giovedì 30 gennaio 2020

 
Cicciu u scarparu, Don Callo e l’Eros!
 
-Don Callo, binidica. Ci vorrei addicere una cuosa ca mi cala e mi isa dintra u cirivello.
-Parla, Ciccio.
-Allura, come la sua persona accanosce io sogno zitato con la farmacista… Ciccina la bona…
-Ciccio, ti prego, non cominciare a raccontare la storia della tua famiglia dalla preistoria fino ad oggi, vai al dunque. Esponimi il tuo quesito e io ti rispondo, amunì!
-Va bene, Don Callo! Allura, Ciccina è allitterata e l’altra notte, mentre stavamo facendo le nostre cose, lei mi accapisce, siamo uomini, no?
-Mentre stavate facendo l’amore!
-Per l’esattezzitudine, come dice vossia Don Callo…
-Allora?
-Allora, sta carusa mi azziccò una dumanna: che cosa è per te l’eros? Io, al massimo, ci potevo ammuntuare a Eros Ramazzotti, ma pi un lassalla pi mala ‘miscata ci dissi ca ero stanco e che un’avutra sira ce ne avessi parlato, ma un sacciu nsoccu c’è diri. Mi capiu, Don Callo?
-Ho capito, ho capito. Seguimi che ti spiego: Per uscire dai soliti canoni superficiali e illusori dell’Eros assimilato, volgarmente, al movimento meccanico che producono due corpi che eseguono gli atti della riproduzione o dell’accoppiamento, ti voglio esternare l’animo della forza che ci porta a desiderare quell’oscuro oggetto del desiderio, con una esemplificazione stoica ed esemplare. L’Eros è un demone o un angelo?
-Don Callo, e iu chi ni sacciu! Mah?
-Taci e ascolta. Quello che ho detto, altro non è che una domanda retorica. Tu stai zitto e presta attenzione.
-Ascolto, Don Callo…
-Allora, dicevo: L’Eros è un demone o un angelo?... Più demone che angelo, ma anche più vita che morte, Eros è, alla stregua di una stella, un dissipatore d’energia, e, per essa, di luce e calore. Un donare il suo, disponibile ed aperto alla vastità degli spazi celesti e dei tempi senza clessidra, agli interminabili percorsi degli anni-luce ed agli irreversibili risucchi dei buchi neri.
-Mizzica, cuosi i rumpiri!
-Zitto!, che mi fai perdere il filo! Allora dicevo? Ah, i buchi neri!... Ebbene, Eros è perfettamente conscio del suo precario destino inscritto, persino, negli esili segni di una mano, sa andare, come ogni avanguardia, solo in avanti, anche se non disdegna, alla pari di Orfeo, di guardare indietro per incrociare l’ultimo sguardo dell’amata. La sua sublimità è radicalmente trasmutata dalla sublimità scientifica di Copernico, Galilei e Newton che lo ricollocheranno in questo o quell’angolino buio degli incommensurabili tem-pi-spazi da cui proveniva. Così, gli umani, pervasi dall’angoscia di una inguaribile solitudine, pur avendo terrore dei loro limiti terrestri sono irresistibilmente attratti dai cangianti riflessi del suo efebico nudo in procinto di precipitare da una vetta per essere sprofondato negli abissi… (Kant). Così avviene che la conflittualità, la lotta che si instaura tra i due sublimi kantiani per eccellenza (“la legge morale in me ed il cielo stellato sopra di me”), è ancor più mediata dalle conquiste e dalle sconfitte di un Eros partecipe della coscienza del proprio tempo-spazio proiettata nel futuro (modernità), la cui archetipica libidine, per dirla con Wilhelm Reich, è tutta concentrata in una particella bio-energetica da lui scoperta e tuttora mi-sconosciuta o semplicemente ignorata dalla maggior parte degli scienziati: quell’androgino orgone proveniente da tempi-spazi remoti e scorrente, come linfa vitale, dal protoplasma delle galassie agli amplessi di ogni genere. E qua mi fermo, non voglio sconvolgere più di tanto la tua mente, ma sappi che l’Eros è il maestro dell’amplesso amoroso e il mentore della sua storia e della sua evoluzione. Ti è chiaro?
-Don Callo, trasivu scimunitu e niscivu cretinu, mah? .

venerdì 5 luglio 2019

Canto delle stragi dimenticate, piccole morti di fate                            Ugo Arioti@2018

