martedì 12 dicembre 2017

Racconto satirico di Marco Pomar: Ore diciassette! tra Marco Pomar e Marco Pomara

Ore diciassette

Una discussione tipo tra me e Marco Pomara:
- Hai ancora problemi alla schiena?
- Si.
- Dovresti andare da Lo Sicco. Lo conosci?
- No.
- È il fratello di Giusi Lo Sicco, la moglie di Gazzaniga. Lo sai chi è Gazzaniga, no?
- No.
- Lui aveva il pub Al melograno blu, in società con Gaspare Zullo. Lo conosci Gaspare, no?
- No.
- Gaspare ha scritto un libro interessantissimo su Psicopatologia dello zenzero. Lo ha presentato Mimmo Lardo. Ti ricordi di Mimmo?
- No.
- Lardo è uno famoso.
- Si, a Colonnata lo conoscono tutti.
- Comunque, se vuoi chiamo Tullio e ti mando da Lo Sicco.
- Tullio?
- Tullio Origano.
- Amico di Lardo?
- No, Origano è il presidente della cooperativa Ciccio Scaccio. La conosci la cooperativa, no?
- No.
- Comunque Origano ti piacerebbe.
- Magari una sera ci vediamo per una pizza. Per Origano è la morte sua.
- Sai con chi sta adesso Tullio?
- Non me lo dire! Con Valentina Salvia?
- No, con Sabrina Pancio Stalteri. Te la ricordi?
- No.
- Sabrina ha una ludoteca per adulti abbandonati dalla moglie. È un progetto interessante, gli ho curato la parte economica insieme a Lillo Lo Giudice. Lo conosci Lillo, no?
- No.
- Lillo è un agopuntore diplomato alla scuola di Ankara. Potrebbe aiutarti per la schiena.
- Ma non avevi detto di Lo Sicco? Te lo ricordi Lo Sicco? Il fratello di Giusi, cognato di Gazzaniga, socio di Zullo, amico di Lardo, che lavora con Origano, che sta con Stalteri che lavora con Lo Giudice che al mercato di Ankara un diploma comprò.
- Vabbè, ci sentiamo.
- Salutami Origano.

giovedì 7 dicembre 2017

Valentina premiata dalla Nasa: «Così progetto la vita su Marte»

Cambridge, l’ingegnere 32enne: una città ecosostenibile dove non ci si annoia

di Giovanni Caprara

 «Gli alberi mi hanno ispirata e così è nato il progetto della città marziana sostenibile che ha entusiasmato la Nasa». Valentina Sumini con il suo gruppo al Mit di Cambridge, vicino a Boston, ha vinto la «Mars City Design Competition 2017». La Nasa ha preferito il suo progetto, tra oltre gli 150 presentati, e ora è impegnata nel costruire un modello di colonia marziana. La Nasa sta lavorando al primo sbarco umano sul Pianeta Rosso programmato intorno al 2035. Nel 2019 il grande razzo SLS, il più potente mai costruito, compirà il primo volo di collaudo intorno alla Luna senza astronauti: sarà affidata proprio a SLS, assieme alla nuova astronave Orion, la missione di raggiungere il vicino pianeta. L’idea è di andare su Marte non per una veloce esplorazione ma per creare una colonia permanente. Per sopravvivere sul Pianeta Rosso i coloni devono avere ambienti adeguati che le idee di Valentina cominciano a delineare. «Il progetto che ho battezzato Redwood Forest, la foresta di sequoie, nasce dall’obiettivo di realizzare una città di 10 mila abitanti — racconta la ricercatrice —. La foresta risponde all’esigenza di avere un habitat interconnesso a diversi livelli che consenta agli abitanti di muoversi, protetti dalle radiazioni e dall’impatto di micrometeoriti, attraverso un rete di radici-cunicoli sotterranei».
La cavità nei rami
Gli alberi-edifici di Redwood Forest hanno come elemento essenziale l’acqua estratta dalla base delle «radici» sfruttando il ghiaccio presente nel primi strati del sottosuolo marziano: viene distribuita all’interno degli habitat, utilizzando le cavità presenti nei «rami», fino a schermare l’intera biosfera dalle radiazioni cosmiche. «L’albero — precisa Valentina — ha un significato anche dal punto di vista della struttura in quanto il sistema di rami e radici aiuta l’edificio ad ancorarsi al terreno. Proprio come gli alberi presenti in natura sanno estrarre acqua e raccogliere i raggi del sole, i nostri sono progettati per soddisfare le esigenze poste dal nuovo ambiente e dalle criticità del suolo marziano». E ancora: «Nel nostro laboratorio stiamo già sviluppando con la Nasa anche una nuova tecnologia per estrarre il ghiaccio e produrre l’acqua di cui saranno dotati gli edifici. È il primo passo indispensabile per garantire la sopravvivenza».
«Lo spazio mi ha sempre appassionato»
Valentina, nata 32 anni fa ad Alessandria, è arrivata a Cambridge grazie al Progetto Rocca: progetto di collaborazione del Politecnico di Milano, dove aveva ottenuto il dottorato, con il Mit. Racconta la ricercatrice: «Mi ha sempre appassionato lo spazio, ma soprattutto la possibilità di vivere su altri corpi celesti. Per questo ho cercato di disegnare ambienti autosufficienti e sostenibili. Un approccio utile anche sulla Terra per non sprecare risorse preziose». Le agenzie spaziali di Cina, Russia e la stessa Nasa studiano una base lunare analoga a quelle in Antartide. «Gli edifici di Redwood Forest — dice —, possono essere adattati anche all’ambiente lunare perché le necessità sono uguali. Questo consentirebbe, tra l’altro, di sviluppare con maggior cura e sicurezza anche il successivo insediamento marziano». L’ultimo pensiero di Valentina va però all’Italia: «Essendo patriottica mi piacerebbe rientrare nel mio Paese ma per il momento devo completare le ricerche che qui impegnano con passione».

