giovedì 20 marzo 2014

Mosaico Palermitano: Giuseppe Maria Jurato


Giuseppe Maria Jurato, giudice della Gran Corte Civile e il suo splendido Palazzo in Via Maqueda vicino ai Quattro Canti ( aspirazione di un ricco borghese a diventare nobile!)

 (foto 1980)

Si tratta di palazzo Jurato (oggi più conosciuto come palazzo del marchese Rudinì che ne fu proprietario in seguito). Anche se si tratta in tutto e per tutto di un palazzo aristocratico non fu un nobile ad edificarlo, bensì don Giuseppe Maria Jurato, giudice della Gran Corte Civile. Alta borghesia quindi, ma pur sempre soltanto borghesia. Sia economicamente che professionalmente era un uomo arrivato, ma si doleva di non appartenere ad una famiglia nobile, poiché in pieno settecento erano gli aristocratici che contavano davvero, i cui status symbol erano anche i sontuosi palazzi palermitani dove si gareggiava in lusso e sfarzosi ricevimenti. E poichè Jurato di soldi ne aveva tanti decise di costruirsi un palazzo tutto suo, nel cuore della città, da ostentare a quella nobiltà con la puzza sotto il naso. Acquistò un corpo di case ai quattro canti e si mise al lavoro. Di fronte sorgeva inoltre il palazzo che il ricchissimo Giuseppe Merendino aveva costruito da poco e per una sorta di gara si richiamarono i migliori artisti e artigiani per la definizione della nuova dimora. Una volta terminato mise sul portone di ingresso una scritta latina: "remis et non velis" (coi remi e non con le vele). Allusione provocatoria a Giuseppe Merendino che aveva edificato la propria dimora con tanta larghezza di mezzi. Inoltre scrisse Ioseph M. Iurato, patritii panormitani suorum ad usum MDCCLV (Per uso di Giuseppe M. Iurato, patrizio palermitano e dei suoi 1755). Che si ammettessero pure vele e remi ma che Giuseppe Jurato si autoproclamasse patrizio palermitano non andò giù ai nobili palermitani che da allora cominciarono un'impietosa opera di "sfottimento", come diremmo oggi, con cartelli più o meno anonimi e altro. Alla fine il povero Maria Jurato si vide costretto ad eliminare le scritte incriminate continuando comunque a godersi il suo bel palazzo. Questo passò all'inizio dell'ottocento agli Starrabba marchesi di Rudinì. Nelle tragiche giornate della rivolta del "Sette e mezzo"(per la durata in giorni della rivolta) Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, sindaco della città si vide devastare il palazzo per aver tentato di fronteggiare il popolo. Il palazzo, dopo lungo degrado venne restaurato nel 1979 dal Comune di Palermo che lo destinava ad uffici, funzione che mantiene ancora oggi. L'interno è una successione di sale splendidamente affrescate. Bellissimo lo scalone in pietra grigia. Nonostante il palazzo sia in ottime condizioni internamente, all'esterno sarebbe necessario un bel restauro.
  
  
 
 
Monumento funerario di Giuseppe Maria Jurato, giudice della Gran Corte Civile, nella Chiesa dei Cruciferi in Via Maqueda a Palermo.
Ugo Arioti

 

 

