giovedì 27 giugno 2013

Flashback ( Ugo Arioti)

I PARTE

1

 


Santa Margherita di Pula 8 agosto 1998, la stagione estiva è nel suo centro e all’Hotel della “Pinetina” si prepara una gran festa per la prima emittente regionale che inizia le sue trasmissioni satellitari.
Si fa un gran parlare dell’evento. Il grande capo delle emittenti sarde e il manager dell’associata daranno sulle terrazze del Bellavista una grande festa. L’eco parte da Teulada e si spande per tutta l’isola fino alla Maddalena.
- Sveglia mandroni, stasera ci divertiamo! Eia!- gridò Gavino Congiu all’amico per dargli l’alzata. Erano le cinque del pomeriggio.
Il cielo sopra Santa Margherita era di un turchese elettrico e rifletteva sulla spiaggia i raggi del Solleone. Francesco de Angelis, romano del testaccio, immerso ancora nel Mondo di Morfeo, tentennava e non voleva aprire gli occhi.
Era il suo ultimo giorno di vacanze in Sardegna e già sentiva il peso del ritorno agli studi. Diciannove anni e una t-shirt giallo-rossa ( i colori della sua A.S. Roma) era partito da Civitavecchia il pomeriggio del 24 luglio, con la madre, amica della signora Congiu, che da signorina faceva Rossini. Claudia Rossini in Congiu si era trasferita a Cagliari dopo le nozze. Con la madre di Francesco aveva condiviso oltre che l’amicizia e la vicinanza di casa anche le scuole fino al diploma. La loro amicizia era inossidabile: due sorelle. Spesso Claudia andava a Roma per lavoro o per lo shopping e andava a casa di Francesco e i De Angelis per Sant’Efisio o d’estate, più frequentemente, passavano almeno due settimane con gli amici in Sardegna, prima a Cagliari ora da qualche anno a Santa Margherita di Pula dove il Signor Giorgio ha una tabaccheria con annesso negozio di libri, dischi e souvenir.
Gavino e Francesco, entrambi figli unici, si sono sempre sentiti come fratelli. Condividono ora la passione per lo studio della medicina. Francesco vorrebbe poi specializzarsi in cardiologia, mentre Gavino vorrebbe fare lo “strizzacervelli”!
Gavino torna sui suoi passi per vedere se l’amico si è alzato.
“Il pelandrone dorme ancora!”
Francesco, invece, fa finta di dormire. Aspetta che l’amico si avvicini fino ad essere a portata di mano e quando, dopo averlo chiamato per l’ennesima volta quello si gira, lo afferra per la caviglia e lo fa cadere.
- Ma che stronzo! Eia, mi puoi rompere una gamba così. -
- Disse Mangiafuoco a Gambadilegno!- fu la risposta dell’amico.
- Scemo! Sei tutto scemo. Alzare  ti devi. Andiamo a mare con Nico e poi al negozio da mio padre a prendere gli inviti per la festa di stasera! Vedrai quante piccioccase e quante attricette ci saranno. Così la smetti di sognare … Datti una mossa!- e si svincolò come un anguilla dalla presa non troppo convinta di Francesco.
- Piccioccase? E che cosa sono caciotte di latte di capra fatte in casa!- ingiuriò scherzosamente.
- Lo sai bene cosa sono le piccioccase!- rispose veloce Gavino.
Armati di tovaglie da spiaggia e costume, mezzora più tardi, si avviarono in spiaggia per incontrarsi con gli altri amici e organizzarsi per la serata. Tutti uomini.
Francesco era melanconico per la fine della sua estate.
Milio Floris, il saggio della comitiva, ventitre anni infermiere di sala al “Regina Elena” di Cagliari, gli fece ricordare che l’estate è come il giorno e la notte, torna all’alba dopo il buio.
Non fece effetto, anzi.
- Milio, non sono triste. È che quindici giorni sono pochi per godere di questo mare … vi invidio! Voi potete godervelo tutto l’anno. –
- Allora, la finiamo con queste stupidaggini!- li interruppe Gavino.- Dobbiamo divertirci stasera si o no?-
- Fiumi di champagne e di donne!- sortì Luca Pisanu mettendo una mano sulla spalla di Tore Scano.
Cominciarono a farneticare e sognare le avventure che li avrebbero coinvolto e le donne fatali che li avrebbero afferrati per i capelli e condotto nelle loro alcove per violentarli e massacrarli di sesso senza freni, estremo!
Quando finirono di fare progetti e di stabilire tutte le misure della fortunata che avrebbero scelto come partner per un sogno quella sera, ad uno ad uno si alzarono dalla sabbia cocente e si lanciarono sul mare della “Pinetina” per rinfrescarsi le idee.
- Oh, ragazzi! Ci si vede qua alle otto e mezzo spaccate! Ok?- raccomandò Gavino agli amici prima di tornare a casa.
- Eia, Gavino. Io telefono a Bibi e Taddeo. Viene anche Bucianeddu! Lo chiamo?- aggiunse Milio.
- Certo! Non c’è problema. Ho dieci inviti.-
- E ragazze niente?- chiese Francesco.
- Non lo sai che non le fanno venire di sera da sole e se vengono poi le devi riaccompagnare a mezzanotte.-
- Come Cenerentola!- sorrise Tore.
- Beh, allora a stasera!- concluse Gavino che era il leader di questa compagnia di ventura.
La festa di Satellite – Sardegna, avrà luogo nel più esclusivo dei resort della costa sud. Ottanta cuochi e un esercito di camerieri serviranno al banchetto esclusivo, riservato a soli, si fa per dire, trecentocinquantasei invitati. Tutti rigorosamente selezionati tra i magnati dei Midia e del Cinema, oltre che politici e faccendieri, una perfetta simbiosi. Alla fine della grande cena di gala si aprirà la pista che porta fino alla spiaggia dove hanno allestito un parco in legno che si proietta con una piattaforma su palafitte anche in acqua e forma due grandi cerchi uniti da una passerella ad esse larga cinque metri. Un vero spettacolare palco dove si mescoleranno agli invitati di prima anche i commercianti e i notabili di Cagliari, Pula e dintorni. Giornalisti e troupe televisive non possono mancare all’evento dell’estate sarda. Un ambaradan di tecnici, carpentieri e scenografi ha costruito in meno di due giorni il Sogno di una notte di mezza estate a santa Margherita di Pula, sotto Capo Teulada!
Lo schow  va in onda dal satellite in tutto il Mondo, quello fornito di parabole e di decoder!

