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venerdì 17 aprile 2015

Snowden: DOPO CHARLIE sempre più sorvegliati dalle Agenzie segrete Anglo-ebree-americane.....L'illusione della libertà


SONO passati quasi due anni dall'esplosione del Datagate. Era il giugno 2013. L'ex consulente della Cia Edward Joseph Snowden, 32 anni da Wilmington, Carolina del Nord, ne è stato il protagonista assoluto. Con l'aiuto del giornalista Glenn Greenwald e della documentarista e regista Laura Poitras ha svelato al mondo il monumentale programma di sorveglianza di massa messo a punto dai cosiddetti Five Eyes: le cinque potenti agenzie segrete di Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito, occhi e orecchie sulle comunicazioni internazionali capitanati appunto dalla National Security Agency Usa insieme al Gchq britannico.

Prism, Tempora, Boundless Informant, XKeyscore, Dropmire, Turbine e molte altre sigle all'apparenza enigmatiche come le pratiche sfruttate hanno improvvisamente trovato, grazie ai documenti diffusi dal whistleblower americano e rilanciati dai media di tutto il mondo, una devastante chiarezza. Milioni di utenti monitorati attraverso vari mezzi dentro e fuori gli Stati Uniti, intercettazioni nelle ambasciate e nei consolati, grigi sodalizi con le big company del web per infiltrarsi nei social, nei giochi, in ogni genere di portale, botnet e software preinstallati nei server e nei dispositivi prima che venissero distribuiti agli acquirenti, social network e dorsali di comunicazione sotto controllo. Incluse quelle che transitano per l'Italia. Quello che forse in molti immaginavano da sempre ha insomma trovato nelle parole, nei documenti e nella stessa testimonianza personale dell'ex contractor una conferma incontrovertibile che ne ha messo a rischio la vita.

Snowden è intervenuto al Festival internazionale del giornalismo in corso a Perugia fino a domenica insieme alla Poitras, premio Oscar per il suo documentario Citizenfour. Ad ascoltarlo via Skype una folla degna di una rockstar. Di più: l'accoglienza riservata a uno di quelli che, si sente, hanno scritto una pagina di Storia. Era infatti la prima volta che, in collegamento superprotetto dalla Russia - dove ha trovato rifugio dopo una rocambolesca fuga nell'estate 2013 e dove ancora risiede con un particolare permesso di soggiorno che scadrà nel 2017 - interveniva a distanza a un appuntamento italiano. "Quando si parla del rapporto fra governo italiano e statunitense e fra agenzie di spionaggio non c'è alcun dubbio sul fatto che lavorino insieme, basti pensare alle 'extraordinary rendition', cioè ai trasferimenti forzosi di persone dal territorio italiano ad altri posti nel mondo", ha detto Snowden. "Tuttavia i cambiamenti tecnologici hanno mutato il modo in cui ci tengono sotto controllo. La priorità delle agenzie, del tutto senza regole, è monitorare tutti e sempre, che vi siano sospetti o meno. Le amministrazioni sono colpevoli nella condivisione di queste informazioni e il rapporto fra di loro è solido. Magari il vostro presidente del Consiglio non conosce i dettagli, o non vuole saperli, ma sarebbe ora che i politici rispondessero alle domande, che fornissero la loro posizione alla società civile".

Il punto, insomma, è che nessuno è al riparo da azioni del genere. La comunicazione e le notizie sul tema sono minime e il dibattito nell'opinione pubblica rimane povero, anche dopo i fatti degli ultimi due anni: "La vera domanda è come aumentare i nostri livelli di libertà", ha spiegato Snowden. "La risposta è la trasparenza e il confronto a ogni livello. Il giornalismo è forse l'unica arma che abbiamo a disposizione: i governi non si riformeranno da soli, non rinunceranno al loro potere. L'unica arma è quindi competere con loro ed è quello che fanno i giornalisti quando li sfidano sul campo dell'interesse pubblico delle loro scelte. Non serve dunque una resistenza violenta, serve quella civica: passa da come votiamo, come ci presentiamo, di cosa parliamo. Non bisogna temere di essere etichettati e di raccontare davvero come vogliamo vivere".