mercoledì 19 marzo 2014

La Deriva dell'Italia

L'Italia è un Paese in declino, abbiamo superato la soglia negativa di natalità, il punto di non ritorno. L'Italia è un Paese destinato a soccombere nel cammino della vita, un Paese che invecchia ogni giorno di più. Ma l'Italia, come concetto, come idea di Stato, Nazione, è mai esistita? E' una domanda retorica? Credo di No. La Storia che ci hanno insegnato a scuola è la storia di chi ha voluto colonizzare a suo favore e senza troppi scrupoli il resto della penisola per creare un etichetta che lo aiutasse a sfruttare le immense risorse e tecnologie di cui l'altra parte (IL SUD) disponeva prima dell'Unità d'Italia. Ci hanno raccontato la favoletta di Garibaldi, l'eroe dei due Mondi, che con un manipolo di uomini invade un Meridione d'Italia e lo libera! In realtà per far ciò dovette allearsi con la mafia e la camorra che avevano bisogno di un mercato delinquenziale più ampio e che stavano passando dallo stato di "briganti"( cos' li consideravano e trattavano i borboni) allo stadio di "sostenitori del Regno d'Italia" che dava loro maggiori prospettive. In questo coacervo, canceroso e ambiguo, si viene a creare una Santa Alleanza tra i Savoja, che fanno sporcare le mani all'eroe dei due Mondi, i Baroni dei latifondi campani, calabresi, siciliani, stanchi della politica industriale e di sviluppo sociale dei regnanti borbonici, e le mafie organizzate in clan territoriali che iniziano la TRATTATIVA per la spartizione della torta. Ai baroni la terra e le case, ai mafiosi il controllo e lo sfruttamento del territorio, ai Savoja le immense risorse del Sud e l'eliminazione del polo industriale calabro-campano-siculo. Non dobbiamo dimenticare che l'industria al Sud, sotto la dinastia borbonica, oltre ai poli d'eccellenza, costruiva borghi e strutture pubbliche per la cultura e la scienza. Tutto cancellato dai libri di storia per una semplice e tanto mistificata  stretta di mano, forse nemmeno tanto cordiale e  sentita, sappiamo il premio che questi nano-regnanti (nati duchi di una nazione grande quanto la più piccola delle Provincie italiane), appoggiati dal capitale anglo-ebreo che già faceva affari con i mafiosi, diedero all'Eroe dei due Mondi. A Caprera la tomba di Garibaldi è sovrastata da un monolite di granito impossibile da spostare, sarà un caso? E torna un altro tassello dell'intricata rete di costruzione dell'Italia Unita (?) : La Trattativa Stato - Mafia. Ci sono storie che vanno rilette per capire cosa nasconde la VERITA' DI STATO. Cercheremo di trovarle e di raccontarvele. E non vogliamo scordare che in questo guazzabuglio di picche e ripicche dell'epoca iscritta al registro storico come "Risorgimento Italiano" gioca un ruolo determinante la politica degli inglesi e l'espansionismo francese di Napoleone III°, in cui un personaggio ambiguo e subdolo come Camillo Benso di Cavour dipana il suo maneggio autoritario. Emilio Gentile ci ricorda che, secondo la visione inglese della Storia, in Italia il liberalismo è stato poco più di una parola e che tutta la nostra storia è invece impregnata di autoritarismo. La vicenda nazionale da Cavour in avanti è appiattita come sostanziale anticipazione del fascismo.
 
Ugo Arioti

domenica 16 marzo 2014

In Italia la L. 194 non viene applicata equamente e con giustizia - INCHIESTE


Tra le donne in fila nel sotterraneo dell'ospedale

di Laura Pertici

ROMA - All’ospedale San Camillo, a Roma, si comincia ad aspettare all’alba. All’aria aperta. In primavera come in inverno. Sulle scalette esterne che portano giù, in basso, al livello scantinato. Lì, scendendo una lunga rampa di gradini, si trova il Day Hospital-Day Surgery della legge 194. Cioè il reparto aborto. Su quelle scale - in attesa che alle 8 apra la porta a vetri, impacchettata da avvisi ed elenchi di documenti senza i quali è inutile agganciarsi alla fila - ci sono madri con figlie adolescenti. Donne straniere. Donne italiane. Donne ben vestite. Donne con abiti consumati. Donne con i sacchetti di plastica. Donne con le borse firmate. Donne con la cartellina delle analisi. Ragazze diventate donne solo quella mattina. Donne accompagnate da qualche uomo, ogni tanto. Tutti in allerta, tutti pronti a correre verso un numero, distribuito allo sportello. E rientrare così nella lista dei (limitati) casi di giornata. Una ventina.  



Noi facciamo il lavoro sporco”, dice la dottoressa Giovanna Scassellati. Dal 2000 dirige il reparto, centro di riferimento di tutta la Regione Lazio e uno dei maggiori in Italia. I non obiettori “strutturati”, compresa lei, sono in tre. Altri quattro sono gli ambulatoriali, medici giornalieri di supporto alla struttura. Solo sette ginecologi su 21 in forza all’ospedale, più il primario. Tremila interruzioni di gravidanza nell’ultimo anno. Di cui 461 casi trattati farmacologicamente con la RU486, la pillola abortiva arrivata in Italia nell’aprile del 2010. “La 194 – afferma Scassellati – è a rischio da anni, svuotata dall’obiezione di coscienza. Lavoriamo molto più degli altri e facciamo quello che nessuno vuole fare. Che nessuno si prepara a fare. Perché non ci sono studenti delle scuole di specializzazione che vengono a formarsi da noi, nessuna università li manda nella nostra sala operatoria”. Per imparare a muoversi dietro quei tavoli chirurgici su cui ogni donna si stende dopo aver cercato altri pensieri, ferma nella stanzetta, un armadio a doppia anta, due letti in ferro e le coperte spesse di lana. Dopo aver provato a guardare fuori dallo scantinato, oltre l’opaco delle finestre chiuse. Aver sentito i lamenti e i pianti di chi era prima nella lista e poi ha provato a riprendersi in corsia. “Il lavoro pesante – prosegue Scassellati – è sulle interruzioni di gravidanza dopo il novantesimo giorno. Non quelle entro le dodici settimane”. Sull’aborto terapeutico. “Quando una donna, che ha deciso di diventare mamma a 37 o 38 anni, ha una risposta negativa dall’amniocentesi. A quel punto viene lasciata sola. Va fuori di testa. Cerca, girando disperatamente, un posto dove le diano ascolto. E noi magari non possiamo farlo perché siamo troppo pochi”.

