sabato 27 settembre 2014

i racconti della domenica : Staiu jennu accattari u giurnali, ora tornu, Ginè!

Nel pomeriggio della domenica Tansichi, sgrassati i piatti e sistemata la cucina, indossa un vecchio paio di jeans e una maglietta con le maniche lunghe, rossa, regalo di Paolino Cilestra, che dietro le spalle porta scritto in bianco “TIENI PULITA PALERMO”, ed esce a fare quattro passi senza una meta precisa, tanto per camminare.
Magari vado a comprare il Corriere da Nico! Pensò.
Scese le scale come un monello, saltando i gradini a due  a due e si avviò per via Casa Professa e via Ponticello in Via Maqueda verso il Municipio passando davanti al negozio di abbigliamento di Jing, un cinese naturalizzato, terzo negozio a destra dopo la bottega di Giorgio Scarpavecchia, il ciabattino cieco.
Osserva, senza vederla per quello che è, la munnizza che lo circonda con amore, formidabile esempio di globalizzazione dell' assuefazione al la douleur de vivre”, e procede con gli occhi al cielo e la testa chissà dove.
Alla svolta su Via Maqueda incontra uno che vende galline nella Piazza del Carmine mescolandosi, per non farsi riconoscere dalle guardie che invece sanno tutto di lui e dei suoi parenti e amici sdilinquenti tutti, ai colori e ai sapori delle bancarelle del mercato.
Gnazio Zichitella che, oltre alle galline, dicono rubate, vende canarini al mercato nero, gli sorride e gli mostra una gabbietta piccola con un povero canarino disgraziato che stava portando presumibilmente a un cliente.
- Don Callo, ci u dugnu unu, ca si canta chistu canta puru chiddu suu macari e vossia cummina..!-
- Screanzato e villano, statti arrassu vasinnò ti fazzu mettiri ju a tia nta na aggitedda accussi nica comu a chista. Vigliacco mondo ... Vatinni … va!- rispose adirato e non poco Tansichi. Lui amava gli animali e non sopportava che si speculasse sulla loro “povera vita racchiusa in una gabbietta di dieci centimetri per dieci.
Il suo volto, sereno non appena uscito di casa, si rabbuiò. Guarda caso anche il cielo sin qui limpido e sgombro da nuvole appariva ora  striato da alcune “strisce di nuvole” che ingabbiavano la luce del Sole.
Nella mente di Callisto volavano voci e angosce vecchie e nuove e tanta rabbia per  quei farabutti che mercificavano ogni cosa viva senza averne rispetto.
E gli tornò in mente quello che diceva la sua Marì: non conoscono il valore di una vita … anche loro sono merci che si vendono per trenta denari …
Mentre rimuginava questi pensieri i suoi piedi, in piena autonomia dal cervello, o forse in diretta corrispondenza col cuore lo portarono verso Sant’Antonino.
Un piccolo negoziante indiano Abhisar,  un indiano del Kerala di origine siriana, ossequiosamente lo salutò.
- Signore Carlo io saluto con grande piacere! Fate passeggiata lunga?-
Tansic si fermò davanti a quel buco di putia, sciacquò via le sue brutte intenzioni e guardò con impegno l’indiano e sua moglie che preparavano cibi da asporto in quella che una volta doveva essere stata una bottega d’orafo o di ciabattino o chissà ché!
