lunedì 9 dicembre 2013

Presepi news in Palermo!


Presepi news in Palermo!

Dieci presepi in argilla raffiguranti dieci tesori di Palermo realizzati dall’artista Filippo Leto ed esposti fino al 6 gennaio alla Torre di San Nicolò di Bari all’Albergheria. Dal Teatro Massimo al Teatro Politeama e ancora la Cattedrale,  la basilica di San Domenico, San Giovanni degli eremiti, Santa Maria dello Spasimo, la Piana dei Colli, la piazza di Ballarò. Ci sono anche i venditori tradizionali come il panellaro, il quarumaro, il chioschetto del pani ca’ meusa. L'iniziativa è organizzata dall’associazione Terredamare. Visitabile anche su richiesta contattando il 3298765958. (Michela Misuraca, foto Franco Lannino / Studio Camera) 

Redazione Secem

A Cunnutta ovvero l'amore è una festa ( dal nuovo romanzo di Ugo Arioti@2013)


Era la terza domenica di maggio del 1972 a Mezzojuso, paese dell’entroterra palermitano, dove convivono due comunità cristiane, quella ortodossa greca e quella cattolica romana, il giorno della fiera del SS Crocifisso. Si stava preparando la sfilata delle cavalcature. Cavalieri in costume e cavalcature riccamente bardate stavano per entrare nel vivo della festa della “cunnutta”.

Giovanni Giovannelli, orfanello cresciuto nel Convento di Santa Maria degli Angeli nel bosco, si avviava lentamente, con passo sicuro e attento, per la stretta e pietrosa viuzza acciottolata che conduce in Piazza. Con lui tutta la parentela stretta e un cugino acquisito: Don Ugo de Bartoli, ricco possidente liberale che era stato compagno di giochi e poi, spuntando dal nulla, capoufficio di Giovanni. Amico di famiglia e ammiratore e tifoso, per tutti solo un grande amico, delle grazie di Donna Mariuccia, moglie del suo sottoposto, femmina sensuale, alta e prosperosa che amava mettere in evidenza le sue doti e il suo balcone che, per virtù naturale, si contrapponeva, giustappunto, a un lato  “b” generoso e invitante. Giovanni, uomo semplice e generoso, rideva di chi gli sussurrava all’orecchio che il suo capoufficio posava troppo lo sguardo sulle avvenenti curve della sua Signora. “ Finitela, quello è un amico:” Ripeteva e aggiungeva: “ Voi parlate per invidia! Siete cotti come salami affumicati. Vi rodete che ho una moglie giovane e bella!”

Era storia di sempre e serviva a creare  quel clima di sontuoso cortile che accomuna tutti gli”schiffarati” che si riuniscono al Bar “della Gesualda”  con gli amici e con la scusa del caffè sparlando mezzo Mondo, quello che non appartiene a loro intimamente.

Ora successe, proprio quel giorno, che Mariuccia, mentre andavano alla festa, si ricordasse che aveva lasciato la lavatrice accesa e che nel forno le patate si potevano incendiare e far prendere fuoco a tutta la casa.

“ Non ti preoccupare, amore mio, vado a casa e spengo forno e lavatrice.” La rassicurò Giovanni, ma quella non pensava solo al forno e alla lavatrice , era ... che aveva lasciato la carne fuori dal frigo e con la finestra aperta e con i gatti che circolano in paese … e la camicia nuova alla finestra, quella che doveva stirare ( quante cose deve fare una mamma e moglie!?!) e ancora ...

“ Tesoro, tu vai con i bambini in piazza e io ritorno  a casa e sistemo tutto. Sono cose di donna. Non voglio che tu ti perda la sfilata dei cavalli! Vai. Vai con i bambini e con il tuo capo!”

Don Ugo allora:- Ma non lo dite nemmeno per sogno, gnora Maiuccia, che con tutta la gente del paese qua in piazza voi tornate da sola a casa per mettere a posto. Non si sa mai. Lo dico per il vostro bene. Giovanni, diglielo pure tu!-

“ Mariuccia mia, Don Ugo ha ragione. Non andare da sola. Magari se Don Ugo, mi acconsente, può venire lui con te! Che dite Don Ugo?” chiese con garbo.

- Certo che acconsento, ma solo a condizione che tua moglie sia d’accordo. Altrimenti posso restare io con i bambini e voi tornate a casa. Che dite Mariuccia?-

“ Beh, non saprei. Tu che dici Giovanni?”

“ Dico che non possiamo lasciare questi due piccoli scalmanati con Don Ugo, tesoro. Vai con lui e ci vediamo al posto dietro la Fontana, in piazza. Vi riservo due sedie. Andate!”
...............................ah! l'amore come è buffo, scanza tutti gli ostacoli e si fa gioco dell'ingenuità!!!!!

giovedì 5 dicembre 2013

Nelson Rolihlahla Mandela, 1918 – 2013


Dall’alto dei suoi argentei novantacinque anni ha aperto le porte dell’Ade il simbolo della lotta contro l’apartheid: Nelson Mandela. Il lottatore rock ci ha salutato ed è entrato nella Storia. Lo vogliamo ricordare con una sua frase:

Noi ci chiediamo: "Chi sono io per essere così brillante, così grandioso?

Pieno di talenti, favoloso?

In realtà chi sei tu per non esserlo?

Tu sei un figlio di Dio.”

 

Nelson Rolihlahla Mandela, 1918 – 2013

 

Redazione secem

mercoledì 4 dicembre 2013

La "CULTURA INFAME"

