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mercoledì 21 giugno 2017

Governo Crocetta finito, apparato amministrativo distrutto, i ladri restano al loro posto, finchè resta il Presiniente

Regione, Orlando annuncia la lista dei territori: "Basta potere politico di Confindustria, governo Crocetta finito"

Il sindaco di Palermo fissa alcuni paletti del programma che dovrà avere la futura coalizione del centrosinistra. Intanto i dem attendono una risposta dal presidente del Senato Grasso



lunedì 16 gennaio 2017

Il pensiero "debole" e la superficialità

Una riflessione sul "pensiero debole" ha aperto uno scenario collaterale altrettanto inquietante. Eravamo partiti da un articolo del 2013 che, ancora oggi, è tra i più letti del blog della Scuola di Ecologia Cuturale E.M.,  e che puntava il suo obiettivo sulla retorica. Nasce nel Mondo Classico per creare una scuola di difensori e giudici per la valutazione di cose e fatti, poi a poco a poco, si è evoluta fino a diventare oggi (pensiero debole), l'arte di velocizzare e globalizzare le bugie per nascondere dietro le parole la verità e le trame del potere dominante. 
Adesso, scrivo questi appunti per dare lo spunto a un evoluzione del discorso sul Mondo che viviamo e sul modello che ci siamo imposti con tutte le sue varianti evolutive. Inutile dire, che oggi siamo al capolinea di una crisi speculativa devastante che creerà il Mondo di domani con scenari inquietanti. 
il segnale più evidente è che, senza che noi occidentali cerchiamo di capire e di difendere le moderne democrazie, ci troviamo immersi nella terza guerra mondiale. Diversa, non convenzionale, combattuta da Haker, missili intercontinentali e guerre sparse a macchia di leopardo in tutto il globo terraqueo. Profughi a milioni e razzismo ai massimi storici. I figli del Grande fratello, dei tronisti e dei talk show, non hanno modelli ideali o radici ideologiche, ritenendo che queste (è il potere dominante che fa formazione e informazione) siano deteriori e insulse, questo fa scadere il pensiero popolare verso lo scivolo del consumismo e del qualunquismo.
Che, oggi, un politico si alzi in assemblea e dica che bisogna confrontarsi sui fatti, mi ricorda le bacchettate, salvifiche, della professoressa di matematica che mi diceva di non saltare i passaggi di un espressione.
Non avere ideali e modello politico utopico da perseguire, infatti, porta a una scelta di fatti occasionale e debole, flessibile solo per un fatto antico come il Mondo degli uomini : LA CORRUZIONE.
E qua, un altro appunto: Il pensiero debole e la superficialità si accompagnano e si consolidano in una società di "soldatini allineati e coperti", poco disposti a pensare alle ragioni di tutti, in discussione, ma sempre pronti a seguire un leader, bugiardo e accattivante.
In che mondo viviamo? Ahimè, in un luogo devastato dal globalismo consumistico e dalla perdita dei valori sociali. Così i nostri figli devono emigrare per trovare un lavoro e chi crede nella Democrazia, vera, deve cercare un rifugio, per trovare "uguali" e per difendersi dal sistema che riesce a isolare e vanificare, in funzione della "GOVERNABILITA'", le scelte di voto della Gente.
Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti

martedì 10 marzo 2015

Una brutta deriva

L'Italia, con l'Europa, sta prendendo una brutta deriva. Le lobbie finanziarie, quelle che hanno ideato, costruito e gestiscono la lunghissima CRISI ECONOMICA CAPITALISTICA dell'Occidente, stanno portando a un punto di non ritorno. Ora Draghi si appresta a raccogliere i titoli spazzatura delle banche europee (ormai tutte SPA internazionali con ampi poteri) per immettere nei CIRCUITI BANCARI (gli strozzini dell'Economia Reale) un fiume di miliardi, 60 al mese, liquidi. La domanda, ingenua, è perché alle Banche che sono già state ampiamente foraggiate dai governi nazionali e non hanno prodotto un solo centesimo di investimento per il futuro e non agli Stati che fanno le riforme e che pensano ai loro Popoli. E' ovvio. Al Sistema non serve dare liquidità alla gente per rilanciare l'economia reale, ma serve il controllo delle persone, serve creare un "Grande Fratello" che gestisce vita e morte di ognuno di noi. Loro vivono sulla speculazione economica e non su quella reale che serve a vivere. ma siamo tutti così imbecilli e stupidi da non capire che Renzi, allineato con il potere finanziario europeo e mondiale sta regalando, letteralmente, 8 miliardi di euro ( la Grecia ne chiedeva solo 7 per rimettersi in carreggiata e fare le riforme sociali, ridando al popolo greco quello che i banchieri anglo-tedesco-ebreo gli avevano tolto con le loro imposizioni devastanti che lo hanno impoverito di più). L'Italia, ricca, si permette di dare all'Europa sovrana 8 miliardi, ne ha dati già 10 alle banche e 7 a Monte dei paschi di Siena, mentre le imprese vengono strozzate dalle Banche e la gente si impicca perché non può pagare le tasse e i dipendenti, le imprese industriali (vedi ex FIAT) se ne vanno nei paradisi fiscali e noi dobbiamo mandare i nostri figli all'estero per garantire loro un avvenire. Stiamo sprofondando e nessuno si vuole svegliare, poi i telegiornali, falsi e ipocriti, ci raccontano e si interrogano sul perché giovani occidentali si vadano ad intruppare con l'esercito della morte: L'Isis. Ma non dicono che L'Isis è una creazione dei servizi "segreti" americani ed ebreo sauditi, no.
Spero che non sia troppo tardi.... per riprendere la giusta rotta e cacciare gli usurpatori della DEMOCRAZIA.
Ugo Arioti