- Ti saluto Abbisar! Mi fai mezzo pollo?-
- Porta via o mando io a sua casa?-
- No, passo tra quindici minuti contati. Attraverso il vecchio ghetto ebraico e vado a comprare il giornale da Nico Bonasera, quello sposato con tua cugina. –
- Ah! Signor Nico partito … -
- Allora è inutile questa passeggiata per il giornale?-
- No. Anisha lavora certo che non come suo marito.-
- Buono a sapersi … quindi in edicola non c’è nessuno.-
- No. Scusa io volere dire che in giornaliera lavora sua moglie Anisha! Non brava come lui … ma quasi!- e fece un gesto col palmo della mano tipico palermitano( l’integrazione dei gesti!).
Altro che Ghetto ebraico, questo è diventato il ghetto indiano di Palermo, pensò Callisto, un passaggio di consegne avvenuto nel dopoguerra.
- Allora io vado a comprare il giornale e torno!-
- Come vuole Signor Carlo. Io quasi pronto!-
La città cambia ma nessuno intende rendersene conto. Cambia pelle e colore e si divide per zone, proprio come la capitale normanna dove c’erano più razze e religioni della Torre di Babele! E dove c’era un re saggio che lasciava ad ognuno il diritto di essere, nel rispetto degli altri, della sua religione e con i suoi usi e costumi.
-Bei tempi!- scappò di dire a Callisto mentre attraversava via Maqueda dove, tra qualche sparuto gruppo di giapponesi e tedeschi  turisti di ronda, il resto della popolazione aveva una carnagione che virava dall’olivastro fino al testa di moro.
Spiccava Tansic con il suo metro e settanta di statura e la sua pelle bianca come la Luna piena quando è molto vicina alla Terra.
- Dicete Don Callo?!- gli chiese Paolino Cilestra che era andato, anche lui a comprare il giornale.
- Si dice “che dite” non dicete … Paolino!-
- Scusate Don Callo mi sono imparpagliato!
- Ma che compri il Giornale di Sicilia?-
- Si è per via del fatto che nel Giornale di Sicilia, che io non leggo mai perché come dite voi è un giornalaccio da quattro soldi, c’è un articolo sull’omicidio di quella povera prostituta nigeriana.-
- Paolino quando ti vedo penso sempre a qualche disgrazia e tu puntualmente mi accontenti! Di che si tratta?-
- La prostituta nigeriana trovata morta ieri nei pressi del Monte di Pietà. Poveretta … nemmeno vent’anni!-
- Ma scusa la zona dei nigeriani non è quella vicino al Corso Tukory?-
- Vossia, lo dico sempre io, è troppo intelligente!-
- Amunì Paolino svuota il sacco! Sicuramente tu ne sai più di quell’imbratta fogli che ha scritto l’articolo!-
- Don Callo … Don Callo mi facissi leggiri u giurnali ca po ci sacciu a diri. Cca semu assai! – gli rispose il bidello tutto fare che per le sue doti magiche era soprannominato Cagliostro Due!
- Comu dici Tu!- si arrese Callisto, tanto sapeva che entro sera avrebbe avuto posto casa il rapporto completo sull’accaduto e le ipotesi di indagine.
Ormai era quella la sua vita. Quando qualcuno gli diceva che è sempre meglio farsi “quelli propri” e tirare a campare lui gli rispondeva che era un immortale ormai.

