare la “morte” e il “peccato” nella poesia francese dopo Baudelaire. Ma qui il grande autore parigino raffinato e delirante lo aveva come chiamato a sé per la vita e per la morte.

venerdì 6 luglio 2018

Partiamo dal tuo libro. “La bellezza delle cose fragili” è un’epopea familiare, un viaggio nei dolori e nelle gioie più intime. Quale storia raccontano le sue pagine?
Sì, è una saga familiare “classica”, per quanto riguarda la trama. Sin dall’inizio si viene a sapere che il padre è morto e poi, man mano che la storia va avanti, si scopre perché ha lasciato la sua famiglia, e come questa ha poi imparato a gestire le sue emozioni durante la sua assenza.
Il titolo originale del libro era “Ghana must go”, un titolo sicuramente più conciso e narrativo. “La bellezza delle cose fragili” è molto più poetico, ma anche criptico. Perché questo cambiamento, nella resa in italiano?
La paura dei miei editori, al momento della pubblicazione e diffusione in tutti i paesi stranieri, era che un possibile lettore, vedendo il nome di un paese africano nel titolo, avrebbe subito pensato alla solita storia di guerra, fame e carestia, gli stereotipi sempre tristemente attribuiti  al continente africano. “La bellezza delle cose fragili” esprime un concetto astratto, non attribuibile a nessuna trama precisa, che devi investigare leggendo, appunto, il libro.
“Afropolitan” è un termine che hai coniato per descrivere chi, come te, è un po’ ambasciatore della cultura africana nel mondo. Ce lo spieghi?
Ci tengo a precisare che non esiste UNA cultura africana, e questa è una mia frustrazione. Spesso mi capita di sentir parlare dell’Africa come se fosse un’unica grande entità, quando invece è un enorme continente costituito da ben 55 paesi, tutti diversissimi tra loro sia per cultura, sia per politica, per geografia etc. “Afropolitan” vuol dire semplicemente che, da un lato, hai un grande legame d’appartenenza all’Africa e, dall’altro, che vivi nel mondo con la coscienza di essere un cittadino del mondo e quindi un africano del mondo. Noi siamo abituati a pensare all’Africa come ad un luogo mitologico, lontano, di cui si sente parlare solo al TG: in realtà internet, la comunicazione che si evolve e la globalizzazione ci permettono di conoscere e avvicinare qualunque posto, e anche l’Africa: dobbiamo imparare a scoprirla.
Oltre ad essere scrittrice sei anche fotografa, e sei evidentemente innamorata della “tua” bella Africa. Se dovessi coniugare queste tue passioni per dipingerla a parole, che colori useresti?
Ghana e Nigeria, sono la “mia” Africa. Ma Accra è la città a cui sono più legata. E’ una città giovane, che sta ancora crescendo. Quindi sarebbe un quadro semplice, con colori morbidi, e caldi, tranquilli…un po’ astratto. In un angolo, tuttavia, metterei una punta di un colore “shock”, come un rosso fortissimo: rappresenta le sorprese che mi hanno regalato e, sono sicura, continueranno a regalarmi questi magnifici luoghi.
Tra i cannoncini e le brioches offerte dalla Pasticceria San Biagio, interviene poi la dott.ssa Nadia Monacelli, psicologa sociale e lettrice accanita, che avvia una lunga e interessante conversazione/intervista con Taiye, sottolineando tutte le ricchezze e le sfaccettature psicologiche nascoste nelle pieghe del libro. Il tema centrale, che presto emerge con insistenza, è certo quello dell’identità e dell’appartenenza, in questo mondo in cui, ogni giorno, qualche piccolo mattone delle numerose (e immense) barriere culturali viene fortunatamente abbattuto.
“La cosa più importante, oggi, è sentirsi a casa, dovunque ci si trovi. L’identità e il senso di appartenenza sono psicologici, non politici”.

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LA PROSSIMA INTERVISTA CON UGO ARIOTI, AUTORE DEL ROMANZO "L'EQUAZIONE DEL VAPORE" EDITO DA QANAT EDIZIONI PALERMO 2018 - tonisaetta@gmail


giovedì 5 aprile 2018

Vino, la Sicilia prima per investimenti nel biologico

Vino, la Sicilia prima per investimenti nel biologico

 

La regione quarta dopo Veneto, Puglia ed Emilia Romagna per produzione nello studio Unicredit. Boom dei Dop e Igp
La Sicilia è la prima regione per investimenti nel biologico con una superficie del 37,6 %  e un totale di 36935 ettari che supera in curva le altre regioni d'Italia. Ed è la quarta regione per produzione, dopo Veneto, Puglia ed Emilia Romagna. I vini DOP e IGP hanno raggiunto l'80% della produzione regionale. È quanto emerge da uno studio presentato oggi all'Orto Botanico, in occasione del forum Unicredit sulle performance delle aziende vitivinicole, durante il quale è stata presentata anche la XV edizione di Sicilia en Primeur in programma dal 3 al 7 maggio a Palermo.

