martedì 30 aprile 2013

Zero Zero Zero - Roberto Saviano

Zero Zero Zero il libro di Roberto Saviano scritto con la forza e la dolcezza della passione per le persone e le anime che vivono alla periferia del comune senso dell’esistenza

Le storie di "Zero Zero Zero" raccontano della cocaina e di chi la controlla: uomini privi della grandezza del male. A Roberto sembra che tutti vedano una realtà fasulla. "Forse sono diventato paranoico", dice. Il proibizionismo proclama la guerra allo spaccio e consegna ricchezze alle cosche in tutto il pianeta
Era molto atteso questo libro. Atteso al varco: e però è un bel libro. Ribollente di storie di umani e di altri animali, che meritano di essere raccontate perché non sono ordinarie. E non è ordinaria la passione del raccontatore. Saviano scova le storie dovunque si annidino, in rete, sui giornali, nelle testimonianze delle persone che incontra, nei documenti di indagini e processi cui ha a volte un accesso privilegiato. Sa riconoscerne e promuoverne la meraviglia - attitudine che gli schizzinosi chiamano mitomania.
Una questione corre attraverso le pagine: c'è una grandezza nei suoi criminali? C'è un rischio di nobilitazione epica nel racconto delle loro gesta colossali? Non avviene di ravvivare con loro il mito del Grande Delinquente che ispirò tanta letteratura scorsa, specialmente nella figura degli assassini di donne, di cui finalmente si constata la misura infima? Mi pare di no: nel racconto di Saviano l'enormità dell'impresa criminale - i mucchi di morti ammazzati, le montagne di soldi - va assieme alla piccineria dei suoi attori. La loro riuscita (provvisoria: muoiono presto ammazzati a loro volta o vanno in galera) è l'effetto dell'impotenza deliberata o pigra delle autorità pubbliche; e anche di un retaggio arcaico di regole - le regole di paese, della terra e del sangue, dell'Aspromonte o delle Ande - che si rivela efficace anche nell'estrema contemporaneità. Omerici tutti, ma di quella crassa e ottusa ferocia che è di Omero almeno quanto il valore e l'astuzia. Non c'è soggezione in Saviano per questi campioni. Tuttavia anche il loro scadente successo ha le sue eccezioni, anche nelle loro file si annidano paradosso e bravura.
( da repubblica.it  - Adriano Sofri)

lunedì 29 aprile 2013

Sdrammatizziamo?

Il Paese sta attraversando uno dei periodi più bui della sua giovane Democrazia Costituzionale. La Casta partitocratica ha pepetuato se stessa dando al Paese un governo che ricompone la DEMOCRAZIA CRISTIANA rivisitata e peggiorata, ora non resta altro che nominare il cavaliere senatore a vita o, in alternativa serial killeriana, fare dimettere il vecchio e stanco Napolitano e nominare per editto e non per votazione la Repubblica Presidenziale Italiana (di Forza Italia) con capo dello stato Berlusconi. La sinistra diessina è morta nell'abbraccio mortale con la componente democristiana andreottiana e "dei furbetti del quartierino". Ora Gasparri potrà sicuramente essere nominato gran cavaliere con merito, per la sua ignoranza abbissale, e la Gelmini ministro delle dispari opportunità, mentre la Garfagna, beh con la Minetti a capo del cerimoniale del Presidente. Sul Corriere della Sera Giannelli ha apposto la sua solita ironica vignetta, ci sembra rispecchi quello che sta succedendo. Allora? Allora cosa? Sdrammatizziamo? Boh?
 
Secem ironia
 

sabato 27 aprile 2013

Siamo come grandi querce con le radici che affondano nella sabbia


Le grandi nazioni politiche dei Partiti della "Casta parlamentare italiana" hanno finalmente portato il sereno dentro il caos delle istituzioni e, forzando la mano alla costituzione italiana, hanno rinominato un presidente "scaduto" e ricomposto il quadro garantistico privato di una Democrazia autistica uscita con le ossa rotte da un turno elettorale che ha espresso una profonda sfiducia in questo sitema. Come è accaduto per i referendum sgraditi ai "Partiti" anche stavolta è stata fatta fuori l'istanza di cambiamento che viene dal Popolo e si è data un'imbiancata alla facciata sporca e corrotta che ha prodotto la CASTA POLITICA ITALIANA; una vera e propria oligarchia dittatoriale che tutto macina e tramuta per nutrirsi della vita dei contribuenti, delle piccole e medie imprese, del tessuto sano dell'Italia. Al grido fuori " Grillo" il nipote di Enrico, il consigliori del Cavaliere, sta mettendo in scena un governo di salvezza nazionale o, piuttosto, un governo di salvaguardia degli interessi della CASTA e in prima fila di Berlusconi ( il giaguaro da smacchiare che oggi detta le sue condizioni a Letta e Alfano per trascinare ancora avanti la malandata barca italiana). Grave che tutto questo avvenga con la complicità del Presidente Napolitano, uomo di garanzia dei partiti e non degli italiani. Staremo a vedere ora le RIFORME e le CONTRORIFORME. Intanto siamo come grandi querce che affondano le radici nella sabbia, speriamo che il prossimo maltempo non ci spazzi via.