Sicuro, aveva superato i cinquanta anni e un amore devastante e tragico quindi la sua vita l’aveva fatta e niente poteva fargli più paura.

domenica 21 settembre 2014

UNIVERSO PROIBITO



Esiste, oltre al dominio dei sensi, una realtà con la quale dobbiamo fare i conti? Apparentemente banale, questa domanda è la domanda degli uomini, tutti gli uomini di ogni razza. Così hanno inventato le religioni. Non vogliamo indagare ora sulla parte storica o sulla reale funzione delle religioni, ma una cosa è certa: è una risposta alla domanda, che tutti ci poniamo, se esista oltre quello che percepiamo un impercepibile, un invisibile velo che ci separa da una realtà altra che trascende il Mondo fisico che pensiamo, perché ci viviamo, ci siamo immersi, quello "vero"?
C'è un "universo proibito"? 
Vogliamo aprire il dibattito sugli altri Mondi, sugli altri Universi, qualcuno li chiama paralleli, ma siamo sicuri che ci sia un filo che lega l'esistenza umana a questi mondi occulti? 
Qui, dovrebbe venirci in aiuto l'occultismo o le Scienze che studiano il Paranormale, ma chi di noi nella sua vita non ha avuto incontri, magari onirici, con questa altra realtà che ci circonda?
Non vogliamo fare una corte dei miracoli, ne un simposio scientifico, ma semplicemente viaggiare sulla letteratura e sui documenti che possono darci un idea, un sintomo, un indizio. Lo facciamo sperando di dare, in maniera etica e solidale, un contributo nostro che non ha alcuna pretesa di certezza, ma che rappresenta un cammino che tutti noi facciamo, anche inconsciamente.
Oggi, lo diciamo con le parole di uno scrittore, Dino Buzzati, per il libro "UNIVERSO PROIBITO" di un ricercatore abruzzese Leo Talamonti, che vi invitiamo a leggere:  "Non so se esistono altre opere che contengano un così sterminato numero di fatti strani, inquietanti, meravigliosi."
E' una prima finestra che apriamo, anzi che apriremo insieme a voi. Talamonti fa una rigorosa inchiesta sulla dimensione occulta della vita: magia, chiaroveggenza,fantasmi, sdoppiamenti, medianità. 
Vale la pena di trovare questo libro e leggerlo. Se non lo rintracciate, saremo noi a cominciare a leggerlo per piccole parti e a commentarlo, ci aspettiamo i vostri commenti.
grazie,
Ugo Arioti

Breve biografia dell'autore:
Ufficiale dell’aeronautica, Leo Talamonti abbandona la carriera militare negli anni cinquanta del XX secolo, per dedicarsi alla divulgazione scientifica[1]. Si occupa particolarmente di inchieste giornalistiche di una certa problematica psicologica e – soprattutto - deifenomeni paranormali.
Scrive saggi e articoli che appaiono in riviste e periodici italiani (L’elefanteSettimana Incom illustrataScienza e VitaOrizzonti) e stranieri (Planète, Fr.; Horizonte, Sp.)[2]. In particolare, conduce, sulla Settimana Incom illustrata, diretta da Lamberto Sechi, le rubriche:“Inchiesta ad occhi aperti sui fenomeni paranormali” (1961-62), “Viaggio alle frontiere della mente” (1962), “ Viaggio nella dimensione ignorata dell’universo” (1963-64)[1]. In tali rubriche, i lettori sono invitati a collaborare, mediante segnalazioni di eventi paranormali oggetto delle inchieste pubblicate e nei quali si sono trovati coinvolti. Ad ogni lettera segue un breve commento dell’autore. Il successo della rubrica è sorprendente[2].
Nel 1966, per il Gruppo Sugar, Talamonti pubblica il suo primo libro sull’argomento: Universo proibito. Una rigorosa inchiesta sulla dimensione insolita della vita: magia, chiaroveggenza, fantasmi, sdoppiamenti, medianità. Il libro diviene un cult per gli appassionati dell’occultismo e della parapsicologia. Nel 1969 è ripubblicato dalla Mondadori, che ne stampa varie edizioni; viene tradotto e pubblicato anche in Francia (1970), Spagna (1970), Germania (1970), Gran Bretagna (1974), Finlandia (1977) e Stati Uniti d’America (1977).
Avvicinatosi alla caratterologia già nel 1956, essendogli stato commissionato dalla Rai un lavoro intitolato “Presentazione alla caratterologia”[1], nel 1968 Talamonti pubblica “Guida al carattere”, che sarà tradotto e pubblicato anche in portoghese. L’anno dopo fa una fugace apparizione cinematografica nel film Colpo di stato, di Luciano Salce, recitando la parte del Presidente del Consiglio.
Nel settembre del 1972, Talamonti fonda e dirige per alcuni mesi la rivista “Scienza e ignoto”[2]. Nel 1974 pubblica “La mente senza frontiere, tradotto anche in Francia (1978) e Spagna (1976); nel 1975 esce: “Gente di frontiera”, pubblicato anche in Spagna (1978) e, nello stesso anno, “Parapsicologia della vita quotidiana”, nel quale raccoglie la corrispondenza più significativa intrattenuta con i lettori della Settimana Incom.
Tre anni dopo (1979) raccoglie in un libro i suoi studi sul mondo animale e vegetale, pubblicando “Parapsicologia e misteri del mondo animale: il libro delle piante intelligenti e degli animali-medium”. Pubblica il suo ultimo libro nel 1990“I protagonisti invisibili”.
Muore a Roma, dove si era trasferito da alcuni anni, nel 1998.