 
Leggendo il titolo di questo post qualcuno, sicuramente, penserà che stiamo parlando dell'era fascista che per oltre un ventennio soggiogò il popolo italiano. La cultura era quella della PROPAGANDA FASCISTA  e del " Superuomo", il duce che guidava con il suo pensiero e la sua azione una intera Nazione. Conosciamo i guasti che questo " modo" di imporre la cultura  produsse. Così funzionavano e funzionano ancora le dittature dei leader supremi o delle oligarchie assolute. Ma ci chiediamo, noi uomini "liberi" del moderno occidente, in che umus coltiviamo le nostre passioni e le nostre produzioni? In una parola, viviamo in Nazioni Democratiche o in Dittature Occulte? Se facciamo una attenta riflessione scopriamo che il sistema, che garantisce la nostra libertà, non è un sistema democratico, ma è una dittatura mascherata. Chi sta al vertice di questo Potere? Le multinazionali della Speculazione, come dire Standard & Poor's e le sue sorelle - nemiche che scoppiano di ira quando il Primo Ministro dell'Islanda decide che i cittadini islandesi non possono e non devono pagare i debiti che hanno accumulato le Banche nazionali acquistando, per fare speculazione e per ordini supremi della finanza ebreo-americana dominante, quote di debito spazzatura. Come, si ribellano all'ordine supremo del DIO DENARO, tuona Il FONDO MONETARIO Mondiale!? La stessa cosa è successa in Grecia e i tedeschi hanno fatto le veci del Fondo Monetario Mondiale e non dell'Europa. Perchè? perchè l'Europa non esiste, ma esistono gli interessi speculativi che possono mettere in ginocchuio una Nazione e possono ridurla alla fame per soggiogarla al potere della FINANZA GLOBALE. Questa è Democrazia, solidarietà sociale tra Popoli legati da una stessa ragion d'essere e da un patto di mutua assistenza. Guardate quello che è successo in Italia e le politiche che prima si dice devono essere improntate all'equità sociale e al risparmio e poi si accaniscono, invece, nell'attuazione sempre sugli stessi ceti medi che, nella vana speranza di riscattarsi dal giogo del denaro, PAGANO il dazio a politici venduti e inetti che non difendono, fatecci caso, LA GENTE, ma le BANCHE.
E tutto questo mi riporta alla narrazione manzoniana dei processi agli untori durante la peste del 1630, che portò alla condanna a morte di alcuni sventurati tra cui il commissario di Sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Giangiacomo Mora (la casa di quest'ultimo venne rasa al suolo dalle autorità milanesi e al suo posto fu eretta una colonna a ricordo "infame" delle sue presunte malefatte, che dà il titolo al saggio e allude evidentemente all'infamia dei giudici che lo condannarono).
Oggi senza eufemismi possiamo chiamare il sistema nel quale noi occidentali e gran parte del Mondo viviamo: La Cultura infame.
 
Ugo Arioti

lunedì 2 dicembre 2013

L’arte del presepe in Sicilia


       L’arte del presepe in Sicilia

Varie rappresentazioni, graffiti e storie circolavano e si potevano vedere nella catacombe cristiane, ma fino al XIII Secolo queste restavano manifestazioni locali o legate solo alla narrazione, seppure già nel 352 Papa Liberio fa erigere in Santa Maria Maggiore a Roma delle tettoie sotto le quali si rappresentava o si narrava la buona novella, la chiesa allora si chiamava “Santa Maria ad praesepe”. Dal XIII Secolo il presepe assume una veste solida in forma di scultura, oggi diremmo diorama, che mette insieme la storia “antica” del cristianesimo con la vita contemporanea. Nel XVII Secolo questa arte che ormai si appalesa per la sua identità e singolarità ha un forte sviluppo soprattutto nell’Italia meridionale. I presepi italiani, che traggono forza dal vento della cultura umanistica e rinascimentale italiana, si diversificano nelle varie parti dell’Italia che va verso il suo destino di Nazione unica mantenendo i suoi campanili. In Sicilia l'arte del presepe risente degli influssi della scuola napoletana, specialmente per quanto riguarda l'ambientazione - riproduzione di scene di vita quotidiana in paesi e con personaggi isolani. Tuttavia, anche in Sicilia a partire da XVI e XVII Secolo  si riscontrano quei tratti caratteristici e diversi, caratteri originali variabili a seconda delle provenienze geografiche. Quattro sono le aree dove in particolare si sviluppa un artigianato presepiale fortemente caratterizzato: i territori di Palermo, Siracusa, Trapani e Caltagirone. A Palermo e nel siracusano, dove l'apicultura è molto diffusa, fin dal XVI Secolo si usa la cera per modellare statuine di Gesù Bambino e poi interi presepi. In quest'arte si distinguono i cosiddetti "Bambinai" che operavano a Palermo nella zona della chiesa di San Domenico tra il '600 e il '700; tra loro un caposcuola fu Giulio Gaetano Zumbo del quale si può ammirare un presepe al Victoria and Albert Museum di Londra e Giovanni Rosselli ricordato da una sua opera al Museo Regionale di Messina nonché Anna Fortino, Giacomo Serpotta e Anna La Farina. I Bambinelli sono di fattura raffinata, impreziositi da accessori d'oro e d'argento, ieratici nell'espressione e rappresentati con una croce in mano. Nel '800 sono rinomati i "cerari" siracusani che producono presepi interi o Bambinelli dall'espressione gioiosa o dormienti, recanti nelle mani un agnellino, un fiore o un frutto e immersi in un tripudio di fiori di carta e lustrini colorati dentro teche di vetro (scarabattole). Tra loro eccellono Fra' Ignazio Macca, del quale si conservano alcuni presepi nell'eremo di San Corrado a Noto e nel Museo Bellomo di Siracusa e Mariano Cormaci ricordato dal presepe in cera a grandezza naturale sito nella grotta di Acireale. Notevole anche il presepe conservato nel palazzo Vescovile di Noto, che rappresenta uno spaccato di vita contadina, composto da 38 figure inserite nel paesaggio dei monti iblei. A Trapani per la fattura dei presepi si utilizzano materiali nobili e soprattutto il corallo, da solo, come in epoca rinascimentale, o insieme all'avorio, alla madreperla, all'osso, all'alabastro e alle conchiglie, nel periodo barocco e rococò, quando alla composizione centrale della Natività fanno corona architetture in stile d'epoca dove si rappresentano scene fantasiose e simboliche. Splendidi esemplari quelli esposti ai musei Pepoli di Trapani e Cordici di Erice. A Caltagirone, città produttrice di ceramiche fin dal '500, i presepi sono realizzati in terracotta e rappresentano come cornice alla Natività, scene di vita contadina e pastorale animate da personaggi tipici di quella civiltà come il pastore che dorme, lo zampognaro, il venditore di ricotta o il cacciatore. La migliore produzione qualitativa di presepi in terracotta policroma si ebbe tra la fine del '700 e la prima metà dell'800 con la bottega dei fratelli Bongiovanni, Giuseppe e Giacomo e con il nipote Giuseppe Vaccaro eccellente artista. Tuttavia già agli inizi del '700 operavano artigiani rinomati come i "santari" Branciforti e Margioglio che contribuirono ad imporre Caltagirone anche come "Città del presepe". Più in genere nell'intero territorio isolano ebbe grande diffusione a partire dal '600, il presepe costruito con la tecnica usata nella produzione di statue d'altare: statuine in legno rivestite di stoffe immerse in un bagno di colla per renderle rigide e dai colori brillanti. Tra i più noti presepisti del genere il caposcuola Salvatore Matera, il Nolfo, il Ciotta, i Pisciotta e i Tipa.
Resta radicato, quindi, nell’immaginario collettivo e nella cultura delle tradizioni cristiane, confermate in Sicilia col Regno normanno che oltre a conquistare gli emirati siciliani sgombra l’isola dalla sua cultura ortodossa, il rito della presentazione del presepe in tutte le case, nei luoghi di culto e in alcuni luoghi simbolici della vita pubblica dell’Isola.
La costruzione del Presepe avviene subito dopo i morti, altra festa che illumina l’animo siciliano, dove i morti si svegliano e portano doni ai bambini per rappresentare un arco di continuità vita – morte che non dimentica nessuno. Così nel presepe vengono raccontate anche storie contemporanee e rappresentate istanze dei fedeli verso il Padre eterno che nella nascita è ancora più rivolto alle sue “creature”. Il bambinello, al culmine di questo rito nella notte di natale, verrà inserito nella rappresentazione del presepe per portare salute, gioia e misericordia nelle famiglie dove rinasce a metà della novena dell’Immacolata che si concluderà con l’epifania.
 
