mercoledì 14 gennaio 2015

Cavour, Padre della patria, nell'analisi di Antonio Ciano


La notte del 18 ottobre del 1853 una moltitudine di popolo si affollò sotto la casa del Conte Camillo Benso di Cavour. Quei cittadini non volevano inneggiare al loro primo ministro, volevano solo dimostrare la loro rabbia nei confronti di uno speculatore. Cosa era successo? In quell’anno i raccolti di grano erano stati scarsissimi in tutta Italia, persino nel Regno delle Due Sicilie, di solito super produttore di tale primaria fonte di nutrimento. Ma, mentre Ferdinando II di Borbone, per calmierare i prezzi ed evitare rivolte e speculazioni, ne faceva acquistare subito grandi quantità all’estero, in Piemonte, governato dal primo ministro massone, le cose andarono diversamente. Il liberalissimo ed osannato ministro piemontese approfittò subito della carestia, fece incetta di grano a fini speculativi, riempì i granai personali anziché far sfamare i poveri. La folla inferocita, fra grida e vituperi, mandò in frantumi i vetri delle finestre della villa superprotetta del ministro speculatore che diede ordine alla forza pubblica di sparare sulla folla. Molti popolani morirono, altri furono incarcerati. Quella notte Cavour, oltre che speculatore, divenne anche assassino. Il giornale l’Indipendente ammonì il primo ministro ad aprire i suoi granai per far sfamare i poveri torinesi che lo accusavano di incetta immorale e contro legge. Il giornale fu denunciato per diffamazione e difeso dall’avvocato liberale Brofferio della Bigongia. Questi confutò davanti alla Corte le accuse dimostrando che il Cavour aveva ammassato grani, in violazione della legge. Dalla difesa fu esibito anche un atto notarile attestante la partecipazione del primo ministro al 90% delle azioni della Società Mulini di Collegno, il cui presidente, fu dimostrato, era il Cavour stesso. La magistratura era a quel tempo completamente asservita al potere politico in Piemonte e nonostante ciò gli imputati furono assolti. Angelo Brofferio così commenta la sentenza su “La Voce” del 24 novembre del 1853:<<... il conte di Cavour è magazziniere di grano e farina, contro il precetto della moralità e della legge- e che- sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, i telegrafisti, e gli speculatori sulla pubblica sostanza, mentre geme, soffre e piange l’università dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte- e che- il sangue innocente sparso dal conte di Cavour nella capitale dello Stato senza aggressione, senza resistenza, per una semplice dimostrazione che potevasi prevenire, fu atto barbaro e criminoso...”
L’Indipendente fu assolto ma i morti rimasero sul selciato. Alla sua morte, ci fa sapere il De Sivo, l’onesto Cavour “...con la sua morale si fece quattordici milioni, raspati in pochi anni; e fu chi stampò quaranta...” (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Vol. II, pag. 420). 
Sia Cavour che Garibaldi, nella storiografia italiana, si dividono, forse, in egual misura la popolarità d’essere considerati tra i grandi padri della Patria. Così ha decretato l’intelighentia massonica. 



Antonio Ciano.

 

lunedì 12 gennaio 2015

Il Sultano e San Francesco


Nella frenesia e nel terrore degli accadimenti sventola la bandiera dell'Occidente contro l'Islam e contro tutti quelli che non sono allineati e coperti con la posizione ufficiale delle multinazionali finanziarie che gestiscono il mondo. Oriana Fallaci fu l'interprete di un muro copntro muro che ci sta facendo rotolare verso una terza guerra mondiale dalla quale nessuno sa come ne uscirà la terra e l'umanità. Questo mi spinge a rileggere la risposta che diede terzani alla fallaci.

leggETELO PERCHÈ FORSE IL PRECIPIZIO È PIÙ VICINO DI QUANTO NESSUNO VUOLE CREDERE.