martedì 5 dicembre 2017

Il linguaggio dei delfini




Ormai è ben noto che i delfini (e i cetacei in generale), al pari degli animali più evoluti, possiedono un loro linguaggio strutturato.
Lo studio del linguaggio dei delfini è iniziato all’incirca negli anni Sessanta. Trattandosi di animali sociali, non solitari, hanno un complesso sistema per comunicare fra loro, fatto di suoni e ultrasuoni che oltretutto sembrano avere un particolare effetto benefico sulle persone.
Nel 1966 Mère confida qualche riflessione in proposito a Satprem (Agenda del 2 giugno, volume VII):
«Hai mai sentito dire che i delfini sanno parlare?
Non hai letto quegli articoli?
Hanno scoperto che i delfini si esprimono con un linguaggio articolato, ma con una estensione vocale di gran lunga superiore alla nostra: va molto più su in altezza e molto più giù in profondità. Ed è molto più vario. Parlano regolarmente (pare li abbiano registrati), ma non si riesce a capire quel che dicono. Gli hanno fatto ascoltare la parola umana — e loro la imitano per prenderci in giro! Ridono![Mère ha l’aria molto divertita].
Li ho visti in certe fotografie: hanno un’aria simpatica, ma le foto non dicono abbastanza. Hanno, come le focene, tante file di dentini; ma non sono per niente aggressivi, pare, mai uno scatto di rabbia. E parlano! Non solo parlano, ma sanno anche ascoltare. Imitano il linguaggio umano e ridono, come se ci trovassero [ridendo] estremamente ridicoli.
È divertente.
Pare che in Nordamerica abbiano costruito come delle grandi piscine per loro: li tengono lì, e pare ci stiano benissimo. Si sono messi a studiarli; allo scienziato americano che se ne occupa qualcuno ha detto (l’ho letto ieri): “Voi dite che sono intelligenti quanto noi; ma se fossero intelligenti come noi avrebbero cercato di farsi capire e di capirci”. E l’altro ha risposto [Mère ride] che forse non lo facevano perché sono saggi e hanno scoperto quanto siamo bestie!
È proprio divertente.
Pare che gli scienziati abbiano scoperto che i delfini usano una specie di ‘comunicazione immediata’, che non segue il ritmo lento delle onde né quello delle trasmissioni più eteree, e che si servono di quello che hanno chiamato un ‘bilanciere’, mi pare, o di contrappeso […] una sorta di comunicazione intuitiva. Pare abbiano uno strumento per misurarla!».
Oggi, esistono diverse registrazioni del linguaggio dei delfini e delle balene. Spesso viene descritto come un canto, proprio perché il loro linguaggio è molto più musicale del nostro.
Piscine come quelle descritte da Mère ormai esistono un po’ dappertutto: sono i cosiddetti “delfinari”. Alcuni dei quali, purtroppo, vengono costruiti per sfruttare gli animali in senso ‘ludico-commerciale’, ovvero per attrarre i curiosi (soprattutto all’interno di mega parchi giochi) che, pagando un biglietto, possono disturbarli a loro piacimento; questo utilizzo, oltre a costituire un indubbio motivo di stress per i delfini, rimane un assai discutibile mezzo di divertimento per gli esseri umani. Forse siamo lontani dai tempi in cui l’etologo Konrad Lorenz, per esplorare il mondo delle oche, decideva di sguazzare nella loro stessa acqua, ma è il caso che la smettiamo di trattare gli animali, come ebbe a dire Jacques Costeau, da «trastulli obsoleti che chiamano in causa il nostro stesso senso di umanità».
Inoltre, occorre notare quanto l’uomo, soprattutto in tempi recenti, abbia messo a rischio la vita di questo nobile cetaceo (in passato caro al dio Apollo), al punto da farlo diventare una specie in pericolo di estinzione e, quindi, sottoposto a programmi internazionali di protezione. Le più gravi minacce alla sopravvivenza dei cetacei, infatti, sono tutte ascrivibili al comportamento dell’uomo, che va a caccia della loro carne per scopi commerciali, che li intrappola accidentalmente nelle reti destinate alla pesca di altri pesci, che inquina i mari privandoli di sufficienti prede, che sfrutta la loro facilità di apprendimento per fini militari e bellici.
D’altro canto, invece, è ormai ben documentata la straordinaria intelligenza dei delfini, la loro velocità di apprendimento, la loro non comune sensibilità. A questa specie è sempre stata riconosciuta una particolare abilità a entrare in contatto con gli esseri umani, a interagire e giocare in modo del tutto spontaneo con loro. Per queste caratteristiche, unite a una spiccata intelligenza, è stata presa in considerazione l’idea di utilizzare i delfini a scopo terapeutico nell’autismo e in casi di depressione o altri disturbi mentali. Sono nate specifiche terapie in cui il bambino viene messo a contatto con il delfino e, stando in acqua e giocando con lui, migliora notevolmente (e in tempi piuttosto rapidi) il suo stato di salute. E questo è l’unico esempio di terapia assistita da animali che utilizza un animale non domestico. I principali effetti che sono stati studiati sono un miglioramento nell’integrazione di alcuni aspetti della personalità e della corporeità, come la percezione di parti del corpo trascurate, stimolate dal movimento dei delfini e dall’acqua intorno a loro; la capacità di espressione e la spontaneità, favorita dal fatto che in acqua, in compagnia dei delfini, esistono meno regole, o sono comunque diverse dalle nostre; il movimento, stimolato anche dalla particolare vivacità dei delfini e la loro propensione al gioco; la disponibilità al contatto, favorita anche dall’ambiente acqua.