Dati che premiano il lavoro di produttori e che segnano un miglioramento della qualità dato da un incremento delle certificazioni DOP.  Un report che conferma la strada intrapresa dalle aziende  che fanno parte di Assovini, come spiega Il presidente Alessio Planeta. "La crescita del valore del vino siciliano, certificato dal Report di Unicredit, è la conferma che la strada intrapresa dalle aziende di Assovini sta dando i propri frutti" - commenta Alessio Planeta, presidente di Assovini Sicilia. "La Sicilia del vino è sana, forte e credibile anche dal punto di vista finanziario: è una novità che significa il riconoscimento del modo nuovo di fare impresa avviato da anni dalle aziende Assovini. Ed è sicuramente una bella notizia.

La Sicilia del vino ha puntato il proprio export sui mercati giusti e ha ancora spazi enormi di crescita nel mondo". Alla conferenza, moderata da Nino Amadore del Sole24Ore,  erano presenti tra gli altri Salvatore Malandrino, Regional Manager Sicilia UniCredit, Edy Bandiera, neo assessore all'Agricoltura, Antonio Rallo, presidente del Consorzio di tutela vini Doc Sicilia.

venerdì 16 marzo 2018

Stefano Boeri è indagato per il Centro Polivalente di Norcia (ora sotto sequestro)


L'Italia è un Paese strano dove l'OSCURANTISMO e L'IGNORANZA, spesso, SI ERGONO A CENSORI DELLE ATTIVITA' UMANE, soprattutto quando queste sono GRATUITE e hanno un ENORME POTENZIALE SOCIALE, ARTISTICO e ARCHITETTONICO. Ho ancora in mente l'imbecille giudice che definì la FIUMARA D'ARTE, in Sicilia, OPERA ABUSIVA e arrivò, con il suo alto spirito d'ingegno, a ipotzzarne la RIMOZIONE. 
Oggi, in una zona martoriata da una serie di terremoti altri SOLONI DELLA GIUSTIZIA PRET A PORTER, mettono i sigilli e il marchio d'infamia a un opera architettonica che UNISCE LA GENTE e da a un paese distrutto la possibilità di RINASCERE.
Ugo Arioti

La Procura di Spoleto ha sequestrato il Centro Polivalente di Norcia, “Norcia 4.0”, progettato a titolo gratuito da Stefano Boeri Architetti e finanziato con i proventi della raccolta Un Aiuto Subito – Corriere della Sera e TG La7. E Stefano Boeri, insieme al sindaco Nicola Alemanno, è attualmente indagato, in quanto direttore dei lavori, nel procedimento che ha portato al sequestro.
Nel provvedimento si sostiene che la struttura, che si trova in un’area sottoposta a tutela paesaggistica perché all’interno del Parco dei Monti Sibillini, sia stata costruita “in assenza del necessario permesso” della Soprintendenza. In più, secondo la Procura, si tratterebbe di opera definitiva e non provvisoria, quindi in deroga alla normativa per la gestione dell’emergenza post-terremoto.

Mi chiedo: Un Giudice, un Tutore della Giustizia, non dovrebbe avere studi e sensibilità superiori alla norma per stabilire e decidere della VITA DELLA GENTE? Oppure è possibile che sia un cafone senza arte ne parte?

Ai posteri l'ardua sentenza! Forse, a qualche amico dei giudici di Spoleto il centro di Norcia non andava a genio!