I guasti del sistema - 2


Cui prodest ( I guasti del sistema - 2)
 

Troppo spesso, nel normale corso della nostra vita, ci troviamo a combattere o, solamente, incappare  “capannelli chiusi”, dove la gente parla sottovoce con altri o si allontana per non fare sentire il discorso e soprattutto l’oggetto, il soggetto e il referente. Riservatezza? No. Si tratta di gestire un piccolo potere di organizzazione che va, quasi sempre, contro i Principi Generali Etici su cui si fonda una collettività umana. La piramide del potere che pone un orecchia universale e un occhio onnipresente su tutto e tutti si basa sul “SEGRETO”.  Ma il segreto che cosa è? È, dicono i fautori del sistema piramidale, una verità che non può essere esplicitata subito perché potrebbe nuocere a chi la dice a alla moltitudine che la subisce, ergo va posposta opportunamente. Qua mi viene un dubbio. Se si tratta di una verità, quanto pesa e quanto influisce non è importante più del contenuto e della sua stessa ragione? Evidentemente esistono verità e verità! L’esempio dell’annuncio doloroso non è sostenibile, per quanto doloroso sia è giusto che chi lo subisce ne venga a conoscenza e prenda le sue decisioni consapevolmente. Mi viene il dubbio, ancora, che si tratta di un sistema di verità che di verità hanno ben poco o niente, ma sono costruite opportunamente per sostenere le “caste predominanti”, in Italia quella politica che scavalca ogni Legge e ogni Diritto e persino la COSTITUZIONE. Così su queste costruzioni si basa il Potere di Polizia e si nutrono invidie, gelosie e campanilismi, razzismi, ideali religiosi e finti ideali morali. Insomma viviamo in un Mondo virtuale creato dal Potere a sua immagine e profitto. Ci sono segreti di Stato, militari, giudiziali, di setta, religione o di comando e tutti questi segreti li detengono alcuni “sacerdoti delle Verità occulte” che ne hanno il controllo e la manutenzione oltre che il potere di diffusione al momento giusto che è quello che loro decidono. Questa è la LIBERTA’ del Mondo degli uomini! È come il segreto dei templari che è stato alimentato ad arte fino a diventare un capo d’accusa e un termine che si legge in mille luoghi e che non si sa a cosa, veramente, porti. Generalmente sono tutti binari morti. Ma pensate a quante persone sono morte per questo “SEGRETO”. Ora mi chiedo: è possibile che ancora oggi nel terzo millennio dopo Cristo Re ci siano ancora segreti intangibili e società occulte che li alimentano col beneficio di un Potere basato sull’Odio e sull’individualismo e, soprattutto, sul DENARO? Cui prodest?

Ugo Arioti

domenica 23 giugno 2013

AMBIENTALISMO, FEMMINISMO, FETICISMO, CARRIERISMO .... etc

Per mia natura credo nella parità e nell'uguaglianza e fratellanza di ogni essere vivente, piante, animali di questa "pietra calda"(il nostro Pianeta) su cui per un magnifico " incidente" ho aperto gli occhi. Sono innamorato di questa Terra e della mia Sicilia, terra dei miei antenati mitteleuropei scesi in Sicilia con i normanni e i crociati. Sono, per scelta sentimentale e cerebrale, AMBIENTALISTA!  Solo che, nel tempo, conoscendo gli " ISMI" come ambientalismo, populismo, femminismo e tanti altri ho capito che questi movimenti sono composti da pochi idealisti sinceri e molti traffichini e speculatori che si possono abbinare ad un altro "ISMO": carrierismo! Quello che mi preoccupa maggiormente come siciliano, isolano e amante del mare è l'AMBIENTALISMO DI BANDIERA, diffusissimo in tutta la Regione Siciliana e alimentato da Sindaci e Presidenti che hanno realizzato le loro fortune seguendo l'onda creata da questo movimento pilotato ora su un oasi di ripopolamento ora su una spiaggia dove non deve crescere nemmeno un filo d'erba ora su una montagna sacra. Voi penserete che io sono uno che non vuole regole e distinzioni e non vuole che volenterosi ambientalisti dell'ultima ora salvino gli ultimi pezzi di questa bellissima isola in mezzo al Mediterraneo. No, vi assicuro che ero tra i tremila ragazzi che attraversando lo Zingaro hanno posto un argine ad una strada che avrebbe, quella si, devastato una costa di impareggiabile bellezza, macchia mediterranea esemplare e area naturalistica e naturale. Allora, direte voi, questa acredine verso gli AMBIENTALISTI, questi angeli del bene, questi benefattori. Il fatto è che se mettete sotto lente di ingrandimento questi ISMI SICILIANI potete vedere cose che non stanno certo dalla parte dell'UOMO e della NATURA, ma dalla parte del Potere e della Mafia. Movimenti usati per contrastare qualsiasi politica di sviluppo del turismo in Sicilia, unica e sola fonte di ricchezza che l'Isola ha ( 30%, quasi, dei beni storico culturali e ambientali del Mondo, vi sembra poco? E non parliamo del mare che la circonda dove ci sono ancora oggi tesori da ritrovare!) E bene, direte voi, tu vuoi che si costruisca dovunque e comunque? No, voglio che ci sia una discussione aperta tra chi vuole realizzare le cose e chi difende le ragioni del luogo e degli uomini senza pregiudizi o interpolazioni e infiltramenti di altre ragioni che non sono quelle dell'Ambiente. Si chiama ETICA AMBIENTALE e ne abbiamo già parlato in questo blog con articoli interessanti e altamente istruttivi. Non dobbiamo arrivare all'abbattimento, giusto e, anzi, tardivo, degli ECOMOSTRI come quello che deturpava la "scala dei turchi". Dobbiamo fare un piano di sviluppo che consenta di gestire e di valorizzare l'ambiente e di garantirne la sua sopravvivenza per i nostri figli. Noi siamo, questo si, responsabili di quello che la Natura ci offre. E' lei che ci ospita e ci nutre. Allora sviluppare attività che si impegnano a mantenere e tutelare l'ambiente, piuttosto che lasciarlo agli sciacalli che lo cannibalizzano con discariche abusive, vecchie automobili e carcasse di ogni genere è un fatto sicuramente etico e positivo a tutela del patrimonio di tutti. Occorre creare dei PARCHI AMBIENTALI che possono comprendere anche aree urbanizzate o da urbanizzare, ma tutto secondo una logica di tutela e manutenzione dell'Ambiente. Potremmo prendere a metro di paragone la Sardegna dove sono sorti interi interi inurbamenti turistici ( Porto cervo, Is Molas etc.), ma questo non è stato realizzato deturpando e devastando, ma, piuttosto, costituendo dei capisaldi di difesa ambientale.