Ugo Arioti


7 OTTOBRE 2001. LETTERA DA FIRENZE

Il Sultano e San Francesco

Non possiamo rinunciare alla speranza

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle «Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell' immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall' America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l' impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche - e pubblicamente per questo - per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana - la ragione; il meglio del cuore - la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all' indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell' umanità, un' opera che sembra essere ancora di un' inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L' orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell' odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l' uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell' anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l' uomo non si metterà di sua volontà all' ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c' è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d' aver davanti prima dell' 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all' inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza - ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un' altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice - Stati Uniti in testa - d' impegnarsi solennemente con tutta l' umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale - di per sé un' arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l' orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L' arte di non essere governati: l' etica politica da Socrate a Mozart). L' autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all' Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all' uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino - un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all' esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell' uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po' di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull' isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l' Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell' innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli - fortunatamente - sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l' ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c' è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell' evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L' attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l' atto di «una guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell' Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. «Gli assassini suicidi dell' 11 settembre non hanno attaccato l' America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri - l' ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l' anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr) ha del profetico - si tratterebbe appunto di un ennesimo «contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell' Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l' elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il «contraccolpo» dell' attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall' installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l' Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell' Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l' analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c' è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L' occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d' anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d' essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l' Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche - tutti lo sanno - sono fra i petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull' Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d' essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell' Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l' India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall' Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell' oleodotto attraverso l' Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l' imminente attacco contro l' Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell' America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell' industria petrolifera con quelli dell' industria bellica - combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington - finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all' interno del paese, in ragione dell' emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l' America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l' aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l' allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L' aver diviso il mondo in maniera - mi pare - «talebana», fra «quelli che stanno con noi e quelli contro di noi», crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l' America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo attacco, Oriana - anche a colpi di sputo - alle «cicale» ed agli intellettuali «del dubbio» va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l' aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d' aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell' establishment mediatico, c' è stata una disperante corsa alla ortodossia. È come se l' America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell' America che per due volte ci ha salvato. Ma non c' era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam? Per i politici - me ne rendo conto - è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l' angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l' Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l' arabo, oltre ai tanti che già studiano l' inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l' assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c' era ancora la Cnn - era il 1219 - perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell' incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all' accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l' uno disse all' altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d' accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all' orrore dell' olocausto atomico pose una bella domanda: «La sindrome da fine del mondo, l' alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l' uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che cosa spinge l' uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l' evoluzione psichica dell' uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell' odio e della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c' era da sperare: l' influsso di due fattori - un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all' umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto». Per difendersi, Oriana, non c' è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c' è bisogno d' ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M' è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell' acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell' incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni dall' India agli americani, ovviamente a mo' di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell' esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L' immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell' Afghanistan, ordina l' attacco alle Torri Gemelle; è l' ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l' uomo d' affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell' essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del capitalismo», diceva il cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c' era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po' più di moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l' ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L' interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l' utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i «lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l' etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell' Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s' è «globalizzata», perché non ha resistito all' assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch' io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch' io ritirato, in una sorta di baita nell' Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d' erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. BIOGRAFIA DI UN INVIATO DA FIRENZE ALL' ASIA Tiziano Terzani (nella foto) è nato a Firenze nel 1938, scrive sul «Corriere» dal ' 71. Prima di arrivare al giornalismo, ha confessato Terzani, «le avevo provate tutte: avvocato, università, manager all' Olivetti. Ma dovevo seguire la mia vocazione». Terzani ha viaggiato in tutta l' Asia. E' vissuto a Singapore, Hong Kong, Pechino, Tokio, Bangkok. Dal 1994 si è stabilito in India con la moglie, Angela Staude, scrittrice, e i loro due figli I LIBRI Terzani ha pubblicato «Pelle di leopardo» (1973), dedicato alla guerra in Vietnam. Nel 1975 è uno dei pochi giornalisti che resta a Saigon per assistere alla presa di potere da parte dei comunisti. Da questa esperienza nasce «Giai Phong! La liberazione di Saigon» (1976). Fra i primi corrispondenti a tornare a Phnom Penh dopo l' intervento vietnamita in Cambogia, racconta il suo viaggio in «Holocaust in Kambodscha» (1981). Tra gli altri libri ricordiamo: «Buonanotte, Signor Lenin» (1992); «Un indovino mi disse» (1995); «In Asia» (1998) SU INTERNET Digitando l' indirizzo www.tizianoterzani.com si può visitare il sito del «Tiziano Terzani Fan Club» dedicato allo scrittore-giornalista LA RABBIA E L' ORGOGLIO IL RITORNO DI ORIANA La «Lettera da Firenze» di Tiziano Terzani è una risposta alla «Lettera da New York» di Oriana Fallaci (nella foto), pubblicata dal «Corriere della Sera», sabato 29 settembre, con il titolo «La Rabbia e l' Orgoglio». Un intervento, quello della Fallaci, che ha rotto un silenzio durato oltre dieci anni (l' ultimo reportage risaliva alla Guerra del Golfo). E che ha scatenato, com' era prevedibile, dibatti e discussioni in tutto il mondo ALL' ESTERO L' articolo di Oriana Fallaci è stato acquistato negli Stati Uniti, in Europa, in America Latina e numerosi altri Paesi UN LIBRO DA RIZZOLI Il pamphlet di Oriana Fallaci, «La Rabbia e l' Orgoglio» si trasformerà presto in un libro. Sarà pubblicato dalla Rizzoli www.corriere.it Sul sito del «Corriere» il testo integrale della «Lettera da New York» di Oriana Fallaci, la risposta di Dacia Maraini, pubblicata il 5 ottobre, «La bandiera italiana» di Sergio Romano, apparso ieri sul «Corriere della Sera», da oggi l' articolo di Terzani, e il forum con i commenti dei lettori
Terzani Tiziano