domenica 14 settembre 2014

scheda sugli uomini che hanno fatto la storia dell'arte nel vecchio continente: Hieronimus Bosch

Hieronymus Bosh, pittore fiammingo, crea le sue opere tra il '400 ed il '500. 
Vive il passaggio dal tardo Medioevo al Rinascimento e nei suoi quadri è ben espressa la drammaticità dell'uomo impaurito dai grandi cambiamenti.
I suoi quadri etico-religiosi sono molto enigmatici e nascondono spesso simbologie  ancora oggi ambito di ricerca di molti studiosi.ù
In tutte le sue opere trova posto la follia umana ben rappresentata da situazioni ed ambientazioni irreali tra il fantastico ed il grottesco.
Le molte simbologie religiose, astrologiche, alchemiche ed ermetiche che si alternano nei suoi quadri dalle tinte gotiche e naif, lo vedono precursore del simbolismo ermetico-alchemico.
I suoi quadri sono ricchi di particolari ed in queste rappresentazioni caotiche c'è in realtà un messaggio di ricerca dell'armonia attraverso l'esperienza degli opposti che, dalla confusione di una mente rozza formano la mente nobilitata.
E' chiaro il fondamento alchemico della trasmutazione dei metalli in oro...
  Tra le sue opere più conosciute troviamo:
 - Il giardino delle delizie (il mio preferito!)
 - Il concerto nell'uovo (opera smarrita e riprodotta)
 - I 7 peccati capitali;
 - Trittico del Carro di fieno;
 - La Nave dei folli
 - Estrazione della pietra della follia e tanti altri ancora 

Di tutti i suoi capolavori, quello che prediliggo, perchè vedo in questo quadro una lettura dell'universo umnao e di quello del sogno onirico delle particelle cosmiche che compon.gono questo immenso e indecifrabile, ancora per noi, mosaico dell'Universo e della vita. si tratta del giardino delle delizie che ho potuto ammirare nella splendida cornice del "Prado" di Madrid.

Il Giardino delle delizie (o Il Millennio[1]) è un trittico a olio su tavola (220x389 cm) diHieronymus Bosch, databile 1480-1490 circa e conservato nel Museo del Prado diMadrid.
Di datazione incerta, è ritenuto il capolavoro e l'opera più ambiziosa dell'artista[2]. In nessun altro lavoro Bosch raggiunse un tale livello di complessità, sia per i significati simbolici che per la vivida immaginazione espositiva[3]. L'opera rappresenta numerose scene bibliche e ha probabilmente lo scopo di descrivere la storia dell'umanità attraverso la dottrina cristiana medievale[4].
È formata da un pannello centrale di forma pressoché quadrata al quale sono accostate due ali rettangolari richiudibili su di esso; una volta piegate, mostrano una rappresentazione della Terra durante la Creazione. Le tre scene del trittico aperto sono probabilmente da analizzare in ordine cronologico da sinistra verso destra, per quanto non vi sia la certezza di questa lettura. Il pannello di sinistra rappresenta Dio quale perno dell'incontro tra Adamo ed Eva; quello centrale è una vasta veduta fantastica di figure nude, animali immaginari, frutti di grandi dimensioni e formazioni rocciose; quello di destra è invece una visione dell'Inferno e rappresenta i tormenti della dannazione.
Gli studiosi hanno spesso interpretato l'opera come un ammonimento agli uomini per quanto riguarda i pericoli delle tentazioni della vita[5]; nonostante ciò, l'intricato mescolarsi di figure simboliche, in particolare nel pannello centrale, ha portato nel corso dei secoli a numerose e differenti interpretazioni[6] e ancora ci si divide tra chi crede che il pannello centrale contenga un insegnamento morale per l'uomo e chi lo considera una veduta del paradiso perduto.