Buon Natale a tutti da Ugo e Daniela



 

giovedì 28 novembre 2013

Non si finisce mai di imparare!

Amici  ho scelto come retro rivista frasi e pensieri che ritengo siano il sale della vita e raccontino senza infingimenti quello che siamo, buon fine anno a tutti, Daniela La Brocca

 
Ho imparato che spesso le persone non comprendono quello che hanno davanti e spesso non lo apprezzano...
ho imparato che da un giorno all'altro tutto può cambiare..
ho imparato che non c'è cosa più bella e difficile che potersi fidare di qualcuno..
ho imparato ad accettare le delusioni o comunque a non dargli troppo peso..
ho imparato ad andare avanti anche quando l'unica persona con cui vorresti parlare è la stessa che ti ha ferito..
ho imparato che questo molte persone non l'hanno mai capito.
Ho imparato che più dai e meno ricevi. 
Che ignorare i fatti non cambia i fatti. 
Che i vuoti non sempre possono essere colmati. 
Che le grandi cose si vedono dalle piccole cose. 
Che la ruota gira, ma quando ormai non te ne frega più niente. 
E (soprattutto quello che più mi piace della vita) è che non si finisce mai di imparare.

-Fabio Volo

BAMBINI SFRUTTATI E SCHIAVIZZATI - FOTODENUNCIA

Non è concepibile al nostro giorno che i bambini vengano, in società che si ritengono socialmente avanzate e che siedono negli scranni dell'Assemblea dei popoli del Mondo (l'ONU), sfruttati, maltrattati, schiavizzati .... le foto che esponiamo in questo post sono una denuncia di questo efferato crimine.

Redazione Secem







CHI NEGA AI BAMBINI L'INFANZIA E' UN CRIMINALE, LA SOCIETA' CHE LO CONSENTE E' SUA COMPLICE.



martedì 26 novembre 2013

Tutto cambia perche nulla cambi …


Tutto cambia perche nulla cambi …

Ci lamentiamo che tutto va male, ma non sappiamo discernere le ragioni che ci hanno portato sin qui. Perché una Regione come la Sicilia, che pur con le sue commisture politico – mafiose e baronali, stava alzando la testa rispetto alle regioni consorelle del sud oggi si trova in fondo alla scala sociale ed economica del Paese? La risposta che voi tutti dareste è sempre la stessa: la politica, che, tradotto, significa: “hanno fatto politica per occupare posizioni piuttosto che per pensare al futuro di tutti noi”. La politica, in buona sostanza, è diventata una merce o una professione che serve per tirasi fuori, alla grande, dalle secche della “povertà”. Una volta si mandavano i figli a fare la nobile arte del “carabiniere”, oggi si mandano a fare politica e più ignoranti sono e meglio è. Con buona pace di tutti il sistema delle raccomandazioni, delle clientele e della corruzione hanno portato ad un immobilismo atavico e senza soluzioni di continuità nell’apparato amministrativo, vero cimitero di elefanti. Pensate che in Sicilia negli ultimi trent’anni è stata realizzata una sola vera struttura nuova nel settore pubblico: l’aeroporto di Comiso. Nato, comunque, nel sito di un aeroporto militare esistente. Le infrastrutture pensate e gestite dalla regia regionale sono ormai sorpassate e dobbiamo sperare che non vengano realizzate, perché in molti casi sarebbero un grave danno all’ambiente e al territorio già così sfruttato e martoriato. È vero che qualcuno ha tentato di fare un ragionamento sull’agricoltura e sul turismo, soprattutto pensando a uno sviluppo sostenibile, ma è stato sempre stoppato da un apparato che non vuole alcun progresso e che si estende dagli UTC ai Dipartimenti regionali e arriva fino al TAR. I partiti politici? Sono l’ombra di quello che erano stati negli anni ‘70 e ’80, oggi completamente disgregati e privi di un progetto chiaro e identificabile. I sindacati? Slegati e sempre più versati a pensare alle tessere piuttosto che ai diritti dei cittadini tutti. Difettano dello stesso stato di impoverimento culturale di cui fa grande sfoggio la classe politica siciliana. Potremmo dire, con il Principe don Fabrizio Salina: Tutto cambia perche nulla cambi. Lo diciamo a “Manfredi” che con l’impeto e il delirio di onnipotenza dei giovani si lancia contro le mura del vecchio regime borbonico abbracciando il vento liberale dell’armata delle camicie rosse di Garibaldi. Ma il popolo siciliano di oggi non è nipote di un  principe, ma figliastro di un pensiero autonomista che non ha visto mai uno sviluppo positivo, anzi è stato umiliato dai politici tutti che si sono alternati in questi anni a segnare un posto sullo scranno del Palazzo del principe d’Orleans! Il difetto? Il difetto di tutto questo apparato è l’ignoranza. Dai vertici alla base non si fa che ripetere che per far funzionare la macchina amministrativa occorrono “appoggi esterni” ( le società di "assistenza”,- AT FESR - AT FSE - Deloitte Rendicontazioni -AT "Caronte" S.I. e NVP etc. etc., che entrano a costi elevatissimi dentro gli uffici regionali e costruiscono un ennesimo strato di clientele per dirigenti generali troppo stupidi per capire che quello che deve funzionare e semmai deve essere snellito è il Dipartimento, senza alibi o coperture politiche). Sto pensando ad alta voce quello che anche voi sapete e non volete esplicitare per paura di perdere le vostre meschine utilità di sistema?

