mercoledì 14 febbraio 2018

Fra Dolcino e le donne penitenti - racconti dell'iperspazio Ugo Arioti


Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum





-        Ma che vuole, non sono una verginella! Ma il brodo è buono?,... o non lo gradite? - rilanciò Norina del Bricco, avvenente e procace figlia del capo villaggio uscito con i suoi dal caseggiato per obbedire agli ammonimenti del frate e del suo luogotenente, niente più che un bizzarro essere carnascialesco, sempre affamato di sesso e di pane. Lei, era furba...e, gradiva le avances del predicatore “fricchettone”!

-        Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum! - gridacchiò, selvaggiamente lui e si lanciò nell'amplesso.

-        Maestro...ohoho...- biascicò il confrate del “fricchettone” - Io pure..mgnam! -

-        Idiota, devi fare penitenza! - gli urlò il suo priore – Mettiti a guardia della casa! Altrimenti ti punisco come sai! -

-        Noh, noooh...- piaggnuccolò il malcapitato adepto e si accucciò sull'uscio, con un occhio alle scene erotiche e uno al mondo esterno.

In quella stanza le donne erano tre: la madre di Norina, lei e la sorella Tica, poco più che una ragazzina. L'apostolo dell'Apocalisse, ebbe un attimo di tentennamento, ma pensarono le donne a togliergli il dubbio, spogliandosi e offrendosi al desco vespertino,...per espiare i peccati. Fu così, che sciolsero i pensieri al duce e lo convinsero, ancor di più, che era nel giusto e quando si è nel giusto, non si sbaglia! Per la cura dell'anima bisognava,... e lui, abbisognava!, perchè era l'Angelo della Giustizia!