giovedì 8 gennaio 2015

W CHARLIE, ANCHE NOI SIAMO CHARLIE!


W CHARLIE, ANCHE NOI SIAMO CHARLIE!

 
 
Dove è lo scontro? Dove duellano due Mondi, due Culture, due interpretazioni differenti della vita? Il confine della vigliacca azione dozzinale, fatta da quattro scalzacani attrezzati con kalashnikov e strumenti di morte contro gente inerme che lotta con la sola arma della satira le alterazioni genetiche delle società del benessere, pirati senza nessun credo che si atteggiano a valorosi condottieri di un Dio minore, non è un limite, ma una fossa comune delle voluttà e del delirio di onnipotenza che è la peggiore droga dell’uomo. Chiunque può entrare in un supermercato, in una scuola, in un giornale, in un luogo pubblico e ammazzare, la sua unica bandiera è quella dell’assassino, dell’utile idiota del sistema. La morte genera mostri peggiori di quelli che sono stati evocati dalle vignette satiriche o dagli editti dell’Isis. Certo a questo ha portato un miope e assurdo comportamento dell’Occidente capitalistico che ha creato lui i mostri per controllare la Terra e poi se li è visti scappare di mano. Certo, quando un agente di polizia, bianco o nero che sia, spara a un bambino che gioca, uccide prima che ci sia un giusto processo, quando una Nazione che si dice patria della Democrazia è invece il covo del razzismo e dell’oppressione e, ancora oggi, applica, arrogandosi un diritto, che solo il Creatore ha nell’Universo che conosciamo, di uccidere un essere umano, condannandolo a morte, non viviamo nel caos? No. Questi fatti potrebbero rafforzare gli anticorpi degli oppressi, certo, ma non è così. Perché anche questi quattro imbecilli sono come killer della mafia mandati ad uccidere senza criterio o ragione, ma solo per soldi o peggio per ignoranza. Ergo, non vanno trattati da eroi di un'altra religione, ma solo da assassini, con l’aggravante dell’ignoranza. Ora verranno a dirvi che limitare le libertà personali è per la sicurezza e l’incolumità, che dopo l’11 settembre, ora c’è, per l’Europa, il 7 gennaio... Ma chi lo dice è lo stesso che ha armato la mano degli assassini. Alla fine vedrete che difenderanno le banche e non i mercati popolari, i palazzi del Potere piuttosto che le scuole o i teatri o gli stadi, dove vanno soltanto i teppisti. Questo succede e succederà ancora, ma resta un fatto, importantissimo, per ogni uomo di buona volontà: La libertà, l’eguaglianza e la fratellanza. Ecco perché quei poveri disgraziati che hanno sparato su gente inerme, inconsapevolmente sono diventati anche loro CHARLIE! Schegge impazzite in rotta di collisione con qualsiasi cosa o vita, ma fratelli, eguali e liberi solo in CHARLIE!

