giovedì 27 novembre 2014

Il culto della sincerità non ci libera dall'errore


C'è differenza tra dire quello che ci passa per la testa e la vera onestà intellettuale. Che sa cosa (e quando) è giusto tacere...

 


C'è una virtù che oggi sarebbe trionfante. Dico la sincerità. Da quando furono abbattute le barriere architettoniche che la ostacolavano - vale a dire il timore reverenziale, il rispetto, l'autorità, il decoro, il galateo, la paura della punizione - la sincerità si presenta nuda, sfacciata, a briglia sciolta, nei mille rivoli dei media.

Via i tabù, vai con l'outing. Viviamo dunque nell'età della sincerità?

Per cominciare, la sincerità è una virtù socialmente pericolosa e difficilmente compatibile con l'amicizia, l'affetto e la simpatia, anche se poco sinceramente si sostiene il contrario. La sincerità è una signorina stimata ma poco amata. Nubile, non sopporta mariti e conviventi. A volte è irritabile, più spesso è irritante. Nell'immaginario sociale, la sincerità è una virtù puerile come lo è la bugia, il cui metro vistoso è il naso di Pinocchio che s'allunga. La sincerità più della bugìa ha le gambe corte, perché non va lontano, tronca molte relazioni. Alla sincerità come «virtù crudele» dedica da anni i suoi studi Andrea Tagliapietra (l'ultimo suo saggio è Sincerità , ed. Cortina). La sincerità è un modo di dire ma non implica un conseguente modo di agire. Il sincero può persistere in tutti i suoi errori, vizi, bassezze; si limita a dichiararli. Chi è sincero può non essere onesto, e chi è onesto può non essere sincero. Se confesso di aver rubato sono sincero ma non smetto di essere ladro. Viceversa posso dire una bugia a fin di bene, dunque onesta. Ma soprattutto non c'è nessun automatismo tra la sincerità e la verità. Il sincero non dice la verità ma dice quel che pensa o, peggio, quel che sente. Il sincero dice tutto ma non sempre pensa quel che dice. La sincerità è soggettiva mentre la verità implica lo sforzo a uscire dalla propria soggettività per avvicinarsi alla realtà obiettiva. La sincerità può autoingannarsi: costruisce castelli d'illusioni e va ad abitarci. Il mio cuore messo a nudo di Baudelaire indica un sincero aprirsi, esponendo le passioni, i tormenti, le speranze; ma la verità è un'altra cosa. Senza dire del sofisma cretese: se dico «sto mentendo» sono sincero o no? Quesito insolubile perché si autosmentisce in ambo i casi.

La sincerità è spesso confusa con la spontaneità: niente freni, niente veli, dico tutto quel che mi passa per la testa. La spontaneità è im-mediata, non tollera la mediazione riflessiva; è diretta, selvatica, primitiva. La spontaneità non è una virtù, è solo la liberazione di un impulso, è uno sfogo, quasi un'incontinenza. La brutale franchezza spesso produce nel nome di un piccolo bene, la sincerità, gravi danni al prossimo e ai rapporti umani. Ferisce l'altrui sensibilità, non si cura dei suoi effetti, danneggia i legami sociali. Dal '68 in poi si è identificata la sincerità con la spontaneità. Come la verità è rivoluzionaria sul piano politico, così sul piano interpersonale la sincerità è stata considerata libertaria, liberatrice e dissacrante. In fondo, franco sta sia per sincero che per libero. Da questa pseudo-sincerità sono nati due frutti, uno per affinità, l'altro per contrasto. Da una parte è sorto il coming out, detto in breve outing. Tutto ciò che era coperto dall'inibizione diventa oggetto di esibizione. Il pudore per l'intimità cede al narcisismo, con sfacciata sincerità. Dall'altra parte, il risultato paradossale della guerra all'ipocrisia «borghese» è la nascita d'un nuovo codice dell'ipocrisia, il politically correct: l'uomo di colore, il rom, il non vedente, il diversamente abile, il personale ausiliario, l'operatore ecologico; il frasario dell'ipocrisia. La sincerità delle origini si è capovolta in uno stucchevole rococò della falsità. Torna in altre vesti la massima: la parola è data all'uomo per nascondere il pensiero (e la realtà). Una parodia delle ipocrisie rivoluzionarie la fece già Niccolò Tommaseo nel Vocabolario filosofico-democratico del 1799.

