domenica 12 gennaio 2014

Simone Weil e la "percezione perfetta" del Mondo

Il percorso di quest'anno verso la Natura e la Bellezza lo cominciamo da una donna, per taluni una mistica, per altri una grande pensatrice del Secolo appena trascorso. Lasciamo a voi l'interpretazione della vera radice di questa grande donna e ci concentriamo, più intensamente, sulla sua percezione del Mondo .... la bellezza è intorno a noi e dentro di noi....
 
Ugo Arioti

Simone Weil e la "percezione perfetta"
del mondo
di Federica Negri


    L'estetica è generalmente considerata come una disciplina particolare, mentre è la chiave delle verità soprannaturali. (Q, III, 364) (1)
    Universo, massa compatta di obbedienza con punti luminosi.
    Tutto è bello. (Q, III, 415)

L’itinerario filosofico di Simone Weil può essere interamente interpretato come una lunga e approfondita indagine sulla percezione; questo problema filosofico, si configura da subito come basilare e si delinea come una ricerca sul significato della percezione, delle sue modalità, delle sue caratteristiche e della sua possibilità di approdare ad una forma perfetta.
Con questa breve indagine, vorrei tentare di far vedere come la ricerca di una perfetta percezione del mondo sia per Simone Weil così fondamentale da costituire realmente la spina dorsale di tutta la sua elaborazione filosofica, dai primissimi scritti liceali a quelli della maturità, passando attraverso gli scritti politici degli anni Trenta, per terminare con le ultime riflessioni mistiche dei Quaderni.
Per comprendere i termini della questione, penso che sia utile richiamare brevemente il contesto filosofico nel quale prende forma la domanda weiliana sulla percezione, ricordando l’importanza dei "maestri di percezione", avuti da Simone Weil durante gli anni della sua formazione, ossia Alain e, indirettamente, Jules Lagneau.
Compito della filosofia è, in generale, aiutare l’uomo a comprendere il mondo in cui si trova a vivere dandogli, se possibile, alcune indicazioni sul modo per vivere meglio. Da questa constatazione elementare ha origine il tentativo di spiegare tutta la realtà, dal perché dell’esistenza al perché di questo tipo di esistenza; in ogni caso, però, l’interrogazione ha origine sempre da un uomo – o meglio una donna – di fronte al mondo. La comprensione di tutto - anche delle cose difficili – passa perciò inevitabilmente attraverso il corpo, perché solo attraverso questo l’uomo sente il contatto del mondo.

      Per il solo fatto che abbiamo un corpo, il mondo è ordinato per questo corpo; esso è disposto in rapporto alle reazione del corpo. (2)

Noi siamo ontologicamente determinati da un corpo e da una mente razionale, non possiamo mai, in nessun caso, dimenticare questa nostra costituzione perché è questa a determinare la possibilità del nostro rapporto con il mondo.
Noi conosciamo, astraiamo e formiamo dei concetti, con cui possiamo costituire in seguito metafisiche, partendo dal contatto con il mondo, e non possiamo mai dimenticare questa genesi "sporca", ossia l’origine sensibile e corporea della conoscenza. La mente dipende strutturalmente dal corpo nel suo contatto con l’esterno, non può mai dimenticarsene, "L’anima è legata al corpo; e mediante il corpo, a tutto l’universo."(3)
Il lavoro filosofico di Simone Weil, sin dai primissimi scritti degli anni del liceo, tenta di indagare in profondità questa interdipendenza tra mente e corpo nella percezione partendo, secondo me, da una interpretazione molto particolare delle implicazioni delle due parti nella conoscenza. Ritengo che la soluzione adottata da Weil ricalchi, in un certo senso, la costruzione spinoziana di un parallelismo tra le idee e le cose, tra la mente e il corpo.

      Un corpo umano è materia pesante, materia che si può illuminare, opaca alla luce, materia viva, materia unita ad un pensiero per mezzo di un legame misterioso ed in tal modo materia che partecipa a differenti equilibri. (4)

Lo scopo della ricerca è sostanzialmente cartesiano, tuttavia la forma adottata è assolutamente spinoziana ed implica un maggiore peso della materia all’interno della problematica filosofica.
Ogni piano è caratterizzato da una propria norma di conoscenza pur dipendendo sempre dall’altro per completarsi; il problema fondamentale è non confondere mai i due piani e non pensare di trovare la razionalità nel sensibile e viceversa, perché altrimenti si cadrebbe nel gioco senza fine dell’immaginazione.
L’immaginazione è il peggior errore nel quale può incappare l’uomo, perchè a stento, spesso, la si distingue dalla reale conoscenza; per iniziare a capire di cosa si tratta, potremmo definire l’immaginazione come un "trasferimento nell’oggetto di ciò che ha luogo nel corpo del soggetto". (5)
I brani in cui Weil analizza la problematica dell’immaginazione sono talmente numerosi da rendere immediatamente chiara il fatto che si tratta un nodo fondamentale di tutta la sua filosofia. Se può sembrare strana la presenza dell’immaginazione in una filosofia che mira, prima di tutto, all’eliminazione degli errori della percezione come preliminare fondamentale alla ricerca, bisogna tener presente che le immagini non sono solo il risvolto negativo del lavoro della percezione, ma indicheranno più avanti con molta chiarezza la forma più pura di percezione, quella dei segni divini.
Per iniziare questa analisi dell’immaginazione, farò riferimento a uno dei primi scritti, Imagination et perception, del 1925 che Weil compose durante il liceo come dissertazione sulla percezione proposta, come ogni anno, dal suo professor Alain. Questo testo è uno dei tanti esempi del fatto che, da subito, per Weil è ben definita la dinamica immaginazione-percezione.

      Quand nous voyons le monde, l’image que nous en avons ne le reflète donc pas seulement lui; il nous reflète nous aussi. […] Le rêve projette devant nous comme une réalité extérieure ce qu’il y a de plus nous-même en nous, ce qu’il y a de profond et qui, quand nous sommes éveillés, se heurte à la dure surface des choses: c’est là la jouissance, dit-on, que recherchent les fumeurs d’opium. C’est de ce mariage entre le monde et nous que résulte la perception.Mais comment? Considérons de nouveau l’exemple du mirage. Nous avons deux réalités en présence, dont la rencontre formera le mirage: d’un côté le voyageur qui a soif, c’est-à-dire qui désire de l’eau. Comme tous ceux qui désirent, son corps essaye de se soulager en faisant les mêmes mouvements qu’il ferait si l’objet de son désir était présent; il prendra la même attitude que s’il voyait devant lui une belle nappe d’eau claire. Ensuite apparaîtra l’image qui, pensons-nous, est normalement la cause de cette attitude, et qui en est cette fois l’effet. C’est ce que nous appelons l’imagination. Mais cette imagination sans fondement dans la réalité joue à vide: elle reflète le désir, puisque la reflète comme deux glaces qui se renvoient l’une à l’autre la même image: c’est une consolation vaine, vide de tant contenu. […] Nous n’avons pas conscience des choses, mais de nos attitudes en face des choses, contraints par elles. Mais l’imagination supplée à ce que le monde extérieur a forcément d’insuffisant pour nous, puisqu’il nous est extérieur, et réalise ainsi un compromis que nous appelons perception. (6)