giovedì 8 febbraio 2018

'Ndrangheta, un racconto mancato

Ha dirompente forza militare e impareggiabile disponibilità economica, si muove con disinvoltura nella globalizzazione e cura ossessivamente le tradizioni, sa essere ciò di cui ciascun territorio ha bisogno e gode di trasversale consenso sociale. E poi, naturalmente, dispone di preziose relazioni ad alto livello, in Italia e Oltreoceano. Tasselli fondamentali ma non sufficienti. Per comprendere appieno l'immenso patrimonio di potere della 'Ndrangheta ne manca almeno un altro: il silenzio.
Nessuno la nomina, la conosce o la capisce davvero, la 'Ndrangheta. Al punto che  sbagliano persino a scriverla o a pronunciarla. La scrivono n'drangheta, la pronunciano andrangheta. Capita a giornalisti e politici, intellettuali e presentatori televisivi. Persino a chi di mafie si occupa per mestiere. Era così dieci o venti anni fa, è ancora così. Nonostante la 'Ndrangheta sia divenuta protagonista assoluta della scena mondiale.
Non una banale questione di forma, piuttosto il segno inequivocabile che mai è stata presa sul serio: l'hanno derubricata a questione di banditi e cafoni e confinata in fondo allo Stivale persino quando – nella stagione dei sequestri  – ha costretto il Paese a occuparsi di lei.
Probabilmente è accaduto perché la Calabria – e con lei la 'Ndrangheta – è rimasta a lungo coperta da un'ombra che le ha negato una rappresentazione di sé. È una regione piccola e poco popolosa, economicamente fragile e priva di tradizione informativa. Tutti elementi che l'hanno resa vittima di una sorta di patto non scritto per cui il Paese l'ha considerata una terra persa e quindi non meritevole di attenzione, racconto e investimenti. E quindi il luogo perfetto per le operazioni politiche o imprenditoriali più spregiudicate.
Ma c'è di più. La Calabria ha avuto – ha – una classe dirigente delegittimata dai fatti, spesso compromessa, incapace di affrontare le contraddizioni di una terra orgogliosa eppure rassegnata, rancorosa eppure capace di generosi gesti di accoglienza e cittadine e cittadini incapaci di decidere collettivamente del proprio futuro.
La 'Ndrangheta – mente raffinata e braccio violento – ne ha approfittato: ha scelto l'inabissamento, sfruttato la crisi di Cosa nostra, cavalcato le leggi del capitalismo, lo strabismo interessato delle classi dirigenti e la poca curiosità dei media ed è diventata la mafia più ricca e potente restando la più sconosciuta e impenetrabile.
Strano, e vero. Per verificarlo basti pensare a quanti nomi di boss, vittime innocenti, luoghi della 'Ndrangheta sono conosciuti oltre il Pollino. E poi ripetere questo banale esercizio con Cosa nostra o la camorra, persino con la mafia americana. Lo stesso discorso vale per la produzione culturale: c'è un filone importante (anche dal punto di vista dei numeri) che riguarda le mafie – siciliana e campana, statunitense o sudamericana – ma non ancora, non abbastanza della 'ndrangheta. Per almeno tre concause: per molto tempo non è esistito un mercato (i  recenti segnali di cambiamento non sempre sono premiati dal pubblico), non c'è ancora un sistema Calabria capace di sostenere gli sforzi creativi, i media italiani o internazionali non sono stati sinora abbastanza curiosi o interessati a vincere i pregiudizi.
Per questo hanno fallito il loro racconto persino un maestro del cinema come Luigi Comencini con il suo “Un ragazzo di Calabria” o, addirittura, la Bbc che a Reggio Calabria è divenuta famosa per il falso reportage degli Anni 90. Non ha cambiato le cose neppure l'enorme visibilità di alcuni magistrati.
Le eccezioni almeno sul piano della qualità naturalmente non sono mancate – l'opera di Corrado Alvaro e  “Il selvaggio di Santa Venere” di Saverio Strati, sicuramente lo straordinario “Africo” di Corrado Stajano, alcune altre opere letterarie e cinematografiche più recenti – ma c'è ancora un terreno sterminato da esplorare, e su cui misurarsi.
L'immaginario della Calabria e della 'Ndrangheta (magari anche dell'anti-'Ndrangheta) è tutto da costruire: è un tema di libertà e giustizia sociale e al contempo una sfida creativa e culturale, un'interessante prova produttiva. È una grande opportunità, che non andrà sprecata soltanto se si sceglierà di evitare le scorciatoie, di superare (anche da parte dei calabresi) resistenze e pregiudizi, di percorrere strade insicure, di accendere una luce sugli assetti perversi e per nulla tranquillizzanti del potere, di affrontare senza certezze le contraddizioni del Paese
Soltanto così il racconto della 'Ndrangheta – le sue storie inedite e spiazzanti, così silenziosamente presenti nelle dinamiche sociali, economiche e politiche oltre che nella vita concreta delle persone – avrà un valore artistico oltre che civile. Soltanto allora – usando gli occhi e le parole giuste – avremo compiuto il passo necessario alla lettura del nostro tempo: dire la 'Ndrangheta. Tag:

martedì 23 gennaio 2018

Luca Guadagnino, un palermitano in corsa per gli Oscar Il suo nuovo film ha ottenuto quattro candidature, tra cui quella per il premio più ambito



















Un palermitano alla corsa per gli Oscar. Luca Guadagnino, l'ex ragazzo del liceo scientifico Galilei, dopo la mezza delusione ai Golden Globe ha ottenuto quattro nomination all'Oscar per il suo film "'Chiamami col tuo nome" che in Italia esce il 25. Il film di Guadagnino (il cui titolo inglese è "Call me by your name") è stato nominato nelle categorie: miglior film, miglior attore principale (Timothée Chalamet), miglior canzone originale ("Mystery of love" di Sufjan Stevens), miglior sceneggiatura non originale (James Ivory). Per la statuetta più ambita, quella al miglior film, Guadagnino dovrà vedersela con 'Darkest Hour', 'Dunkirk', 'Get Out', 'Lady Bird', 'Phantom Thread', 'The Post', 'Three Billboards outside Ebbing, Mossouri' e 'The Shhape of Water', il film di Giullermo Del Toro che ha fatto man bassa di nomination con ben 12 candidature.