Ai posteri l’ardua sentenza, Ugo Arioti

lunedì 25 novembre 2013

Per ammazzare il serpente devi schiacciargli la testa


Un nostro lettore ci ha inviato questo “ appello drammatico”. Ve lo proponiamo senza commenti.  Redazione Secem

Appello drammatico

Mio nonno diceva che per ammazzare il serpente devi schiacciargli la testa, il resto si ricompone, scompone, divide e ricresce. Così è anche per la politica siciliana megacafonata e per quella italiana, brutta copia di un thriller dell’orrore, delle larghe intese. Tutto per non morire e per difendere privilegi di Casta e di persone amiche. Pronti a tutto pur di difendere la poltrona, vedi caso Cancellieri, pronti a tutto e al contrario di tutto per acquisire vantaggi e potere. Scivolano nei vicoli, tra la povera gente, travestiti da “Beati Paoli” e poi si comportano da piccoli podestà di paese, tirannici e despotici, senza alcun nesso tra quello che dicono e quello che poi vanno a fare e a rifare e a correggere e ad annullare, facendosi sberleffo della Costituzione e delle leggi. Così anche nella burocrazia stanno nascendo i nuovi “baroni”. Figli dei loro alter ego politici si daranno da fare per conquistare sempre più potere ed avidi come sono sappiamo già, la Storia ce lo ha insegnato, dove andranno e dove andremo a finire. Non tagliate la coda al serpente! Scendete in Piazza e difendete i vostri diritti, cacciate questi politici trasformisti con il loro presidente e ricostruiamo la Sicilia e l’Italia prima che sia troppo tardi.

Alfio Zago

giovedì 21 novembre 2013

Etica della retorica ( argomento 2013) - CONTRO LA RETORICA DELLA COMUNICAZIONE


Contro la retorica della comunicazione
Nel nostro percorso sulla Retorica siamo passati, per dirla secondo la classificazione fatta da Roland Barth, dal "bello scrivere" alla " scienza del ragionamento". Seguendo questo filo, continuiamo il nostro viaggio nella galassia “Retorica” con questo saggio del filosofo sociologo Michele Loporcaro, lo facciamo per dare conto di come da Aristotele ad oggi il pensiero si sia evoluto al punto da diventare scienza che valuta l'etica e i guasti della retorica. Retorica che è comunicazione, informazione, trasmissione, divulgazione … manipolazione. Questo saggio corrisponde, con alcune aggiunte e adattamenti, all’intervento alla tavola rotonda su I volti di Babele. Qualità ed etica della comunicazione, Pisa, Scuola Normale Superiore (“Dialoghi della Normale”), 18 giugno 2004 del professore Michele Loporcaro.

Ugo Arioti

Michele Loporcaro


le parole sono importanti

Le parole, a volte, hanno vicende strane. L’aggettivo ermetico, nella sua accezione traslata, è spiegato sul vocabolario come ‘enigmatico, incomprensibile’. Originariamente valeva ‘formulato con linguaggio comprensibile solo agli iniziati’: agli iniziati del culto di Ermete Trismegisto (Hermes tre volte grandissimo), la divinità che nella tarda cultura ellenistica i Greci identificarono con l’egizio Thot, dio della scrittura. Le scritture connesse a questi culti, proverbialmente, dovevano servire a comunicare per pochi. Qualche tempo fa però lo psico-sociologo statunitense James Hillman ha lanciato un nuovo significato di ermetico. Entro un discorso di matrice junghiana, egli parla della nostra come di un’età ermetica, caratterizzata da un “inquinamento ermetico”. Hermes, il Mercurio dei Romani, è anche il messaggero degli dèi, il loro ufficiale comunicatore: è questa la motivazione della nuova accezione del termine ermetico che, all’opposto di quella tradizionale, vale ‘che comunica’, anziché ‘che non comunica’. Hillman non è certo il solo ad aver sostenuto che viviamo in tempi di ipertrofia della comunicazione (l’inquinamento ermetico, nei suoi termini). Anzi, sottolineare la sovrabbondanza dei flussi di comunicazione è ormai dire una banalità. Si registrano anche delle reazioni, più o meno pittoresche. Ultimamente, ad esempio, si è diffusa anche in Italia, irradiata dagli USA, la moda dei quiet parties: si va in un locale, si paga e ... si sta zitti. Su di un piano più serio, un’altra reazione a questo straripamento della comunicazione è costituita dal saggio recente di Mario Perniola Contro la comunicazione. La comunicazione massmediatica - questa la tesi di fondo - è assurta a chiave di volta della società contemporanea, almeno in alcuni suoi aspetti centrali, non ultimo l’agire politico. I black block che distruggono oggetti simbolici scegliendo per agire la cornice di eventi pubblici con copertura dei media, così come il capo di partito e di governo che dice e si disdice, afferma e smentisce, insulta e blandisce giorno per giorno pur di esser presente costantemente al tg, costituiscono sintomi di questa elevazione dell’atto (e del flusso) comunicativo a valore in sé, indipendentemente da ogni contenuto.1 Nelle pagine che seguono non tratterò però dello straripamento dei flussi di comunicazione bensì dello straripamento oggi in atto del termine stesso di comunicazione, termine che è oggi sovraccarico e si usa, nel discorso pubblico, come parte di una strategia e di un’ideologia ben precise. Analizzerò questo straripamento su due fronti, entrambi strategici per una società democratica: quello dell’informazione (in particolare dell’informazione televisiva) e quello della formazione (scolastica e universitaria).

2. Comunicazione al posto dell’informazione

La retorica oggi dominante impone il termine di comunicazione come cifra di molti ambiti della vita pubblica, primo fra tutti quello dell’informazione. Vediamo anzitutto qual è l’ideologia che soggiace a quest’espansione e poi quali conseguenze pratiche essa comporti.

