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venerdì 24 novembre 2017

I voti che non decidono e le democrazie malate Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo»? E’ destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il «demos», accetta con le elezioni di avere un capo come se fosse in una dittatura?

Antonio Polito   (Corriere.it)

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.
Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.
La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.
Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.
Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?
La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.
Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.
Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.
Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.

mercoledì 19 luglio 2017

La mafia del fuoco

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando

La mafia del fuoco: pressioni alla politica e affari dei clan, ecco perché l’Italia sta bruciando
La pineta di Castel Fusano a Roma devastata dalle fiamme (agf)
Dietro gli incendi non c’è un disegno eversivo o una regia unica. Ma una serie di ragioni che mettono lo Stato in ginocchio. Si evocano piani eversivi per nascondere la realtà dei territori abbandonati. È la bonifica criminale per eccellenza: con le fiamme si fa spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Il territorio è in balìa di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento
L'ITALIA brucia. Le domande che vengono poste sono ogni estate sempre le stesse e da sempre restano inevase: perché brucia tutto? Com'è possibile? Chi sono i responsabili? Perché non si spegne in tempo? I cieli italiani sono rossi di fiamme e non per mero caso. Ma nemmeno, come ho sentito dire al governatore della Campania Vincenzo De Luca, per un disegno eversivo o un attacco alle istituzioni. Se l'Italia brucia i motivi sono molteplici e assolutamente controintuitivi. "Con questo caldo basta una cicca di sigaretta per incendiare tutto", "È responsabilità di piromani", "Si dà fuoco a poveri animali che poi correndo incendiano intere foreste ": leggende metropolitane, menzogne cui è facile credere e che facilmente si raccontano per trovare soluzioni che non implicano approfondimento. L'Italia brucia per cento motivi: vogliamo provare a elencarli tutti?

Quasi impossibile. L'Italia brucia per bloccare le concessioni edilizie che le organizzazioni criminali usano per ricattare le amministrazioni pubbliche e gli imprenditori. Sì proprio così, credevate forse che bruciare servisse a incenerire pini, noci e ulivi per far spazio a palazzotti e ville abusive? Questo accadeva 20 anni fa. Dopo la legge- quadro per la lotta agli incendi boschivi non si può edificare per 15 anni e quindi cosa fanno i clan? Appena vengono a sapere che una zona può diventare edificabile, bruciano per bloccarla. Il messaggio è: prima di decidere se rendere edificabile o meno un terreno bisogna mettersi d'accordo con noi o negoziare un prezzo con noi, altrimenti con il fuoco blocchiamo tutto. Questa è la pratica. Ma la legge, come spesso accade, lascia spazio a strategie in grado di poterla aggirare perché "Le zone boscate ed i pascoli i cui soprassuoli siano stati percorsi dal fuoco non possono avere una destinazione diversa da quella preesistente all'incendio per almeno quindici anni". Se così recita la legge, sapete cosa spesso accade e soprattutto a sud? Che non vengono definiti, i territori bruciati, zona boscata o pascolo, ma zona agricola. E per le zone agricole la legge non entra in vigore. Quindi bruci e puoi costruire.

Bruciare è la bonifica criminale per eccellenza: si brucia per fare spazio a discariche e ad aree in cui si potrebbe stoccare di tutto. Si brucia perché così le discariche abusive si consumano e bruciando alberi si ha più spazio per poter scavare e creare nuove discariche. L'Italia brucia perché le agenzie private, che forniscono sicurezza e monitoraggio del territorio, vengano ingaggiate e preferite alla sicurezza pubblica. Se non si appalta la sicurezza di un'area boschiva a specifiche agenzie private, la vendetta è il fuoco. Ma l'Italia brucia anche per molti altri motivi, privati e di rivalsa personale. Il fuoco viene appiccato, come mostrano le recenti indagini dei carabinieri, anche per un permesso edilizio non concesso, un divieto di caccia applicato ad aree adibite alla caccia per anni. Ed ecco che il fuoco diventa per organizzazioni criminali, gruppi di pressione e singoli cittadini la soluzione, e lo diventa perché è ormai chiaro che lo Stato non ha possibilità di far fronte all'emergenza. Chiunque voglia oggi esercitare un'azione di ricatto sa che con il fuoco può farlo. E non si tratta di piromania che è una patologia, ovvero ossessione verso il fuoco, ma di calcolo, di freddo calcolo. Spostare il problema altrove è il solito gioco furbo della politica. Addirittura ho sentito il sindaco di Catania parlare di "regia unica dietro tutti gli incendi" adducendo come prova di questa sua tesi non fatti, ma sensazioni. Non vorrei fare facile ironia, ma mi tornano in mente le parole del Procuratore della Repubblica (sempre) di Catania sulle Ong, su alcune delle quali disse di nutrire sensazioni negative, quasi a Catania dai rubinetti uscissero sensazioni al posto dell'acqua. Questa sembra una digressione polemica, invece serve proprio a mostrare come la politica (in senso lato) abbia sempre tutto l'interesse a spostare il problema altrove per continuare a non dare risposte e soprattutto per allontanare da sé ogni possibile responsabilità.

E all'Italia che brucia la risposta è "disegno eversivo", "regia unica", "attacco alla politica" e non politica distratta, assente, incapace. Quando il territorio viene devastato dalle fiamme, la politica tende a rispondere in due modi, o trattando gli incendi alla stregua di calamità naturali (come terremoti o eruzioni, e davvero il Vesuvio sembrava stesse eruttando) o come cospirazioni, menti occulte e braccia manipolate da regie massoniche. In realtà, come al solito, le dinamiche sono diverse, più complesse, ma anche alla fine riconducibili a una certa razionalità, certo criminale, ma spiegabile senza scomodare complottismi di sorta.

Quindi nonostante la notizia attiri molti click, e tutti i media possibili l'abbiano riportata, non esistono gattini infiammati che correndo devastano intere aree boschive, niente autocombustione o sigarette accese, ma inneschi chimici preparati ad arte e posizionati laddove è più difficile arrivare. E posizionati a favore di vento (come fatto sul Vesuvio). I luoghi comuni sugli incendi sono moltissimi. Il credere anche che sia facile poterli spegnere. Ma come? Il Vesuvio brucia e non si può spegnere il fuoco con l'acqua del mare? Be', l'acqua spegne le fiamme, ma nulla può contro il combustibile, quello solo la schiuma può neutralizzarlo. Ma con il mare così vicino perché non usare quell'acqua a disposizione? L'acqua marina, poiché salata, può causare desertificazione, quindi non è possibile utilizzarla in aree su cui si prevede un lavoro di riqualificazione boschiva.

Per paradosso la cenere concima e l'acqua marina che spegne le fiamme rende sterile il terreno.