Guadagnino è nato a Palermo nel 1971, scuole medie all'Alberico
Gentili, prestissimo ha manifestato la sua cinefilia: frequentatore della videoteca di via Sammartino gestita da Franco Maresco, autore di una sorta di remake di "Full metal jacket" di Kubrick realizzato assieme a un gruppo di amici e poi a Roma, dopo una tesi di laurea su Jonathan Demme, ha cominciato a muovere i passi da regista fino a entrare nell'elite hollywoodiana. Due anni fa è tornato in Sicilia, a Pantelleria, per girare "A bigger splash".

martedì 16 gennaio 2018

Lo spazzino cosmico che rimuove i detriti spaziali dall’orbita della Terra

RemoveDebris è il primo sistema nato per collaudare varie tecnologie capaci di eliminare almeno i rottami più pericolosi. A marzo sulla Stazione spaziale

di Giovanni Caprara


«È ora di intervenire. Si sono già verificate collisioni tra spazzatura cosmica e satelliti, danneggiandoli. Perciò abbiamo concepito RemoveDebris, il primo sistema nato per collaudare varie tecnologie capaci di eliminare almeno i rottami più pericolosi». Guglielmo Aglietti, 52 anni, è il «papà» del veicolo cosmico che sarà portato sulla stazione Iss dalla navicella privata Dragon in marzo. Sulla Stazione spaziale internazionale, nei mesi successivi verrà liberato in orbita, per provare a risolvere il problema. Secondo la rete Usa Space Surveillance nello Spazio circolano 29 mila oggetti più grandi di 10 centimetri. La stessa stazione Iss deve spostare la sua traiettoria una o due volte l’anno per evitare scontri che metterebbero a rischio la vita degli astronauti. «Per fare pulizia servono tecnologie a basso costo, è quello che proviamo con RemoveDebris».

L’italiano che pulisce l’orbita della Terra dirige in Inghilterra il Surrey Space Center dell’Università del Surrey alla guida del consorzio di dieci partner europei che realizzano la missione. Tra questi la Surrey Satellite Technology, spin off della stessa università diventata leader mondiale dei piccoli satelliti (produce il 40% di quelli finora spediti nello spazio). Aglietti, uscito dal Politecnico di Milano, è approdato in Gran Bretagna dopo esperienze industriali e all’Agenzia spaziale europea.

Il test

Il satellite RemoveDebris lancerà un nanosatellite che poi imbriglierà in una rete aumentando così le sue dimensioni per facilitarne la caduta nell’atmosfera. Poi collauderà un sistema di visione laser dotato di software intelligente con cui valutare movimenti e velocità del rottame prima di intervenire. Lancerà, inoltre, un arpione agganciando un obiettivo e infine dispiegherà una vela solare che, rallentando il RemoveDebris, ne favorirà la disintegrazione. «Il progetto da 15 milioni di euro», conclude Aglietti, «è finanziato per metà dalla Commissione Europea. Se tutto funzionerà la parola passerà a governi e industrie per avviare l’operazione pulizia».