L’analisi di Simone Weil – ancora evidentemente influenzata dalla filosofia di Alain – mostra tuttavia alcuni elementi che diventeranno poi tipici dell’elaborazione più matura. Prima di tutto, Weil ritrova l’origine dell’errore percettivo che scatena l’immaginazione nella stessa costituzione umana, ossia nel fatto che il mondo essendo a noi esterno è, per forza di cose, imperfettamente conoscibile, è altro da noi; questa alterità non è facilmente accettata dall’uomo, che tenta anzi di annullarla sovrapponendogli i propri desideri e bisogni. Possiamo già riconoscere nell’immaginazione la caratteristica più tipica che è proprio la tendenza a colmare il vuoto, che la rende pericolosa, prima di tutto, per una corretta percezione e, più avanti, nella ricerca di Dio. L’origine dell’immaginazione erronea si può ritrovare, quindi, nel corpo umano che – spinto da proprie necessità – agisce spesso sovrapponendosi alla razionalità. Questa spiegazione della percezione, mi sembra illustrare abbastanza chiaramente gli elementi spinoziani operanti in Weil, che sono molto evidenti nella prima produzione e più sfumati, ma ugualmente fondamentali, più avanti.
Il corpo e la mente sono studiati da Weil come entità autonome, regolate da propri ritmi ed esigenze, con la propensione a credersi unici, tentando spesso per questo motivo di assolutizzare le proprie funzioni causando l’errore. Per evitare di ingannarsi è, perciò, necessario mantenere un parallelismo funzionale tra esigenze del corpo e della mente, considerandole parimenti importanti nel gioco percettivo ma non sostituibili.
Una volta chiarito il fattore che determina la possibilità d’errore non si è tuttavia ancora assicurati sull’efficacia del nostro sforzo di percezione. Come si può essere sicuri di vedere realmente il mondo? Quale requisito ci assicura di essere sulla buona strada?
Simone Weil afferma che è la necessità a renderci sicuri del contatto reale con il mondo; la necessità è "la dura superficie delle cose" contro la quale urtiamo violentemente quando ci accorgiamo della realtà, in una parola, è la percezione dell’alterità del mondo.
Sulla problematica della necessità Weil si interrogherà a lungo, attribuendogli sempre una collocazione fondamentale nel suo percorso filosofico sino alla fine.
Si può dire che Simone Weil cercherà la percezione pura attraverso le diverse esperienze, che hanno arricchito in maniera così peculiare la sua esistenza: tramite l’insegnamento al liceo, il lavoro in fabbrica o attraverso la breve ma decisiva esperienza nella guerra civile spagnola.
Weil ritiene che la comprensione di qualsiasi avvenimento debba essere una conquista svolta in prima persona perché, essendo basato sulla percezione, dipende essenzialmente dal corpo e dalla mente, e non può che essere frutto di una esperienza singolare. L’esperienza del mondo deve passare attraverso il corpo della filosofa, deve filtrarvi completamente attraverso per essere assimilata e compresa.
Lo scontro con la necessità pone Weil di fronte al mondo reale e costituisce la stella polare che guida la sua ricerca; per questo motivo, l’esercizio di percezione sarà sempre un preliminare atto di pulizia filosofica irrinunciabile.

      Affinché noi, intelligenze finite, limitate da un corpo, possiamo dominare la materia illimitata, è necessario che questa sia sottomessa al limite. Se non ci fossero invarianti, saremmo interamente schiavi del tempo. Non avremmo né ricordi né progetti.(Ritornare all’analisi della percezione secondo Lagneau e Alain. Immergersi per una volta a fondo in questa purificazione). (Q, II, 149)Ciò che nella percezione è reale e la distingue dal sogno, non sono le sensazioni, ma la necessità che vi è presente. (Q, III, 80)

La necessità che limita l’uomo nel suo cammino di conoscenza, lo rende perciò al contempo sicuro della via intrapresa; ma ciò che egli conosce non è molto, nel senso che rimane e rimarrà sempre un fondo inconoscibile nel mondo, qualcosa d’altro.

Nel momento in cui Weil chiede di conoscere questa alterità, la domanda di verità che sorregge la sua ricerca diventa assoluta e capovolge ogni valorizzazione attuata sino a quel momento. Ciò che veramente ha valore non è questo mondo che non può spiegarsi da sé completamente, ma è l’altro, ossia Dio, dal quale il primo deriva ma da cui differisce completamente, proprio per la mancanza di autogiustificazione. Il mondo da centro della conoscenza diventa punto di partenza di una ricerca senza fine che dovrebbe portare Weil a scoprire ciò che si nasconde alla percezione del mondo stesso ma che lo fonda.
È a questo punto che le premesse filosofiche del cammino weiliano chiariscono la paradossalità della situazione: da una parte, per Weil la percezione conoscitiva dipende interamente dalla mente e dal corpo umano e si basa, in maniera imprescindibile, sul contatto con la materia; dall’altra, Weil stessa ci dice che la conoscenza deve spingersi oltre il mondo, verso ciò che non è materia. In pratica, si tratta di arrivare alla percezione della purezza attraverso l’impurità della materia, e per questo motivo si dovrà sempre essere attenti a "salvare i fenomeni".
Questa impresa sembra destinata irrimediabilmente allo scacco, ma per Weil proprio l’apparente impossibilità la rende non solo praticabile ma, senza dubbio, l’unica via possibile di ricerca. Ho già sottolineato, infatti, come per Simone Weil sia la necessità a distinguere nettamente la percezione dal sonno dell’immaginario; ciò che si percepisce come necessità è, per essere più precisi, la contraddizione del reale, ossia la presenza di elementi contrastanti che non si lasciano ricondurre pacificamente gli uni agli altri.

      Le contraddizioni nelle quali lo spirito si imbatte uniche realtà, criterio del reale. Non c’è contraddizione nell’immaginario. La contraddizione è la prova della necessità.Applicazione a tutti gli ambiti. (Q, II, 288-289)

E ancora

      La contraddizione è legittima quando la soppressione di un termine porta a distruggere o a svuotare della sua sostanza l’altro termine. La necessità è il criterio supremo in ogni logica. Soltanto la necessità mette lo spirito a contatto con la verità. (Q, IV, 156)

La necessità che sperimentiamo a contatto con la contraddizione è la verità perché è altro dal mondo, non si lascia trasformare completamente nella nostra razionalità, non è totalmente assimilabile. Si tratta, infatti, di una traccia lasciata da Dio, di uno spiraglio che, se correttamente interpretato, permette all’uomo di cambiare il suo modo di leggere l’esperienza.
La contraddizione provata è reale e sperimentabile perché propria della condizione umana e sinonimo di una insufficienza difficile da superare, quella del punto di vista nel quale siamo ontologicamente posizionati.

      […] Il fatto è che ci sono due ragioni.C’è una ragione soprannaturale. È la conoscenza, gnosi, γνωσις, di cui il Cristo è la chiave, la conoscenza della Verità il cui soffio è inviato dal Padre.
      Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio dell’altra. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella naturale. (Q, IV, 134)

Una volta scoperta questa doppia strada verso il mondo, il tentativo di Simone Weil è quello di ripartire ancora una volta dall’esperienza per essere sicura di non cadere preda dell’immaginazione, e cercare così la "lettura delle letture", provare cioè ad eliminare il punto di vista unico attraverso una attenta raccolta dei molteplici punti di vista che arricchiscono la vita umana. In questo senso, la lettura del mondo deve essere sempre più una non-lettura che ricerca la Verità non legandosi a qualche presunta verità particolare, ma lascia parlare i molti frammenti di verità che si possono ritrovare nel mondo.
Le riflessioni di Weil sulla lettura – ora raccolte in appendice al IV volume dei Quaderni – sono straordinariamente illuminanti sulla centralità di questa problematica e collocano la nozione di lettura al centro dell’itinerario filosofico della percezione, ridisegnandone le coordinate in funzione trascendentale. Il contesto e la ricerca sono talmente cambiati, rispetto ai primi scritti filosofici, da poter indurre erroneamente a parlare di una svolta nel pensiero di Simone Weil; in realtà, secondo me, Weil cerca ancora di percepire con corpo e mente il mondo e di comprenderlo. A riprova di questa continuità vi sono moltissimi dettagli, come la riproposizione dell’analisi classica del cubo – ereditata da Lagneau e Alain – e quella del bastone da cieco di Cartesio. Le stesse immagini per indagare perché solo dai fenomeni di questo mondo possiamo iniziare il nostro cammino.