 

La bocciatura dell’Europa

Il Consiglio d’Europa sull’aborto boccia l’Italia perché “dato il crescente numero di obiettori di coscienza, vìola i diritti delle donne”? Informa il ministero della Salute che gli aborti sono in continuo calo e che i numeri ci collocano tra le posizioni più basse dei paesi industrializzati. Nel 2012 le Ivg sono state 105.968, il 4,9 per cento in meno rispetto al 2011, e il 54,9 per cento in meno rispetto al 1982. Diminuisce la quota delle ragazze che decidono di fermare la gravidanza, rimane alta (sebbene in discesa) quelle delle donne straniere, ancora una su tre. E – eccoci - crescono sì gli obiettori (più 17 per cento in 30 anni), con una media nazionale del 70 per cento che al centro-sud diventa dell’80. Ma la cifra è congrua – per il ministero – rispetto al numero complessivo degli aborti. Si impone solo una razionalizzazione, una nuova distribuzione del personale all’interno delle strutture sanitarie di ogni regione, per riempire i vuoti, e garantire l’accesso al servizio là dove di fatto è inesistente.

Un problema strutturale

Eppure. A parere della Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194
(Laiga) quella cifra di obiettori nei fatti va ritoccata verso l’alto, arriva per esempio al 90 per cento nel Lazio. E per la dottoressa Scassellati andrebbe regolamentata la stessa obiezione con un tavolo nazionale, “altrimenti solo pochi si trovano a fare un lavoro che taglia le gambe. Non sarà un caso che nessun primario non è obiettore, no?”.
“No”, risponde Silvio Viale. Lui è il radicale (oggi consigliere comunale eletto con il Pd), il ginecologo del Sant’Anna di Torino che per primo parlò nel nostro Paese di RU486. Ha iniziato la sperimentazione della pillola abortiva nel 2005, adesso il 30 per cento di Ivg è farmacologica, nel suo ospedale, un altro polo di primissimo piano. Lì a praticare l’aborto sono in 23 su un totale di 83 ginecologi. Gli interventi lo scorso anno sono stati 3490. “Non bisogna individuare un nemico obiettore ed attaccarlo – assicura Viale - la sinistra fa questo errore da trent’anni. Il problema della 194 è strutturale. Perché permette l’aborto solo nelle realtà pubbliche, quindi unicamente per mano di 4910 medici ginecologi. Che però non organizza. Bisogna invece scegliere un numero di ospedali, dire che in quelle strutture e non ovunque si pratica l’aborto, incentivare chi è disponibile a farlo. Poiché la stragrande maggioranza degli obiettori non è contraria alla 194 ma al peso professionale e sociale che comporta, vista la carica di difficoltà emotiva e di disagio che porta con sé”.
E anche per Alessandra Kustermann, che dirige il Pronto Soccorso Ostetrico e Ginecologico della clinica Mangiagalli di Milano, c’è solo una via d’uscita. Non contingentare il numero degli obiettori di coscienza. “E’ incostituzionale, mi creda”. Ma garantire una organizzazione regionale che preveda il servizio nell’arco di 20 chilometri, con programmi di mobilità per i medici.


 
Da: Repubblica.it

 

I racconti della domenica ( Ugo Arioti)

Icaro che guarda il volo dei gabbiani, ovvero il mancato volo dal ponte di Franco Stella