martedì 2 gennaio 2018

Il racconto di Gennaio 2018 - Ugo Arioti



Maiori

Clear the sky, clean. The sun was blinding and we were close to the sea, we remained with ourtowels on our shoulders, like soldiers on boarding, to enjoy this descent among the cliffs of this wonderful road that took the beach, “amalfitana”. Calm and placid the wave and the wind almost distracted; he murmurs away from the pebbles of Maiori's little beach. Travel, strand silent, between the three trees and white boats and Latin mules named “caciucchi”,carefully arranged, dormant, lying at an anchor in an open field of light and sweet taste of holiday and sea, friendly coast and laughing. She was splendid and happy, as I had not seen her yet, her smile was light and nourishment for my soul who was looking for her landing place. We had been together for a few months, but we already managed to have a mature and passionate understanding of each other, warm and full of emotions and kisses. Amalfi, our destination. Maiori, waiting for us at the passage, where the road goes down to the sea, to embrace it, before going up and down again for the delicious and severe bends that cross and embrace the moon, Minori , Atrani and Amalfi , under the delicate gaze of the terraces of Ravello . Our first trip, preview of a honeymoon, still green and all to be discovered.
The verse of a friend seagull and the song of the fish, were an invitation to appease my young thirst for love in the waters of the Tyrrhenian Sea, where a few strokes are enough and the beach ends ... and the mountain plunges into pleasant depths. You, my woman, did not like water. She remained on the shore looking for rest in that thin sand, sand that shine , for a mile, like a tapestry, hiding under the sea blanket happy fish that roam cheerful and festive like swallows in the spring sky.
Like Ulysses, I wanted to be part of the world and feel like his son. I gave her a kiss, listened to her heartfelt recommendations, and then run towards the boats that, drowsy, greeted my entry into the sea. I wore my diving fins, Rondine!
This was for me the time of my best physical form and, in apnoea, I descended judiciously but with the certainty of being able to keep the time necessary for the life and joy of a land fish, which measures its steps and controls its impulses!
Before diving, I had approached one of those boats at anchor that were lulling read on the delicate habit of the sea, almost still: a three trees, beautiful boat, long and powerful.
A dip, and then the delicate silence, a prelude to the voices of the water; the calm of the sea that welcomes you, embraces you and pampers you with its wonders to be discovered. So, as a son of the Ocean I immersed myself to see with myeyes in love with the thousand colours of the backdrop and to analyse the life of his ancient and new people. A unique emotion.
Fish among the fish! A crystalline water that the Sun penetrated and made disappear! Strokes of rowing, strong and rhythmic: I went down. “Saraghi” and fish with a yellow livery, like so many festive dogs, swam around me. This is an atypical place for the Amalfi coast. Here there is a beach and there is water, lots of water, you no longer see the mountain that plunges into the waves and sinks its roots into the currents, covering itself with actinia and corals. Water, lots of water and fish, lots of fish. I slipped light and secure like a baby in the mother's womb. Each stroke of fin descended for almost two meters.
 So it was, that I began to see, preceded by a ray of sunlight that penetrated the refuge of the sirens: the bottom of the sea of ​​Maiori, under the sleeping boats. It was there, close to me, two or three strokes of kidneys and I could have touched it with my greedy hands, friends of adventure. The sand, it seemed to me, seemed to form delicious and already seen curves. Yes, the deserts, the moving dunes! Or in May, the wheat fields, immense, surrounded by the stacks of the friendly mountains, that the wind makes a sea seem to be moving... sensations and colours that my mind and the fixed image of that backdrop seemed ever closer, but unattainable.
I almost no longer thought of myself, but only of the joy of grabbing a fistful of that magical sand. Then, suddenly, a whistle came to my ears: it was the direction of a dolphin.
I stopped to see and sighted his silhouette that escaped my field of vision, he moved away. Dolphin friend, I owe you my life. I looked toward the line between sea and sky and saw, like a small white dot, the keel of that big three-trees boat, near which I had plunged. Too small and too far. Without wasting time, I started the ascent. Another shot of fins towards the bottom and I would not have made it to find the sun hanging from two lazy clouds of August. The dolphin friend greeted me, jumping agile and safe over the surface of the water, and I sensed that in his good-bye there was a reproof, deserved, for my stupidity as a man on the ground. I stopped, happy, tired and to catch my breath, and I reminded myself of the ancient proverb: in the sea and in the sky, there are no taverns!
Traduzione di Alessandro Arioti 



Maiori

Chiaro il cielo, pulito. Accecante il sole e vicino al mare, restiamo con le tovaglie in spalla, come soldatini all’imbarco, per godere di questa discesa tra le scogliere della diamantina strada del mare, amalfitana. Calma e placida l’onda e il vento quasi distratto; mormora lontano dai ciottoli della spiaggetta di Maiori. Viaggia, trefolo silente, tra i tre alberi e le barche bianche e i caciucchi latini, sistemati con cura, dormienti, all’ancora in una spianata di luce e di sapore dolce di vacanza e di mare, costa amica e ridente. Lei era splendida e felice, come non l’avevo vista ancora, il suo sorriso era luce e nutrimento per l’anima mia che cercava il suo approdo. Stavamo insieme da qualche mese, ma già riuscivamo ad avere una intesa matura e passionale, calda e ricca di emozioni e di baci. Amalfi, la nostra meta. Maiori, al passaggio ci aspettava amica, dove la strada scende fino al mare, per abbracciarlo, prima di risalire e riscendere per i tornanti deliziosi e severi che attraversano e abbracciano la luna, Minori, Atrani e Amalfi, sotto lo sguardo delicato e amico delle terrazze di Ravello. Il nostro primo viaggio, anteprima di una luna di miele, ancora verde e tutta da scoprire.