La civiltà è il contrario della sincerità intesa come spontaneità. Ciò vale sia nell'ambito del costume e dei comportamenti che sul piano del pensiero e della fede. Nel primo caso, l'etica si accorda all'estetica e la sincerità non deve ferire lo stile e il buon gusto; nasce il galateo, la civiltà delle buone maniere, che velano la sincerità; le tende di pizzo del pudore. Ma anche in ambito teologico e filosofico la verità si è servita della menzogna quanto e più della sincerità. La pia fraus cristiana e le sante omissioni, le salutari menzogne di Platone, la doppia verità di Averroè, il bello mentire di Campanella, la dissimulazione onesta di Torquato Accetto, praticata anche da rigorosi moralisti come Seneca, le menzogne necessarie di Nietzsche (il velo d'Apollo che veste di bello l'orrore della verità e copre la tragedia del divenire). E in letteratura la menzogna troneggia. Gli uomini, diceva Tristan Bernard, sono sempre sinceri ma cambiano spesso sincerità. La realtà ha molte facce e noi possiamo essere sinceri rispetto a una e insinceri rispetto a un'altra. Possiamo dire la verità, ma non tutta la verità. Qui si tocca una questione cruciale che va oltre la sincerità e investe la verità, che ama nascondersi, si confonde col mistero e può essere colta per allusioni, bagliori e frammenti. È la poligonia del vero, di cui parlava Gioberti nella Teoria del sovrannaturale ; la verità ha vari lati, non uno solo. Nessuno ha la verità in tasca, semmai noi siamo dentro la verità, ne cogliamo uno spicchio; ma ciò non impedisce che ci siano altri spicchi di verità che non vediamo, non vogliamo o non sappiamo vedere. Non è relativismo, che sottende la riduzione della verità ai punti di vista, alle interpretazioni soggettive; ma la verità ha più lati, ossia la verità è più grande di noi, ci trascende, noi possiamo aspirare a essere nella verità, ma non ad avere la verità in pugno. Questo salva la verità dal monopolio dispotico e dalla negazione nichilista.
Insomma la sincerità è una virtù interiore ma non sempre è una virtù pubblica. Spesso ferisce, nuoce, spezza i legami; non implica coerenza tra il dire e il fare. Non s'identifica con la spontaneità ma assume valore se è consapevole e riflessiva. La sincerità è poi soggettiva e dunque non coincide con la verità. È solo un lato del vero. Resta un pregio, una virtù vera, se indica l'aprirsi agli altri senza secondi fini subdoli. E se sa fermarsi davanti alla soglia del rispetto altrui, della carità, della prudenza e della pazienza. Come ogni virtù, la sincerità si fa tiranna se è unica e assoluta, sciolta da ogni vincolo e da ogni altra virtù. La sincerità non è la virtù regina, ha valore se non violenta altre virtù. Al poligono della verità corrisponde il politeismo delle virtù: le virtù si temperano a vicenda. Senza freni la sincerità è una virtù che sconfina nella malvagità.

martedì 25 novembre 2014

Opinioni : La nazione ebraica a uso elettorale


La nazione ebraica a uso elettorale

di MARIO PIRANI

 


Destinata ad apparire e a riapparire all'improvviso nel corso degli ultimi decenni la piaga del conflitto arabo-ebraico torna ad avvelenare il Medio Oriente e a trasmettere i suoi miasmi dalle regioni vicine alle grandi capitali del mondo intero. Quel che ormai impaurisce le genti sotto ogni latitudine è la sensazione che non vi siano vie di scampo e che ogni cammino intrapreso, sia esso diplomatico, politico o persino militare, abbia già iscritto il suo fallimento nelle ragioni di partenza. 