2.1. L’ideologia Prendiamo per cominciare una dichiarazione ricorrente dell’attuale Presidente del Consiglio, proposta ad esempio nella conferenza stampa di fine anno trasmessa in diretta su Rai 1 il 20 dicembre 2003 ma spesso ripetuta prima e dopo. Il governo - questa la tesi - ha lavorato bene ma gli italiani glielo riconoscono troppo poco: “Ma è difficile portare la croce e cantare insieme. Ecco, noi probabilmente non abbiamo fatto comunicazione abbastanza bene.” Qui comunicazione sta in uno dei significati che i dizionari correnti dell’italiano ancora non registrano, ma che è sempre più presente nel discorso pubblico. La comunicazione al pubblico da parte di un’azienda, insegnano i manuali di marketing, si articola in pubblicità e promozione. Dunque, sovrapponendo il linguaggio dell’azienda a quello delle istituzioni politiche, l’idea di comunicazione pubblicitaria/promozionale è veicolata, tout court, dal termine comunicazione. Il governo non ha fatto abbastanza pubblicità/promozione.2 Poiché però qui parliamo di politica, e dunque di “pubblicità/promozione” per un obiettivo politico, il mantenimento del consenso al potere costituito, da “comunicazione” passando per “pubblicità/promozione” si arriva a “propaganda”. Questi sono dunque, alla fin fine, i termini estremi dell’equazione instaurata da quest’uso terminologico: comunicazione = propaganda. Quest’uso del termine comunicazione da parte del detentore del potere esecutivo poggia su di una concezione politica alternativa a quella della moderna democrazia che, come si sa, ha origine coll’Illuminismo. C’è la distinzione dei tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario (nello Spirito delle leggi di Montesquieu, 1748), ai quali si aggiunge il quarto potere, il potere dell’informazione. Anche il giornalismo moderno nasce con l’Illuminismo, con il cristallizzarsi di quella che Habermas ha chiamato la sfera pubblica borghese.3 Nella sfera pubblica, l’informazione giornalistica riferisce sugli eventi - in particolare gli eventi politici - e aiuta con ciò la formazione di una pubblica opinione. In questo modello ideale, dunque, così dovrebbero funzionare le cose: chi governa governa e chi fa informazione (ed è detentore del quarto potere) informa l’opinione pubblica che poi a sua volta, in base a questa informazione, decide se votare per quel governo. Ma dietro l’uso di comunicazione da parte dell’attuale Presidente del Consiglio, abbiamo detto, c’è un’altra visione: è il governo che detiene il potere di far sapere ai cittadini che cosa ha fatto e come. Esso esercita questo potere attraverso una comunicazione pubblica che può essere spacciata (e viene in effetti spacciata) per informazione ma che non risponde alla definizione di informazione che si è appena ricordata, di matrice illuministica. Non c’è spazio, in questa visione alternativa, per un’istanza indipendente, un quarto potere dell’informazione: c’è la comunicazione del governo, cioè la propaganda. Ogni informazione di altro segno è mal tollerata, com’è in generale mal tollerato ogni elemento funzionale all’equilibrio dei poteri. Infatti, nella stessa conferenza stampa ora citata, oltre a varie osservazioni poco lusinghiere all’indirizzo dei poteri giudiziario e legislativo (si sa quel che Berlusconi ripete periodicamente della magistratura, mentre i lavori parlamentari sono dipinti come una perdita di tempo incompatibile con l’efficienza dell’”azienda Italia”), il premier apostrofa la giornalista di un quotidiano d’opposizione dicendole che “dovrebbe vergognarsi di scrivere per il giornale per cui scrive”. Quello stesso quotidiano, in quei mesi, denunciava un tentativo di strangolamento finanziario ad opera della maggior concessionaria italiana di pubblicità, parte dell’impero finanziario dell’imprenditore-premier. Ma sempre nella stessa conferenza stampa, il Presidente del Consiglio dava, di questa e altre crisi finanziarie degli organi d’informazione, una lettura diversa. I giornali in Italia sono in crisi perché “si sono allontanati da quello che pensa la maggioranza degli italiani. Allora, poi non si lamentino se perdono quote di mercato. È la conseguenza di scelte editoriali sbagliate”. Il problema dell’informazione in Italia, dunque, è che il paese ha, secondo il Presidente del Consiglio, titolare di un impero radicato nel settore, dei “giornali elitari” (quelli che lui non possiede), mentre “bisognerebbe far giornali diversi, che possano rappresentare la maggioranza”. S’intende, la maggioranza che, orientata dai mezzi d’informazione non elitari (quelli da lui controllati), sostiene l’esecutivo in carica. Ecco dunque che cosa dev’essere in quest’ottica l’organo d’informazione: “Dev’essere un pianoforte sul quale il Governo possa suonare”. Sono parole tratte da un articolo apparso sulla Rhein-Mainische Volkszeitung il 16 marzo 1933, dieci giorni dopo le elezioni che dànno ad Adolf Hitler la maggioranza parlamentare.4 Quella svolta comportò, com’è noto, molte “riforme istituzionali” (il che fra parentesi dovrebbe suggerire che il “riformismo”, di per sé, non è un valore indipendentemente dai contenuti: bisogna vedere quali riforme). Ad esempio, fu istituito il “Ministero del Reich per l’illuminazione del popolo e la propaganda” del quale, con legge dell’ottobre 1933 (Schriftleitergesetz), tutti i giornalisti del paese diventano dipendenti, sottoposti al potere disciplinare del ministro, il Dottor Paul Joseph Goebbels. Questa, dunque, è l’ottica del potere, che traspare dietro l’uso del termine comunicazione da cui siamo partiti, oggi corrente nel discorso pubblico in Italia. Si delinea con tutta evidenza un totalitarismo, nelle forme aggiornate della società dello spettacolo. La tv vi tiene, naturalmente, un posto centrale. È evidente, allora, che gli operatori del settore, nel servizio pubblico, se vogliono sopravvivere debbono adeguarsi, nell’ideologia e nella prassi. Vediamo dapprima l’ideologia (della “comunicazione/propaganda/pianoforte”), con l’aiuto di un altro esempio. Il 23 marzo 2004 un alto funzionario RAI tiene in un’università italiana una conferenza su Comunicare il territorio.5 Vi si magnifica la tv e il tg: il variopinto tg di oggi è meglio del grigio notiziario di ieri. L’informazione televisiva ha profittato, insomma, di una sorta di evoluzione della specie. Non manca, nella conferenza, la risposta alla obiezione ricorrente sul potere manipolativo della tv, risposta così concepita. Contrariamente a quel che si crede, non è vero che la tv disponga di un “potere informativo assoluto”. Come prova è addotto l’esito delle elezioni spagnole del marzo 2004: dopo gli attentati di Madrid, la gente non ha votato come voleva il governo perché il governo non è riuscito a “comunicare” la sua versione. Dunque, il fatto che il governo non sia riuscito a “comunicare” la versione a sé più favorevole è citato come prova della non esistenza di un potere informativo assoluto della tv. Torna anche qui l’equazione fra comunicazione (propagandistica, da parte del potere esecutivo) e informazione che è fatta propria in generale, nell’Italia di oggi, dal giornalismo televisivo.6 Questo, rispetto al potere politico, è notoriamente molto meno autonomo non solo di quanto, idealmente, vorrebbe il modello del quarto potere ma anche, più modestamente, di quanto non accada in altri paesi.7

