lunedì 31 marzo 2014

la madonna di trapani ( leggende e miti del mare siciliano)


Il Mare, la grande madre di tutti noi che viviamo nell’Isola, è quel grande raccoglitore dove si aggregano culture, conoscenze, esperienze, riti, miti e leggende che hanno seguito il cammino dell’uomo su questa Terra di mare e focu. Io non saprei vivere lontano da queste spiagge, da questi monti che si immergono nell’Oceano mediterraneo, da queste ricchezze che mi fanno sudare, patire, amare, soffrire, vivere e mi accompagnano fino all’ultimo respiro. Anche se non ho mai armato, intrecciato o rammendato una rete odo gli echi profondi e vivendo con i marinai e i pescatori vengo proiettato in una dimensione straordinaria, dove il tempo perde il suo significato, ed i confini geografici non hanno più valore. Sono la levatrice  della leggenda; vivo il mito che il grande grembo marino riporta con le conchiglie e la sabbia e le alghe spezzate verso riva sugli arenili dove vanno a dormire le Meduse e il mito di Nettuno rimbomba negli orecchi dei bambini.

In questa rubrica mare e mito, il sacro e il profano per mare, raccogliamo storie di mare e ve le presentiamo come in un rito di specchi infiniti che attraversano lo spazio e il tempo per ricondurci all’origine, alla madre delle madri, all’inizio che vorremmo conoscere e amare.

Ugo Arioti

LA MADONNA DI TRAPANI, narratore Pio Solina (la vicenda accade negli anni ’60 del 1900)
“Con noi in barca c'era Lorenzo, eravamo alla Secca Dimanno, a levante dell'isola di Levanzo, lavoravamo a occhiate, como spuntava 'a luna; Lorenzo era picciriddo, aveva tredici, quattrodici anni, e veniva con noi da 'na misata, un mese circa.
Ad un certo punto gli venne un fortissimo dolore allo stomaco, era notte, e si gettò sulla coperta della barca e s'inturciuniava tutto, si contorceva per il male, dolore da morire, "Staio murennu" gridava, e così mettemmo la prua per terra, lo volevamo portare all'ospedale. Un'ora di navigazione e saremmo arrivati a Trapani.
Quanno parse a iddu, che nuiatri stàvamo finenno di tirare u conzu che ppoi u portamo a Trapani, iddu, picciutteddu, gridao :"Bedda Matri di Trapani, fammi passare ‘stu dulure, che m'affari moriri?". Proprio così gridava. Lorenzo era disperato e invocava la Madonna di Trapani, protettrice dei marinai. U cielo stiddato come ‘sta nuttata 'un ci 'nnastatu mai, un cielo netto, stiddato, bonazza, tutto 'nta na vota in cielo si forma ‘na Maronna, com'è a Maronna Trapani,’na statua, bianca, una fiamma lucente che proprio si viria 'u quadro da Maronna proprio perfetto; durao tri, quattro minuti, iò taliava accussì, nta facciata ‘Levanzo, ntall'aria, e virìa come a Maronna. Poi scumpariu ‘sta cosa, e  io mi fici 'a cruce all'uso meo. Dopo l’apparizione della Madonna in cielo a Lorenzo passò il dolore alla pancia, e noi lavorammo tutta la notte e riempimmo la barca di pesce. E' da allora che Lorenzo non ha più dolori”.

La Madonna di Trapani, venerata in tutto il Mediterraneo, è particolarmente cara ai marinai, e le leggende legate al suo arrivo a Trapani – datato intorno alla metà del 1200 sono tutte collegate al mare. Sono due le versioni del suo arrivo in città, ed entrambe hanno una base comune: la statua arriva dalla Terrasanta, portata via dai cavalieri templari per sottrarla ai saraceni che stavano riappropriandosi della loro terra e della loro fede.

  1. La nave che trasportava la statua a Pisa, terra del cavaliere che l’aveva presa in custodia, nei pressi di Trapani urtò contro il fondale e si aprì una falla nella carena; quando venne tirata in secco si scoprì che un pesce – un nasello/merluzzo – aveva otturato il buco evitando l’affondamento della nave, e da allora guardando controluce la spina del pesce si intravede l’immagine della Madonna. Sbarcata la statua sacra, questa venne posta su un carro per portarla dentro la cinta muraria, ma i buoi arrivarono al convento del Carmine e non vollero più muoversi. Nessuno reclamò la statua, che così restò a Trapani nel convento che divenne il Santuario dell’Annunziata.
  2. La nave diretta a Pisa fu colta dalla tempesta a Lampedusa, poi arrivò a Trapani il 6 agosto, ma ogni volta che ripartiva si scatenava la tempesta ed era costretta a tornare indietro. I marinai superstiziosi si convinsero della impossibilità di partire alla volta di Pisa con la statua a bordo, e la lasciarono al console dei pisani che aveva sede in città. Il console, avuta notizia che un’altra nave sarebbe partita per Pisa da Palermo, dispose il trasporto della statua nella capitale dell’isola ma i buoi che tiravano il carro arrivati davanti al convento del Carmine non vollero più muoversi; il console pisano interpretò i segni divini e la volontà dei trapanesi, e non inviò più la statua a Pisa. Furono i marinai trapanesi a portarla dentro il Santuario.

La storia delle tonnare è ricca di episodi leggendari, correlati ad avvenimenti reali, che dimostrerebbero quanto può influire sull’andamento della pesca  un Dio ben disposto; si devono al canonico Antonino Mongitore (“Della Sicilia Ricercata nelle cose più memorabili”, 1743) alcuni racconti straordinari di interventi divini nelle tonnare: così il Beato Pietro Geremia, dapprima scacciato dalla tonnara palermitana dell’Arenella dove era andato a chiedere l’elemosina, avrebbe riportato fra le reti i mille tonni che ne erano fuggiti, dopo il ravvedimento del padrone che si decise ad elargire una ricca prebenda per timore di perdere la stagione di pesca.
Straordinari i poteri del Venerabile Servo di Dio Frà Innocenzo da Chiusa, devotissimo di Sant’Anna, che fece da tramite fra la Santa ed i generosi gestori delle tonnare delle Egadi affinché la stagione di pesca si concludesse nella migliore maniera, come in effetti avvenne: di volta in volta i tonni arrivarono fra le reti col nome di Sant’Anna scritto “nelle reni”, e addirittura nella tonnara di Formica con le “vertule” (bisacce) al collo. Oggi sappiamo che le “vertule”/bisacce non sono altro che muscoli che sotto lo sforzo assumono un colorito diverso dal resto del corpo, ma ancora pochi anni addietro un bravo tonnaroto di Bonagia raccontava che una volta fu fatta una mattanza di tonni enormi, grossissimi, “e tutti chi stampe ‘ccà, nel fianco, e da allora non è successo mai più”.