Dove era il tuo occhio, occidentale?
Fuori da Nanchino,
fuori dalla tua piccola galleria di spettri
nascosti nei tuoi cassettini, piccoli e nei sottopancia...
Le chiami prostitute,
hanno accettato di salvare le giovani vergini,
sono simpatiche, ora?
Sei sicuro?
Perchè spaccano i loro specchi per terra!,
li trasformano in tanti pugnali,
e li nascondono sotto le vesti,
per trafiggere i soldati del Piccolo Giapponese
che le avvicineranno per violentarle.
Mentre un padre prega un caporale giapponese
un porco pervertito,
di vedere sua figlia per l’ultima volta,
gli ricorda tutti i soldi che gli ha dato.
Il caporale di fronte ai suoi soldati nega,
e nel suo stesso male annega,
“soldi per lo sforzo bellico”.
Hai visto tua figlia?
Adesso sei contento!,
e gli spara in mezzo agli occhi.
Dove sono le tue mani
dove sono i tuoi occhi,
dove è la tua anima
vojerista senza ideologia,
marxista senza Capitale...
Uomo, uomo immorale.
Dove era il tuo occhio, occidentale?
Fuori da Nanchino,
fuori dalla tua piccola galleria di spettri
nascosti nei tuoi cassettini, piccoli e nei sottopancia...


 

martedì 7 maggio 2019

fare il "volo di Icaro" - UA

L’espressione fare il volo di Icaro è molto diffusa e fa riferimento ad uno degli episodi più conosciuti della mitologia greca. Tuttavia, la storia di Icaro non può essere descritta senza prima ripercorrere quella del suo rinomato padre, il famoso architetto e scultore Dedalo.
Secondo il mito, Dedalo era un artista molto amato, apprezzato e dotato di un rilevantissimo talento. Come tutti i grandi Maestri, anche Dedalo era circondato da allievi e uno di questi era il nipote Calos, figlio di sua sorella.
Come spesso succede alle persone che arrivano ai massimi livelli, anche Dedalo era molto competitivo e geloso della sua posizione e a un certo punto i crescenti successi riscossi dal nipote, che in poco tempo era riuscito a superarlo in abilità e fama, iniziarono ad infastidirlo.
Non ci volle molto e mise in atto il suo piano delittuoso; Dedalo uccise per invidia il nipote e per questo fu costretto a fuggire da Atene, dove era stato condannato a morte, e a rifugiarsi a Creta. Qui strinse subito amicizia con il re Minosse, diventando il suo artista prediletto nonché uomo di fiducia.
Tuttavia, Dedalo si rimise nuovamente nei guai, perché tradì la fiducia del sovrano. Infatti, impiegando tutto il suo ingegno, costruì per Pasifae, la moglie di Minosse, una vacca di legno, grazie alla quale la regina avrebbe potuto accoppiarsi con il toro del quale si era innamorata.
Sui motivi di questo amore così innaturale esistono due versioni; secondo la prima, tale passione sarebbe stata il frutto di una punizione divina contro Minosse, che non aveva sacrificato a Poseidone il toro più bello. Secondo un’altra versione, Pasifae avrebbe invece rivelato ad Efesto il tradimento di sua moglie Afrodite con Ares.
Qualunque fosse la causa, Pasifae si era disperatamente innamorata del toro e, per potersi unire a lui, chiese a Dedalo di fabbricare una vacca di legno, dentro la quale avrebbe potuto nascondersi e poi offrirsi alla bestia sotto mentite spoglie. Da questa singolare unione nacque il Minotauro, il mostro metà uomo e metà toro, che in seguito, per evitare la vergogna, fu rinchiuso nel famoso labirinto, ideato dallo stesso Dedalo.
È chiaro quindi che Minosse non avrebbe potuto lasciare impunito Dedalo, responsabile di aver favorito il tradimento della moglie con il toro e, quindi, anche la nascita del mostro. Il re fece richiudere l’artista che, però, grazie all’aiuto di Pasifae, riuscì a fuggire.
Per sua sfortuna, Dedalo scoprì presto di non poter lasciare l’isola, perché Minosse, per prevenirne la fuga, aveva nascosto tutte le navi. Tuttavia, questo fatto non scoraggiò l’inventore che, allora, realizzò con le piume e la cera delle ali, con le quali aveva intenzione di abbandonare Creta volando. A questo punto della storia entra in scena Icaro, il figlio di Dedalo.
Icaro, che doveva affrontare lo stesso viaggio, era stato avvertito dal padre di non volare troppo in alto, ossia troppo vicino al sole. Infatti, questo avrebbe comportato lo scioglimento delle ali e quindi la sua caduta.
Nonostante gli ammonimenti del padre, Icaro, trasportato dall’euforia del momento, volò molto più in alto del dovuto, le ali si sciolsero e precipitò nel mare, che da allora venne chiamato il mare di Icaro.
Per questo motivo, fare il volo di Icaro significa sopravvalutare imprudentemente le proprie capacità, non riconoscere il propri limiti e, quindi, compiere una o più azioni al di sopra delle proprie forze, andando incontro a conseguenze dannose o, nel peggiore dei casi, a eventi rovinosi e irreparabili.