mercoledì 28 febbraio 2018

Alfredino Gullotta, il giorno che non fece ritorno - Ugo Arioti - racconti brevi





Ci sono posti nel Mondo che non bisognerebbe mai penetrare. Luoghi fantastici e surreali, ipnotici. Questo non vale per chi ha l'anima dell'esploratore, lui varcherà la linea dell'orizzonte e non ascolterà alcun consiglio pur di arrivare al centro dell'universo che sta invadendo con la sua ingombrante presenza. Fu così, almeno dicono in tanti, che sparì in una bella giornata di primavera Alfredo Gullotta, detto lo scout. Partì verso le dieci e trenta dal suo rifugio sul lago di non so dove e oltrepassò il limite tra cielo e terra verso mezzo giorno, cadendo, ricordano gli unici testimoni che non videro mai niente: “fu verso le dodici o tredici, non ricordo, ma fu, ne sono quasi certo, dalle montagne della Luna piena, apparve una sagoma nera che si stagliò, prima, contro l'orizzonte e poi precipiò tra le acque della Gora e le nuvole della volta celeste”.
Cadde in un vortice di emozioni e di ricordi che accesero la sua anima come un fiammifero. È tutto qui.
Questo è il racconto brevissimo che abbiamo tratto dalle bocche di quei pochissimi mistificatori, mezzo ubriachi e mezzo sordi, che per 50 centesimi di dollaro sono disposti a raccontarti, anche, che lo videro ascendere al cielo e se gli dai un buon bicchiere di vodka possono anche raccontarti del carroccio trainato da buoi alati che scese dal blu per rapirlo. Storie di poco conto.
Resta il fatto che non sappiamo neanche se si chiamasse, veramente, Alfredo Gullotta, esploratore e solipsista?

martedì 27 febbraio 2018

Senza il lavoro, con meno vita Ecco la poverissima Sicilia



PALERMO - La Sicilia è la regione con il più alto tasso di persone a rischio povertà in Europa: il 41,8%. Nell'isola un terzo dei giovani tra 15-24 anni (il 31,9%) non studia né lavora (Neet). Una bimba nata in Sicilia nel 2016 ha una speranza di vita di due-tre anni in meno di una bambina nata altrove. Anche rispetto al nord Italia: 83,8 anni a Palermo, 86,3 a Trento. Sono i dati di una ricerca sull'attuazione in Sicilia del Sia (Sostegno all'inclusione attiva), la misura contro la povertà adottata nel paese nel 2016 e che, da quest'anno, ha ceduto il passo al Rei (il Reddito d'inclusione). Quest'ultimo è la prima misura strutturale, non tampone, a essere stata adottata in Italia per fronteggiare le situazioni di marginalità sociale.

La ricerca è stata illustrata da Liliana Leone, direttrice del Cevas, il centro di studi sulle politiche pubbliche con sede a Roma. In Sicilia ha coinvolto 47 distretti sociosanitari su 55 scegliendo Palermo come il luogo di uno degli otto studi di caso svolti in Italia. I dati sono stati al centro del meeting "Contrastare la povertà per la crescita della Sicilia", organizzato a Palermo. Ad aprire i lavori, Rosanna Laplaca della segreteria regionale Cisl, che ha illustrato posizioni e rivendicazioni della Alleanza siciliana. "Il Rei - ha detto - è una grande sfida e assieme una grande opportunità. Perché punta ad affrontare il tema dell'esclusione sociale con un approccio strategico e in un'ottica complessiva che mette al centro la persona".(ANSA).

mercoledì 14 febbraio 2018

Fra Dolcino e le donne penitenti - racconti dell'iperspazio Ugo Arioti


“Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum”





-        Ma che vuole, non sono una verginella! Ma il brodo è buono?,... o non lo gradite? - rilanciò Norina del Bricco, avvenente e procace figlia del capo villaggio uscito con i suoi dal caseggiato per obbedire agli ammonimenti del frate e del suo luogotenente, niente più che un bizzarro essere carnascialesco, sempre affamato di sesso e di pane. Lei, era furba...e, gradiva le avances del predicatore “fricchettone”!

-        Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum! - gridacchiò, selvaggiamente lui e si lanciò nell'amplesso.

-        Maestro...ohoho...- biascicò il confrate del “fricchettone” - Io pure..mgnam! -

-        Idiota, devi fare penitenza! - gli urlò il suo priore – Mettiti a guardia della casa! Altrimenti ti punisco come sai! -

-        Noh, noooh...- piaggnuccolò il malcapitato adepto e si accucciò sull'uscio, con un occhio alle scene erotiche e uno al mondo esterno.

In quella stanza le donne erano tre: la madre di Norina, lei e la sorella Tica, poco più che una ragazzina. L'apostolo dell'Apocalisse, ebbe un attimo di tentennamento, ma pensarono le donne a togliergli il dubbio, spogliandosi e offrendosi al desco vespertino,...per espiare i peccati. Fu così, che sciolsero i pensieri al duce e lo convinsero, ancor di più, che era nel giusto e quando si è nel giusto, non si sbaglia! Per la cura dell'anima bisognava,... e lui, abbisognava!, perchè era l'Angelo della Giustizia!