W CHARLIE, ANCHE NOI SIAMO CHARLIE!

Ugo Arioti

lunedì 5 gennaio 2015

In morte di Pino - Pino for ever

 
 
Come si fa a parlare di un fratello che muore, di un coetaneo, di un amico tanto vicino come Pino? Ho i brividi e non è retorica. Pino Daniele, il nero napoletano, l'uomo in blues, il contaminato e contaminatore, il figlio, il padre il consigliere umile e sincero! Come si fa? No, scusatemi, sarò e voglio essere, in questo caso, lasciatemelo fare, di parte e sono "arrabbiato" con la morte che ci ha tolto l'uomo, ma non ci ammazzerà mai, finché saremo pronti a testimoniarlo la sua MUSICA. La Musica non muore è il metro dell'Universo e la Donna in nero con la Falce non potrà mai niente su di lei. Pino, Napule è a voce de creature che sagghie chiano chiano e tu sai ca nun si sulu.... Ma poi quanno chiove l'acqua  s'enfonne e va tanto l'aria sa da cagnà....na tazzulòella e cafè, sotto o balcone .....
 
E lontana se ne va a vita accussì ...........
 
Pino sei stato e sarai sempre la voce della nostra generazione, Pino for ever!
 
 

venerdì 2 gennaio 2015

Buon 2015 a tutti


Cari amici, siamo arrivati al quarto anno di attività del nostro blog della scuola di ecologia culturale. Siamo lieti di aver sfondato in tre anni il muro dei 51000 visitatori, cosa che per noi, artigiani del blog e non professionisti, rappresenta un grande risultato. Ci seguite anche attraverso i social network e soprattutto nel gruppo e nella pagina che quest'anno abbiamo realizzato della scuola di ecologia culturale euro mediterranea! Grazie!
Siamo una piccola voce nel coro, ma cerchiamo di esserci e di rappresentare la società italiana e mondiale per quello che è e non per quello che i Midia più potenti e più diffusi vogliono raccontarci. ECOLOGIA CULTURALE è un progetto che realizza punti di contatto tra diversi sistemi e professioni di fede e di pensiero. Il nostro motto resta sempre quello: " Troviamo quello che ci unisce e realizzeremo un Mondo di Uomini liberi, capaci di esprimersi al meglio delle loro potenzialità"!
Ecco perché, anche quest'anno, in perfetta unità abbiamo scelto un tema che è utile a questo tipo di ricerca. Il tema di quest'anno, diversamente dagli argomenti sin qui intrapresi dal 2012 è quello delle REGOLE DI CONVIVENZA SOCIALE. Certamente arduo, ma in questo momento delicato e di trapasso da una società capitalistica basata sull'economia della PRODUZIONE ad un sistema di capitalismo FINANZIARIO che elimina la classe media e sviluppa veri e propri POTENTATI basati sull'informazione direzionale della FINANZA FORTE, riteniamo siano da ricostruire le griglie della protezione sociale e dello sviluppo equilibrato.
I capitali immensi, accumulati dalle multinazionali, ora sono destinati a bruciare il tessuto economico produttivo reale sull'altare di un gioco FINANZIARIO che passerà sulle nostre teste e sul territorio creando MISERIA e devastazione. Noi ne vogliamo parlare e ne parleremo sino a quando ci sarà concesso con lo stesso fervore e la stessa passione di sempre, tenendo sempre alta la bandiera dell'ECOLOGIA CULTURALE.
 