Ho provato a sfatare solo alcune delle bufale più diffuse sull'origine dei roghi perché da cittadino non accetto che mi si raccontino fandonie, ma la realtà è che il fuoco è strumento economico di "bonifica criminale". Ogni zona ha i suoi gruppi criminali che bruciano. Bande che vogliono ottenere appalti in cambio della sicurezza delle zone boschive (o mi dai l'appalto o brucio tutto); clan che attraverso il fuoco rendono inedificabili i terreni da cui vogliono ottenere percentuali sulle concessioni edilizie e i lavori di costruzione; e ancora con il fuoco le organizzazioni trasformano parchi nazionali in spazi ideali per le discariche abusive (da materiale plastico a stoffe, rifiuti speciali il cui smaltimento comporta oneri che le aziende aggirano appaltando alla camorra).

Dal Vesuvio alla riserva degli Astroni, ormai distrutta per oltre un terzo, da Roma alla Maremma, alla Costiera Amalfitana, l'Italia brucia come ogni estate con la differenza, significativa, di un dato allarmante che dovrebbe imporre alla politica una seria autocritica: in un solo mese, da metà giugno a oggi, in Italia è andato in fumo tutto quel che è bruciato nell'intero 2016. Quindi nessuna regia unica o piano eversivo, ma solo ciò di cui non si vuole parlare, mai: il fuoco come declinazione - l'ennesima - dell'economia criminale che può esistere perché il territorio è in balia di se stesso senza alcuna seria possibilità di prevenzione, previsione, monitoraggio e intervento. E poi c'è chi, sempre per evitare di affrontare il problema dalla prospettiva più razionale, tira in ballo il tema della militarizzazione del corpo forestale, mostrando il camaleontismo tipico della politica che prima denuncia gli sprechi e poi, quando si prova ad arginarli, trova che il metodo è sbagliato solo perché sotto quel decreto non c'è la propria firma ma quella della forza politica antagonista. Meglio dire "sbagliato aver militarizzato la Forestale" (nonostante le competenze non si siano perse), che impegnarsi per concedere ai Carabinieri Forestali maggiori strumenti per la prevenzione e ragionare sui mezzi mancanti per far fronte alle fiamme.

Ora, in un Paese come l'Italia, dove i grandi ambiti di investimento e riciclaggio delle mafie sono oltre al narcotraffico proprio edilizia e rifiuti, trattare gli incendi alla stregua di calamità naturali è da dilettanti della politica. Già immagino chi dirà: ma come non vedi quanto l'Italia sia colma di turisti? Perché non dai alla politica e alla gestione del territorio il merito di aver fatto da pull factor per il turismo internazionale. Come è possibile - mi domando io, invece - che chi parla di turismo non abbia capito che l'Italia è meta residuale? Che non potendo andare altrove per timore di attacchi terroristici si viene in Italia dove peraltro, causa incendi, in Sicilia e in Toscana sono state evacuate strutture turistiche? L'assalto turistico non avviene perché è migliorata l'accoglienza, perché sono migliorati i trasporti (provate a raggiungere Puglia o Calabria in treno...), ma perché altrove per paura non si va più.

Oggi di fuoco si parla perché non è possibile ignorare quello che sta accadendo, ma non un politico che abbia descritto la situazione in maniera realistica. Anche il fuoco è usato per scopi elettorali, ma dopo aver cavalcato il disagio e l'indignazione non sarà più un argomento spendibile perché non porta voti: gli eco-reati sono percepiti come secondari rispetto alla disoccupazione, salvo poi non fare mai i conti con l'impossibilità di avere una economia florida in un Paese in cui l'economia criminale è in continua espansione. E se oggi la colpa è dei piromani, della militarizzazione del Corpo forestale, se oggi c'è un piano eversivo, se c'è una regia unica, domani in mancanza di bufale, fake news, pre e post verità, resterà solo puzza di bruciato, devastazione e silenzio. E dove c'è silenzio crescono i clan. Alla prossima estate, ai prossimi incendi.

mercoledì 1 febbraio 2017

Editoriale 2 - febbraio 2017

DEMOCRAZIA? Concezione politica fondata sui principi della sovranità popolare, dell'uguaglianza giuridica dei cittadini, dell'attribuzione di diritti e doveri sanciti dalla costituzione, della separazione e indipendenza dei poteri. Questo dice il dizionario della lingu italiana. In realtà, oggi, questi restano solo degli arcani significativi solo per indicare una parola di dieci lettere su un cruciverba. cosa resta del sistema democratico e della costituzione italiana, in termini applicativi ed estensivi a tutti i cittadini italiani, è ben poco e molto mal miscelato con silloggi reazionarie e golpiste, che riescono a scardinare pure le regole scritte: vedi l'elezione per il secondo mandato di Giorgio Napolitano. Ma c'è di più, c'è un oligarchia politico partitica che, specialmente, negli ultimi trent'anni ha occupato tutti i posti di comando politici e amministrativi, generando la CASTA. C'è, che il voto degli italiani, popolo che ha sempre risposto in massa al momento di indicare chi doveva governare e fare delle scelte, è stato "turlupinato" e rapinato dai "guastatori governativi". I referendum popolari stravolti e il loro esito ignorato se non, addirittura, ribaltato. c'è che l'ISTAT, che dovrebbe essere uno strumento conoscitivo autonomo e assolutamente libero è diventato un minitor governativo dove i danni vengono riferiti soloquando non si può più nasconderli. Che le Ferrovie dello Stato, un tempo gioiello ed esempio di sicurezza, oggi sono a brandelli per l'inefficienza di Amministratori, eletti dai Governi, A. D. che incassano cifre da capogiro. Accade, oggi, che finito l'effetto placebo e inutile delle politiche per il lavoro del Governo Renzi e Gentiloni, che hanno sempre dato soldi agli impresari e non ai lavoratori, la DISOCCUPAZIONE GIOVANILE cresce e il 40% dei nostri ragazzi sono senza occupazione, costretti, per trovare un lavoro dignitoso ad emigrare. Succede che questi Partiti Padroni difendono, a spese degli italiani, e senza che questi ne possano trarre un beneficio, magari con l'incameramento da parte del Tesoro e con la prigione per i Manager incapaci, che invece anche qua percepiscono indennità e stipendi vergognosamente alti, LE BANCHE che hanno distribuito titoli velenosi e hanno dilapidato immensi capitali, oltre che i risparmi di tanti di noi. Tutto questo è ancora DEMOCRAZIA, mi chiedo? 
Allora bisogna avvertire chi scrive il DIZIONARIO DELLA LINGUA ITALIANA che si deve modificare il significato della parola, magari ribaltandolo, tanto per essere tutti contenti........
Ugo Arioti

giovedì 26 gennaio 2017

POESIA E GIUSTIZIA


Ieri, leggendo Ezra Paund, cose su POESIA e GIUSTIZIA, mi veniva in mente che è l'organizzazione sociale che determina, infine, cosa è Giustizia e cosa è Democrazia e Libertà. Quando, come accade oggi, si entra in un periodo di declino, inevitabilmente i limiti e i principi fondanti di queste categorie affondano fino ad essere solo semplici riferimenti "storicizzati". Noi siamo la Giustizia e, se abbiamo il Potere, la deformiamo fino a farla assomigliare il più possibile ai nostri Pensieri, Voleri. Mi direte che siamo in democrazia e, perciò, uno solo non può modificare tutto. Vi rispondo: guardatevi intorno e dentro, dov'è la DEMOCRAZIA che ha la sua forza maggiore nel Popolo, oggi una CASTA oligarchica ci governa e modifica pure il voto popolare. Oggi i processi scattano ad orologeria e i Magistrati sono diventati legislatori. Ditemi se questa non è DECADENZA?