giovedì 6 settembre 2018

Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta! (Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)



Non bisogna mai fermarsi sul ponte Corleone a guardare le evoluzioni aeree dei gabbiani, ovvero Ciccio Virrina se l’è vista brutta!
(Ugo Arioti @2002 dalla raccolta : Live!)
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Il fiume, giù in fondo alla stretta valle coperta di arbusti, ortiche, sommacco e canne, scorreva lento e pingue come un maiale all’ingrasso in un campo di ghiande. Franco Stella, per gli amici del Bar da “Za Agatina a Ballarò” Ciccio Virrina, per via del fatto che quando attaccava a parlare di una persona in bene o in male non la finiva più, con la testa a pendoloni fuori dalla ringhiera del ponte, sognava di volare, ma non riusciva a procurarsi un paio d’ali.
L’Oreto, il fiume che stava giù, non lo calcolava nemmeno, si insinuava tra le sue antiche pietre e qualche sacchetto di plastica ricco di spazzatura, annoiato come sempre per la sua eterna condanna al ciclo terra cielo terra. 
Secondo voi, un fiume ha una sua intelligenza? 
Mah?!? 
fatto è che, mentre scorreva, lemme lemme,si avviluppava una strana  scena, come un film di suicidio. Ho detto come! 
la domanda è: Chi siamo noi, da dove veniamo, dove andiamo?!, credo di averla presa troppo larga, ora restringo!

Poi, improvvisamente e senza un preciso gesto pensato, Ciccio mise una gamba fuori dal parapetto e gli attraversò la schiena un brivido freddo, ghiacciato!
Pensate, aveva allungato tutte e due le mani fuori dalla ringhiera del ponte. Il Ponte Corleone è molto, molto alto. Fa paura!
Le auto passavano veloci e qualcuno gettava lo sguardo verso quell’uomo sul ciglio del baratro. Uno gli gridò di sbrigarsi altrimenti col buio non avrebbe visto il luogo dell’atterraggio! Un altro lo apostrofò con “Idiota, devi saltare… chi non salta è un imbecille è... chi non salta è un imbecille è…".
Insomma, una varia e molto raffinata costellazione di umani che  lo incitavano a dare il via allo spettacolo senza se e senza ma!
Qualcuno scattava una foto al volo.
Finalmente una anziana signora fermò la macchina e, come succede in questi casi disperati, lo stop di uno è il segnale per tutti. I curiosi e i volontari del “Bene”, che non possono perdere l’occasione, la imitarono subito!
Una lunga fila di auto, qualcuno anche in doppia o tripla fila e tanta gente che correva verso il nostro Icaro senza ali, per dire la sua; sembravano api che vanno a raccogliere nettare, e che, impazzite, puntano tutte su un unico fiore: Ciccio Virrina!
Anche il fiume si fece più silenzioso per ascoltare meglio quello che stava accadendo di sopra o per capire se un altro, l’ennesimo, cadavere avesse portato tanta gente in divisa e con i guanti tra i suoi canneti e i suoi depositi abusivi di munnizza!, e foto per riprendere pezzi del cadavere e misure.
E Ciccio?
Il nostro aspirante suicida se l’era fatta letteralmente addosso e sudava freddo perché una delle barre di ferro della ringhiera del ponte, dove aveva appoggiato il piede per salire un po più su e osservare meglio il volo dei gabbiani, magari per i “mille” anni di incuria e mancata manutenzione cedette inaspettatamente sotto i suoi piedi, e Ciccio rimase appeso alla ringhiera; la parte superiore, con le ascelle, mentre i piedi  gli penzolavano, oscillando come la pendola di un cucù!
Insomma era mancato poco, tanto poco al decollo, ma le braccia tese verso fuori si erano, istintivamente, riportate verso i fianchi agganciando il passamano superiore della ringhiera proprio mentre il tubo inferiore, cedendo improvvisamente, cadeva nel vuoto.
La Signora si era fermata a un passo da lui e strillava verso quelle api desiderose di prendere il nettare franchicaresco e portarlo all’alveare!
“Prendetelo, prendetelo” starnazzava, come una cornacchia urlante, la vecchia. Quattro giovinastri lo afferrarono e lo tirarono verso la salvezza con tale violenza da fargli male. Gli volò fuori dal parapetto una scarpa. Fu steso per terra e piantonato come fosse un ladro colto in fragrante. Uno dei primi che lo avevano afferrato, prese dalla sua vettura, una bottiglia d’acqua  e la infilò in bocca a Ciccio per farlo bere, lo stava quasi annegando!
Franco Stella ora era spaventato dal clamore che il suo gesto aveva procurato! “Sbottonategli la camicia, fatelo respirare”, continuava la donna, come fosse la caposala dell’ospedale civico!
Un altro gridò verso la calca di curiosi “Chiamate un ambulanzahhh. Non possiamo lasciarlo quiiihhh…”!
L’uomo dell’acqua gli stappò la bottiglia dalla bocca e lo guardò amorevolmente, facendogli per primo la domanda che pendeva dalle labbra di tutti: - Perché ti volevi buttare giù?