martedì 5 novembre 2013

SINDACO PACIFISTA SPAVENTA I MILITARI


LA NOTIZIA

Bandiera pacifista per il 4 novembre,
il sindaco di Messina fa fuggire i militari

Renato Accorinti ha pronunciato un discorso pacifista alla cerimonia per la festa delle Forze Armate. E due generali hanno abbandonato la platea. Il ministro D'Alia: "Si scusi per il suo gesto demenziale"

di ROSARIO PASCIUTO

MESSINA - Il sindaco pacifista Renato Accorinti non rinuncia al suo credo neanche il giorno della Festa delle Forze Armate. E dopo aver inneggiato al disarmo ed al ripudio della guerra, sventola una bandiera della pace sotto gli occhi delle più alte autorità militari cittadine. Alcuni secondi di stupore finchè il generale Ugo Zottin, comandante della divisione Culqualber dei carabinieri, ha lasciato la piazza visibilmente indignato. A ruota lo ha seguito il comandante provinciale dell’Arma, il colonnello Stefano Spagnol ma nessuno ha voluto rilasciare dichiarazioni.

Accorinti ha preso la parola dopo la deposizione di una corona d’alloro al monumento ai Caduti. Il sindaco ha ricordato che la Costituzione recita che l’Italia ripudia la guerra e invece continuiamo a finanziare la corsa agli armamenti. Oltre 20 miliardi in tre anni –ha detto Accorinti - mentre sottraiamo risorse per le spese sociali, beni culturali e sicurezza. Io stesso ogni giorno ho dietro la porta tanta gente che vive sotto la soglia di povertà e non posso dare risposte per mancanza di soldi. Questa amministrazione dice sì al disarmo e dichiara no a tutte le guerre mentre la Sicilia rischia di diventare una portaerei del Mediterraneo”. Poi Accorinti ha estratto dalla tasca una bandiera della pace e ha iniziato sbandierarla sotto gli occhi dei presenti.

E’ stato a questo punto che il generale Zottin ha lasciato piazza Unione Europea mentre scoppiava la bagarre fra sostenitori ed oppositori del sindaco. Anche la Digos è dovuta intervenire per placare gli animi più esagitati. "Il sindaco Accorinti dovrebbe scusarsi pubblicamente con la cittadinanza messinese per una provocazione demenziale e inopportuna, che offende le Forze Armate e la memoria di quanti, anche nostri concittadini, sono morti per la pace in Italia e nelle missioni internazionali".

Così il ministro per la Pubblica Amministrazione e Semplificazione Gianpiero D'Alia commenta il gesto del sindaco. "Alle Forze armate, giustamente indignate per questo comportamento - aggiunge il ministro centrista - va la nostra solidarietà e gratitudine. Essere sindaco non significa fare l'attivista di una minoranza, per quanto rispettabile, ma rappresentare tutti i cittadini e il sentimento di un'intera comunità. Oggi Accorinti non l'ha fatto".

giovedì 24 ottobre 2013


Quando la retorica sposa la politica e si fa storia

 
Tratto da un saggio del docente Silvio Lanaro pubblicato  in un volume insieme ad altri che trovano omogeneità e coerenza sul principio di fondo che sorregge la trattazione: i discorsi politici sono utili per delineare il cammino storico