Ugo Arioti

venerdì 21 giugno 2013

Non gridate :Allah u Akbar, in Israele c’è la PENA DI MORTE IMMEDIATA …


Non gridate :Allah u Akbar, in Israele c’è la PENA DI MORTE IMMEDIATA …

Quando parliamo di razzismo e di integralismo e di intolleranza religiosa parliamo sicuramente dello Stato di Israele attuale.  Solo in un luogo così esemplarmente razziale e fascista possono accadere episodi del genere. Non ci si può meravigliare di chi predica la VENDETTA come RELIGIONE: un agente di sicurezza ha sparato contro un israeliano. L'uomo avrebbe infatti urlato "Allah è grande", scatenando i sospetti che si trattasse di un palestinese. Il capo della polizia Micky Rosenfeld ha spiegato la dinamica: "Il fatto che abbia urlato Allah u Akbar ha spinto l'agente a sparare diversi colpi". Ora cercheranno di spiegare che si trattava di un pazzo, un eccentrico un disturbatore un diverso, insomma. Si, l’uomo forse, il sospetto viene anche a me, non era un ortodosso … Ma perché? Ha importanza? Era una persona e ha manifestato un idea, non aveva armi, altro che la sua voce. Ma la voce dei popoli e la voce del Mondo che condanna gli attuali governanti di uno Stato che non è loro a “sparare a se stessi” e poi ci sarà un'altra DIASPORA’. Chi predica uccidendo muore sotto i suoi stessi strumenti di vendetta. Ma attenzione, non parlo di tanti giovani ebrei che non la pensano come il loro Governo e che desiderano la PACE dei Popoli e non i Gendarmi armati che sparano sul muro del pianto. Le responsabilità sono di chi governa e di chi gli permette di governare. Noi non siamo e non saremo mai INTEGRALISTI e RAZZISTI, siamo per l’INTEGRAZIONE e la Collaborazione paritetica di tutti al Governo dei Territori che sono del Mondo e dei Popoli e non dei Governi e delle Religioni, delle Mafie e delle Banche.

Redazione Secem

mercoledì 19 giugno 2013

I guasti del sistema (1)

 
Nel disegnare un Mondo globalizzato in cui l'unico metro di misura di ogni cosa, idea o prodotto è il denaro che viene movimentato e dove il Prodotto è fine a se stesso e non ai bisogni e alle necessità di una società sviluppata e democratica, il Capitale si è organizzato in due grosse masse critiche: L'economia reale e l'economia virtuale. Il perchè è presto detto, per canalizzare il denaro verso concentrazioni sempre più forti e autoreferenziate. Tutto ormai è attraversato dai nervi di questo sistema virtuale di FINANZA e POTERE. L'economia reale è rimasta nei sogni degli ultimi "romantici" e le vittime di questo schiacciamento sono le piccole imprese, gli artigiani e la gente comune che sopporta oneri e CRISI CICLICHE di SISTEMA che creano solo SPECULAZIONE e POVERTA' da un lato, quello debole e POTERE E RICCHEZZA dall'altro, aumentando sempre di più lo squilibrio tra ricchi e poveri ed eliminando a poco a poco il ceto medio, asse portante delle Nazioni post rivoluzione industriale. Il crollo del muro di Berlino, causa scatenante di una nuova dignità tedesca ed europea, oggi è lo spartiacque tra un ECONOMIA INDUSTRIALE REALE e un MONDO CHE VENDE LE PERSONE E LE COSE COME FOSSERO MERCI, quelle che non servono più, virtualmente, vengono eliminate ( i ceti intermedi). In questo modello la democrazia è solo una bandiera come tante all'esposizione del Dio Denaro. I mercanti sono entrati nel Tempio e lo gestiscono e i Governi sono ridotti a meri esecutori del POTERE FINANZIARIO: le Banche.
Questa premessa è necessaria per capire come si sia involuta anche la POLITICA e la BUROCRAZIA creando sacche di vessazione assoluta e margini di profitto piuttosto che la" FELICITA' DELLA GENTE"! In una prossima puntata entreremo nel merito della DEMOCRAZIA, della POLITICA e della BUROCRAZIA nell'era del Mercato Globale e cercheremo di capire come questi simboli di libertà e di gestione solidale e trasparente della "res pubblica" si siano trasformati in semplici AGENZIE DEL POTERE FINANZIARIO.
Redazione Secem

martedì 18 giugno 2013

Il Gran Camposanto di Messina


Il Gran Camposanto di Messina un opera d’arte per i morti e a monito per i viventi

Ugo Arioti

 

Nel 1854, nel periodo in cui una gravissima epidemia di colera flagellava Messina e altre parti della Sicilia, venne emanato il bando di concorso affinché si edificasse un Camposanto per la città.

Il bando fu aperto a tutti i progettisti del Regno delle due Sicilie e vide vincitore l'architetto messinese Leone Savoja ma passarono ben sette anni prima che la giunta municipale deliberasse l'esecuzione dell'opera, anche se i lavori più importanti iniziarono nel 1865.

Inaugurato nel 1872, per l'occasione furono trasferiti da Torino nel "Famedio", luogo di sepoltura dei cittadini illustri, i resti di Giuseppe La Farina, politico, scrittore e massone messinese. Sono inoltre presenti monumenti tombali dedicati alle vittime del terremoto del 1908. Il Cimitero Monumentale di Messina, detto anche Gran Camposanto, è uno dei più importanti cimiteri monumentali d'Italia.
 