Ma siamo sicuri?, perché si voleva gettare dal ponte Corleone quella mattina, la prima domenica di maggio, Franco Stella, detto dagli amici: Ciccio Virrina? Cosa o chi lo avevano portato a tentare quel gesto estremo? Una storia d’amore finita male? La disperata ricerca di un onesto lavoro senza esito positivo? Una cartella esattoriale vessatoria e assurda? Qualsiasi cosa o persona lo avesse spinto a questo gesto gravissimo una cosa è certa: Ciccio non si era preparato bene. Si, voglio dire che non è così che uno si suicida. E no! Non ci sono più i suicidi d’una volta, quando si scriveva prima una lettera e poi si andava in un posto dove nemmeno un cane sarebbe potuto passare per un ultimo addio alla vita. No, non si fa così. Ciccio Virrina autodidatta, aspirante al sacrificio, noi ti diamo  quattro meno meno in suicidologia!   
Il capannello degli spettatori del tentativo di volo senza elastico dal Ponte Corleone aumentavano iperbolicamente e arrivavano ora a bloccare quasi del tutto la carreggiata.
 Tutti cercavano di penetrare fino al giaciglio improvvisato dove trattenevano quel povero cristo, sì, quello che si voleva buttare dal ponte perché la sua donna lo aveva lasciato o perché non voleva dire a sua moglie che aveva perso il lavoro o per chissà quale altra tragedia.
Volevano anche solo dirgli una parola o stringergli la mano o semplicemente toccarlo (per qualcuno, dicevano,  porta fortuna sfiorare o palpare un aspirante suicida!).
A Ciccio venne la confusione!
Tutti quei visi sconosciuti che lo osservavano come fosse un animale raro ferito.
Finalmente, arrivò l’ambulanza, e vennero a prelevarlo, con la lettiga e un medico, signori miei!, che pareva un ragazzino poco più che ventenne, sbarbato e leccato con la testa piena di gel.
La folla si aprì intorno a loro, tutti volevano spiegare quello che era successo.
Mentre, una ragazza, in tuta blu, raccoglieva informazioni.
Lo trascinarono via, la sirena cominciò la sua musica e Giuseppe, l’autista dell’ambulanza riuscì a trovare un varco miracolosamente per tornare verso l’ospedale civico.
Gran parte degli presenti si dileguò, rientrando nelle proprie vetture e togliendo l’ancora, restarono solo la vecchia e i primi quattro soccorritori per un altro pò di tempo a parlare della storia, forse per metterla bene a memoria e per poterla raccontare agli amici.
Franco era talmente spaventato che non gli usciva nemmeno una parola.
Per uno scherzo del destino, era più impaurito adesso che prima, quando la barra della ringhiera si era staccata dal parapetto del ponte ed era volata giù.
-    Mi dica il suo nome! - gli ripeteva la dama in blu.
Alla fine, con un fil di voce strabuzzando gli occhi, la donna era giovane e procace, Ciccio le rispose: - Mi chiamo Franco. Franco Stella e abito a Piazzetta del Carmine… dieci... a Ballarò!
-     Finalmente! - esclamò lei, - e… signor Franco perché si voleva ammazzare? - lo incalzò diretta e spregiudicata (che si fa così?).
-         Chi io?
-         No, Signor Franco, quello che passava. Avanti si apra e non sia reticente siamo qui per aiutarla.
-           A me?
-           Ha bevuto?
-         Si, una bottiglia di vino con gli amici del bar, mangiando un piatto di carbonara, vedevamo la partita! Che bella partita! Il Palermo ha vinto! Due a zero contro la Salernitana… a casa loro!
-            Ecco!, - disse allora il medico, - come pensavo: ha bevuto e poi…
La femmina, che sembrava Diana con arco e frecce, lanciò uno sguardo disgustato al dottorino. Poi, rivolgendosi a Ciccio gli chiese di raccontare la sua versione dei fatti avvenuti quella mattinata domenicale di maggio dal bar con gli amici in poi.
