mercoledì 22 ottobre 2014

La percezione della bellezza (argomento 2014)


La percezione della bellezza 
nell'arte rinascimentale

 

di Neil Haughton

 

 

Scenario


Il Rinascimento fu una rivoluzione culturale che
 da Firenze, nel 1400, si diffuse in tutta Italia e nel resto d'Europa. Il suo impulso era la filosofia dell'Umanesimo, che cercava di far risorgere e di emulare la letteratura e l'arte degli antichi greci e romani. Gli artisti, in precedenza, erano stati limitati a realizzare solo iconografia religiosa, col Rinascimento si cominciarono a riprodurre dipinti classici e copiare le statue antiche che erano state riscoperte di recente.
La percezione della bellezza, da parte dell'artista rinascimentale, è stata quindi determinata dal suo
ambiente filosofico, dalla sua esperienza visiva (
'l'occhio del periodo'), dalle esigenze dei suoi committenti e dai tentativi di migliorare il suo status professionale nella società, ponendosi alla pari con quello dei poeti e degli architetti. L'immagine di Venere ritratta da Botticelli come la idealizzazione della bellezza, nella Firenze del Rinascimento, è significativamente diversa da quella di Venere ritratta dall'artista tedesco Lucas Cranach. 
La venere nord-europea è molto meno voluttuosa, rispetto alla sua controparte italiana, ma è ancora ispirata da principi umanisti e mantiene una considerevole sensualità. I dipinti di Raffaello incarnano l'idealizzazione della bellezza femminile di questo periodo ma, per sua stessa ammissione, sono raramente basati su modelli reali. Spesso lo stesso tipo facciale è stato ripetuto in molti dipinti diversi. Infatti i ritrattisti del Rinascimento tendevano ad evitare l'interpretazione realistica, sottolineando invece gli attributi positivi dei loro soggetti, sia fisici che politici.
Così il
 "ritratto di un giovane" del Bronzino non descrive solo l'aspetto idealizzato del suo soggetto, ma pure la sua cultura, il suo background ed il suo potenziale.
La raffigurazione della bellezza nell'arte rinascimentale è più complessa di una semplice rappresentazione di tipo fotografico della sessualità o dell'aspetto fisico di una persona.
Invece, l'arte rinascimentale ha creato immagini perfette fisicamente derivate dalle cognizioni scientifiche, dalle ambizioni dell'artista e dalle sue capacità di sviluppo.

 

Preambolo

L'ambientazione è a Firenze negli ultimi anni del XV secolo. Ancora oggi si possono riconoscere facilmente le strade e le piazze orgogliose, che sono cambiate poco nel corso di 500 anni, da quando, intorno al 1400, il nuovo clima culturale di Firenze ebbe conseguenze globali: il nuovo apprendimento del Rinascimento e la sua diffusione, come un'onda di marea, in tutta Europa e anche oltre.

L'Italia strava uscendo dal Medioevo, per entrare in una nuova era, simile a quella dell'impero romano, dove le arti e la filosofia del mondo classico erano attivamente studiate e inserite nella vita moderna. 
Questo ha ispirato una nuova generazione di artisti progressisti e innovativi, che si sono adoperati per migliorare costantemente la loro arte e per emulare gli antichi maestri.
 
Brunelleschi (1377-1446) aveva coronato la cattedrale, nel 1436, con la cupola più grande mai realizzata e Donatello (1386 -1466) aveva riscoperto l'arte della scultura in bronzo e marmo.
 
Masaccio (1401-1428) aveva compreso la scienza della prospettiva e Leon Battista Alberti (1404-1472) aveva fissato i principi dell'arte e dell'architettura rinascimentale nelle sue opere innovative
 "Sulla Pittura" (1435) e"Sull'Architettura" (1450). 

La filosofia dell'Umanesimo era basata sulla reinterpretazione della letteratura classica pagana, rispettando il credo cattolico e la rappresentazione della mitologia classica, che misero a disposizione uno strumento più ambizioso per l'artista, rispetto ai soggetti puramente devozionali. Ovviamente, una tale atmosfera di innovazione e creatività aveva bisogno di denaro e, al tempo stesso, famiglie di banchieri immensamente ricchi, come i Medici, erano desiderose di garantire la loro influenza e guadagnarsi l'immortalità, promuovendo i più grandi artisti del periodo.
In questo contesto crebbero,
 sviluppando la loro abilità artistica, il giovane Michelangelo (1475 -1564) e Leonardo da Vinci (1452-1519) .
Alberti nel 1450 suggerì che:
 "La bellezza è un ordine o un accordo in modo tale che nulla può essere modificato se non in peggio". E' vero che stava scrivendo di architettura, ma lo stesso pensiero può essere applicato alla pittura. Infatti la ricerca primaria dell'artista fiorentino, nel Rinascimento, fu la rappresentazione della bellezza nel modo più realistico possibile. 

Molte discipline diverse hanno collaborato per favorire nuovi progressi nella pittura. La dissezione anatomica ha portato ad una nuova precisione nel raffigurare la muscolatura e la forma delle figure umane, la matematica ha contribuito a sviluppare le leggi della prospettiva per posizionare tali dati in un paesaggio credibile, la chimica ha favorito la miscelazione di nuovi pigmenti per migliorare il loro impatto visivo.

Inoltre molti dipinti originali romani sono stati scoperti intorno al 1480 nella Domus Aurea, nella Domus Aurea di Nerone, e molto altro è venuto alla luce durante gli scavi archeologici di Pompei.