Ugo Arioti

giovedì 25 aprile 2013

Il principio di responsabilità

Il principio di responsabilità
 

 Il clima sta diventando un po’ meno comodo, diciamo la verità. Quindi, ci produce problemi come inondazioni, cicloni e altre cose diverse da quelle che ci aspettiamo.

di Andrea Ermano 

Le parole di cui sopra non sono una metafora politica, ma il commento (qui citato a memoria) che qualche giorno fa un ricercatore ha rilasciato a RaiNews24 in occasione della “Giornata mondiale della Terra”. Ecco il dato più rilevante della settimana. Stiamo prendendo coscienza del fatto che dietro alla crisi morale e sociale e finanziaria, si delinea la crisi vera: quella del nostro modello di civiltà. Di cui il surriscaldamento è un effetto.
    Intanto, nel cielo della Città Eterna parole sibilanti come fuochi d'artificio – “Tradimento!”, “Situazione eccezionale!”, “Sindrome di Weimar!” – hanno rigato di sinistri bagliori un’indescrivibile finale notturno della Grande Esaustione Tattica, esaustione lunga vent’anni e chiamata “Seconda Repubblica”.
    Adesso siamo qui, un po’ allocchiti. E dietro la fine del bipolarismo all’italiana già intuiamo che la Grande Esaustione Tattica è, come dire, più grande: investe l’intera Unione, ben oltre la stupidità con cui è stata gestita l’impresa monetaria comune.
    Ho sentito da poco il filosofo Peter Sloterdijk pronosticare pessimista un futuro aumento in Europa delle conflittualità tra la “periferia meridionale” e il “centro franco-tedesco”. Pareva eccessivo. Invece, nel giro di pochi giorni, il suo pessimismo è stato corretto al ribasso. Anche il centro carolingio sembra entrato in oscillazione.
    Il Louvre, per dire, ospita De l'Allemagne – un’esposizione dedicata a “riflettere intorno ai grandi temi strutturanti il pensiero tedesco”. Poiché l’epoca prescelta è quella che va dalla Restaurazione anti-napoleonica all’aggressione bellica hitleriana, si tratta ovviamente di una riflessione severa. E così, i giornali dell’altra parte del Reno, da Berlino a Francoforte, insorgono contro la rinascita di “umori antitedeschi” a Parigi. La Germania si ribella nel vedere ridotta la sua vicenda a “un sentiero solitario verso la catastrofe”.
    L’Europa torna alle sue vecchie nevrosi? I francesi temono nuovamente la Prussia guerrafondaia e i tedeschi l’indolenza solo apparente della Gran Madre Russia? Ma non si erano già consumati due secoli, sanguinosissimi, di storia contemporanea su questo asse di fobie nazionali?
    Altro esempio. Da Hildesheim l’editore Olms pubblica un libro dal titolo: 2112 – Die Welt in hundert Jahren. È tutto dedicato a come potrebbe essere il mondo tra un secolo. Il volume, curato da un giornalista culturale austriaco, ospita una ventina di saggi che prefigurano i prossimi cento anni in rapporto ai temi più vari e disparati, incluso lo stato dell’UE.
    Sul dépliant si legge: “Dopo la Secessione in Italia nacque l’Unione Mitteleuropea. Intorno al territorio che era stato un tempo quello dell’Impero asburgico, venne a formarsi durante il XXI secolo uno stato federale, da Firenze a Kiel, da Ginevra a Budapest e da Amsterdam fino a Varsavia”. 
    Sembra la macro-regione del dio Po, in stile pangermanista. Dopodiché il pendolo geo-politico della storia universale potrebbe anche allontanarsi dalla pesca del merluzzo nei fiordi verso una nuova centralità mediterranea. E comunque: perché stupirsi se dal Louvre partono le prime salve?
Mi viene in mente l’incontro a Sant’Anna di Stazzema tra Napolitano e il presidente della Repubblica federale, Gauck; incontro promosso da Enrico Pieri, presidente dell’Associazione Martiri di Sant’Anna: "Mi fa molto piacere è un momento particolare per l’Europa ed è bene che vengano a rendere omaggio ai martiri di Sant’Anna” – ha detto Pieri dopo la cerimonia con i due capi di Stato.
    “All’epoca dei fatti avevo dieci anni e nella strage persi entrambi i genitori. Verso la Germania avevo molto rancore. Quando De Gasperi nel dopoguerra ci spedì a ‘imparare le lingue’ non mi volevo avvicinare a quel paese. Ho fatto 32 anni di emigrante in Svizzera negli anni 70 poi si stava formando l’Europa. Come potevo portare rancore ad un paese che ne faceva parte? Allora ho mandato mio figlio a scuola di tedesco”.
    Chissà che cosa direbbe il figlio di Enrico Pieri se leggesse in tedesco il menzionato passo sulla “Unione Mitteleuropea da Firenze a Kiel”?
    “Io ho 80 anni”, – spiega il sopravvissuto di Sant’Anna. – “È passato quasi un secolo da quel maledetto 12 agosto. Ora sono e mi sento cittadino europeo. Vedo male il futuro dell’Italia. E il futuro dell’Europa non lo vedo troppo. Però non voglio essere pessimista. Anche stamani ai ragazzi che sono venuti in visita al museo ho detto: voi mi dovete dare una mano. Dovete impegnarvi per il futuro. Dovete costruire l’Europa”. Pieri ha ragione.
    Dobbiamo costruire l’Europa
    Ma per farlo, bisogna dare un senso a questa storia. Che non può essere la Germania nella parte di Biancaneve, mentre Firenze, Kiel, Vienna, Varsavia, Amsterdam e Ginevra si acconciano nei panni dei sette nani. Pensare l’Europa senza pensare all’intera umanità, significa predisporre “ancora una volta per la prima volta” l’autodistruzione bellica dell’intero continente.
    Di più, se il nostro continente non si pone il problema di dare una spinta generosa, molto più generosa, alla costruzione di una Governance pacifica ed equa della globalizzazione, è del tutto evidente che il clima diverrà meno, molto meno, comodo per tutti, ovunque.
    Questa – ripetiamolo – non è una metafora.
    Come dice Al Gore, l’ex vicepresidente Usa e premio Nobel per la Pace, noi non possiamo affrontare il surriscaldamento climatico senza agire “come genere umano”, per quanto questo possa apparirci una stravagante utopia.
    Ecco allora il senso della tensione ideale. La percezione della sfida cosmopolitica getta luce anche sui problemi dell’Italia. Perché l’essenza ultima del Politico è anzitutto l’arte della misura, che si manifesta come capacità di guardandosi dal “Troppo” come dal “Troppo poco”. Lo diceva già Platone.
    Se l’eccesso ideologico è la peste, anche l’assenza totale di tensione è peste ideologica. Inversamente, l’idea di “dare un senso a questa storia” non era sbagliata. Tutt’altro. Ma un Ulisse troppo buono può non preservare dei marinai troppo “senza bandiera” dal loro plateale naufragio politico collettivo.
    In ultima istanza, la serietà politica è riassunta bene nelle parole a doppio taglio di Pier Luigi Bersani dopo la sconfitta: “Se ci sono degli irresponsabili, la responsabilità è del responsabile”.