Ma Ciccio non ricordava null’altro che quella vecchia che strillava “Prendetelo, prendetelo” e la confusione che si era sviluppata intorno a lui!, e la ferita al piede che gli avevano procurato strattonandolo per sganciarlo, per così dire, dalla ringhiera del ponte.
 Come era arrivato al ponte Corleone, e quello che era successo al bar, dopo il brindisi per la vittoria del Palermo, proprio non lo ricordava.
Niente, era un tratto della sua vita scomparso nel nulla, forse caduto nel fiume Oreto!?
-          Ancora non mi ha detto perché voleva buttarsi giù. – Gli ripetè, ammonendolo, secca e precisa, l’infermiera.
Franco la guardò con stupore.
-              Signora, io non ho mai voluto buttarmi giù dal ponte! Vuole scherzare?
-               Allora da cosa lo hanno salvato?
-           Ma c’è un equivoco… no. Stavo guardando alcuni uccelli che volavano sopra il fiume Oreto e per un attimo…
-                Voleva fare come loro!
-                No, ma che dice, no. Ho messo il piede sulla prima barra di sotto del parapetto, questa non so come si è rotta e mi è scivolato il piede, ma ero appeso al passamano, poi lo spazio non c’era per cadere di sotto, no. Ma chi le ha detto che volevo …?            -          Tutti quelli che lo hanno visto e per umanità si sono fermati e lo hanno tirato via dalla ringhiera. Tutti.
-              Ma no, le dico! Non è così. Le giuro. Ma sta scherzando io… no. Mi vengono i brividi solo a pensarci.
-               E perché ha perso una scarpa? - lo incalzò il medico, - le è caduta giù così per caso o…?
-                  Dottore. Cosa vuole insinuare? Le dico che non ho mai pensato di buttarmi giù da un ponte. Deve essere successo quando mi hanno tirato e procurandomi questa ferita al piede!, la vede?
-                     Quindi lei non voleva suicidarsi?
-              Ancora con sta fesseria!? Sta scherzando? No, mai e se vuole posso anche sottoscriverlo. - rispose seccato, alzando il tono della voce Ciccio.
La donna, allora, busso sulla paretina che divide la zona degenza della cabina di guida.
-                      Dimmi Grazia! - le rispose, a quel segnale convenzionale,  il conducente.
-                      Ferma un attimo!
-                     Lei, Signor Francesco, firmi questo foglio… qua in basso! - ingiunse al nostro novello pseudoIcaro mancato.
-                      Cosa?
-                      Che lei si è ferito scivolando sul marciapiede del ponte Corleone. Stop!
-                      Firmo qua?
-                      Si!
-                      E ora?
-                      Ora la lasciamo prima di arrivare al Civico, lei torna a casa e si fa un bel riposino, ok?
 Il medico allora : - Ma non possiamo lasciarlo andare via. Se torna al ponte e si butta giù?
 L’infermiera guardò con compassione il dottorino e con femminea saetta Ciccio.
-         Risponda al dottore: lei si vuole suicidare?
-     Ancora con sto suicidio? Io mi sono pisciato addosso per la paura quando ha ceduto la barra dove appoggiavo i piedi. Per carità!
-         Io non sono d’accordo! – esclamò, con un rigurgitò d’autorità, il giovin medico.  
-         Ecco e allora firmi qua, dottor Licitra! - gli ordinò la donna e lui firmò.
-       Si metta seduto Lei, la ferita al piede era solo un graffio. Le abbiamo messo un cerotto disinfettante. Cerchi di andare a casa e dormirci su e non si faccia più venire in testa di osservare i gabbiani dal Ponte Corleone. Sono stata chiara?
-        Chiarissima!
Poi quella, rivolta all’autista : - Giuseppe, fermati prima del Pronto Soccorso che il signore scende e andiamo in Via Oreto, altezza Via Palermo, a prendere un’infartuata.



