Visualizzazione post con etichetta etica esistenziale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta etica esistenziale. Mostra tutti i post

giovedì 3 marzo 2016

Il Museo dell'Inquisizione a Palermo racconta la storia del Seicento della città.


Il Museo dell'Inquisizione a Palermo racconta la storia del Seicento della città.   

Presentiamo l'intervista alla storica Giovanna Fiume, consulente del Rettore per il costituendo museo dell'Inquisizione spagnola in Sicilia e docente di Storia moderna dell' Università degli Studi di Palermo

 

Il costituendo museo dell'Inquisizione, sorgerà nei locali un tempo destinati a carcere dei penitenziati. Protagonisti indiscussi dello spazio museale sono  i graffiti e i disegni lasciati dai prigionieri dell'Inquisizione dello Steri di Palermo. Per saperne di più su " la più viva e diretta testimonianza del dramma che l'Inquisizione è stato per i popoli ad essa soggetta” , come lo stesso  Leonardo Sciascia considerò tali testimonianze,  abbiamo intervistato la storica  Giovanna Fiume,  consulente del Rettore per il costituendo museo dell'Inquisizione spagnola in Sicilia e docente di Storia moderna presso la facoltà di Scienze Politiche dell' Università di Palermo.

di Anna Casisa 

 Professoressa Fiume, cosa è stata l'Inquisizione in Sicilia?

L’Inquisizione di rito spagnolo è stato un tribunale di fede istituito da Ferdinando e Isabella di Spagna per perseguire le eresie, onde adeguare la corona alla logica unitaria di un rey, una fé, una ley. Venne estesa nell’isola nel 1487 e cominciò a funzionare regolarmente solo quando, attorno al 1500, venne dotata di risorse economiche. Vorrei ricordare però che in Sicilia, sin dal Medioevo si era esercitata l’Inquisizione vescovile e dal XIII secolo gli inquisitori erano stati delegati dal papa (Inquisizione legatina). La giurisdizione sui delitti di fede veniva normalmente esercitata dal vescovo, coadiuvato talvolta dagli inquisitori papali. Il re Ferdinando II di Aragona si avvaleva del privilegio dell’Apostolica legazia, concesso da Urbano II a Ruggero I nel 1098 in forza del quale i sovrani dell’isola erano “legati nati” del pontefice. I re di Sicilia potevano rivendicare in tal modo il controllo di tutta la materia ecclesiastica e, nel 1579, Filippo II istituì il Tribunale della Monarchia con diritto di intervenire in tutte le controversie riguardanti i rapporti tra i fori laici e i fori ecclesiastici. In virtù di tale privilegio nessun atto della Santa sede poteva avere vigore senza le lettere esecutorie del viceré. Dunque, abbiamo nell’isola un tribunale di fede, non alle dipendenze del papa o dell’autorità ecclesiastica, bensì della monarchia spagnola.

 

Chi erano gli inquisitori?

Gli inquisitori erano spagnoli, non per forza aristocratici. La loro nazionalità fu una delle ragioni per cui l'Inquisizione in Sicilia non venne accolta bene. Questi giudici non possedevano i requisiti richiesti dalle consuetudini e dalle prammatiche siciliane che, sin dal periodo aragonese, stabilivano che i giudici naturali dei siciliani dovessero essere siciliani. Per consuetudine e diritto ogni cittadino di Sicilia aveva come suo giudice naturale il giudice della propria municipalità. Per consuetudine e legge costituzionale, ogni funzione pubblica del regno, meno la carica di viceré, doveva essere svolta da un siciliano nato. Il Sant’Ufficio era al contrario rappresentato da un inquisitore spagnolo. Nell’isola la giustizia secolare era distinta dalla giustizia ecclesiastica; l’Inquisizione pretendeva invece di cumulare l’una e l’altra in un'unica giurisdizione.

Nel corso dei secoli reazioni e proteste contro lo strapotere dell'Inquisizione si levarono anche da parte del Senato palermitano e perfino di alcuni viceré. La lotta, contro l’“eretica pravità” degli ebrei convertitisi al cristianesimo (i neofiti), non era particolarmente sentita in Sicilia. Nel 1492 l’editto di espulsione degli ebrei dalla Spagna aveva provocato, anzi, la contrarietà del Senato palermitano e dello stesso viceré, preoccupati del danno che queste drastiche misure avrebbero prodotto all’economia e al commercio siciliano. La soluzione di richiedere la conversione degli ebrei alla religione cattolica, ricevere il battesimo ed essere considerati cittadini e sudditi e, soprattutto, conservare parte del patrimonio sembrò ragionevole a molti siciliani e fu accettata dagli ebrei come una amara necessità. Ma nel 1500 Antonio la Peña, regio inquisitore per la Sicilia, emise un editto di grazia con il quale chiese la collaborazione di tutti i buoni cristiani per denunciare e rivelare questi presunti eretici e quanti si adoperavano per nasconderli, metterli in salvo, consigliarli, sostenerli in qualunque modo e misura. Cominciarono ad accendersi i primi roghi (sono già 39 al 1513). Il parlamento siciliano del 1514 elevò una vibrata protesta e chiese una limitazione della giurisdizione inquisitoriale. Tale richiesta rimase inevasa e gli inquisitori, che già abusavano dei beni confiscati ai condannati, vennero addirittura nominati custodi di tali beni e le loro competenze si estesero fino agli aspetti patrimoniali delle inchieste.

 

Qual era la prassi giudiziaria?

L’Inquisitore emanava l’edictum fidei e chiedeva ai fedeli di denunciare chiunque fosse sospetto di eresia, di intrattenere “commercio” con il demonio o possedesse libri proibiti. Il presunto reo veniva fatto catturare senza preavviso; solo alle persone di rango veniva recapitato, invece, un ordine di comparizione. Ufficiali e familiari del Sant’Uffizio provvedevano a reperire prove e testimonianze di colpevolezza e il notaio procedeva all’inventario dei beni del presunto reo, sequestrandoli preventivamente e tenendoli sotto custodia. Con il primo interrogatorio dell’imputato, dei testimoni e la ricognizione dei luoghi, si chiudeva la fase del processo informativo e si apriva la fase difensiva con nuovi interrogatori.