Percezioni rinascimentali di bellezza

La percezione di un artista di ciò che è
 'bello' è determinata da molti fattori, non ultimi i desideri del suo mecenate. E' stato dimostrato che gli aspetti di base della capacità visiva del cervello sono innati, come ad esempio la capacità di un neonato di riconoscere la struttura di un volto, ma la maggior parte di queste capacità visive viene appresa durante la stimolazione visiva acquisita durante lo sviluppo iniziale. 
Questo conferisce ad un individuo, e ai suoi contemporanei, il cosidetto
 'occhio del periodo' un concetto introdotto dallo storico dell'arte, Michael Baxendall nel suo libro fondamentale: "Pittura ed esperienza nel XV secolo in Italia". Pensate a quanto sembri datata oggi un'immagine degli anni Sessanta o Settanta, mentre quelle mode erano così familiari agli occhi dei contemporanei. 
Gli artisti, pertanto, nel loro lavoro tendevano a riprodurre i riferimenti noti ed usuali, come ad esempio i tipi di viso o i paesaggi, che i loro clienti erano in grado di riconoscere e trovare piacevoli e familiari.
 
Confrontiamo, ad esempio, gli sfondi di montagna nelle opere degli artisti tedeschi con le verdi colline toscane di Raffaello e Michelangelo. Non è un caso che l'arte della prospettiva sia stata sviluppata a Firenze con le sue strade dritte ed edifici alti e angolari, o che il colore fosse così importante per gli artisti veneziani che lavoravano all'interno di una laguna ricca di luci riflesse.
 

 


martedì 21 ottobre 2014

DELLA BELLEZZA

Marino Centrone, Rossana de Gennaro,Massimiliano Di Modugno, Silvia La Piana, Giacomo Pisani

DELLA BELLEZZA

LA SCENA DELLA SCENA

 
 
La Bellezza è una giovane donna che passeggia nei Giardini di Avalon e guarda le gemme dei mandorli in fiore, la bellezza è il volto di una fanciulla nei primi giorni di primavera, la bellezza è la comunione del sentire, la comunione dell’amare e del vivere, la bellezza è il sogno, la fantasia, la bellezza di un racconto intorno al fuoco. Perché come sosteneva Albert Camus ne L’Uomo in rivolta “Vi è la bellezza e ci sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, io vorrei restare fedele ad entrambi.” Perché la bellezza è la libertà degli eguali. Una forma di libertà che non può essere espressa dall’azione individuale, ma dall’azione collettiva di un movimento, il cui fine è la costruzione di una democrazia radicale. La libertà di quella parte dei senza parte, come i plebei e i piqueteros, che nel momento in cui riconoscono la loro uguaglianza creano autentiche esperienze di vita. L’affinità fra tecnica e arte, tra il creare le cose secondo ragione e il crearle secondo l’immaginazione è qualcosa di molto antico. Siamo oggi in grado di prospettare la possibile unità delle due dimensioni, la società come opera d’arte? Gli autori di questo libro lo credono pur nella consapevolezza della nostra precarietà, della finitezza della nostra esistenza. Una siffatta “filosofia della soglia” è non solo una scommessa teoretica, ma anche una inquietudine etica.

lunedì 20 ottobre 2014

La povertà tra il medioevo e l’inizio dell’età moderna: marginalità, inclusione ed esclusione - Inchieste e approfondimenti (Prima parte)


La povertà tra il medioevo e l’inizio dell’età moderna: marginalità, inclusione ed esclusione

Sommario: 1. Premessa; 2. I poveri nel basso Medioevo; 3. Poveri falsi, poveri veri, all’inizio dell’età moderna; 4.I poveri pericolosi a Roma: vagabondi, zingari e prostitute.