2.2. La prassi Quanto alla prassi degli operatori del settore nell’Italia contemporanea, anch’essa è in linea con l’ideologia della comunicazione come propaganda (al posto dell’informazione) che permea in modo capillare la presentazione delle notizie nei tg italiani contemporanei. Lo si vede analizzandone la retorica, come ho fatto in un libro recente.8 Primo fatto da notare è che ci sono tendenze condivise internazionalmente: tutti i notiziari televisivi del mondo - nota la bibliografia massmediologica - tendono alla drammatizzazione (o teatralizzazione), alla emozionalizzazione (o patetizzazione) ed alla “fictionalizzazione” (o “finzionalizzazione”). Perché questo accada è presto spiegato: per la natura stessa del mezzo. La tv, incentrata sull’immagine in movimento, richiede uno spettatore. Dunque, le sue potenzialità sono in primo luogo potenzialità di spettacolo. Si determina dunque un piano inclinato verso la spettacolarizzazione, del quale fornisce un’analisi tristemente inconfutabile, nel suo Divertirsi da morire, Neil Postman.9 Ma in questo panorama condiviso internazionalmente, il tg italiano si distingue. Cominciando da due osservazioni banalissime, in nessun altro paese come in Italia occupano tanto spazio, nel tg, le interviste ai parenti delle vittime di eventi luttuosi e le dichiarazioni degli uomini politici, specie di governo, in cui questi - senza contraddittorio - sviluppano loro argomenti. Entrambi questi espedienti vanno in direzione della teatralizzazione, tendenza che si riscontra dovunque. Ma se in Italia ciò accade in misura maggiore è anche perché ci sono delle caratteristiche strutturali della retorica del nostro tg, specifiche dell’Italia che spingono in questa direzione.10 Una caratteristica centrale è la frequenza - direi ossessiva - con cui la voce del cronista assume nel proprio testo - non riportando come citazione esplicita - le parole dei personaggi di cui riferisce. Facciamo qualche esempio: Tg 1 h.20, 13.1.2002. Il Papa, battezzando venti bimbi nella Cappella Sistina, commenta bonariamente il pianto dei neonati. Il servizio prosegue: “Qualche piantolino anche fra fratellini e sorelline più grandicelli”. Quattro sostantivi, quattro diminutivi. Perché? La mamma usa, coi bimbi, quello che i linguisti chiamano baby talk (“su, da’ la manina a mammina”). Così il vaticanista, per parlare dei bimbi, assume le parole (al diminutivo) che la mamma direbbe nella vita d’ogni giorno. Altro esempio: Tg 1 h.20, 8.6.2003. Servizio al tg domenicale su incidenti mortali al ritorno dalla discoteca: “Era poco prima di mezzanotte. La serata del sabato ancora lunga per divertirsi”. Non si tratta, ovviamente, di una considerazione oggettiva: è dal punto di vista delle vittime che la serata del sabato doveva essere “ancora lunga per divertirsi”. Questo tipo di effetti testuali è di solito rubricato alla voce “vivacizzazione stilistica”: è il nuovo tg, dice il dirigente RAI, non più il vecchio, grigio notiziario. Ma in realtà questo stile di presentazione delle notizie ha implicazioni ben più profonde. La ripresa delle parole dei personaggi crea un effetto che in narratologia si chiama di “discorso indiretto libero”. Come nei Malavoglia del Verga, il narratore prende le parole dei personaggi della comunità: si nasconde così la voce del narratore, che si dissolve in quella dei personaggi assumendone il punto di vista. Il discorso indiretto libero, si dice tecnicamente in linguistica, crea una ambiguità enunciativa: ossia, il lettore non sa più a chi attribuire la responsabilità delle parole che legge, se al narratore o al personaggio. È questa, dunque, una caratteristica saliente della voce narrante del tg italiano: essa fa, in misura assolutamente ignota all’estero, discorso indiretto libero. La conseguenza strutturale - che è anche una conseguenza politica - è che al telespettatore non viene mai dato, sull’evento, un punto di vista esterno ed autonomo, dichiarato come tale: il punto di vista dell’operatore dell’informazione che dovrebbe garantire distanza critica e veridicità. Si abitua, al contrario, il telespettatore ad un’informazione il cui punto di vista sembra disciogliersi nell’oggetto della notizia, un’informazione che prende il punto di vista di chiunque. Può trattarsi delle mamme, delle vittime dell’incidente stradale ma anche di categorie meno innocue: Tg 1 h.13.30, 27.2.1995. “Uccisi due coniugi a Corleone. Forse avevano visto qualcosa che non dovevano vedere”. Anziché dire “forse testimoni di un delitto”, il cronista preferisce “colorire” il pezzo: per farlo utilizza però parole che sono del codice mafioso. Riferendo della mafia, il tg italiano lo fa sistematicamente: ed ecco che spuntano nei servizi il pizzo, i pandamenti, gli uomini di rispetto e altri termini tecnici dell’organizzazione mafiosa. In questo modo, la voce del tg italiano segnala di non essere un’istanza autonoma. Segnala cioè di essere costituzionalmente inadatta a svolgere la funzione di quarto potere. E in effetti, se prende le parole di tutti, anche dei delinquenti, tanto più il tg prenderà le parole del potente di turno Per fare un solo esempio, così accade sistematicamente per l’autopresentazione di Silvio Berlusconi come “amico” personale dei grandi della scena internazionale, che non è un dato oggettivo ma è parte della strategia di “comunicazione” del personaggio, al cui punto di vista il tg aderisce pedissequamente riprendendone le parole: Tg 1 h.13.30, 20.7.2003: “di ritorno dal ranch dell’amico Bush, il presidente dovrà dunque ...”. Tg 1 h.20, 30.5.2003: “nei suoi frequenti incontri con l’amico Vladimir Putin, il Presidente del Consiglio Berlusconi ...”. Da questa voce narrante-spugna - anziché istanza indipendente - parte un piano inclinato che passa per la diretta cessione di parola (dichiarazione in video) e arriva fino alla sostituzione materiale del tg con la conferenza stampa governativa. Quella del 20.12.2003, citata in apertura, si è infatti protratta invadendo la fascia oraria del Tg 1 (h. 12.00 - 14.05), senza preavviso in palinsesto. Se volessimo documentare come questa voce narrante-spugna si presti alla manipolazione politica, l’attualità italiana ci offrirebbe materiale abbondantissimo. CIterò un solo caso recente. Nel dicembre 2004 vengono emesse le sentenze di primo grado dei due processi che, a Milano e a Palermo, vedono imputati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: Tg 1 h.20, 17.12.2004. Notizia d’apertura: Dell’Utri condannato a nove anni. Intervista a Dell’Utri, che dichiara tra l’altro: “La giustizia non è di questo mondo”. Nessuno fra i cronisti che lo incalzi chiedendogli, ad esempio, se per caso non si crede Gesù Cristo. Anzi, l’intervistatrice prosegue chiedendo: “Questa sentenza, quanto potrà pesare nel suo futuro politico?”. E Dell’Utri: “Nulla”. Nessuno che ribatta o commenti, né nel quadro dell’intervista, né in studio. Risultato: il tg mandando, in onda simili dichiarazioni senza alcun distanziamento accredita questo punto di vista; non importa una condanna, si può restare al potere. Si noti che la stessa edizione del Tg 1 ha in scaletta un servizio del corrispondente da Londra, Antonio Capràrica. In effetti, chi abbia visto qualche tg straniero sa che quel giorno c’è una notizia importante da dare: s’è dimesso il ministro Blunkett, accusato di aver abusato della sua posizione per facilitare l’ottenimento del visto per la bambinaia extracomunitaria della propria amante. Ma se di questo parlano i tg, diciamo, svizzeri, il nostro si distingue. Inizia il servizio di Capràrica, che parla di tutt’altro. Non del ministro dimissionario bensì di un... raduno di Babbi Natale in Galles, degenerato in maxirissa. E termina il servizio indossando barba finta e berretto rosso. Cioè facendo, absit iniuria verbo, il buffone: il buffone di corte. Meglio fare del varietà, perché il varietà aiuta a sostituire - in questo caso e in generale - una notizia che è meglio non dare agli italiani. Che un ministro si dimetta per l’accusa di abuso di ufficio in una questione di poca importanza (è il principio che conta) è una notizia che è meglio non diffondere nello stesso tg in cui si riportano senza distanziarsene le dichiarazioni ora citate del parlamentare appena condannato per connivenza colla mafia, e pochi giorni dopo che i giudici hanno riconosciuto che il primo ministro in carica ha corrotto il magistrato romano Renato Squillante facendogli versare dal suo avvocato Cesare Previti, nel marzo 1991, 434.404 dollari. Il reato è prescritto: solo per questo Berlusconi non viene condannato. Ma il Tg 1 delle h.20, il 10.12.2004, dice semplicemente, come notizia d’apertura: “Berlusconi assolto”. Dà poi la parola ai suoi avvocati, che s’incaricano di dire che l’assoluzione è una vittoria sulla “magistratura politicizzata”, che perseguiva - sostengono - suoi fini di parte. Anche questo rientra, si sa, nelle strategie di comunicazione del potente impreditore pluri-inquisito.

