giovedì 28 novembre 2013

Non si finisce mai di imparare!

Amici  ho scelto come retro rivista frasi e pensieri che ritengo siano il sale della vita e raccontino senza infingimenti quello che siamo, buon fine anno a tutti, Daniela La Brocca

 
Ho imparato che spesso le persone non comprendono quello che hanno davanti e spesso non lo apprezzano...
ho imparato che da un giorno all'altro tutto può cambiare..
ho imparato che non c'è cosa più bella e difficile che potersi fidare di qualcuno..
ho imparato ad accettare le delusioni o comunque a non dargli troppo peso..
ho imparato ad andare avanti anche quando l'unica persona con cui vorresti parlare è la stessa che ti ha ferito..
ho imparato che questo molte persone non l'hanno mai capito.
Ho imparato che più dai e meno ricevi. 
Che ignorare i fatti non cambia i fatti. 
Che i vuoti non sempre possono essere colmati. 
Che le grandi cose si vedono dalle piccole cose. 
Che la ruota gira, ma quando ormai non te ne frega più niente. 
E (soprattutto quello che più mi piace della vita) è che non si finisce mai di imparare.

-Fabio Volo

BAMBINI SFRUTTATI E SCHIAVIZZATI - FOTODENUNCIA

Non è concepibile al nostro giorno che i bambini vengano, in società che si ritengono socialmente avanzate e che siedono negli scranni dell'Assemblea dei popoli del Mondo (l'ONU), sfruttati, maltrattati, schiavizzati .... le foto che esponiamo in questo post sono una denuncia di questo efferato crimine.

Redazione Secem







CHI NEGA AI BAMBINI L'INFANZIA E' UN CRIMINALE, LA SOCIETA' CHE LO CONSENTE E' SUA COMPLICE.



martedì 26 novembre 2013

Tutto cambia perche nulla cambi …


Tutto cambia perche nulla cambi …

Ci lamentiamo che tutto va male, ma non sappiamo discernere le ragioni che ci hanno portato sin qui. Perché una Regione come la Sicilia, che pur con le sue commisture politico – mafiose e baronali, stava alzando la testa rispetto alle regioni consorelle del sud oggi si trova in fondo alla scala sociale ed economica del Paese? La risposta che voi tutti dareste è sempre la stessa: la politica, che, tradotto, significa: “hanno fatto politica per occupare posizioni piuttosto che per pensare al futuro di tutti noi”. La politica, in buona sostanza, è diventata una merce o una professione che serve per tirasi fuori, alla grande, dalle secche della “povertà”. Una volta si mandavano i figli a fare la nobile arte del “carabiniere”, oggi si mandano a fare politica e più ignoranti sono e meglio è. Con buona pace di tutti il sistema delle raccomandazioni, delle clientele e della corruzione hanno portato ad un immobilismo atavico e senza soluzioni di continuità nell’apparato amministrativo, vero cimitero di elefanti. Pensate che in Sicilia negli ultimi trent’anni è stata realizzata una sola vera struttura nuova nel settore pubblico: l’aeroporto di Comiso. Nato, comunque, nel sito di un aeroporto militare esistente. Le infrastrutture pensate e gestite dalla regia regionale sono ormai sorpassate e dobbiamo sperare che non vengano realizzate, perché in molti casi sarebbero un grave danno all’ambiente e al territorio già così sfruttato e martoriato. È vero che qualcuno ha tentato di fare un ragionamento sull’agricoltura e sul turismo, soprattutto pensando a uno sviluppo sostenibile, ma è stato sempre stoppato da un apparato che non vuole alcun progresso e che si estende dagli UTC ai Dipartimenti regionali e arriva fino al TAR. I partiti politici? Sono l’ombra di quello che erano stati negli anni ‘70 e ’80, oggi completamente disgregati e privi di un progetto chiaro e identificabile. I sindacati? Slegati e sempre più versati a pensare alle tessere piuttosto che ai diritti dei cittadini tutti. Difettano dello stesso stato di impoverimento culturale di cui fa grande sfoggio la classe politica siciliana. Potremmo dire, con il Principe don Fabrizio Salina: Tutto cambia perche nulla cambi. Lo diciamo a “Manfredi” che con l’impeto e il delirio di onnipotenza dei giovani si lancia contro le mura del vecchio regime borbonico abbracciando il vento liberale dell’armata delle camicie rosse di Garibaldi. Ma il popolo siciliano di oggi non è nipote di un  principe, ma figliastro di un pensiero autonomista che non ha visto mai uno sviluppo positivo, anzi è stato umiliato dai politici tutti che si sono alternati in questi anni a segnare un posto sullo scranno del Palazzo del principe d’Orleans! Il difetto? Il difetto di tutto questo apparato è l’ignoranza. Dai vertici alla base non si fa che ripetere che per far funzionare la macchina amministrativa occorrono “appoggi esterni” ( le società di "assistenza”,- AT FESR - AT FSE - Deloitte Rendicontazioni -AT "Caronte" S.I. e NVP etc. etc., che entrano a costi elevatissimi dentro gli uffici regionali e costruiscono un ennesimo strato di clientele per dirigenti generali troppo stupidi per capire che quello che deve funzionare e semmai deve essere snellito è il Dipartimento, senza alibi o coperture politiche). Sto pensando ad alta voce quello che anche voi sapete e non volete esplicitare per paura di perdere le vostre meschine utilità di sistema?

Ai posteri l’ardua sentenza, Ugo Arioti

lunedì 25 novembre 2013

Per ammazzare il serpente devi schiacciargli la testa


Un nostro lettore ci ha inviato questo “ appello drammatico”. Ve lo proponiamo senza commenti.  Redazione Secem

Appello drammatico

Mio nonno diceva che per ammazzare il serpente devi schiacciargli la testa, il resto si ricompone, scompone, divide e ricresce. Così è anche per la politica siciliana megacafonata e per quella italiana, brutta copia di un thriller dell’orrore, delle larghe intese. Tutto per non morire e per difendere privilegi di Casta e di persone amiche. Pronti a tutto pur di difendere la poltrona, vedi caso Cancellieri, pronti a tutto e al contrario di tutto per acquisire vantaggi e potere. Scivolano nei vicoli, tra la povera gente, travestiti da “Beati Paoli” e poi si comportano da piccoli podestà di paese, tirannici e despotici, senza alcun nesso tra quello che dicono e quello che poi vanno a fare e a rifare e a correggere e ad annullare, facendosi sberleffo della Costituzione e delle leggi. Così anche nella burocrazia stanno nascendo i nuovi “baroni”. Figli dei loro alter ego politici si daranno da fare per conquistare sempre più potere ed avidi come sono sappiamo già, la Storia ce lo ha insegnato, dove andranno e dove andremo a finire. Non tagliate la coda al serpente! Scendete in Piazza e difendete i vostri diritti, cacciate questi politici trasformisti con il loro presidente e ricostruiamo la Sicilia e l’Italia prima che sia troppo tardi.

Alfio Zago

giovedì 21 novembre 2013

Etica della retorica ( argomento 2013) - CONTRO LA RETORICA DELLA COMUNICAZIONE


Contro la retorica della comunicazione
Nel nostro percorso sulla Retorica siamo passati, per dirla secondo la classificazione fatta da Roland Barth, dal "bello scrivere" alla " scienza del ragionamento". Seguendo questo filo, continuiamo il nostro viaggio nella galassia “Retorica” con questo saggio del filosofo sociologo Michele Loporcaro, lo facciamo per dare conto di come da Aristotele ad oggi il pensiero si sia evoluto al punto da diventare scienza che valuta l'etica e i guasti della retorica. Retorica che è comunicazione, informazione, trasmissione, divulgazione … manipolazione. Questo saggio corrisponde, con alcune aggiunte e adattamenti, all’intervento alla tavola rotonda su I volti di Babele. Qualità ed etica della comunicazione, Pisa, Scuola Normale Superiore (“Dialoghi della Normale”), 18 giugno 2004 del professore Michele Loporcaro.