      Bastone da cieco e cubo, le chiavi dell’ascensione del pensiero. (Q, IV, 395)

Perché il soprannaturale è nascosto nel visibile

      Bello, presenza manifesta del reale. Di una realtà trascendente. Ma questo è implicito. La realtà non è che trascendente. Perché ci è data solo l’apparenza. Τó óν.
      (Cubo in senso trascendente. E vi sono cubi di cubi). (Q, II, 324)

Weil vuole imparare a leggere in altro modo ciò che si percepisce tramite i sensi, il mondo.

      Non si scelgono le sensazioni, ma, in larga misura, si sceglie ciò che si sente attraverso di esse; non istantaneamente, ma mediante un apprendistato. Una francese che riceve una cattiva notizia da una lettura in inglese, fremerà, piangerà, sverrà se conosce l’inglese; altrimenti no. Così mediante l’apprendistato si muta il potere che le sensazioni hanno di modificarci. Il mondo è un testo a più significati, e si passa da un significato a un altro mediante un lavoro; un lavoro a cui il corpo prende sempre parte, come, quando si impara l’alfabeto di una lingua straniera, tale alfabeto deve penetrare nella mano a forza di tracciare le lettere. Altrimenti ogni mutamento nel modo di pensare è illusorio. (Q, IV, 405-406)

La lettura è frutto perciò di una lunga e dura educazione, che è, prima di tutto, un lavoro svolto grazie all’apporto fondamentale del corpo. Si impara a leggere i molti significati del mondo e vi si distinguono alcuni elementi privilegiati i simboli che Weil indica come μεταξú, intermediari privilegiati della comprensione. Il mondo si rivela ad una attenta lettura disseminato di simboli che servono a distogliere il nostro sguardo dal reale e ad indirizzarlo verso Dio. Simbolismo e necessità del mondo sono complementari e non possono essere compresi in maniera indipendente l’uno dall’altro.

      Il simbolismo dissolverebbe la realtà del mondo se non fosse inscritto nella necessità stessa.Così inscritto esso compie questa realtà. (Q, III, 218)

Due sono i simboli privilegiati da Weil nella sua ricerca, la bellezza e il malheur, la sventura; questi due simboli implicano delle esperienze che hanno molti lati in comune, perché sono in grado, più di molte altre, di volgere immediatamente l’attenzione dell’uomo all’altro da sé.

      Tutte le volte che si riflette sul bello, si è arrestati da un muro. Tutto ciò che è stato scritto al riguardo è miserabilmente ed evidentemente insufficiente, perché questo studio deve essere cominciato a partire da Dio.Il bello consiste in una disposizione provvidenziale grazie alla quale la verità e la giustizia, non ancora riconosciute, richiamano in silenzio la nostra attenzione.La bellezza è veramente, come dice Platone, una incarnazione di Dio.La bellezza del mondo non è distinta dalla realtà del mondo. (Q, IV, 371)

La bellezza vista da Simone Weil non è diversa dalla realtà di questo mondo; non c’è bisogno di andare in un altro luogo per trovare la chiave della salvezza, basta saper leggere i fenomeni per scorgervi i simboli di cui sono intessuti. Per spiegare la qualità dell’attenzione necessaria a questo cambiamento, Weil ricorre spesso al mito platonico della caverna, che mostra anche l’ineliminabile sventura e sofferenza che si accompagna allo strappo verso la Verità.

      In fondo vi è solo una via di salvezza in Platone; i diversi dialoghi indicano parti diverse del cammino. La Repubblica non dice a cosa è dovuta la prima violenza sul prigioniero incatenato tale da strappare le catene e trascinare lo sventurato a forza. Occorre cercare nel Fedro. È la bellezza, per mezzo dell’amore. (Ogni valore che appare nel mondo sensibile è bellezza). Una volta che il ricordo di Dio è entrato nell’anima, il Fedro parla di studi, ma non dice quali. Vanno cercati nella Repubblica. Questa non dice cosa viene dopo le scienze. Il Simposio e il Filebo lo indicano. È la contemplazione della bellezza nell’ordine del mondo concepita a priori. Quindi viene la bellezza come attributo di Dio, e quindi il Bene. Poi il ritorno nella caverna; è il Timeo.Il prigioniero della caverna costretto con la violenza a volgersi, a camminare verso l’orifizio, e che fugge per ritornare alla sua parete, e che di nuovo è tirato con violenza – è Core nell’inno a Demetra. (Q, III, 39-40)

Il dolore e la bellezza riescono a condurci fuori dalla caverna verso la vera Luce; ma questa uscita altro non è che l’acquisizione della capacità di leggere la molteplicità di significati della simbologia del reale.

Tralasciando, solo per brevità, una spiegazione dell’uso rivoluzionario fatto da Weil delle immagini in questa ricerca della percezione perfetta, voglio tuttavia solo sottolineare un fatto fondamentale: Simone Weil non elimina affatto tutte le immagini perché non tutte sono frutto dell’immaginazione umana; alcune, come abbiamo visto, sono quei simboli del soprannaturale, che sono le tracce di Dio. Dopo averle riconosciute grazie ad una attenta lettura Weil le carica di una potenza infinita, ne amplifica la carica semantica rendendole l’unico elemento di purezza e verità del mondo.

      É il συμβολον del Simposio, la scarpetta di vaio di Cenerentola, l’anello della principessa nella fiaba del calzolaio. Dio, quando è venuto a trovarci ed è sparito, ci ha lasciato qualcosa di se stesso. Altrimenti la ricerca sarebbe vana. (Q, IV, 318)

Bellezza e dolore si sovrappongono e si confondono.

      Nel bello – per esempio il mare, il cielo – c’è qualcosa d’irriducibile. Come nel dolore fisico. Lo stesso irriducibile. Impenetrabile per l’intelligenza.Esistenza di cosa altra da me.Affinità del bello e del dolore.(Q, II, 262)

Gli esempi e le citazioni potrebbero continuare a lungo, ma penso che questi siano già sufficienti per inquadrare l’importanza di questa problematica; imparare a percepire realmente la bellezza e il dolore significa comprenderne il valore lacerante e conservarlo coraggiosamente come tale. Significa, ancora una volta, percepire la contraddittorietà del mondo senza cercare di sovrapporre falsi significati. Significa fare vuoto per lasciar essere il simbolo. Sperimentare la contraddizione e percepirla continuamente ci garantisce di essere sulla giusta strada e di non aver falsato la pienezza del mondo con una misera interpretazione parziale.
È il lavoro percettivo a caratterizzare lo sforzo filosofico di Simone Weil, anche nel momento in cui il suo scopo è ormai quello di non essere più una creatura per arrivare finalmente alla Verità.

      É necessario far uso della sofferenza in quanto contraddizione provata. Quest’uso la rende mediatrice, e quindi redentrice. É necessario usarne in quanto smembramento.Il bello è l’apparenza manifesta del reale. Il reale è essenzialmente la contraddizione. Perché il reale è l’ostacolo, e l’ostacolo di un essere pensante è la contraddizione. In matematica il bello risiede nella contraddizione. L’incommensurabilità, λογοι αλογοι, è stata il primo risplendere del bello in matematica.
      Il reale nella percezione non è lo sforzo (Maine de Biran) ma la contraddizione provata mediante il lavoro. (Q, III, 43)

La necessità di strapparci da questo mondo e tornare a Dio de-creandoci deriva, per Weil, dall’impossibilità di redenzione del mondo da parte di Dio; Dio non tornerà mai nella storia, non può farlo perché dal momento della creazione si è condannato all’esilio, si è ritirato in sé escludendo ogni intervento nella realtà.