E che questa avversa sorte scaturisca dalle reciproche ragioni, sì che ognuno possa avvalersi di una assurda verità: quella di prevalere in egual misura sui diritti altrui, ognuno sperando di inalberare sull'altro la bandiera del giusto. Questa volta la pietra del contendere sta nella lettura o meglio nella scrittura in fieri della Costituzione israeliana ossia della Dichiarazione d'Indipendenza letta da Ben Gurion nel 1948 che affermava il carattere ebraico e democratico del nuovo Stato nell'atto della sua fondazione. In esso si sanciva l'assoluta eguaglianza di tutti i suoi cittadini, fossero essi ebrei, musulmani, cattolici, drusi, circassi od altro.
 

Una volta affermata questa parità di cittadinanza applicabile a tutti restavano al solo popolo ebraico i diritti nazionali derivanti dall'autodeterminazione (dalla bandiera al servizio postale). Netanyahu presentando la legge, ancora in discussione, ha avanzato l'esigenza di ripristinare pienamente l'ebraicità di Israele, corrosa dal tempo e dalla crescente presenza araba (1.500.000 persone). Detto questo c'è da chiedersi perché il governo Netanyahu affronta nuovamente questo principio, sancito nella dichiarazione di Ben Gurion che però non era mai stata convertita in un legge costituzionale (lo Stato di Israele non ha ancora oggi, infatti una costituzione).
 

A nostro avviso ci sono due motivazioni: una più profonda e l'altra più specificamente politica. Per quanto riguarda la prima, l'esaltazione di una ossessione religiosa ha portato ad una radicalizzazione degli estremismi di cui purtroppo conosciamo le conseguenze (omicidio dei tre ragazzi israeliani, un giovane palestinese arso vivo, l'omicidio del rabbino israeliano e ultima, la strage nella sinagoga), questo riguarda le frange più estremiste come il movimento "price tag" da parte israeliana e le organizzazioni terroristiche di Hamas e Jihad. Nella "narrativa" della parte più moderata palestinese, resta l'idea che in fondo gli ebrei israeliani non sono altro che degli usurpatori e che la "narrativa" ebraica sulla propria appartenenza a quei luoghi non è altro che una mera invenzione che serve solamente a giustificare l'occupazione di una terra che è sempre e solo appartenuta ai palestinesi. Sembra non esserci una vera trasformazione del pensiero, che porti ambedue le versioni a riconoscersi ed avvicinarsi, unico presupposto per un reale percorso che conduca alla pace e all'accettazione dell'altro come proprio vicino, magari non il più simpatico possibile, senza arrivare a realizzare il desiderio profondo di annientarlo.
 

Nella consapevolezza ebraica di questa permanente aspirazione si colloca il disegno di Netanyahu di stabilire i principi basilari della futura costituzione israeliana, di cui l'essere uno Stato ebraico è il presupposto fondamentale. Nella dichiarazione del '48 si costruisce il credo della nazione. In essa sono compresi gli imperativi storici della rinascita di Israele, la struttura per uno "Stato ebraico democratico". Ed è su questo che il dibattito politico israeliano futuro, quando cioè arriverà il momento di tradurre in legge costituzionale questa dichiarazione di principio, si articolerà. La ministra Tzipi Livni e una minoranza del partito hanno votato contro questo principio perché determinati a dare alle parole "ebraico e democratico" identica dignità mentre la proposta del ministro di estrema destra Elkin presentata ma non votata alla riunione di governo tende a dare una maggiore rilevanza alla natura ebraica.
 

La seconda chiave di lettura è molto più politica e riguarda la imminente crisi di un governo usurato che si prepara a nuove elezioni in cui il partito dell'emergente Naftali Bennett paragonato a Gerusalemme a Beppe Grillo sembra erodere consensi al Likud, il partito di Netanyahu il quale con la trovata della costituzione tenta di accreditare una piattaforma di maggioranza. Tra le voci più autorevoli tra cui la prof. Gabison, notissima studiosa di diritto costituzionale e il precedente capo della Corte suprema, Shamgar, hanno lanciato l'idea di promuovere una sorta di costituente in cui tutte le parti politiche possano identificarsi. Un percorso difficile di crescita a cui Ben Gurion aveva inizialmente rinunciato, sapendo quanto sarebbe stato complicato mettere insieme le variegate parti della società ebraica.
 