Allora, tornando a Ezra, vi ripropongo il mio post su facebook di ieri!
Ugo Arioti

Ezra Paund, come tutti i grandi che hanno la possibilità di vedere oltre l'orizzonte, definisce, nel suo primo canto pisano cosa significa e cosa è nel suo baricentro di forze: POESIA E GIUSTIZIA. Spesso non ci facciamo caso, ma la poesia è il racconto di un male subito al quale si da una rsposta in versi e in elegia e canti, dando forza alla Giustizia del Popolo (non alla giustizia popolare, che volutamente scrivo minuscola!)
Eccome arrendersi alla città dei Templi, delle religioni e dei maghi?
..............
"I surrender neither the empire nor the temples/ plural/ nor the Constitution nor yet the city of Dioce/ (...) To build the city of Dioce whose terraces are the colours of stars" 

Sono questi due versi tratti dal canto LXXIV (primo dei carmi pisani) di Ezra Pound. In essi si condensa il senso politico del carme. Ma determinare il senso politico del carme, significa in pari tempo determinare il significato dell'atto poetico. Poichè la scaturigine del canto è intemporale, stabilire una connessione essenziale tra poesia e politica significa sollevare quest'ultima, dall'orizzonte contingente di ciò che è meramente temporale, alla dimensione metafisica della giustizia.
Ora, proprio in virtù di tale sua dimensione, la giustizia è necessariamante esposta alla contingenza catastrofica della storia. Essa cioè non può sottrarsi al rischio di darsi configurazione nell'unica sfera che abbia a disposizione per mostrarsi operativa ed efficace, la sfera incerta e per principio turbolenta dell'agire politico. Così, la giustizia diventa esigenza: esige che la politica si appelli ad essa come istanza non contingente, e perciò stesso metastorica.
Ma proprio in tal modo, essa mette il suo contenuto di verità a repentaglio.
Giusto, direte, ma non è così. Perchè, dal momento in cui quest'ultima s'impadronisce dello spirito di un'epoca, e pretende di riconoscere in un determinato regime politico la configurazione adeguata dell'idea, la politica è condotta al suo tracollo necessario.
Ma ciò che tracolla non è la giustizia, bensì la pretesa del regimi di incarnarla una volta per tutte sul piano della storia.
Vedete come è attuale Ezra? Stamo parlando di quello che succede intorno a noi!
Ma, attenzione, anche la Giustizia appartiene alla categoria umana e, anche questa pretesa è intimamente connessa alla logica dell'idea. Poichè la giustizia non sarebbe tale, se non pretendesse di orientare e ancor più di permeare l'ambito dell'agire umano....

lunedì 16 gennaio 2017

Il pensiero "debole" e la superficialità

Una riflessione sul "pensiero debole" ha aperto uno scenario collaterale altrettanto inquietante. Eravamo partiti da un articolo del 2013 che, ancora oggi, è tra i più letti del blog della Scuola di Ecologia Cuturale E.M.,  e che puntava il suo obiettivo sulla retorica. Nasce nel Mondo Classico per creare una scuola di difensori e giudici per la valutazione di cose e fatti, poi a poco a poco, si è evoluta fino a diventare oggi (pensiero debole), l'arte di velocizzare e globalizzare le bugie per nascondere dietro le parole la verità e le trame del potere dominante. 
Adesso, scrivo questi appunti per dare lo spunto a un evoluzione del discorso sul Mondo che viviamo e sul modello che ci siamo imposti con tutte le sue varianti evolutive. Inutile dire, che oggi siamo al capolinea di una crisi speculativa devastante che creerà il Mondo di domani con scenari inquietanti. 
il segnale più evidente è che, senza che noi occidentali cerchiamo di capire e di difendere le moderne democrazie, ci troviamo immersi nella terza guerra mondiale. Diversa, non convenzionale, combattuta da Haker, missili intercontinentali e guerre sparse a macchia di leopardo in tutto il globo terraqueo. Profughi a milioni e razzismo ai massimi storici. I figli del Grande fratello, dei tronisti e dei talk show, non hanno modelli ideali o radici ideologiche, ritenendo che queste (è il potere dominante che fa formazione e informazione) siano deteriori e insulse, questo fa scadere il pensiero popolare verso lo scivolo del consumismo e del qualunquismo.
Che, oggi, un politico si alzi in assemblea e dica che bisogna confrontarsi sui fatti, mi ricorda le bacchettate, salvifiche, della professoressa di matematica che mi diceva di non saltare i passaggi di un espressione.
Non avere ideali e modello politico utopico da perseguire, infatti, porta a una scelta di fatti occasionale e debole, flessibile solo per un fatto antico come il Mondo degli uomini : LA CORRUZIONE.
E qua, un altro appunto: Il pensiero debole e la superficialità si accompagnano e si consolidano in una società di "soldatini allineati e coperti", poco disposti a pensare alle ragioni di tutti, in discussione, ma sempre pronti a seguire un leader, bugiardo e accattivante.
In che mondo viviamo? Ahimè, in un luogo devastato dal globalismo consumistico e dalla perdita dei valori sociali. Così i nostri figli devono emigrare per trovare un lavoro e chi crede nella Democrazia, vera, deve cercare un rifugio, per trovare "uguali" e per difendersi dal sistema che riesce a isolare e vanificare, in funzione della "GOVERNABILITA'", le scelte di voto della Gente.
Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti

martedì 11 ottobre 2016

Cui prodest?, la riforma della costituzione?