      Dio ha abdicato alla sua onnipotenza divina e si è svuotato. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio.Il Verbo divino era uguale a Dio nella divinità. Si è svuotato ed è diventato schiavo. Noi possiamo diventare uguali al Verbo divino nel vuoto e nella schiavitù. (Q, IV, 350)

Dio crea il mondo autolimitandosi, si autoesclude dalla sua creatura per lasciarla libera e non interviene più; anche i simboli non sono perciò altro che segni di un’assenza incolmabile, delle porte sul divino. La salvezza dell’uomo dipende, perciò, totalmente e unicamente dalla sua corretta percezione del mondo, alla ricerca dei simboli che lo indirizzano a Dio.
Questo è il limes della filosofia weiliana, la soglia di quella porta che lei stessa non ha voluto storicamente valicare, escludendo la reincarnazione di Cristo e la funzione salvifica della Chiesa storica, ben sapendo quale errore enorme sarebbe stato colmare con una scelta lo spazio vuoto dell’attesa. Sarebbe stato come sigillare per sempre una porta.
Quello che mi interessava mostrare attraverso questa breve riflessione sulla filosofia weiliana – pur con tutti i limiti dovuti alla brevità della trattazione – era come l’intera speculazione filosofica di Simone Weil sia interpretabile in maniera estremamente coerente ed organica, proprio grazie al fil rouge della ricerca di una corretta percezione del mondo; tutta la sua filosofia cresce radicandosi su questa esigenza e la mantiene sino alla fine come insostituibile cartina di tornasole.
Non esiste una svolta mistica nel senso di un rinnegamento delle precedenti posizioni, perché Simone Weil è persuasa che il mondo in sé sia misticamente pervaso di simboli e vuole, perciò, portarsi dietro tutto il suo pesante fardello di carne per arrivare a percepire la presenza dell’assenza di Dio, decreandosi finalmente per tornare in Lui.

Un ricordo di Arnoldo

Come è nostra consuetudine noi non vogliamo fare mai la storia sviolinata o sintetica (il curriculum) di chi se ne va. Arnoldo Foà è stato un grande uomo e non ha bisogno di salamelecchi, poliedrico e immenso uomo di Cultura, lo vogliamo ricordare con questa foto che potete vedere anche su facebook.
 
 
 
 
Arrivederci Arnoldo!

sabato 11 gennaio 2014

Centro Culturale " Kalliope" Massafra (Taranto) - Mostra del pittore Roger Fasou

INAUGURAZIONE della PERSONALE di PITTURA

"TI SPIEGO L'ANIMA NOMADE" di ROGER FASOU KOROPARA

 
 
ore 20: Commento di Francesco Silvestri

ore 20.30/22.00: Proiezioni documentario sulla vita e le opere dell'artista guineano "ART SANS PAPIERS" realizzato da Agostino Armenise e Tommaso Colagrande

A seguire selezione di world music a cura di One Arm Studio



ART SANS PAPIERS

di Agostino Armenise e Tommaso Colagrande

Musiche originali di ONE ARM STUDIO (Armenise-Colagrande), Francesco Colagrande e Antonio Trinchera

Documentario

Durata: 30 minuti

Questo documentario vuole essere un omaggio ad un uomo, ad un pittore, alla libertà ed alla creatività.  Rappresenta un documento per memorizzare l’eccellenza, per ricordare a noi mortali che esiste ancora una diversità che illumina, che esiste ancora chi vive di valori universali ed ecumenici. Art Sans Papier lo fa attraverso il viaggio di un uomo che utilizza l’arte come guida per un percorso di libertà.

Girato tra il mare di Polignano e la terra di Cisternino, Art Sans Papier racconta un uomo ed una storia irripetibile.

Roger Fasou Koropara parte da Conakry, capitale della Guinea. Grazie a due borse di studio raggiunge prima Tunisi poi Berlino, dando vita ad un primo interscambio culturale successivamente arricchito frequentando l’Accademia delle Belle Arti di Algeri. Costretto a fuggire a causa della guerra civile, si sposta in Marocco, Spagna ed Italia raggiungendo per caso la Puglia, dove ha vissuto per venti anni sans papier.

Viaggiando in una clandestinità obbligata da leggi prive di diritti umani, l’artista sfida l’illegalità ed alimenta la sua arte.

Secondo Roger “un artista è colui che si confonde con la natura e con tutto quello che lo circonda. Deve saperlo rispettare ed interpretare per regalarlo al genere umano.”

Definire Roger e la sua arte non è compito facile. Stile e tecnica risentono del cubismo e del materico ma hanno una loro dimensione spontanea ed originale. La frantumazione dell’urbano, del quotidiano, sono la ricerca dell’artista dell’essenza delle cose, sono la ricerca della sua anima.

Ogni tela è sintesi, è racconto, è frutta, pesci, lance, alberi della sua Africa e labirinti della società odierna. Le opere di Roger sono la sua storia, quella della sua famiglia, quella della sua terra d’origine, quella dei colori che circondano il mondo.

Le monde est beau, le monde est fou. Aucun génie n’a pas pu rêver….

Scritto, diretto e montato da Agostino Armenise e Tommaso Colagrande

 (info: 320.4838432)

venerdì 10 gennaio 2014

Il lungo cammino sulla Via della Seta

Grazie agli amici del sito www.enricopantalone.eu ( per gli amici della Storia) riprendiamo un cammino, intrapreso nel 2008, che ci porta, attraverso la cultura della conoscenza, a comprendere l'evoluzione delle società umane e il cardine su cui questa evoluzione poggia: Il Commercio. Il Commercio è ed è stato sempre il precursore dei cambiamenti epocali. In essenza, rappresenta lo scambio che richiede intrapresa e capacità di adattamento e diplomazia.Enrico ci racconta la via della seta che non è, quindi, solo un vettore mercantile puro, ma un arteria vitale dello sviluppo culturale e sociale del Mondo. Il saggio di Enrico Pantalone ( 1925-2009) ci porta in "un cammino splendido per chi ama cimentarsi nella ricerca degli usi e dei costumi di comunità spesso ai margini del mondo moderno, ma che conservano intatte prerogative arcaiche di uno splendore ed interesse enorme."
Redazione Secem
 
 
Il lungo cammino sulla Via della Seta di Enrico Pantalone

La Via della Seta, the Silk Road.

Chiunque di noi sognatori dello spazio e del tempo ha avuto l’idea d’organizzarsi e percorrere almeno una volta nella vita questa antica via carovaniera che unisce il Mediterrano orientale alle infinite pianure a ridosso delle catene montuose più alte del mondo ed alle splendide vallate cinesi che arrivano a solleticare l’Oceano Pacifico.

La Via della Seta custodisce forse il segreto della Vita, unisce indissolubilmente le più grandi civiltà del continente euro-asiatico, il vecchio Ecumene, ha permesso loro di scambiarsi non solo manufatti o preziosi, ma idee e culture e di farsi spesso anche la guerra.

Chi seguiva la carovana non era solamente un mercante in cerca di derrate da rivendere, era anche una specie di corrispondente della parte opposta di questo immenso continente euro-asiatico.

Per noi europei, la Via della Seta indubbiamente ha rappresentato qualcosa di più rispetto ai corrispettivi amici di parte asiatica, qualcosa in più non tanto in termini militari e di conquista (esauritisi sostanzialmente con Alessandro Magno), ma in termini di conoscenza di ciò che s’ignorava, per noi è stata anche la Via della Sapienza, la Via della Socializzazione, la Via di un nuovo rapporto con il Tempo che appare diverso perché diverse sono le esigenze per vivere in questi luoghi.