Ugo Arioti

Michele Loporcaro


le parole sono importanti

Le parole, a volte, hanno vicende strane. L’aggettivo ermetico, nella sua accezione traslata, è spiegato sul vocabolario come ‘enigmatico, incomprensibile’. Originariamente valeva ‘formulato con linguaggio comprensibile solo agli iniziati’: agli iniziati del culto di Ermete Trismegisto (Hermes tre volte grandissimo), la divinità che nella tarda cultura ellenistica i Greci identificarono con l’egizio Thot, dio della scrittura. Le scritture connesse a questi culti, proverbialmente, dovevano servire a comunicare per pochi. Qualche tempo fa però lo psico-sociologo statunitense James Hillman ha lanciato un nuovo significato di ermetico. Entro un discorso di matrice junghiana, egli parla della nostra come di un’età ermetica, caratterizzata da un “inquinamento ermetico”. Hermes, il Mercurio dei Romani, è anche il messaggero degli dèi, il loro ufficiale comunicatore: è questa la motivazione della nuova accezione del termine ermetico che, all’opposto di quella tradizionale, vale ‘che comunica’, anziché ‘che non comunica’. Hillman non è certo il solo ad aver sostenuto che viviamo in tempi di ipertrofia della comunicazione (l’inquinamento ermetico, nei suoi termini). Anzi, sottolineare la sovrabbondanza dei flussi di comunicazione è ormai dire una banalità. Si registrano anche delle reazioni, più o meno pittoresche. Ultimamente, ad esempio, si è diffusa anche in Italia, irradiata dagli USA, la moda dei quiet parties: si va in un locale, si paga e ... si sta zitti. Su di un piano più serio, un’altra reazione a questo straripamento della comunicazione è costituita dal saggio recente di Mario Perniola Contro la comunicazione. La comunicazione massmediatica - questa la tesi di fondo - è assurta a chiave di volta della società contemporanea, almeno in alcuni suoi aspetti centrali, non ultimo l’agire politico. I black block che distruggono oggetti simbolici scegliendo per agire la cornice di eventi pubblici con copertura dei media, così come il capo di partito e di governo che dice e si disdice, afferma e smentisce, insulta e blandisce giorno per giorno pur di esser presente costantemente al tg, costituiscono sintomi di questa elevazione dell’atto (e del flusso) comunicativo a valore in sé, indipendentemente da ogni contenuto.1 Nelle pagine che seguono non tratterò però dello straripamento dei flussi di comunicazione bensì dello straripamento oggi in atto del termine stesso di comunicazione, termine che è oggi sovraccarico e si usa, nel discorso pubblico, come parte di una strategia e di un’ideologia ben precise. Analizzerò questo straripamento su due fronti, entrambi strategici per una società democratica: quello dell’informazione (in particolare dell’informazione televisiva) e quello della formazione (scolastica e universitaria).

2. Comunicazione al posto dell’informazione

La retorica oggi dominante impone il termine di comunicazione come cifra di molti ambiti della vita pubblica, primo fra tutti quello dell’informazione. Vediamo anzitutto qual è l’ideologia che soggiace a quest’espansione e poi quali conseguenze pratiche essa comporti.

2.1. L’ideologia Prendiamo per cominciare una dichiarazione ricorrente dell’attuale Presidente del Consiglio, proposta ad esempio nella conferenza stampa di fine anno trasmessa in diretta su Rai 1 il 20 dicembre 2003 ma spesso ripetuta prima e dopo. Il governo - questa la tesi - ha lavorato bene ma gli italiani glielo riconoscono troppo poco: “Ma è difficile portare la croce e cantare insieme. Ecco, noi probabilmente non abbiamo fatto comunicazione abbastanza bene.” Qui comunicazione sta in uno dei significati che i dizionari correnti dell’italiano ancora non registrano, ma che è sempre più presente nel discorso pubblico. La comunicazione al pubblico da parte di un’azienda, insegnano i manuali di marketing, si articola in pubblicità e promozione. Dunque, sovrapponendo il linguaggio dell’azienda a quello delle istituzioni politiche, l’idea di comunicazione pubblicitaria/promozionale è veicolata, tout court, dal termine comunicazione. Il governo non ha fatto abbastanza pubblicità/promozione.2 Poiché però qui parliamo di politica, e dunque di “pubblicità/promozione” per un obiettivo politico, il mantenimento del consenso al potere costituito, da “comunicazione” passando per “pubblicità/promozione” si arriva a “propaganda”. Questi sono dunque, alla fin fine, i termini estremi dell’equazione instaurata da quest’uso terminologico: comunicazione = propaganda. Quest’uso del termine comunicazione da parte del detentore del potere esecutivo poggia su di una concezione politica alternativa a quella della moderna democrazia che, come si sa, ha origine coll’Illuminismo. C’è la distinzione dei tre poteri esecutivo, legislativo e giudiziario (nello Spirito delle leggi di Montesquieu, 1748), ai quali si aggiunge il quarto potere, il potere dell’informazione. Anche il giornalismo moderno nasce con l’Illuminismo, con il cristallizzarsi di quella che Habermas ha chiamato la sfera pubblica borghese.3 Nella sfera pubblica, l’informazione giornalistica riferisce sugli eventi - in particolare gli eventi politici - e aiuta con ciò la formazione di una pubblica opinione. In questo modello ideale, dunque, così dovrebbero funzionare le cose: chi governa governa e chi fa informazione (ed è detentore del quarto potere) informa l’opinione pubblica che poi a sua volta, in base a questa informazione, decide se votare per quel governo. Ma dietro l’uso di comunicazione da parte dell’attuale Presidente del Consiglio, abbiamo detto, c’è un’altra visione: è il governo che detiene il potere di far sapere ai cittadini che cosa ha fatto e come. Esso esercita questo potere attraverso una comunicazione pubblica che può essere spacciata (e viene in effetti spacciata) per informazione ma che non risponde alla definizione di informazione che si è appena ricordata, di matrice illuministica. Non c’è spazio, in questa visione alternativa, per un’istanza indipendente, un quarto potere dell’informazione: c’è la comunicazione del governo, cioè la propaganda. Ogni informazione di altro segno è mal tollerata, com’è in generale mal tollerato ogni elemento funzionale all’equilibrio dei poteri. Infatti, nella stessa conferenza stampa ora citata, oltre a varie osservazioni poco lusinghiere all’indirizzo dei poteri giudiziario e legislativo (si sa quel che Berlusconi ripete periodicamente della magistratura, mentre i lavori parlamentari sono dipinti come una perdita di tempo incompatibile con l’efficienza dell’”azienda Italia”), il premier apostrofa la giornalista di un quotidiano d’opposizione dicendole che “dovrebbe vergognarsi di scrivere per il giornale per cui scrive”. Quello stesso quotidiano, in quei mesi, denunciava un tentativo di strangolamento finanziario ad opera della maggior concessionaria italiana di pubblicità, parte dell’impero finanziario dell’imprenditore-premier. Ma sempre nella stessa conferenza stampa, il Presidente del Consiglio dava, di questa e altre crisi finanziarie degli organi d’informazione, una lettura diversa. I giornali in Italia sono in crisi perché “si sono allontanati da quello che pensa la maggioranza degli italiani. Allora, poi non si lamentino se perdono quote di mercato. È la conseguenza di scelte editoriali sbagliate”. Il problema dell’informazione in Italia, dunque, è che il paese ha, secondo il Presidente del Consiglio, titolare di un impero radicato nel settore, dei “giornali elitari” (quelli che lui non possiede), mentre “bisognerebbe far giornali diversi, che possano rappresentare la maggioranza”. S’intende, la maggioranza che, orientata dai mezzi d’informazione non elitari (quelli da lui controllati), sostiene l’esecutivo in carica. Ecco dunque che cosa dev’essere in quest’ottica l’organo d’informazione: “Dev’essere un pianoforte sul quale il Governo possa suonare”. Sono parole tratte da un articolo apparso sulla Rhein-Mainische Volkszeitung il 16 marzo 1933, dieci giorni dopo le elezioni che dànno ad Adolf Hitler la maggioranza parlamentare.4 Quella svolta comportò, com’è noto, molte “riforme istituzionali” (il che fra parentesi dovrebbe suggerire che il “riformismo”, di per sé, non è un valore indipendentemente dai contenuti: bisogna vedere quali riforme). Ad esempio, fu istituito il “Ministero del Reich per l’illuminazione del popolo e la propaganda” del quale, con legge dell’ottobre 1933 (Schriftleitergesetz), tutti i giornalisti del paese diventano dipendenti, sottoposti al potere disciplinare del ministro, il Dottor Paul Joseph Goebbels. Questa, dunque, è l’ottica del potere, che traspare dietro l’uso del termine comunicazione da cui siamo partiti, oggi corrente nel discorso pubblico in Italia. Si delinea con tutta evidenza un totalitarismo, nelle forme aggiornate della società dello spettacolo. La tv vi tiene, naturalmente, un posto centrale. È evidente, allora, che gli operatori del settore, nel servizio pubblico, se vogliono sopravvivere debbono adeguarsi, nell’ideologia e nella prassi. Vediamo dapprima l’ideologia (della “comunicazione/propaganda/pianoforte”), con l’aiuto di un altro esempio. Il 23 marzo 2004 un alto funzionario RAI tiene in un’università italiana una conferenza su Comunicare il territorio.5 Vi si magnifica la tv e il tg: il variopinto tg di oggi è meglio del grigio notiziario di ieri. L’informazione televisiva ha profittato, insomma, di una sorta di evoluzione della specie. Non manca, nella conferenza, la risposta alla obiezione ricorrente sul potere manipolativo della tv, risposta così concepita. Contrariamente a quel che si crede, non è vero che la tv disponga di un “potere informativo assoluto”. Come prova è addotto l’esito delle elezioni spagnole del marzo 2004: dopo gli attentati di Madrid, la gente non ha votato come voleva il governo perché il governo non è riuscito a “comunicare” la sua versione. Dunque, il fatto che il governo non sia riuscito a “comunicare” la versione a sé più favorevole è citato come prova della non esistenza di un potere informativo assoluto della tv. Torna anche qui l’equazione fra comunicazione (propagandistica, da parte del potere esecutivo) e informazione che è fatta propria in generale, nell’Italia di oggi, dal giornalismo televisivo.6 Questo, rispetto al potere politico, è notoriamente molto meno autonomo non solo di quanto, idealmente, vorrebbe il modello del quarto potere ma anche, più modestamente, di quanto non accada in altri paesi.7