domenica 16 giugno 2013

il passero e la vetrata

Osservazioni casuali

Oggi sto osservando un fatto insolito. Un passerotto che si scaglia col suo audace becco contro una vetrata. Cerco di spaventarlo per farlo volare via, lui si alza in volo, fa un giro e poi torna a dare beccate alla vetrata. Che uccellino scemo ho pensato, poi ho messo in campo un piccolo stratagemma. Ho posato sul davanzale un giornaletto pubblicitario, molto colorato. Per un po’ ha funzionato. Il passero volava vicino al vetro ma non si avvicinava. Poi ha ripreso a beccare la superficie dell’invetriata. Cioè ha capito che l’oggetto era innocuo e lo ha baipassato, tornando alla sua idea primitiva. Ma cosa vuole un passerotto da una vetrata? Vuole capire fino a che punto questo ostacolo muto e trasparente può impedirgli di penetrare uno Spazio! È un avventuroso esploratore! Mi convinco che i suoi esperimenti sono il frutto di una mente aperta e volitiva e penso che anche noi, uomini terrestri, siamo come quel passerotto che vuole sfondare il vetro che ci impedisce di vedere oltre e cerchiamo nuovi mondi e nuovi territori sbattendo contro la vetrata dell’immensità infinita dell’Universo. Se c’è un motore nascosto o una vetrata impenetrabile questi oggetti avranno un luogo e una dimensione, ma noi, fortunatamente, abbiamo la possibilità di trovare il buco o lo spazio o il luogo. Siamo figli di Dio, di un Padre che non ama farsi vedere in pubblico, ma che ogni tanto ci manda un messaggero o scende con qualche amico per verificare che noi stiamo ancora beccando la vetrata. Oh, caro papà sii buono e vienici a raccontare come hai fatto a mettere in piedi tutto questo ambaradan!
Ugo Arioti

sabato 15 giugno 2013

L'apostolo sul quale Gesù edificò la sua Chiesa non aveva un conto in banca

L'apostolo sul quale Gesù edificò la sua Chiesa non aveva un conto in banca

"L'apostolo sul quale Gesù edificò la sua Chiesa non aveva un conto in banca". A dirlo è papa Francesco, il prete predicatore del Mondo, l’amico che vorremmo avre sempre accanto per chiedere un consiglio o per pregare insieme. Ma cosa vuol dire e a chi la manda a dire il papa questa frase carica di spiritualità e di coraggio. Il Vaticano è rimasto il vecchio e chiuso Stato Pontificio, questo è. Lo IOR è la Banca attraverso la quale passano gli imbrogli del Mondo e si celano le più feroci mafie speculative capitalistiche. Il tempio al dio denaro innalzato nella Casa di Dio. Un sacrilegio che Gesù Cristo scaccerebbe, come ha fatto con i mercanti, dal Tempio. Ma papa Francesco non è Gesù, è un uomo e noi temiamo per lui. L’apparato burocratico amministrativo del Vaticano, che in minima parte serve a far funzionare una macchina che accoglie ogni giorno centinaia di migliaia di pellegrini, è cresciuto al punto da diventare una potenza mondiale più nel Male che nel Bene. Grazie anche a Mussolini e al Concordato che costringe l’Italia a pagare al Vaticano il pedaggio. Dovrebbe, semmai, essere al contrario. Allora? Allora siamo con papa Francesco e speriamo che Dio lo preservi dagli sciacalli che si annidano dentro le mura di San Pietro, che, non scordiamocelo mai, non aveva un conto in Banca, anzi, era povero.
Ugo Arioti

venerdì 14 giugno 2013

Governo riveda decisione sui caccia F35 -appello condiviso dalla Scuola di Ecologia Culturale


F35, appello da don Ciotti a Saviano:
"Governo riveda decisione sui caccia"

Entro la fine del mese si discuterà in Aula la mozione che impegna l'esecutivo a rivedere la partecipazione italiana al progetto dei cacciabombardieri di nuova generazione. Anche per sollecitare la Camera a votarla nasce una petizione che ha già le firme, tra gli altri, di Umberto Veronesi, Gad Lerner, Alex Zanotelli

Costi altissimi in giorni di crisi, tempi tecnici sempre più incerti. Tutto per acquisire "uno strumento militare in grado di portare ordigni nucleari: un caccia il cui uso mal si concilia con la nostra Costituzione". La campagna "Taglia le ali alle armi", contro l'acquisto da parte del governo italiano dei cacciabombardieri F35, entra in una nuova fase e si sposta anche dentro le istituzioni. Oltre centocinquanta parlamentari e numerosi esponenti della società civile si sono mossi con l'obiettivo comune di spingere il governo a ripensare la partecipazione italiana al progetto F35, a partire dal numero di esemplari da ordinare. "Si tratta di impedire l'ennesimo e gigantesco spreco di denaro pubblico", ripetono i responsabili della campagna.

Non sarà una campagna facile. A parte tutte le alte gerarchie delle forze armate, lo stesso ministero della Difesa, Mario Mauro, definisce "inderogabile" l'acquisto dei caccia, mentre a 'legare' l'Italia ai partner del progetto vi sono vincoli di natura politica e persino contrattuale. Dall'altra parte, però, c'è un'opinione pubblica sempre più sensibile al tema ed al paradosso di destinare una somma vicina ai 90 miliardi alle armi proprio quando non ci sono risorse minime per il lavoro, la scuola o la sanità. E dunque la società civile si mobilita.

L'appello. Sottoscritto tra gli altri da Ascanio Celestini, Luigi Ciotti, Riccardo Iacona, Chiara Ingrao, Gad Lerner, Savino Pezzotta, Roberto Saviano, Cecilia

Strada, Umberto Veronesi ed Alex Zanotelli, l'appello rivolto alla Camera dei deputati chiede l'immediata cancellazione della partecipazione italiana al programma degli F-35. Perché "spendere 14 miliardi di euro per comprare (e oltre 50 miliardi per l'intera vita del programma) un aereo con funzioni d'attacco, capace di trasportare ordigni nucleari, mentre non si trovano risorse per il lavoro, la scuola, la salute e la giustizia sociale è una scelta incomprensibile che il governo deve rivedere".

Per questo, scrivono i firmatari dell'appello, "chiediamo a tutti i deputati di sostenere tutte le iniziative parlamentari tese a fermare il programma degli F35 e a ridurre le spese militari a favore del lavoro, dei giovani, del welfare e delle misure contro l'impoverimento dell'Italia e degli italiani".

COME FIRMARE L'APPELLO


La mozione.
La prima di queste iniziative arriverà alla Camera nei prossimi giorni. Si tratta di una mozione firmata da 158 parlamentari del Pd, di Sel e del MoVimento Cinque Stelle. Nel testo si legge: "Il programma dell'F35 è diventato un progetto dal costo elevato a fronte di prestazioni peraltro incerte e non corrispondente alle esigenze difensive del nostro Paese, con ricadute industriali e occupazionali molto lontane dalle aspettative". La richiesta dei deputati è di destinare i fondi stanziati per il caccia all'edilizia scolastica e alla messa in sicurezza del territorio. Perché "in una scuola su tre (su due al Sud) mancano i certificati di sicurezza. Migliaia di edifici stanno su territori a rischio sismico o idrogeologico". E non si tratta solo "dell'intonaco che cade, dell'infiltrazione d'acqua, dell'umidità: lo stato dell'edilizia scolastica nel nostro Paese è drammatico, al punto che in alcune città le amministrazioni si trovano nel dilemma se aprire una scuola non a norma o lasciare a casa i bambini".