Il delfino è un essere dotato di enormi capacità comunicative, la cui storia evolutiva si è intrecciata spesso con quella di altri mammiferi terrestri, con cui ha in comune il sangue caldo, la modalità riproduttiva, la ricchezza di linguaggio, ma che presenta anche modalità particolari che riguardano la respirazione, il sonno, il veloce e silenzioso nuoto, la capacità di astrazione, la “trasmissione culturale” del comportamento.
Inoltre, i delfini hanno una particolare capacità di comprendere certi tipi di linguaggio umano, come il linguaggio dei segni. Chi studia i delfini è certo che un giorno riusciremo a comunicare alla perfezione con loro, ma già oggi riusciamo a farlo con il linguaggio dei sordomuti.
Di particolare interesse il mondo acustico fatto di echi, che consente ai delfini di percepire non solo la distanza, ma anche la forma, la grandezza, lo spessore degli oggetti o degli altri esseri viventi che incontra sul suo cammino.
Questi mammiferi sono dotati di un ricchissimo “vocabolario”: oltre a fischiare, grugnire e strillare, riescono a emettere una vasta gamma di suoni percepibili da noi uomini, oltre a emettere ultrasuoni con frequenze troppo elevate per i nostri limitati organi acustici.
Un gruppo di studiosi del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) ha recentemente provato in questi animali la coesistenza di due tipi diversi di linguaggio, uno per “giocare” e l’altro per “comunicare” con il gruppo.
I delfini parlano, ma con il loro gruppo utilizzano un “dialetto” particolare, che si sviluppa nel corso degli anni e che diventa un veicolo di riconoscimento fra esemplari della stessa comunità.
«I delfini — spiega Massimo Azzali del Cnr — comunicano usando due linguaggi o segnali acustici: i suoni (frequenza 20kHz), detti segnali di vocalizzazioni, e gli ultrasuoni (frequenza tra 20 e 200 kHz), detti segnali sonar o di ecolocalizzazione».
Le due vocalizzazioni sono molto diverse: le prime sono innate e vengono prodotte in occasione di uno specifico evento: in generale riflettono la reazione “emotiva” del delfino a uno stimolo esterno.
Nel corteggiamento, quando hanno paura, quando si arrabbiano, quando sono stressati e in moltissime altre occasioni, questi mammiferi super-intelligenti emettono le frequenze da 20kHz.
Come delle grida spontanee, immediatamente percepibili e affatto difficili da emettere e da essere comprese.
I segnali sonar dai 20 ai 200 kHz invece sono più difficili da imparare e da capire.
«La condivisione delle percezioni/evocazioni che scaturiscono dai segnali sonar — prosegue Azzali — si imparano con il tempo e richiedono che nella comunità si sia formato un linguaggio sonar comune, ovvero una connessione suoni-immagini acustiche che valga per l'intera comunità».
Si può perciò presumere che il linguaggio sonar di un gruppo richieda un lungo periodo di apprendimento da parte dei suoi membri più giovani perché contiene molti elementi tipici ed esclusivi di una comunità.
Ed è per questo che i delfini devono vivere un lungo periodo di apprendimento prima di formare un gruppo con il quale condividere il linguaggio. Un training lento e complicato, che permetta loro di orientarsi nella giungla dei segnali sonar degli altri membri del gruppo in modo da imparare ad ascoltare e a parlare la stessa lingua.
Solo dopo questa lunga fase di apprendimento nascono solidi legami sociali.
«Con le relazioni echi-immagini — precisa Azzali — valide per tutti i membri della comunità, nascono i rapporti sociali. Dai nostri studi risulta che gruppi diversi usino il linguaggio degli echi con modalità diverse».
In ogni caso, tramite l’ecolocalizzazione i delfini sono in grado di comunicare fra loro chiamandosi per nome.
Ma quando inizia l’apprendimento?
Secondo lo studioso del Cnr il cucciolo di delfino comincia ad apprendere il linguaggio sonar addirittura dalla pancia materna «perché i suoni si propagano quasi allo stesso modo nell’oceano e nel corpo della madre».
L’apprendimento continua poi dalla nascita ai quattro anni esclusivamente tramite la madre e poi tramite tutto il resto del gruppo.
Un’ultima curiosità: i delfini dormono galleggiando in superficie e una metà del loro cervello rimane intenta a vigilare.