2.2. La prassi Quanto alla prassi degli operatori del settore nell’Italia contemporanea, anch’essa è in linea con l’ideologia della comunicazione come propaganda (al posto dell’informazione) che permea in modo capillare la presentazione delle notizie nei tg italiani contemporanei. Lo si vede analizzandone la retorica, come ho fatto in un libro recente.8 Primo fatto da notare è che ci sono tendenze condivise internazionalmente: tutti i notiziari televisivi del mondo - nota la bibliografia massmediologica - tendono alla drammatizzazione (o teatralizzazione), alla emozionalizzazione (o patetizzazione) ed alla “fictionalizzazione” (o “finzionalizzazione”). Perché questo accada è presto spiegato: per la natura stessa del mezzo. La tv, incentrata sull’immagine in movimento, richiede uno spettatore. Dunque, le sue potenzialità sono in primo luogo potenzialità di spettacolo. Si determina dunque un piano inclinato verso la spettacolarizzazione, del quale fornisce un’analisi tristemente inconfutabile, nel suo Divertirsi da morire, Neil Postman.9 Ma in questo panorama condiviso internazionalmente, il tg italiano si distingue. Cominciando da due osservazioni banalissime, in nessun altro paese come in Italia occupano tanto spazio, nel tg, le interviste ai parenti delle vittime di eventi luttuosi e le dichiarazioni degli uomini politici, specie di governo, in cui questi - senza contraddittorio - sviluppano loro argomenti. Entrambi questi espedienti vanno in direzione della teatralizzazione, tendenza che si riscontra dovunque. Ma se in Italia ciò accade in misura maggiore è anche perché ci sono delle caratteristiche strutturali della retorica del nostro tg, specifiche dell’Italia che spingono in questa direzione.10 Una caratteristica centrale è la frequenza - direi ossessiva - con cui la voce del cronista assume nel proprio testo - non riportando come citazione esplicita - le parole dei personaggi di cui riferisce. Facciamo qualche esempio: Tg 1 h.20, 13.1.2002. Il Papa, battezzando venti bimbi nella Cappella Sistina, commenta bonariamente il pianto dei neonati. Il servizio prosegue: “Qualche piantolino anche fra fratellini e sorelline più grandicelli”. Quattro sostantivi, quattro diminutivi. Perché? La mamma usa, coi bimbi, quello che i linguisti chiamano baby talk (“su, da’ la manina a mammina”). Così il vaticanista, per parlare dei bimbi, assume le parole (al diminutivo) che la mamma direbbe nella vita d’ogni giorno. Altro esempio: Tg 1 h.20, 8.6.2003. Servizio al tg domenicale su incidenti mortali al ritorno dalla discoteca: “Era poco prima di mezzanotte. La serata del sabato ancora lunga per divertirsi”. Non si tratta, ovviamente, di una considerazione oggettiva: è dal punto di vista delle vittime che la serata del sabato doveva essere “ancora lunga per divertirsi”. Questo tipo di effetti testuali è di solito rubricato alla voce “vivacizzazione stilistica”: è il nuovo tg, dice il dirigente RAI, non più il vecchio, grigio notiziario. Ma in realtà questo stile di presentazione delle notizie ha implicazioni ben più profonde. La ripresa delle parole dei personaggi crea un effetto che in narratologia si chiama di “discorso indiretto libero”. Come nei Malavoglia del Verga, il narratore prende le parole dei personaggi della comunità: si nasconde così la voce del narratore, che si dissolve in quella dei personaggi assumendone il punto di vista. Il discorso indiretto libero, si dice tecnicamente in linguistica, crea una ambiguità enunciativa: ossia, il lettore non sa più a chi attribuire la responsabilità delle parole che legge, se al narratore o al personaggio. È questa, dunque, una caratteristica saliente della voce narrante del tg italiano: essa fa, in misura assolutamente ignota all’estero, discorso indiretto libero. La conseguenza strutturale - che è anche una conseguenza politica - è che al telespettatore non viene mai dato, sull’evento, un punto di vista esterno ed autonomo, dichiarato come tale: il punto di vista dell’operatore dell’informazione che dovrebbe garantire distanza critica e veridicità. Si abitua, al contrario, il telespettatore ad un’informazione il cui punto di vista sembra disciogliersi nell’oggetto della notizia, un’informazione che prende il punto di vista di chiunque. Può trattarsi delle mamme, delle vittime dell’incidente stradale ma anche di categorie meno innocue: Tg 1 h.13.30, 27.2.1995. “Uccisi due coniugi a Corleone. Forse avevano visto qualcosa che non dovevano vedere”. Anziché dire “forse testimoni di un delitto”, il cronista preferisce “colorire” il pezzo: per farlo utilizza però parole che sono del codice mafioso. Riferendo della mafia, il tg italiano lo fa sistematicamente: ed ecco che spuntano nei servizi il pizzo, i pandamenti, gli uomini di rispetto e altri termini tecnici dell’organizzazione mafiosa. In questo modo, la voce del tg italiano segnala di non essere un’istanza autonoma. Segnala cioè di essere costituzionalmente inadatta a svolgere la funzione di quarto potere. E in effetti, se prende le parole di tutti, anche dei delinquenti, tanto più il tg prenderà le parole del potente di turno Per fare un solo esempio, così accade sistematicamente per l’autopresentazione di Silvio Berlusconi come “amico” personale dei grandi della scena internazionale, che non è un dato oggettivo ma è parte della strategia di “comunicazione” del personaggio, al cui punto di vista il tg aderisce pedissequamente riprendendone le parole: Tg 1 h.13.30, 20.7.2003: “di ritorno dal ranch dell’amico Bush, il presidente dovrà dunque ...”. Tg 1 h.20, 30.5.2003: “nei suoi frequenti incontri con l’amico Vladimir Putin, il Presidente del Consiglio Berlusconi ...”. Da questa voce narrante-spugna - anziché istanza indipendente - parte un piano inclinato che passa per la diretta cessione di parola (dichiarazione in video) e arriva fino alla sostituzione materiale del tg con la conferenza stampa governativa. Quella del 20.12.2003, citata in apertura, si è infatti protratta invadendo la fascia oraria del Tg 1 (h. 12.00 - 14.05), senza preavviso in palinsesto. Se volessimo documentare come questa voce narrante-spugna si presti alla manipolazione politica, l’attualità italiana ci offrirebbe materiale abbondantissimo. CIterò un solo caso recente. Nel dicembre 2004 vengono emesse le sentenze di primo grado dei due processi che, a Milano e a Palermo, vedono imputati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri: Tg 1 h.20, 17.12.2004. Notizia d’apertura: Dell’Utri condannato a nove anni. Intervista a Dell’Utri, che dichiara tra l’altro: “La giustizia non è di questo mondo”. Nessuno fra i cronisti che lo incalzi chiedendogli, ad esempio, se per caso non si crede Gesù Cristo. Anzi, l’intervistatrice prosegue chiedendo: “Questa sentenza, quanto potrà pesare nel suo futuro politico?”. E Dell’Utri: “Nulla”. Nessuno che ribatta o commenti, né nel quadro dell’intervista, né in studio. Risultato: il tg mandando, in onda simili dichiarazioni senza alcun distanziamento accredita questo punto di vista; non importa una condanna, si può restare al potere. Si noti che la stessa edizione del Tg 1 ha in scaletta un servizio del corrispondente da Londra, Antonio Capràrica. In effetti, chi abbia visto qualche tg straniero sa che quel giorno c’è una notizia importante da dare: s’è dimesso il ministro Blunkett, accusato di aver abusato della sua posizione per facilitare l’ottenimento del visto per la bambinaia extracomunitaria della propria amante. Ma se di questo parlano i tg, diciamo, svizzeri, il nostro si distingue. Inizia il servizio di Capràrica, che parla di tutt’altro. Non del ministro dimissionario bensì di un... raduno di Babbi Natale in Galles, degenerato in maxirissa. E termina il servizio indossando barba finta e berretto rosso. Cioè facendo, absit iniuria verbo, il buffone: il buffone di corte. Meglio fare del varietà, perché il varietà aiuta a sostituire - in questo caso e in generale - una notizia che è meglio non dare agli italiani. Che un ministro si dimetta per l’accusa di abuso di ufficio in una questione di poca importanza (è il principio che conta) è una notizia che è meglio non diffondere nello stesso tg in cui si riportano senza distanziarsene le dichiarazioni ora citate del parlamentare appena condannato per connivenza colla mafia, e pochi giorni dopo che i giudici hanno riconosciuto che il primo ministro in carica ha corrotto il magistrato romano Renato Squillante facendogli versare dal suo avvocato Cesare Previti, nel marzo 1991, 434.404 dollari. Il reato è prescritto: solo per questo Berlusconi non viene condannato. Ma il Tg 1 delle h.20, il 10.12.2004, dice semplicemente, come notizia d’apertura: “Berlusconi assolto”. Dà poi la parola ai suoi avvocati, che s’incaricano di dire che l’assoluzione è una vittoria sulla “magistratura politicizzata”, che perseguiva - sostengono - suoi fini di parte. Anche questo rientra, si sa, nelle strategie di comunicazione del potente impreditore pluri-inquisito.