La domanda a Epifani e l'impegno della Cgil. Intanto i promotori della campagna "Taglia le ali alle armi" rivolgono una richiesta anche al segretario del Partito democratico, Guglielmo Epifani. Si parte da una premessa: "Sempre più esponenti del Pd - da Pippo Civati a Fausto Raciti - sono contrari all'acquisto degli F35". Quindi, "ci domandiamo come mai, a questo punto, dal segretario del partito non venga una parola definitiva sulla questione". Inoltre, si tratterebbe di "onorare la promessa fatta in campagna elettorale da Pierluigi Bersani". Sul fronte del no all'acquisto è schierata la Cgil: "Per reperire le risorse per i giovani, il lavoro, la crescita, è opportuno andare a tagliare laddove non si taglia mai. Anche nei capitoli di spesa degli F35 e in generale per le missioni militari".

14 giugno 2013
 


 

martedì 11 giugno 2013

Acquarello palermitano: il teatro Politeama Garibaldi in Piazza Castelnuovo alle spalle di Ruggero Settimo


Acquarello palermitano: il teatro Politeama Garibaldi in Piazza Castelnuovo alle spalle di Ruggero Settimo   di Ugo Arioti

 
“Felicissima Palermo! Città ricca di Storia e Arte e teatri! Cca ci suunu jardini ca profumanu d’ammuri e d’Eternu e ci sunnu cristiani boni e critiani tinti, ma tutti sunnu vistuti a festa nna sta città ca sta nto centro du Munnu!” Don Giuseppe, un mio antenato, luogotenente e amministratore del Marchese di Rudinì, lo raccontava al suo amico francese Simon D’Orleans, passeggiando per via Emerico Amari in direzione di piazza Castelnuovo. A un tratto fermò il calesse si alzò in piedi sul cocchio e indicò all’amico la grande struttura che si ergeva davanti a loro. “Vedi Simon, è qui che appari nella mente di Giuseppe Damiani Almeyda, architetto palermitanissimo, l’immagine epica, con le sue raffinate linee di un bellissimo Teatro situato sulla Piazza Ruggero Settimo … Il problema era che ieri come oggi, il comune non aveva tutti i fondi per costruirlo e che qualcuno aveva già messo le mani avanti e lo voleva come centro commerciale piuttosto che luogo dedicato al teatro. Ma la spinta risorgimentale e massonica del nuovo corso garibaldino impose alla città di innalzare un monumento al nuovo che avanzava con le sue aspettative e i suoi voli pindarici. Fu proprio il Marchese di Starabba che fece feconda l’impresa!

“Buongiorno ingegnere, sono Carlo Galland, l’idea di fare un teatro nel cuore della città nuova, mi piace! Noi siamo impegnati nel sostenere l’arte e la cultura in questa città e non verremo meno a questo nostro principio ora che ci sono i disegni e il piano d’arte dell’architetto Damiani. Penso che lo potremmo chiamare: Politeama! Uno spazio di cultura per il teatro e le arti.”

Nel 1869 e 1870 sorgono dei problemi tra il Municipio e l’impresa Galland, ma si decide di proseguire l'opera, eliminando tutti i lavori di abbellimento. Il cantiere inoltre era stato chiuso per qualche tempo per fare delle verifiche sulle condizioni statiche dell’edificio. Essendo stato trovato tutto a perfetta regola d’arte fu riaperto e si proseguì con i lavori. Il teatro era stato progettato come teatro diurno all’aperto, ma fu in un secondo tempo deciso di realizzare una copertura. Nel giugno 1874 fu inaugurato anche se incompleto e ancora privo di copertura, la prima rappresentazione fu I Capuleti e i Montecchi di Vincenzo Bellini. Quest'ultima, considerata per l'epoca opera di grande ingegneria, venne realizzata in metallo dalla Fonderia Oretea nel novembre del 1877. Gli ultimi lavori, di abbellimento, furono realizzati nel 1891 in occasione della grande Esposizione Nazionale che si teneva quell’anno a Palermo. L’inizio del nuovo secolo della tecnologia nella capitale normanna, vide sorgere, sul frontale del tempio costruito dall’impresa Galland, una serie di eroi bronzei di fattura pregevole opera dello scultore Civiletti.

Cavalli e cavalieri, una piccola armata a difesa del Politeama Garibaldi! Sono ancora la, sul frontale del tempio immaginato da una collettività immaginifica e feconda! Penso che difendono lo spazio della vita dedicato all’uomo nella sua interezza (in corporis Spiritu).

 


lunedì 10 giugno 2013

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale

Filosofia, Retorica ed Eloquenza in Età Imperiale
di Enrico Pantalone

Enrico Pantalone è laureato in Scienze Politiche ad indirizzo storico (diritto medievale) si occupa per interesse e ricerca personale dello studio riguardante la civiltà Greca, Romana e Bizantina. Ha un sito molto interessante, www.enricopantalone.com, inoltre scrive articoli per siti di storia e archeologia. Abbiamo tratto questo scritto per la nostra ricerca sull’etica della retorica, argomento del 2013 Secem, perché è interessante vedere la Storia e la sua evoluzione dal punto di vista di uno storico – politico. Un personaggio “imperfetto”, come quelli che prediligiamo noi della scuola di ecologia culturale, che non si occupa di questo ma di questo si appassiona e vive.
Ugo Arioti

 