Sentiamo da vent'anni e più parlare di riformare la carta costituzionale italiana in parti o in titoli che non sono più attuali e che non permettono un governo della Nazione più snello e agile, ergo appesantiscono lo sviluppo economico dell'Italia. Già Berlusconi, col suo ventennio nefasto,  ha portato l'Italia da Paese forte a vassallo dell'Endorsment economico capitalistico occidentale, senza una sua volontà. Ci ha messo mano pure un finto centrosinistra con partiti denucleati dalle ideologie. Ci tenta ora un fantoccio della massoneria deviata che tiene le redini del Potere per le Banche speculative che creano crisi e shock economici per accumulare ricchezza. Qualcuno si è accorto della speculazione che sta partendo sopra la sterlina inglese, sganciata dalla BREXIT e fuori, ormai, dal circuito EURO. Dell'accordo sul petrolio che vedrà rimbalzare il prezzo dell'oro nero. Nessuno vede e comprende che dietro la maschera democratica si nascondono i nuovi piccoli "dittatori" (burattini del brand speculativo che ha bisogno di guerre e di sprechi, corruzione e speculazione per crescere e diventare un cancro mondiale)?
E, in questo quadro di ipnosi totale, di degrado sociale, razismo, nazionalismo sfrenato e ignominia, arriva un pagliaccio, derivato di una massoneria italiana ancora figlia di GLADIO, del Principe Cortese e di Giorgio Napolitano ( che è l'anello ancora vivente della trattativa STATO - MAFIA), cerca di scassare quello che ancora regge, grazie ai padri della costituzione, la nostra limitata democrazia?
PERCHE'?
Perchè se non si distrugge, oltre allo STATO SOCIALE, ormai in cenere, la CARTA DEI DIRITTI DEI LAVORATORI e la COSTITUZIONE, non si può speculare su un patrimonio immenso di opere d'arte e ricchezze naturali e storiche di cui l'Italia detiene il primato mondiale e non si possono arricchire i grandi gruppi multinazionali criminali, senza risvegliare il senso di libertà e di Stato che ancora vive nell'animo di molti compatrioti che devono mandare i loro figli a lavorare all'estero o che devono subire il ricatto del Potere per sopravvivere in quest'Itali dei NON DIRITTI e DELL'INIQUA BILANCIA SOCIALE.
Una nuova RESISTENZA sta partendo e inizia il 4 dicembre 2016 con un enorme NO alla distruzione finale dei valori sui quali si fonda la nostra DEMOCRAZIA e per far ritornare il potere nelle mani del POPOLO SOVRANO e non della MASSONERIA DEVIATA, DELLA FINANZA SPECULATIVA, DELLE MAFIE e DEI POLITICI ASSERVITI ai loro interessi di CASTA.
Ugo Arioti

lunedì 27 giugno 2016

Il voto spaventato: Spagna giugno 2016

Può sembrare, a chi odia la democrazia, che in Spagna si stia facendo overdose di elezioni. Il popolo, dopo appena sei mesi e una montagna di chiacchiere inconcludenti, è tornato a votare, più stanco e afflitto di prima dai problemi reali della vita. Tutto come prima, il Premier conservatore aggiusta i suoi numeri, ma da solo non potrà mai governare (gli diciamo che questa è una bocciatura? Forse, non lo ha capito), i socialisti, o quel che resta del socialismo spagnolo restano li alla finestra, non hanno saputo dare un alternativa alla gente. La speranza "Iglesias" forte, ma non quanto basta. a farla da padrona, quindi, è la paura. Paura di qualcosa che i midia finanziari di potere vanno gridando per terrorizzare: RESTAURAZIONE, CONSERVAZIONE, MANTENIMENTO e SOPRAVVIVENZA. 
Dobbiamo restare in Europa: Si, ad ogni costo! Costi quel che costi! Ma cos'è l'Europa? Cos'è la democrazia avvilita da una compagine burocratica autoreferenziale e lontana milioni di chilometri dai popoli europei?  UE vicina, solo, all'arroganza dei banchieri ebreo-tedeschi, alle lobbie finanziarie, alle mafie, a chi le toglie i problemi, magari scaricandoli sui profughi, sugli indifesi e sui più deboli. In questo quadro apocalittico, gli spagnoli hanno voluto imprimere la loro pennellata, che è rossa per i CONSERVATORI (Altolà), verde per chi rimette al centro gli interessi della gente. Non ci vuole molto a capirlo. Ma, il vero problema è che non esiste più un "sincero e popolare" partito socialista in Spagna.
In bocca la lupo compagni e amici spagnoli, il futuro è a tinte fosche e non si avvisano squarci di buon tempo!

Ugo Arioti 

lunedì 18 aprile 2016

La dittatura è già in essere

 
La Storia dovrebbe insegnarci che è proprio in periodi di recessione e crisi del sistema che si presentano alla ribalta personaggi squallidi e assolutamente "ridicoli" che si fanno spazio a colpi di golpe e conquistano il Potere. Il nuovo Mussolini, come lui, viene da un partito di sinistra e sciorina bugie ed editti quasi hitleriani travestendoli con slogan come: la NAZIONE ITALIANA HAUN GRAN POTENZIALE o gli ITALIANI SONO STANCHI DI VOTARE e con L'Italia  vale e  vuole andare avanti superando le IDEOLOGIE (Il partito unico della Nazione). L'ultimo episodio: il Referendum del 17 Aprile 2016, sotto il Quorum di 20 punti. La mancanza di responsabilità e lo scarso attaccamento alla DEMOCRAZIA degli italiani ha dato spazio, ancora una volta, al di là del risultato sterilizzato, al personalismo di un Premier che si permette di indicare agli italiani che NON VOTARE è MEGLIO. Ora, a settembre si rivoterà per la COSTITUZIONE e sarà, ancora una volta, la MORTE DELLA DEBOLE ED ESANGUE DEMOCRAZIA ITALIANA: REQUIEM AETERNA!
Il golpe bianco di Napolitano e Renzi ha trasformato la terza Repubblica in Prima dittatura mediatica del III millennio. Non esiste più alcun argine democratico. L'imbecillità bersaniana ha consegnato nelle mani di uno sconfitto l'Italia e gli italiani stanno a guardare senza scuotere la testa.
 
La destra berlusconiana divisa in cento pezzi  e sconquassata dagli scandali si allea con Renzi (Patto del Nazareno) e viene assorbita. L'unica speranza sta nel Movimento 5 stelle, giovani e onesti, che si distinguono dall'ammasso politico di partiti antiquati e perfettamente allineati e coperti con i privilegi della CASTA. Mi viene in mente il titolo di un vecchio film di Ettore Scola:
Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa?
Nel nostro caso è la democrazia e la Costituzione italiana che dobbiamo ritrovare, più che per noi per i nostri figli.
Ugo Arioti