Stiamo costruendo un quadro di abstract relativi ad un pittore o scultore per creare una serie di articoli correlati e che mettono a nudo diverse prospettive artistiche e umane, spero che questo esperimento vi sia gradito, REDAZIONE SECEM

sabato 13 settembre 2014

Assassinato il Chico Mendes del Perù

Assassinato il Chico Mendes del Perù, difendeva la foresta da tagliatori illegali e narcos
Dieci giorni fa, dopo un viaggio a piedi in Brasile per unirsi ad altri capi indios. Era un avvocato, appartenente a una etnia che conta centomila persone. Lima vara una commissione d'inchiesta
dal nostro inviato OMERO CIAI


SAN PAOLO - Quattro ambientalisti sono stati assassinati nella foresta al confine fra Perù e Brasile. E' successo il primo settembre ma la notizia è stata confermata soltanto ieri. Una delle vittime è un famoso attivista peruviano, Edwin Chota. Di etnia ashàninkas, come le altre tre vittime, Chota, 54 anni, era da tempo uno dei leader indigeni più impegnati nella difesa della foresta amazzonica dalla deforestazione illegale e dai narcos che usano le vie fluviali sul confine per portare la cocaina dal Perù in Brasile e poi verso l'Europa. 
Più volte, negli ultimi mesi, Edwin Chota aveva lanciato appelli al governo peruviano sui rischi per la sua sicurezza e quella degli indios ashàninkas perché aveva ricevuto numerose minacce di morte. Alla fine di agosto aveva intrapreso un viaggio nella foresta, a piedi, insieme ad altri tre attivisti per riunirsi in Brasile con altri capi indios. Tutti e quattro sono stati assassinati sulla via del ritorno. Dalle bande di tagliatori illegali di alberi o dai narcotrafficanti.
Le tribù indigene dell'etnia ashàninkas, centomila persone in tutto, vivono in piccole comunità, di solito quattro o cinque famiglie, sia nella parte peruviana dell'Amazzonia che in quella brasiliana. Chota era di Saweto, nella regione dell'Alto Tamaya. Sono aree nelle quali spostamenti e comunicazioni sono particolarmente difficili e per questo la notizia dei quattro omicidi è stata resa nota con tanto ritardo. 

A Lima il presidente, Ollanta Humala, ha annunciato la formazione di una commissione d'indagine per individuare i responsabili dell'eccidio. Edwin Chato era un personaggio molto carismatico nella sua comunità e in Perù. Avvocato, combatteva anche legalmente contro le compagnie dell'industria del legno, che ha causa della corruzione nell'amministrazione pubblica ottengono permessi per tagliare la legna e persino titoli di proprietà della terra illegalmente. 

E' un omicidio che ricorda quello di 
Chico Mendes, la leggenda dei siringueiros brasiliani, ucciso alla fine del 1988 dai killer dei proprietari terrieri per la sua battaglia a favore della difesa della foresta. La notizia della morte di Chota è stata pubblicata dalla maggior parte dei quotidiani americani. Questo perché è sul mercato americano che va finire il legno degli alberi dell'Amazzonia. Nella regione al confine tra Brasile e Perù i tagliatori illegali, sempre armati di fucili e pistole, cercano soprattutto mogano e cedro tropicale. Il legno di un solo albero rivenduto in America può valere fino a 11mila dollari.
Il governo brasiliano ha diffuso nuovi dati sulle rilevazioni satellitari del disboscamento dell'Amazzonia. Fra il giugno del 2012 e il giugno del 2013 si è registrato un nuovo aumento della distruzione della foresta. Le zone più critiche sono negli Stati del Para e del Mato Grosso in Brasile, ovvero quelli dove c'è stata la maggiore espansione dell'agricoltura locale.