Il fiume, giù in fondo alla stretta valle coperta di arbusti, ortiche, sommacco e canne, scorreva lento e pingue come un maiale all’ingrasso in un campo di ghiande. Franco Stella, per gli amici del Bar da “Za Agatina a Ballarò” Ciccio Virrina, per via del fatto che quando attaccava a parlare di una persona in bene o in male non la finiva più, con la testa a pendoloni fuori dalla ringhiera del ponte, sognava di volare, ma non riusciva a procurarsi un paio d’ali. L’Oreto, il fiume che stava giù, non lo calcolava nemmeno, si insinuava tra le sue antiche pietre e qualche sacchetto di plastica ricco di spazzatura annoiato come sempre per la sua eterna condanna al ciclo terra cielo terra. Secondo voi un fiume ha una sua intelligenza? Mah?!? Mentre scorreva, lemme lemme la scena del film del suicidio, prestamente, poi, abortito per una pisciarella che aveva colto in pieno Ciccio e gli aveva fatto sbrodolare i pantaloni, circolavano, nella mente dell’aspirante Icaro senza ali, mille pensieri esistenziali. Chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo?! Poi, improvvisamente e senza un preciso gesto pensato, mise una gamba fuori dal parapetto e gli attraversò la schiena un brivido freddo, ghiacciato! Pensate aveva allungato tutte e due le mani fuori dalla ringhiera del ponte. Il Ponte Corleone è molto, molto alto, fa paura! Le auto passavano veloci e qualcuno gettava lo sguardo verso quell’uomo sul ciglio del baratro. Uno gli gridò di sbrigarsi altrimenti col buio non avrebbe visto il luogo dell’atterraggio! Un altro lo apostrofò con “ Idiota devi saltare … chi non salta è un imbecille è …” Insomma, una varia e molto raffinata costellazione di umani che  lo incitavano a dare il via allo spettacolo senza se e senza ma! Qualcuno scattava una foto al volo. Finalmente una anziana signora fermò la macchina e, come succede in questi casi disperati, lo stop di uno è il segnale per tutti i curiosi e i volontari del “Bene” che non possono perdere l’occasione! Una lunga fila di auto, qualcuno anche in doppia fila e tanta gente che correva verso il nostro Icaro senza ali per dire la sua; sembravano api che vanno a caccia del nettare e che puntano tutte su un unico fiore: Ciccio Virrina! Anche il fiume si fece più silenzioso per ascoltare meglio quello che stava succedendo sopra di lui o per capire se un altro, l’ennesimo, cadavere avesse portato tanta gente in divisa e con i guanti tra i suoi canneti e i suoi depositi abusivi di munnizza per fare foto prendere pezzi del cadavere e misure. E Ciccio? Il nostro aspirante suicida se l’era fatta letteralmente addosso e sudava freddo perché una delle barre di ferro della ringhiera del ponte, dove aveva appoggiato il piede per salire forse per i “mille” anni di incuria e mancata manutenzione che la avevano logorato cedette inaspettatamente  sotto i piedi del malcapitato e Ciccio rimase appeso alla ringhiera, la parte superiore, con le ascelle, mentre i piedi ora gli penzolavano oscillando come la pendola di un cucù! Insomma era mancato poco, tanto poco al decollo, ma le braccia tese verso fuori si erano, istintivamente, riportate verso i fianchi agganciando il passamano superiore della ringhiera proprio mentre il tubo inferiore, cedendo improvvisamente, cadeva nel vuoto. La Signora si era fermata a un passo da lui e strillava verso quelle api desiderose di prendere il nettare franchicaresco e portarlo all’alveare! “Prendetelo, prendetelo” starnazzava la vecchia. Quattro giovinastri lo afferrarono e lo tirarono verso la salvezza con tale violenza da fargli male. Gli volò fuori dal parapetto una scarpa. Fu steso per terra e piantonato come fosse un ladro colto in fragrante. Uno che aveva afferrato, uscendo dalla sua vettura, una bottiglia d’acqua gli e la infilò in bocca per farlo bere, stava annegando quasi! Ciccio ora era spaventato dal clamore che il suo gesto aveva procurato! “Sbottonategli la camicia, fatelo respirare” continuava la donna, come fosse la caposala dell’operatoria! Un altro gridò verso la calca di curiosi “ Chiamate un ambulanza. Non possiamo lasciarlo qui …” L’uomo dell’acqua gli stappò la bottiglia dalla bocca  e lo guardò amorevolmente facendogli per primo la domanda che pendeva dalle labbra di tutti: Perché ti volevi buttare giù?

Ecco, perché si voleva gettare dal ponte Corleone quella mattina, la prima domenica di maggio, Franco Stella? Cosa o chi lo avevano portato a tentare quel gesto estremo? Una storia d’amore finita male? La disperata ricerca di un onesto lavoro senza esito positivo? Una cartella esattoriale vessatoria e assurda? Qualsiasi cosa o persona lo avesse spinto a questo gesto gravissimo una cosa è certa: Ciccio non si era preparato bene. Si, voglio dire che non è così che uno si suicida. E no! Non ci sono più i suicidi d’una volta, quando si scriveva prima una lettera e poi si andava in un posto dove nemmeno un cane sarebbe potuto passare per un ultimo addio alla vita. No, non si fa così. Ciccio Virrina autodidatta aspirante al sacrificio finale 4 meno meno in suicidologia!   