1. Premessa
Chi sono i poveri? Cosa è la povertà? Cosa è la marginalità?
Per poter rispondere a queste domande bisognerebbe scrivere probabilmente tre libri diversi ed alcune appendici. In questa sede ci interessa solamente accennare delle definizioni, le più accettate tra gli storici, mettendo in risalto le zone di intersecazione tra di esse.
Chi siano i poveri non è facile a dirlo. Questo perché essi cambiano nelle epoche, anzi si può dire che ogni epoca ha avuto e generato nuovi poveri. La definizione di povero deve avere, quindi, un’accezione larga. A tal proposito si può fare riferimento a quanto ha scritto Mollat, ripreso da Paglia, il quale definisce povero “colui che in modo permanente o temporaneo si trova in condizione di debolezza, di dipendenza, contraddistinta dalla mancanza di strumenti di potere e di considerazione sociale, ossia di denaro, di relazioni, di influenza, di qualificazione tecnica, di vigore fisico, di capacità, di cultura, di libertà e dignità personale.”[1] In tale definizione possono rientrare gli emarginati, i rifiutati, gli asociali, i decaduti, i vergognosi di tutte le epoche.
Anche la povertà viene definita in modi diversi e di solito è un termine che più che spiegare qualcosa ci si aspetta che venga spiegato, contestualizzandolo. Comunque, con tale definizione si è voluto di solito indicare uno stato di debolezza, di carenza, di insufficienza, di privazione rispetto ad un modo di vivere di una data società. Inoltre, la nozione di povertà, nelle varie epoche, ha assunto un suo carattere convenzionale, definita da atti istituzionali dei governi che in questo modo hanno interpretato l’opinione dominante. Pertanto, anche la povertà ha un’accezione larga, figlia dei tempi, che riguarda individui e gruppi ed anche però paesi e zone. La povertà è un fiume con tanti affluenti, tra questi vi sono la miseria e la malattia. La povertà diventa pauperismo quando riguarda masse che non riescono più ad assicurarsi i minimi mezzi di sussistenza, è un fenomeno di congiuntura che lascia cadere al di sotto del minimo di sussistenza una parte cospicua della popolazione.
Il concetto di marginalità, che per alcuni è una immagine-concetto, nasce come immagine metaforica con la quale si suppone la società come un universo sociale nel quale esistono dei ruoli, anche lavorativi, e dove ognuno ha il suo compito. Chi non rispetta il proprio ruolo, assegnatogli anche dal proprio status sociale, si pone ai margini: ciò significa che l’individuo o il gruppo non recidono completamente i legami con la società, quindi, seppur labile, tale rapporto di interdipendenza rimane (è il caso degli zingari, dei vagabondi, delle prostitute, dei pazzi reclusi, ecc.). Secondo Geremek l’approccio storico dello studio della marginalità consente di esaminare il fenomeno globalmente. Egli afferma che esistono quattro diversi fronti della marginalità: a) economico, che suppone la non partecipazione al processo produttivo, b) sociale, che suppone la non partecipazione ai doveri della società in cui si vive, c) spaziale, che suppone la violazione delle norme di un habitat organizzato da parte di gruppi che vivono fuori da tale habitat, d) culturale, che suppone un atteggiamento ed un comportamento diverso da quello universalmente accettato. Il marginale può essere anche tutte e quattro le definizioni assieme, ossia colui che non partecipa al processo produttivo e ai doveri della società in cui vive, non condividendo le norme ed i comportamenti stabiliti ed accettati dalla popolazione organizzata in una data società.
Semplificando, e di molto, esistono dei punti di contatto tra le definizioni appena enucleate: la povertà, la pauperizzazione, indicano un tipo di povero o un gruppo di questi che a volte, a causa della loro condizione, vivono ai margini della stessa società di cui fanno parte non recidendo completamente i legami con essa.
Gli studi che riguardano la povertà e che si sono sviluppati nel XX secolo, ed in particolare negli ultimi decenni, hanno affrontato tale tema sotto molteplici aspetti. Sono stati studiati aspetti nuovi con l’ausilio di altre discipline (statistica, sociologia, ecc. ecc.) e sono stati coniati termini nuovi ai quali sono collegati particolari indicatori il cui scopo è quello di poter fotografare e spiegare la povertà, la sua incidenza, l’esclusione sociale, ecc. In relazione a quanto appena affermato un esempio viene dalla lettura del “Rapporto 2003-2004 sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia”[2]: in esso la povertà è affrontata sotto molteplici aspetti, infatti vi si descrive la povertà assoluta e quella relativa (la differenza sta nel fatto che nella seconda sono comprese quelle famiglie che vivono con un reddito che convenzionalmente è stato stabilito attorno ad 869,50 euro mensili per una famiglia di due componenti: di conseguenza nel 2004 vivevano in una povertà relativa circa 2 milioni e 360 mila famiglie, pari al 10,6 % di quelle residenti, ossia 6 milioni e 786 mila individui), rischio di impoverimento, intensità di povertà, povertà monetaria, durata e persistenza nello stato di povertà, povertà oggettiva (misurata con linee standard condivise) e povertà soggettiva (basata sull’autopercezione degli intervistati), ecc. La combinazione tra i dati sulla povertà oggettiva e quella soggettiva, secondo gli studiosi, fa sorgere quattro situazioni tipo di famiglie: 1) oggettivamente e soggettivamente povere ossia consapevolmente povere; 2) oggettivamente povere ma che non si considerano soggettivamente povere e si possono definireapparentemente povere; 3) oggettivamente non povere ma che si considerano povere e sono quelle soggettivamente povere; 4) quelle che non si considerano né oggettivamente né soggettivamente povere e sono quelle consapevolmente non povere. I dati provenienti da queste tipologie evidenziano l’esistenza di un sottoinsieme di famiglie “quasi povere” che fa aumentare il complesso delle famiglie italiane a rischio di povertà economica (povere e quasi povere) al 18,5 % del totale. La linea di demarcazione tra il povero, quasi povero e il non povero è labile e spesso è data, come visto, dal reddito. E’ altresì chiaro che i termini appena espressi indicano concetti precisi e scientifici che analizzano a volte non solo il reddito ma, tra l’altro, ad esempio, anche i consumi non durevoli come i beni alimentari, i trasporti o l’abbigliamento (ed è il caso del cosiddetto risparmio negativo). Gli studi e le analisi che sono alla base dei termini e dei concetti sopra enucleati, non in maniera esaustiva, sono ovviamente in continua evoluzione perché si evolve il soggetto stesso di tali studi ossia la povertà. Infatti, nelle rilevazioni e nelle analisi nazionali ed internazionali sulla povertà ricorre spesso il richiamo alla sua natura complessa ed alla mobilità dei confini che la delimitano. In particolare, ultimamente, la formulazione a livello teorico di cosa sia la povertà multidimensionale e di come possa essere studiata sul piano metodologico ha trovato, tra le tante, la felice formulazione nella proposta di Amartya Sen del capability approach. Questo studioso non si limita ad elencare un insieme di variabili o dimensioni, identifica piuttosto a monte due specifici spazi di valutazione che diventano elementi portanti del processo di well-being: quello dei functionings (inteso come insieme di doing e being, ciò che l’individuo fa o è, i risultati e le realizzazioni cui l’individuo giunge, in altre parole, l’output) e quello delle capacità (ciò che l’individuo può fare e può essere, l’insieme di opportunità a disposizione dell’individuo). In tal modo vengono messi in luce gli elementi di differenza e le relazioni che legano questi due spazi, sottolineando il fatto che dal confronto fra questi due spazi è possibile far emergere il ruolo giocato dalle preferenze e dalle responsabilità delle scelte individuali in un approccio multidimensionale che tiene conto anche del contesto come elemento centrale nel processo di determinazione del benessere individuale, riconoscendo l’influenza che su di esso può esercitare quella pluralità di fattori economico-sociali, ambientali, culturali, politico-istituzionali, che sono essi stessi eterogenei e complessi.
La storia, comunque, ci aiuta a capire e a fotografare una realtà, nella fattispecie quella in Occidente a cavallo tra il medioevo e l’epoca moderna, che vede i poveri e la povertà al centro di più interessi e approcci ideologici.
Innanzitutto bisogna dire che sia nel basso medioevo che all’inizio dell’età moderna il rischio dell’impoverimento e della miseria non era un fatto occasionale. Tali rischi erano legati alla mancanza di difese della società nei confronti delle ricorrenti congiunture negative, economiche, sanitarie, alimentari, belliche, che ciclicamente permeavano quei secoli. Il rischio della povertà, coinvolgeva tutti, persino alcuni benestanti che a causa di specifici problemi decadevano dal loro status sociale divenendo “pauper verecundus” (poveri vergognosi). Tale situazione, ed in senso lato la povertà materiale individuale o di specifici gruppi (orfani, vedove, …) diviene qualitativamente diversa e quindi si problematizza alla fine del XII secolo, quando si fanno sentire i processi di stratificazione e differenziazione connessi con lo sviluppo demografico, la trasformazione delle strutture agrarie, l’affermazione dell’economia monetaria e dell’urbanizzazione[3].