3. Comunicazione al posto della formazione L’avere un’informazione televisiva che è in realtà comunicazione propagandistica è un fatto grave, per una società democratica. E non sembra di scorgere nell’Italia di oggi una resistenza efficace. Da dove dovrebbe venire, questa resistenza? Da una pubblica opinione degna di questo nome: cioè, dotata di senso critico. E come si forma e si diffonde il senso critico? Con una buona scuola, di ogni ordine e grado. Al tema ho dedicato su Proteo un precedente intervento.11 Qui aggiungo considerazioni di due ordini, che documentano come l’etichetta (e la retorica) della comunicazione sia in via di straripamento, con risultati a mio parere gravi, anche su questo fronte.

3.1. La comunicazione: i mezzi e i fini La prima osservazione riguarda i mezzi di comunicazione. Su questi oggi, nella scuola e nell’università, c’è una grande enfasi. Il recente testo di legge sul riordino dei cicli scolastici (Riforma Moratti) menziona infatti, come primo contenuto specifico della formazione nella scuola primaria, “l’alfabetizzazione informatica”. Il che vuol dire, in concreto, far passare ore ai bambini delle elementari davanti al video anziché davanti ai libri. Anche all’università, in Italia e non solo, è in atto una forzata “ri-alfabetizzazione” del ceto intellettuale. La strategia è evidente: da un lato lo si impegna sempre più con compiti diversi dall’insegnamento e dalla ricerca (burocratizzazione); dall’altro si mira a sottrargli progressivamente la prospettiva d’una sussistenza assicurata, che sola ne può garantire l’indipendenza materiale e morale (precarizzazione); infine, mentre si tagliano i bilanci bloccando le assunzioni e riducendo i posti di ruolo, si deviano d’altra parte ingenti risorse in direzione delle cosiddette “nuove forme di didattica”, facenti perno sulle “nuove tecnologie”. Può così accadere, per dare un’idea, che si riunisca un giorno d’inizio 2005 - diciamo, come nei romanzi russi, nella città di P*** - un consorzio costituito da accademici dipendenti delle università pubbliche italiane per la confezione di corsi di studio e il conferimento di diplomi a distanza (con didattica e verifiche esclusivamente telematiche), e che ognuno dei collaboratori (decine) riceva per la riunione (durata due ore) un gettone di presenza di 250 euro, quando lo stipendio iniziale di un professore associato è intorno ai 1800 euro mensili. Ma il problema non è solo d’ordine materiale: è d’ordine intellettuale. È che il sistema della formazione (la scuola e l’università) tende a concentrare l’attenzione su questi mezzi a scapito di altro: a scapito, in particolare, dei contenuti culturali che dovrebbero essere studiati e mediati; e, più in generale, a scapito del senso critico. Che cosa vuol dire? Ad esempio che i mezzi vengon fatti diventare, surrettiziamente e del tutto acriticamente, fini. Capita sempre più spesso, all’università, di sentire conferenze che si pretendono di una disciplina (nel mio caso, di linguistica o di filologia) e che invece si limitano ad esporre il funzionamento di una banca dati informatizzata (o, addirittura, di un progetto di banca dati: per un curioso slittamento semantico, progetto tende ormai a sostituire lavoro). Ora, una banca dati è una cosa bellissima e utilissima: ma è uno strumento, è una scatola, sia pure digitale. Ebbene, abbiamo sempre più colleghi che si autodeportano in campi di rieducazione virtuali in cui disimparano a fare i linguisti, i filologi, disimparano la loro competenza specifica, per dedicarsi esclusivamente a costruire scatole. E la cosa agghiacciante è che lo fanno volentieri, remunerati dalla gratificazione sociale ed economica (s’è detto) che questo riorientamento procura loro. Dove hanno fallito Pol Pot e la rivoluzione culturale cinese, riesce la retorica della comunicazione: tutti i professori, soprattutto gli umanisti, a costruire scatole e a insegnare a costruire scatole. Ma se anche i mezzi di comunicazione non diventassero dei fini - come invece innegabilmente oggi succede - bisognerebbe stare attenti lo stesso. I mezzi di comunicazione non sono neutri. Il mezzo, secondo il motto di Marshall McLuhan, è il messaggio.12 O, come precisa Neil Postman, i mezzi di comunicazione sono metafore che organizzano il mondo per noi e determinano i contenuti della nostra cultura, contenuti che all’osservatore ingenuo paiono invece autonomi.13 Che vuol dire questo? Che non possiamo illuderci di mediare/comunicare alle prossime generazioni gli stessi contenuti culturali con mezzi di comunicazione totalmente diversi. Altro è formare le nuove generazioni coi libri, con l’addestramento alla lettura. Altro è metterle davanti a un video. La prima operazione è - di per sé, per il mezzo - un addestramento alla razionalità, allo spirito critico, all’analisi. Biologicamente, è una ginnastica delle sinapsi. La seconda operazione, con la permanenza davanti al video programmata oggi per i bambini fin dalla seconda elementare e fortemente incentivata, ideologicamente ed economicamente, sino all’università, è costituzionalmente proprio l’opposto. Si dice che è necessario, perché così la scuola rispecchia gli equilibri oggi mutati nel mondo esterno. È un ragionamento fallace: così la scuola rinuncia a proporre un modello suo proprio, culturalmente autonomo, e si asservisce a dinamiche economiche esterne.