L’europeo, imperialista per natura, tra queste terre ha sempre trovato una tranquillità che altrove non ha mai conosciuto, ha adottato usi e costumi della gente locale e spesso è rimasto a viverci, è strano dover scrivere queste cose pur se la storia altro c’insegna, ma lo vediamo anche dal punto di vista spirituale, infatti mai l’europeo ha tentato di sovvertire il sistema religioso presente, ha aiutato a ritrovare antichi templi che sembravano persi ed ha aiutato a ricostruirli per l’utilizzo pubblico: insomma pare che lungo questa Via tutto debba funzionare se non perfettamente, almeno bene.

La Via della Seta ripercorre la storia dell’umanità, con le sue varietà linguistiche ed etniche, con le catene montuose così inaccessibili, ma al tempo stesso meraviglia per l’occhio umano, con i grandi laghi che dovevano sembrare mari a coloro che arrivavano da occidente e la varietà di colori che facevano brillare gli occhi degli increduli mercanti o militari europei o mediorientali, tutto questo lungo un cammino che si percorreva lentamente, senza fretta, quasi con gusto inebriante, come potesse essere un’elevazione dell’anima.

Per un viaggio di un mercante dall’Italia o dalla Grecia verso le località mito della Via della Seta come Samarkanda, Bukhara, Tashkent, tanto per citarne i terminali meno onerosi in termini di cammino costava almeno un paio d’anni d’assenza dalle proprie case e quindi comportava anche una certa scelta di vita per sé e per la propria famiglia, si doveva subire il fascino dell’avventura indubbiamente, fascino per l’ignoto specie se si era ai primi viaggi, e pensiemo cosa doveva essere se ci si spingeva sino alla Cina interna.

Questi uomini superavano passi incredibili posti anche oltre i 5000 metri d’altezza e non possedevano certo gli erogatori d’ossigeno o avevano la necessaria preparazione che i trekkisti d’altura moderni possiedono, eppure lentamente, molto lentamente, essi s’adeguavano al clima degli altopiani desertici oscillante tra il gelido vento ed il caldo insopportabile, facendo sosta nelle città che affiancavano la Via della Seta, città che erano a completa disposizione dei viandanti, che aprivano le porte senza titubanze, forse con grande ingenuità, ma ardenti di uno spirito collaborativo ed umano mai riscontrato altrove.

Questo faceva colpo sugli europei, essi si sentivano in debito, ricordo per esempio al tempo d’Alessandro Magno quando il suo esercito conquistatore arrivò in questi territori con i soldati pieni di superbia ed alterigia, cambiati completamente nel giro di pochi mesi, presi ad aiutare umilmente nel costruire nuove case, a dissodare i terreni e magari a mettere su famiglia: semplicemente la gente di questi luoghi ha un amore per l’umanità superiore a qualsiasi altre etnia, è endemico in essa e nemmeno di fronte alle armi che spianavano le case smise di pensare in maniera diversa, vincendo la “guerra” con il solo aiuto della propria forze interiore.

Noi non possiamo certamente soffermarci in maniera pedante ed enciclopedica su tutte le realtà sociali ed antropologiche che si potevano incontrare lungo la Via della Seta, esistono testi e siti specializzati e ben forniti anche di interessantissimo materiale fotografico, però mi piacerebbe far rivivere le sensazioni che un nostro antenato mercante (genovese, fiorentino, veneziano, milanese) poteva vivere lungo il percorso, passato a dorso di un equino o d’un cammello quando giungeva in una grande città o quando aveva la possibilità di vedere antichi resti archeologici.

Il nostro “eroe” (perché in effetti lo è più di altri a mio giudizio) normalmente si recava prima a Costantinopoli o ad Alessandria d’Egitto, facilmente raggiungibili via mare, due terminali per il ritrovo di coloro che intendevano intrapprendere il lungo cammino, non era un luogo vero e proprio di partenza occidentale per la Via della Seta che di fatto ufficialmente iniziava a Damasco e volgeva verso la carovaniera diretta a Baghdad e Teheran, peraltro ben conosciute e già grandi centri di antiche civiltà oltre che di mercati internazionali dove si scambiava qualsiasi tipo di merce, nulla di meraviglioso quindi, con ogni probabilità il nostro amico l’aveva già visitate diverse volte nel corso della propria vita.

Certamente il primo grande centro che egli incontrava nelle pianure in depressione a sud-est del Mar Caspio era Bukhara (in sogdiano Luogo Fortunato), la quale doveva apparire in tutto il suo splendore architettonico ed archeologico (non a caso l’Unesco oggi protegge ben 140 monumenti di questa città) agli occhi del visitatore, forse e ben più di una Costantinopoli o d’una Palmyra considerate l’eccellenza in occidente.

La zona era indubbiamente già ricca di mercanzie, soprattutto di tessuti e di tappeti, dai colori incantevoli e dai prezzi decisamente ridicoli se paragonati ai mercati mediorentali mediterranei.

Lasciando le dolci pianure, fertili e dalle immense piantagioni che facevano sembrare nell’immaginario collettivo il terreno come un lungo tappeto dorato (per via delle spighe di grano ovunque) s’arrivava all’altra grande città posta all’inizio della lunga ed irta catena montuosa posta tra il territorio sogdiano e quello bactriano dal nome ancor più leggendario: Samarkanda.

La leggenda ci tramanda da secoli la tradizionale bellezza di questa città, forse da considerarsi la più bella in assoluto ancora oggi, e dobbiamo immaginare come dovesse apparire agli occhi del nostro amico: fiabeschi arabeschi, tortuose vie d’accesso al centro che spalancavano le porte a edifici costruiti con un armonia indelebile per la mente, mercati variopinti pieni non solo di tessuti e tappeti, ma anche di ceramiche e di monili d’ogni foggia e prezzo.

Qui s’iniziava a cambiare atteggiamento, s’iniziava a respirare un’aria decisamente diversa, iniziava l’immedesimazione per la percezione della realtà locale, era il primo approccio ad una civiltà diversa, ma innegabilmente trascinante.

Da questo momento la morfologia del terreno assumeva l’aspetto tipico delle steppe desertiche, estensioni di terre più o meno aride e grandi oasi formate dai fiumi provenienti dagli Urali o dalla Siberia , la polvere che si sollevava al passaggio della carovana era talmente impalpabile, a detta dei viaggiatori, da non creare alcun fastidio, quasi restasse sospesa nell’aria, ma avvolgente e protettiva al tempo stesso, una degna compagna per non pensare alla solitudine ed al silenzio.

Quasi tutti i mercanti, e vogliano credere che anche il nostro amico fosse tra questi, riprendendo il cammino facevano una deviazione leggera per andare a visitare Tashkent, non tanto per acquistare delle merci, certo preziose e a buon prezzo, ma anche e soprattutto per vedere questa città che sorge in mezzo ad un’oasi ai piedi dei monti Catka, alla cui irrigazione provvede da secoli il Circik che permette eccellenti coltivazioni in una zona certo non ideale per l’agricoltura, grazie al lavoro secolare degli uomini di questa regione e dei canali che duramente essi hanno costruito, così agli occhi balzava sicuramente il fatto che tutte le costruzioni erano poste lungo il corso di questo fiume ed i suoi numerosi canali sullo sfondo dell’imponente catena montuosa dello Tien Shan.

Ripartendo da Tashkent alla volta della meta prefissa bisognava dire addio alle pianure o agli avvallamenti, si doveva valicare appunto lo Tien Shan per entrare nello Sinkiang, strada ai limiti della visibilità, magari appena tracciata, spesso ancora innevata che portava dopo un lungo cammino, soprattutto a dorso di cammello, alla prima città importante che introduceva ad un’altra civiltà, quella cinese: Kashgar.

Spesso il ghiaccio ostruiva ed impediva il passaggio delle carovane ed allora i “nostri eroi” dovevano aprirsi un varco, un pertugio che permettesse loro di transitare in qualche maniera, la manutenzione in questi luoghi dove il grande silenzio la faceva da padrone era lasciata al caso o al viandante generoso, coloro che erano abituati a vedere le vette dell’Europa occidentale ora si rendevano conto di cosa significasse l’imponenza e la solennità di una vera catena montuosa.