 L’iter procedurale era coperto dal più stretto segreto. Segrete erano le accuse e i testimoni, a causa di questa segretezza potevano essere usate anche le informazioni raccolte in confessione. Le sentenze erano inappellabili, non esisteva una seconda istanza di giudizio, per quanto ripetutamente richiesta, insieme all’abolizione dei testimoni segreti; gli inquisitori giustificavano i verdetti solo di fronte alla Suprema. La tortura era lo strumento per raggiungere la prova plena del reato. Per suo tramite si arrivava alla sentenza: di assoluzione (con formula piena o ad cautelam) a cui seguiva l’auto da fé.

Cos'era l'auto da fè?

Una cerimonia di riabilitazione pubblica, nel corso della quale si sfilava in processione per le vie della città, tenendo in mano la palma (“il giusto fiorisce come palma”, recitano i Salmi) e una candela, a simboleggiare la luce interiore della fede. Il penitente veniva così riconciliato con la fede, avendo ormai ritrattato i suoi errori dottrinari. Diciamo che era un atto pubblico di ricomposizione dell’unità dei cristiani e di riammissione nel grembo della chiesa di quanti ne erano stati esclusi: essi venivano ora assolti pronunciando una abiura de levi, per le colpe meno gravi oppure de vehementi, che, sì, riconciliava l’imputato, ma gli imponeva di indossare il sambenito per un certo tempo, lo sottoponeva al continuo controllo del tribunale, gli sequestrava i beni, lo interdiceva dai pubblici uffici, non poteva stilare atti pubblici, in una parola, gli sottraeva la responsabilità civile. Ciò per un reato di natura religiosa, per i suoi errori di fede. Se si trattava di un recidivo, scomunicato in un precedente processo a cui era seguita una abiura, il condannato, ricaduto negli stessi errori, veniva scomunicato e, considerato impenitente e pertinace, relapso al braccio secolare che si sarebbe occupato dell’esecuzione della sua sentenza capitale.                   

 E quindi il rogo?                                                                                                                                     

Sì. Non potendo mandare a morte un “fratello in Cristo” i giudici del Sant’Uffizio affidavano il reo al braccio della giustizia secolare che si occupava di accendere il rogo nel Piano della Marina, di fronte allo Steri, nel Piano di Sant’Erasmo o nel Piano della Cattedrale. Al rogo vengono mandati ebrei e luterani, musulmani e negromanti, non solo le streghe. E occorre, comunque, ridimensionare per la Sicilia il persistente stereotipo della strega: qui donne e uomini, dediti a una ricca congerie di pratiche magiche, non confessano il sabba satanico né accoppiamenti diabolici e finiscono in pochi casi sul rogo.

Contro quali reati di fede si esercita il Santo tribunale?                                                                    

La prima ondata repressiva fu nei confronti degli ebrei ( criptoebraismo): ci furono 30 roghi già nel 1513. Poiché l’editto di espulsione degli ebrei dalla Spagna aveva concesso loro di tenere parte dei beni e di avere salva la vita qualora si fossero convertiti, molti, fingendo di averlo fatto, continuavano a mantenere usanze e pratiche religiose della loro vecchia fede. Ma il Sant’Uffizio era particolarmente sospettoso nei confronti dei neofiti e accettava volentieri le delazioni dei vicini che non vedevano il fumo del camino durante lo shabbath o ne sindacavano le abitudini alimentari.   Furono 1.965 i “giudaizzanti” processati e tra di essi solo 5 furono assolti. Tra i criminali di fede troviamo anche i rinnegati, cioè coloro che, catturati dai Turchi e portati in schiavitù in Barberia, si convertivano all’islamismo e, se ricondotti in patria, erano considerati colpevoli di avere per l’appunto rinnegato la vera fede, come il giovane Francesco Mannarino. Era forte, tra XVI e XVII secolo, l’attrazione per l’Islam non solo da parte di chi voleva disertare o sfuggire alla giustizia o ai debiti, ma anche per chi desiderava una religione più libera in paesi noti per le loro opportunità di ricchezza e di mobilità sociale che premiavano l’audacia e l’ambizione. Molti funzionari della Grande Porta erano cristiani rinnegati e divenivano pascià, alcaide, raìs di navi corsare, giannizzeri, gran visir. Per queste ragioni molti cristiani diventavano “Turchi di professione”, come li chiama un frate inviato in quei paesi a riscattarli, si convertivano all’Islam per convenienza, per alleggerire il loro stato di schiavitù, “per il piacere della vita libera e dei vizi della carne dove i Turchi vivono”. E notoriamente “con Turca viene Mahoma”. Sono 846 i rinnegati che si presentano davanti agli inquisitori che per lo più li assolvono (392) e li riconciliano (282). Via, via troviamo anche i protestanti: nel 1541 viene pronunciata la prima condanna a morte per eresia luterana e nel 1547 viene eseguito il primo auto da fé con neofiti e luterani. Ma agli eretici in senso stretto vanno aggiunti i 496 indiziati a cui si attribuiscono proposizioni ereticali, senza che si riesca dalle loro deposizioni a inquadrare esattamente le loro idee religiose dentro eresie codificate. Costituisce una colpa pronunciare la frase: “Chi è mai tornato dall’Inferno con i piedi bruciati?” oppure affermare che la Madonna era una profetessa o anche pensare che la fornicazione non sia peccato. L’eresia si mischia frequentemente con la magia, quando gli aspetti magici conducono alla adorazione del diavolo, alla messa nera, ecc. Per questa ragione vengono processati 90 imputati che, se sommati ai 976 processati per stregoneria danno un contingente di 1.066. Ma è la blasfemia a reclutare un contingente persino maggiore, a dimostrazione della vocazione pedagogica del tribunale: tra i 636 blasfemi ci sono anche quelli che sono stati sentiti dire “Santu diavuluni!”, imprecazione molto diffusa nell’isola. Pertanto si cominciava il processo per una bestemmia, ma poi finivi per essere punito come un negromante perché quel “santo diavuluni” veniva considerato un'invocazione del diavolo quindi una fattispecie giuridica estremamente grave. Un altro reato particolarmente perseguito è la bigamia, ma anche la trigamia e la quatrigamia: sono soprattutto marinai, soldati e mercanti. Gli altri reati sono di natura sessuale (fornicazione, sodomia e la sollecitatio ad turpia ad opera di sacerdoti).