La fede ha sempre avuto un ruolo molto importante per i pescatori in generale, e per i tonnaroti in particolare: “… preme l’osservanza della religione da cui giudica di dover dipendere non poco il buon esito della pesca …”, scriveva nella seconda metà del XVIII secolo l’abate Cetti, parlando dei rais del tempo.
Il rapporto con Dio e i Santi, ma anche con le potenze numinose che tanta parte hanno nelle credenze popolari,  è continuo: apre la giornata con le preghiere dette dal rais o dal capomuciara; prosegue con i riti dell’ingresso e della uscita dallo spazio sacro dell’isola – “Bongiorno tunnara” o anche “Santo bongiorno” all’arrivo, e poi “Bona notti, bona sorti, bona tunnara” quando è il momento di tornare a terra, che ricordano il “Buon giorno/buonasera a tutta la compagnia” rivolto ai “patruneddi ‘casa”, spiriti/numi tutelari della casa, chiara la discendenza pagana degli dei protettori della casa e del focolare.
Prosegue ancora con il rispetto portato alla “cruci” su cui sono fissate le effigi dei Santi  (gli uomini si levano il cappello), sormontata dai rami di palma, pianta anch’essa dalle forti connotazioni religiose ( rami di palma o di olivo venivano portati sulle barche  - e sui carri dai contadini – la Domenica delle Palme, e con questi i pescatori adornavano i “campioni” di poppa o di prua). La palma – o croce – segna l’ingresso nello spazio sacro della tonnara, dove il tempo i gesti e le parole acquistano un significato particolare.
La mattina appena fuori dal porto il rais a poppa della muciara si leva il cappello e prega i Santi perché proteggano la tonnara e favoriscano la pesca:

Un Credo ‘u Signuri

‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu di Trapani
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Carvariu
‘Na Salve Regina ‘a Madre ri Diu ‘u Rosariu
‘Na Salve Regina a Santa Teresa
Un Padre Nostru ‘u Patriarca San Giuseppe
Un Padre Nostru a San Francisco ri Paola
Un Padre Nostru ‘o Sacro Cuore ri Gesù
Un Padre Nostru a Sant’Antoninu
Un Padre Nostru a San Petru chi prea ‘u Signuri pi ‘nnabbunanti pisca

La ciurma risponde in coro:

Che Diu lu faccia!

Rais

Requemeterna ‘i Santi priatori d’i nostri morti. Santo Bongiorno!

 

 

venerdì 28 marzo 2014

L'Etica della Terra ( argomento 2014)

 