Eppure… eppure, non ci si fermava, non ci si arrendeva e si continuava, con meraviglia e stupore, ma si continuava, pensando ad un mondo che mai s’era prima immaginato.

A Kashgar ci si fermava un po’ ovviamente, il tempo di riprendersi dopo le immani fatiche del passaggio tra le impervie montagne, se ciò avveniva in tarda primavera o in estate la “scoperta” era un gigantesco mercato unico al mondo dove si vendevano spezie ed erbe d’ogni tipo, introvabili quasi ovunque che confluivano sulla piazza principale senza una logica preventiva, ognuno arrivava e vendeva i suoi prodotti, così era un tempo così è ancora oggi, il colore non era quindi solamente legato ai tessuti, ma anche agli alimenti ed ai pigmenti.

A questo punto Kashgar apriva due carovaniere contrapposte verso la fine della Via della Seta: una a nord, l’altra a sud dello Taklamakan per poi riunirsi nuovamente a Anxi, la meta terminale del lungo viaggio.

La prima carovaniera muoveva senza grosse difficoltà altimetriche discendendo pian piano verso altitudini minori seguendo un itinerario decisamente desertico, la seconda, leggermente più breve, invece costeggiava il Karakorum (con il K2…) e poi l’altopiano tibetano, ma la vegetazione era sicuramente più presente ed a tratti rassicurante per il viaggiatore.

La carovaniera a nord presentava in alcuni tratti dei paesaggi spettrali, frutto dell’erosione dei venti gelidi provenienti dal Gobi che s’abbattevano di frequente e che facevano apparire desolante il paesaggio, pur nell’immacolato colore delle rocce (come a Lap Nor), pensiamo allo stupore del nostro amico nel vedere per esempio i resti dell’antica città di Gaochang, in pieno deserto, con le mura battute implacabilmente dal vento e dalla sabbia, le montagne rossastre di Bezeklik o il deserto intorno a Loulan dove si potevano trovare scheletri d’animali messi a mò d’avviso per i viaggiatori.

Spesso in questo tratto di strada si potevano incontrare delle tombe dalle fattezze modeste, probabilmente di carovanieri defunti a causa della stanchezza per il duro viaggio, forse dei pastori: lungo queste piste la vita e la morte trovavano entrambe rifugio, facevano parte della spiritualità giornaliera accettata senza particolari problematiche, ed anche un tumulo, seppur discreto e senza essere particolarmente adornato aveva una sua grande dignità spirituale.

La carovaniera a sud non aveva delle grandi città, costeggiando la più alta catena montuosa del mondo era praticamente protetta dai venti gelidi, godeva grazie ai torrenti di una discreta vegetazione e si poteva viaggiare spediti dove il terreno lo permetteva, non raramente s’incontravano monasteri buddhisti che offrivano riparo e rifocillamento: sembra non fosse però una via molto praticata dai mercanti europei.

Le due strade erano alternative, ma non di rado si utilizzava, trovando la carovana giusta, quella non percorsa nel viaggio d’andata.

Il cammino durato tanto tempo terminava così ufficialmente ad Anxi, la città del tè, dove il mercante si fermava per un certo periodo, prima di ritornare verso l’Europa o ripartire per andare nell’estremo oriente, cosa peraltro assai rara, più d quanto noi siamo soliti immaginare.

La Via della Seta era e rimane ancora oggi, pur senza l’avventura d’un tempo, un percorso ideale per tracciare la propria sensibilità sociale ed antropologica, per conoscere le vere radice dell’umanità e perché no, per amare ancor di più una natura che attraverso tutto il cammino ci mostra tante e diverse bellezze, tutta ampiamente apprezzate.

giovedì 9 gennaio 2014

Il sistema INPS - Agenzia delle Entrate – Agenzia di riscossione (EQUITALIA)


Il sistema INPS - Agenzia delle Entrate – Agenzia di riscossione (EQUITALIA)
Parte prima:
I regali di Berlusconi agli italiani ovvero il papà di EQUITALIA  (vedi post: Cancro equitalia su questo blog)

Equitalia è una società a partecipazione pubblica italiana, incaricata della riscossione dei tributi su tutto il territorio, ad eccezione della Sicilia( dove c’è una sorella peggiore: RISCOSSIONE SICILIA). E' partecipata al 51% dall'Agenzia delle Entrate,ed al 49% dall'INPS. Nasce con la conversione in Legge del Dlgs 30 settembre 2005 del Governo Berlusconi. Tre autorevoli autori: Berlusconi, Tremonti e Castelli. Come funziona è sotto gli occhi di tutti, un altro, ennesimo, carrozzone clientelare, ma quello che più ci preme conoscere è come è sostenuta questa società e quali limiti e confini ha. Il popolo italiano finanzia il suo aguzzino! Per il 51% TESORO, Agenzia delle Entrate ( tasse ai soliti a reddito fisso e controllabile) e il 49% INPS, i soldi che gli italiani mettono da parte per assicurarsi una pensione sociale di 400 euro al mese! Il sistema non è limitato da niente e da nessuno ed opera con metodi da AGESTAPO, può, anche per un debito non verificato, pignorarti la casa; debito di piccola entità. Può sbagliare EQUITALIA? La risposta è: sbaglia sempre, ma, siccome è una società che funziona come le BANCHE ( altri tagliaborse e usurai autorizzati e finanziati dalla CASTA politica italiana), non può ne fallire ne fallare! Praticamente il direttore di Equitalia può fregarsene delle Leggi dello Stato e disporre a suo piacimento ordini e richieste di pagamento senza essere controllato da nessun organo superiore! Quanto ci costa EQUITALIA? Equitalia ci costa 1 miliardo all'anno. Un salasso. L'Agenzia ha un esercito di collaboratori legali necessari per i contenziosi, gli unici che guadagnano alle spalle del Fisco, Il "mostro" Equitalia ci costa più di 1 miliardo all'anno. L'Agenzia di recupero crediti nel 2012 per le sole spese amministrative ha speso 886 milioni di euro. All’interno di questa cifra, però, 506 milioni rappresentano le spese per il personale (salari, stipendi, oneri sociali e Tfr), mentre 379 milioni rappresentano le “altre spese amministrative”. Tra le diverse uscite, 119 milioni di euro se ne sono andati per “servizi esattoriali”, 69 milioni per “servizi informatici” e 51 milioni per “servizi professionali”. Di questi 51 milioni di euro, la fetta più grande è costituita dalle spese legali per contenzioso esattoriale, che come spiega il bilancio “si riferiscono agli oneri relativi a spese legali e derivanti da eventuali soccombenze”. Insomma le beghe legali del colosso del fisco costano allo stato circa 50 milioni di euro. Una cifra record. Un esercito di avvocati - A godere del bottino è un esercito di collaboratori e consulenti composto da 5.700 persone. La maggior parte delle quali è costituita da avvocati a cui il Fisco si deve rivolgere per difendere in giudizio le sue ragioni. Il tutto pagando una maxi-parcella da 51 milioni di euro. A pagare è Equitalia. La società, ricordiamo, è pubblica ed è controllata dall’Agenzia delle entrate e Inps. Quindi a pagare le parcelle agli avvocati che difendono il fisco siamo noi. L'esercito dei consulenti è sconfinato. Ed è difficile capire perché con ben 8.167 dipendenti, Equitalia abbia bisogno di altri 5.678 professionisti legali. Come racconta la Notizia, da Equitalia fanno sapere che le spese per l'esercito di avvocati “varia a seconda dell’andamento del contenzioso e delle relative soccombenze”. Ma a quanto pare, visti i numeri da capogiro i contenziosi tra Equitalia e i contribuenti sono davvero tanti. E a sorridere sono solo i consulenti. Gli unici a guadagnare sulle spalle del fisco.(da: LiberoQuotidiano.it)


Un miliardo l’anno è quasi una Finanziaria e potrebbe rimettere in moto l’economia reale piuttosto che quattro cialtroni leccaculo dei politici di turno, o no?