domenica 3 dicembre 2017

venerdì 1 dicembre 2017

Editoriale di Dicembre 2017

Assistiamo, impotenti, a un mondo che va a rotoli verso la sua fine. Distruggiamo con una potenza inimmaginabile l'ambiente. I diritti umani sono solo un finto simulacro offeso e vilipeso, impunemente, pure dalle Istituzioni che dovrebbero difenderli. I governi, ormai, non hanno più alcuna legittimità popolare, ma sono procuratori del potere Economico dominante. Il capitalismo, oggi, è alla sua terza fase: la speculazione distruttiva. Le crisi si susseguono, una dopo l'altra, devastando le economie reali. E, in questo quadro, qualcuno trova pure il coraggio di chiedersi perché la gente non va più a votare. Anche le elezioni sono diventate una farsa e i brogli, vedi ultime elezioni in Sicilia del Novembre di quest'anno, sono utilizzati da gruppi di potere mafioso - politici per creare governi fantoccio che seguono gli ordini del Mercato e non quelli degli elettori di riferimento. Uno scenario idilliaco, questo, in cui viene a galla, pure, il mancato controllo, anzi, l'operazione deviante di BANCHITALIA nei confronti delle banche malate e drogate, come Banca Etruria! Che dire? Non ci resta che piangere? Iniziamo la novena della Madonna e le feste Natalizie con l'auspicio che il popolo, rassegnato al grande fratello, si svegli e mostri i pugni! Buon Natale!
Ugo Arioti