Ugo Arioti e Daniela La Brocca

venerdì 26 dicembre 2014

IRONIA e LIBERTA' nello spettacolo di Pippo Montedoro a Caltavuturo il 29 dicembre

Per trascorrere un brandello di tempo all'insegna della sana ironia ti aspetto all'Alter Ego di Caltavuturo lunedì 29 dicembre ore 18,30 in compagnia di Pippo, Gandolfo, Giuditta, Maria Rita, Luca ed Oreste A cura di CESFA AGORA'


martedì 23 dicembre 2014

Liberté, Égalité, Fraternité e buon Natale 2014

Liberté, Égalité, Fraternité

 

Questo Natale riporta ai nostri occhi stanchi di violenza gratuita e di iniquità le parole d'ordine di tante generazioni che ci hanno preceduto e di tante che verranno,

Liberté, Égalité, Fraternité

Liberté, Égalité, Fraternité

Liberté, Égalité, Fraternité

Liberté, Égalité, Fraternité

Non saremo mai liberi se non saremo tutti, veramente, uguali e, soprattutto se non fraternizziamo. Lo spirito dell'ECOLOGIA CULTURALE è racchiuso in queste tre bellissime parole che dobbiamo far diventare reali per tutti i popoli del Mondo, questa è GLOBALIZZAZIONE!

Liberté, Égalité, Fraternité

Liberté, Égalité, Fraternité

Buon Natale a tutti noi, Ugo, Daniela, Manila e tutta la redazione della Secem

Liberté, Égalité, Fraternité!

lunedì 22 dicembre 2014

Ciao fratello Joe




Parafrasando il Manzoni che dedica una poesia a Napoleone morto a Sant'Elena, potrei dire di Joè, del fratello che tutti quelli della mia generazione, rockettari o no, hanno portato dentro come un demone o un grillo parlante, "tre volte nella polvere tre volte sull'altar". Una vita spericolata senza mettere mai il piede sul freno. Un grande musicista che ha trascritto in musica il pensiero e le angoscie di una generazione. Sciorineranno le biografie per dar peso alle parole, ma noi, fratello Joe, vogliamo ricordarti come uno di noi e continuare a vivere quel tuo Rok rauco, duro, vero. Ciao Joe.

Ugo Arioti

sabato 20 dicembre 2014

La Storia al femminile - Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino di Ugo Arioti

Bellezza e carattere - Elisabetta Gonzaga duchessa d’Urbino (1471-1526)