Il verso di un amico gabbiano e il canto dei pesci, erano un invito a placare la mia giovane sete d’amore nelle acque del mar tirreno, là dove bastano poche bracciate e finisce l’arenile … e la montagna si tuffa nelle amene profondità. Lei, la mia donna, non amava l’acqua. Restava a riva cercando riposo in quella sabbia sabbia sottile che splende, per un chilometro piano, come un arazzo, nascondendo sotto la coperta del mare pesci felici che scorrazzano allegri e festosi come rondini nel cielo della primavera.

Come Ulisse, volevo far parte del mondo e sentirmi suo figlio. Le diedi un bacio, ascoltai le sue accorate raccomandazioni, e poi mi spinsi verso le barche che, sonnecchianti, salutavano il mio ingresso nel mare. Indossai le mie pinne da sub, Rondine!

Era quello, per me, il tempo della mia forma migliore e, in apnea, scendevo giudiziosamente ma con la sicurezza di poter restare il tempo necessario alla vita e alla gioia di un pesce di terra, che misura i suoi passi e controlla le sue pulsioni!

Prima di immergermi, avevo avvicinato una di quelle imbarcazioni all’ancora che si cullavano leggere sul vezzo delicato del mare, quasi immobile: un tre alberi, bella imbarcazione, lunga e possente.

Un tuffo, e poi il delicato silenzio, preludio alle voci dell’acqua; la calma del mare che ti accoglie, ti abbraccia e ti coccola con le sue meraviglie da scoprire. Così, figlio dell’Oceano mi immergevo per vedere con i miei occhi innamorati i mille colori del fondale e scrutare la vita del suo popolo antico e sempre nuovo. Un'emozione unica.

Pesce tra i pesci! Un acqua cristallina che il Sole penetrava e faceva scomparire! Colpi di remi, forti e ritmati: scendevo. Saraghi e pesci dalla livrea gialla, come tanti cagnolini festosi, mi correvano attorno. Questo è un luogo atipico per la costiera amalfitana. Qua c’è spiaggia e c’è acqua, tanta acqua, non vedi più la montagna che si tuffa nei flutti e affonda le sue radici nelle correnti ricoprendosi di attinie e coralli. Acqua, tanta acqua e pesci, tanti pesci. Scivolavo leggero e sicuro come un bambino nel ventre della madre. Ogni colpo di pinna scendevo per quasi due metri. Fu così, che cominciai a vedere, preceduto da un raggio di sole che penetrava il rifugio delle sirene: il fondo del mare di Maiori, sotto le barche dormienti. Era lì, vicino a me, due o tre colpi di reni e l’avrei potuto toccare con le mie avide mani, amiche dell’avventura. La sabbia, così mi appariva sembrava formare curve deliziose e già viste. Sì, i deserti, le dune che si spostano! Oppure di maggio, i campi di grano, immensi, circondati dai faraglioni delle montagne amiche, che il vento fa sembrare un mare in movimento … sensazioni e colori che cullavano la mia mente e l’immagine fissa di quel fondale che sembrava sempre più vicino, ma inarrivabile.