Le parole servono per fare la storia. È questo il criterio che ha seguito Silvio Lanaro, docente di storia contemporanea all'università di Padova, per il suo ultimo lavoro che è recentemente uscito in libreria e ripercorre un sentiero accattivante e lungamente seguito da molti storici all'estero. «Retorica e politica» (Donzelli, pp. 360, euro 28) è il risultato di questo percorso che si snoda attorno agli ultimi centocinquant'anni, limite che spiega il sottotitolo del volume «Alle origini della storia contemporanea». Poche parole che sarebbero il presupposto per affrontare il tema della suddivisione delle epoche storiche, ma che porterebbe molto lontano dal punto di partenza, benché, proprio la parte iniziale del libro, sia dedicata al contemporaneo. Cosa si intende. In cosa consiste. Una digressione che ha coinvolto moltissimi storici e che probabilmente sarà ancora il punto focale di moltissime riflessioni.

L'idea che sorregge «Retorica e politica» è la corrispondenza precisa e puntuale, appunto, fra retorica e politica. Una costante che accompagna tutta la nostra vicenda nazionale, così attuale oltretutto in questi mesi in cui si commemorano i centocinquant'anni dell'Unità. La tecnica dell'argomentazione, così come il racconto persuasivo hanno accompagnato le scelte concrete delle classi dirigenti. Si pensi ad esempio al protezionismo attraverso la suggestiva metafora della «difesa del lavoro nazionale», oppure la costruzione dell'italianità per mezzo dei manuali scolastici, o infine l'invenzione della società rurale maturata nei primi anni dell'industrializzazione.

La parola, quindi, ha fatto spesso rima con l'attuazione pratica di ciò cui certi discorsi si riferivano. E i capitoli del volume rappresentano, in questa chiave, altrettanti saggi già pubblicati in passato in altre sedi e ora raccolti perché, a dispetto dell'iniziale dispersione, mostrano una loro coerente omogeneità che ne giustifica il raggruppamento in un unico testo. D'altra parte non è un costume soltanto italiano quello della corrispondenza fra i discorsi e la realizzazione di progetti politici. Il ricorso a un uso raffinato della retorica come strumento dell'agire concreto non è certo un dato senza precedenti. La Francia ha conosciuto la travolgente oratoria di Georges Clemenceau, gli Stati Uniti quella di Kennedy, la Gran Bretagna quella di Churchill. Ma sono soltanto esempi. A completare il quadro resta infatti il nuovo filone di studi storici che recentemente, più che in passato, hanno preso in esame la tecnica oratoria dei politici, non soltanto nella caccia al consenso elettorale per coronare ambizioni politiche, ma anche in chiave programmatica. Soprattutto in ambito anglosassone, su scala americana, gli studi di questo settore dimostrano quanto stretto sia il rapporto che lega la parola all'azione.

Stefano Giani (2011)

mercoledì 23 ottobre 2013

Parole non sono altro che parole che tu dici per ingannare anche me ........ ovvero Crocetta e le sue verità!


Quest’anno abbiamo messo sotto lente di ingrandimento un argomento fondamentale nel dibattito politico e sociale: l’ETICA e la RETORICA. Da Gennaio ad oggi, parallelamente ai contributi sul tema che vi abbiamo proposto, abbiamo assistito a un dibattito politico e amministrativo nel nostro Paese che ci ha portato un senso di disgusto verso tutto quello che succede e che si sente dire. Lanciano slogan e poi non solo non si vede un moto di cambiamento ma, anzi, assistiamo, continuamente, ad arretramenti del fronte e bugie plateali. Proprio da quelli che avevano promesso verità agli italiani e responsabilità. Ma quale verità e quale responsabilità?


Aveva promesso pubblicamente in TV(a Ballarò), come è uso, che avrebbe dimezzato il suo stipendio, ma vedendo come vanno le cose ci avrà poi ripensato, o no?

“Le balle di Crocetta” lanciata dai grillini un mese fa, viene mostrata l'intervista di Crocetta a Ballarò, seguita da un intervento all'Ars del capogruppo grillino Giancarlo Cancelleri e dalla replica del governatore. Che, appunto, dice che l'importo del suo stipendio è “un affare personale”. Per chiudere con un confronto perfido: le foto di Crocetta e Barack Obama con i rispettivi stipendi. Con Crocetta in vantaggio di 24 mila euro. ( da livesicilia.it)

Ma quali risultati ha portato Crocetta?