 

Quali erano le torture praticate all'interno di questo carcere?                                                     

La tortura è un altro aspetto di questa tecnica giudiziaria, ma qui non erano efferate. La tortura del tribunale dell'Inquisizione siciliana era quella della corda. Da una trave pendeva una corda, la vittima veniva lasciata cadere coi polsi dietro la schiena producendole così slogature alle braccia e alle spalle. Durava trenta minuti, il tempo veniva misurato con una clessidra e durante la “somministrazione del tormento”, come lo definiscono le fonti, il boia esortava il reo a confessare e a dire la verità. Prima della tortura il medico visitava il prigioniero e se lo trovava in grado di subire la tortura veniva registrato che se fosse accaduto qualcosa durante quei trenta minuti era da imputare al prigioniero. Tale pena veniva somministrata anche per tre volte. Era un carcere fatto per far soffrire, ma non per far morire. Ricordo un caso in cui un rinnegato, non volendosi pentire, comincia lo sciopero della fame. E' stracco, e l'inquisitore in persona lo va a trovare nella sua cella e lo esorta a mangiare, tanto che accetta perfino la richiesta del rinnegato, ossia ricevere il cibo, riso e datteri, da mani musulmane. La tortura era lo strumento con cui si otteneva la confessione e con essa la prova plena del reato. Dopo la tortura, se si confessava, si veniva condannati. La pena più diffusa è al remo sulle galere, ma i remieri non resistevano più di cinque anni nelle dure condizioni delle galere e dunque una condannarli a sette-dieci anni di remo equivaleva a una condanna a morte. Una seconda punizione era l'esilio oppure si poteva essere reclusi temporaneamente in ospedale, in convento o ancora condannati alla prigione perpetua. Tra le punizioni più atroci c'era ovviamente il rogo.

 

Bestemmiatori, streghe, eretici ma nelle celle si trovano preghiere e espressioni di devozione.

 

Perché i prigionieri erano credenti, gli eretici non sono atei. Solo che non professavano la religione cattolica che per i giudici era l’unica “vera fede” diversa e superiore alle altre, considerate alla stregua di “sette” che bisognava “confondere” e “convertire”: la chiesa del tempo si arroga il monopolio della Salvezza. Tra le tante immagini sacre dipinte troviamo soprattutto la passione di Cristo e molti santi martiri. La ragione è molto semplice: i penitenti considerano il carcere come il personale Calvario che li assimila a Cristo e ai santi che per la fede diedero la vita. Si convincono di stare in una sorta di purgatorio, ma hanno la speranza della salvezza come si legge su una scritta lasciata in una cella: “ogni peccato al fin giustizia aspetta”, anche se su un muro un altro scrive “Nixiti di spiranza vui chi intrati”… 

                                                                                                                  

Ripensando ai metodi di tortura previsti per le donne è possibile parlare di femminicidio?   

 

No, le donne del nostro tribunale subivano la tortura della corda meno degli uomini, non venivano denudate, i medici si accertavano prima se per caso fossero gravide e si esentavano le più vecchie dalla atroce tortura. La caccia alla stregoneria è stata oggetto di studio di Maria Sofia Messana e nel libro Inquisitori, negromanti, streghe nella Sicilia moderna sostiene che in Sicilia essa è una pratica prevalentemente maschile. Le nostre streghe erano piuttosto delle medichesse e si dedicavano alla magia bianca, una magia ad amorem (e non ad mortem) che serviva per far ritornare l'innamorato, per propiziare una gravidanza, per proteggere i neonati. Da noi i roghi di streghe non sono stati molti.

    

Qual è il valore di queste testimonianze strazianti?                                                                      

 

Dentro quel carcere e sulle sue pareti ci sono fonti per la storia della lingua, dell’alfabetizzazione, della conoscenza religiosa, delle devozioni, della storia del costume, c'è una ricchissima iconografia, dai santi alla genealogia di Cristo, alla battaglia di Lepanto, insomma c'è una piccola summa della cultura del Seicento e non soltanto siciliana. E se si considera Palermo un crocevia del Mediterraneo ci si rende conto che si ha uno spettro di informazioni che è veramente ricchissimo.

 

 

In una cella si legge “O tu chi trasi ccà chi speri?” Oggi lo Steri compensa la sua triste memoria: sede del rettorato dell'università di Palermo e, presto, del museo dell'Inquisizione.

 

La compensa se si riesce davvero a fare di questo edificio un museo e un centro di ricerca, di dibattito, di incontro che è ciò a cui tendo con grande determinazione. Io vorrei che qui si confrontassero le religioni che hanno avuto una vita molto conflittuale in passato, prime fra tutte le tre religioni monoteiste del Mediterraneo, in fondo è quello che recita la targa posta dal rettore Roberto Lagalla, in occasione della visita di Giorgio Napolitano: “Questo che vide reclusi ebrei, luterani, musulmani, quietisti, rinnegati, negromanti, guaritrici, bestemmiatori è oggi luogo di dialogo tra religioni, popoli e culture”.

 

Quando si concluse questa triste pagina della nostra storia?