Serve un salto culturale, un coinvolgimento dal basso che sfidi anche le leggi più controverse: "Gli unici che possono bloccare chi oltrepassa i confini e rimettere in discussione gli assegni in bianco, quelli che possono fermare chi vuole cambiare la nostra natura siamo solo noi", ha aggiunto Snowden. "D'altronde, dopo la strage di Charlie Hebdo, è accaduto l'esatto contrario di ciò che sarebbe stato auspicabile. I governi, su tutti quello francese, hanno reagito nel modo opposto, approvando rapidamente leggi che autorizzano maggiore sorveglianza. I politici credono sempre di dover fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di dare delle risposte. Ma è proprio questo il problema: la sorveglianza di massa è del tutto inefficace. La Francia aveva per esempio dei programmi simili prima dell'attacco alla redazione del settimanale satirico e non sono stati utili. Anche negli Stati Uniti, dove il network è più ampio che altrove. Insomma, se anche fossimo perfettamente al sicuro questo non importerebbe perché non potremmo essere liberi". Perché vivremmo, per ricalcare le parole del whistleblower, nel "più grande sistema di oppressione della Storia".

"Proprio perché c'è il rischio terroristico e le persone sono sempre più consapevoli delle opportunità di crittografare le proprie comunicazioni", ha aggiunto Snowden, "i governi pretendono sempre più le chiavi di quelle trasmissioni e di quei contenuti addirittura senza doverle decifrare. Spingono per ottenere delle 'backdoor' da cui entrare per sottrarre informazioni ma dalle quali, questo il rischio sottovalutato, possono far breccia anche altri governi, penso a quello cinese, o dagli stessi gruppi terroristici che vorremmo contrastare. Insomma, stiamo creando in tutti i sistemi di comunicazione una vulnerabilità di fondo che costituirà una minaccia perenne". Secondo Snowden il risultato è stato inoltre peggiorare il quadro della situazione anche agli occhi di Paesi ben meno responsabili e democratici che hanno definitivamente scelto di sfruttare l'arma di internet e l'hacking di Stato nelle controversie internazionali.

A due anni dalle prime rivelazioni il quadro rimane insomma drammatico. Vie d'uscita se ne vedono poche: "L'Nsa, la National Security Agency, si comporta più come una National Surveillance Agency", ha aggiunto Snowden durante il dibattito coordinato da Fabio Chiusi al quale hanno partecipato fra gli altri il legale dell'ex consulente, Ben Wizner, e Simon Davies, fondatore di Privacy International. "Ciò su cui dovremo lavorare è capire cosa renda i governi più o meno responsabili e rispettosi nei confronti dei media e dei cittadini.

Quando permettiamo alla sorveglianza di massa di radicarsi cambiamo in maniera radicale il rapporto fra governanti e governati. Serve un confronto sui diritti che abbiamo ereditato e che vogliamo passare a figli e nipoti. Sono queste le libertà che dobbiamo essere disposti a difendere".
Simone Cosimi (Repubblica.it)

venerdì 5 luglio 2013

Jeff Jarvis: "L'informazione del futuro?


 

Il giornalista, blogger e scrittore, guru dell'open web, dipinge le sfide e gli scenari che aspettano il giornalismo online: "Sarà un servizio che mette fatto con strumenti diversi, il contenuto è solo un tassello" di SIMONE COSIMI

SI E' PRESENTATO a Roma, per il primo Big Tent tricolore organizzato da Google, inforcando proprio un bel paio di Google Glass. Sa già, insomma, cosa ci aspetta l'anno prossimo. D'altronde Jeff Jarvis è uno dei pochi addetti ai lavori che sono sempre stati un passo avanti nel capire le dinamiche della comunicazione. Fra i primi ad afferrare che tecnologia e new media hanno spostato per sempre i cardini del mestiere: dal contenuto singolo all'ecosistema dei contenuti e poi a quello delle relazioni. È da lì che bisogna ripartire per salvare l'informazione di qualità, scovare nuove strade. "Continuare a innovare, sempre". Guru dell'open web, giornalista - fra le altre cose fondatore di Entertainment Weekly, sunday editor e associate publisher del New York Daily News e columnist del Guardian - deus ex machina del popolarissimo blog BuzzMachine, scrittore (indimenticabile il suo What Would Google Do?) e professore alla Graduate School of journalism della City University della Grande Mela, racconta in un colloquio con Repubblica.it le sfide che aspettano l'universo dei contenuti online.

Qual è il modo per proteggere il giornalismo di qualità online, la strada per tutelarne credibilità e verifica delle fonti?