Il capannello degli attori spettatori del tentativo di volo senza elastico dal Ponte Corleone aumentavano iperbolicamente e arrivavano ora a bloccare quasi del tutto la carreggiata. Tutti cercavano di penetrare fino al giaciglio del pover uomo, che si voleva buttare dal ponte perché la sua donna lo aveva lasciato o perché non voleva dire a sua moglie che aveva perso il lavoro o per chissà quale altra tragedia. Volevano anche solo dirgli una parola o stringergli la mano o semplicemente toccarlo( per qualcuno, pare,  porti fortuna!). A Ciccio venne la confusione! Tutti quei visi sconosciuti che lo osservavano come fosse un animale raro ferito. Finalmente arrivò l’ambulanza e vennero a prelevarlo, con la lettiga e il medico che pareva un ragazzino poco più che ventenne, sbarbato e leccato con la testa piena di gel. La folla si aprì intorno a loro e tutti volevano spiegare quello che era successo mentre una ragazza in tuta blu raccoglieva informazioni. Lo trascinarono via, la sirena cominciò la sua musica e l’autista dell’ambulanza riuscì a trovare un varco per tornare verso l’ospedale civico. La gran parte degli astanti si dileguò rientrando nelle proprie vetture e togliendo l’ancora, restarono solo la vecchia e i primi quattro soccorritori per un altro po di tempo a parlare della storia, forse per metterla bene a memoria e per poterla raccontare agli amici. Franco era talmente spaventato che non gli usciva nemmeno una parola. Per uno scherzo del destino era più impaurito adesso che prima, quando la barra della ringhiera si era staccata dal parapetto del ponte ed era volata giù. < Mi dica il suo nome> gli ripeteva la dama in blu. Alla fine, con un fil di voce strabuzzando gli occhi, la donna era giovane e procace, le rispose:< Mi chiamo Franco. Franco Stella e abito a Piazzetta del Carmine .. dieci .. a Ballarò> < Finalmente!> esclamò lei. < signor Franco perché si voleva ammazzare?> lo incalzò diretta e spregiudicata( che si fa così?). < Chi io?> < No, Signor Franco, quello che passava. Avanti si apra e non sia reticente siamo qui per aiutarla.> < A me?> < Ha bevuto?> < Si, una bottiglia di vino con gli amici del bar!> < Ecco> disse allora il medico< Come pensavo ha bevuto e poi …> La femmina che sembrava Diana con arco e frecce lanciò uno sguardo freddo e disgustato al dottorino. Poi rivolgendosi a Ciccio gli chiese di raccontare la sua storia dei fatti di quella mattinata domenicale di maggio dal bar con gli amici in poi, naturalmente i fatti salienti. Ma Ciccio non ricordava null’altro che quella vecchia che strillava “ Prendetelo, prendetelo” e la confusione che si era sviluppata intorno a lui e la ferita al piede che gli avevano procurato strattonandolo per sganciarlo, per così dire, dalla ringhiera del ponte. Come era arrivato al ponte Corleone e quello che era successo al bar dopo il brindisi per la vittoria del Palermo, proprio non lo ricordava. Niente era un tratto della sua vita scomparso ne nulla, forse caduto nel fiume Oreto!? < Ancora non mi ha detto perché voleva buttarsi giù.> Disse secca e precisa l’infermiera. Franco la guardò con stupore. < Signora, io non ho mai voluto buttarmi giù dal ponte! Vuole scherzare?> < Allora da cosa lo hanno salvato?> < Ma c’è un equivoco … no. Stavo guardando alcuni uccelli che volavano sopra il fiume Oreto e per un attimo …> < Voleva fare come loro!> < No, ma che dice, no. Ho messo il piede sulla prima barra di sotto del parapetto, questa non so come si è rotta e mi è scivolato il piede, ma ero appeso al passamano, poi lo spazio non c’era per cadere di sotto, no. Ma chi le ha detto che volevo …?> < Tutti quelli che lo hanno visto e per umanità si sono fermati e lo hanno tirato via dalla ringhiera. Tutti.> < Non è così. Le giuro. Ma sta scherzando io … no. Mi vengono i brividi solo a pensarci.> < Ha perso una scarpa> lo incalzò e il medico < le è caduta giù?> < Si, quando mi hanno violentemente tirato e mi hanno anche procurato questa ferita al piede!> < Quindi lei non voleva suicidarsi?> < Sta scherzando? No, mai e se vuole posso anche sottoscriverlo.> rispose alzando il tono della voce Ciccio. La donna busso sulla paretina della cabina di guida. < Dimmi Grazia> le replicò  il conducente. < Ferma un attimo> < Firmi qua> ingiunse al nostro novello Icaro mancato. < Cosa?> < Che lei si è ferito scivolando sul marciapiede del ponte Corleone.> < Firmo qua?> < Si> < E ora?> < Ora la lasciamo prima del Civico, lei torna a casa e si fa un bel riposino, ok?> Il medico allora : < Ma non possiamo lasciarlo andare via. Se torna al ponte e si butta giù?>  L’infermiera guardò con compassione il dottorino e con femminea saetta Ciccio. < Lei vuole suicidarsi?> < Ancora con sto suicidio? Io mi sono pisciato addosso per la paura quando ha ceduto la barra dove appoggiavo i piedi. Per carità> < Io non sono d’accordo!> esclamò in un rigurgitò d’autorità il giovin medico. < Ecco e allora firmi qua, dottor Licitra!> gli ordinò la donna e lui firmò. < Si metta seduto Lei, la ferita al piede era solo un graffio. Le abbiamo messo un cerotto disinfettante. Cerchi di andare a casa e dormirci su e non si faccia più venire in testa di osservare i gabbiani dal Ponte Corleone. Sono stata chiara?> < Chiarissima!> Poi rivolta all’autista : <Fermati prima del Pronto Soccorso che il signore scende e andiamo in Via Oreto altezza Via Palermo.>
dalle "Cronache del nulla" di Ugo Arioti
  