sabato 14 novembre 2015

ATTACCO ALL'OCCIDENTE PARIGI 13 NOVEMBRE 2015


Una notte di GUERRA per terrorizzare un occidente capitalista e moralista che fa le sue guerre senza tener conto delle culture, religioni o situazioni territoriali. Fin dalla fine della seconda guerra mondiale, americani e inglesi (pirati per natura e professione imperialista) hanno installato un cane da guardia troppo feroce in medio oriente: ISRAELE.  Lo stato ebreo è stao il primo incubatore di Fondamentalismo e di intolleranza. La cultura piratesca anglosassone ha permesso che reduci e non reduci ebrei si trasferissero, rubando terre e case ai palestinesi sulle rive del Giordano. La guerra in queste terre, da allora, non è mai finita. Ancora oggi si incoraggiano i coloni ebrei a rubare e costruire terre appartenenti ai palestinesi e il mondo si indigna se dei novelli David tirano pietre al Gigante Golia (oggi incarnato dallo Stato di Israele che si incammina verso un NAZISMO di stampo pegiore di quello che la storia ci ha già consegnato e superato), E' di qualche mese fa il pentimento di Tony Bleir sulla guerra in IRAQ e di poco prima la congiura che unisce francesi e americani con i soliti sornioni pirati inglesi, che stanno sempre col piede in due staffe, ad abbattere il dittatore Gheddafi. Risultato: Spazio al califfato, al governo del terrore e a nuove disgrazie. Quando finirà di sbagliare e di essere antistorico questo Occidente governato dalle lobbyes speculative che non hanno come scopo il benessere delle popolazioni, ma l'esatto contrario. Parigi ora chiude le frontiere, ma i vermi li coltivava in seno. OGGI SIAMO TUTTI PARIGI, ma questa non è una guerra tradizionale. E' una guerra asimmetrica che da un lato si diffonde e prende piede nei vuoti causati dalle stupidità e dalle miopie occidentali e dall'altro dal terrore che crea il panico, il caos e scatena i tifosi della MORTE. una ventina di uomini sono più di un commando e per muoversi non erano soli, ma avevano un supporto logistico, che spesso, si nasconde dentro gli uffici dei SERVIZI SEGRETI degli stati in cui questi suicidi fanatici e drogati agiscono. PER QUESTO CI VUOLE UN EUROPA DEI POPOLI e gli attuali governi fuori dalle sale di manovra piene di infiltrati e di spie, di cospiratori e di lobbies. Solo i popoli uniti possono vincere questa battaglia, gli attuali governi non lo possono e non  lo vogliono fare.
Ugo Arioti

lunedì 9 novembre 2015

Myanmar, il trionfo di Aung San Suu Kyi: oltre il 70% nelle elezioni

A Rangoon 44 seggi su 45. La dissidente premio Nobel per la pace avrebbe la maggioranza necessaria per formare il governo e diventare premier. L'attuale partito al potere ammette la sconfitta

 
 

RANGOON - Una vittoria travolgente dopo anni di prigionia e opposizione silenziosa. La premio Nobel per la pace birmana Aung San Suu Kyi si avvia a diventare il primo ministro di Myanmar dopo le prime elezioni libere in 25 anni nel paese asiatico da sempre sottoposto a regime militare. Migliaia di sostenitori dell'icona della resistenza al regime, sono scesi nelle strade. Il Myanmar è in festa. Ma Aung invita ancora alla prudenza sostenendo che "è troppo presto per festeggiare". Il partito di Suu Kyi ha annunciato di aver vinto 44 dei 45 seggi per la camera bassa birmana assegnati a Rangoon. In mattinata lo stesso partito aveva dichiarato di aver conquistato il 70% dei voti.
Se il dato trovasse conferma Suu Kyi avrebbe la maggioranza necessaria per formare il governo e diventare premier. La soglia è del 67% dei voti considerando che alla giunta militare è riservato un 25% dei seggi).Valutazioni di fonte democratica indicano una vittoria con oltre l'80% in diverse aree urbane, mentre attorno al 65% in quelle rurali e in stati etnici, come quelli Mon e Kayin. Nessuna conferma finora dalla commissione elettorale, anche se in giornata sono attesi i primi risultati, ma la Lega nazionale per la democrazia avrebbe conquistato la maggioranza nella maggiore città del paese, Yangon, e in importanti centri, come Mandalay e Bago, roccaforti del partito per l'unione, la solidarietà e lo sviluppo erede del regime militare durato dal 1962 al 2010.

venerdì 23 ottobre 2015

Con Renzi il PD ha completato la sua metamorfosi da partito della sinistra democratica a partito fascista

 
Quella che si prefigura come una vera e propria offesa alla carta Costituzionale e al diritto primo dei cittadini di esprimere, con le proprie preferenze, la propria rappresentanza politica si tinge dell’ennesimo prova di forza di Renzi verso quella minoranza PD che tanto blatera, ma nulla fa, attaccata com’è alla poltrona.
Vengono espulsi (sostituiti), nella commissione parlamentare sull’ Italicum (Affari Costituzionali), i rappresentanti delle divise “battagliere” minoranze del partito di Renzi, imponendo, di fatto, il testo della riforma della legge elettorale, varato e voluto dalla maggioranza PD, impedendo, così, qualsiasi modifica a quell’ingiuria, a quell’attacco alla democrazia, a quel “colpo di Stato” progettato da Napolitano ed attuato dal peggior governo dell’era repubblicana.
Ora si passa alle solite minacce incrociate (fiducia e voto contrario) tra chi sa di tenere in pugno il suo partito con lo spettro di nuove elezioni che taglierebbero le gambe, e gli stipendi, a molti di loro, e chi bluffa, sapendo di essere perdente in questo campo, minacciando un’ improbabile caduta di un governo illegittimo dal suo primo vagito.
Il tutto si gioca, come sempre, sulla pelle di un’intera nazione al collasso, con sanità e scuola pubblica devastate da decreti che mirano alla loro graduale cancellazione, con un impoverimento ormai sempre più diffuso ed una corruzione tanto radicata da poter essere combattuta solo cancellando, di netto, tutta l’attuale classe dirigente italiana, politica, imprenditoriale ed economica.
E’ il crepuscolo di una democrazia morente, soffocata dalle spire di caste senza freni e senza vergogna, presuntuosa ed arrogante, incapace di dare risposte serie a tutte le emergenze che attraversano il paese, di esprimere una propria posizione su quanto accade nel nostro mare mediterraneo, ormai tomba di un olocausto voluto da un ‘unione europea massacratrice dei propri popoli e di quelli che fuggono da fame e guerre.
Il PD, nel suo trasformarsi da partito di opposizione a partito unico, simil fascista, è l’ espressione politica di questa decadenza morale e materiale, macerie che ne stanno soffocando valori ed identità, storia e cultura.

lunedì 19 ottobre 2015

La politica delle bugie

Machiavelli ha detto che il fine giustifica i mezzi. E' chiaro e lineare come concetto base, ma oggi in Italia siamo andati oltre. Siamo andati oltre la VOLONTA' POPOLARE, annullando con nuove vecchie leggi i risultati referendari, destituendo d'imperio un governo eletto e facendo un co0lpo di Stato bianco dando le chiavi del Governo a chi non era mai stato eletto dai cittadini per questa funzione. Uno strano Stato democratico l'Italia. E si mandano a giudizio le idee di Erri De Luca e si denunciano per abusivismo le opere d'arte donate e collocate nella fiumara d'arte e si manda un masaniello bieco e ignorante a dirigere la Sicilia sull'orlo del disastro economico e ambientale. E si continua a costruire Sodoma sulle spalle degli italiani con castelli di bugie e di carotine che non servono a niente. L'Art 18, prendiamo questo, all'abolizione dei diritti per i lavoratori e corrisposto un vantaggio per le imprese, vantaggio economico, quali imprese non avrebbero dovuto assumere, visto che si può licenziare con estrema facilità e si intascano soldi dallo Stato a tempo INDETERMINATO. Eppure se lo guardiamo con un binocolo che ci fa vedere  i "piccoli numeri" che ci propinano i telegiornali di Stato, è un successo. E allora perché la disoccupazione giovanile e sempre altissima e chi esce dal ciclo lavorativo spesso finisce nel vortice della MISERIA? Perché ci ingannano, perché ci fanno vedere una ripresa che è dovuta soltanto all'abbassamento del prezzo del petrolio e dal calo dell'euro che oggi viaggia in perfetta parità col dollaro. Le bugie creano enormi guasti ed enormi carriere politiche. Si può passare dalla RUOTA DELLA FORTUNA AL GOVERNO! Basta dare a quei 50 milioni di coglioni 80 euro lorde in busta paga che tanto poi ce le prendiamo e raccontargli la storiella che si calano le TASSE e si togli la TASSA sulla PRIMA CASA. Per tutti una miseria per pochi un inezia e per il Governo dei bugiardi una manna dal cielo di voti di milioni di cretini che ci cascano. SVEGLIATEVI e MEDITATE GENTE. E' ora di mandare in Parlamento e al Governo gente pulita, o0nesta e che se dice una  cosa la fa, non la annuncia e basta. NON VOTA PER FARE LA SANATORIA E CONTINUARE A DARE SOLDI PUBBLICI AI PARTITI. BASTA se non ci indigniamo per questa montagna di bugiardi finiremo tutti male.