Ancora oggi la nostra specie non è di fatto considerata una parte della Biosfera, ma come un elemento esterno rispetto al quali si misura ogni valore Oggi sappiamo abbastanza bene che cosa è l’uomo: è un animale, fa parte in tutto e per tutto dei cicli naturali, si nutre, si sviluppa, si riproduce e muore come gli altri mammiferi. Anche il suo comportamento è qualitativamente riconducibile a quello degli altri animali più simili. La differenza di informazione genetica rispetto a uno scimpanzé è di poco superiore all'uno per cento. La percezione dell’appartenenza della nostra specie alla Natura avrebbe dovuto essere accolta con grande serenità; era come liberarsi da un peso inutile. Invece non è stato così, o forse non ancora, almeno nella cultura occidentale. Nel linguaggio corrente, nell'etica, nel diritto, l’uomo è ancora considerato in contrapposizione con l’idea di animale.
Per inciso, quanto sopra detto non significa necessariamente che l’uomo sia soltanto un animale. Nella cultura occidentale, e quindi ormai in tutto il mondo, ancora oggi la nostra specie non è di fatto considerata una parte della Biosfera, ma come un elemento esterno rispetto al quale si misura ogni valore. Tanto è vero che l’espressione “l’ambiente” sottintende spesso “l’ambiente dell’uomo”, che resta l’unico riferimento per tutte le considerazioni etiche. Anche i cosiddetti ambientalisti parlano di solito di “tenere pulita la nostra casa”, conservare il “patrimonio di tutti”, consegnare la Terra in buono stato alle generazioni future. Il riferimento costante, considerato ovvio, è l’uomo. Oggi invece sappiamo che l’uomo non è nella posizione di “abitante di una casa”, ma è come un gruppo di cellule di un Organismo, da cui dipende totalmente. Infatti l’ecosistema globale è un Organismo e non “l’ambiente dell’uomo”: questa posizione della nostra specie deve ancora essere recepita dalle correnti filosofiche occidentali, oltre che da tutte le istituzioni.
La posizione “esterna” dell’uomo, esportata in tutto il mondo sull’onda della tumultuosa espansione dell’Occidente, è il sottofondo di pensiero che ha provocato i grossi guai in cui ci troviamo. Considerare l’uomo al di sopra o al di fuori dell’ecosistema ha causato anche il drammatico aumento di popolazione umana e la spaventosa crescita dei consumi che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli. Il funzionamento della Biosfera Per usare il linguaggio della teoria dei sistemi, un essere vivente è un sistema che si mantiene in situazione stazionaria lontana dall’equilibrio termodinamico. In altre parole, vive finché un flusso di energia lo attraversa continuamente senza che si alterino le sue condizioni generali, se si trascurano le piccole oscillazioni attorno ai valori standard. Il vivente è un sistema omeostatico, cioè è in grado di mantenersi nelle condizioni vitali auto correggendo le variazioni accidentali non troppo grandi attraverso interazioni fra tutti i suoi sottosistemi, componenti e flussi energetici. La Biosfera nel suo complesso si comporta come un sistema vivente, anche se in generale su tempi più lunghi. Si noti che questo discorso è indipendente dalle considerazioni, di natura metafisica, se sia un essere vivente (Gaia), se sia sede di fenomeni mentali e - in tal caso - fino a che punto sia cosciente. Anche un ecosistema, ad esempio una porzione abbastanza grande ed inalterata di foresta pluviale equatoriale, si comporta come un sistema stazionario lontano dall’equilibrio, cioè come un essere vivente. Quando uno di questi sistemi perde le sue capacità di omeostasi per un intervento esterno troppo drastico, si ha la morte dell’essere vivente, o comunque la fine del sistema in quanto tale.
I tempi e la gravità degli interventi in grado di provocare fenomeni di questo tipo sono naturalmente molto diversi a seconda del sistema interessato. La cultura occidentale, considerando l’uomo al di fuori della Biosfera, ha reso possibile l’aggressione alla Natura che è iniziata da un paio di secoli, cioè da quando si è data il potere tecnico per farlo. A causa del modo di funzionare di questo modello culturale che sta invadendo tutta la Terra, le capacità omeostatiche complessive del Pianeta non sono più in grado di riportarlo in condizioni stazionarie. Inoltre molti ecosistemi vengono distrutti e non possono essere sostituiti con altri “artificiali”, perché questi ultimi dipendono spesso da interventi permanenti esterni per essere mantenuti in condizioni vitali. Come esempio, non possiamo illuderci che la riforestazione riporti in vita la foresta originaria: è meglio di niente, ma non può sostituire la ricchezza di vita e di spiritualità di una foresta naturale. In realtà la Terra è stazionaria solo se si considerano tempi dell’ordine di decenni, o secoli, non lo è più se consideriamo tempi dell’ordine di milioni di anni: il problema sta nel fatto che le modifiche causate dalla civiltà industriale nei cicli naturali hanno velocità dieci - centomila volte più grandi di quelle normali, che consentono alla vita di adattarsi gradualmente alle nuove situazioni. Usando un linguaggio non rigoroso, in natura è come se si passasse da una situazione stazionaria ad un’altra, senza transitori “pericolosi”. Comunque, agli effetti delle considerazioni qui esposte, è come se la Terra vivesse in situazione realmente stazionaria.
Oggi ci troviamo durante un transitorio “veloce”: il modo di procedere attuale non può durare a lungo. Quindi è probabile che molti parametri che caratterizzano ora il sistema globale non possano essere mantenuti se la Terra si riporta in situazione vitale. In particolare è abbastanza evidente che l’attuale popolazione umana esistente sul Pianeta è eccessiva per consentire alla Biosfera di funzionare, con un livello medio di consumi pro-capite pari a quello attuale. Sistema economico e popolazione umana Il sistema economico, cioè il processo di produrre-vendere-consumare, si può ricondurre ad un’unica variabile, il denaro. Il sottosistema economico non può funzionare in un sistema complesso e stazionario lontano dall’equilibrio, come la Biosfera, che dipende da un gran numero di variabili. In sostanza il processo economico impedisce l’omeostasi della Biosfera: il sistema complessivo cessa di essere stazionario. In un vivente questo corrisponde alla morte dell’organismo. Se poi consideriamo che il sistema economico attuale per mantenersi deve essere in crescita, a maggior ragione risulta chiaro che è incompatibile con il funzionamento del sistema più grande di cui fa parte. Un’economia complessivamente in crescita può soltanto essere un transitorio, un fenomeno patologico nella Biosfera, che porta necessariamente verso un punto “di catastrofe”. Questo è un elemento di ottimismo: il vero pessimismo è prevedere la continuazione degli andamenti attuali, che portano ad un mondo degradato, alla scomparsa della biodiversità, a psicopatie e criminalità, alla fine della varietà e della bellezza del mondo. L’uomo non evita mai le catastrofi, ma ne guarisce: speriamo che sia vero.