domenica 19 ottobre 2014

MURALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE

MURALE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE


Non occorrono immagini,  resta il dolore, la ferita a raccontare silenziosamente di un abuso che non ha senso, ragione, giustificazione …. Assolutamente gratuito e oltremodo offensivo della dignità “divina” di ogni essere umano.
Così, senza immagini che il nostro cinismo sputa nell'oblio e che offendono occhi innocenti, abbiamo creato questo muro virtuale per ricordarci e ricordare che la violenza sulle donne è un abominio assurdo e uccide pure chi la fa, questo schifo gli resterà sempre addosso e il suo odore acre di morte lo accompagnerà per tutta l’esistenza.

In questo “MURALES” scrivono e possono scrivere tutti.
Ci sono dolori che non si possono dimenticare.
Li teniamo chiusi a chiave,
barricati,
nelle nostre stanze buie del cuore.
Sono lì
muti
inermi.
A volte si svegliano inspiegabilmente.
E cominciano ad urlare.
E’ allora che li senti
con tutta la violenza 
degli schiaffi in pieno volto
che questa vita ci regala.
Bisognerebbe imparare a cogliere solo il meglio.
A ricordare la mano e non lo schiaffo.
E accarezzarla nei pensieri
E aprire quelle stanze buie
e lasciare entrare il sole.
Bisognerebbe… 
A volte però,
il cielo piove.
—  Gemma.blogger

Viviamo in un mondo in cui ci nascondiamo per fare l’amore, mentre la violenza e l’odio si diffondono alla luce del sole.
—  John Lennon
Fate l’amore invece di impugnare quel coltello,
la violenza è stata sempre il metodo di chi non ha cervello.
—  Adoro-le-ragazze-timide blogger

Stiamo tutti remando sulla stessa barca. La violenza e la miopia sembrano dominare il nostro mondo. Abbiamo bisogno di remare in armonia, di abbandonare l’astio, la rabbia, la paura e l’orgoglio, di avere il coraggio di fare la cosa giusta, di amarci e rispettarci reciprocamente, di vedere e apprezzare la bellezza innata e la dignità di ciascuno, perché siamo tutti anime, tutti della stessa sostanza.
Ponyo blogger
Stop femminicidio
Jakub Schikaneder “Murder in the House”
« Il Femminicidio coinvolge regole restrittive, politiche predatorie e modi alienanti di vivere che, insieme, costituiscono l’oppressione di genere, e la loro realizzazione radicale porta all’eliminazione simbolico e concreta delle donne ed al controllo del resto.Il femminicidio (…) richiede complicità e consenso accettando molteplici principi concatenati: interpretando il danno per le donne come se non fosse tale, tergiversando su cause e motivazioni e negando le sue conseguenze. Tutto questo viene fatto per sottrarre la dannosa violenza contro le donne alle sanzioni etiche, giuridiche e giudiziarie che incorniciano altre forme di violenza (…) e lasciare le donne senza ragione, senza parola e senza essere in grado di rimuovere tale violenza. »




lunedì 13 ottobre 2014

Una Costituzione per la Rete, ecco la bozza punto per punto

Presentata a Montecitorio la Carta dei diritti di Internet della commissione Boldrini guidata dal giurista Stefano Rodotà. Quattordici articoli incentrati sui diritti della cittadinanza in rete e un filo conduttore: i diritti della persona devono prevalere sui profitti
di ARTURO DI CORINTO

IL PIU' è fatto, la Carta dei diritti di Internet messa a punto dalla omonima Commissione voluta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, è pronta. Quattordici articoli che spaziano dal diritto all'accesso all'educazione passando per la neutralità della rete, la privacy e l'oblio. Cifra unificante è la tutela dei diritti della persona perché, come già aveva dichiarato la presidente della Camera a Repubblica, non è vero che Internet possa essere assimilata agli altri media. Proprio per questa attenzione ai diritti - e qui si nota il contributo di Stefano Rodotà, presidente della Commissione - la "Carta" è stata presentata in diretta streaming e in tre lingue ai partecipanti della riunione dei Parlamenti dei paesi Ue e del Parlamento europeo nella plenaria sui diritti fondamentali presso la Camera dei Deputati in programma oggi e domani.