Erri De Luca è stato assolto: “Il fatto non sussiste” di Redazione Il Libraio | 19.10.2015

"Il fatto non sussiste". Erri De Luca è stato assolto dal Tribunale di Torino dall'accusa di istigazione a delinquere per le sue dichiarazioni sulla vicenda No Tav - I particolari

Ultima udienza, con l’attesa sentenza, per il processo a Erri De Luca. Eassoluzione per lo scrittore, da parte del tribunale di Torino, perché “il fatto non sussiste”.
Esultano in aula i sostenitori dello scrittore, che a caldo commenta: “E’ stata impedita un’ingiustizia”.
“Rispettiamo la decisione del giudice, non ne faremo una battaglia campale, ma nei momenti di tensione sociale ci sono dei limiti che soprattutto gli intellettuali dovrebbero rispettare”. Lo afferma, come riportato dall’Ansa, l’avvocato Alberto Mittone, legale di Ltf, la società italo-francese che si è occupata del progetto e delle opere preparatorie della Torino-Lione che nel settembre 2013 aveva denunciato Erri De Luca.
Il pubblico ministero di Torino Antonio Rinaudo aveva chiesto infatti 8 mesi di reclusione per lo scrittore, accusato di istigazione a delinquere per le dichiarazioni relative al caso Tav, rilasciate a Huffington Post e Ansa.
Va ricordato che in questi mesi non sono mancate le iniziative di sostegno nei confronti dello scrittore, anche in rete con l’hashtag #IoStoConErri. E sono oltre 65 gli intellettuali che hanno sottoscritto l’appello “Libertà per Erri De Luca”.
“L’affetto che mi è stato dimostrato, prima di tutto dai lettori, mi ha reso più forte. E proprio perché oggi mi sento tutt’altro che isolato, a questo punto la sentenza di lunedì mi è indifferente…”, aveva dichiarato nei giorni scorsi De Luca a ilLibraio.it. E stamattina, lo scrittore ha rilasciato la seguente dichiarazione spontanea al giudice, prima della sentenza: “Sarei presente in quest’aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Ad di là del mio trascurabile caso personale, considero l’imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Perciò considero quest’aula un avamposto affacciato sul presente immediato del nostro paese. Svolgo l’attività di scrittore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di censura.
Sono incriminato per un articolo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della storia d’Italia. Considero quell’articolo superato dalla successiva stesura della Costituzione della Repubblica. Sono in quest’aula per sapere se quel testo è in vigore e prevalente o se il capo di accusa avrà il potere di sospendere e invalidare l’articolo 21 della Costituzione.
Ho impedito ai miei difensori di presentare istanza di incostituzionalità del capo di accusa. Se accolta, avrebbe fermato questo processo, traferito agli atti nelle stanze di una Corte Costituzionale sovraccarica di lavoro, che si sarebbe pronunciata nell’arco di anni. Se accolta l’istanza avrebbe scavalcato quest’aula e questo tempo prezioso.
Ciò che è costituzionale credo che si decida e si difenda in posti pubblici come questo, come anche in un commissariato, in un’aula scolastica, in una prigione, in un ospedale, su un posto di lavoro, alle frontiere attraversate dai richiedenti asilo. Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società.
Inapplicabile al mio caso le attenuanti generiche: se quello che ho detto è reato, l’ho ripetuto e continuerò a ripeterlo.
Sono incriminato per avere usato il verbo sabotare. Lo considero nobile e democratico. Nobile perché pronunciato e praticato da valorose figure come Gandhi e Mandela, con enormi risultati politici. Democratico perché appartiene fin dall’origine al movimento operaio e alle sue lotte. Per esempio uno sciopero sabota la produzione. Difendo l’uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio. Sono disposto a subire condanna penale per i suo impiego, ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana.
‘A questo servivano le cesoie': a cosa? A sabotare un’opera colossale quanto nociva con delle cesoie? Non risultano altri insidiosi articoli di ferramenta agli atti della mia conversazione telefonica. Allora si incrimina il sostegno verbale a un’azione simbolica? Non voglio sconfinare nel campo di competenza dei miei difensori.
Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata. 
La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato

martedì 12 maggio 2015

"Con la scusa del terrorismo ci tolgono i diritti"


"Con la scusa del terrorismo ci tolgono i diritti"
Stefano Rodotà denuncia la deriva europea

Francia e Spagna hanno appena approvato due leggi che limitano la libertà di espressione e autorizzano la vigilanza di massa, mentre il caso Nsa continua a scatenare polemiche. Parla il giurista e già garante della privacy. Che punta il dito contro la politica

di Antonio Rossano

 
E’ dal giugno del 2013, quando Il The Washington Post ed il The Guardian pubblicarono le rivelazioni di Edward Snowden sulle attività di intercettazione e sorveglianza a tappeto messe in atto dalla Nsa, che il termine "sorveglianza di massa" è entrato nella discussione pubblica e nella consapevolezza collettiva.

Se da un lato è proprio di questi ultimi giorni la notizia che una Corte Federale di New York ha dichiarato "illegali" queste attività di sorveglianza, dall’altro, proprio in Europa, dopo gli attentati terroristici di Parigi, i governi di Francia e Spagna, sostenuti dai rispettivi parlamenti, hanno avviato un’attività di legiferazione mirata a censurare la libertà di espressione e ad attivare meccanismi giuridici e tecnologici volti a controllare massivamente i cittadini e le loro comunicazioni.

Con grave pericolo per la democrazia di quei paesi. Ma anche con il timore che quella che sta diventando una vera e propria deriva autoritaria, possa espandersi ad altri paesi del vecchio continente o comunque minarne l’integrità e la fragile unità istituzionale.