3. Comunicazione al posto della formazione L’avere un’informazione televisiva che è in realtà comunicazione propagandistica è un fatto grave, per una società democratica. E non sembra di scorgere nell’Italia di oggi una resistenza efficace. Da dove dovrebbe venire, questa resistenza? Da una pubblica opinione degna di questo nome: cioè, dotata di senso critico. E come si forma e si diffonde il senso critico? Con una buona scuola, di ogni ordine e grado. Al tema ho dedicato su Proteo un precedente intervento.11 Qui aggiungo considerazioni di due ordini, che documentano come l’etichetta (e la retorica) della comunicazione sia in via di straripamento, con risultati a mio parere gravi, anche su questo fronte.

3.1. La comunicazione: i mezzi e i fini La prima osservazione riguarda i mezzi di comunicazione. Su questi oggi, nella scuola e nell’università, c’è una grande enfasi. Il recente testo di legge sul riordino dei cicli scolastici (Riforma Moratti) menziona infatti, come primo contenuto specifico della formazione nella scuola primaria, “l’alfabetizzazione informatica”. Il che vuol dire, in concreto, far passare ore ai bambini delle elementari davanti al video anziché davanti ai libri. Anche all’università, in Italia e non solo, è in atto una forzata “ri-alfabetizzazione” del ceto intellettuale. La strategia è evidente: da un lato lo si impegna sempre più con compiti diversi dall’insegnamento e dalla ricerca (burocratizzazione); dall’altro si mira a sottrargli progressivamente la prospettiva d’una sussistenza assicurata, che sola ne può garantire l’indipendenza materiale e morale (precarizzazione); infine, mentre si tagliano i bilanci bloccando le assunzioni e riducendo i posti di ruolo, si deviano d’altra parte ingenti risorse in direzione delle cosiddette “nuove forme di didattica”, facenti perno sulle “nuove tecnologie”. Può così accadere, per dare un’idea, che si riunisca un giorno d’inizio 2005 - diciamo, come nei romanzi russi, nella città di P*** - un consorzio costituito da accademici dipendenti delle università pubbliche italiane per la confezione di corsi di studio e il conferimento di diplomi a distanza (con didattica e verifiche esclusivamente telematiche), e che ognuno dei collaboratori (decine) riceva per la riunione (durata due ore) un gettone di presenza di 250 euro, quando lo stipendio iniziale di un professore associato è intorno ai 1800 euro mensili. Ma il problema non è solo d’ordine materiale: è d’ordine intellettuale. È che il sistema della formazione (la scuola e l’università) tende a concentrare l’attenzione su questi mezzi a scapito di altro: a scapito, in particolare, dei contenuti culturali che dovrebbero essere studiati e mediati; e, più in generale, a scapito del senso critico. Che cosa vuol dire? Ad esempio che i mezzi vengon fatti diventare, surrettiziamente e del tutto acriticamente, fini. Capita sempre più spesso, all’università, di sentire conferenze che si pretendono di una disciplina (nel mio caso, di linguistica o di filologia) e che invece si limitano ad esporre il funzionamento di una banca dati informatizzata (o, addirittura, di un progetto di banca dati: per un curioso slittamento semantico, progetto tende ormai a sostituire lavoro). Ora, una banca dati è una cosa bellissima e utilissima: ma è uno strumento, è una scatola, sia pure digitale. Ebbene, abbiamo sempre più colleghi che si autodeportano in campi di rieducazione virtuali in cui disimparano a fare i linguisti, i filologi, disimparano la loro competenza specifica, per dedicarsi esclusivamente a costruire scatole. E la cosa agghiacciante è che lo fanno volentieri, remunerati dalla gratificazione sociale ed economica (s’è detto) che questo riorientamento procura loro. Dove hanno fallito Pol Pot e la rivoluzione culturale cinese, riesce la retorica della comunicazione: tutti i professori, soprattutto gli umanisti, a costruire scatole e a insegnare a costruire scatole. Ma se anche i mezzi di comunicazione non diventassero dei fini - come invece innegabilmente oggi succede - bisognerebbe stare attenti lo stesso. I mezzi di comunicazione non sono neutri. Il mezzo, secondo il motto di Marshall McLuhan, è il messaggio.12 O, come precisa Neil Postman, i mezzi di comunicazione sono metafore che organizzano il mondo per noi e determinano i contenuti della nostra cultura, contenuti che all’osservatore ingenuo paiono invece autonomi.13 Che vuol dire questo? Che non possiamo illuderci di mediare/comunicare alle prossime generazioni gli stessi contenuti culturali con mezzi di comunicazione totalmente diversi. Altro è formare le nuove generazioni coi libri, con l’addestramento alla lettura. Altro è metterle davanti a un video. La prima operazione è - di per sé, per il mezzo - un addestramento alla razionalità, allo spirito critico, all’analisi. Biologicamente, è una ginnastica delle sinapsi. La seconda operazione, con la permanenza davanti al video programmata oggi per i bambini fin dalla seconda elementare e fortemente incentivata, ideologicamente ed economicamente, sino all’università, è costituzionalmente proprio l’opposto. Si dice che è necessario, perché così la scuola rispecchia gli equilibri oggi mutati nel mondo esterno. È un ragionamento fallace: così la scuola rinuncia a proporre un modello suo proprio, culturalmente autonomo, e si asservisce a dinamiche economiche esterne.