Il blocco degli apparati amministrativi. Una riforma della burocrazia che è fatta a colpi di scena apocalittici che non sono supportati da un PROGETTO. I finanziamenti europei sono finiti nelle falle del Bilancio a coprire buchi inenarrabili e negli uffici non c’è nemmeno la carta per fare le fotocopie. Blocco di tutti i contratti e controllo politico dell’apparato amministrativo. Clientelismo spietato e atti di interpello senza risposta e senza criteri trasparenti. Crescono i consulenti, anche sotto banco. Anziché far funzionare gli uffici si preferisce affidare tutto a società esterne chiamate con bando ad effettuare l’assistenza tecnica ed oggi delegate dai Dirigenti Generali, figli dei politici di turno, a svolgere le funzioni che dovrebbero assolvere gli uffici con costi dieci volte superiori, senza considerare il costo degli apparati preposti istituzionalmente che non vengono fatti funzionare per avre l'alibi dell'incapaciptà della macchina amministrativa. Ma, anche fosse, non bisognerebbe piuttosto cambiare la "testa"? I nostri vecchi saggi dicono che " il pesce puzza dalla testa"! Gli Assessori sono controfigure che svolgono il compito di smantellare la struttura sana e ricostruirla con società esterne ( chissà perché?) e se perdono finanziamenti importantissimi per una Sicilia allo sbando e in gravissime difficoltà finanziarie poco importa, anzi meritano un premio! Nessuna idea di sviluppo in campo e nessuna chiarezza amministrativa. Solo sceneggiate napoletane e farse che fanno danni. Nessuna politica in difesa della Sicilia, vedi la vicenda NO MOUS. Anche l'antimafia, che è un VALORE IMPORTANTISSIMO, per chi crede in una società democratica e civile sana, viene usato dal governatore con troppa superficialità. Non un solo nuovo progetto è partito in un anno di attività. Rotazioni di DG solo a scopo clientelare e nomina di tutti gli uomini del Presidente nei gangli strategici dell'apparato governativo e amministrativo. Era quello che da Crocetta non ci saremmo mai aspettati.  Come dice u zu Cicciu, zeru e bazzeru un cantaru e binticincu!

Ma quali risultati potrà ancora portare Crocetta?

Uno solo: le sue dimissioni e nuove elezioni. Tentiamo di ricostruire una nuova classe politica più intelligente e meno ipocrita.  Dove l’etica della retorica non sia un argomento di studio, ma un valore e un principio da rispettare.

Redazione Secem

domenica 28 luglio 2013

Non vogliamo un autunno caldo !!! Parola del Rigoletto!


"Non vogliamo un autunno caldo e di tensioni ma di riconciliazione con la pubblica opinione, con i lavoratori, i giovani esasperati per gli anni che hanno vissuto. Dobbiamo lavorare tutti per un autunno di riconciliazione" Queste le parole del giovane vecchio inciuciante Capo di Governo del PD-L Letta, meglio il RIGO-LETTO, non nel senso del Melodramma, ma letterario ( Storia già letta). La facciata, in decomposizione, della CASTA POLITICA ITALIANA vorrebbe farci credere che hanno creato questo GOVERNISSIMO-PARTITO UNICO per il POPOLO ITALIANO, invece fanno solo chiacchiere! Per i diritti e la solidarietà sociale NIENTE e chiede, IL RIGOLETTO, di stare calmi. Calmi, proprio come i greci, che stanno subendo il più grande salasso o purga, chiamatela come vi pare, della storia dell’EUROPA. Ma l’Europa che cosa è? E’ la comunità europea( serva degli anglosassoni fuoriusciti o cacciati dal vecchio continente) è la federazione di chi comanda, la GERMANIA E I BANCHIERI EBREI, e di chi deve solo ubbidire. Fino a quando? NO caro Signor Primo Ministro, no, non creda che le sue larghe intese possano farci ingoiare gli F35, le tasse in più( la pressione fiscale ha abbondantemente trabordato la quota del 50%) e le solite furberie per salvare il culo! BASTA! O cambia direzione o se ne deve andare a casa, compreso il Presidente per tutte le stagioni e l’apparato militare. Da quando c’è Berlusconi il degrado della democrazia italiana è stato talmente rapido da farci arrivare al FASCISMO E AL PARTITO UNICO. Ma il Popolo italiano non ci sta.

Zaratustra

lunedì 22 luglio 2013

Il Confine Etico della Retorica


Affrontiamo i problemi della retorica, il confine tra metafora e bugia e la capacità di attivare o disattivare nella comunicazione la mia responsabilità e quella dell’altro; cerchiamo di impostare questi problemi con chiarezza e correttamente in linea generale, lasciando i casi particolari. Non possiamo pretendere di trovare delle risposte certe.