giovedì 13 marzo 2014

AUGURI FRANCESCO


Buon primo anno Francesco
 

Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, è ad Ariccia, nella Casa del Divin Maestro, dove si trova per gli esercizi spirituali della Quaresima con i cardinali e i vescovi di Curia. Lì, nella Casa dei Paolini, raccolto in preghiera per un Mondo che sta perdendo in umanità e sta attraversando un periodo triste, costellato da troppe guerre fratricide e barbarie che rischiano di far deflagrare il sistema di convivenza e riaprire la grande ferita della guerra fredda. In un Mondo fatto di apparenze, poteri occulti e tanta corruzione, papa Francesco si è presentato come il patrono d’Italia, in punta di piedi, ma deciso a cambiare il sistema. Con la sua semplicità e la sua cordialità, ma, allo stesso tempo, con la sua fermezza contro il malaffare e l’ingordigia degli uomini, ci ha conquistato. Per tutti è uno di noi, uno di famiglia un padre a cui chiedere senza paura. Grazie Francesco, grazie per quello che ci hai mostrato e per quello che fai ogni giorno con l’umiltà e il coraggio che solo una fede sincera può avere. Grazie per non esserti dimenticato degli ultimi, degli emarginati, dei divorziati, degli omosessuali, di tutti noi che in questo giorno preghiamo il Signore perché ti dia la forza di andare avanti per la strada che hai aperto dentro e fuori dei nostri cuori.
Con affetto filiale, noi tutti, ti abbracciamo Francesco e ci
stringiamo a te.

mercoledì 12 marzo 2014

Taccuino storico: Le industrie nell'Italia unita (1861)


Durante il Regno delle Due Sicilie, si inaugurò una politica industriale, che, nonostante alcuni limiti, portò all'origine dei primi opifici moderni della penisola e apportò notevoli mutamenti sul tessuto sociale del Mezzogiorno, tanto che il numero degli occupati nel settore industriale del regno delle Due Sicilie ( Borboni) era maggiore del 7% rispetto alle altre aree del nascente Regno d’Italia ( Savoia). Parimenti, se dopo l’Unità, si formerà il triangolo industriale Milano – Torino- Genova, prima del 1861, le tre regioni con la più alta percentuale di addetti occupati nel settore industriale erano Calabria, Campania e Sicilia. Da ricordare, ancora, che i primi opifici industriali, in Italia nascono proprio nel Regno delle Due Sicilie.