3.2. Comunicazione e formazione: la specificità umana La seconda osservazione ci riporta direttamente al tema iniziale dello straripamento dell’etichetta comunicazione, straripamento che è in atto anche sul fronte della formazione e anche qui ricopre processi non positivi. L’etichetta di comunicazione è, in quest’ambito, il travestimento (ma il velo è sottile) della parola d’ordine dell’economicismo: non a caso quest’etichetta è oggi pesantemente opzionata dalla retorica aziendalista, come s’è visto al §2. La prima grande perdente è la formazione umanistica. È qui infatti che la comunicazione si espande, fatalmente a danno di altre etichette, in un gioco a somma zero. Mi spiego. Se si fa un corso di laurea in “Comunicazione nella società della globalizzazione” o in “Comunicazione pubblica, sociale e d’impresa”, questo va benissimo per degli studi d’economia. Ma il problema è che questi corsi di laurea fioriscono in quelle che una volta erano le Facoltà di lettere. Se oggi anziché “Storia dell’arte” si fa in queste facoltà “Comunicazione artistica”, ci si uniforma al seguente principio e si dà il seguente messaggio: qui non facciamo (più) cose inutili e gratuite; qui f cose direttamente utili, perché economicamente funzionali.14 Questo principio e questo messaggio sono problematici per il sussistere stesso degli studi umanistici. I quali, per inciso, sono il principale propulsore sociale di quel senso critico, di quella capacità di analisi che nella nostra società di oggi sempre più fanno difetto, anche agli alfabetizzati. Proprio in quanto possessori di queste doti, ieri, i laureati (ben preparati) in lettere e filosofia si inserivano in tanti ambiti lavorativi, anche ai livelli più alti. Ora, gli studi umanistici sono scienze dell’uomo. Ma se occupano quel posto le cosiddette “Scienze della comunicazione” - se occupano il posto di lettere, filosofia, storia, storia dell’arte, linguistica ecc. - allora si ha una doppia truffa. La prima truffa è che in questi corsi di studio - come ha scritto bene Maurizio Ferraris - non si fanno scienze ma tecniche.15 Che ci vogliono, certo, ma sono sapere applicato: e se tutte le risorse finiscono lì, si riduce lo spazio per i fondamenti. E si osservi che questo sbilanciamento verso le tecniche ha una portata ben più generale: è noto come nell’Italia di oggi anche le facoltà scientifiche “tradizionali” (aggettivo divenuto di per sé una condanna), come fisica o matematica, siano in gravissima crisi di reclutamento: nessuno (o quasi) vi si iscrive più, e non c’è da stupirsi. È il frutto diretto - quanto sia avvelenato si vedrà in poco tempo, con l’aggravarsi di un declino sociale ed economico già pienamente in atto - della retorica economicistica alla quale s’è voluta piegare l’università. La seconda truffa - e torniamo all’ambito umanistico - è che le cosiddette “Scienze della comunicazione” non possono essere la cifra di un sapere umanistico per una ragione elementare, direi definitoria: la comunicazione non distingue l’uomo dagli animali. Anche i cercopitechi comunicano, anche le api. Dobbiamo studiarli, questi fenomeni, certo, così come dobbiamo studiare la comunicazione fra gli umani. Ma è assurdo - nonostante l’entusiasmo di tanti intellettuali per il cosiddetto “inquadramento zoosemiotico” del linguaggio e della cultura umani16 - farne la cifra del sapere umanistico, riorientando risorse, energie, docenti e studenti verso il calderone delle cosiddette “Scienze della comunicazione”.17 La comunicazione non ci distingue dalle bestie. Dalle bestie ci distinguono la parola (e dunque, disciplinarmente, la linguistica); ci distingue la riflessione attraverso la parola (e dunque la letteratura e la filosofia); ci distingue la sedimentazione di esperienze e riflessione in un percorso razionalmente percepito e concepito (e dunque la storia). Insomma, dalle bestie ci distingue l’attitudine alla riflessione gratuita su noi stessi e sul mondo, svincolata dallo scopo immediato. È di qui che sono nate le arti e le scienze, ed ogni progresso dell’umanità: da quell’atteggiamento che i Greci chiamavano antibanausico (dove banausico vuol dire ‘relativo al lavoro manuale’ e, per estensione, ‘utilitaristico’). Minare la legittimazione sociale di quest’atteggiamento, ecco quel che fa, sul fronte della formazione, l’economicismo imperante attaccando e snaturando le sedi che istituzionalmente dovrebbero ospitare la ricerca e la diffusione gratuita del sapere, ovvero le sedi dell’istruzione pubblica. La retorica della comunicazione non è che una delle manifestazioni di questo economicismo, specialmente perniciosa in ambito umanistico. Ma il discorso, si è detto, riguarda tutti i campi del sapere. La miopia di chi, da posizioni di potere, reclama che tutto il sapere dev’essere, per esser legittimato, sapere applicato risulta chiaramente da una semplice considerazione: se oggi abbiamo il computer - diceva un mio professore (di linguistica, si badi) - è alla fin fine perché un medico nella Bologna del Settecento si divertiva a far saltare col bisturi delle rane morte dopo averle scuoiate. L’inutilità sociale ed economica immediata di questa occupazione non potrebbe esser più evidente. È un buon argomento da opporre, la prossima volta che sentite il cervello debole di turno magnificarvi la modernità, la progressività, l’immediata utilità della “Comunicazione”.

Chi l'ha visto il PIANO ENERGETICO DELLA SICILIA?


Cosa pensa  LEGA AMBIENTE del Piano Energetico Regionale Siciliano

Mimmo Fontana, presidente regionale di Legambiente Sicilia, preoccupato per le beghe stupide che si consumano all’interno della giunta regionale siciliana e che stanno da sfondo al problema del Piano Energetico Siciliano dice: ''A un anno dall'insediamento del Governo e dell'Assemblea, non è stato redatto il nuovo Piano energetico ambientale regionale. Essendo molto discutibile, e già vecchio quello vigente quando fu approvato nel 2009, sostanzialmente la Sicilia non è dotata di una pianificazione energetica reale e quindi di un efficace sistema di regole - aggiunge - Nei mesi scorsi si è parlato quasi esclusivamente del Patto dei sindaci dimenticando che, per quanto importante sul piano politico, si tratta solo di un piccolo pezzo della strategia energetica di cui dovrebbe dotarsi la Sicilia. Come affronteremo la sfida dei cambiamenti climatici e della rivoluzione energetica in corso? Saremo capaci di cavalcare questa onda favorendo lo sviluppo di una filiera industriale delle rinnovabili o continueremo come al solito a importare know-how e tecnologie dall'estero? Sono queste le questioni centrali - continua Fontana - e ci augureremmo che i contrasti dentro al governo o nella maggioranza si consumassero alla luce del sole su legittime posizioni contrapposte relative a questi temi e non su altro''.

Redazione Secem

mercoledì 20 novembre 2013

anno 2013 - Studenti a Palermo – Occupate tre scuole


Studenti a Palermo – Occupate tre scuole


La questione dell'edilizia scolastica è al centro delle rivendicazioni del coordinamento «Studenti siciliani» che ha lanciato l'iniziativa di denuncia #lescuolecrollano: gli studenti in questi giorni stanno fotografando gli istituti fatiscenti e postando le immagini su instagram.  Il movimento studentesco a Palermo ha deciso una protesta estrema per i continui tagli all’istruzione che anche il Governo Letta e l’Amministrazione Regionale “megafonica” continuano perpetrare, demolendo ogni possibile sviluppo sociale e mettendo a rischio la vita di studenti e professori che   ogni giorno lavorano e vivono in edifici fatiscenti o non a norma. Crediamo che non ci sia più una politica per l’Istruzione e lo sviluppo Culturale in Italia e in Sicilia e che il Presidente Crocetta, alle prese con la sua busta paga e con la sua poltrona, non sia in grado di dare ai nostri ragazzi e a questo settore, delicatissimo ed essenziale per lo sviluppo e il progresso socio – economico dell’Isola, un PROGETTO. Solidarizziamo con gli studenti e ci auguriamo una mobilitazione sempre più ampia su temi come quello dell’istruzione e della sicurezza degli ambiti pubblici. Se Crocetta liquidasse società inutili e “Riscossione Sicilia” che da sola produce un buco, quello conosciuto e pubblico, di 20 milioni di euro l’anno e reinvestisse le somme risparmiate nella manutenzione degli edifici scolastici avrebbe fatto un piccolo passo verso la gente siciliana. Forza studenti il popolo degli onesti è con voi.