È sorprendente notare che esistono ben poche ricerche su un problema come quello del numero massimo di umani che la Terra può sopportare: ad esempio, nello studio riportato nel libro Assalto al pianeta di Pignatti e Trezza (Bollati Boringhieri, 2000) si parla di una popolazione ammissibile inferiore ai due miliardi di individui, in accordo con i valori di una ricerca effettuata all’Università Cornell. In una delle proiezioni ipotizzate nel famoso rapporto I limiti dello sviluppo si perveniva ad una situazione stazionaria solo stabilizzando la popolazione mondiale attorno al 1975, il che corrispondeva ad un numero di umani di poco inferiore a quattro miliardi, con un livello di consumi medio pro-capite minore di quello attuale. Sei miliardi di umani possono stare sul pianeta solo per tempi molto limitati, perché vivono e consumano “divorando” la Terra. Al di là di considerazioni numeriche, è comunque abbastanza evidente che, se si vogliono aumentare i consumi pro-capite, è necessario diminuire la densità di popolazione umana. Potrebbe essere un compito della scienza valutare se un prodotto può essere realizzato e in quale quantità senza mettere in pericolo il funzionamento vitale della Terra. Come esempio, è presumibile che, se si vogliono costruire e far circolare auto private con motore a scoppio, la popolazione mondiale debba essere molto inferiore al miliardo di abitanti, ipotizzando un’auto per famiglia. Competizione e selezione Una delle concezioni di fondo della nostra società è l’idea che competizione e selezione siano una specie di “molla del progresso”, anzi siano addirittura il modo di evolversi della vita. Quando, verso la metà dell’Ottocento, comparve l’idea dell’evoluzione biologica, furono messe in grande evidenza, come fattori quasi esclusivi dell’evoluzione, la lotta per la vita e la sopravvivenza del più adatto. Invece la novità principale era l’appartenenza della nostra specie alla Natura, con tutte le conseguenze che questo comporta. L’idea della sopravvivenza del più adatto come fattore di “progresso” non era una constatazione biologica, ma un bisogno della nascente civiltà industriale.
I recenti studi di Lynn Margulis hanno evidenziato che l’evoluzione biologica è stata in gran parte frutto della cooperazione e della simbiosi fra organismi unicellulari durante almeno un miliardo di anni. Con questo non si vuol dire che la competizione in natura non esista: è un fattore fra tanti. La sacralità della Terra Assieme all’operazione di essersi tirato fuori dalla Biosfera, ponendosi “al di sopra” di essa, l’uomo occidentale ha tolto l’anima al mondo. Ma oggi, anche senza uscire dalla nostra cultura, alcuni pensatori hanno ampliato il concetto di mente fino a renderlo indipendente dal supporto di un sistema nervoso centrale: la mente sarebbe semplicemente frutto di una certa complessità (Gregory Bateson). Anche lo psichiatra junghiano James Hillmann insiste spesso sull’idea di “Anima del mondo”. Da vie diverse ricompare la mente nella Natura, anche se per ora si tratta di idee con scarsa diffusione, sempre limitandosi alla cultura occidentale. Ricordiamo che, oltre alle filosofie di spiriti più o meno isolati, ci sono le religioni, che hanno un’influenza ben maggiore sulle moltitudini. Uno dei compiti principali delle religioni potrebbe essere quello di fornire una visione del mondo in cui inquadrare i fenomeni e di dare prescrizioni morali che non riguardino qualche problema immediato o a breve termine o solo questioni umane, ma che preservino la salute della Terra, in quanto bene in sé: questo compito non può essere affidato né alla politica, né ad istituzioni “pratiche”. Le religioni, più che pensare a quale sia “la verità”, potrebbero diffondere sentimenti di empatia e di amore verso tutti gli esseri senzienti, cioè verso tutte le entità naturali. A questo riguardo le tradizioni filosofico-religiose che maggiormente si sono preoccupate del bene del complesso naturale a tempo indefinito sono state alcune tradizioni di origine orientale (Buddhismo, Jainismo, Taoismo) e alcune culture animiste, soprattutto quelle native del continente americano. Spesso la percezione che si trattava di prescrizioni “ecologiche” non era molto evidente, almeno agli europei.
Ho citato prima alcuni pensatori di formazione occidentale, a cui aggiungerò il biochimico e filosofo Rupert Sheldrake, che scrive: Che cosa cambia se consideriamo la Natura viva piuttosto che inanimata? Primo, mettiamo in crisi le ipotesi umanistiche su cui la civiltà moderna è basata. Secondo, instauriamo un rapporto diverso con il mondo naturale e acquistiamo una prospettiva diversa della natura umana. Terzo, diventa possibile una nuova sacralizzazione della natura. (La rinascita della Natura, Ed. Corbaccio, 1993). Mi sono limitato agli scritti più recenti: si tratta di casi isolati, che non hanno avuto in pratica molto seguito, ma che comunque esistono. Se non altro, riescono a mettere in evidenza che, perché sia presente il senso del sacro, non è assolutamente necessario postulare l’esistenza di un Dio personale ed esterno al mondo e che si occupa esclusivamente degli umani, come nelle tradizioni originarie del Medio Oriente e diffuse nella cultura occidentale. Per quanto riguarda questi fondamenti religiosi dell’Occidente (anche della parte laica), una modifica positiva dell’atteggiamento verso il mondo naturale si avrebbe se venisse riconosciuta la matrice indiana-buddhista, e non giudaica, dell’insegnamento di Cristo. Conclusioni Ci possono essere innumerevoli scale di valori, ma da quanto accennato è evidente che il primo valore dovrebbe essere quello di consentire la vita della Biosfera, da cui dipendiamo: la sopravvivenza della Terra è essenziale.
L’etica della Terra non è solo una posizione filosofica, è soprattutto una necessità per mantenere in vita e in salute l’Organismo cui apparteniamo, assieme alle altre specie, agli ecosistemi, all’atmosfera, al mare, ai fiumi, alle montagne. Se poi invece della logica sistemica vogliamo ascoltare la voce del cuore o dell’anima, ecco un’espressione di una cultura nativa del continente americano (etnìa Wintu, che si trovava nel nord-ovest degli attuali Stati Uniti):Quando noi indiani uccidiamo, la carne la mangiamo tutta. Quando estraiamo le radici facciamo piccoli fori: quando costruiamo case facciamo piccoli buchi nel terreno. Non abbattiamo gli alberi: usiamo solo legno già morto. Ma quest’altra razza di uomo ara il terreno, abbatte gli alberi, uccide tutti gli animali. L’albero dice: “Non farlo. Mi fai male. Non ferirmi”. Ma l’uomo bianco lo abbatte e lo taglia in pezzi. Come può lo Spirito della Terra amare quest’uomo? Dovunque egli ha toccato, la Terra ne è rimasta ferita.
Guido Dalla Casa (articolo pubblicato sulla Rivista ALDAI)