Ad esempio, alcuni anni fa in Svizzera, qualcuno si era costruito un rifugio antiatomico. Il problema era capire come ci si sarebbe comportati nei confronti di quelli che non avevano il rifugio quando fossero arrivati e avessero bussato. Come si risponde a questi? Come risponde la formica alla cicala. A questo punto la formica è responsabile o no? La cicala non avrebbe neppure dovuto bussare?

Qualcuno potrebbe dire: chi bussa? Un bambino, un vecchio, un amico? La risposta l’ha data La Fontaine: non hai pensato a costruirti una protezione contro il rischio, peggio per te (La Fontaine ha comunque in mente una società un po’ diversa dalla nostra, di tutte le formiche, oggi forse è un po’ diverso).

Perché in questo contesto è opportuno prendere in considerazione il problema della retorica?
La retorica nasce sulla disputa (vedere a proposito “La retorica antica di Roland Barthes”, Bompiani); avevano cacciato un certo numero di proprietari terrieri in Sicilia, quando cambia di nuovo la politica questi rivogliono la terra, si formano perciò dei tribunali per risolvere la questione e nascono le argomentazioni. Dovendo sviluppare in un luogo di conflitto delle pretese ad un diritto, che è sempre legato all’obbligo di un altro (i diritti e gli obblighi devono perciò essere distribuiti), nascono delle strategie del discorso. Esse tentano di risolvere il problema della guerra, ossia la retorica tenta di risolvere il problema grazie ad una mediazione linguistica verso la pace (per evitare di risolvere il problema con le armi); la retorica è, quindi, già una forma di etica perché evita la violenza. Quindi si crea un tribunale, si stabilisce un giudice super partes che possa valutare il peso delle argomentazioni. Questo è l’aspetto positivo: si diranno al giudice, di cui si accetta la giurisdizione, le ragioni a sostegno del proprio diritto (si sottolinea anche che di fronte ad un giudice ci si rivolge al proprio avversario in modo impersonale).

La retorica, tuttavia, è uno strumento di pace che sta al posto della guerra. Introietta una serie di problemi bellici, non è un luogo pacificato ma di strategie e di controstrategie: ossia occupa il luogo linguistico delle armi.

Essa è una disciplina del linguaggio, delle immagini, degli oggetti, è la capacità di convincere gli altri con vari mezzi, Marco Antonio che strappa il vestito di Cesare e dice che le ferite sono come bocche che parlano. Con vari tipi di “segni” possiamo tentare di persuadere il giudice. È importante che ci sia un giudice e se non c’è un giudice dobbiamo tentare di convincerci l’un l’altro.

Perciò la retorica è una disciplina che mira a ristabilire la pace, introducendo nel linguaggio delle strategie conflittuali. Se uso la violenza per convincere, non ho bisogno di argomentazioni; quando uso le argomentazioni ho bisogno di persuadere l’altro.
 
Paolo Fabri

venerdì 10 maggio 2013

La comunicazione politica oggi, tra retorica e provocazione

Andiamo avanti con l'argomento 2013 Etica della retorica e affrontiamo un tema a noi molto vicino, la retorica politica oggi. Giovanni sasso nel 2008 scrisse questo pezzo, saggio o articolo, come meglio vi pare, per parlare della nuova forma di comunicazione politica di oggi che si basa sulla
PROVOCAZIONE.
Leggetelo e commentatelo, è molto interessante!
 
Ugo Arioti
 
La comunicazione politica oggi, tra retorica e provocazione


Cosa passa, oltre a svariate centinaia di chilometri di mare, tra il comunicato di un deputato italiano e il video rap di Obama? E, più in generale, dove va la comunicazione politica oggi? Il video di Obama centra in pieno il primo degli obiettivi cardine di una comunicazione moderna (politica e non): quello di emergere. O, se si vuole, di provocare, dunque di suscitare una reazione. L’evoluzione che i meccanismi della comunicazione hanno subito negli ultimi dieci anni non trova nessun paragone possibile con il passato, e i nostri sistemi di percezione e di apprendimento hanno provato a difendersi dall’enorme aumento di informazioni a disposizione sperimentando nuovi criteri di selezione.

Trascrivo dal dizionario Garzanti online la definizione del verbo provocare: «eccitare una persona, spec. a sentimenti di ribellione, di sdegno; irritare, sfidare: provocare qualcuno all’ira, all’indignazione; ha reagito perché era stato provocato».