La storia al femminile mi ha sempre attratto. Elisabetta Gonzaga, pulchra essentiam nobilitate, nel febbraio del 1488, dopo un viaggio di ben 9 giorni e ricco di peripezie, mancante di confort come noi li possiamo intendere oggi per Signore di un certo Rango, sposa in Urbino, ahi lei, Guidubaldo da Montefeltro,  affettuosissimo e splendido nei suoi confronti, ma impotente. Tra vari rinvii e peripezie Elisabetta vive la sua vita di vedova bianca incompresa e mal sopportata dai nuovi parenti urbinati fino a chè, nel giugno 1489, il fratello le mandò un certo "Gaspare siciliano cantore", per distrarla: la musica era tra le arti predilette di Elisabetta, e lei stessa cantava e suonava. Così la Sicilia prese l’anima della duchessa d’Urbino, ma nulla potè contro la sua fede di sposa! Stette sempre accanto, anche nei momenti più disperati, al suo Guidubaldo, pur mantenendo la sua  fiera indipendenza! Poeti e musicisti l’amaron,o come lei desiderava e si compiaceva. Le malattie la fiaccarono, ma non la piegarono, mai. Il 16 genn. 1502 Elisabetta accolse a Gubbio il corteo nuziale di Lucrezia Borgia, la donna dei veleni! Con il Borgia Papa era andata a Roma per intercedere per la liberazione di Guidubaldo, prigioniero degli Orsini. Elisabetta, soffriva tremendamente il caldo, così nel 1502 con l’amica Isabella cercarono sollievo nel palazzo di Porto Mantovano e fu là che le raggiunse, pochi giorni dopo, Guidubaldo, sorpreso a tradimento dal Valentino e costretto a fuggire da Urbino. Il papa e lo stesso Valentino avanzarono allora l'idea di sciogliere il matrimonio, che si sapeva non consumato, tra Elisabetta e Guidubaldo, di far prete il duca e di far risposare la duchessa.
Ma Elisabetta, con forza, oppose un netto rifiuto e nel settembre, i duchi d'Urbino, scapparono da Mantova e ripararono a Venezia. Elisabetta aveva deciso di seguire la sorte del marito anche "se dovessino morire a uno hospitale". I duchi d’Urbino, adottarono un figlio e nel febbraio 1505 venne stipulato il contratto matrimoniale tra il figlio adottivo, Francesco Maria Della Rovere, ed Eleonora Gonzaga. Guidubaldo, capitano d’arme per lo Stato Pontificio post Borgia è spesso fuori Urbino ed Elisabetta tiene il governo della città dimostrando grandi doti di saggezza e polso. Nella primavera del 1508 Guidubaldo si ammalò. I medici decisero di portarlo a Fossombrone, ma, appena in cammino, le sue condizioni si aggravarono. Elisabetta avrebbe voluto riportarlo indietro, ma il duca insistette per proseguire. Il papa, informato dalla duchessa, inviò il suo medico Arcangelo da Siena e Federico Fregoso, ma arrivarono tardi: l'11 aprile Guidubaldo morì. Pietro Bembo descrive Elisabetta provatissima e prostrata e il Capilupi, a Urbino con Giovanni Gonzaga per i funerali che si svolsero il 2 maggio, riferì del contegno esemplare nel dolore di Elisabetta e della sua consolazione nel vedere il nuovo duca starle accanto "cum reverentia da figliolo et da servitore". Nell'ottobre 1525 Elisabetta si ammalò e il 31 gennaio del 1526, mentre Francesco Maria ed Eleonora si trovavano nel Veronese, Elisabetta morì a Urbino.
 I contemporanei la dissero unanimemente bella: il ritratto di lei conservato agli Uffizi  mostra una donna dai tratti regolari, dalla fronte altissima su cui risaltava quella "esse" motivo di discussione nel Cortegiano e con un'impronta di gravità e mitezza insieme.

Ugo Arioti di Sant’Ermete

giovedì 18 dicembre 2014

Virna ci mancherai



Ore 12 e 30 del 18 dicembre del 2014 il figlio Corrado dell’attrice da la notizia della morte di Virna Lisi. Ha annunciato che la morte è avvenuta nel sonno e che la nota attrice aveva scoperto di avere un male incurabile solo un mese fa.

È morta Virna Lisi, l’attrice italiana lascia un vuoto incolmabile nel cinema italiano. Aveva 78 anni ed era attivissima ancora oggi, amata dal grande pubblico, Virna Lisi è l’unica attrice che condivide con Margherita Buy il record di premi vinti ai “Nastri d’Argento”, sei in tutto. In carriera ha anche vinto un “Prix d’interprétation féminine” a Cannes, due David di Donatello per le interpretazione e due per la carriera, di cui uno ricevuto nel 2009. Una notizia che ha sconvolto tutti, dato che l’attrice era ancora nel pieno delle sue attività. Nell’aprile 2014, dopo 12 anni di assenza, è tornata sul set per “Latin lover” ultimo film della Comencini. Era impegnata in nuovi progetti televisivi per Mediaset, come “È la mia famiglia”, le cui riprese erano iniziate in autunno, mentre le riprese della quarta stagione della serie “Il bello delle donne” si sarebbero dovute girare nei primi mesi del 2015.
Vorrei aggiungere tante cose e dire di lei, di ogni suo film che ho visto anche più volte, ma la cosa che ricordo di lei, principalmente, è la sua serietà professionale, è come si calava nei personaggi che interpretava e come li faceva vivere dlla sua luce, una luce naturale come la vita. 
Mancherai a tutti noi, Virna, tua affezionata spettatrice e ammiratrice Daniela La Brocca

domenica 14 dicembre 2014

ESTETICA COME FILOSOFIA DEL BELLO (argomento 2014)