Quasi non pensavo più a me stesso, ma solo alla gioia di afferrare un pugno di quella magica sabbia. Poi, improvvisamente, un fischio giunse alle mie orecchie: era il verso di un delfino.
Mi fermai per vedere e avvistai la sua sagoma che sfuggiva dal mio campo visivo, si allontanava. Amico delfino, ti devo la vita. Guardai verso la linea tra mare e cielo e vidi, come un piccolo puntino bianco la chiglia di quella grande imbarcazione a tre alberi, vicino alla quale mi ero immerso. Troppo piccola e troppo distante. Senza perdere tempo, cominciai la risalita. Un altro colpo di pinne verso il fondo e non ce l’avrei più fatta a ritrovare il sole appeso a due pigre nuvole allegre d’agosto. L’amico delfino mi salutò, saltando agile e sicuro sopra il pelo dell’acqua, e percepii che nel suo arrivederci c’era un rimprovero, meritato, per la mia stupidità d’uomo di terra. Mi fermai, felice, stanco e per riprendere fiato, e ricordai a me stesso il  proverbio antico: in mare e in cielo, non ci sono taverne!

Ugo Arioti

martedì 12 dicembre 2017

Racconto satirico di Marco Pomar: Ore diciassette! tra Marco Pomar e Marco Pomara

Ore diciassette

Una discussione tipo tra me e Marco Pomara:
- Hai ancora problemi alla schiena?
- Si.
- Dovresti andare da Lo Sicco. Lo conosci?
- No.
- È il fratello di Giusi Lo Sicco, la moglie di Gazzaniga. Lo sai chi è Gazzaniga, no?
- No.
- Lui aveva il pub Al melograno blu, in società con Gaspare Zullo. Lo conosci Gaspare, no?
- No.
- Gaspare ha scritto un libro interessantissimo su Psicopatologia dello zenzero. Lo ha presentato Mimmo Lardo. Ti ricordi di Mimmo?
- No.
- Lardo è uno famoso.
- Si, a Colonnata lo conoscono tutti.
- Comunque, se vuoi chiamo Tullio e ti mando da Lo Sicco.
- Tullio?
- Tullio Origano.
- Amico di Lardo?
- No, Origano è il presidente della cooperativa Ciccio Scaccio. La conosci la cooperativa, no?
- No.
- Comunque Origano ti piacerebbe.
- Magari una sera ci vediamo per una pizza. Per Origano è la morte sua.
- Sai con chi sta adesso Tullio?
- Non me lo dire! Con Valentina Salvia?
- No, con Sabrina Pancio Stalteri. Te la ricordi?
- No.
- Sabrina ha una ludoteca per adulti abbandonati dalla moglie. È un progetto interessante, gli ho curato la parte economica insieme a Lillo Lo Giudice. Lo conosci Lillo, no?
- No.
- Lillo è un agopuntore diplomato alla scuola di Ankara. Potrebbe aiutarti per la schiena.
- Ma non avevi detto di Lo Sicco? Te lo ricordi Lo Sicco? Il fratello di Giusi, cognato di Gazzaniga, socio di Zullo, amico di Lardo, che lavora con Origano, che sta con Stalteri che lavora con Lo Giudice che al mercato di Ankara un diploma comprò.
- Vabbè, ci sentiamo.
- Salutami Origano.

giovedì 7 dicembre 2017

Valentina premiata dalla Nasa: «Così progetto la vita su Marte»