G. S.
L'industria del vino nasce sotto Ferdinando I° di Borbone in Sicilia - La cantina borbonica a Partinico (PA)

Questa straordinaria costruzione, unica in Sicilia per tipologia e caratteristiche, si trova alla periferia del paese, lungo la strada per Sancipirello. Profugo da Napoli a Palermo, Ferdinando I, re delle Due Sicilie, dopo avere acquistato le terre e una casina da Francesco del Castillo, Marchese della Gran Montagna, nel 1800 incaricò il Cavaliere
Felice Lioj, Intendente della Real Commenda, di acquistare le terre di contrada Crocifisso, del Capo dell'Acqua o Cuba e della Montagna di Cesarò, che costituiranno il cosiddetto "Real Podere di Partinico", esteso ben 80 salme.  Nel 1802 fece costruire la cantina in contrada Crocifisso, sotto la direzione dell'architetto regio Carlo Chenché con la collaborazione del partinicese Giuseppe Patti. Sorta come "Incantina di vino, liquori ed olii" con annesso "fondaco bettola e locanda", costituiva il centro di raccolta e di vendita dei prodotti dell'Azienda reale.

martedì 11 marzo 2014

Palermo candidata Unesco tra splendore e degrado


Palermo candidata Unesco tra splendore e degrado
La storia passa sempre, almeno nel bacino euro Mediterraneo, dalla Sicilia che i normanni fecero Regno al pari di un impero e che fu il primo Stato moderno dell'Europa con un Parlamento.


 
Arriva il primo "sì" da Parigi alla candidatura di Palermo bizantina e arabo normanna e dei duomi di Monreale e Cefalù per l'iscrizione al patrimonio storico-artistico dell'Umanità per il 2015. Un percorso straordinario e suggestivo ma anche una sfida notevole per la città di Palermo, che potrebbe rischiare la bocciatura a causa dell'incuria e del degrado in cui versano questi siti importantissimi siti.

News – red secem

domenica 9 marzo 2014

maschere di ieri e di oggi nel grembo delle Grande Madre Sicilia



Le prime notizie storiche certe sul Carnevale siciliano risalgono al 1600 e riguardano la città di Palermo e, col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano. Ma bisogna dire che già dalla metà del XVI Secolo un personaggio non scritto in copioni teatrali, ma partecipato e visto nelle pubbliche piazze della capitale del regno delle due Sicilie è Peppe Nappa. "Peppe Nappa è la più antica maschera siciliana e una delle più antiche tra quelle italiane. Come Pulcinella e Arlecchino, essa deriva dalle tipizzazioni delle maschere del teatro comico romano e si afferma, intorno alla metà del XVI Secolo, con la nascita, in Italia, della Commedia dell'arte che a Palermo ha assunto la forma della “Vastasata”, e a Catania quella del “Cu nesci parra”. Il suo antenato diretto è il “Zanni”(nome che, in dialetto bergamasco sta per “Giovanni”), prima maschera dialettale italiana che rappresenta il servo tonto e scroccone. Anche Peppe Nappa è un servo sciocco, regolarmente picchiato per ogni guaio che combina. Il soprannome “Nappa” contribuisce a caratterizzare il soggetto, associandolo all'elemento simbolo della miseria che è rappresentato, nell'immaginario collettivo, dalle “pezze” su abiti laceri. I suoi abiti, infatti, sono poveri, anche se non hanno toppe. Concetta Greco Lanza, in una introduzione al libro “Farse di Peppe Nappa” di Alfredo Danese (Edizioni Greco- Catania), ce lo descrive così: “È pigro e spesso compare in scena sbadigliando e di contro sa essere agilissimo e accenna a caso, passi di danza. Non porta maschera, non s'infarina, ha il volto raso e sottili sopracciglia; ha molti punti di contatto con la maschera francese di Pierrot, ma ne differisce nell'abito; infatti indossa una corta giacchettina azzurra con grandi bottoni, calzoni lunghi fino alla caviglia, ha sul capo un cappello dalle falde rialzate sopra una stretta calotta piana, scarpe bianche con fibbie, maniche lunghissime, fascia al collo.”.  Le guerre, le malattie, la condizione sociale allora divennero un grande contenitore dal quale attingere le caratterizzazioni del Teatro dell’Arte fatto in strada e partecipato da tutti. Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei "Jardinara" (giardinieri) e dei "Varca" note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei "briganti" e quella del "cavallacciu" note soprattutto nel catanese. Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei "Dutturi", dei "Baruni" e degli "Abbati". Si può citare, ancora, la vecchia maschera della "Vecchia di li fusa" presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l'uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale. Sempre in prossimità della città di Modica - Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei " 'Nzunzieddu", cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa. Oggi un’altra maschera è comparsa nel teatro dei mercati antichi tra splendide montagnole di olive e affabulanti odori di timballetti di pasta al forno, sfincioni (scarsi d’olio e pieni di polvere), e roboanti ufo pieni di spazzatura: il “Rivolusionario”! In fondo la Sicilia gattopardesca dove Manfredi affronta il famoso “muro di gomma” per ricadere nel dejàvù è sempre presente a se stessa e partorisce in continuazione maschere grottesche! È l’animo del genius loci, Re Palermo!
Zaratustra