lunedì 27 novembre 2017

Egon Schiele, pittura, sensualità e scandalo. Vita e arte diventano cinema

Nelle sale per soli tre giorni il biopic del regista austriaco Dieter Berner che racconta la tormentata esistenza del genio dell'espressionismo viennese



 La biografia ispirata alla sua vita si intitola Il Pornografo di Vienna ed è già tutto lì, in quel titolo. C’è la tensione, lo scandalo, quello che sembra ma non è. C’è la predestinazione al tormento di un uomo che in nome dell’arte, e della libera espressione dell’arte, accetta di subire: umiliazione, sofferenza, incomprensione. Finora quello che sapevamo su Egon Schiele, che non derivava dall’osservazione diretta della sua opera, era quanto scritto in quel libro, ma adesso il regista Dieter Berner ci offre un racconto per immagini della vita dell’artista austriaco, deriso e offeso dalla maggior parte dei suoi contemporanei, agli inizi del Ventesimo secolo, oggi considerato "il genio del primo Espressionismo viennese".

 Egon Schiele: La morte e la fanciulla, distribuito da Draka, in collaborazione con Twelve Entertainment, sarà in sala solo il 27, 28, 29 novembre. Berner lo ha scritto insieme con sua moglie, Hilde Berger, autrice del romanzo che porta lo stesso titolo del film: "il libro è suddiviso in cinque storie – ci dice il regista – ognuna delle quali è il racconto di Egon Schiele dal punto di vista di una delle sue modelle. Per il film abbiamo scelto di unire la narrazione". Ma il punto è lo stesso: il rapporto di Schiele con le donne e il corpo delle donne. "Il film è quindi sì un omaggio alla sua arte, ma soprattutto è il racconto della vita di un uomo". Una vita in cui la sessualità era ciò da cui tutto partiva e a cui tutto tornava. Aspetto che nella pellicola è forse declinato in maniera troppo delicata rispetto alla frustrazione con la quale era costretto a convivere l’artista, in quell’epoca di repressione. Suo padre ebbe moltissime relazioni, morì di sifilide quando Egon aveva quattordici anni, "per lui la sessualità – continua Berner – era contemporaneamente pericolo ed eccitazione".

 In realtà, un tentativo non troppo convincente di portare la storia di Schiele sul grande schermo lo aveva già fatto, nel 1981, Herbert Vesely, quando per il suo Inferno e Passione aveva reclutato Mathieu Carrière per il ruolo di Egon e Jane Birkin per quello della sua musa e modella Wally. Oggi a indossare i panni non facili del pittore c’è Noah Saavedra che esordisce così in un ruolo da protagonista. Ci riesce ed è quasi tutto merito del suo sguardo, quello che si poggia sulle modelle alle quali poi Egon chiede: “resta ferma così”, come Moa, la ballerina nera con capelli corti e riccissimi che, quando non nuda, Schiele dipinge avvolta in tessuti coloratissimi. O lo sguardo che indugia sulle donne che non sono ancora sue modelle ma che lui già immagina, o meglio desidera che posino per lui. Wally, forse l’unico amore della sua vita, la vede per la prima volta nello studio di Gustav Klimt, all’epoca uno dei pochi, lungimiranti, a sostenere l’arte di Schiele. Lei e le sue calze verdi diventeranno protagoniste di numerose opere dell’artista, fino al definitivo La morte e la fanciulla, che ritrae i due amanti in un abbraccio ormai rassegnato, prima che Schiele lasci Wally per sposare Edith Harms, donna che gli chiederà di essere la sua sola musa.