Cambridge, l’ingegnere 32enne: una città ecosostenibile dove non ci si annoia

di Giovanni Caprara

 «Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere ambienti adeguati che le idee di Valentina cominciano a delineare. «Il progetto che ho battezzato Redwood Forest, la foresta di sequoie, nasce dall’obiettivo di realizzare una città di 10 mila abitanti — racconta la ricercatrice —. La foresta risponde all’esigenza di avere un habitat interconnesso a diversi livelli che consenta agli abitanti di muoversi, protetti dalle radiazioni e dall’impatto di micrometeoriti, attraverso un rete di radici-cunicoli sotterranei».
La cavità nei rami
Gli alberi-edifici di Redwood Forest hanno come elemento essenziale l’acqua estratta dalla base delle «radici» sfruttando il ghiaccio presente nel primi strati del sottosuolo marziano: viene distribuita all’interno degli habitat, utilizzando le cavità presenti nei «rami», fino a schermare l’intera biosfera dalle radiazioni cosmiche. «L’albero — precisa Valentina — ha un significato anche dal punto di vista della struttura in quanto il sistema di rami e radici aiuta l’edificio ad ancorarsi al terreno. Proprio come gli alberi presenti in natura sanno estrarre acqua e raccogliere i raggi del sole, i nostri sono progettati per soddisfare le esigenze poste dal nuovo ambiente e dalle criticità del suolo marziano». E ancora: «Nel nostro laboratorio stiamo già sviluppando con la Nasa anche una nuova tecnologia per estrarre il ghiaccio e produrre l’acqua di cui saranno dotati gli edifici. È il primo passo indispensabile per garantire la sopravvivenza».
«Lo spazio mi ha sempre appassionato»
Valentina, nata 32 anni fa ad Alessandria, è arrivata a Cambridge grazie al Progetto Rocca: progetto di collaborazione del Politecnico di Milano, dove aveva ottenuto il dottorato, con il Mit. Racconta la ricercatrice: «Mi ha sempre appassionato lo spazio, ma soprattutto la possibilità di vivere su altri corpi celesti. Per questo ho cercato di disegnare ambienti autosufficienti e sostenibili. Un approccio utile anche sulla Terra per non sprecare risorse preziose». Le agenzie spaziali di Cina, Russia e la stessa Nasa studiano una base lunare analoga a quelle in Antartide. «Gli edifici di Redwood Forest — dice —, possono essere adattati anche all’ambiente lunare perché le necessità sono uguali. Questo consentirebbe, tra l’altro, di sviluppare con maggior cura e sicurezza anche il successivo insediamento marziano». L’ultimo pensiero di Valentina va però all’Italia: «Essendo patriottica mi piacerebbe rientrare nel mio Paese ma per il momento devo completare le ricerche che qui impegnano con passione».