giovedì 27 marzo 2014

AFRODITE IPERURANICA ( rubrica letteraria a cura di Ugo Arioti)

Iperuranismo militante:

“Noi siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose e più lontano di quanto vedessero questi ultimi; non perché la nostra vista sia più acuta, o la nostra altezza ci avvantaggi, ma perché siamo sostenuti e innalzati dalla statura dei giganti ai quali ci appoggiamo".

« Je voudrais être amené devant le Dauphin, Charles. Je viens de Domremy et sont directe, si notre Seigneur Jésus-Christ veut, à Orléans ».

Afrodite iperuranica

ovvero dell'Amore e della Fede
Messer Biggio e lo Aligheri conversando pel margine dell'Arno


< Messere, son molto in preoccupazione per questo vostro amabile manierismo intriso d’amore che è in ogni vostro verso. Vedete, il pensiero della Chiesa …> < Il pensiero della Chiesa? Indi non viene ancora prima della vita l’Amore divino, oh Biggio?> < Al dunque, son tormentato dal monsignor …> < Restate muto c’ho veduto un tale!Siete voi qui, ser Brunetto?... ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,/ la cara e buona imagine paterna/ di voi quando nel mondo ad ora ad ora/ m’insegnavate come l’uom s’etterna” Qual grossa perdita pel Mondo Nostro e per l’amore di veritate! E m’esortava il poeta a me dicendo, nonostante non potea parlar con lui di andare avanti e giungere alla sommità dell’impresa! Oh Biggio, che vi preoccupate?>

E, camminando camminando, rimuginava lento la risposta del fu filosofo fiorentino, dolce e forte allo stesso tempo che lo incoraggiava e lo spronava dicendogli:“veggendo il cielo a te così benignotiene ancor del monte e del macigno”. Allo stesso tempo non riusciva, seppur era lui stesso per ragioni controverse e interiori a porlo in quell’inferno, a comprenderne la collocazione. Brunetto Latini, grande insegnante di armonia repubblicana e di vita. Ecco la vita, forse. Restava per lui, poeta e sognatore, un grande riferimento nel bene e nel male.

Lui, che si accompagnava a Virgilio, maestro e guida, era pur sempre uomo del suo tempo e fratello della confraternita dei Fedeli d'Amore. Quasi fosse uno stilnovista! Giovanni Villani nella sua «Cronica» (1308) ne fa un telegrafico accenno ricordando che «una nobile corte» vestita di bianco sfilò in corteo dietro «un signore detto dell'Amore» durante la festa di S. Giovanni svoltasi a Firenze nel giugno del 1283 e in quell’assise videro il suo volto apparire e scomparire tra due magnifiche donne. Ciò era pericoloso, ma libero era l’uomo e la sua fantasia e non temeva che l’inganno altrui.
 
(1)
 
Ugo Arioti

l'angolo della satira

Putin, tesooro........

mercoledì 26 marzo 2014

Giorgia canta nuda contro la violenza sulle donne

 
Voglia di ricominciare a vivere, di volersi bene, di chiudere una storia amara. C'è tutto questo e molto di più nel video di Giorgia "Non mi ami". Un grido di dolore e di consapevolezza per lottare contro la violenza sulle donne. Perché chi le aggredisce non le ama, anche se è un marito, un padre, un fratello. Giorgia si presenta nuda, con il viso segnato e coperto dal trucco quasi a nascondere i segni, nel video choc che ci porta a riflettere. A 40 anni la cantante forte della sua maturità personale e artistica si può permettere di aiutare le altre donne a capire quando è il momento di dire basta. E a volte una canzone può fare più di tanti discorsi. Il video è girato da Emanuel Lo, regista, coreografo, scrittore, compagno di Giorgia e padre di suo figlio Samuel. Non mi ami è tratto dall'album Senza paura, anche questo un monito importante per tutte le donne

martedì 25 marzo 2014

Sulla bellezza dell’agire per il bene. Spunti per un’etica della verticalità


Sulla bellezza dell’agire per il bene. Spunti per un’etica della verticalità
 

Stefano Cardini

Ágnes Heller, nelle sue lettere sull’estetica morale, evidenzia come la bellezza della moralità, intesa come bellezza di una determinata azione, non risieda tanto, o soltanto, nel riconoscimento della bontà di un particolare atto, ma nel fatto che tale atto «è meritevole di lode per la sua bontà e, in più, anche per il modo con il quale (…) è compiuto» (corsivo nostro). La bellezza, di conseguenza, pur non costituendo condizione sufficiente alla moralità dell’azione, sembrerebbe così a essa in un certo qual modo necessaria. All’accrescimento del valore morale di un’azione, inoltre, contribuirebbe un altro tratto eminentemente estetico, intendendo il termine in senso lato: la sua visibilità, il suo carattere almeno in linea di principio pubblico; sempre che – naturalmente – il suo volto non venga sfigurato dal compiacimento, dall’ostentazione o dall’aperta e orgogliosa rivendicazione, che implica sempre un certo qual risentimento, più o meno consapevole, diretto a persone o circostanze vissute. Il profilo estetico di un’azione, infatti, è rinvenibile là dove l’atto «suscita nell’osservatore non solo apprezzamento, ma anche piacere, tratto che consente di valutare chi lo ha compiuto «non solo come persona buona, ma anche come anima bella». L’azione acquista o accresce il suo valore morale, quindi, se il gesto in cui s’incarna ha un volto visibile, riconoscibile e condivisibile secondo un certo tipo morale. In ciò consistono la bellezza necessaria della moralità e la moralità possibile della bellezza. In forza di questo rapporto, sebbene la moralità si fondi in un certo senso sulla bellezza, non vale il contrario. Nella bellezza, tuttavia, si racchiude sempre quantomeno una promessa, una nostalgia o una eco della moralità. Così come in essa si può sempre celare il possibile inganno o disinganno, che degradano (mito di Pandora, Mr. Wickham di Orgoglio e pregiudizio).

Da un maestro della verticalità, materiale e spirituale, come l’alpinista Walter Bonatti, recentemente scomparso, si può ricavare una bella immagine per questa sottile ma importante questione. Fu celebre, banché tacciata di passatismo, la battaglia di questo eccezionale scalatore, negli anni Cinquanta, contro l’impiego dei chiodi a espansione in parete, i cosiddetti spit, in grado di fare presa su qualunque rilievo, indipendentemente dal profilo naturale della roccia, ovvero dalle visibili possibilità di risalita che essa offre allo sguardo e all’immaginazione audace dell’alpinista. Qualunque via, con gli spit, diviene apribile. E viene meno la distinguibilità tra una via bella e una brutta o peggio banale. Ognuna, infatti, diviene equivalente a ogni altra, se intesa meramente come atta a conquistare la vetta. Vale la pena di leggere le sue parole, corsivi nostri. «Fare uso di quel chiodo, il cui impiego richiede la preliminare perforazione della roccia – il che è molto indicativo! – vuol dire avvalersi di uno strumento tecnico che, a differenza del chiodo normale, annulla l’impossibile. Quindi annulla l’avventura. Vuol dire passare con certezza, anche laddove non si sarebbe capaci. Vuol dire barare al gioco che spontaneamente ci si è scelti. Così facendo non si vincerà più l’impossibile, lo si eliminerà. Si distruggeranno le motivazioni ad affrontarlo e con esso a misurarsi. Non serviranno più l’introspezione, né la capacità di giudizio. (…) Con il chiodo a espansione (…) l’ignoto svanisce, l’intelligente ricerca di una via logica viene scavalcata, si perde il senso critico della difficoltà. Infine, non validi diventano i termini di paragone e di riferimento. Ne risulta un’arrampicata degenerata e sterile, poco più che un gesto atletico. Come tale magari è notevole e senz’altro conveniente quale facile mezzo per arrivare al successo. Un successo, però (…), ottenuto mediante la mistificazione, quindi con l’inganno di se stessi e della buona fede di chi ci segue, ci valuta e non sa» (Walter Bonatti, Montagne di una vita, Baldini Castoldi Dalai editore). L’impossibile va vinto, perché mantenga un senso, non va distrutto.