domenica 7 settembre 2014

«Un bravo scrittore ha una buona idea all'anno. È molto»



Pierre Lamaitre: Poca Ispirazione, molta sudorazione
(intervista con lo scrittore tratta dal Corriere.it)
C’è una cosa che il mio lavoro di scrittore mi ha insegnato: parlare di tutto, ma non del mio mestiere di scrittore. Alcuni dei miei colleghi sono così appassionanti quando spiegano il loro modo di lavorare, quando descrivono il loro processo creativo. Riescono persino ad affascinarci evocando il luogo preferito, le proprie abitudini. A sentire loro, il nostro è un mestiere circonfuso da una sorta di grazia, ma quando ne parlo io l’interesse sembra scemare. Questo perché molti dei miei colleghi parlano come degli artisti, mentre io parlo come un artigiano. Tra loro e me, c’è la distanza che separa Michelangelo da un orologiaio. Hanno ragione loro. Se si privano gli scrittori dei miti che ruotano intorno alla loro attività, diventano persone perfettamente comuni. Machiavelli spiega che in politica le apparenze sono molto più produttive della realtà. Per gli scrittori è la stessa cosa: per far sognare, il nostro lavoro deve avere qualcosa di assolutamente speciale.
Per i francesi, ad esempio, uno scrittore è un individuo che soffre – strenuo retaggio del secolo romantico. Quando dico che la mattina mi metto volentieri al lavoro perché scrivere, per me, è innanzi tutto un esercizio di immenso piacere… sento che deludo. Durante una conferenza, una lettrice mi ha chiesto se fossi soddisfatto delle pagine del mio ultimo romanzo che mi avevano più impegnato. Senza riflettere, ho risposto di sì, pensando al ritratto di Labourdin (un imbecille che adotta strategie estremamente intelligenti per infilare la mano sotto la gonna della sua segretaria). Non era la risposta giusta. La mia lettrice ha capito benissimo che avevo adorato scrivere quella scena, che mi ero divertito. E invece uno scrittore non è uno che si diverte. È uno che soffre! Niente a che vedere con un tipo che gongola immaginando la tattica di un personaggio sprovvisto della minima dote, se non per… be’, l’avete capito.
Un altro esempio: l’ispirazione. Accidenti a lei! Quanto mi hanno ossessionato con questa storia! Lasciate che vi spieghi: uno scrittore è un essere «ispirato». Nessuno sa esattamente di cosa si tratti, una sorta di onda (immagino), qualcosa che cade sullo scrittore come il soffio di Dio, o come il soffitto, non lo so, in ogni caso è qualcosa di molto speciale, quasi indicibile, uno stato di grazia che appartiene soltanto alla razza eccelsa degli scrittori. Quando vengo interpellato in proposito, da buon discepolo di Machiavelli, dovrei assumere un’aria assorta, la fronte tra il pollice e l’indice… Al contrario, l’orologiaio che sono risponde che non crede assolutamente all’ispirazione, ma molto alla sudorazione. Passo un sacco di tempo a correggere, riscrivere, rifare, riprendere, è un’attività parecchio laboriosa. La prima stesura dell’articolo che state leggendo mi ha richiesto meno di venti minuti, orologio alla mano. Intanto sono già quattro ore che ci sto su e ancora non vedo la fine. Ditemi voi come si fa a far sognare un lettore (soprattutto una lettrice) con argomenti simili!
Altra cosa: il luogo di lavoro. Uno scrittore può lavorare soltanto se tutte le condizioni sussistono in pieno: il posto, la qualità del silenzio, il tavolo (in realtà non ne so nulla, sto provando a immaginare…), la penna, la carta, la luce, quello che vede, quello che non vede… Lo scrittore è un artista. In quanto orologiaio, devo confessare che potrei lavorare in qualsiasi posto. Preferisco quando non c’è troppo rumore (per la concentrazione) ma, in tutta onestà, se sono preso da una situazione, posso scrivere in treno, in hotel, in un bistrot, a casa vostra, a casa mia, non ha alcuna importanza. (È evidente che nel mio studio è diverso: sono circondato da amuleti, portafortuna, talismani, dalle foto della donna che amo, Pascaline, da una serie di cose senza le quali tutto diventa difficile, sono terribilmente superstizioso, ma non lo confesserò mai, soprattutto in un articolo per «la Lettura»).
Veniamo ora al mio lavoro vero e proprio, che consiste nel raccontare delle storie. Anche qui, non dico quello che dovrei: uno scrittore non «racconta delle storie»! È qualcuno che, toccato dall’ispirazione, perviene, in condizioni molto speciali, a vincere l’angoscia della pagina bianca, eccetera eccetera. Raymond Chandler diceva che esistono due tipi di scrittori: quelli che scrivono storie e quelli che scrivono testi. Io faccio parte della prima categoria.