Per Stefano Rodotà è un momento di importante verifica della tenuta delle istituzioni ed ordinamenti europei da cui potrebbe nascere, sul piano della democrazia, un’Europa a due velocità.

Professor Rodotà, in Francia e Spagna la democrazia e la libertà di espressione sembrano a rischio. Cosa sta accadendo nel cuore dell’Europa?
Sta accadendo, e non è la prima volta, che utilizzando come argomento, o meglio, come pretesto, fatti riguardanti il terrorismo o la criminalità organizzata si dice "l'unico modo per tutelare la sicurezza è quello di diminuire le garanzie e di aumentare le possibilità di controllo che le tecnologie rendono sempre più possibile".
E questo è sempre avvenuto, è avvenuto in particolare dopo l’11 settembre, vicenda che ho vissuto in prima persona perché all’epoca presiedevo i garanti europei e ho avuto una serie di contatti continui con gli Stati Uniti che chiedevano un’infinità di informazioni da parte dell’Europa, cui abbiamo in parte resistito.
Questa volta si tratta di una spinta molto interna. Però mi consenta di fare una notazione perché in questi anni si è parlato infinite volte di "morte della privacy": questa è una vecchia storia, perché già negli anni ’90 l’amministratore delegato di Sun Microsistems Scott McNealy 
diceva , riferendosi alla potenza della tecnologia: "Voi avete zero privacy, rassegnatevi". La verità è che il rischio non viene dalla tecnologia, viene dalla politica, dalla pretesa di una politica autoritaria di usare tutte le occasioni per poter aumentare il controllo sui cittadini. Controllo di massa, non controllo mirato. Politica in senso lato. Perché sono i governi, le agenzie governative di sicurezza che in questo modo cercano di impadronirsi della maggior quantità di potere possibile.

C’è un "pericolo democrazia"?
Questo momento rappresenta un passaggio istituzionale importante, vi è una prepotenza governativa, rispetto alla quale i parlamenti non se la sentono di resistere: tanto in Spagna quanto in Francia, in sostanza c’è una accettazione sia della maggioranza che dell’opposizione. In Francia addirittura l’
iniziativa è di un governo socialista, anche se sappiamo chi è Manuel Valls e perché è stato scelto. Tutto questo sta spostando l’attenzione e le garanzie nella direzione degli organismi di controllo giurisdizionali, cioè gli organismi che vegliano sulla legittimità di queste leggi dal punto di vista del rispetto delle garanzie costituzionali. Che sono le Corti Costituzionali in Europa e negli Stati Uniti le Corti Federali.
Non vorrei che si dicesse "Eh cari miei voi la privacy l’avete già perduta perché la tecnologia in ogni momento vi segue e vi controlla", perché la verità è che l’attentato ai diritti fondamentali legati alle informazioni viene dalla politica e questo è il punto. Non è la tecnologia.

La motivazione che viene proposta dai governi è sempre di voler individuare i criminali, non spiare i cittadini e con la tecnologia è possibile farlo …
Non tutto ciò che è tecnologicamente possibile è politicamente ammissibile e giuridicamente accettabile. C’è un momento in cui la politica si deve assumere le sue responsabilità e non può dire "ma la tecnologia già rende disponibile tutto questo".
La legge spagnola e la legge francese mettono radicalmente in discussione la libertà di manifestazione del pensiero. Finora commettere un reato nell’accesso ad un sito era previsto solo per la pedopornografia. Adesso in Spagna è previsto "l’indottrinamento passivo": il semplice fatto che io vada su un certo sito può essere reato.
D’altro canto, nella norma francese in discussione si è introdotta la possibilità di mettere in rete strumenti che consentono di seguire continuamente l’attività delle persone. Nella legge francese si usa addirittura l’espressione "boîtes noires" per definire dei congegni che riducono le persone ad oggetti, utilizzando un apparato tecnologico per verificarne minuto per minuto, il comportamento. E qui c’è una trasformazione stessa del senso della persona, della sua autonomia, del suo vivere libero. La Germania ha stabilito che non è possibile farlo, esiste una privacy dell’apparato tecnologico che si utilizza, estendendo l’idea di privacy dalla persona alla strumentazione di cui si serve.
Inoltre, relativamente alla possibilità di entrare all’interno dell’apparato tecnologico dell’utente, che è una delle ipotesi al vaglio del legislatore, la Corte costituzionale tedesca recentemente ed ancor più recentemente la Corte Suprema degli Stati Uniti hanno affermato che non è legittimo.
Se la Francia porta avanti questa discussione e la Germania resta ferma sui principi enunciati dalla sua Corte Costituzionale allora avremo nuovamente un’Europa a due velocità, dove i cittadini francesi perdono velocità, perdendo diritti.

Ma ormai forniamo, consapevolmente o meno, i nostri dati ovunque, in rete. Non è già andata perduta la nostra privacy?
Io so che se uso la carta di credito in quel momento sono localizzato, viene individuato che tipo di transazione viene effettuata e quindi si sa qualcosa sui miei gusti, sulle mie disponibilità finanziarie e così via. Però questo argomento non giustifica il fatto che poi, la conseguenziale raccolta delle informazioni implichi che chiunque se ne possa impadronire impunemente. Anzi il problema di uno stato democratico è quello di rendere compatibile la tecnologia con la democrazia. È questo il punto. Uno stato che dice di voler mantenere il suo carattere democratico non dice "visto che ho una tecnologia disponibile la uso in ogni caso".
Il problema ulteriore è che si sta determinando un’alleanza di fatto tra soggetti che trattano i dati per ragioni economiche e agenzie di sicurezza che li trattano per finalità di controllo. Perché, dopo l’11 settembre in particolare, l’accesso ai dati raccolti dalle grandi società da parte dei servizi di intelligence c’era e c’è stato solo l’accenno a qualche timida reazione, ad esempio, da parte di Google. Sappiamo che in quel momento si sedettero allo stesso tavolo gli "Over the Top" (intendendo con questo termine le grandi multinazionali dell’ICT - ndr) ed i responsabili delle agenzie di sicurezza.


Ma oltre la questione giuridica vi è la necessità di una maggiore consapevolezza degli utenti, che si rendano conto anche di cosa accade, di come sono gestiti i propri dati che capiscano l’uso che ne viene fatto …
Assolutamente d’accordo. C’è un grande problema culturale. È un problema che investe il sistema dell’istruzione ed il sistema dei media. Molte delle sentenze che ho citato, infatti, provengono da richieste di semplici cittadini o di associazioni che hanno portato davanti alle corti questi comportamenti. Quindi non c’è dubbio che oggi il problema, in largo senso, della "consapevolezza civile" è un problema fondamentale.
I cittadini non sanno ad esempio, che possono rivolgersi persino al ministero dell’Interno per sapere se vi sono trattamenti in corso sul proprio conto. Addirittura in Italia, tramite il Garante, il cittadino in alcuni casi può accedere ai dati trattati dai servizi di intelligence che lo riguardano.

venerdì 17 aprile 2015

Snowden: DOPO CHARLIE sempre più sorvegliati dalle Agenzie segrete Anglo-ebree-americane.....L'illusione della libertà


SONO passati quasi due anni dall'esplosione del Datagate. Era il giugno 2013. L'ex consulente della Cia Edward Joseph Snowden, 32 anni da Wilmington, Carolina del Nord, ne è stato il protagonista assoluto. Con l'aiuto del giornalista Glenn Greenwald e della documentarista e regista Laura Poitras ha svelato al mondo il monumentale programma di sorveglianza di massa messo a punto dai cosiddetti Five Eyes: le cinque potenti agenzie segrete di Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito, occhi e orecchie sulle comunicazioni internazionali capitanati appunto dalla National Security Agency Usa insieme al Gchq britannico.