martedì 5 dicembre 2017

Il linguaggio dei delfini




Ormai è ben noto che i delfini (e i cetacei in generale), al pari degli animali più evoluti, possiedono un loro linguaggio strutturato.
Lo studio del linguaggio dei delfini è iniziato all’incirca negli anni Sessanta. Trattandosi di animali sociali, non solitari, hanno un complesso sistema per comunicare fra loro, fatto di suoni e ultrasuoni che oltretutto sembrano avere un particolare effetto benefico sulle persone.
Nel 1966 Mère confida qualche riflessione in proposito a Satprem (Agenda del 2 giugno, volume VII):
«Hai mai sentito dire che i delfini sanno parlare?
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Oggi, esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e delle balene. Spesso viene descritto come un canto, proprio perché il loro linguaggio è molto più musicale del nostro.
Piscine come quelle descritte da Mère ormai esistono un po’ dappertutto: sono i cosiddetti “delfinari”. Alcuni dei quali, purtroppo, vengono costruiti per sfruttare gli animali in senso ‘ludico-commerciale’, ovvero per attrarre i curiosi (soprattutto all’interno di mega parchi giochi) che, pagando un biglietto, possono disturbarli a loro piacimento; questo utilizzo, oltre a costituire un indubbio motivo di stress per i delfini, rimane un assai discutibile mezzo di divertimento per gli esseri umani. Forse siamo lontani dai tempi in cui l’etologo Konrad Lorenz, per esplorare il mondo delle oche, decideva di sguazzare nella loro stessa acqua, ma è il caso che la smettiamo di trattare gli animali, come ebbe a dire Jacques Costeau, da «trastulli obsoleti che chiamano in causa il nostro stesso senso di umanità».
Inoltre, occorre notare quanto l’uomo, soprattutto in tempi recenti, abbia messo a rischio la vita di questo nobile cetaceo (in passato caro al dio Apollo), al punto da farlo diventare una specie in pericolo di estinzione e, quindi, sottoposto a programmi internazionali di protezione. Le più gravi minacce alla sopravvivenza dei cetacei, infatti, sono tutte ascrivibili al comportamento dell’uomo, che va a caccia della loro carne per scopi commerciali, che li intrappola accidentalmente nelle reti destinate alla pesca di altri pesci, che inquina i mari privandoli di sufficienti prede, che sfrutta la loro facilità di apprendimento per fini militari e bellici.
D’altro canto, invece, è ormai ben documentata la straordinaria intelligenza dei delfini, la loro velocità di apprendimento, la loro non comune sensibilità. A questa specie è sempre stata riconosciuta una particolare abilità a entrare in contatto con gli esseri umani, a interagire e giocare in modo del tutto spontaneo con loro. Per queste caratteristiche, unite a una spiccata intelligenza, è stata presa in considerazione l’idea di utilizzare i delfini a scopo terapeutico nell’autismo e in casi di depressione o altri disturbi mentali. Sono nate specifiche terapie in cui il bambino viene messo a contatto con il delfino e, stando in acqua e giocando con lui, migliora notevolmente (e in tempi piuttosto rapidi) il suo stato di salute. E questo è l’unico esempio di terapia assistita da animali che utilizza un animale non domestico. I principali effetti che sono stati studiati sono un miglioramento nell’integrazione di alcuni aspetti della personalità e della corporeità, come la percezione di parti del corpo trascurate, stimolate dal movimento dei delfini e dall’acqua intorno a loro; la capacità di espressione e la spontaneità, favorita dal fatto che in acqua, in compagnia dei delfini, esistono meno regole, o sono comunque diverse dalle nostre; il movimento, stimolato anche dalla particolare vivacità dei delfini e la loro propensione al gioco; la disponibilità al contatto, favorita anche dall’ambiente acqua.
Il delfino è un essere dotato di enormi capacità comunicative, la cui storia evolutiva si è intrecciata spesso con quella di altri mammiferi terrestri, con cui ha in comune il sangue caldo, la modalità riproduttiva, la ricchezza di linguaggio, ma che presenta anche modalità particolari che riguardano la respirazione, il sonno, il veloce e silenzioso nuoto, la capacità di astrazione, la “trasmissione culturale” del comportamento.
Inoltre, i delfini hanno una particolare capacità di comprendere certi tipi di linguaggio umano, come il linguaggio dei segni. Chi studia i delfini è certo che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.
Di particolare interesse il mondo acustico fatto di echi, che consente ai delfini di percepire non solo la distanza, ma anche la forma, la grandezza, lo spessore degli oggetti o degli altri esseri viventi che incontra sul suo cammino.
Questi mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di suoni percepibili da noi uomini, oltre a emettere ultrasuoni con frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Un gruppo di studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha recentemente provato in questi animali la coesistenza di due tipi diversi di linguaggio, uno per “giocare” e l’altro per “comunicare” con il gruppo.
I delfini parlano, ma con il loro gruppo utilizzano un “dialetto” particolare, che si sviluppa nel corso degli anni e che diventa un veicolo di riconoscimento fra esemplari della stessa comunità.
«I delfini — spiega Massimo Azzali del Cnr — comunicano usando due linguaggi o segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali di vocalizzazioni, e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti segnali sonar o di ecolocalizzazione».
Le due vocalizzazioni sono molto diverse: le prime sono innate e vengono prodotte in occasione di uno specifico evento: in generale riflettono la reazione “emotiva” del delfino a uno stimolo esterno.
Nel corteggiamento, quando hanno paura, quando si arrabbiano, quando sono stressati e in moltissime altre occasioni, questi mammiferi super-intelligenti emettono le frequenze da 20kHz.
Come delle grida spontanee, immediatamente percepibili e affatto difficili da emettere e da essere comprese.
I segnali sonar dai 20 ai 200 kHz invece sono più difficili da imparare e da capire.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«Con le relazioni echi-immagini — precisa Azzali — valide per tutti i membri della comunità, nascono i rapporti sociali. Dai nostri studi risulta che gruppi diversi usino il linguaggio degli echi con modalità diverse».
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
Ma quando inizia l’apprendimento?
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Un’ultima curiosità: i delfini dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.

Fra Dolcino e le donne penitenti - racconti dell'iperspazio Ugo Arioti

“ Paenitentiagite, quia appropinquabit regnum caelorum ” -         Ma che vuole, non sono una verginella! Ma il brodo è buon...