La proposta della Commissione dal 27 ottobre sarà oggetto di unaconsultazione pubblica, ma fin da subito sono sollecitati i contributi di singoli e realtà collettive, non solo italiane, per meglio definirla. E aggiungiamo, soprattutto in relazione ad alcune mancanze evidenti nel testo che, ad esempio, non affronta i temi dell'accesso alla cultura e alla conoscenza, dei diritti di autori e fruitori delle opere creative online, dello status della comunicazione e della ricerca scientifica, dei diritti del lavoro digitale in rete. A parte questo, la "Carta" è un piccolo capolavoro di sintesi e chiarezza - tranne forse per l'ultimo articolo -, ben strutturata, universale nella portata e densa di significati. Allora Vediamo come è fatta, articolo per articolo.

BOZZA DI DICHIARAZIONE DEI DIRITTI IN INTERNET (PDF)

1. RICONOSCIMENTO E GARANZIA DEI DIRITTI
Sono garantiti in Internet i diritti fondamentali di ogni persona riconosciuti dai documenti internazionali, dalla Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, dalle costituzioni e dalle leggi. 
Tali diritti devono essere interpretati in modo da assicurarne l'effettività nella dimensione della rete. 
Il riconoscimento dei diritti in Internet deve essere fondato sul pieno rispetto della dignità, della libertà, dell'eguaglianza e della diversità di ogni persona, che costituiscono i principi in base ai quali si effettua il bilanciamento con altri diritti.


Articolo della migliore scuola: contemperare i diritti assumendo come principio guida l'universalità di leggi di ordine superiore riconosciute a livello europeo e internazionale.

2. DIRITTO DI ACCESSO
Ogni persona ha eguale diritto di accedere a Internet in condizioni di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e aggiornate che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale.
Il diritto fondamentale di accesso a Internet deve essere assicurato nei suoi presupposti sostanziali e non solo come possibilità di collegamento alla Rete.
L'accesso comprende la libertà di scelta per quanto riguarda sistemi operativi, software e applicazioni.
L'effettiva tutela del diritto di accesso esige adeguati interventi pubblici per il superamento di ogni forma di divario digitale  -  culturale, infrastrutturale, economico  -  con particolare riferimento all'accessibilità delle persone con disabilità.


L'intervento qui riguarda il ruolo delle istituzioni nel ridurre il divario tra gli "information rich" e gli "information poor" in maniera fattuale, a cominciare dalle dotazioni per connettersi in rete fino al superamento delle sperequazioni esistenti tra uomini e donne, normodotati e diversamente abili, ricchi e poveri, alfabetizzati e non alfabetizzati. L'accesso alla rete equivale all'accesso al sapere e quindi al lavoro ed è precondizione per l'esercizio di altri diritti come quello alla partecipazione democratica.

3. NEUTRALITA' DELLA RETE
Ogni persona ha il diritto che i dati che trasmette e riceve in Internet non subiscano discriminazioni, restrizioni o interferenze in relazione al mittente, ricevente, tipo o contenuto dei dati, dispositivo utilizzato, applicazioni o, in generale, legittime scelte delle persone.
La neutralità della Rete, fissa e mobile, e il diritto di accesso sono condizioni necessarie per l'effettività dei diritti fondamentali della persona. Garantiscono il mantenimento della capacità generativa di Internet anche in riferimento alla produzione di innovazione. Assicurano ai messaggi e alle loro applicazioni di viaggiare online senza discriminazioni per i loro contenuti e per le loro funzioni.


La net neutrality è il vero campo di battaglia per una Internet paritaria e inclusiva che rispetti il principio secondo cui "tutti i bit sono nati uguali". Essa è un freno al tentativo degli oligopoli delle telecomunicazioni di creare corsie preferenziali per chi paga di più e uno stop ai governi che potrebbero voler ispezionare i dati in rete per decidere chi passa, quando e con quale priorità. La negazione di questo principio è il cavallo di troia di ogni tipo di censura. Manca un riferimento ai diritti delle imprese che affrontano l'onere dell'innovazione delle infrastrutture di rete al contrario degli Over The Top (Google, FB, Amazon, etc.) che le sfruttano. 

4. TUTELA DEI DATI PERSONALI
Ogni persona ha diritto alla protezione dei dati che la riguardano, per garantire il rispetto della sua dignità, identità e riservatezza.
I dati personali sono quelli che consentono di risalire all'identità di una persona e comprendono anche i dati identificativi dei dispositivi e le loro ulteriori elaborazioni, come quelle legate alla produzione di profili.
I dati devono essere trattati rispettando i principi di necessità, finalità, pertinenza, proporzionalità e, in ogni caso, prevale il diritto di ogni persona all'autodeterminazione informativa.
I dati possono essere raccolti e trattati solo con il consenso effettivamente informato della persona interessata o in base a altro fondamento legittimo previsto dalla legge. Il consenso è in via di principio revocabile. Per il trattamento di dati sensibili la legge può prevedere che il consenso della persona interessata debba essere accompagnato da specifiche autorizzazioni.
Il consenso non può costituire una base legale per il trattamento quando vi sia un significativo squilibrio di potere tra la persona interessata e il soggetto che effettua il trattamento.
Sono vietati l'accesso e il trattamento dei dati personali con finalità anche indirettamente discriminatorie.