Il superamento della retorica

Al termine di una riunione di partito un deputato italiano emette il seguente comunicato stampa: «Dal vertice appena terminato è emersa una volontà condivisa che può innescare un processo atto a ricercare nuove convergenze che, nel rispetto dei paletti individuati, accogliendo parte delle istanze della minoranza del partito, possano aprire scenari politici inediti che conducano a una nuova stagione di cambiamento». Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, nella campagna per le primarie dei democratici negli Stati Uniti, compare su YouTube un videoclip in cui alcuni frammenti di un discorso di Barack Obama in Illinois vengono mixati a voci e volti di noti personaggi statunitensi che parlano e cantano all’unisono con lui, accompagnati da una base musicale coinvolgente, in un superbo bianconero d’autore.

Cosa passa, oltre a svariate centinaia di chilometri di mare, tra il comunicato del deputato italiano e il video rap di Obama? E, più in generale, dove va la comunicazione politica oggi?

A questa ambiziosa domanda potremmo cominciare a rispondere at- traverso umili constatazioni empiriche. Ho letto il comunicato del deputato la mattina di una domenica.

Ero relativamente libero da impegni, rilassato, in poltrona e sufficientemente vigile. Ho dovuto resistere due volte alla tentazione di lasciare la lettura a metà. Ho continuato solo per masochistica curiosità professionale. Poi, alla fine, l’ho riletto un paio di volte. Eppure confesso che ancora oggi faccio fatica a comprenderne fino in fondo il significato. In alcuni momenti di pessimismo temo che non ve ne sia alcuno. Ho visto il video di Obama sul mio portatile nel mezzo di un pomeriggio complesso. Ero in piedi, nella mia stanza, e stavo per trasferirmi in sala riunioni, in ritardo di venti minuti. Il cellulare mi squillava e contemporaneamente la segretaria mi annunciava un’altra chiamata in attesa sul fisso. Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da quel video. La chiamata è rimasta in attesa e il ritardo alla riunione è salito fatalmente a venticinque minuti.

Riccardo Pazzaglia (“filosofo” nel programma televisivo “Quelli della Notte”) avrebbe detto con enfasi che è molto meglio gustarsi un bel video americano con Scarlett Johansson e Herbie Hancock piuttosto che arrovellarsi su un imperscrutabile e autoreferenziale comunicato di partito. Certo, ma c’è dell’altro.

Pazzaglia avrebbe omesso di aggiungere un particolare determinante. Il video di Obama, oggettivamente, centra in pieno il primo degli obiettivi cardine di una comunicazione moderna (politica e non). Cioè quello di emergere. O, se si vuole, di provocare, dunque di suscitare una reazione, una curiosità, un coinvolgimento dell’utente, a prescindere dal tema trattato. Il video di Obama ti scuote, anche se non ne capisci a fondo il significato, anche se lo vedi in un video di YouTube, con l’audio disturbato, mentre i telefoni intorno non la smettono di squillare.

Il comunicato stampa del deputato invece, semplicemente, non esiste. Non esiste perché non parla a chi lo legge. Parla a se stesso. Non esiste perché non prova a muoverci né a muovere: lascia tutto com’è. Non esiste perché tra mille comunicati simili non ha alcuna speranza di emergere, di scuoterci, di catturare la nostra attenzione.

Qualche anno fa, forse, quel comunicato avrebbe potuto sopravvivere, magari stentatamente, magari un giorno o due. Oggi nasce morto. L’evoluzione che i meccanismi della comunicazione hanno subito negli ultimi dieci anni non trova nessun paragone possibile con il passato. L’accelerazione delle velocità di trasferimento dei dati, l’abbattimento delle barriere geografiche, l’innovazione dei mezzi, la moltiplicazione quotidiana delle fonti e il crollo delle gerarchie consolidate nella produzione di contenuti e notizie hanno prodotto in tempi rapidissimi uno scenario talmente nuovo da mandare in totale crisi le tecniche di comunicazione classiche. Nello stesso tempo, i nostri sistemi di percezione e di apprendimento, non potendo fisiologicamente adeguarsi con eguale rapidità a questa rivoluzione, hanno provato a difendersi dall’enorme aumento di informazioni a disposizione sperimentando nuovi criteri di selezione, inesorabilmente più rozzi, che concentrano l’attenzione su quella piccola percentuale di dati che in qualche modo riesce a farsi notare più delle altre nel magma mediatico contemporaneo.

In questo panorama si capisce bene come quel comunicato stampa in politichese, o la dichiarazione di prammatica al TG, oppure il comizio tradizionale, nonché, assai probabilmente, anche questa mia noiosa dissertazione, non hanno nessuna speranza di essere notati, capiti o addirittura memorizzati. I nostri nuovi e iperselettivi cervelli li classificano nel migliore dei casi come sfondo; nel peggiore, come spazzatura.