Da uno stato che potremmo definire ancora alquanto conflittuale del dibattito tra filosofia e retorica greca (pensiamo alla ferocia intellettuale prima della conquista romana del territorio) assistiamo durante l’età imperiale a un progressivo avvicinamento delle due posizioni comprensibile per l’azione delle autorità e per l’ascesa coeva del cristianesimo soprattutto a oriente.
La caratteristica principale della collaborazione tra le due branchie del pensiero ellenico fu certamente data come esempio dai sofistici che incarnavano in sostanza tanto l’aspetto filosofico quanto quello retorico e l’uso della parola restava indubbiamente il mezzo principale per far conoscere il genere letterario dedicato allo studio della mente umana, probabilmente, superati i dissidi dovuti in parte al modo riservato di porsi dei filosofi nei confronti dei retori , fu facile comprendere come l’utilizzo della platea e dell’oratoria risultasse determinante per far conoscere le opere didattiche.
C’è un ritorno agli studi sugli autori passati, come un richiamo alla società di un tempo in rapporto alla frenesia intellettuale che permea grandemente la nuova realtà romana, in cui si cerca la sintesi culturale, consideriamo anche che lo sviluppo territoriale portava con sé anche nuove filosofie e nuove religione che ci fanno sembrare la romanità come un immenso contenitore letterario ed idealistico, nei primi secoli imperiali si può dire che tutto era presentabile e che tutto era discusso, indubbiamente l’arte della retorica ebbe il sopravvento almeno fino al tempo di Giustiniano.
Sicuramente laddove i romani piantarono radici ben salde l’arte dell’eloquenza diventò un mezzo d’aggregazione culturale, un prova culturale per gli abitanti della regione conquistata ed una prova d’integrazione riuscita per i conquistatori, questo lo possiamo vedere più ampiamente nella Gallia dove per noi è più facile sia la verifica quotidiana tra le gente comune attualmente, sia quella più propriamente storica con ampio accesso a documentazione esistente, ma soprattutto ritrovabile nel background sociale anche nelle cittadine periferiche.
Il buon utilizzo dell’arte dell’eloquenza diventava così in tempo imperiale per un giovane di buona famiglia d’oltralpe un attestato dei suoi ampi orizzonti culturali, essere un buon retore significava accettare di buon grado il sistema linguistico e della costruzione grammaticale propria dell’Urbe, di conseguenza diventava anche più facile il dialogo e la comprensione umana.
Certo probabilmente quest’arte snaturava un po’ la civiltà della terra conquistata ma ancora oggi nessuno mette in dubbio i vantaggi che da essa ne sono poi conseguiti nello sviluppo della società nel corso di quei secoli.
Tuttavia a cavallo tra il passaggio istituzionale dalla repubblica al principato trionfò l’atticismo esasperato nell'eloquenza convincendo molti di quelli che avevano il dono di saper parlare alla gente a diversificare il palcoscenico prendendo atto che diventava molto più importante quello accademico rispetto a quello popolare.
Mutamento ovvio seguendo quello politico in atto e la trasformazione da repubblica a principato di Roma ma che frenò per sempre la libera oratoria del periodo precedente.
Le tesi che si scontravano erano comunque sempre le stesse: asianismo e atticismo, l’elaborazione puramente formale del discorso contro la forza delle argomentazioni del discorso.
Il cambio della platea consentì "l'esportazione" dell'Arte nei territori conquistati, gestiti, di fatto, con la nobiltà locale i cui figli erano educati secondi i principi romani, così indubbiamente non vi era più bisogno di grande forma estetica, non vi era più una massa di gente da incantare o da convincere, ora molte meno persone ascoltavano i discorsi e dovendosi rivolgere a una platea meno volubile, le tesi e le argomentazioni dovevano essere sicuramente ben dettagliate e descritte, quindi più accademiche, per questo ebbero un successo indubbio.
Sicuramente una figura eminente rappresentante questa evoluzione della retorica e dell’eloquenza è Marco Fabio Quintiliano, probabilmente il più grande del periodo imperiale romano.
Di questo celebre oratore, retore e scrittore si sa praticamente tutto anche perché la sua opera principale le “Institutionis Oratoriae Libri XII " c’è pervenuta (caso molto raro) completa ed integra dandoci modo di valutare appieno la sua preparazione feconda e la sua vastità culturale davvero sopra la media.
Oltre alla grande preparazione Quintiliano metteva di sua una serietà, un’onestà eccezionale unita a un’altra grande dote, spesso nascosta ma importantissima: la capacità d’ascoltare e di accogliere ogni minimo messaggio, di trasformarlo immediatamente in uno studio profondo, mai dogmatico, sempre foriero di ragionamenti e d’insegnamenti per il lettore o il pubblico.
A differenza d’altri suoi colleghi scrittori e retori egli visse sempre in tranquillità, non eccessivamente ricco ma benestante, rispettato da tutti e ben voluto a corte proprio per la sua schiettezza e onestà intellettuale.
Egli esercitò pure l’avvocatura, ma non era trasportato per il foro giuridico, preferiva avere a che fare con una platea cui offrire la sua preparazione e Vespasiano che d’uomini se ne intendeva non si fece perdere l’occasione di fargli mettere a disposizione di tutti il suo sapere affidandogli la carica d’insegnante pubblico per la retorica.
Mai nessun atto verso un letterato fu più ben ripagato: Quintiliano per vent’anni resse la cattedra ammirato dai giovani e dagli anziani, le sue lezioni restarono famose e correvano tutti ad ascoltarlo tramandandosi in famiglia la parola.
Domiziano gli affidò i nipoti una volta che egli smise l’insegnamento e in compenso ebbe il Consolato che forse per l’unica volta nella sua vita lo fece traballare tanto da fargli scrivere un elogio pubblico per l’Imperatore che sapeva onestamente di piaggeria, ma era anziano aveva dato tutto nella sua proba vita ed è un atto che gli si può perdonare facilmente anche perché lo fece solamente per amor proprio e non ne guadagnò nulla in termini finanziari, i centomila sesterzi annui che lo Stato gli aveva passato per vent’anni lo avevano assicurato una vecchiaia serena e scevra da tribolazioni.
Questa nuova “Arte della Parola” dei primi due secoli AD fu essenzialmente un’arte che potremmo definire quindi umanitaria o sociale, nel senso che tendeva sempre ad avvantaggiare l'espressione d'impegno sociale imperiale nella composizione di “opere” e “discorsi” che fossero di pubblica utilità.
Solo Traiano e Adriano, pur seguendo le linee generali, lasciarono spazio alle opere commissionate a un maggior ellenismo che nella pratica significava maggior aulica nella presentazione finale, probabilmente anche perché i due viaggiarono molto e traevano ispirazione in maniera diversa.
In qualche modo quindi l’eloquenza indubbiamente s’impoverì senza l’uso delle tecniche ellenistiche cui per secoli si erano rifatti i grandi retori romani repubblicani, ma per contro, non dovendo seguire le linee classiche in un certo senso ne guadagnò la libertà d’azione personale, meno ricca forse, ma probabilmente socialmente più interessante.

Che sarà di noi? lo scopriremo solo vivendo!