Su questo i Garanti della Privacy italiani che si sono succeduti, hanno detto già tutto. Importante il tema dell'"opt-in" cioè del consenso, revocabile, precedentemente dato ad ogni forma di trattamento dei propri dati personali (telefoni, indirizzi, dati economici e professionali) e di quelli sensibili come le condizioni di salute e l'orientamento sessuale, filosofico, politico e religioso. Di importanza capitale il principio dell'autodeterminazione informativa, cioè la decisione di quali aspetti della propria vita rendere conoscibili a terzi. Nel caso di una asimmetria di potere il soggetto forte deve fare un passo indietro. Non è presente nessuna ipotesi sulla gradazione del livello di privacy o "intimacy" gestibile dall'individuo.

5. DIRITTO ALL'AUTODETERMINAZIONE INFORMATIVA
Ogni persona ha diritto di accedere ai propri dati, quale che sia il soggetto che li detiene e il luogo dove sono conservati, per chiederne l'integrazione, la rettifica, la cancellazione secondo le modalità previste dalla legge. Ogni persona ha diritto di conoscere le modalità tecniche di trattamento dei dati che la riguardano.
Le raccolte di massa di dati personali possono essere effettuate solo nel rispetto dei principi e dei diritti fondamentali.
La conservazione dei dati deve essere limitata al tempo necessario, tenendo conto del principio di finalità e del diritto all'autodeterminazione della persona interessata.


La legge italiana sulla privacy già lo prevede, e tuttavia viene ribadita la "proprietà dei dati personali" e il divieto alle raccolta massiva di dati. Richiamo più che evidente allo scandalo Datagate svelato da Edward Snowden, e alla sorveglianza massiva da parte di agenzie governative e "imprenditori dei dati" - come le agenzie di direct marketing e perfino i social network e i motori di ricerca - che ne fanno commercio e/o li cedono ai governi ai fini di sorveglianza e controllo senza avvisarne i titolari. 

6. INVIOLABILITÀ DEI SISTEMI E DOMICILI INFORMATICI
Senza l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria, nei soli casi e modi previsti dalla legge, è vietato l'accesso ai dati della persona che si trovino su dispositivi personali, su elaboratori remoti accessibili tramite credenziali da qualsiasi elaboratore connesso a Internet o simultaneamente su dispositivi personali e, in copia, su elaboratori remoti, nonché l'intercettazione di qualsiasi forma di comunicazione elettronica.


Richiamo chiaro e senza possibilità di fraintendimento alla necessità dell'autorizzazione della magistratura per ogni tipo di indagine effettuata sulla "vita dentro lo schermo". Una tutela importante per chi esercita il diritto/dovere all'informazione, alla critica, alla satira, alla condivisione di dati, informazioni e conoscenze, che talvolta si è cercato di limitare a favore dei diritti di proprietà, per esempio considerando lecito da parte di soggetti privati violare la privacy dei cittadini per tutelare il diritto alla proprietà intellettuale.

7. TRATTAMENTI AUTOMATIZZATI
Nessun atto, provvedimento giudiziario o amministrativo, decisione comunque destinata ad incidere in maniera significativa nella sfera delle persone possono essere fondati unicamente su un trattamento automatizzato di dati personali volto a definire il profilo o la personalità dell'interessato.

Il sè digitale non può precedere il sè reale. L'articolo rinvia al rischio di manipolazione, degrado e inattualità dei dati informatici che ci definiscono come buoni o cattivi cittadini, consumatori, lavoratori, vicini di casa, e da una loro collazione parziale e artificiosa che possa pregiudicare il diritto alla dignità e libertà della persona, all'accesso al welfare e alle cure, alla giusta difesa e a un equo processo.

8. DIRITTO ALL'IDENTITÀ
Ogni persona ha diritto alla rappresentazione integrale e aggiornata della propria identità.
La sua definizione riguarda la libera costruzione della personalità e non può essere sottratta all'intervento e alla conoscenza dell'interessato.
L'uso di algoritmi e di tecniche probabilistiche deve essere portato a conoscenza delle persone interessate, che in ogni caso possono opporsi alla costruzione e alla diffusione di profili che le riguardano.
Ogni persona ha diritto di fornire solo i dati strettamente necessari per l'adempimento di obblighi previsti dalla legge, per la fornitura di beni e servizi, per l'accesso alle piattaforme che operano in Internet.
La definizione di un'identità in Internet da parte dell'amministrazione pubblica deve essere accompagnata da adeguate garanzie.

L'articolo potrebbe essere fuso coi precedenti visto che riguarda il diritto ad essere lasciati in pace, all'autodeterminazione informativa, al corretto trattamento automatizzato dei dati personali e all'inviolabilità di sistemi e domicili informatici, e ne costituisce uno dei presupposti.

9. ANONIMATO
Ogni persona può comunicare elettronicamente in forma anonima per esercitare le libertà civili e politiche senza subire discriminazioni o censure.
Limitazioni possono essere previste solo quando siano giustificate dall'esigenza di tutelare un interesse pubblico e risultino necessarie, proporzionate, fondate sulla legge e nel rispetto dei caratteri propri di una società democratica.
Nei casi previsti dalla legge e con provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria l'autore di una comunicazione può essere identificato quando sia necessario per garantire la dignità e i diritti di altre persone.

Anche qui, considerato superiore l'interesse pubblico, viene enfatizzato il valore di una particolare declinazione della privacy. Per capirci: una donna che denuncia una violenza su un blog ha diritto a rimanere anonima se serve a evitare rappresaglie, lo stesso vale per chi denuncia i mafiosi o per i cooperanti in paesi autoritari. Potrebbe essere la base del riconoscimento alla protezione dei whistleblower, gli "spioni" che denunciano malaffare, corruzione, collusioni tra potere politico ed economico. 