3.2. Comunicazione e formazione: la specificità umana La seconda osservazione ci riporta direttamente al tema iniziale dello straripamento dell’etichetta comunicazione, straripamento che è in atto anche sul fronte della formazione e anche qui ricopre processi non positivi. L’etichetta di comunicazione è, in quest’ambito, il travestimento (ma il velo è sottile) della parola d’ordine dell’economicismo: non a caso quest’etichetta è oggi pesantemente opzionata dalla retorica aziendalista, come s’è visto al §2. La prima grande perdente è la formazione umanistica. È qui infatti che la comunicazione si espande, fatalmente a danno di altre etichette, in un gioco a somma zero. Mi spiego. Se si fa un corso di laurea in “Comunicazione nella società della globalizzazione” o in “Comunicazione pubblica, sociale e d’impresa”, questo va benissimo per degli studi d’economia. Ma il problema è che questi corsi di laurea fioriscono in quelle che una volta erano le Facoltà di lettere. Se oggi anziché “Storia dell’arte” si fa in queste facoltà “Comunicazione artistica”, ci si uniforma al seguente principio e si dà il seguente messaggio: qui non facciamo (più) cose inutili e gratuite; qui f cose direttamente utili, perché economicamente funzionali.14 Questo principio e questo messaggio sono problematici per il sussistere stesso degli studi umanistici. I quali, per inciso, sono il principale propulsore sociale di quel senso critico, di quella capacità di analisi che nella nostra società di oggi sempre più fanno difetto, anche agli alfabetizzati. Proprio in quanto possessori di queste doti, ieri, i laureati (ben preparati) in lettere e filosofia si inserivano in tanti ambiti lavorativi, anche ai livelli più alti. Ora, gli studi umanistici sono scienze dell’uomo. Ma se occupano quel posto le cosiddette “Scienze della comunicazione” - se occupano il posto di lettere, filosofia, storia, storia dell’arte, linguistica ecc. - allora si ha una doppia truffa. La prima truffa è che in questi corsi di studio - come ha scritto bene Maurizio Ferraris - non si fanno scienze ma tecniche.15 Che ci vogliono, certo, ma sono sapere applicato: e se tutte le risorse finiscono lì, si riduce lo spazio per i fondamenti. E si osservi che questo sbilanciamento verso le tecniche ha una portata ben più generale: è noto come nell’Italia di oggi anche le facoltà scientifiche “tradizionali” (aggettivo divenuto di per sé una condanna), come fisica o matematica, siano in gravissima crisi di reclutamento: nessuno (o quasi) vi si iscrive più, e non c’è da stupirsi. È il frutto diretto - quanto sia avvelenato si vedrà in poco tempo, con l’aggravarsi di un declino sociale ed economico già pienamente in atto - della retorica economicistica alla quale s’è voluta piegare l’università. La seconda truffa - e torniamo all’ambito umanistico - è che le cosiddette “Scienze della comunicazione” non possono essere la cifra di un sapere umanistico per una ragione elementare, direi definitoria: la comunicazione non distingue l’uomo dagli animali. Anche i cercopitechi comunicano, anche le api. Dobbiamo studiarli, questi fenomeni, certo, così come dobbiamo studiare la comunicazione fra gli umani. Ma è assurdo - nonostante l’entusiasmo di tanti intellettuali per il cosiddetto “inquadramento zoosemiotico” del linguaggio e della cultura umani16 - farne la cifra del sapere umanistico, riorientando risorse, energie, docenti e studenti verso il calderone delle cosiddette “Scienze della comunicazione”.17 La comunicazione non ci distingue dalle bestie. Dalle bestie ci distinguono la parola (e dunque, disciplinarmente, la linguistica); ci distingue la riflessione attraverso la parola (e dunque la letteratura e la filosofia); ci distingue la sedimentazione di esperienze e riflessione in un percorso razionalmente percepito e concepito (e dunque la storia). Insomma, dalle bestie ci distingue l’attitudine alla riflessione gratuita su noi stessi e sul mondo, svincolata dallo scopo immediato. È di qui che sono nate le arti e le scienze, ed ogni progresso dell’umanità: da quell’atteggiamento che i Greci chiamavano antibanausico (dove banausico vuol dire ‘relativo al lavoro manuale’ e, per estensione, ‘utilitaristico’). Minare la legittimazione sociale di quest’atteggiamento, ecco quel che fa, sul fronte della formazione, l’economicismo imperante attaccando e snaturando le sedi che istituzionalmente dovrebbero ospitare la ricerca e la diffusione gratuita del sapere, ovvero le sedi dell’istruzione pubblica. La retorica della comunicazione non è che una delle manifestazioni di questo economicismo, specialmente perniciosa in ambito umanistico. Ma il discorso, si è detto, riguarda tutti i campi del sapere. La miopia di chi, da posizioni di potere, reclama che tutto il sapere dev’essere, per esser legittimato, sapere applicato risulta chiaramente da una semplice considerazione: se oggi abbiamo il computer - diceva un mio professore (di linguistica, si badi) - è alla fin fine perché un medico nella Bologna del Settecento si divertiva a far saltare col bisturi delle rane morte dopo averle scuoiate. L’inutilità sociale ed economica immediata di questa occupazione non potrebbe esser più evidente. È un buon argomento da opporre, la prossima volta che sentite il cervello debole di turno magnificarvi la modernità, la progressività, l’immediata utilità della “Comunicazione”.

Chi l'ha visto il PIANO ENERGETICO DELLA SICILIA?


Cosa pensa  LEGA AMBIENTE del Piano Energetico Regionale Siciliano

Mimmo Fontana, presidente regionale di Legambiente Sicilia, preoccupato per le beghe stupide che si consumano all’interno della giunta regionale siciliana e che stanno da sfondo al problema del Piano Energetico Siciliano dice: ''A un anno dall'insediamento del Governo e dell'Assemblea, non è stato redatto il nuovo Piano energetico ambientale regionale. Essendo molto discutibile, e già vecchio quello vigente quando fu approvato nel 2009, sostanzialmente la Sicilia non è dotata di una pianificazione energetica reale e quindi di un efficace sistema di regole - aggiunge - Nei mesi scorsi si è parlato quasi esclusivamente del Patto dei sindaci dimenticando che, per quanto importante sul piano politico, si tratta solo di un piccolo pezzo della strategia energetica di cui dovrebbe dotarsi la Sicilia. Come affronteremo la sfida dei cambiamenti climatici e della rivoluzione energetica in corso? Saremo capaci di cavalcare questa onda favorendo lo sviluppo di una filiera industriale delle rinnovabili o continueremo come al solito a importare know-how e tecnologie dall'estero? Sono queste le questioni centrali - continua Fontana - e ci augureremmo che i contrasti dentro al governo o nella maggioranza si consumassero alla luce del sole su legittime posizioni contrapposte relative a questi temi e non su altro''.

Redazione Secem