 

Il 16 marzo 1782 fu firmato il decreto di abolizione del tribunale del Sant’Uffizio e il viceré Caracciolo lo eseguì il 27 successivo, ritenendolo un gesto rivoluzionario, equivalente alla presa della Bastiglia. Ne informò orgogliosamente i suoi amici francesi, ne diede personalmente notizia al suo amico D’Alembert con una lettera sul “Mercure de France” il 1° giugno 1782, confessando di avere dovuto per la sola e unica volta “ringraziare il cielo di averlo tolto da Parigi per servire a questa grande opera”; liberò dal carcere una decina di condannati, poligami, “eretici formali”, “sortileghe recidive”. Un anno dopo l'intero archivio del Tribunale venne – disgraziatamente - dato alle fiamme. Tuttavia è stato possibile nonostante il rogo dell’archivio conoscere la storia del tribunale e dei suoi inquisiti palermitano attraverso la corrispondenza tra il tribunale palermitano e la Suprema e generale Inquisizione con sede a Madrid, conservata presso l’Archivio nazionale spagnolo. Si tratta di 6.393 processi che Maria Sofia Messana è riuscita a censire, informatizzare in un database e studiare, offrendoci insostituibili elementi di conoscenza dell’attività del tribunale.

sabato 23 gennaio 2016

Ha fotografato il momento in cui l'anima lascia il corpo


kk2         

L’esatto momento in cui l’anima lascia il corpo sembra essere stato catturato dallo scienziato russo Konstantin Korotkov, direttore del Research Institute of Physical Culture di San Pietroburgo, che avrebbe fotografato una persona con un dispositivo bioelettrografico nel momento esatto in cui è deceduta.
Korotkov ha scattato la foto con la tecnica Kirlian: il metodo, adottato dal Ministero della Salute russo ed utilizzato da oltre 300 medici in tutto il mondo come forma di monitoraggio per malattie come il cancro, è stato perfezionato da Korotkov con tecnica GDV (Gas Discharge Visualization) che ha poi applicato su una persona in punto di morte. L’alone azzurro nell’immagine a sinistra rappresenta il momento in cui, secondo lo scienziato, l’anima sta abbandonando il corpo che, una volta spirato il soggetto, diviene rosso.


Secondo Korotkov, l’ombelico e la testa sono le parti che per prime perdono la loro forza (cioè l’anima) mentre l’inguine ed il cuore sono le aree che vengono abbandonate per ultime.
Lo scienziato ha affermato che le immagini da lui ottenute dimostrerebbero che l’anima ritorna più volte nel corpo, specie in caso di morte violenta o improvvisa, come se manifestasse uno stato confusionale e ritornasse nel corpo nei giorni seguenti alla morte: lo scienziato ascrive il fenomeno ad energia non utilizzata che è contenuta nell’anima. Per Korotkov più la morte è improvvisa e non naturale, più l’anima, rappresentata dalle onde elettromagnetiche fosforescenti, resta a lungo vicino al corpo, quasi stentasse ad accettare l’improvvisa separazione.
Per Korotkov, la tecnica potrebbe essere utilizzata per monitorare tutti i tipi di squilibri biofisici, per le diagnosi in tempo reale ed anche per svelare se una persona possiede poteri psichici o meno.

lunedì 11 maggio 2015

"L'economia ha fallito, il capitalismo è guerra, la globalizzazione violenza"


Latouche: "L'economia ha fallito, il capitalismo è guerra, la globalizzazione violenza"

Il teorico della decrescita felice interviene al Bergamo Festival: "Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio". E poi critica l'Expo: "E' la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori. Serve un passo indietro, siamo ossessionati dall'accumulo e dai numeri"

di GIULIANO BALESTRERI
 

MILANO - "La globalizzazione è mercificazione". Peggio: "Il libero scambio è come la libera volpe nel libero pollaio". E ancora: "L'Expo è la vittoria delle multinazionali, non certo dei produttori". Serge Latouche, francese, classe 1940, è l'economista-filosofo teorico della decrescita felice, dell'abbondanza frugale "che serve a costruire una società solidale". Un'idea maturata anni fa in Laos, "dove non esiste un'economia capitalistica, all'insegna della crescita, eppure la gente vive serena".

Di più: la decrescita felice è una delle strade che portano alla pace. E Latouche ne parlerà il 12 maggio al Bergamo Festival (dall'8 al 24 maggio) dedicato al tema "Fare la pace", anche attraverso l'economia. L'economista francese, in particolare, si concentrerà sulla critica alle dinamiche del capitalismo forzato che allarga la distanza fra chi riesce a mantenere il potere economico e chi ne viene escluso. Ecco perché, secondo Latouche, la decrescita sarebbe garanzia e compensazione di una qualità della vita umana da poter estendere a tutti. Anche per questo "considerare il Pil non ha molto senso: è funzionale solo a logica capitalista, l'ossessione della misura fa parte dell'economicizzazione. Il nostro obiettivo deve essere vivere bene, non meglio".

Abbiamo sempre pensato che la pace passasse per la crescita e che le recessioni non facessero altro che acuire i conflitti. Lei, invece, ribalta l'assioma.
Fa tutto parte del dibattito. Per anni abbiamo pensato proprio che la crescita permettesse di risolvere più o meno tutti i conflitti sociali, anche grazie a stipendi sempre più elevati. E in effetti abbiamo vissuto un trentennio d'oro, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l'inizio degli anni Settanta. Un periodo caratterizzato da crescita economica e trasformazioni sociali di un'intensità senza precedenti. Poi è iniziata la fase successiva, quella dell'accumulazione continua, anche senza crescita. Una guerra vera, tutti contro tutti. 

Una guerra?
Sì, un conflitto che ci vede contrapposti gli uni agli altri per accumulare il più possibile, il più rapidamente possibile. E' una guerra contro la natura, perché non ci accorgiamo che in questo modo distruggiamo più rapidamente il pianeta. Stiamo facendo la guerra agli uomini. Anche un bambino capirebbe quello che politici ed economisti fingono di non vedere: una crescita infinita è per definizione assurda in un pianeta finito, ma non lo capiremo finché non lo avremo distrutto. Per fare la pace dobbiamo abbandonarci all'abbondanza frugale, accontentarci. Dobbiamo imparare a ricostruire i rapporti sociali.