lunedì 27 agosto 2018

Eugène Ionesco e l’assurdo del Novecento

Diventerete tutti notai!”, ripeteva Eugéne Ionesco ai contestatori durante il Sessantotto francese. Ovviamente si sbagliava perché la verità era molto più semplice: molti di loro sarebbero diventati almeno per qualche anno professori “modello” (con quel po’ po’ di famiglie era quello il minimo), forti coi deboli e deboli coi forti, gente che avrebbe mescolato nuove tendenze e vecchi clichés a un autoritarismo da ospizio stalinista duro a morire. Probabilmente però al commediografo francese di origini rumene nato il 26 novembre del 1909 (secondo taluni invece, indotti all’errore dallo stesso Ionesco, nel 1912), tutto questo non sarebbe interessato granché. Da parecchio tempo era infatti avvezzo alle provocazioni, ai nonsense e a sentirla e sparala grossa o come gli capitava. E a volte ci prendeva a volte no. Nel maggio del 1950 era andata in scena La cantatrice chauve (La Cantatrice calva), anticommedia in atto unico su una famiglia inglese di nome Smith da dove aveva preso avvio il suo teatro detto dell’assurdo, come assurde erano le opere di Beckett, Genet e Adamov grazie alle quali la crisi dell’uomo contemporaneo si manifestava attraverso la mancanza di logica, e la logica (vedi le parole?) difficoltà/impossibilità di comunicazione.
Era stato il critico Martin Esslin a definire così quel tipo di teatro provocando non poche reazioni da parte di chi non sopportava l’“ombrello” e la compagnia degli altri. Ionesco amava peraltro definire il proprio teatro come semplicemente “astratto”.
Caratteristica assai singolare di questo teatro era l’utilizzo di un dialogo fitto e insistente, creato su situazioni o proposizioni senza senso (sul giornale: “c’è una cosa che non capisco. Perché nella rubrica dello stato civile è sempre indicata l’età dei morti e mai quella dei nati? È un controsenso”), reali e irreali insieme, confusionarie, incoerenti e slegate dal contesto nel quale si verificavano. Un quadro con troppe cornici insomma. Una così splendida ma “inutile” concretezza da far invidia a qualsiasi “realista”, in perfetto stile avanguardista e perfino esistenzialista. Ci si poteva leggere la vacuità della borghesia di metà secolo, l’inadeguatezza del linguaggio rispetto alla vita o magari perfino quella piccola o grande Entità che prima o poi tutti si sarebbe andati a cercare. Quando Ionesco morì aveva 85 anni, era stanco e ammalato e pare fosse in cerca di Dio. E non da poco. Di un Dio che potesse dare una svolta alla propria carriera letteraria, che gli permettesse di liberarsi dall’angoscia e dal vuoto di una vita.
A quel tempo Ionesco era divenuto assai polemico con chi si accordava al proprio tempo come uno strumento al proprio suonatore. Aveva finito per vivere da perfetta caricatura anche di se medesimo (da eroe tipico e mai da tipico eroe!), leggero e pesante allo stesso tempo come il teatro che aveva donato al mondo di una cultura sempre più internazionale; ove tutti trovavano tutto tranne (forse) quel che in fondo fosse opportuno trovare (almeno per l’“ultimo” Ionesco): la ricerca dell’assoluto dietro temi e fatti che appartenevano al nostro autore e a pochi altri geni “metafisici” come lo era pian piano diventato lui. Ionesco era nato a Slatina in Romania da madre francese e lì aveva vissuto l’età più tenera e la prima giovinezza. In seguito la grande terra francese sarebbe diventata la patria d’elezione, pur non avendo mai scordato la Romania e il suo destino privo di libertà.
Fu inizialmente critico letterario, poeta e professore. La sua Cantatrice calva era stata ricavata da un manuale di conversazione per l’apprendimento della lingua inglese come se il mondo circostante potesse essere spiegato grazie a delle comunissime frasi ritagliate da un qualsiasi manuale ma poi da lì l’autore si era spinto oltre, alla ricerca di parole che a una qualche certezza potessero somigliare fra le ambiguità rese obiettive dalla sua stessa carriera di scrittore e poeta. Non facile, soprattutto per chi aveva faticato non poco perché gli altri s’accorgessero del suo singolare talento.
Logicamente il debutto di Ionesco era stato poco compreso, dalla gente innanzitutto ma anche via via da quei critici che con prosa oramai superata venivano definiti conservatori. Così la sinistra – sempre uguale a se stessa – aveva preso a farne una bandiera provocando la reazione dello stesso Ionesco: di sinistra? No mai! Tempo fa (il 13 ottobre scorso) il Secolo d’Italia ha ricordato la partecipazione del drammaturgo francese a un noto convegno per la libertà tutt’altro che da collocare a sinistra: “Non è dunque un caso se, Eugéne Ionesco, divenne un punto di riferimento per una nuova cultura di destra che si muoveva all’insegna della libertà. Così nel 1970 in Italia sorgeva il Cidas (centro italiano documentazione azione studi) che, di fronte alla doppia egemonia Dc-Pci, organizzava nel 1973 il 1° congresso per la difesa della cultura intitolato proprio “intellettuali per la libertà”, con il fine denunciato di rompere il monopolio culturale della sinistra. E a quella assise – tra i tanti che intervennero c’erano anche Giuseppe Berto, Julien Freund, Gabriel Marcel, Carlo Alianello, Robert Aron, Paul Feyerabend e Sergio Ricossa – aderì soprattutto Ionesco … L’anno successivo, oltretutto Ionesco, diveniva una delle firme di punta – insieme a Francois Fejto, Antony Burgess e Renzo De Felice – del nuovo Giornale di Indro Montanelli, nato proprio per reagire all’egemonia della sinistra ideologica”.