Redazione Secem


( prima parte /segue)

mercoledì 8 gennaio 2014

Natura e bellezza ( Etica) - Argomento 2014


Natura e bellezza ( Etica)   - Argomento 2014

 
 
 
Siamo ambiziosi o, se preferite, curiosi, lo spirito dello scout non ci manca e, quindi, per il 2014 vogliamo percorrere l’impervio sentiero che attraverso l’Etica e la Ragione( ex Kant) porta a scorgere la Bellezza nella Natura e la Natura della bellezza. Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il Mondo, ergo, non è un modello secondario del pensiero, ma è la stessa essenza della vita e dell’esistenza.  Ma, la Natura è bellezza? Una corrente di spirito  vorrebbe assegnare alla Natura un intelligenza “divina” che la eleva al soglio di Bellezza assoluta. Ma tutto quello che è Natura incontaminata o la Natura che si offre oggi ai nostri occhi di uomini del terzo millennio? Interrogativi laceranti che prefigurano un percorso che attraverso l’Etica si può risolvere come un sistema matematico; la matematica cosa è se non Natura allo stato astratto?

La Natura è l'insieme degli esseri viventi e inanimati considerato nella sua forma complessiva, nella totalità cioè dei fenomeni e delle forze che in esso si manifestano.

La Bellezza è l'insieme delle qualità percepite tramite i cinque sensi, che suscitano sensazioni piacevoli che attribuiamo a concetti, oggetti, animali o persone nell'universo osservato, che si sente istantaneamente durante l'esperienza, che si sviluppa spontaneamente e tende a collegarsi ad un contenuto emozionale positivo, in seguito ad un rapido paragone effettuato consciamente od inconsciamente, con un canone di riferimento interiore che può essere innato oppure acquisito per istruzione o per consuetudine sociale.
Nel suo senso più profondo, la bellezza genera un senso di riflessione benevola sul significato della propria esistenza dentro il “Mondo naturale”.

Nel pensiero naturale è bello, questa è la ragione della scienza, il volo degli uccelli in stormo, l’aquila che afferra la sua preda o un albero che cresce oltre ogni ragionevole stadio esistenziale, l’Uomo, le Piante e gli Animali come le Montagne i mari le albe boreali. Un caos? No, come il volo di uno stormo di uccelli pronti a migrare. Un codice matematico! E l’Etica?

Abbiamo aperto il caravanserraglio e da oggi iniziamo a cercare il codice della Bellezza attraverso l’Etica della Natura e i suoi sistemi di crescita.

Speriamo che, come è successo per l’argomento 2013, La Retorica, anche questo sia partecipato e pieno delle vostre considerazioni e appunti.

Ugo Arioti

martedì 7 gennaio 2014

Le ultime notizie raccolte da Zaratustra!

 
Amici ho raccolto il grido disperato e acuto del
 
Presidente  della Regione Crocetta:
 
"C'è il rischio concreto di fare saltare Bilancio e
 
Finanziaria con effetti gravissimi, perché non potrò
 
più pagare il sarto e l’ortolano!Resto senza lavoro e
 
non mi vogliono nemmeno i PIP! come sono
 
disperato!".

domenica 5 gennaio 2014

APPUNTI DI SOCIOBIOLOGIA: LA SCIENZA OLTRE L’ETICA?

APPUNTI DI SOCIOBIOLOGIA: LA SCIENZA OLTRE L’ETICA?


E' una domanda che ci poniamo continuamente seguendo evoluzioni che, talvolta, sembrano poter sconfinare nella sfera della liberta individuale sconvolgendo le nostre convinzioni etiche e configurandosi in controllo delle coscienze. Partiamo con questi appunti del ricercatore Valerio Russo che riteniamo interessanti per dare uno stimolo alla comprensione di determinati meccanismi che la Scienza, aprendo sempre nuovi fronti e orizzonti, pone all'Uomo e al suo assioma sistemico.
Buona lettura, redazione Secem

Valerio Russo, filosofo e ricercatore dell'Università di Tor Vergata(Roma) nato a Roma nel 1985, è uno di quei giovani che danno lustro all'Italia con il loro lavoro e impegno. Attualmente si interessa alla riflessione etica conseguente al progresso della tecnica, con particolare attenzione ai recenti sviluppi di biotecnologia.
Ugo Arioti

 Gli eterni assiomi morali ed il ‘debunk’ operato dalla Sociobiologia. Il doppio standard morale

 L’interpretazione sociobiologista fornita da Wilson non provvede di una giustificazione morale i diritti universali dell’uomo, ma si limita a collocarli sul terreno dei fatti biologici. Resta da capire, prosegue Singer, cosa la sociobiologia possa dire sull’Etica in un collegamento con la storia evolutiva. Occorre capire se, ed in che modo, le prospettive aperte dalla sociobiologia contribuiscano a creare un determinismo comportamentale.
Il filosofo torna quindi sul legame di parentela che orienterebbe gli individui ad una maggiore sensibilità verso i familiari, non curandosi, al contrario, degli estranei. Secondo Singer è qui che si può scorgere l’apertura situata tra la sociobiologia e l’Etica, apertura all’interno della quale si colloca l’agire umano.
La dimostrazione che un comportamento possieda una radice biologica non rappresenta la giustificazione di una naturalità da accettare, bensì libererebbe tale attitudine dagli eterni assiomi morali.  Se un comportamento largamente accettato viene spiegato biologicamente, allora non può dirsi fondato su una verità morale evidente di per sé, ne consegue che tale principio può essere ripensato.
Questo dimostra l’importanza che la sociobiologia può avere sull’Etica, e smentisce le critiche che vedrebbero tale disciplina come un tentativo di giustificazione delle ineguaglianze (di sesso, di razza, ecc…) date dallo sviluppo della società capitalista.
A tal proposito Singer si propone di esaminare il doppio standard morale con cui vengono giudicati i rapporti sessuali occasionali degli uomini e delle donne.
Secondo la sociobiologia occorrerebbe analizzare in primis la diversa strategia adottata da maschi e femmine per massimizzare il numero dei discendenti: le prime incentrate più sulla cura della prole, la quale risulta maggiormente assicurata da una relazione stabile; i secondi con l’obiettivo di fecondare il maggior numero possibile di femmine. Questi fattori spiegherebbero la maggiore predisposizione degli uomini per i rapporti sessuali occasionali, e proprio questa “valutazione dei differenti modi con cui i due sessi possono trasmettere i loro geni, rimuoverebbe la necessità di ogni spiegazione in termini di attitudini sociali”.
Il doppio standard, dunque, non rappresenta una verità morale a sé evidente ma l’esito di un cieco processo evolutivo. Appare chiaro l’effetto di ridimensionamento portato dalla sociobiologia: la possibilità di prendere decisioni una volta conosciuti i risultati del percorso evolutivo.