Ancora, lo sguardo disgustato che Egon rivolge al giudice che lo accusa di aver mostrato immagini pornografiche a una minorenne e quello infiammato, sempre diretto al rappresentante della legge che sta bruciando pubblicamente il suo disegno  giudicato “osceno”. Non deve essere stato semplice cercare di guardare il mondo come lo guardava Schiele, quando le sensazioni erano tutte esasperate e il bisogno che urgeva era sempre quello di fissare quanto visto su carta. Se non fosse stato così forte, oggi non ci ritroveremmo con trecentoquaranta dipinti e duemilaottocento tra acquerelli e disegni realizzati in quei pochi anni. "Volevo trovare un attore molto giovane – continua Berner - perché il pubblico immaginasse cosa vuol dire morire a ventotto anni lasciando una simile eredità. Ho scelto Noah Saavedra quando ancora non era un attore, ma è stato lui stesso a convincermi che poteva essere la persona giusta. Abbiamo lavorato per un anno e mezzo prima che fosse davvero pronto per il ruolo".

 La stessa cosa con Maresi Riegner, l’attrice che interpreta Gerti, sorella di Egon e sua prima modella, anche lei giovanissima: "abbiamo ripetuto alcune scene varie volte, ma per altre ho lasciato che improvvisassero". E il lavoro fatto da Dieter Berner per questo film non è poi tanto diverso da quello che si trovava a fare Schiele ogni volta che allestiva un set: "Artisti come Egon o Caravaggio erano in realtà anche grandi registi. I personaggi dei suoi quadri sembrano seguire una sceneggiatura". Ma Schiele va oltre, “posava nudo per i suoi quadri, si fotografava e poi si ritraeva, era allo stesso tempo regista e attore. Credo che nessun altro, in quegli anni, lavorasse così”. Egon influenzava le sue modelle in maniera fortissima, certo anche loro esercitavano un potere su di lui: la sua pittura era il frutto di un’interazione e poi era qualcosa di estremamente mentale, al punto che, a volte, l’opera ci rimaneva nella sua testa: quando i corpi erano solo delineati o, addirittura, spezzati, non conclusi. Ma Schiele non ha influenzato solo le sue donne: “nella fotografia moderna – dice il regista - vedo che le pose non sono altro che un ripetersi. Guardate James Dean, nei suoi scatti assumeva posizioni assolutamente simili a quelle che Egon aveva nei suoi quadri”.

Schiele ha scelto di guardare il mondo in un certo modo, "quella scelta ha fatto di lui un artista, ma si trattava di un approccio del tutto nuovo e sconcertante per l’epoca, per questo a molti non piaceva". Non solo, per alcuni la sua opera era disturbante: "è vera pornografia" gli dirà nel film il giudice prima di condannarlo a scontare altri tre giorni in carcere, in aggiunta ai ventiquattro già passati, e prima di alimentare le fiamme con il suo disegno. "No, è un'opera d’arte erotica. Io sono un artista" riuscirà a rispondere "il genio dell’Espressionismo austriaco".

venerdì 24 novembre 2017

I voti che non decidono e le democrazie malate Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo»? E’ destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il «demos», accetta con le elezioni di avere un capo come se fosse in una dittatura?

Antonio Polito   (Corriere.it)