Redazione Secem

Sardegna 2013 cronaca di una morte annunciata

 
Non è possibile assistere ancora oggi a catastrofi del genere. Nella solidarietà che ci unisce ai nostri fratelli sardi chiediamo tutti che si faccia qualcosa per il territorio. Prioritaria è la messa in sicurezza dei territori. Troppo poco o nulla si fa per proteggere le popolazioni da questi disastri nauturali. Eica del territorio è anche questa, fare e predisporre quelle difese "naturali" contro le tempeste e gli uragani, contro i terremoti, contro l'incuria e l'abbandono dei boschi, contro l'inquinamento della terra, dell'aria e del mare.
Invece si comparano cacciabombardieri inutili e si permette la costruzione delle antenne del MOUS in Sicilia e si costruisce una rete ferroviaria in Piemonte inutile e dannosa al territorio. Ferite che la Natura non può sopportare. Intanto, preghiamo, perchè rinasca la cultura del territorio e la Repubblica Italiana torni ad occuparsi della Gente più che della moneta unica o del mercato globale o del debito pubblico, mentre la CASTA POLITICA non fa niente per scongiurare queste tragedie, sa solo decretare lo stato di calamità. Ditelo a quel padre morto abbracciato a suo figlio, ditelo a quei soccorritori che hanno perso la vita e alle loro famiglie, ai bambini alle madri a tutti quelli che hanno subito un lutto. NON VOGLIAMO STATI DI CALAMITA' ma OPERE per la salvaguardia del territorio. Anche questa è GIUSTIZIA SOCIALE.
 
Ugo Arioti

Il muro degli ideali e della democrazia reale è crollato ... anche in Sicilia

 
La nascita della Terra, pianeta abitabile, per gli "antichi" era iniziata dal caos primordiale! Chaos (anche Caos, dal greco antico: Χάος) è l'entità primigenia così indicata nella Teogonia di Esiodo non è, come solitamente si pensa, solo disordine, ma indica una fase di preparazione. E in una fase di caos si trova attualmente la Politica in Italia e in Sicilia. La "rivoluzione", con la "r" minuscola, di Rosario Crocetta, presidente della Regione Sicilia grazie alla più forte astensione dalle urne del popolo siciliano che si sia registrata dal dopoguerra ad oggi, ormai da un anno a questa parte è diventata un brodino primordiale. Purtroppo non possiamo, allo stato delle cose, sperare in un Chaos che prepara l'avvenire, ma in un caos che sottende il proverbio popolare che sentenzia che "al peggio non c'è mai fine"!  Il Chaos, secondo alcuni autori, risulta essere nella mitologia e nella cosmogonia degli antichi greci, la personificazione dello stato primordiale di "vuoto", il buio anteriore alla generazione del cosmo da cui emersero gli dèi e gli uomini, ma Esiodo ci avverte che non è il principio di qualcosa, ma ciò che da questo per primo appare, "si manifesta d'improvviso e perdura, anche dopo che si sono sviluppati gli esseri divini, come uno spazio di fondo, un buco nero dell'universo." Ecco, la rivoluzioncella crocettiana è una broda primordiale senza capo ne coda che perdura come un buco nero! Non c'è un progetto, non c'è una sola azione coordinata, ma tutto è scomposto e visceralmente ambiguo. La preparazione del "nulla"! Ecco, state pensando, è facile criticare e fare analogie filosofico - sarcastiche su tutto e tutti. Vi garantisco, ahi noi, che il mio punto di osservazione non è esterno all'apparato caotico dell'ammasso burocratico. E' sotto gli occhi di tutti come il novello governatore abbia preso decisioni e poi sia tornato indietro, abbia fatto delle scelte e poi le abbia sconfessato, abbia raccontato frottole e poi abbia accusato chi le racconta o le pubblica di essere "mafioso". Insomma ancora non ha trovato, come diciamo noi siciliani, "risetto"! Non si vede un progetto, una direzione precisa. L'apparato già pesante della macchina amministrativa regionale è stato paralizzato non riformato. Resta, solo punto fermo imprescindibile dell'azione governativa, il principio di dare all'esterno quello che si potrebbe fare con minor spesa all'interno. Si fanno operazioni di ingegneria aritmetica per giustificare le perdite di finanziamenti e si colpevolizzano interi settori senza, per altro, indicare con efficacia le contromisure. Insomma è proprio il caso di dire: io speriamo che me la cavo e riesco a galleggiare fuori dal Buco nero della rivo - illusione crocettiana che inghiotte tutto senza restituire niente di buono per la gente , anche quella minoranza che lo ha, per sciagura, eletto! Buona giornata,
 
Zaratustra Siculo!  

lunedì 18 novembre 2013

Travaglio: "Palermo? Credo che esiga la verità sulla mafia"



Travaglio: "Palermo? Credo che esiga
la verità sulla mafia"
(da: repubblica.it)

Il giornalista porta al Golden di Palermo il suo recital in cui racconta la trattativa, le stragi, la città che cambia

di ENRICO BELLAVIA

La logica, è sufficiente quella, a sentire Marco Travaglio. Basta e avanza a spiegare il ventennio contrassegnato dal vizio d'origine della trattativa tra Stato e mafia, il patto che mise fine alle bombe del '92 e del '93 e preparò una nuova stagione di convivenza pacifica tra Cosa nostra e chi doveva contrastarla. Travaglio viene a Palermo, qui dove tutto è cominciato, a raccontare questo tempo con il suo "E' stato la mafia", insieme a Isabella Ferrari, stasera sul palcodel Golden.

Obietteranno che è presto, bisogna aspettare le sentenze.
"Di sentenze ce ne sono già un paio: che la trattativa è esistita è un dato di fatto, chi ne siano i responsabili è acclarato. Se sia un reato è materia per giudici. Altro che presto, è tardi".

La trattativa, dice chi l'ha ammessa, obbediva a una nobile ragion di Stato: evitare altro sangue.
"Chi trattava aveva le mani insanguinate, il tritolo era già esploso. Fu una resa, non un negoziato. I protagonisti dubito che andranno in galera e non mi interessa. Basterebbe che venissero fuori a spiegare che quel che hanno fatto lo hanno fatto a fin di bene e che sia la gente a decidere. Io credo che la verità li marchierebbe di infamia nei libri di storia".

La trattativa per Riina era il fine delle bombe, per quella parte dello Stato che scese a patti, fu la conseguenza. Tutto qui?
"Io parto dal summit dell'Ennese del 1991, quando dentro Cosa nostra si iniziò a parlare delle stragi e di secessione. Di quelle deliberazioni filtrò più di una notizia, ci furono allarmi e obliqui messaggi. Segno che quella fu una decisione partecipata e condivisa. Qualcuno disse a Riina: vai avanti".

Ma poi, nel 1993, Riina fu catturato. Il patto fu tradito?
"La stagione delle stragi si concluse nel '94, Cosa nostra tornò all'antico ma chi doveva pagare le cambiali continuò a farlo".

Riina fu sacrificato in nome della ragion di mafia?
"In qualche modo sì. Ma io me lo immagino dentro la sua cella a spuntare il papello ogni qual volta il Parlamento ha dato corso alle sue richieste. Così come Vito Ciancimino, quando non è servito più, è stato potato, ma non dimentichiamo che della strage di via d'Amelio e della responsabilità dei Graviano non sapevamo nulla".

Tutto il piano ebbe un suggeritore?
"Fu un piano con numerosi soggetti in campo insieme con Cosa nostra che poi si sono prodigati per depistare e tenere sepolti i segreti, pagando sempre il prezzo di quel patto".

L'ammorbidimento del carcere duro?
"Il 41 bis fu la prima cambiale, poi seguirono altri provvedimenti, dall'abolizione dell'ergastolo allo scudo fiscale".

Lei è ha prestato fede a Massimo Ciancimino, si è ricreduto?
"Non ho mai creduto che fosse un santo, ma che abbia fornito delle verità e documenti autentici con un unico falso. Quello che gli è capitato lo considero un suicidio giudiziario indotto. Quando si è spinto troppo in là gli è stato detto: ritrattare non puoi, allora sputtanati. E lui lo ha fatto. D'altro canto, se il papello non esiste come hanno fatto a rispondere punto su punto a quel che Cosa nostra desiderava?".