Sono a mio parere attinenti alcuni passi di Simone Weil, da L’ombra e la grazia (Bompiani), corsivi nostri. «Il desiderio racchiude in sé qualcosa dell’assoluto e se fallisce (una volta esaurita l’energia) l’assoluto si trasferisce su l’ostacolo. Stato d’animo dei vinti, degli oppressi. Afferrare (in ogni cosa) che c’è un limite e che non sarà possibile oltrepassarlo senza aiuto soprannaturale (o, altrimenti, di pochissimo) e pagandolo successivamente con un abbassamento terribile». Ma c’è un altro passo molto importante di Simone Weil evocato dalle parole di Bonatti, laddove ricorda il senso, decisivo nella vita non meno che nell’alpinismo, dell’avventura. Da La prima radice (Se): «Il rischio è un bisogno essenziale dell’anima. L’assenza di rischio suscita una specie di noia che paralizza in modo diverso da quanto faccia la paura, ma quasi altrettanto. E poi ci sono situazioni che, implicando un’angoscia diffusa senza rischio preciso, trasmettono contemporaneamente l’una e l’altra malattia. Il rischio è un pericolo che provoca una reazione riflessa; cioè non sorpassa le reazioni dell’anima al punto di schiacciarla sotto il peso della paura. In certi casi contiene una parte di gioco; in altri, quando un obbligo preciso costringe un uomo ad affrontarlo, è lo stimolo più alto che esista. La protezione degli uomini contro la paura e il terrore non implica la soppressione del rischio; implica invece la presenza permanente di una certa quantità di rischio in tutti gli aspetti della vita sociale; perché l’assenza di rischio indebolisce il coraggio al punto da lasciar l’anima, in caso di bisogno, senza la benché minima protezione interiore contro la paura. È necessario soltanto che il rischio si presenti in condizioni tali da non trasformarsi in un sentimento di fatalità». Ovvero d’irresponsabilità dinanzi agli esiti della scelta. Totale o scarsa consapevolezza. Cattiva coscienza.

La moralità, e la bellezza che le è propria, quindi, non sono meramente questioni di buone proporzioni, equilibrio, pesi e contrappesi. Essa contempla i propri tipi ideali, i propri caratteri: stili differenti con cui perviene a manifestazione. Riprendiamo Ágnes Heller. Per la filosofa ungherese l’armonia fra le parti dell’anima non è concepita come semplice capacità di autodisciplina razionale nel controllo degli istinti e delle passioni, capace, subordinandoli, di convertire il “disordine” in “ordine”, bensì come un accordo fra tutte le parti in virtù del quale ciascuna continua a svolgere il proprio ruolo contribuendo alla costituzione di tale armonia. «Certi caratteri – rileva la Heller – possono essere amabili anche se la loro vita emozionale non è bilanciata». In questo caso noi li amiamo per la loro aspirazione «all’assoluto, all’incondizionato, a qualcosa che è infinito», li amiamo «perché la loro bontà è sublime». Il senso del limite, delle possibilità razionali in gioco in vista dell’azione buona, qui può e dunque deve congiungersi con il senso dell’illimitato, come orizzonte imponderabile in cui, in definitiva, nella misura in cui nulla è garantito, tutto è possibile. L’azione buona (e dunque bella) non può reggersi meramente sul rispetto rigido della norma, perché ogni norma intende una generalità che deve prescindere dal reale contesto d’applicazione. Ma è in un tale contesto che si gioca il dissidio tra i valori. E ogni valore, quand’anche fosse in sé, può variamente confliggere con un altro, nel teatro effettivo dell’azione. È possibile, quindi, una bellezza morale retta su un felice disequilibrio il quale, proprio per questo, può dare nuovi frutti e persino nuovi tipi o varianti di tipi morali visibili, riconoscibili, condivisibili. È di nuovo Bonatti a offrirci immagini della dialettica che stringe, nel dilemma e talvolta nel dramma etico, reale, o probabile, possibile, imponderabile. «È l’ignoto di ciò che ci sta davanti a noi che spesso ci fa mollare, ci fa fallire ancor prima di trovarci in una reale impossibilità di agire. Noi alpinisti conosciamo bene questo genere di difficoltà. Sappiamo benissimo che chi non abbia assimilato la montagna in tutte le sue manifestazioni, in tutto il suo carattere, si può trovare di fronte alla probabilità di non riuscire a passare in certi luoghi, e spesso desiste ancor prima di trovarsi il passo realmente sbarrato. Questo succede se non si è dunque più che forti interiormente e consapevoli dei propri mezzi». E più oltre: «Però esiste l’imponderabile. Ma dove non esiste l’imponderabile? Allora, se tu davvero vuoi un qualche cosa in cui credi veramente, non puoi certo rinunciarvi per paura dell’imponderabile» (Walter Bonatti, Una vita così, Dalai editore). Bellezza e moralità dell’agire, quindi, nel gioco tra limite e illimite, reale e ideale, plausibile e imponderabile, credenza razionale, fiducioso confidare nel futuro o nel soprannaturale, si situano prima del sentimento irresponsabile – e, più o meno nascostamente, colpevole – di fatalità, ma oltre il rigido, volontaristico e intellettule rispetto della norma generale accettata sulla base delle credenze acquisite e delle aspettative di ricompensa su di esse basate, a partire dalla rassicurante e consolatoria gratificazione che deriva dal mero sentimento di aver assolto agli impegni assunti. Superficialità contro profondità. Inconsapevolezza contro consapevolezza. Doveri verso gli altri contro doveri verso sé. È lo spazio da nulla garantito della possibile fioritura personale. Ma anche della possibile e peggiore degradazione, dell’abbassamento di sé. Pesantezza contro luce, nobiltà contro bassezza, amore contro odio, rabbia, risentimento, brama di vendetta e infine, di nuovo, paura. (Weil). Di qui rattrappimento, angustia, aridità, meschinità, invidia, tendenza al chiacchiericcio malevolo, coltivato con falso senso di giustizia, o all’impulso improvviso – anche gratuito – alla maldicenza svalutante, noncurante e vile. E ancora: tormentata o smodata ambizione di potere o status, sfrontatezza, ipocrisia, vuoto e gesticolante amore per il giusto e il vero, privo quindi delle luci improvvise e benevole che tradiscono mitezza d’animo verso le proprie e altrui debolezze, lealtà nella contesa, magnanimità nella vittoria, umiltà nella sconfitta, onestà e serietà: responsabilità. «Tragedia di coloro che essendosi inoltrati per amor del bene in una via dove c’è da soffrire, giungono dopo un certo tempo ai propri confini: e si degradano» (L’ombra e la grazia, cit.).