A che serve votare? È una domanda che molti cittadini europei cominciano a farsi. Da ultimi i tedeschi. Sono andati alle urne, la Merkel ha preso molti più voti di chiunque altro, il 60% nei sondaggi dice di auspicarsi un governo da lei diretto, ma il governo non si fa, e per farlo sarà forse necessario far fuori la Merkel. Qualcosa si è inceppato perfino nella democrazia tedesca, di proverbiale stabilità.
Oppure prendete i cittadini britannici. La bellezza di diciotto mesi fa decisero di uscire dall’Unione Europea. Sono ancora là. Uscendo volevano riprendersi i loro soldi, e invece il prossimo mese dovranno dire quanto sono disposti a scucire per poter andarsene. Procedure, compromessi, trattative, più inflazione e svalutazione della sterlina: sembrava così semplice mettere una croce sul «Leave». Per non parlare dei cittadini catalani, i quali hanno scoperto che neanche con il voto possono spaccare la Spagna.
La galleria potrebbe comprendere gli spagnoli, che dopo due elezioni e sei mesi di prorogatio di Rajoy si aggrappano a un governo di minoranza; o i belgi e gli olandesi, che hanno dovuto aspettare rispettivamente dodici e sette mesi prima che il Parlamento decidesse chi aveva vinto le elezioni. Va ovviamente aggiunto il caso italiano, dove se c’è una cosa certa delle prossime urne è che quasi certamente non daranno una maggioranza; e dove siamo ormai al quarto governo di fila (Gentiloni, Renzi, Letta, Monti) privo di un mandato elettorale.
Non è questione di tecnica. Nel Regno Unito nemmeno il leggendario «first-past-the-post», il più implacabile dei maggioritari, è riuscito a dare una maggioranza alla povera May, che aveva chiamato le elezioni per suonarle ai laburisti ed è stata suonata. E perfino il presidenzialismo, l’unico sistema in grado di garantire un vincitore, comincia a perdere colpi: Trump è diventato presidente con meno voti della seconda arrivata. Resta saldamente in sella il solo Macron, asceso all’Eliseo con appena il 24% del primo turno.
Che cosa sta accadendo dunque alla più antica forma di «governo del popolo, dal popolo, per il popolo» (Abramo Lincoln a Gettysburg)? La democrazia è destinata ad avere un futuro, o rischia di essere insidiata dai modelli di «democratura», nei quali il popolo, il «demos», accetta col voto di avere un capo come se fosse in una dittatura?
La vicinanza semantica tra «democrazia» e «populismo» («demos» è il greco per il latino «populus») la dice lunga su quanto sia sottile il confine che divide l’una dall’altro, già in passato spazzato via più di una volta. Bisogna dunque che gli uomini di buona volontà si mettano al capezzale della democrazia malata, e cerchino un modo per ripiantarla in un mondo così diverso da quello in cui nacque.
Il primo passo dovrebbe consistere nel qualificarla, nel darle l’aggettivo giusto. Democrazia non è solo elezioni: anche in Russia e in Iran si vota. Ma ciò che distingue una «democrazia liberale» è la «rule of law», e cioè la supremazia della Legge, cui ogni cosa è subordinata. È proprio questo che tiene in piedi la Germania o la Spagna mentre attendono un governo: tutto procede secondo la legge. Ed è esattamente la Legge ciò che ha impedito agli indipendentisti catalani di andarsene con un referendum, o che costringe gli inglesi a negoziare per uscire dall’Ue. Dovremmo dunque curare lo stato di diritto come l’asset più prezioso della democrazia, forse perfino più del voto popolare («La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione», articolo 1 della nostra Legge fondamentale). E proteggerlo dalle mire dei politici di turno che vorrebbero dettar legge.
Il secondo punto è che difficilmente una democrazia liberale può prosperare senza partiti democratici e possibilmente popolari, i quali mediano il consenso dei cittadini, lo stabilizzano, lo indirizzano verso programmi di governo e selezionano i gruppi dirigenti. Più partiti personali nascono, più movimenti estemporanei si affermano, più le elezioni diventano un taxi per ambizioni private, più debole sarà la democrazia. E in questo campo, ahinoi, noi italiani abbiamo anticipato molte tendenze pericolose.
Infine c’è un problema anche più complicato da risolvere: l’emigrazione della sovranità dagli Stati nazionali verso consessi internazionali che per loro natura non possono decidere democraticamente (le sedi europee assegnate a sorteggio ne sono un esempio). Moneta, commercio, investimenti, circolazione dei capitali e degli esseri umani, politica estera, sono tutte materie sulle quali l’elettore sa ormai di non avere più molto potere. Bisognerebbe dunque riempire i parlamenti di altri poteri: di controllo e revisione, per esempio, in materia di nomine, di spesa pubblica, di allocazione delle risorse e di assegnazione degli appalti, per farne dei baluardi contro la corruzione e lo sperpero, garantendo tempi e strumenti alle opposizioni che vigilano sul potere. Rimpatriare una parte delle competenze affidate al Parlamento europeo. Ridare alle Camere il ruolo di sedi del dibattito informato, per esempio sulle delicatissime questioni bioetiche. Assegnare loro il potere di scrutinare i ministri prima della nomina e di convocare il primo ministro ogni settimana a rispondere in diretta tv. Bisogna trovare nuovi e validi motivi per convincere gli elettori a non disertare lo spettacolo della democrazia, e a non trasformare il parlamento in un’aula sorda e grigia.