L'Italia, il bel Paese delle elezioni inutili che si destreggiano e si sinistrano, ironia della sorte, con leggi e con formule tutte da inventare e spiegare, praticamente senza regole, danno vincitore il centro sinistra che, per salvare il PAESE DEI RICCHI dallo Tsnami della GENTE COMUNE ha messo in campo uno di " bocca larga", tale Letta, (dice Don Abbondio: Letta chi era costui?) che ti serve l'intesa perfetta! Una fetta a me e una a te! Così gli italiani superstiti e che hanno ancora voglia di credere in qualcosa o in qualcuno premiano nei comuni questo nuovo PDL-L! Che sarà di noi? Lo scopriremo solo vivendo!
Also sprache Zaratustra

giovedì 6 giugno 2013

Bisogna adattarsi ( da : Frammenti in rotta di collisione - Ugo Arioti)


Ecco, alla fine ho mollato anche questo lavoro. Eh sì, dovrò pur dormire! Insomma, ho trentadue anni... si si, lo so, sono portati bene, ma non sono più una ragazzina e non posso continuare a dire -ci penserò domani-. Prima o poi dovrò fermarmi e prendere una decisione. Il fatto è che ogni volta che provo a pensare ad una vita a due, arriva qualcosa di nuovo ed imperdibile!
Di una giornata intera mi resta il profumo del pane, tornando a casa.
Stavo godendomelo nel buio, quando mia sorella ha chiamato per dirmi qualcosa. Sono stanca. Avevo tante idee stamattina e, soprattutto, avevo la voglia di condividerle con qualcuno... A tavola sono arrivata a parlare di “cultura dirigistica”, con mia madre che annuiva fingendosi interessata e mio padre che cambiava canale. Ora mi sento svuotata e lontana da tutto.
Al lavoro, tra tanta gente, Marcello è la sola persona con cui sia valsa la pena parlare. Ed è autistico. Si, devo proprio dirlo, nemmeno qui mi piace stare. Non mi diverto. Non mi interessa dell’interista che piace a tutte, del milanista che piace a molte, non m’interessano le tresche amorose dei miei colleghi, non m’interessa il look di questo o quello. Non ho rimproveri da fare a nessuno, se non a me stessa, totalmente incapace di adattamento.

spagnolo:
Aquí, al final me di por vencido este trabajo también. , voy a tener que dormir! En resumen, tengo treinta ... sí sí, lo sé, son bien nacido, pero que ya no son una niña y no puedo seguir diciendo-que-pensamos en ello mañana. Tarde o temprano voy a tener que parar y tomar una decisión. El hecho es que cada vez que trato de pensar en una vida juntos, llega algo nuevo y no te puedes perder!
Full-día que me queda el olor a pan, a casa.
Godendomelo yo estaba en la oscuridad, cuando mi hermana me llamó para decirme algo. Estoy cansado. Yo tenía muchas ideas de esta mañana y, sobre todo, tuve el impulso de compartirlo con alguien ... En la tabla que vine a hablar de "cultura intervencionista" con mi madre, que asintió fingiendo estar interesados ​​y que mi padre cambie de canal. Ahora me siento vacío y lejos de todo.
En el trabajo de todas las personas, Mauricio es la única persona con la que vale la pena mencionar. Y es autista. , tengo que decir, me gusta estar aquí tampoco. No me gusta. No me importa que le guste a todo el Inter de Milán de que al igual que muchos, no estoy interesado en los asuntos de amor de mis colegas, no me importa el aspecto de esto o aquello. No tengo reproches que hacer a nadie más que a mí mismo, totalmente incapaz de adaptación.

mercoledì 5 giugno 2013

L’Etica della Ragione e della Ragionevolezza

L’Etica della Ragione e della Ragionevolezza (Serge Latouche)
L’economia è o non è morale? A questa domanda la mia risposta sarà no.
Viene allora la seconda: può diventarlo? E su questo la mia risposta sarà Sì, ma solo a certe condizioni. Fare i soldi con i soldi non solo è contrario alla fertilità delle specie, ma è anche un obiettivo contrario al bene comune. Noi esigiamo una libertà privata quasi illimitata, tuttavia l’ideale del bene comune e della giustizia resta quello definito da Aristotele. L’etica si trasforma, l’utile diventa il criterio per eccellenza del buono, perché il misurabile è identificato con il benessere. Allora, come potrebbe l’economia divenire morale? La risposta sta in due parole: mettendo l’etica sull’etichetta. Il mio invito all’aula di questo corso di Assoetica è che è tempo ormai di cominciare a decolonizzare il nostro immaginario.