Prism, Tempora, Boundless Informant, XKeyscore, Dropmire, Turbine e molte altre sigle all'apparenza enigmatiche come le pratiche sfruttate hanno improvvisamente trovato, grazie ai documenti diffusi dal whistleblower americano e rilanciati dai media di tutto il mondo, una devastante chiarezza. Milioni di utenti monitorati attraverso vari mezzi dentro e fuori gli Stati Uniti, intercettazioni nelle ambasciate e nei consolati, grigi sodalizi con le big company del web per infiltrarsi nei social, nei giochi, in ogni genere di portale, botnet e software preinstallati nei server e nei dispositivi prima che venissero distribuiti agli acquirenti, social network e dorsali di comunicazione sotto controllo. Incluse quelle che transitano per l'Italia. Quello che forse in molti immaginavano da sempre ha insomma trovato nelle parole, nei documenti e nella stessa testimonianza personale dell'ex contractor una conferma incontrovertibile che ne ha messo a rischio la vita.

Snowden è intervenuto al Festival internazionale del giornalismo in corso a Perugia fino a domenica insieme alla Poitras, premio Oscar per il suo documentario Citizenfour. Ad ascoltarlo via Skype una folla degna di una rockstar. Di più: l'accoglienza riservata a uno di quelli che, si sente, hanno scritto una pagina di Storia. Era infatti la prima volta che, in collegamento superprotetto dalla Russia - dove ha trovato rifugio dopo una rocambolesca fuga nell'estate 2013 e dove ancora risiede con un particolare permesso di soggiorno che scadrà nel 2017 - interveniva a distanza a un appuntamento italiano. "Quando si parla del rapporto fra governo italiano e statunitense e fra agenzie di spionaggio non c'è alcun dubbio sul fatto che lavorino insieme, basti pensare alle 'extraordinary rendition', cioè ai trasferimenti forzosi di persone dal territorio italiano ad altri posti nel mondo", ha detto Snowden. "Tuttavia i cambiamenti tecnologici hanno mutato il modo in cui ci tengono sotto controllo. La priorità delle agenzie, del tutto senza regole, è monitorare tutti e sempre, che vi siano sospetti o meno. Le amministrazioni sono colpevoli nella condivisione di queste informazioni e il rapporto fra di loro è solido. Magari il vostro presidente del Consiglio non conosce i dettagli, o non vuole saperli, ma sarebbe ora che i politici rispondessero alle domande, che fornissero la loro posizione alla società civile".

Il punto, insomma, è che nessuno è al riparo da azioni del genere. La comunicazione e le notizie sul tema sono minime e il dibattito nell'opinione pubblica rimane povero, anche dopo i fatti degli ultimi due anni: "La vera domanda è come aumentare i nostri livelli di libertà", ha spiegato Snowden. "La risposta è la trasparenza e il confronto a ogni livello. Il giornalismo è forse l'unica arma che abbiamo a disposizione: i governi non si riformeranno da soli, non rinunceranno al loro potere. L'unica arma è quindi competere con loro ed è quello che fanno i giornalisti quando li sfidano sul campo dell'interesse pubblico delle loro scelte. Non serve dunque una resistenza violenta, serve quella civica: passa da come votiamo, come ci presentiamo, di cosa parliamo. Non bisogna temere di essere etichettati e di raccontare davvero come vogliamo vivere".

Serve un salto culturale, un coinvolgimento dal basso che sfidi anche le leggi più controverse: "Gli unici che possono bloccare chi oltrepassa i confini e rimettere in discussione gli assegni in bianco, quelli che possono fermare chi vuole cambiare la nostra natura siamo solo noi", ha aggiunto Snowden. "D'altronde, dopo la strage di Charlie Hebdo, è accaduto l'esatto contrario di ciò che sarebbe stato auspicabile. I governi, su tutti quello francese, hanno reagito nel modo opposto, approvando rapidamente leggi che autorizzano maggiore sorveglianza. I politici credono sempre di dover fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di dare delle risposte. Ma è proprio questo il problema: la sorveglianza di massa è del tutto inefficace. La Francia aveva per esempio dei programmi simili prima dell'attacco alla redazione del settimanale satirico e non sono stati utili. Anche negli Stati Uniti, dove il network è più ampio che altrove. Insomma, se anche fossimo perfettamente al sicuro questo non importerebbe perché non potremmo essere liberi". Perché vivremmo, per ricalcare le parole del whistleblower, nel "più grande sistema di oppressione della Storia".

"Proprio perché c'è il rischio terroristico e le persone sono sempre più consapevoli delle opportunità di crittografare le proprie comunicazioni", ha aggiunto Snowden, "i governi pretendono sempre più le chiavi di quelle trasmissioni e di quei contenuti addirittura senza doverle decifrare. Spingono per ottenere delle 'backdoor' da cui entrare per sottrarre informazioni ma dalle quali, questo il rischio sottovalutato, possono far breccia anche altri governi, penso a quello cinese, o dagli stessi gruppi terroristici che vorremmo contrastare. Insomma, stiamo creando in tutti i sistemi di comunicazione una vulnerabilità di fondo che costituirà una minaccia perenne". Secondo Snowden il risultato è stato inoltre peggiorare il quadro della situazione anche agli occhi di Paesi ben meno responsabili e democratici che hanno definitivamente scelto di sfruttare l'arma di internet e l'hacking di Stato nelle controversie internazionali.

A due anni dalle prime rivelazioni il quadro rimane insomma drammatico. Vie d'uscita se ne vedono poche: "L'Nsa, la National Security Agency, si comporta più come una National Surveillance Agency", ha aggiunto Snowden durante il dibattito coordinato da Fabio Chiusi al quale hanno partecipato fra gli altri il legale dell'ex consulente, Ben Wizner, e Simon Davies, fondatore di Privacy International. "Ciò su cui dovremo lavorare è capire cosa renda i governi più o meno responsabili e rispettosi nei confronti dei media e dei cittadini.

Quando permettiamo alla sorveglianza di massa di radicarsi cambiamo in maniera radicale il rapporto fra governanti e governati. Serve un confronto sui diritti che abbiamo ereditato e che vogliamo passare a figli e nipoti. Sono queste le libertà che dobbiamo essere disposti a difendere".
Simone Cosimi (Repubblica.it)