Figuriamoci poi quanto Ionesco lo fosse stato, poco compreso, dopo questi ultimi episodi politicamente scorretti in anni così profondamente conformisti oltreché pericolosi. Il giorno dopo la sua morte peraltro così scriveva Masolino D’Amico sulla Stampa, ricordando il successo mondiale delle opere del drammaturgo d’origine romena: “L’Italia non fece eccezione e molti attori, Da Battistella a Bosetti, da Buazzelli a Bucci fino di recente a Scaccia hanno saggiato la superba recitabilità di questi classici, superando in qualche caso i tentativi di ostracismo che la cultura di sinistra per qualche lustro tentò di decretare a una voce rea di professarsi apolitica e anzi, peggio, avversaria dei totalitarismi. Non per nulla Ionesco aveva abbandonato il regime di Ceausescu, di cui era stato avversario: naturalmente poi si è visto chi aveva ragione”. Un’incomprensione che procedeva anche dal fatto che Ionesco, noto per i suoi lavori teatrali, in realtà considerasse questo un genere letterario inferiore, rispetto a generi – come il romanzo per esempio – coi quali avrebbe potuto guadagnare un riconoscimento maggiore. Proprio un “Intellettuale” (“I” maiuscola) non era di certo…
Non di rado l’autore sarà costretto a difendere il proprio modo di fare teatro (dai “dottori” brechtiani Roland Barthes e Bernard Dort, per esempio). Davvero strano se si pensa che a poco a poco il pubblico cominciava a interessarsi a lui, che divenne accademico di Francia e che dal 1957 la sua opera prima verrà rappresentata con continuità al teatro de la Huchette al Quartiere latino di Parigi. Le critiche ricorrenti, e dagli anni Sessanta in poi si erano peraltro infittite, riguardavano il suo “scarso” impegno nella politica e la sua abitudine a rappresentare – seppur coi tratti di cui sappiamo – un mondo sostanzialmente conformista, ciò mentre in quegli anni si decideva il destino dell’occidente e dei territori e delle “filosofie” a esso legate. Dagli anni Settanta Ionesco abbinerà a un senso di estraneità al mondo contemporaneo anche certo pessimismo. Stava forse cedendo alle critiche dei suoi detrattori ma nel frattempo la sua produzione era andata avanti e bon grè mal grè il nostro era riuscito a comunicare al mondo (almeno lui), i temi cari al proprio animo già da piccolo macchiato dall’orrore della guerra; temi forti di amore e odio, inferno, ricaduta e rinascita che avevano caratterizzato fortemente i suoi personaggi vuoti e schiavi di forze e volontà da loro stessi indipendenti. Personaggi spesso comici ma anche terribilmente e pericolosamente banali (ecco una delle non poche riflessioni di Ionesco: “Dove non c’è umorismo non c’è umanità; dove non c’è umorismo – questa libertà che si prende, questo distacco di fronte e a se stessi – c’è il campo di concentramento”).
Un Novecento senza idealità e prospettive positive, ecco la sua vera dannazione: come un artista dada Ionesco aveva espresso le contraddizioni di quella che veniva chiamata modernità senza una via d’uscita che fosse almeno semplicemente gradevole. Non c’erano vie di fuga anzi per Ionesco non esistevano altre vie… Bisognava solo, quello sì, cercare e cercare un significato più alto… come ne La lezione (1951), che è la storia di un professore folle, vittima e allo stesso modo carnefice. La vera protagonista come in un incredibile resoconto di guerra è la morte, un argomento per forza di cose caro a chi come Ionesco si interrogava sul significato della vita, il suo inizio e la sua fine. O come ne Le sedie (1952), o Amedeo o come sbarazzarsene (1954), che sono i titoli più noti e rappresentativi di un “primo” Ionesco che lascerà il posto a un autore meno paradossale ma altrettanto “graffiante” per non dire “esplosivo” nato negli anni Sessanta; si tratterà del papà di un nuovo eroe (Bérenger) che lotterà contro una società oramai destinata al livellamento. Rinoceronte (1960), è senz’altro il suo lavoro più noto perché si tratta di una messa in scena politica o meglio antipolitica e pensata contro ogni totalitarismo, un lavoro che ovviamente piacque punto ai custodi dell’ortodossia progressista. Il re muore (1962), è invece una riflessione continua sulla morte, da leggersi come un colossale esame di coscienza. L’assurdo dà più spazio ai grandi tempi dell’umanità e della condizione storica dell’esistenza, dunque. E ci riesce davvero bene.
Ionesco riposa nel grande cimitero di Montparnasse ove si trova fra gli altri anche Charles Baudelaire. Dopotutto la sua vita artistica era cominciata anche grazie all’autore dei Fleurs du mal, perché il grande drammaturgo contemporaneo si era recato da Bucarest a Parigi per una borsa di studio prevedendo di studiare la “morte” e il “peccato” nella poesia francese dopo Baudelaire. Ma qui il grande autore parigino raffinato e delirante lo aveva come chiamato a sé per la vita e per la morte.