 

lunedì 24 marzo 2014

Le strade in bacheca: a Palermo debuttano le "social street"


Le strade in bacheca: a Palermo debuttano le "social street" ( da repubblica.it/Palermo)

Presentati i ventuno gruppi che attraverso la rete permetteranno di condividere attività e iniziative collettive nei quartieri di Palermo

di GIUSEPPINA AVOLA e MICHELA MISURACA

24 marzo 2014

I social network sono stati a lungo sinonimo di luoghi virtuali dedicati al tempo libero e allo svago. Su Facebook, per esempio, viaggiano i video o le foto delle vacanze che vogliamo condividere con gli amici della Rete. Eppure, in tempi di crisi, i social possono diventare risorsa ed essere utilizzati come strumento di aggregazione e di solidarietà oltre il web. È proprio in Rete che nascono le esperienze italiane di Social Street e Palermo non rimane indietro. Adesso debutta Social Street Palermo, un progetto di partecipazione dal basso che consente di conoscere attraverso i social network persone con le quali condividere attività quotidiane.

A lanciare l'idea è stata l'agenzia pubblicitaria Altraforma, che ha realizzato oltre a un sito web, anche dei gruppi su Facebook, nei quali chi vuole può iscriversi in base a un'appartenenza territoriale o culturale. Esiste il gruppo dei residenti in via Libertà o a Ballarò, il gruppo degli abitanti di Mondello e quello della Cittadella universitaria.

"L'idea - spiega Rosa Tinnirello, una dei fondatori di Social Street Palermo - è nata in seguito all'esperienza inaugurata dal giornalista Federico Bastiani in via Fondazza a Bologna. Possiamo definire il progetto un movimento d'opinione. La condivisione ormai è una parola chiave della società di oggi, basta pensare a fenomeni come il car-sharing e il co-working. La si può pensare come una sorta di economia dello scambio, unica arma per difenderci e superare la crisi economica". "Abbiamo selezionato dai vari gruppi le persone che hanno mostrato più interesse - afferma Angelo Zito, direttore del progetto - per creare una rete di coordinatori, così potranno partire le attività condivise: spontanee ma non caotiche e lasciate al caso".

Attività volte a valorizzare il "bello pubblico", a trascorrere solo del tempo insieme, a darsi una mano in caso di bisogno. "Il fenomeno delle social street - spiega Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei new media dell'Università di Urbino - riemerge dal bisogno di organizzarsi in maniera comunitaria e al di là di forme di volontariato sociale. La Rete per la prima volta mette in connessione concreta persone che vivono nello stesso territorio, che possono aiutarsi in maniera non più generica ma localizzata. E questo è agevolato, per esempio, dalla presenza di Facebook sui cellulari, grazie i quali si può essere presenti attraverso il web nei luoghi in cui si vive: si crea così maggiore solidarietà tra territorio digitale e territori reali".

Sabato i gruppi sono stati presentati alla Real Fonderia: quelli attivi sono Sciuti-Restivo, Partanna Mondello, Mondello Valdesi, Centro storico  -  Capo, Centro storico- Teatro Massimo, Ballarò, Vucciria, Zisa-Via Lascaris, Malaspina-Lolli, Uditore, Cruillas, Fiera, Noce, Politeama, Cittadella universitaria, Calatafimi, Borgo Nuovo, Policlinico, Bonagia, Montepellegrino, Laurana. Ciascun capogruppo ha presentato la lista delle iniziative da proporre agli aderenti. Il numero dei partecipanti aumenta quotidianamente attraverso le adesioni ai gruppi creati su Facebook oppure attraverso il sito www.socialstreetpalermo.it. Tra le proposte attività ludiche per i bambini, gruppi di lettura per gli anziani, e per i pollici verdi il mantenimento di aiuole e giardinetti e la costituzione dell'orticello di condominio. Diverse le associazioni coinvolte nel progetto: Centro Tau, Coworking Re Federico, Fare strada Palermo, Parco Turrisi, Ali cooperativa, Parco Luparello e la Piazzetta Mediterraneo. Ai sociologi Fabio Lo Verde e Gianna Cappello il compito di monitorare i risultati del progetto e valutarli dal punto di vista scientifico.

E così per far studiare un figlio indisciplinato, si potrà chiedere aiuto all'insegnante che abita nel palazzo di fronte o si potrà decidere di trasformare il giardinetto spoglio sotto casa in un orto condiviso. E forse vedremo di nuovo i bambini di uno stesso palazzo mentre cercano di recuperare il Super Santos incastrato sotto la marmitta di una macchina. Un ritorno al passato mediato dalla Rete.