Shlomo Avineri un noto editorialista israeliano scrive su Haaretz: "Quelli di noi che hanno sostenuto Oslo  -  e che ancora lo giudicano una giusta strada  -  ripongono poca speranza nella volontà dei palestinesi che non hanno dato prova convincente di volersi davvero battere per la soluzione "due popoli  -  due Stati". D'altra parte non se la sentono di garantire la legittimazione del diritto ebraico all'autodeterminazione. Possiamo contare solo su noi stessi  -  non nel senso del nostro potere militare ma sulla nostra saggezza, il nostro desiderio di mantenere uno Stato-nazione ebraica qui, e sulla nostra abilità di realizzare questo desiderio, anche nelle condizioni difficili di un profondo e sedimentato rifiuto dell'altra parte". Questa è la scommessa futura di una popolazione la cui maggioranza se pur profondamente disillusa continua ad essere disposta, ancora oggi, a scambiare territori in cambio di pace e sicurezza.
 È però più che discutibile che un'iniziativa politica, in sé non biasimevole, su un tema così spinoso e contraddittorio sia accompagnata e si intersechi con un disegno strumentale di natura elettorale che ne inficia il carattere e ne inquina la trasparenza.

 

lunedì 24 novembre 2014

Bellezza e armonia nell’antica Grecia - (argomento 2014)




Bellezza e armonia nell’antica Grecia

La Bellezza è l'unica cosa contro cui la forza del tempo sia vana. Le filosofie si disgregano come la sabbia,le credenze si succedono l'una sull'altra, ma ciò che è bello è una gioia per tutte le stagioni, ed un possesso per tutta l'eternità. (Oscar Wilde)

Denise Maiocchi

Viviamo in una società dove la bellezza esteriore sembra avere più importanza delle qualità morali ed intellettive, dove ci si sottopone ad interventi chirurgici di tutti i generi per raggiungere una bellezza ideale che sfiorirà comunque, dove migliaia di persone si ammalano gravemente per la fissazione di un corpo perfetto,…

Ma che cos’è questa bellezza che tanto ci ossessiona? Essa potrebbe essere definita come una “qualità dei corpi” che viene studiata da tempo immemorabile e che ancora non siamo riusciti a comprendere appieno, né a definire precisamente. Nei secoli ci si è più volte interrogati sulla natura di questa proprietà, e svariate definizioni ne sono sorte, senza che nessuna tuttavia prevalesse sulle altre. Una sola considerazione sembra rimanere invariata: la bellezza è qualcosa che genera piacere in chi la osserva. Ciononostante, diverse questioni rimangono tuttora irrisolte: cosa è brutto e cosa bello? Si può quantificare la bellezza? Essa è una qualità oggettiva o soggettiva? Qual è il suo legame con l’armonia, la simmetria e l’ordine dei corpi?

Grandi pensatori appartenenti a diverse civiltà hanno cercato di rispondere a queste domande, giungendo alle conclusioni più svariate. Tra di essi, il merito più grande va sicuramente attribuito agli antichi greci.

Nel mio lavoro ho scelto di focalizzare la mia attenzione sull’Antica Grecia proprio in quanto a mio parere in nessun’altra civiltà è mai stata data tanta importanza alla ricerca del bello e dell’armonia, della bellezza ideale e del perfetto accordo di quest’ultima con la morale, la politica, la religione e tanti altri ambiti della vita quotidiana. Questa intima fusione dell’estetica con aspetti da noi associati alla vita di tutti i giorni mi ha sempre incuriosita, spingendomi a cercare di ampliare le mie conoscenze su questa civiltà che ho sempre considerato affascinante e ricca di attrattiva.

È poi a mio parere molto interessante studiare il profondo rapporto del popolo greco con l’arte in tutte le sue espressioni, soprattutto considerandolo in relazione alla nostra quotidianità, nella quale all’arte è riservato uno spazio sempre più ridotto e marginale. Un baratro enorme ci divide infatti da quell’affascinante civiltà che ornava le proprie città con capolavori scultorei e pittorici, che ha prodotto opere letterarie studiate ed imitate nei secoli successivi e tuttora conosciutissime, che ha fatto del teatro una disciplina artistica a tutti gli effetti e la cui massima aspirazione era quella di raggiungere la perfezione estetica in tutto ciò che produceva.