La provocazione come strumento obbligatorio

Doveva aver ben compreso questo meccanismo Antanas Mockus, docente dell’Università di Bogotà, quando durante una sua lezione, indispettito per la scarsa attenzione che i suoi studenti gli stavano dedicando, decise di voltar loro le spalle e di continuare a parlare con i pantaloni abbassati. Attraverso questo originale artifizio ottenne tre risultati. Il primo, il più importante: gli studenti da quel momento in poi seguirono attentamente l’intero svolgimento della sua lezione. Il secondo: fu, quella, la sua ultima apparizione accademica: il preside, evidentemente privo di spirito, non gradì e lo espulse. Il terzo: qualche mese dopo la sua bizzarra performance il neo disoccupato Antanas Mockus fu eletto sindaco di Bogotà. A ben vedere, l’estroso professore sudamericano aveva soltanto utilizzato un mezzo alternativo (ed efficacissimo) per conquistare l’attenzione dei suoi studenti. Li aveva cioè provocati. In questo modo il suo messaggio (la lezione) era arrivato a destinazione.

Provocare, nel senso letterale di “suscitare una reazione, sfidare, addirittura irritare”, è dunque diventato oggi un imperativo categorico per un qualunque processo di comunicazione che voglia dirsi compiuto. E questo è tanto più vero nel mondo della comunicazione politica, dove l’appiattimento delle differenze e la frammentazione delle voci rende la competizione per “emergere” ancora più spietata. Invitare tutti i politici a calarsi pantaloni e gonne non è però la soluzione (benché ci sia qualcuno che la pratichi, più o meno metaforicamente). E nemmeno le urla nei talk show, le dichiarazioni sparate (parzialmente o interamente smentite il minuto dopo), le gaffe più o meno pilotate, si rivelano oggi tecniche efficaci. Cosa deve dunque fare un politico per riuscire ad “emergere” dal magma? In sostanza, cosa deve fare per fare buona comunicazione politica?

«Deve fare buona politica», disse una voce un po’ naif. La stessa voce proverà, in modo meno ingenuo, ad argomentare la risposta.

Nella mia non lunghissima carriera di comunicatore (anche) politico, ho vissuto raramente momenti di reale imbarazzo. Uno di questi, però, lo ricordo bene. Con i miei collaboratori e il responsabile comunicazione di un partito, intorno a un tavolo ovale, avevamo appena trascorso più di tre ore a definire tutti i particolari della imminente campagna: dai nomi dei testimonial alle location, dalle tecniche di regia al tono dello speaker, dal formato delle affissioni al carattere tipografico da utilizzare. Ci apprestavamo dunque ad approfondire la cosa più importante: i temi sui quali si sarebbe incentrata la campagna. «Vabbè, fate voi, puntate sulle solite cose, quelle che fanno più presa sulla gente», disse tra un malcelato sconcerto generale il responsabile del partito.

Riunione terminata, strette di mano, arrivederci alla prima bozza di manifesto. In ascensore, guardando i miei colleghi, mi venne voglia di mollare tutto. Poi di fondare un partito. Infine, capii che il dio della comunicazione ci stava mettendo al centro di una scena altamente metaforica. Eravamo i protagonisti inconsapevoli di una parabola da cui trarre un insegnamento prezioso. Stavamo vivendo in prima persona la materializzazione della crisi della politica italiana. Si stava manifestando, davanti ai nostri occhi, la politica, e stava abdicando al suo ruolo in favore del marketing elettorale.

La politica, in una specie di trance, in un flusso di autocoscienza, stava riconoscendo i suoi limiti e demandava al comunicatore il compito di scegliere i temi del suo programma. La politica, che per tre ore si era mostrata interessata e competente nella definizione delle forme della campagna, si rifiutava di investire anche un solo minuto per occuparsi dei contenuti.

Ecco l’insegnamento: la politica dunque ha interiorizzato la teoria della provocazione, delle braghe calate, in un modo così totalizzante da averla distorta. Ora sa che è necessario stupire, provocare, emergere, e si concentra su questo, solo su questo, per vincere. Ma per vincere cosa?

Medium is not message

Eravamo dunque di fronte, quel giorno, alla politica che confonde (forse consapevolmente) il mezzo con il messaggio, perché sul primo può giocarsi carte che sul secondo non ha più. Ma le elezioni, è ovvio, sono solo la prima mano della partita. Il giorno dopo i cittadini verranno a vedere; e quando scopriranno il bluff, tornare indietro sarà oltremodo complicato.