Un cambio rotta radicale. Sapersi accontentare, essere felici con quello che si ha non è certo nel dna di una società improntata sulla concorrenza. 
E' evidente che un certo livello di concorrenza porti beneficio a consumatori, ma deve portarlo a consumatori che siano anche cittadini. La concorrenza non deve distruggere il tessuto sociale. Il livello di competitività dovrebbe ricalcare quello delle città italiane del Rinascimento, quando le sfide era sui miglioramenti della vita. Adesso invece siamo schiavi del marketing e della pubblicità che hanno l'obiettivo di creare bisogni che non abbiamo, rendendoci infelici. Invece non capiamo che potremmo vivere serenamente con tutto quello che abbiamo. Basti pensare che il 40% del cibo prodotto va direttamente nella spazzatura: scade senza che nessuno lo comperi. La globalizzazione estremizza la concorrenza, perché superando i confini azzera i limiti imposti dalla stato sociale e diventa distruttiva. Sapersi accontentare è una forma di ricchezza: non si tratta di rinunciare, ma semplicemente di non dare alla moneta più dell'importanza che ha realmente.

I consumatori però possono trarre beneficio dallo concorrenza. 
Benefici effimeri: in cambio di prezzi più bassi, ottengono salari sempre più bassi. Penso al tessuto industriale italiano distrutto dalla concorrenza cinese e poi agli stessi contadini cinesi messi in crisi dall'agricoltura occidentale. Stiamo assistendo a una guerra. Non possiamo illuderci che la concorrenza sia davvero libera e leale, non lo sarà mai: ci sono leggi fiscali e sociali. E per i piccoli non c'è la possibilità di controbilanciare i poteri. Siamo di fronte a una violenza incontrollata. Il
 Ttip, il trattato di libero scambio da Stati Uniti ed Europa, sarebbe solo l'ultima catastrofe: il libero scambio è il protezionismo dei predatori.

Come si fa la pace?
Dobbiamo decolonizzare la nostra mente dall'invenzione dell'economia. Dobbiamo ricordare come siamo stati economicizzati. Abbiamo iniziato noi occidentali, fin dai tempi di Aristotele, creando una religione che distrugge le felicità. Dobbiamo essere noi, adesso, a invertire la rotta. Il progetto economico, capitalista è nato nel Medioevo, ma la sua forza è esplosa con la rivoluzione industriale e la capacità di fare denaro con il denaro. Eppure lo stesso Aristotele aveva capito che così si sarebbe distrutta la società. Ci sono voluti secoli per cancellare la società pre economica, ci vorranno secoli per tornare indietro.

Oggi preferisce definirsi filosofo, ma lei nasce come economista. 
Sì, perché ho perso la fede nell'economia. Ho capito che si tratta di una menzogna, l'ho capito in Laos dove la gente vive felice senza avere una vera economia perché quella serva solo a distruggere l'equilibrio. E' una religione occidentale che ci rende infelici.

Eppure ai vertici della politica gli economisti sono molti. 
E infatti hanno una visione molto corta della realtà. Mario Monti, per esempio, non mi è piaciuto; Enrico Letta, invece, sì: ha una visione più aperta, è pronto alla scambio. Io mi sono allontanato dalla politica politicante, anche perché il progetto della decrescita non è politico, ma sociale. Per avere successo ha bisogno soprattutto di un movimento dal basso come quello neozapatista in Chiapas che poi si è diffuso anche in Ecuador e in Bolivia. Ma ci sono esempi anche in Europa: Syriza in Grecia e Podemos in Spagna si avvicinano alla strada. Insomma vedo molto passi in avanti.

A proposito, Bergamo è vicina a Milano. Potrebbe essere un'occasione per visitare l'Expo.
Non mi interessa. Non è una vera esposizione dei produttori, è una fiera per le multinazionali come Coca Cola. Mi sarebbe piaciuto se l'avesse fatto il mio amico Carlo Petrini. Si poteva fare un evento come Terra Madre: vado sempre a Torino al Salone del Gusto, ma questo no, non mi interessa. E' il trionfo della globalizzazione, non si parla della produzione. E poi non si parla di
alimentazione: noi, per esempio, mangiamo troppa carne. Troppa e di cattiva qualità. Ci facciamo male alla salute. Dovremmo riscoprire la dieta meditterranea. Però, nonostante tutto, sul fronte dell'alimentazione vedo progressi. Basti pensare al successo del movimento Slow Food.

 

 

sabato 18 aprile 2015

APPUNTI DI BIOETICA - ETICA DELLA MORTE


APPUNTI DI BIOETICA


Uno dei problemi che, sin dall'antichità, ha studiato l'uomo è il limite della vita biologica di ogni essere. Vogliamo, allora, in questo articolo introdurre e introdurci attraverso pochi appunti che possono inquadrare l'argomento: LA BIOETICA.
La Bioetica si presenta come una pratica, interdisciplinare, nata dal bisogno di produrre alcune considerazioni etico - morali al fine di regolare e limitare il campo biologico medico. Buona lettura!
Ugo Arioti
 

Aspetti etici della definizione di morte

La medicina e la biologia hanno dimostrato in modo esauriente che un organismo umano non è in grado di rimanere in vita senza funzioni cerebrali. Di conseguenza la maggioranza degli specialisti accetta oggi di definire morte la cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali nonché del tronco cerebrale. Talvolta si parla anche di «morte cerebrale». La perdita completa della funzione del cervello e del tronco cerebrale e di conseguenza il decesso possono essere provati senza ombra di dubbio da medici appositamente istruiti. La vigente legge sui trapianti si basa pertanto su una definizione di morte che mette in relazione il decesso dell'essere umano con un cervello morto. Una minoranza di specialisti mette in dubbio la vigente definizione di morte - perché la perdita di tutte le funzioni cerebrali non può essere equiparata alla morte di una persona oppure perché tale definizione è già troppo ampia. La critica si infiamma sulla questione dell'accertamento del momento del decesso nel processo di morte e della piena sicurezza delle procedure attuate a tale scopo.

Quando una persona è considerata deceduta?