10. DIRITTO ALL'OBLIO
Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza.
Il diritto all'oblio non può limitare la libertà di ricerca e il diritto dell'opinione pubblica a essere informata, che costituiscono condizioni necessarie per il funzionamento di una società democratica. Tale diritto può essere esercitato dalle persone note o alle quali sono affidate funzioni pubbliche solo se i dati che le riguardano non hanno alcun rilievo in relazione all'attività svolta o alle funzioni pubbliche esercitate.
Se la richiesta di cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei dati è stata accolta, chiunque ha diritto di conoscere tali casi e di impugnare la decisione davanti all'autorità giudiziaria per garantire l'interesse pubblico all'informazione.

Anche qui pare contemperato il diritto a essere dimenticati con il diritto alla storia e alla memoria. Con un'eccezione già esistente nelle leggi sulla privacy: non vale per i personaggi pubblici alla cui conoscibilità e coerenza i cittadini affidano il governo delle istituzioni collettive. Un'altra via praticabile è considerata quella della definizione di un"termine temporale" prima di poter esercitare il diritto all'oblio.

11. DIRITTI E GARANZIE DELLE PERSONE SULLE PIATTAFORME
I responsabili delle piattaforme digitali sono tenuti a comportarsi con lealtà e correttezza nei confronti di utenti, fornitori e concorrenti.
Ogni persona ha il diritto di ricevere informazioni chiare e semplificate sul funzionamento della piattaforma, a non veder modificate in modo arbitrario le condizioni contrattuali, a non subire comportamenti che possono determinare difficoltà o discriminazioni nell'accesso. Ogni persona deve in ogni caso essere informata del mutamento delle condizioni contrattuali. In questo caso ha diritto di interrompere il rapporto, di avere copia dei dati che la riguardano in forma interoperabile, di ottenere la cancellazione dalla piattaforma dei dati che la riguardano.
Le piattaforme che operano in Internet, qualora si presentino come servizi essenziali per la vita e l'attività delle persone, favoriscono, nel rispetto del principio di concorrenza, condizioni per una adeguata interoperabilità, in presenza di parità di condizioni contrattuali, delle loro principali tecnologie, funzioni e dati verso altre piattaforme.


Pare evidente il riferimento ai social network e ai motori di ricerca che oggi fungono da provider delle identità digitali e le cui condizioni d'uso conservano - nonostante i cambiamenti intervenuti nelle privacy policies - una forte asimmetria di potere dei fornitori rispetto ai contraenti. Oggi è difficile per un cittadino rifiutarsi di accettare la licenza d'uso di Facebook, come già accade per certe clausole bancarie e datoriali. La soluzione caldeggiata da molti riguarda l'equiparazione dell'uso dei social a quello del telefono come diritto universale.

12. SICUREZZA IN RETE
La sicurezza in rete deve essere garantita come interesse pubblico, attraverso l'integrità delle infrastrutture e la loro tutela da attacchi esterni, e come interesse delle singole persone.
Non sono ammesse limitazioni della libertà di manifestazione del pensiero; deve essere garantita la tutela della dignità delle persone da abusi connessi a comportamenti negativi, quali l'incitamento all'odio, alla discriminazione e alla violenza.


Qui si riecheggia il triste fenomeno dell'hate speech e degli hate crimes. I siti dell'odio che inneggiano alla discriminazione sessuale, razziale, religiosa o che sono veicoli di pregiudizio anti-ebreo, anti-rom, anti-arabo, anti-africano. L'articolo sottende anche la piaga del cyberbullismo e dello stalking in rete. Contempera il diritto alla libertà d'espressione con la tutela da comportamenti diffamatori e violenti (minacce e linciaggio mediatico) che dalla rete possono tracimare nel mondo fisico.

13. DIRITTO ALL'EDUCAZIONE
Ogni persona ha diritto di acquisire le capacità necessarie per utilizzare Internet in modo consapevole e attivo. La dimensione culturale ed educativa di Internet costituisce infatti elemento essenziale per garantire l'effettività del diritto di accesso e della tutela delle persone.
Le istituzioni pubbliche promuovono attività educative rivolte alle persone, al sistema scolastico e alle imprese, con specifico riferimento alla dimensione intergenerazionale.
Il diritto all'uso consapevole di Internet è fondamentale perché possano essere concretamente garantiti lo sviluppo di uguali possibilità di crescita individuale e collettiva; il riequilibrio democratico delle differenze di potere sulla Rete tra attori economici, istituzioni e cittadini; la prevenzione delle discriminazioni e dei comportamenti a rischio e di quelli lesivi delle libertà altrui.

Si potrebbe aggiungere: con l'obiettivo di favorire lo sviluppo del pensiero critico, la tutela e la promozione di valori, principi, codici e convenzioni minoritari nella società. Per un'educazione al rispetto delle diversità biologiche e culturali.

14. CRITERI PER IL GOVERNO DELLA RETE
Ogni persona ha diritto di vedere riconosciuti i propri diritti sia a livello nazionale che internazionale.
Internet richiede regole conformi alla sua dimensione universale e sovranazionale, volte alla piena attuazione dei principi e diritti prima indicati, per garantire il suo carattere aperto e democratico, impedire ogni forma di discriminazione e evitare che la sua disciplina dipenda dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica.
La costruzione di un sistema di regole deve tenere conto dei diversi livelli territoriali (sovranazionale, nazionale, regionale), delle opportunità offerte da forme di autoregolamentazione conformi ai principi indicati, della necessità di salvaguardare la capacità di innovazione, della molteplicità di soggetti che operano in Rete, promuovendone il coinvolgimento in forme che garantiscano la partecipazione diffusa di tutti gli interessati.
Le istituzioni pubbliche adottano strumenti adeguati per garantire questa forma di partecipazione.
In ogni caso, l'innovazione normativa in materia di Internet è sottoposta a valutazione di impatto sull'ecosistema digitale.
La gestione della Rete deve assicurare il rispetto del principio di trasparenza, la responsabilità delle decisioni, l'accessibilità alle informazioni pubbliche, la rappresentanza dei soggetti interessati.
L'accesso ed il riutilizzo dei dati generati e detenuti dal settore pubblico debbono essere garantiti e potenziati.
La costituzione di autorità nazionali e sovranazionali è indispensabile per garantire effettivamente il rispetto dei criteri indicati, anche attraverso una valutazione di conformità delle nuove norme ai principi di questa Dichiarazione.