venerdì 6 luglio 2018

Partiamo dal tuo libro. “La bellezza delle cose fragili” è un’epopea familiare, un viaggio nei dolori e nelle gioie più intime. Quale storia raccontano le sue pagine?
Sì, è una saga familiare “classica”, per quanto riguarda la trama. Sin dall’inizio si viene a sapere che il padre è morto e poi, man mano che la storia va avanti, si scopre perché ha lasciato la sua famiglia, e come questa ha poi imparato a gestire le sue emozioni durante la sua assenza.
Il titolo originale del libro era “Ghana must go”, un titolo sicuramente più conciso e narrativo. “La bellezza delle cose fragili” è molto più poetico, ma anche criptico. Perché questo cambiamento, nella resa in italiano?
La paura dei miei editori, al momento della pubblicazione e diffusione in tutti i paesi stranieri, era che un possibile lettore, vedendo il nome di un paese africano nel titolo, avrebbe subito pensato alla solita storia di guerra, fame e carestia, gli stereotipi sempre tristemente attribuiti  al continente africano. “La bellezza delle cose fragili” esprime un concetto astratto, non attribuibile a nessuna trama precisa, che devi investigare leggendo, appunto, il libro.
“Afropolitan” è un termine che hai coniato per descrivere chi, come te, è un po’ ambasciatore della cultura africana nel mondo. Ce lo spieghi?
Ci tengo a precisare che non esiste UNA cultura africana, e questa è una mia frustrazione. Spesso mi capita di sentir parlare dell’Africa come se fosse un’unica grande entità, quando invece è un enorme continente costituito da ben 55 paesi, tutti diversissimi tra loro sia per cultura, sia per politica, per geografia etc. “Afropolitan” vuol dire semplicemente che, da un lato, hai un grande legame d’appartenenza all’Africa e, dall’altro, che vivi nel mondo con la coscienza di essere un cittadino del mondo e quindi un africano del mondo. Noi siamo abituati a pensare all’Africa come ad un luogo mitologico, lontano, di cui si sente parlare solo al TG: in realtà internet, la comunicazione che si evolve e la globalizzazione ci permettono di conoscere e avvicinare qualunque posto, e anche l’Africa: dobbiamo imparare a scoprirla.
Oltre ad essere scrittrice sei anche fotografa, e sei evidentemente innamorata della “tua” bella Africa. Se dovessi coniugare queste tue passioni per dipingerla a parole, che colori useresti?
Ghana e Nigeria, sono la “mia” Africa. Ma Accra è la città a cui sono più legata. E’ una città giovane, che sta ancora crescendo. Quindi sarebbe un quadro semplice, con colori morbidi, e caldi, tranquilli…un po’ astratto. In un angolo, tuttavia, metterei una punta di un colore “shock”, come un rosso fortissimo: rappresenta le sorprese che mi hanno regalato e, sono sicura, continueranno a regalarmi questi magnifici luoghi.
Tra i cannoncini e le brioches offerte dalla Pasticceria San Biagio, interviene poi la dott.ssa Nadia Monacelli, psicologa sociale e lettrice accanita, che avvia una lunga e interessante conversazione/intervista con Taiye, sottolineando tutte le ricchezze e le sfaccettature psicologiche nascoste nelle pieghe del libro. Il tema centrale, che presto emerge con insistenza, è certo quello dell’identità e dell’appartenenza, in questo mondo in cui, ogni giorno, qualche piccolo mattone delle numerose (e immense) barriere culturali viene fortunatamente abbattuto.
“La cosa più importante, oggi, è sentirsi a casa, dovunque ci si trovi. L’identità e il senso di appartenenza sono psicologici, non politici”.

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LA PROSSIMA INTERVISTA CON UGO ARIOTI, AUTORE DEL ROMANZO "L'EQUAZIONE DEL VAPORE" EDITO DA QANAT EDIZIONI PALERMO 2018 - tonisaetta@gmail


  Cicciu u scarparu, Don Callo e l’Eros!   -Don Callo, binidica. Ci vorrei addicere una cuosa ca mi cala e mi isa dintra u cirivell...