Conoscere l’evoluzione è poterla superare. I Contraccettivi ed il “trick to evolution”

A dimostrazione che dalla conoscenza dell’evoluzione non derivi necessariamente  giustificazionismo o determinismo, Singer pone l’esempio dei moderni contraccettivi.
Dal punto di vista della storia dell’evoluzione, il piacere derivante dal sesso è sempre stato un mezzo per la riproduzione e non un fine in sé. Eppure l’uomo si è evoluto come creatura in grado di prevedere i risultati futuri dell’agire, mettendosi nella possibilità di influire su ciò che conosce. Il contraccettivo rappresenta l’intervento dell’uomo sulle basi biologiche, la possibilità fondata di godere di ciò che evoluzionisticamente era da considerarsi esclusivamente come un mero mezzo.
Questo dimostra quanto una maggiore conoscenza dell’evoluzione, lungi dal creare vincoli imprescindibili, collochi l’uomo nella possibilità di superarla.
Una volta assunto questo punto di vista, il passo successivo è chiedersi come una simile conoscenza possa inserirsi nel tessuto sociale, dove s’incontrano i desideri degli individui. Qual è il contributo della sociobiologia riguardo l’esistenza delle ingiustizie?
L’argomento qui assume forme diverse poiché, come sottolinea Singer: “non è sempre facile  eludere le conseguenze derivanti dalla soddisfazione dei desideri, questo perché i desideri possono essere maggiormente connessi alla loro funzione evolutiva”.
Se, ad esempio, si considerasse l’aggressività come un’attitudine strettamente connessa ai fattori genetici: si potrebbe soddisfare una tale propensione senza divenire carnefici, se non addirittura, vittime?
Appare ovvio che la spiegazione sociobiologica dell’aggressione non intende configurarsi come una giustificazione di quest’ultima. La sociobiologia pone le basi per rintracciare le radici biologiche dell’aggressività, ma nulla dice su come l’uomo debba comportarsi verso un simile impulso.

La sociobiologia e l’Etica Pratica: Eguaglianza sociale e discriminazione

 L’analisi singeriana giunge infine al problema dell’ineguaglianza sociale. La posizione dei sociobiologi non può essere definita un’accettazione di uno status quo, bensì un’opposizione a quel pensiero che vede l’uguaglianza degli uomini come uno stato naturale, e le diseguaglianze come il frutto della corruzione operata dalla società.
La sociobiologia smentisce l’idea di un’uguaglianza originaria, poiché l’uomo è un mammifero e la gerarchia è tipica di questa classe. Sbagliano tutte quelle correnti di pensiero che teorizzano la distruzione della vecchia società al fine di fondarne una nuova, basata sull’eguaglianza delle classi. Un reset della società non servirebbe alla causa dell’uguaglianza: le vecchie diseguaglianze riapparirebbero naturalmente, poiché l’uguaglianza non è la condizione naturale della società umana.
Ancora una volta, questa posizione dei sociobiologisti, “non significa che le disuguaglianze esistenti siano inevitabili e debbano essere accettate, bensì suggerisce che ogni mossa verso una maggiore uguaglianza ha il suo prezzo”.
La stessa argomentazione può essere fornita riguardo alle discriminazioni di genere all’interno delle moderne società: distruggere la società tradizionalmente incentrata sul potere maschile fornendo uguali opportunità tanto agli uomini, quanto alle donne, non assicurerebbe una divisione equa del potere e della salute. Questo perché la natura biologica dell’uomo, con la sua ricerca di potere e la maggiore aggressività rispetto alle donne, resterebbe invariata.
In definitiva sono poche le posizioni dell’Etica e della filosofia politica intaccate dalla sociobiologia (una di queste è quella corrente di pensiero egualitaria che si esprime a favore della distruzione della società attuale, con il fine di ripristinare uno stato originario di equità).
La radice biologica non costituisce l’unico valore di riferimento per un’interpretazione dei comportamenti umani, ed una tale conoscenza non può sostituire l’Etica, ponendo una parola definitiva su questioni moralmente rilevanti. In tal modo, lo scritto di Singer appare ben determinato a difendere il ruolo filosofico e civile dell’Etica dalle ingerenze e dalle eccessive pretese della sociobiologia.
Al tempo stesso, partendo dal percorso evolutivo, le scienze sociobiologiche possono fornire un valido supporto per un’analisi della società contemporanea e dell’uomo che la abita. A partire dalle determinazioni biologiche, l’umanità può comprendere le proprie attitudini e prendere in mano l’evoluzione. Definire come, ed in quali modalità, è un compito che concerne l’Etica.
Sarebbe errato, conclude il filosofo australiano, se in difesa di un’idea di egualitarismo, l’Etica separasse l’uomo dalla sua costituzione genetica.

Valerio Russo

mercoledì 1 gennaio 2014

Editoriale n° 1 - 2014

 
Cominciamo questo 2014 con le solite bugie twittate  e amplificate dall'ambaradan politico che sta gestendo in maniera assolutamente dannosa per il Popolo Sovrano, sto parlando di noi italiani perché è così che si legge i nella nostra carta costituzionale, questa " Crisi di Sistema" che chiamano "Recessione" solo per metterci paura e ricondurci in buon ordine verso la disperazione delle masse e l'arricchimento smodato dei POTERI FORTI: Le Banche.
 
Si amici, non siamo liberi, viviamo in una DITTATURA ECONOMICO FINANZIARIA che specula ogni giorno, con la scusa del Mercato Globale, sulle nostre vite. Il controllo ormai è pressoché totale. Fateci caso, Le Banche, che dovrebbero essere imprese come tutte le altre, anzi più controllate perché agiscono in un nodo centrale dello sviluppo economico di un Paese, di fatto NON SONO SOGGETTE ALLE REGOLE DEL MERCATO A CUI SI APPELLANO PER METTERE LE MANI IN TASCA AI CITTADINI. Ultima, ma non sola, la Banca senese, orgoglio italiano, a cui lo STATO ha regalato, tirandoli fuori dalle nostre tasche quasi 4 miliardi di Euro, senza nemmeno pretendere un risarcimento, o di commissariare il malato, no!
 
 
Il premier ci racconta la favola che la PRESSIONE FISCALE è CALATA nel 2013! Siamo ciechi? Si perché, invece, io penso che sia aumentata a dismisura trascinando interi pezzi di economia reale sul lastrico!
 
 
Ecco perché non è stato scelto a caso l'argomento di questo Blog nel 2013: ETICA E RETORICA. Sopra un mare di fandonie e di bugie fanno passare messaggi subliminali per alimentare solo il SISTEMA. Sono servi dei POTENTATI ECONOMICI e non servitori dello Stato.
 
Purtroppo per i nostri figli non vedo oggi prospettive migliori in Occidente e in Italia, ma la fiducia nell'intelligenza e nella forza di una Nazione come la nostra, giovane e antica allo stesso tempo, mi porta a fare un augurio a tutti noi e a sperare che qualcuno si accorga che stiamo correndo verso il baratro della schiavitù al DIO DENARO.
 
 
Buon 2014, Ugo Arioti

martedì 31 dicembre 2013

Poesia di fine d'anno : "Dedicata alle donne" - Ugo Arioti 31 dicembre 2013



Le donne dagli occhi grandi
hanno cuori di farfalla
e seni d'asina!

Volano come piume,
leggiadre e volitive,
ingenue e gentili.

Sono vita della Terra
coltivano il desiderio della Luce
segnalano la costa e il porto amico!

Giovani vergini,
lucciole celesti,
ninfe e muse,
tenere e vestali.

Curano i mali del guerriero cuore
seminano la gioia senza rancore,
magiche Dee e timide violette!

Madri e pur sempre donne
giovani sempre e antiche
vegliano la tua paura
e coprono il tuo pianto.

Sopra i delitti del cuore
viaggiano a viso aperto
come gabbiani in mare
cercando ancora amore.

Le donne dagli occhi grandi
hanno seni di marmo 
e fianchi di farfalla!

La bellezza profonda
che protegge la vita
che rinasce ogni giorno
nel talamo infinito.

Dedico questi versi
alle amiche del cuore
che mi hanno fatto uomo
con un solo suggello:
un bacio, il più puro e il più bello!

( la dedica più vicina  e più forte è per la mia compagna, il mio porto amico, che mi sopporta e sopporta la mia insostenibile leggerezza dell'essere! Grazie Daniela, il tuo " piccolo uomo"!)