L'articolo riassume quindici anni di dibattito in sede Onu sull'importanza di regole e principi condivisi per la governance "multiequal-stakeholder" della rete. Cioè, la necessità di un governo partecipato della gestione di Internet da parte di soggetti pubblici e privati, a ogni livello: infrastrutturale, tecnico, legale e contenutistico. Un approccio di cui l'Italia è pioniera, a dispetto della capacità dei suoi governi di riconoscerlo e sostenerlo.



domenica 12 ottobre 2014

L’Alluvione di Genova - puntata del 2014

L’Alluvione di Genova


Potremmo definirlo l’alluvione a puntate e dire che la Natura si sta accanendo contro i genovesi, ma non è la verità. In realtà è l’evento meteo che ha messo a nudo le criticità e le deficienze di un sistema di gestione del territorio che ha messo al primo posto la speculazione dimenticando la sicurezza e l’ecosistema.
La fragilità del territorio su cui insiste la città già dagli inizi del 900 veniva messa nel dimenticatoio a favore delle grandi piazze e delle infrastrutture che avrebbero poi dato il là all'espansione forsennata di Genova dopo la seconda guerra mondiale. Sono stati tombinati i fiumi, i torrenti brevi ed estremamente pericolosi che attraversavano l’area comunale. Gli spazi che questi avevano sono stati ridotti di 2 terzi.
Ma non basta parlare di fragilità del territorio e di ignoranza degli speculatori della “grande Genova”, no. A questa si sono aggiunte nel tempo altre disgrazie come la burocrazia e il TAR.
L’Italia è un paese dove si fermano cantieri di vitale importanza solo per discutere se la gara d’appalto è stata vinta da una ditta piuttosto che da un'altra e questo, naturalmente, lascia dietro di se il pensiero che ci sia una regia occulta che blocca per speculare o per interessi di parte o per corruttele.
Possono dire, come hanno detto, che invece il TAR ha fatto il suo dovere e dovremmo essere tutti d’accordo che l’attenzione che ha posto sulle gare d’appalto per la risistemazione dell’alveo di questi fiumi che scorrono nelle viscere di una città indifesa e impotente è stata attenzionata correttamente.
Ergo due anni e mezzo per capire cosa bisognava fare sono una inezia e un morto pure, colpa sua che si trovava nel bel mezzo della furia delle acque che riconquistano il loro spazio. No. Solo in Italia può succedere una cosa del genere. 35 milioni di euro stanziati e pronti a risolvere almeno in massima parte la criticità urbana sono ancora a marcire e nell'attesa la “natura matrigna” potrebbe ancora concedere un bis o si potrebbe arrivare alla seconda puntata. Tanto è chiaro che anche gli altri quattrini che il Capo del Governo ha, tempestivamente e munificentemente, messo per Genova ferita verranno stoppati da un qualsiasi tribunale amministrativo che per vederci chiaro ha bisogno di tempi biblici.
Mi viene da pensare a tanti soldi che la comunità europea mette a disposizione del Fondo Europeo  di Sviluppo Regionale e che per pastoie strane burocratiche e tribunalesche non si riescono a spendere. Quanta attenzione “interessata” in queste strutture di controllo!
Eppure, per salvaguardare i diritti di tutti basterebbe, eventualmente, calcolare il danno effettivo che avrebbe potuto arrecare, se verificate errate valutazioni dei commissari di gara, l’aggiudicazione mancata alla seconda ditta dell’elenco che classifica la gara in questione, senza bloccare l’avvio dei lavori, lo svolgimento e il collaudo delle opere.
Ancora la fragilità di un sistema di allerta che avrebbe dovuto raccogliere un ampia letteratura di eventi già successi a ripetizione per sviluppare il concetto fondamentale che è meglio un allerta che non sortisce poi, perché la natura di questi eventi è estremamente variabile, evidenti affermazioni, piuttosto che affidarsi alla buona stella dello sceriffo di turno. A Genova questi eventi accadono con un tempo di ritorno inferiore ai due anni. Questo è un fatto non trascurabile, mai.
Tutti questi, purtroppo, sono segnali di un Italia che affonda e sprofonda sotto i colpi di una speculazione indifferente al bene della collettività e di un Paese che dimentica se stesso. Non si può e non si deve nel 2014 morire d’alluvione in una grande città come Genova.
Unica nota “felice” in questo mare di melma trasportato dalla piena sono gli angeli del fango, i giovani, non solo anagraficamente, quelli che si sbracciano e senza polemiche e discussioni si mettono in gioco per rimettere in piedi la città. Perché oggi è il tempo dell’emergenza e poi verrà quello delle responsabilità e degli accertamenti limpidi e veloci per snellire e migliorare i sistemi di gestione del territorio.
Speriamo che si possano eseguire le opere necessarie a mettere in sicurezza i fiumi che per molti, molti chilometri, viaggiano su alvei ridotti a meno del 30% sotto le strade e le case di Genova, TAR permettendo!
Ugo Arioti