Un’ultima ragione che mi ha spinta a focalizzare la mia attenzione su questo periodo storico è stata la considerazione che i concetti estetici elaborati in questa era sono sorprendentemente validi ancora oggi, dopo più di due millenni. Questa osservazione mi ha indotta a cercare i motivi per cui certi canoni sono cambiati ed altri sono rimasti immutati, giungendo così anche alla parte più scientifica di questo lavoro, in quanto per studiare l’evoluzione dei canoni è necessario utilizzare concetti biologici ed antropologici, studiare l’evoluzione dell’uomo, del suo corpo e delle sue abitudini, nonché della sua sessualità.

Nel mio lavoro cercherò di ricavare da diversi ambiti quotidiani (arti figurative, filosofia, mitologia, letteratura) un’idea la più precisa possibile del concetto di bellezza sviluppato al tempo dell’antica Grecia e di individuare i canoni corporei femminili e maschili vigenti in questo tempo per poi paragonarli a quelli del giorno d’oggi.

giovedì 20 novembre 2014

Letizia Battaglia ...salvezza e verità nelle sue fotografie


Letizia Battaglia, una delle fotografe italiane più famose nel mondo, continua a scattare e a realizzare progetti. L'ultimo in ordine di tempo si chiama Diario, il libro - edito dalla Castalvecchi Editore - è un racconto autobiografico dove le fotografie narrano quel sogno di libertà e giustizia che è stato sin dall'inizio il motore della carriera della fotografa palermitana. Un libro che nelle intenzioni dell'autrice è un monito e un augurio alla società civile perché, come scrive lei stessa: "La fotografia l'ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora. L'ho vissuta come salvezza e come verità." 
Ho raccolto per voi alcune foto, che a me trasmettono sempre emozioni forti, dal suo lungo escursus palermitano, Daniela La Brocca







mercoledì 19 novembre 2014

Vi presento il Commissario Tantillo! (@UgoArioti)




Una gran folla di giovani e meno giovani si accalcava davanti all’ingresso sulla antica piazza d’armi (Villa Bonanno) della Questura il 30 di luglio. Un giorno come tanti altri per i questurini. 

Un giorno di euforia e di esultanza per l’associazione antirakett giovanile della città! Accoglieva festosamente l’arresto di una intera banda mafiosa dedita alle estorsioni e del loro capo che era il mandante dei  killer di un noto imprenditore palermitano che non si era piegato mai ai “Signori del pizzo”.

Una fetta di cupola che veniva sfrattata dalla sua abituale residenza e trasferita all’Ucciardone (alla villeggiatura!).

Il commissario Tantillo guardava tutto dalla sua finestra e non aveva alcun sommovimento o guizzo d’orgoglio per quella pesca miracolosa. Tutto era andato secondo i piani e gli sdilinquenti erano stati presi nel sonno. Ora bisognava mostrarsi esuberanti e voraci e trasmettere a tutti la voglia di assestare il definitivo knock out alla SpA  del Pizzo: la Mafia.

Solo che Tantillo non riusciva a gioire come gli altri perché era così di natura sua, scucivolo[1]!

Non era affatto convinto che quell’arresto, per quanto clamoroso, avesse segnato un punto da cui non si torna indietro a favore dei cittadini onesti su quelli disonesti. Era scettico e disilluso dalla troppe aspettative tradite. Ma c’era anche un altro perché: aveva in testa il suo caso che più passavano i giorni e più diventava imbarazzante e stracciato.

Vedi che cose. Io mi devo occupare di un cavallo ammazzato e di un cane impiccato, chi sarà il prossimo un gatto o un topo dell’Albergheria?

E si, perché dopo la barbara ammazzatina del cavallo di Don Aspano avevano ammazzato, impiccandolo al balcone della sua amante, Rosetta Polla in arte a Tri Mutura, che possedeva un quartino( casa e putia) a porta Sant’Agata quasi sul Corso Tukory, il cagnolino della di lui compagna, l’altra, la consorte. Un piccolo Chihuaua, mischineddu, ca pareva un surci carutu nta quacina[2]!