Quando si esaurisce quella lista, quel papello?
"Fin quando quel ceto politico che ha traccheggiato vent'anni fa determinerà scelte del Paese, la trattativa va avanti".

Il patto tiene?
"Tengono i ricatti incrociati. Ho ancora nelle orecchie le parole di Gherardo Colombo a Giuseppe D'Avanzo: le convergenze sulla giustizia sono il frutto di ricatti".

Storia d'oggi, insomma, non archeologia?
"Storia attuale anche per le innumerevoli analogie che legano la stagione del 1992 a quella presente".

Si riferisce ai nuovi propositi stragisti di Riina?
"Certo e spero che anche questo evento sia l'occasione per saggiare il grado di con-sapevolezza della città rispetto al pericolo che corre Nino Di Matteo che deve subire un procedimento disciplinare per un'intervista aRepubblicanella quale non violò alcun segreto".

Ha dubbi sulla consapevolezza della città?
"L'ho vista cambiare, l'ho vista esigere la verità ben al di là del dato giudiziario".

Consapevole fino al punto di fiutare certo professionismo antimafia, per dirla con Sciascia?
"Sciascia sbagliò bersaglio ma individuò un rischio. Credo che i siciliani siano attrezzati per riconoscere l'antimafia parolaia e i sepolcri imbiancati".

Consapevolezza e cambiamento politico non segnano sempre lo stesso tempo...
"Anche in Sicilia qualcosa sta cambiando. Mi pare presto per dare un giudizio su Crocetta ma è fin troppo ovvio dire che non è assimilabile a Cuffaro o Lombardo. Al netto di certe trovate istrioniche o di certe ingenuità. La speranza è un po' svanita anche perché carica di aspettative. Lo attendiamo alla prova dei fatti".
Tanto più che un suo amico come Antonio Ingroia andrà a lavorare con lui. Lo trova normale?
"Credo sia un bene se va a mettere pulizia in qualche carrozzone mangiasoldi. Pur capendo le ragioni personali, rimango convinto che un magistrato bravo debba rimanere a fare il magistrato".

Diffida dei giudici in politica?
"No, credo che i diritti civili debbano essere tolti ai criminali non ai magistrati".

L'esperienza politica di Ingroia però non è stata esaltante...
"Ha sbagliato i tempi. Ma rimane intatto lo slancio ideale che ha messo in quel progetto. Sarebbe stato utile in un Parlamento nel quale il centrosinistra si sta autodistruggendo e dare una mano ai grillini che peccano di ingenuità".

E della capacità di tradurre in politica il consenso, come per la legge elettorale?
"Se non ci fossero loro a colmare un poco del vuoto di opposizione andrebbe anche peggio. Di cazzate ne hanno fatte ma sul no a indulto e amnistia li ho apprezzati".

Però le carceri scoppiano...
"Le si svuota abolendo leggi frutto di demagogia e populismo. Amnistia e indulto perpetuano l'idea di impunità".

Ne usciremo?
"Con il ricambio del ceto politico. Con gente non più ricattabile in nome di quella trattativa. Capace davvero di toccare i patrimoni mafiosi anziché vendere le spiagge. Qui non possiamo aspettare che arrivi o il becchino o una retata. Perché neppure le retate bastano".

martedì 12 novembre 2013

IL GUARDIANO DELLA RIVOLUZIONE CROCETTIANA


Siamo andati un po più a fondo per tentare di capire la “RIVOLUZIONE CROCETTIANA CHE NON C’E’” e abbiamo sbattuto la faccia contro il consigliere e esperto, oltre che Uomo del Gabinetto dell’Agricoltura alla Regione Siciliana, alter ego dell’Assessore Bartolotta, un nome un marchio e una garanzia, fortissimamente voluto e sistemato dal Presidente : Sami Ben Abdelaali che, fino a due anni fa, militava al fianco del dittatore tunisino Ben Ali, mentre oggi veste i panni di guardia della rivoluzione di Rosario! Rabih Bouallegue, voce indipendente e democratica della NUOVA TUNISIA POST Primavera araba, scrive di lui: "La 'rivoluzione siciliana' targata Rosario Crocetta ha resuscitato nemici di un'altra rivoluzione: quella tunisina". Una rivoluzione che ha spazzato via il regime di Ben Ali, e portato alla chiusura del partito che lo sosteneva. Per l'Rcd Sami ha ricoperto anche il ruolo di senatore. In rappresentanza dei tunisini in Italia.”

Basta fare due più due, allora, e si capisce chi è Sami Ben Abdelaali, uomo che ama i poteri forti e le dittature e che ancora oggi ha contatti con le monarchie assolute del Golfo arabo e, qualcuno sostiene, anche con jadhisti. Nella storia della Sicilia, spesso, si incrociano personalità ambigue e polivalenti ( libanesi, libiche, tunisine) che poi si scopre fanno parte di servizi “ supersegreti” o di agenzie di spionaggio internazionale tristemente legate alla criminalità o addirittura alla mafia. Ci auguriamo che l’amico del Governatore siciliano non abbia sposato la “finta rivoluzione crocettiana” per coprire sordide trame e intrighi che nulla hanno a che fare con lo sviluppo e con la democrazia dell’Isola.

Ma la domanda sorge spontanea: perché Crocetta ha affidato a lui tanti compiti di prestigio, oltre all'incarico nell'Ufficio di Gabinetto dell’Agricoltura, Sami Ben, infatti, funge da “consigliere diplomatico” del governatore. E sempre a lui, Rosario Crocetta, ha affidato il compito di coordinare la presenza della Sicilia all'Expo 2015.

Ai posteri l’ardua sentenza ….

L'Amazzonia sta morendo


Appello al Mondo

 
L'Amazzonia sta morendo, da paradiso si è trasformata in un inferno. E proprio nei giorni in cui si tiene a Varsavia la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, vengono divulgate le immagini aeree, ma non solo, degli effetti devastanti della deforestazione sulla foresta pluviale amazzonica. Dopo mesi di lavoro, i fotoreporter Reuters, Nacho Doce e Ricardo Morais, hanno documentato quello che rimane del più grande polmone terrestre. Le foto mostrano intere aree divorate dagli incendi controllati (appiccati per fare spazio a coltivazioni, miniere e altri progetti), responsabili di elevate emissioni di anidride carbonica. L'agenzia spaziale brasiliana informa che nell'ultimo anno la deforestazione è aumentata di un terzo, spazzando via un 'area pari a due volte la città di Los Angeles. Se queste cifre si dovessero dimostrare esatte, verrano confermati i timori e gli avvertimenti di scienziati e ambientalisti sui rischi che corre l'intero ecosistema (reuters).

Redazione Secem

lunedì 11 novembre 2013

Ospedali fantasma da 250 milioni di euro in Sicilia e la Regione non fa lavorare i suoi tecnici .... ma le società esterne ???


Ospedali fantasma da 250 milioni di euro
ecco la sanità delle grandi incompiute

Inchiesta in Sicilia. Dove sono, quanto sono costati, perché non sono stati completati gli ospedali progettati ( da: repubblica.it)

 
GLI ospedali fantasma ci sono già costati più di 253 milioni di euro.
Ce ne vorranno altri 32, forse di più, per completarli. Sempre ammesso che accada. Alcuni si stagliano su panorami mozzafiato lungo il percorso di strade e autostrade dell'Isola, come l'ospedale abbandonato a Sant'Agata di Militello. Altri svettano nei centri della grandi città, lasciati ai vandali e all'incuria, come l'ex Onig di via Ingegneros a Palermo. Ci sono strutture nascoste in contrade di periferia, in attesa degli ultimi ritocchi, come il Giovanni Paolo II di Ragusa, gli eterni lavori di ristrutturazione al Policlinico di Palermo, il cantiere "a scartamento ridotto" del futuro. Centro di eccellenza materno-infantile e quello dell'ospedale San Marco nel quartiere Librino di Catania.

A pagare le spese di stop e ritardi sono sempre le casse pubbliche. Che devono rimpinguare i finanziamenti per adeguare gli impianti alle norme che cambiano, apportare varianti milionarie ai progetti iniziali e rispondere ai nuovi orientamenti dei governi che si avvicendano.