La definizione di morte oggi vigente si basa sull'idea secondo cui la diagnosi di «morte cerebrale» determina il momento in cui non è più possibile un ritorno alla vita. I critici obiettano che in tal modo l'esistenza umana sia ridotta alla mera funzione cerebrale. Le più recenti ricerche avrebbero inoltre dimostrato l'erroneità della tesi secondo cui senza un cervello funzionante tutti i circuiti di regolazione del corpo collasserebbero. In fin dei conti, la «morte cerebrale» sarebbe, così sostengono i critici, una morte non evidente, in quanto con le apparecchiature opportune sarebbe possibile mantenere la respirazione e l'attività cardiaca di una persona, che quindi all'apparenza sembrerebbe viva e verrebbe assistita come se fosse ancora viva. Visto che i segni esterni della morte non si manifestano, la definizione di morte non corrisponderebbe a ciò che si intende comunemente come tale. I critici di parere opposto ritengono l'attuale definizione di morte troppo ampia. Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra essenza di esseri umani e di individui è determinata dall'attività della corteccia cerebrale; la cessazione irreversibile di tale attività (e non dell'intero cervello) sarebbe quindi sufficiente per definire morta una persona.

È possibile accertare la morte in modo affidabile?

Altro oggetto di critica, non direttamente legato alla definizione di morte, è l'affidabilità dell'accertamento del decesso secondo la suddetta definizione. Ciò riguarda da un lato il rischio che la morte di una persona possa venire accertata per sbaglio a causa di un errore umano. Questo problema sarebbe grave, secondo i critici, in quanto la diagnosi di morte cerebrale ha luogo solo nel caso di una donazione di organi e che in seguito la morte avviene con sicurezza a causa del prelievo degli organi. In questo modo non sarebbe più nemmeno possibile stabilire se la morte sia stata accertata per errore. I requisiti di sicurezza adottati attualmente in Svizzera nella procedura di accertamento di morte sono di conseguenza molto elevati: la diagnosi dev'essere effettuata da due medici indipendenti l'uno dall'altro e in possesso delle qualifiche necessarie a tale scopo. D'altro canto viene criticata persino la sicurezza della procedura diagnostica, sostenendo che recenti ricerche svolte su persone che si trovavano in un profondo stato comatoso abbiano evidenziato un'attività cerebrale più marcata di quanto si fosse inizialmente ritenuto possibile. Analogamente a ciò si suppone che anche nel caso di una morte cerebrale accertata clinicamente ci potrebbe essere una maggiore attività cerebrale di quanto presunto al momento.

Perché è stata introdotta la «morte cerebrale»?

Altri critici non si concentrano direttamente sulla definizione di morte, quanto piuttosto sui motivi che hanno portato alla sua introduzione, ritenendoli di natura opportunistica, per poter prelevare gli organi a condizioni vantaggiose. Per questo vi è il rischio che in futuro i requisiti per il prelievo di organi possano essere resi più severi . Storicamente parlando, questo punto è stato ben analizzato. Pur essendo vero che la definizione di morte sia stata introdotta anche pensando alla medicina dei trapianti, ci si è preoccupati innanzitutto di chiarire come debbano essere trattati i pazienti ai quali, nei reparti di cure intense, continua a essere praticata la respirazione artificiale malgrado non ci sia più attività cerebrale.



 

domenica 26 ottobre 2014

Iran: impiccata Reyhaneh, condannata per aver ucciso l'uomo che voleva stuprarla


La donna, 26 anni, è stata impiccata nel carcere di Teheran in cui era rinchiusa. La famiglia della vittima per perdonarla pretendeva che la giovane smentisse di aver subito un tentativo di violenza. Lei si è sempre rifiutata di farlo. Vani i tanti appelli internazionali, tra i quali quelli del Papa e di tantissimi intellettuali. Mogherini: ''Reyhaneh vittima due volte''    
 
 

ROMA - L'Iran ha giustiziato Reyhaneh Jabbari, la ragazzacondannata a morte nel 2009 per aver ucciso il suo stupratore, un ex agente dei servizi segreti iracheni. Nonostante gli appelli internazionali rivolti alle autorità, Jabbari, che aveva 26 anni, è stata impiccata nella prigione di Teheran dove era rinchiusa. La notizia è stata data dalla madre della donna e dall'ufficio del procuratore. "Mia figlia con la febbre ha ballato sulla forca", ha detto la madre, Shole Pakravan.

Cinque anni nel braccio della morte. La giovane era da cinque anni nel braccio della morte e a suo favore c'erano stati numerosi appelli internazionali, tra cui quelli di 
Papa Francesco, di Amnesty International, del ministro degli Esteri Federica Mogherini e di tantissimi intellettuali iraniani. Ora la pagina Facebook della campagna per salvare la giovane arredatrice d'interni ha pubblicato la scritta "Riposa in pace".

Il rinvio e la speranza. L'esecuzione era stata fissata per il 30 settembre, quindi era stata rinviata. E questo aveva fatto sperare in un atto di clemenza. Ieri le speranze erano state soffocate dalla notizia che la madre della giovane aveva ricevuto il permesso di vedere la figlia per un'ora, un segnale che l'impiccagione era imminente.

Processo viziato. Il relatore dell'Alto commissariato per i diritti umani dell'Onu aveva denunciato che il processo del 2009 era stato viziato da molte irregolarità e non aveva tenuto conto del fatto che si era trattato di legittima difesa di fronte a un tentativo di stupro. Reyhaneh Jabbari era stata arrestata nel 2007, quando aveva 19 anni, per aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, che l'avrebbe attirata nel suo appartamento con la scusa di offrirle un incarico e poi avrebbe tentato di abusare di lei. Il perdono della famiglia della vittima avrebbe salvato Reyhaneh dalla forca, ma il figlio dell'uomo ha chiesto che la donna negasse di aver subito un tentativo di stupro e lei si è sempre rifiutata di farlo. Secondo l'Onu dall'inizio dell'anno in Iran sono già state giustiziate 250 persone.