Fuor di metafora, la comunicazione politica italiana, il larga parte, vive una situazione fuori controllo che produce le seguenti mistificazioni: 1) i temi delle campagne elettorali vengono scelti sulla base di sondaggi; 2) l’imperativo è dire quello che “la gente” vuole sentirsi dire (possibilmente con qualche decibel in più dell’avversario); 3) si accantonano le grandi questioni, con l’alibi della complessità e della difficoltà di comprensione; 4) la trattazione dei problemi reali del paese nei talk show è inversamente proporzionale alla prossimità della scadenza elettorale; 5) il tornaconto immediato diventa l’unica cartina di tornasole per orientare le scelte di comunicazione, che dunque da elettorale si trasforma in elettoralistica.

Date queste premesse, alcuni politici si trasformano in burattini dei loro spin doctor, mentre nella stanza attigua sondaggisti di fiducia sono impegnati a stilare il programma. Da comunicatore, questo panorama dovrebbe entusiasmarmi, o quantomeno farmi comodo. Invece mi deprime. Molto semplicemente ritengo che ognuno dovrebbe tornare a svolgere il proprio ruolo. La comunicazione che diventa protagonista della politica non è e non sarà mai una buona comunicazione. La comunicazione deve tornare a mettersi al servizio della politica. Della buona politica. Perché non esiste una buona campagna per un prodotto scadente.

La nuova sfida: buona comunicazione per buona politica

E la politica, da parte sua, dovrebbe tornare ad essere ambiziosa. Dovrebbe ritrovare il coraggio, la passione, la voglia di rischiare. Non parlo di azzardo né di improbabili rivoluzioni. Oggi il vero rischio è la serietà. La vera ambizione è provare ad andare oltre la retorica dello slogan masticabile (“meno tasse, più sicurezza”), ormai talmente masticato che non se ne sente nemmeno più il sapore. La vera sfida è provare a provocare con le idee, non fermarsi alle braghe calate.

Insomma, il primo passo è la buona politica. Quella dei fatti, delle scelte. E dopo, ma solo molto dopo, toccherà alla buona comunicazione.

Perché nessuno ha mai provato a spiegarmi cosa significa per le mie tasche la riduzione di un punto del rapporto deficit-PIL? Forse perché sarebbe troppo complesso? Forse perché è un argomento che mal si concilia con i tempi di una campagna elettorale peraltro (ecco un altro alibi) ormai permanente? Vero. Ma allora a cosa serve un comunicatore se non a questo? È appunto qui la novità di una buona comunicazione politica. Davanti a un elettore sempre più smaliziato e diffidente, frettoloso e scettico, il buon comunicatore prova a non assecondarne gli istinti più bassi, ma a rispettarne (e a stimolarne) l’intelligenza. Prova a mettersi al servizio delle buone idee studiando i tempi e i modi opportuni per renderle comprensibili alla maggior parte degli elettori. In questo semplice modo, il politico torna a fare politica e il comunicatore a comunicarla. “Truth well told”, recita il claim di una famosa agenzia di comunicazione. “Verità detta bene”, questa è la missione. Banale, ma rivoluzionaria. Laddove la “verità” sta per l’idea, il valore, la soluzione ai problemi e magari anche i suoi tempi di attuazione, le sue coperture finanziarie. E laddove “detta bene” sta per studio di linguaggi innovativi, rifiuto dei luoghi comuni e delle scorciatoie, ricerca di mezzi alternativi, capacità di elaborare soluzioni creative diverse dai soliti format di scuola.

Alla fine di una estenuante campagna elettorale, un candidato che avevamo seguito per sei mesi, ci disse: bravi ragazzi, avete fatto politica. Aveva ragione. Ma non si riferiva a quel perverso scambio di ruoli di cui parlavamo in precedenza. Intendeva dire che quando un messaggio politico, un’idea, una proposta, viene comunicata correttamente e in maniera efficace, il risultato è elementare, ma entusiasmante: l’idea arriva forte e chiara al destinatario. E quindi, se è un buon messaggio, una buona proposta, una buona idea, il solo fatto che arrivi al destinatario genera di per sé un processo virtuoso. Cioè produce una risposta, crea un’interazione virtuosa. Quindi non solo elettoralistica adesione da parte del cittadino, ma dibattito e creazione di altre idee, pubbliche o private, che a loro volta entrano in relazione con le originarie e le fanno evolvere. Questa non è, appunto, solo comunicazione. Diventa essa stessa politica. Da comunicatore, da elettore e da amante della politica, sogno un mondo in cui mi si chieda di spiegare la finanziaria a un bambino di sei anni. Sarebbe il trionfo della buona comunicazione. E della buona politica.