giovedì 8 febbraio 2018

'Ndrangheta, un racconto mancato

Ha dirompente forza militare e impareggiabile disponibilità economica, si muove con disinvoltura nella globalizzazione e cura ossessivamente le tradizioni, sa essere ciò di cui ciascun territorio ha bisogno e gode di trasversale consenso sociale. E poi, naturalmente, dispone di preziose relazioni ad alto livello, in Italia e Oltreoceano. Tasselli fondamentali ma non sufficienti. Per comprendere appieno l'immenso patrimonio di potere della 'Ndrangheta ne manca almeno un altro: il silenzio.
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che  sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri  – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i  recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e  “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag:

martedì 23 gennaio 2018

Luca Guadagnino, un palermitano in corsa per gli Oscar Il suo nuovo film ha ottenuto quattro candidature, tra cui quella per il premio più ambito



















Un palermitano alla corsa per gli Oscar. Luca Guadagnino, l'ex ragazzo del liceo scientifico Galilei, dopo la mezza delusione ai Golden Globe ha ottenuto quattro nomination all'Oscar per il suo film "'Chiamami col tuo nome" che in Italia esce il 25. Il film di Guadagnino (il cui titolo inglese è "Call me by your name") è stato nominato nelle categorie: miglior film, miglior attore principale (Timothée Chalamet), miglior canzone originale ("Mystery of love" di Sufjan Stevens), miglior sceneggiatura non originale (James Ivory). Per la statuetta più ambita, quella al miglior film, Guadagnino dovrà vedersela con 'Darkest Hour', 'Dunkirk', 'Get Out', 'Lady Bird', 'Phantom Thread', 'The Post', 'Three Billboards outside Ebbing, Mossouri' e 'The Shhape of Water', il film di Giullermo Del Toro che ha fatto man bassa di nomination con ben 12 candidature.

Guadagnino è nato a Palermo nel 1971, scuole medie all'Alberico
Gentili, prestissimo ha manifestato la sua cinefilia: frequentatore della videoteca di via Sammartino gestita da Franco Maresco, autore di una sorta di remake di "Full metal jacket" di Kubrick realizzato assieme a un gruppo di amici e poi a Roma, dopo una tesi di laurea su Jonathan Demme, ha cominciato a muovere i passi da regista fino a entrare nell'elite hollywoodiana. Due anni fa è tornato in Sicilia, a Pantelleria, per girare "A bigger splash".

martedì 16 gennaio 2018

Lo spazzino cosmico che rimuove i detriti spaziali dall’orbita della Terra

RemoveDebris è il primo sistema nato per collaudare varie tecnologie capaci di eliminare almeno i rottami più pericolosi. A marzo sulla Stazione spaziale

di Giovanni Caprara


«È ora di intervenire. Si sono già verificate collisioni tra spazzatura cosmica e satelliti, danneggiandoli. Perciò abbiamo concepito RemoveDebris, il primo sistema nato per collaudare varie tecnologie capaci di eliminare almeno i rottami più pericolosi». Guglielmo Aglietti, 52 anni, è il «papà» del veicolo cosmico che sarà portato sulla stazione Iss dalla navicella privata Dragon in marzo. Sulla Stazione spaziale internazionale, nei mesi successivi verrà liberato in orbita, per provare a risolvere il problema. Secondo la rete Usa Space Surveillance nello Spazio circolano 29 mila oggetti più grandi di 10 centimetri. La stessa stazione Iss deve spostare la sua traiettoria una o due volte l’anno per evitare scontri che metterebbero a rischio la vita degli astronauti. «Per fare pulizia servono tecnologie a basso costo, è quello che proviamo con RemoveDebris».

L’italiano che pulisce l’orbita della Terra dirige in Inghilterra il Surrey Space Center dell’Università del Surrey alla guida del consorzio di dieci partner europei che realizzano la missione. Tra questi la Surrey Satellite Technology, spin off della stessa università diventata leader mondiale dei piccoli satelliti (produce il 40% di quelli finora spediti nello spazio). Aglietti, uscito dal Politecnico di Milano, è approdato in Gran Bretagna dopo esperienze industriali e all’Agenzia spaziale europea.

Il test

Il satellite RemoveDebris lancerà un nanosatellite che poi imbriglierà in una rete aumentando così le sue dimensioni per facilitarne la caduta nell’atmosfera. Poi collauderà un sistema di visione laser dotato di software intelligente con cui valutare movimenti e velocità del rottame prima di intervenire. Lancerà, inoltre, un arpione agganciando un obiettivo e infine dispiegherà una vela solare che, rallentando il RemoveDebris, ne favorirà la disintegrazione. «Il progetto da 15 milioni di euro», conclude Aglietti, «è finanziato per metà dalla Commissione Europea. Se tutto funzionerà la parola passerà a governi e industrie per avviare l’operazione pulizia».