Succede intorno a noi ( libere riflessioni sul momento che stiamo vivendo)

Il Mondo, almeno nella visione romantica che ancora ci accompagna, sta cambiando. Osserviamo avvenimenti che rimescolano le carte in tutti i salotti del POTERE. L'ammortizzatore sociale che era, nell'ottocento e nel novecento, rappresentato dalla CLASSE MEDIA, oggi è sempre più compresso. Questo porta ad un avvicinamento pericoloso degli estremi, da un lato una classe povera sempre più repressa e  dall'altra parte una classe sempre più ricca e arrogante che produce una classe politica mestierante e incapace di trovare soluzioni per proteggere la società nel suo complesso da azioni interne devastanti e dalle cicliche crisi del sistema capitalistico che portano sempre a fasi recessive che sono sempre più lunghe e lasciano, ormai, cicatrici indelebili. Dovremmo guardare a quello che si sta sviluppando nell'America latina e in tanti altri Paesi del Mondo dove i governi, spesso in aperta dissociazione dal POTERE ECONOMICO, cercano nuove strade per proteggere la popolazione dai MERCANTI INTERNAZIONALI DI MORTE che guidano le fameliche multinazionali della Finanza, alleate delle mafie e dei poteri occulti. In questo stato di cose si inserisce l'ascesa al soglio papale di Papa Francesco, uomo che unisce e che mette in crisi un sistema di corruzione e potere della CURIA ROMANA. Si inseriscono i movimenti sociali che hanno portato alla presidenza dei loro paese uomini come "Pepe", il Presidente che vive in una casa di periferia e si riduce lo stipendio perchè un appannaggio troppo alto offenderebbe la dignità di tanti lavoratori che per molto, molto meno lavorano anche venti ore al giorno ... esempi che si stanno diffondendo in un Mondo stanco di essere governato dai gendarmi del capitalismo e dai Finanzieri della "libra di carne" del Mercante di Venezia. Cosa succederà non lo sappiamo, ma una cosa è certa, succede intorno a noi e dobbiamo essere pronti a percepire questa nuova aria che spira sul Mondo e che non ha posto nei talk show politico-salottieri delle TV del nostro BEL PAESE!
 
Ugo Arioti
 

giovedì 7 novembre 2013

IL PARAGONE IGNOBILE


IL PARAGONE

Gattegna: “Il paragone tra la famiglia di Berlusconi e gli ebrei sotto Hitler offende l’Italia e la Memoria”.

“L’Italia repubblicana è un paese democratico. La Germania nazista era una spietata dittatura governata da criminali che teorizzavano e commettevano i più gravi delitti contro l’umanità. Contro gli ebrei i nazisti si accanirono con spietata crudeltà tanto che, alla fine di quel tragico periodo, gli ebrei dovettero contare oltre sei milioni di morti”.    Così il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna nel commentare l’anticipazione diffusa oggi del libro “Sale, zucchero e caffè” in uscita venerdì 8 novembre in cui Silvio Berlusconi, rispondendo a Bruno Vespa, racconta che i suoi figli dicono di sentirsi “come dovevano sentirsi le famiglie ebree in Germania durante il regime di Hitler”. Nei primi anni del nazismo: due scolari ebrei vengono umiliati di fronte ai loro compagni di classe. (Yad Vashem Photo Archive)

 


“La vita degli ebrei d’Europa sotto il nazismo fu segnata da un vortice nero di violenza, persecuzione, morte. Una catastrofe che non è soltanto del popolo ebraico ma dell’umanità intera – prosegue Gattegna – Ogni paragone con le vicende della famiglia Berlusconi è quindi non soltanto inappropriato e incomprensibile ma anche offensivo della memoria di chi fu privato di ogni diritto e, dopo atroci e indicibili sofferenze, della vita stessa”.

Da moked/מוקד il portale dell'ebraismo italiano

mercoledì 6 novembre 2013

Così parlò Zarathustra dell'amministrazione pubblica siciliana nell'Era Crocetta

 
Era ora di rispoleverare i vecchi e desueti simboli e linguaggi di una sinistra progressista che giace sotto le ceneri del "Socialismo democratico" e del laicismo. Ci ha pensato il Presidente sceriffo: Rosario Crocetta!
Ha lanciato la moda della rivo - illusione, detto velocemente somiglia a rivoluzione! Rispolverato il clichè dei "capi carismatici della sinistra liberale e isolazionista", per dirla alla "Vergara" dei fasci siciliani, si è presentato subito ai siciliani, avidi di novità e di operazioni trasparenza, con i suoi slogan da operetta che ad uno ad uno sono finiti nel fango delle menzogne e nel tritacarne della Burosaurocrazia che impera senza tema di smentite a Palazzo D'Orleans. la Pulzella D'Orleans, tale Signora del Monterosso, fa e sfa quello che vuole a suo piacimento, fino al punto di dare finanziamente agli "allora amici del giaguaro" nelle vesti di capo Dipartimento e ora minacciare denuncie pesanti a chi si oppporrà ad andare casa per casa a farsi restituire i quattrini. Se Rosario dice qualcosa che non le garba è capace che lo fa dimettere senza se e senza ma! Crocetta il rivolusionario è succube di Monterosso, località amena del Palazzo!
C'è carne al fuoco per una gustosa operetta in un atto unico da cabaret!
E tutto, proprio tutto, compreso leggi e regolamenti, vanno in malora. Si abbassano i targhet di spesa per dirsi che sono stati bravi, tolgono soldi ai malati di SLA e ai poveri per darli ..... come al solito a quei quattro amici che come mosconi ronzano intorno al potere e ne respirano l'aria.
Era proprio ora .... ma la storia è sempre la stessa.
Ditemi, compagni di merende del Presidente, ma dove lo avete preso questo emerito "masaniello"?
 
Zaratustra

martedì 5 novembre 2013

Liberare la burocrazia dal political patronage - Centro Padre Arrupe Palermo



Martedì 5 novembre 2013 –alle ore 15.30 - si terrà presso l’Istituto P. Arrupe sito in Via Franz Lehar, n.6 Palermo l’incontro pubblico <Liberare la burocrazia dal political patronage>,

<Liberare la burocrazia dal political patronage>

Incontro pubblico
nel corso del quale interverranno autorevoli esponenti del mondo accademico e professionale.
Obiettivo dell’incontro è la legalità delle Istituzioni pubbliche attraverso il rispetto delle leggi e delle regole che disciplinano la dirigenza pubblica ed il conferimento degli incarichi dirigenziali, nonché la valutazione della dirigenza stessa per una reale meritocrazia, come prioritario impegno per la prevenzione della corruzione e per garantire il buon andamento e l’imparzialità di una Regione al servizio dei cittadini Siciliani e per lo sviluppo socio economico dell’isola.
Per la riduzione del costo della dirigenza, sarà trattato il tema dell'effettiva riduzione del numero di dirigenti in servizio e del prepensionamento dei più anziani in possesso dei requisiti previsti dalle leggi sulla spending review ( art.2 D.L. n.95 del 2012- riduzione organico dirigenti 20%)
programma ore 15.30 Introduzione lavori ai quali interverranno :
Prof. Antonio La Spina- ordinario di sociologia giuridica- Università degli Studi di Palermo Docente LUISS – ROMA
Prof. Alessandro Bellavista –ordinario di diritto del Lavoro -’Università degli Studi di Palermo
Prof. Lorenzo Saltari - Associato di diritto pubblico ’Università degli Studi di Palermo
Dopo l’intervento dei relatori seguirà il dibattito e la elaborazione di documento conclusivo da inoltrare al Governo regionale.
L'incontro pubblico di intellettuali,professionisti e dirigenti destinato a far assumere alla classe politica ogni responsabilità correlata alla gestione della dirigenza nella Regione Siciliana, anche come impegno per la prevenzione della corruzione.
L'iniziativa nasce dall'apprezzamento degli autorevoli interventi del Prof. Alessandro Bellavista –ordinario di diritto del Lavoro nell’Università di Palermo (6 settembre 2013 su La Repubblica Palermo) che colgono con chiarezza il bisogno di legalità delle Istituzioni pubbliche attraverso le regole che disciplinano la dirigenza pubblica ed il conferimento degli incarichi dirigenziali nel rispetto delle regole e della meritocrazia, come prioritario impegno per la prevenzione della corruzione e per garantire il buon andamento e l’imparzialità di un’Amministrazione al servizio dei Siciliani