Quando mi chiedono qual è la mia professione, raramente rispondo «scrittore », tranne alla dogana, alla polizia e alle belle donne. Di solito, dico che sono un romanziere, perché il mio lavoro è cercare di interessare il lettore alla storia che gli racconto. In cosa consiste? Ci vuole prima di tutto una buona idea. Secondo me, uno scrittore è qualcuno che ha una buona idea all’anno. Sì, lo so, non è cosa da poco, è un lavoro arduo. E poi richiede molta tecnica. Una storia è un meccanismo di orologeria che comprende ingranaggi, molle, spirali, cilindri (è così che si chiamano i dialoghi, le scene, le sorprese, i colpi di scena, una progressione narrativa, e via dicendo) e tutto deve essere perfettamente al suo posto affinché l’insieme «giri» con una fluidità tale da fermare il tempo nella mente del lettore. Tutto ciò ci allontana dalla questione dello «stile». Perché ho dimenticato di dirvi che uno scrittore deve anche avere uno «stile». La migliore definizione che conosco in proposito è di Simenon. Dice pressappoco così: «Quando voglio che Jean apra una porta, scrivo: Jean aprì la porta». Credo che un buon romanziere sia qualcuno che fa molto bene cose molto semplici. E non è per niente facile come si crede. Le frasi di Simenon, per esempio, comprendono in media 13 parole. Per darvi un’idea, un lettore può ricordare spontaneamente da 9 a 27 parole. Simenon rientra esattamente in questo intervallo. Non ho certo la pretesa di indicizzare il talento sulla semplicità. Una frase di Proust conta in media 43 parole, lui è uno scrittore geniale, e un libro interamente composto da frasi elementari sarebbe illeggibile. Ma penso che la questione dello stile sia spesso mal posta. Ciò che fa la qualità di un romanzo è lo spessore dei personaggi, la profondità del tema, la congruità delle situazioni. Lo stile esiste, naturalmente. Bastano meno di due pagine per entrare, senza ombra di dubbio, in un romanzo di Kawabata, di Baricco, di Zweig, di Duras. Si può non amarne lo stile, ma è innegabile che ne esista uno. Ma a cosa servirebbe se non riuscisse a far vivere la situazione dei personaggi? Sarebbe solo un elemento decorativo. A volte dico che un romanziere è un «fabbricante di emozioni». Il mio lavoro è fare in modo che il lettore sia inondato di emozioni, poco importa se positive (l’amore, l’entusiasmo, il desiderio…) o negative (l’odio, l’angoscia…), dipende da ciò che voglio dire, ma l’essenziale è non lasciare mai il lettore indifferente.
Ed eccoci ai personaggi. Il mio chiodo fisso. Dopo tutto il tempo e l’attenzione che dedico ai miei personaggi, ho fama di essere molto cattivo con loro. Un po’ è vero. Un giorno sono stato invitato in una biblioteca per parlare del romanzo poliziesco. Abbiamo cercato un argomento suscettibile di interessare il pubblico, ho provato ad attirare l’attenzione proponendo: «Scrivere un giallo. Trucchi e accortezze». Avevo quattro libri pubblicati e cinque premi: appena hai un minimo di successo in quello che fai, ti credi subito più acuto degli altri. Ecco il mio primo consiglio (lo so, i consigli ridicolizzano sempre chi li dà, ma mi ero stupidamente impegnato a darne): non risparmiate i vostri personaggi. Perché, vedete, quando uno costruisce un personaggio, lo cura, lo coccola, finisce che poi ci si affeziona e non vuole che gli succedano troppe disgrazie. È una trappola terribile. Nel mio ultimo romanzo, se non faccio cadere una granata su Quota 113, Albert non viene sepolto vivo, Édouard non diventa uno sfregiato in seguito a una scheggia grossa quanto un piatto fondo… e io mi ritrovo senza una storia. Mi direte che avrei potuto ferirlo più leggermente. Ma in tal caso anche la mia storia sarebbe diventata più leggera. Fin troppo.
Come ha osservato Jean Cocteau, «affinché gli dèi si divertano, è necessario che gli eroi cadano dall’alto». Perché, alla fine, il più crudele è sempre il lettore. Altrimenti, come spiegare le vendite di tanti romanzi polizieschi? In Francia un romanzo su quattro è un giallo. E cosa chiede il lettore di gialli? Un delitto (meglio se più di uno), spargimento di sangue, dolore, morte… In fondo, nessuno me lo toglie dalla testa: la cosa più importante, nel lavoro del romanziere, è il lettore.
(traduzione di Stefania Ricciardi)