ESTETICA COME FILOSOFIA DEL BELLO

Con Pamela Zuniga cominciamo un percorso sull'estetica come filosofia del bello. Questo, forse in contrappunto oppure in connessione diretta mi fa tornare in mente le madonne peccatrici di Vargas, si perché l'estetica nasce dal difetto e dall'errore che va aggiustato, ergo il bello esteticamente parlando, viaggia insieme al peccato, se non c'è peccato non c'è bellezza!
Ugo Arioti


Fin dalla Antica Grecia “il bello” era considerato come punto focale della
riflessione; l’arduo non era stabilire ciò che era bello e ciò che non lo era,
ma, come diceva Platone stesso, era definire “cosa è il bello”.
Per Platone la bellezza doveva essere atemporale, perfetta e per questo era
parte costitutiva delle Idee: l’origine di tutte le cose.
Però anche la bellezza platonica aveva delle limitazioni: “Nulla è bello
senza proporzione”. Per comprendere questa affermazione è necessario
analizzare il contesto storico e culturale nel quale il nostro filosofo era
immerso: la perfezione, l’armonicità delle forme erano lo stereotipo umano.
Nessuna manifestazione appartenente alla Grecia Antica mancava di
proporzione, tutto era sviluppato per mostrare un ideale di bellezza che
imperò per molti altri secoli in Europa, un canone di simmetria ed
estensione, di ordine e limite. Ciò che non rientrava in questa categoria non
era considerato bello.
Questo pensiero fu ereditato e ripreso dal Cristianesimo (con Sant’Agostino
e Tommaso d’Aquino) nel quale la bellezza doveva essere conformata alla
misura e alla forma, all’ordine e alla proporzione. Successivamente con il
Rinascimento questa ideologia si è fatta presente negli aspetti classici
caratterizzati dalla mutua integrazione delle parti.
Questo modello di bellezza perdurò tuttavia fino al XVIII secolo: si
continuava a considerare il bello come qualità della cosa. In tempi moderni,
invece, si parla “della bellezza” in maniera più soggettiva; Hume afferma
che la bellezza esiste solo nella mente di chi la osserva, e finalmente, l’arte
visiva viene considera come prodotto della coscienza umana o nel senso
dell’Idealismo Trascendentale Kantiano o nella psicologia dell’Einfuhlung.
Questo pensiero razionalista non è più tanto centrato sull’oggetto ma
dipende dal soggetto, saremo noi quindi a decidere ciò che è bello e giusto:
grazie a questo la mentalità occidentale, negli ultimi due secoli, si è aperta
a nuove forme di bellezza, di Arte.
E’ evidente che nel racconto storico espresso poco sopra, non sono state
presentate culture che non appartengono all’Europa, come le Asiatiche, le
Africane e le Americane che, invece, realizzarono manifestazioni artistiche
importanti. In questa influenza classicista non rientrano quelle opere
grottesche, tragiche, comiche, senza proporzione e innocenza. Per tanto
l’arte classica chiude il mondo solo a quelle cose prive di errori.

E con questo mi preparo a formulare la domanda: l’arte preispanica
realizzata in forma asimmetrica non può essere considerata una forma
artistica e per questo bella? Per caso le maschere Africane non hanno
dignità di essere americane perché fanno parte di una bellezza mistica e
poco comune? E’ curioso come la storia dell’arte consideri sempre
l’Europa e lasci invece a margine il resto del mondo!
Sono sicura che nessuno al giorno d’oggi negherebbe che il cubismo è
bello ed estetico, però, se seguiamo alla lettera l’ideologia di Platone, il
nostro affermato cubismo sarebbe poco serio e bello in quanto non è
proporzionato.
E’ per questo che, in conclusione, posso dire che non solo dobbiamo
consideriamo un singolo tipo di bellezza, in quanto ci sono mille modi in
cui possiamo intenderla, tutti diversi fra loro, ma dobbiamo aprire il nostro
pensiero ad altre manifestazioni, il che ci permetterà di vedere il mondo in
nuove prospettive e forse ci aiuterà ad intendere che l’essere umano è una
gamma diversa di pensiero e che non tutti siamo uguali, per tanto il bello
non è unico, ma è quanto di più soggettivo possa esistere.
Pamela Zúñiga
pamsona@hotmail.com