La condanna degli Usa.
 Gli Stati Uniti hanno condannato con forza l'esecuzione. Il Dipartimento di Stato americano ha espresso ''gravi preoccupazioni in merito alla giustezza del processo'' affrontato dalla donna e ''il contesto i cui si è maturata la vicenda''. E tra queste preoccupazioni le più forti riguardano ''notizie di confessioni estorte con durezza'', ha spiegato il portavoce, Jen Psaki.

Il ricordo di Renzi. "Continueremo la battaglia contro la pena di morte. Mi unisco al ricordo di Lorenza e alle volontarie che combattono contro la pena di morte". Così Matteo Renzi, aprendo la seconda giornata della Leopolda, ha condiviso il minuto di silenzio chiesto da Lorenza Bonaccorsi ai partecipanti alla kermesse fiorentina per ricordare Reyhaneh Jabbari.

Mogherini: "Reyhaneh vittima due volte". Il ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha espresso il suo dolore per la morte della giovane iraniana. "L'uccisione di Reyhaneh è un dolore profondissimo", ha detto Mogherini. "Avevamo sperato tutti che la mobilitazione internazionale potesse salvare la vita di una ragazza che invece è vittima due volte, prima del suo stupratore poi di un sistema che non ha ascoltato i tanti appelli - ha aggiunto -, a conferma che è proprio sulla difesa dei diritti fondamentali che il dialogo tra i Paesi resta più difficile. Eppure, la difesa dei diritti umani e l'abolizione della pena di morte sono battaglie fondamentali che l'Italia non rinuncerà mai a portare avanti in tutte le sedi".

Il cordoglio di Boldrini. "Esprimo profondo dolore e sconcerto per la decisione delle autorità giudiziarie iraniane di mandare a morte la giovane Reyhaneh, che ha pagato con l'impiccagione il fatto di essersi difesa da un brutale tentativo di stupro. Questa decisione, incredibilmente, considera la violenza sessuale come un reato dal quale non sia legittimo difendersi con ogni possibile mezzo" è stao il commento della presidente della Camera Laura Boldrini.

lunedì 21 luglio 2014

David Lynch e la ricerca della felicità



Ho trovato e letto questa interessante intervista all’artista e uomo David Lynch che anticipa, di alcuni mesi, l’argomento del 2015 “ La ricerca della felicità”. Antico pallino dell’uomo pensante e costruttore. David Lynch rappresenta un prototipo di quello che, per dirla con le parole di un mio amico fraterno, sagacemente romano e fatalmente siciliano de Roma Riccardo Ascoli, si chiama: L’imperfetto! E dove sta l’imperfezione? Sta nell’allargare a 360 gradi il suo campo d’azione per diventare filosofo, pittore e narratore oltre che cineasta. Siamo troppo involuti nella cultura debole di questo millennio, al punto che rappresentiamo le persone con il loro semplice titolo e ci scordiamo che l’essere umano, grazie alla sua imperfezione, è un esploratore di Mondi. Godetevi questa intervista che ho tratto da Repubblica e …. Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti


David Lynch e la ricerca della felicità. "Provate a guardare dentro di voi..."
Il cinema e l'arte, la musica e la televisione, le paure e i progetti. Incontro con il regista, diviso fra il rock, Parigi, Los Angeles e la meditazione trascendentale. "Libero il mio corpo, e ogni volta mi sento di nuovo libero"
PARIGI - Non andava al cinema, non guardava la tv, leggeva poco. Ascoltava musica, ma con orecchio non fanatico. La sua vera passione da bambino a Missoula, nel Montana, dov'è nato nel 1946, era il disegno: che non l'abbandonerà mai. A spingerlo a mettere in mostra i suoi lavori ("Non ci avevo mai pensato", dice ora) furono alcune recensioni che nel 1986 vedevano in Blue Velvet "il film d'un pittore". È stato quello il momento in cui, a quarant'anni, cineasta già di culto, David Lynch comincia a allargare a compasso la sua intera personalità - arte, fotografia, musica - fino allora reclusa su grande schermo. L'"altro Lynch" oggi è una costellazione frastagliata: dischi e mostre in Francia (in Italia al decimo Lucca Film Festival in settembre) e un elettrico viavai tra Los Angeles, dove continua a vivere "in piena voluttà" e Parigi, dove due volte l'anno viene a acquattarsi nell'antico atelier Mourlot in rue du Montparnasse, divenuto Idem Paris, per tirare le sue litografie. È qui che l'abbiamo incontrato: pacificato, persino etereo, dopo una delle sedute di meditazione quotidiane, grandi occhi blu cielo, capigliatura d'argenteo rocker, tra fil di fumo gentilmente consentiti dai servizi di sicurezza, concentrato nel suo caratteristico eloquio liquido e scandito.
Fotografie, lito, dipinti, come i film, emanano angoscia. Mr Lynch: paure e inquietudini che dovrebbero evaporare con la pratica della meditazione non tornano per caso a condensarsi nella sua arte?
"Penso di no. Son due piani diversi. La meditazione trascendentale libera il corpo da stress e preoccupazioni, che svaniscono nel nulla. È come togliersi di dosso un gran peso, fino a sentirsi di nuovo liberi. L'arte non è catarsi d'emozioni. Neanche il cinema. Ho le mie angosce, come tutti. Ma non ne faccio il soggetto dei miei lavori".