Pierre Lemaitre


lunedì 1 settembre 2014

Editoriale di settembre

Settembre andiamo è tempo di migrare ... ci raccontava il Vate con la conoscenza di un uomo e la fantasia di un bambino che guarda commosso al viaggio della vita. Riti, magie e sentimenti. Vorrei che si potesse continuare a guardare al Bel Paese come ad un mantra di Poesia, Arte, Architettura, e infinite varianti paesaggistiche. Mi piacerebbe. Purtroppo,  questi venti e più anni di destra al governo hanno distrutto gli elementi fondanti della nostra vita da italiani, ricostruita con grandi sacrifici dai nostri padri dopo la seconda guerra mondiale. L'umanesimo è stato scambiato con l'arroganza e il consumismo sfrenato che distrugge e devasta. Basti pensare che andando avanti di questo passo tra dieci o quindici anni le città si popoleranno a dismisura a scapito delle campagne. Niente agricoltura ma macchine che producono su terreni chimici OGM, industrie del "niente inutile" dove lavorano schiavi bambini e donne in assoluta precarietà e senza nessuna sicurezza, e ladri di vita che ammazzano e speculano sui morti e sui vivi. In Occidente, nelle finte democrazie, gestite dal grande Capitale, prevarrà un modo di vivere scombinato e superficiale, la cultura debole, quella che è già entrata nelle nostre case dove si parla di GF piuttosto che di prospettive e di idee. Tutto è sacrificato sull'altare di un benessere che stiamo pagando a caro prezzo e non si vede una fine a questo collasso dell'umanità. Settembre andiamo, è tempo di costruire un Mondo nuovo, ecosolidale e senza finte democrazie che combattono finti terroristi che decapitano i loro prigionieri in tv, tutto per lo spettacolo. In questo mondo di ladri, avanza solo il terrore di quello che siamo diventati e l'orrore che ogni giorno riempie pagine di giornali e telegiornali, vedi i governi nazisti israeliani che uccidono bambini e madri.
Settembre, andiamo .... per i nostri figli bisogna cambiare questo sistema fatto di Finanze sporche, di bugie e di terrore.
Questo, se è un accezione negativa, questo e il Buio Medio Evo del Mondo.
Ugo Arioti