giovedì 6 marzo 2014

E' morto a Catania Manlio Sgalambro


 
Manlio Sgalambro rivendicava con orgoglio di essere giunto alla maturità dopo «una sconfinata giovinezza» e con un percorso lontano dal mondo accademico. Non solo. Quando si iscrisse all'università, con grande saggezza, non lo fece a filosofia «perchè - spiegava in un'intervista con grande senso critico - la coltivavo già autonomamente. Mi piaceva il diritto penale e per questo scelsi la facoltà di Giurisprudenza». Insomma per questo autore, morto oggi a Catania a 89 anni, amante della cultura irrazionale e vicino, nello spirito e nella scrittura, a Cioran come a Friedrich Nietzsche, non ci sono percorsi didattici tradizionali, la cultura e il sapere sono tutti nella vita, nelle sue pieghe, dentro la propria personale esperienza. Nato a Lentini il 9 dicembre 1924, nonostante questa idiosincrasia verso la cultura istituzionale, Sgalambro diventa, quasi contro al sua stessa volontà, filosofo, scrittore, poeta, paroliere e cantautore grazie all'incontro con Franco Battiato. Teorico della centralità del pensiero, dell'impegno morale, che è per l'uomo l'unica bussola nei mari burrascosi della contemporaneità, Sgalambro rifiuta le soluzioni preconfezionate della filosofia e indaga gli spazi dell'intelletto esplorando le contaminazioni dell'anima razionale. Insomma colloca il suo pensiero nelle nicchie del disincanto nichilistico, affidando le sue incerte e disincantate 'verita« agli aforismi. Nel 1959 pubblica il saggio 'Crepuscolo e nottè sul periodico culturale 'Incidenzè fondato da Antonio Corsano. Diventa poi collaboratore di Tempo presente di Ignazio Silone e Nicola Chiaramonte. Negli anni Sessanta cominciano per lui le difficoltà economiche. L'agrumeto di famiglia, ereditato alla morte del padre, non gli basta più. A maggior ragione dal 1963, anno in cui si sposa all'età di 39 anni. Si adatta così a fare un pò di tutto, anche il cameriere. Poi comincia a compilare tesi di laurea e insegna come supplente nelle scuole. Sgalambro esordisce come scrittore molto tardi, nel 1982, a 55 anni, con 'La morte del solè. Arrivano poi molti altri volumi, fra i quali 'Trattato dell'empieta», 'Del pensare brevè, 'Dell'indifferenza in materia di societa«, 'La consolazionè, 'Trattato dell'eta», 'De mundo pessimo e altrì. L'ultimo è 'Variazioni e capricci moralì, pubblicato nel 2013. Nel 1994 inizia la sua ventennale collaborazione con Franco Battiato che gli dà quella popolarità a cui non era certo abituato. Per lui scrive libretti d'opera, testi di canzoni (tra cui le parole stupende de La cura) e sceneggiature per film. Tra gli album firmati insieme, L'ombrello e la macchina da cucire, L'imboscata, Gommalacca, Ferro battuto, Dieci stratagemmi, Il vuoto, Inneres auge, Apriti sesamo. E poi libretti d'opera come Il cavaliere dell'intelletto, Socrate impazzito, Gli Schopenhauer e Telesio e per il balletto Campi magnetici. sul fronte sceneggiature suoi tre film firmati da Battiato: 'Perduto amor', 'Misikanten' e 'Niente è come sembrà.  Nel segno della più totale ecletticità, nel 2001 Sgalambro ha anche inciso un album, 'Fun club', prodotto dallo stesso Battiato e da Saro Cosentino.  Questa una sua frase che è anche un pò la summa del suo pensiero: «Perchè mi ostino a definirmi 'filosofò benchè nè i filosofi mi vogliono nè io voglio loro? Perchè in questa disciplina, nella sua venerata regola, entrai fanciullo e mai venne meno la mia fedeltà. Per più di cinquant'anni l'ho studiata non distratto da altro. Ne ho carpito segreti e reticenze, ho visto esaltazioni e declini, eccessi e dimenticanze. Filosofi sull'altare e poi scagliati giù. Ho assistito al loro regno, e al dominio delle loro idee, e l'ho studiato più che quello di duci e condottieri. Ho avuto amori duraturi, ho imitato modelli (ma come si può imitare l'Idea, ahimè). Sono invecchiato lì dentro. Di essa conosco tre o quattro cose meglio dei miei contemporanei. Non ho altro da aggiungere».