 

domenica 23 marzo 2014

"In Italia nessuna verità sulle stragi"




Latina, in 100mila al corteo di Libera contro le mafie. Don Ciotti: "In Italia nessuna verità sulle stragi"

La 19esima edizione della Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime innocenti della criminalità organizzata. Manifestazione in mattinata nel capoluogo pontino con Don Ciotti, il presidente del Senato Grasso e il procuratore Caselli. Il ministro Orlando: "A breve provvedimenti"
di VALERIA FORGNONE e MANUEL MASSIMO
In 100mila in marcia contro le mafie. Latina si è riempita di giovani studenti, anziani, famiglie e bambini per la XIX edizione della Giornata dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie organizzata da Libera e Avviso pubblico. Nel capoluogo pontino sono arrivate anche le biciclette della 'Transumanza per la legalità', e poi tanti cittadini che hanno preso parte alla grande manifestazione per stringersi intorno ai familiari delle vittime innocenti della criminalità organizzata, tutti uniti dal comune sentimento di giustizia e di legalità.

"Siamo venuti qui per affetto, stima e riconoscenza per questo territorio, qui ci sono belle persone e belle risorse - ha detto don Ciotti in testa al corteo - Siamo venuti per cercare verità per don Cesare Boschin e tanti altri e per non dimenticare che le organizzazioni mafiose attraversano tutto il territorio e anche l'Agro Pontino. Ho trovato migliaia di ragazzi, qui c'è un'Italia intera che si è data appuntamento", ricordando che ieri "il Papa è stato chiaro: 'Piangete e convertitevi, in ginocchio chiedo di cambiare vita'". "Le nostre antenne di cittadini ed associazioni - continua don Ciotti - ci dicono che qui le mafie non sono infiltrate, sono presenti. Fanno i loro affari nel settore dell'economia e della finanza. Se fosse solo un problema di criminalità basterebbero le forze dell'ordine ma è anche un problema di case, di povertà e di politiche sociali". Sul caso rifiuti e sulle dichiarazioni del pentito Schiavone, don Ciotti ha ricordato: "Si sapeva da vent'anni, mi sono stupito di chi si è stupito. Boschin vedeva tutto questo dalla sua finestra e sulla sua morte non sappiamo ancora la verità. Non c'è strage in Italia di cui si conosca la verità".

giovedì 20 marzo 2014

E se si dimettesse davvero?

E se si dimettesse davvero?


Equitalia, dal 2000 a oggi riscossi 60 miliardi su 894. (EQUITALIA UN CANCRO ITALIANO)


Equitalia, dal 2000 a oggi riscossi 60 miliardi su 894.

Un Carrozzone inutile e iniquo guidato da un democristiano del Sud: il bagherese Benedetto Mineo, l’uomo che vuole cambiare, camaleontescamente, la percezione di questo Istituto dandogli un “volto umano” e caritatevole ( insomma un vero democristiano di quelli che predicano bene e …)

Il numero uno Mineo in audizione al Senato spiega che si possono recuperare altri 60 miliardi. La difesa: è colpa degli enti, Equitalia è entrata in gioco nel 2006 e "garantisce una media annua di riscossione di 8 miliardi" mentre i precedenti concessionari privati ne garantivano "2,9 miliardi" e intanto noi paghiamo le spese di questo colosso iniquo e dei suoi sontuosi e assurdi uffici. UN CANCRO DA ESTIRPARE ALLA RADICE. Mineo, il boss, fa l’occhiolino al Governo Renzi e cerca di sfruttare la debolezza dell’impianto economico istituzionale per garantirsi un avvenire. Ma chi è Benedetto Mineo, Benni per gli amici di cordata, l’uomo del Sud che “auspica” un EQUITALIA di garanzia ( un gendarme con la pistola puntata alla tempia degli italiani che lavorano, perché per gli altri, con suo grande rammarico (si dice così?), NON PUO’ FAR NIENTE PER RISCUOTERE, NON PUO’ MANDARE AI MAFIOSI e alle loro IMPRESE CARTELLE ESATTORIALI ….. quelli pagano con altra moneta!)

La sua storia in pillole la ritroviamo su Repubblica e ve la presentiamo.

Benedetto Mineo, Benni per gli amici, 52 anni, appassionato di pallacanestro ed il cui padre Giovanni fu negli anni '70 uno dei maggiorenti della Democrazia Cristiana bagherese, dopo una breve apparizione in politica (a cavallo degli anni '90  fu consigliere comunale anche lui per la Democrazia cristiana), ha percorso tutto il cursus honorum all'interno della Regione siciliana.

Vicecapo di gabinetto di Totò Cuffaro, dirigente generale del Dipartimento finanze e credito dell' Asessorato alle finanze con Cintola e Lo Porto, non riconfermato da Raffaele Lombardo che lo emarginò, ebbe l'occasione buona quando Attilio Befera, “uno dei tanti esperti italiani del riciclaggio di politici trombati”, presidente di Equitalia gli offri di lavorare con lui.

 ( Attilio Befera)
Per un certo periodo fu a Napoli dove si occupò della liquidazione di una miriade di agenzie di riscossione, quindi il grande salto nel ruolo di amministratore delegato di Equitalia, che essendo l'Agenzia di riscossione di tasse e imposte, non si era guadagnata una bella immagine, in un momento economico come quello che attraversiamo.

Le sue presenze a Bagheria si sono sempre più diradate da quando nel 2005 si trasferì a Palermo; a Bagheria torna ormai solo per stare assieme ai suoi familiari.

“NON SERVE UMANITA’ NELLE ISTITUZIONI SBAGLIATE. SERVE IL CORAGGIO DI CAMBIARE RADICALMENTE, DI FARE LA LOTTA AI CAPITALI MAFIOSI E A QUELLI CHE DORMONO NEI PARADISI FISCALI, AL SOMMERSO e AL MERCATO NERO, non alla gente che ogni giorno si trova il problema di dover sbarcare il lunario in una situazione di grave crisi e non può sfuggire al FISCO VAMPIRO”.

Redazione Secem