 

Questo prendersela con animali indifesi e innocenti è una cosa insopportabile, assurda e da condannare senza pietà con il taglio dei …. Rimuginava tra se e se il commissario, scorrendo le fotografie della scena che ritraevano anche la Signora Giuseppina Scognamiglio in Cinquemani che sbraitava contro a Tri mutura! Forse la chiamava col suo titolo di studio. Sicuramente, come è normale in queste scene fatte ad arte per la Polizia dai criminali, la accusava di averle ammazzato il cagnolino a cui era più affezionata che al marito!

Entrò nell’ufficio del Funzionario, in quel naufragio di indizi e di particolari più o meno significativi, ogni sbirro ha una sua modalità di indagine e Tantillo è uno molto particolare - sarà per questo che a lui capitano sempre matasse scombinate da sgrovigliare, l’agente Totuccio Strano.

- Commissario tra dieci minuti c’è la conferenza stampa del Questore e lei ….-

- Ci sarò. Non ti preoccupare di questo. Preoccupati più tosto di verificare l’alibi della Pulla!-

- Pulla? Commissario?-

- Scusa, Polla. Rosetta Polla, l’amante di don Aspano!-

- Ah! Lei vuole dire a Tri Mutura?-

- Quello che voglio dire lo sai, vedi di chiudere questo fascicolo entro oggi pomeriggio. Sono stato chiaro?-

- Forte e chiaro dottore Tantillo. Vado l’ammazzo e torno!-

- Vai e vedi di non farti … ammazzare tu dalla Signora Rosetta! Ah?-

Andato via l’agente Strano,  Tantillo fu chiamato dal segretario del Questore e si allontanò dal suo ufficio, chiudendo a chiave la stanza, con il suo fardello di tessere di un Puzzle senza un disegno preciso da copiare. La conferenza è più importante del lavoro. Ordini superiori.



[1] persona tendente a farsi i fatti propri, che rifugge dalla frequentazione di altre persone, anche se sollecitato
[2] Un piccolo chihuaua, poverino, che assomigliava a un topo caduto nella calce.

lunedì 17 novembre 2014

Riflessioni di Ennio Flaiano ...... proposte da Roberto Saviano

"Preferire sempre di no. Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perché tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla Burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla Chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori. Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perché anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata. Rispondere: no.
Non cedere alle lusinghe della televisione.
Non far crescere i capelli, perché questo segno estremo ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno.
Non cantare, perché le tue canzoni piacciono e vengono annesse.
Non preferire l'amore alla guerra, perché anche l'amore è un invito alla lotta.
Non preferire niente.
Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso, utilizzato, strumentalizzato.
Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: No. Sarà il modo segreto di contarci.
Un No deve salire dal profondo e spaventare quelli del Sì. I quali si chiederanno cosa non viene apprezzato del loro ottimismo".

Ennio Flaiano

domenica 16 novembre 2014

la bellezza della Natura (osservazione e icona) Argomento 2014

Salve amici lettori,
ho pensato al tema di quest'anno e ho raccolto alcune foto nel mare internettiano che mi sembrano andare in questa direzione e forse anche oltre. Ve le propongo senza commenti perché possiate essere voi a dare un idea e un emozione a quello che vi mostro, grazie
Daniela La Brocca
 












 

CANONI DI BELLEZZA FEMMINILE ( Argomento 2014)


Fin dall’antichità la bellezza femminile è stata valutata e misurata sulla base di un modello estetico di riferimento, riconosciuto dalla società in un determinato contesto storico, sociale ed economico.
Dal modello ideale vengono desunti i canoni estetici, cioè le caratteristiche tipiche della bellezza: più una donna si avvicina a quei parametri, più è considerata bella.

Ogni popolo, nel corso della storia, ha definito la bellezza secondo i canoni della propria cultura e ha sempre avuto la pretesa di fissare un criterio di bellezza riconosciuto a livello universale, ma questo inevitabilmente è sempre mutato nel volgere dei tempi.
L’ideale estetico è frutto di costruzioni socioculturali, in quanto è modellato e plasmato dalla società e dalla cultura del momento e, come tale, è soggetto a mutare in relazione al mutare delle mode, dei costumi e delle consuetudini.