I momenti più allucinati del grande schermo tornano comunque in primo piano nelle sue opere in cornice, con specularità ossessiva. A loro volta alcune di queste immagini potrebbero diventare il clic di nuovi film?
"Sicuramente. Lavorando a un quadro o a una foto, può scattare un'idea cinematografica. Anzi, il cinema m'è apparso un naturale complemento quando a vent'anni seguivo i corsi di Belle Arti a Philadelphia. Stavo dipingendo un giardino verde su una tela nera, che un colpo di vento ha fatto vibrare: avrei voluto che l'immagine continuasse a muoversi, su un'onda musicale. Da quel quadro, o da quella folata, è nato il mio primo film d'animazione, Six Men Getting Sick".
Anche la meditazione trascendentale, o MT, come la sigla familiarmente, appresa da Maharishi Mahesh Yogi, il guru dei Beatles, è per lei un laboratorio d'idee?
"È pazzesco come le illuminazioni s'affollino dopo una seduta di MT. John Lennon diceva di trovarsi ogni volta immerso in un flusso infinito d'idee. Maharishi gli consigliò di uscire dalla meditazione, annotare e reimmergersi. Ho preso anch'io questa abitudine: ho sempre un block notes a portata di mano".
In Italia esce domani un suo strano documentario musicale: Duran Duran Unstaged mentre la Francia rilancia Twin Peaks in una leggendaria versione "director's cut" di quasi quattro ore. Ma tutti attendono, a sette anni da Inland Empire, una nuova fiction...
"Le idee non mancano. Ma l'industria del cinema è molto cambiata. Ai Duran Duran era piaciuto il mio remix di Girl Panic, canzone del loro album All you need is now. Di qui l'idea d'un film che restituisse il concerto live attraverso la patina d'altre immagini, colte al volo. Finora era visibile solo sul web: è sempre più difficile garantirsi in sala una proiezione di qualità, per me essenziale. Una volta c'era il circuito d'art et d'essai, dove circolavano i miei film. Oggi il cinema alternativo è sempre più in angolo, schiacciato dai blockbusters".
Intanto la rivedremo, attore, accanto a Tim Roth, in A fall from grace, il nuovo film della sua figlia maggiore, Jennifer, nata nel '68 dal matrimonio con la pittrice Peggy Reavey. Ma che ne è di progetti seducenti come The Goddess, sulla Monroe, o Metamorfosi, l'amato Kafka, cui attingono un po' le sue prime opere, Eraserhead e Elephant Man?
"La magia di Metamorfosi è il suo abisso di mondi diversi: quel che insegue da sempre il mio cinema. Marilyn è l'attrice che ho sempre sognato come mia interprete ideale. Volevo trarre un film dal libro che svela le responsabilità dei Kennedy nella sua morte. Produttori sordi alla chiamata. Lo stesso per Kafka. Non credo d'aver fama di regista da cassetta... ".
Trova che la tv, di cui la saga Twin Peaks rimane un minimonumento, sia più disponibile del cinema ai rischi della creatività? Sta per caso meditando una nuova serie?
"Ci sto pensando. Le tv a pagamento, almeno in Usa, sono oggi in grado d'attrarre l'expubblico d'art et essai. Permettono anche quel che al cinema non è più possibile: sviluppare una storia nella sua interezza. Non che veda un futuro senza grande schermo, risucchiato dal piccolo schermo. Continueranno a convivere: come i dipinti di formato quadrato o rettangolare".
Fellini diceva che il cinema si guarda dal basso verso l'alto, ed è l'universo, la tv si guarda dall'alto verso il basso, ed è una scatoletta...
"Anche per questo amo Fellini. Quando ho visto da ragazzo 8 e ½, è stato come sprofondare in un altro mondo. Un film deve farmi sempre questo effetto, che non posso provare con il naso appiccicato al computer, ma solo davanti a un grande schermo, nel buio totale, trasportato da un suono eccellente: non forte, ma eccellente, come l'ha previsto l'autore. Un'interruzione e l'incanto si spezza. Fellini è uno dei rari registi, con Bergman e qualcuno della Nouvelle Vague, che guardavo con partecipazione da giovane. In realtà, non sono mai stato un gran cinefilo. I film degli Studios li trovavo ridicoli, Hitchcock escluso. Da una parte c'erano i film d'evasione, dall'altra gli altri. E io ho sempre preferito gli altri".
Cuore selvaggio batte al ritmo di Elvis: quanto è importante il rock nei suoi film?
"Presley è stato uno dei miei miti di gioventù. Insieme a Roy Orbison: Only the lonely è la canzone che 'cammina con me'. Ma tutta la musica m'assorbe: dall'elettronica alla dance music che per combinazioni inattese è finita nel mio primo album di solista, Crazy Clown Time, composto di brani da me scritti e interpretati. Mi accompagno anche con la chitarra, che all'inizio non sapevo nemmeno tenere in mano. Il disco è evoluto nel tempo, per 'incidenti' successivi, tanto che dovrebbe essere all'ospedale anziché in circolazione! È il risultato di varie jam sessions che hanno via via coagulato anche i testi: ero convinto di arrivare a una raccolta di modern blues, e invece ne è uscito tutt'altro. Ma il mio secondo 'solo', The Big Dream, uscito l'anno scorso, mi pare più blues. O no?".
Ultimamente Parigi è diventata il suo covo d'arte, in cui è corteggiato da mille committenze, le Galeries Lafayette, Dom Pérignon, il night Le Silencio...?
"È stato dopo la grande mostra alla Fondation Cartier, The Air is on Fire, che mi son legato a Parigi. Grazie anche a Patrice Forest, direttore della Galerie Item, dove ho poi realizzato la mostra Works on Paper. È uno dei luoghi magici della città, da un secolo e mezzo: vi lavorava Picasso, J'accuse di Zola fu stampato qui. Nelle tirature, mi aiuta il vecchio assistente di CartierBresson e Koudelka. È la culla della mia grafica e delle mie fotografie, come le Small Stories esposte quest'anno alla Maison Européenne de la Photograhie".

Lei si batte da anni, con la Fondazione creata nel 2005, per diffondere la MT nelle scuole. In Italia è stato più volte, a Roma e in Sicilia, a questo scopo. Con quali risultati finora?
"Nel distretto di San Francisco, diverse scuole, con allievi prima 'difficili', hanno adottato con profitto la MT: la violenza è calata o sparita. M'incoraggiano registi e artisti amici. Paul McCartney e Ringo Starr si sono esibiti insieme nel 2009 per una raccolta di fondi al Radio City Music Hall di New York. Maharishi Mahesh Yogi, su cui ho realizzato un documentario dopo aver assistito alla sua cremazione nel 2008 in India, ci ha trasmesso una tecnica antica, che lui ha rivitalizzato. L'unica che abbia tradotto in realtà un precetto rimasto per anni un miraggio: 'La vera felicità non è fuori ma dentro di te'".