Estratto da una lezione di Serge Latouche sull’etica della ragione:
Il filosofo Emanuel Levinas dice che l’oggetto principale della giustizia può essere solo l’uguaglianza economica, soprattutto in un’economia globalizzata, la quale non è altro che l’economicizzazione del mondo. Perché in un mondo dove tutto è economicizzato se la giustizia non è dentro l’economia, la giustizia non c’è più. Evidentemente c’è una grande differenza tra una redistribuzione equa delle ricchezze su scala mondiale e un’operazione di bombardamento a tappeto senza limiti nel tempo, come in Afghanistan.
Cosa significa fare giustizia in un’economia globalizzata? Chi si può dire vittima di un’ingiustizia? E come si potrebbe porre rimedio all’ingiustizia globale?
I sintomi dell’ingiustizia globale
La mondializzazione tecno-economica, vale a dire quella dei processi compresi di solito in questa espressione, l’emergere dominante delle imprese transnazionali, la sconfitta della politica e la minaccia di una tecnoscienza incorporata. La mondializzazione trascina con sé, quasi automaticamente una crisi morale. Cause e conseguenze della mondializzazione dei mercati, le multinazionali si presentano come i nuovi signori del mondo.
Si tratta di dirigenti impreparati al loro duro ruolo, appena coordinati da un sistema internazionale incapace, che non si trovano ancora di fronte né nella società civile mondiale, né significativi contro il potere. Il potere finanziario dà i mezzi per comprare e mette al proprio servizio gli stati, i partiti, le chiese, i sindacati, le Ong (Organizzazioni non governative), i mass media, gli eserciti, le mafie.
Da ciò sorge la necessità di “codici di buona condotta”, codici fondati su una morale universale minima da definire, si pongono al comportamento di questi giganti nei rapporti tra loro stessi e soprattutto verso gli altri. Ma come si sa la prima cosa che ha fatto Kofi Annan quando è stato eletto al segretariato delle Nazioni Unite ha deciso di chiudere la commissione dell’Onu che lavorava su questo problema. Ha detto che questa commissione non lavorava bene, ma almeno esisteva. Le ingiustizie più evidenti sono le ingiustizie sociali e ecologiche. La mondializzazione sotto l’apparenza di una constatazione neutra del fenomeno è anche uno slogan. Uno slogan che incita ed orienta ad agire in vista di una trasformazione considerata come auspicabile per tutti. Ma il termine, che non è affatto innocente, lascia anzi intendere che ci si trova di fronte ad un processo anonimo e universale benefico per l’umanità E non invece che si è trascinati in un’impresa auspicata da alcune persone per i loro interessi, impresa che presenta rischi enormi e pericoli considerevoli per tutti, particolarmente per i popoli del sud del mondo.
Più che di mondializzazione dei mercati per questa impresa si tratta di “mercatizzazione” o mercificazione del mondo. Ed è proprio questo che è nuovo e pericoloso. Come il capitale, al quale è intimamente legata la mondializzazione, è un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento su scala planetaria. Un buon conoscitore, nel giornale Affluenza, si chiede: “Ma che cos’è la globalizzazione? La globalizzazione non è che il nuovo nome della politica egemonica degli Stati uniti.”
Le disuguaglianze crescenti tanto tra il nord e il sud, quanto all’interno di ciascun paese, sono sintomi dell’ingiustizia globale. La polarizzazione della ricchezza tra le regioni e tra gli individui raggiunge livelli insoliti secondo gli ultimi rapporti del programma della nazioni unite per lo sviluppo. Se la ricchezza del pianeta si è moltiplicata di 6 volte dopo il 1950, il reddito medio degli abitanti di 100 dei 174 paesi censiti è in piena regressione, è anche una cosa nuova l’aspettativa di vita, che è salita, è oggi alta in molti paesi. Le tre persone più ricche del mondo hanno una fortuna superiore al prodotto interno lordo totale dei 48 paesi più poveri. Il patrimonio dei 15 più fortunati supera il prodotto interno lordo di tutta l’Africa subsahariana con i suoi 6/700.000.000 di abitanti.
Infine i beni delle 84 persone più ricche superano il prodotto interno lordo della Cina con il suo miliardo e trecentomila abitanti. Lo scarto tra nord e sud come ha stabilito lo svizzero Paul de Roc, ha più o meno dimostrato che fino al settecento non c’era differenza importante tra i paesi del nord e del sud, il tenore di vita era più o meno uguale, ma già alla fine del settecento la differenza era più o meno 1 a 2. All’inizio del novecento 1 a 3. Poi negli anni 50 1 a 30, negli anni 70 1 a 60 e oggi 1 a 80.
Le disuguaglianze non sono meno forti o meno problematiche su scala nazionale anche nel nord o dentro le imprese. Un giornalista francese del giornale “Le Monde” scriveva: “il lavoro di un uomo padrone o quadro di valida competenza vale 13000 volte di più che il lavoro di un altro uomo.”
Il denaro rende folli. Ed ecco che il capitalismo di imprese divenuto completamente folle costruisce nella dismisura, nell’indecenza, nel cinismo la fortezza dei benestanti. Scavando all’interno delle imprese una società a due velocità. Due universi: gli azionisti, coloro che hanno delle stock option, e gli altri. Gli speculatori e i salariati di base. Così ci vorrebbero 554 anni di lavoro perché chi riceve un salario minimo raggiunga il reddito medio del 2001 dei padroni francesi le cui società sono quotate in borsa.
Più modesto Phil Knight, padrone della Nike si accontenta di 20.000.000 di dollari, cioè più di quanto guadagnano in una vita i 30000 operai indonesiani che lavorano per la sua ditta.
Dovrebbe essere considerato indecente in qualsivoglia istanza umana sbandierare pretese simili. E tutto questo è molto recente. Fino agli anni 60 lo scarto era molto più limitato.
Non sono meno gravi le ingiustizie ecologiche.

martedì 4 giugno 2013

Riflessione sul momento difficile che stiamo vivendo


Riflessione sul momento difficile che stiamo vivendo

“Se il capitale viene orientato in modo che vada a congiungersi a altro capitale, questo significa la divisione della società, lacerata in una lotta …” Significa che il Potere si organizza schiacciando i diritti di chi non può reclamarli. Questa è la società che difende la Signora Merkel e i banchieri anglo-ebrei. La grande Germania, quella che ha fatto saponette di sei milioni e più di ebrei, quella che ha provocato le due peggiori guerre del Mondo, oggi è alleata con i suoi ex detenuti nei lager ( Arbeit macht frei), oggi i potenti della finanza mondiale, contro ogni dignità umana. I soldi devono servire per fare altri soldi e non per migliorare la vita della gente e a garantire a tutti una giusta dignità e il diritto alla Salute, allo Studio e la Solidarietà sociale. Così capita che i vecchi nemici si alleino, ammesso che “nemici” lo siano stati veramente, per imbrogliare la gente e rimettere in piedi LA CASTA POLITICO-FINANZIARIA. È quello che sta succedendo anche in Italia. Il sistema applica la regola dei piccoli passi e ogni tanto lancia uno slogan che copre l’operazione restaurazione, vedi finanziamento ai partiti che viene abrogato tra cinque anni con un operazione di facciata che tende invece a lasciare lo status quo e anzi a legalizzare il furto dei partiti al popolo.

Redazione Secem

Albek in the sea and the black man who cries


Albek nel mare e l’uomo nero che piange  ( Ugo Arioti @2011)

 (Goya - Madrid)
Il libro per terra guardava l’uomo nero che piangeva e non sapeva più come sfogliarsi più velocemente per dissolvere le nuvole e sciogliere quell’attimo di tremendo magone. Albek lo vide. Vide la scena e si fermò a pensare. Questa era una situazione insolita. Perché l’uomo nero piange? Non ho visto mai una cosa così strana. Sto sognando allora? Ma il libro si chiuse improvvisamente e la finestra dalla quale Albek era entrato nella stanza sparì. Vento, come fosse un uragano. Tempesta. Mare in agitazione. Pericolo. Corri piccolo uomo, pensò lui, e con un balzo tornò in sella alla sua Kawasaki dorata. Un rombo assordante e la polvere divenne nebbia e coprì le orme delle ruote della moto. Lontano, devo andare lontano. Ma dove? Intanto vado, disse tra se e se. Poi si vedrà! Arrivò a un bivio. Da un lato il bosco dall’altro le dune e la spiaggia incantata di Mendrisio. Scelse il mare. Con una virata sterzò verso la sabbia dorata e attraversò il deserto dei suoi pensieri perduti. Tra le dune volavano fogli stampati, pagine di libri mai letti, volantini, strani articoli e foto in bianco e nero. Infine, solo davanti al mare, vide le parole che cavalcavano le onde venirgli incontro e cadde per terra dallo spavento. Erano parole antiche che non riusciva a capire.