Ogni epoca storica ha avuto il suo modello di bellezza ideale, documentato dalle fonti letterarie e iconografiche, che da sempre si sono ispirate alla figura femminile. Il modo di rappresentarla e il ruolo simbolico da essa svolto sono cambiati nel corso dei secoli, di pari passo con il variare del gusto estetico e con il diverso modo di concepire il ruolo della donna nella società.
Che il corpo femminile, realtà anatomica e biologica, sia anche un’entità culturalmente costruita e determinata dal gruppo sociale di appartenenza, è testimoniato dal fatto che ad esso sono stati associati nel tempo significati socioculturali diversissimi, ognuno corrispondente a determinati canoni estetici: dalla fecondità delle veneri preistoriche, dalle forme sovrabbondanti, alla castità delle madonne medioevali, dai corpi esili ed acerbi; dall’opulenza delle matrone romane alla sensualità delle donne barocche, dalle curve e forme procaci.

Un tempo in Europa, e ancora oggi in alcuni Paesi poveri, le forme femminili morbide e abbondanti erano sinonimo di ricchezza: solo le donne ricche potevano permettersi il lusso di non fare attività fisica, quindi di non lavorare, e di mangiare in abbondanza. Solo le donne del popolo e le contadine erano magre perché mangiavano poco e lavoravano molto.
Per lo stesso motivo, dai canoni di bellezza femminile erano banditi i muscoli, troppo mascolini e propri delle donne impegnate nei lavori manuali.

Oggi, al contrario, una donna è considerata bella se ha un corpo magro e scolpito dall’attività fisica.
Anche il candore della pelle è stato per secoli un parametro estetico importante: più le donne avevano la carnagione bianca più erano considerate belle; il pallore era un segno di distinzione sociale. L’abbronzatura, al contrario, era inammissibile: una pelle abbronzata era indice di prolungata esposizione ai lavori esterni, manuali e faticosi.

Oggi un corpo abbronzato in tutte le stagioni è l’ambizione della maggior parte delle donne.

 

giovedì 13 novembre 2014

nulla al mondo è più pericoloso che un'ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa


Mentre gli uomini giocavano sotto la tenda un nugolo di ragazzini in costume accerchiarono la bionda turista in tanga. Dietro di loro le madri inferocite contro l’indecenza e l’impudicizia di questa …. Signora nuda in una pubblica spiaggia che forviava le menti di quei ragazzini di undici o dodici anni … già con una mano dentro il costumino.

Ciccio posò le carte sul tavolo per correre in difesa della bionda, ma Paolino lo afferrò per la collottola e lo rimise a sedere.

- Ciccio, questo pezzo di parola interrotta non la devi completare tu. Sono stato chiaro?- lo ammonì.

- E va bene, ma mi sembra che siamo ancora veramente molto arretrati. Che c’è di male se una donna si vuol prendere la tintarella a seno nudo?-

- C’è che lo può fare dove sta in mezzo ad altra gente che fa la stessa cosa!- disse il ragazzo, incassando il plauso del suocero e di Callisto che mise una mano sulla spalla di Ciccio e gli sussurrò:- Muove più un “pilo” che un carro di buoi!-

- Mizzica Don Callo, vero è! Ma non sarà che quella, per errore, si è infilata in un posto che non è suo?-

- Probabilmente, hai ragione Ciccio!- gli rispose Callisto.

Questo era il massimo che il buon Ciccio Cardella, u scarparu, poteva e sapeva esprimere sul tema. Lo sforzo era da premiare!

 
I quattro amici proseguirono la partita a tresette lasciando che le madri della Vergine Maria facessero rivestire e cacciassero dal loro “condominio marino”( moralista a verso loro) la turista incauta!

Dopo la cacciata dal tempio, le donne della spiaggia si divisero in due scuole di pensiero, una pro e l’altra contro il nudo in luogo pubblico, ma nessuna prese parte attivamente alla battaglia per la libertà di mettersi a nudo: erano tutte con il costume! 

Ah! Cara buon anima di Martin Luther King! Come è vero che nulla al mondo è più pericoloso che un'ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa!
 
Ugo Arioti