"Insegno entrepreneurial journalism a New York, quindi cerco proprio di fare questo, trasformare il giornalismo in modo che crei valore. Una delle più grandi sfide è proprio quella che riguarda i presupposti del nostro mestiere. Il che ha un sacco di implicazioni. Forse sono spesso andato troppo veloce, non so, ma è da sempre che mi interrogo sul vero significato della parola "contenuti". Se hai un figlio, si tratta di un contenuto. Se ti stai spostando da una città all'altra, si tratta altrettanto di un contenuto. Guardi un film? È un contenuto. Ma il giornalismo, allora, cos'è? Credo in realtà che si tratti di un servizio. Un servizio per informare le persone. E il singolo contenuto è solo uno degli strumenti con cui mettere in atto questa funzione. Ne abbiamo così tanti di nuovi strumenti per fare questo mestiere, strade inedite. Pensa alle piattaforme su cui dare alla gente la possibilità di condividere le proprie informazioni, le analisi, il data journalism, la tecnologia indossabile che può fornirci nuovi spunti. Anche pensare al mondo dell'informazione secondo lo scontro stampa/digitale è ormai roba passata. La tua domanda, comunque, rimane irrisolta. Non sono ancora sicuro di quale sia la risposta, ma ci sono molte opportunità: se guardiamo al lato economico di ciò che chiamiamo industria dei contenuti una cosa che dobbiamo mettere sotto la lente, e non sempre è facile farlo, è quella di cercare una nuova efficienza. Un quotidiano non deve veicolare ogni informazione a chiunque: può e deve fare business trasmettendo contenuti di un certo tipo. Si può specializzare, spacchettare i suoi temi, dando così più valore a ciò che scrive. Dal lato degli introiti ci sono possibilità. Dovremmo davvero imparare da Google: capisco che parlarne dopo lo scandalo dell'Nsa, che voi in Italia avete ribattezzato Datagate, sia controverso, ma è così. Quando comunichi felicemente le indicazioni su dove devi andare, i dati delle tue e-mail, usi il telefono come carta d0imbarco per l'aereo metti comunque in atto una transazione. E dove c'è una richiesta di contenuti c'è valore.


Un nuovo genere di transazione. Non pago sempre o solo con i soldi, pago con i miei dati.
"Esatto. È come se dicessi a Google "dammi più contenuti di valore in cambio". Ma attenzione: non ti stai vendendo a Google o a un altro motore di ricerca. C'è sempre una ragione dietro alle tue richieste e alle tue concessioni. Google ha capito che il contenuto è univoco, parla delle persone. Ed ha il meccanismo per capire cosa vuoi e cosa cerchi. Questo è il lato divertente della cosa: spesso non sai nemmeno tu cosa ti serve esattamente e Big G ci arriva prima. L'altro giorno ho letto un editoriale sul Guardian, diceva che l'Nsa ha realizzato che i contenuti valgono oro. Grande scoperta. Google lo sa da sempre, non dei media, semmai, non riusciamo spesso a capirlo fino in fondo. I contenuti possono essere l'inizio di una relazione con l'utente/lettore. Dobbiamo accettare la sfida e rivederci come artigiani dei contenuti. Quella è la strada".


Cosa ne pensa dello scenario italiano, dove queste dinamiche faticano a imporsi e il problema è spesso generazionale? La sua generazione, negli Stati Uniti, era già apripista, da noi è in corso una guerra civile fra vecchia e nuova scuola?


"Spero e credo che quasi tutti gli editori capiscano la lezione e facciano di più. E se anche ci sono difficoltà, devono per forza adattarsi al contesto. Sono obbligati a innovare. Per esempio, la banda larga in Italia potrebbe essere più diffusa, però ci sono un sacco di smartphone nelle tasche dei cittadini. Bene, forse c'è una sfida da poter far fruttare traslocando direttamente dal mondo web a quello mobile, saltando un passaggio. Anche noi dobbiamo cambiare: scriviamo articoli, raccontiamo storie che tanti anni fa sono nate per stare in una pagina. Oggi bisogna strutturarle in un modo diverso. Non solo scrivere una storia ma connettere più storie. Pensa negli Stati Uniti ad Andy Carvin, che si occupa di community online per la National Public Radio americana e che ha un enorme fiuto giornalistico e per i contenuti. Probabilmente non ha mai scritto un articolo in vita sua".


Film, musica, libri, arte: dobbiamo anche trovare un nuovo sistema di guardare al copyright in Rete.
"Credo che sia il caso, di nuovo, di concentrarsi su un punto. E cioè sul fatto che la manifattura dei contenuti crea valore. Non possiamo più metterci seduti intorno a un tavolo e cercare di proteggere con le unghie quel che abbiamo realizzato. Se il nostro business, e quello di chi realizza questi contenuti, si


trasforma nella difesa spasmodica di una piccola fetta, moriremo tutti. Dobbiamo tirare fuori dal cilindro nuovi modelli, proprio ciò che non sta succedendo nella maggior parte dei gruppi editoriali del mondo, che continuano a chiedere leggi e protezione del diritto d'autore alle amministrazioni statali. La difesa non è mai uno schema vincente per fare affari. È un modello in stile zoo, nel quale per tutelare una manciata di contenuti lasciamo morire tutto il resto".