lunedì 22 aprile 2013

La farsa napoletana!


La farsa napoletana!
 

“E' dal governo d'Alema che il PD-L è diventato il partito delle banche” urla un manifestante davanti alla sede del fu partito democratico a botteghe oscure, anzi cupe e tragiche altro che semplicemente oscure. Hanno ingannato tutto il Popolo italiano e lo hanno portato a un passo da una nuova dittatura, più subdola e strisciante, quasi invisibile: quella delle Banche e della Finanza speculativa parassita della Finanza reale. L’economia “reale” è quella delle imprese vere e vive che ogni giorno alzano la saracinesca per produrre beni e servizi, imprese medio piccole, familiari che non hanno più ossigeno perché strangolate dalle Banche come MPS e Mediolanum, Medio Credito e UNICREDIT e dagli usurai che sono tornati in auge con interessi da capogiro. Ma, mentre il Paese, quello della Gente che lavora per vivere e cerca di fare studiare i suoi figli, va in malora, la “Casta politica italiana vecchia e becera” manda in scena la più agghiacciante delle tragedie elettorali, mandando a puttane la Democrazia e la Costituzione italiana e bloccando di fatto il Parlamento. Tutto per mandare in scena la farsa del non accordo che invece era nei fatti già prima delle elezioni. Il bis Napolitano era il piano “B”, anzi “B&B”, che non sta per secondo piano di emergenza, ma per piano Bersani-Berlusconi. La farsa dell’inseguimento del Movimento 5 stelle, come se dipendesse da chi non ha mai avuto responsabilità di Governo aiutare questi vecchi cenci a rimettersi in piedi. Bene ha fatto il Movimento a rifiutare qualsiasi inciucio. Ma la proposta era in campo e la conosceva bene anche il vecchio Presidente dimissionario per finta! Fare un governo di alto profilo con personalità importanti e di sicura fede democratica, insomma un Governo per gli Italiani e non per la Merkel. Ma lo scoglio era il PD-L, era Bersani che aveva sottobanco già in tasca da prima delle elezioni l’accordo con il Cavaliere. Quindi la farsa degli incontri e poi il gran finale con la nomina di Marini, un vecchio imbroglione democristiano pronto a fare da spalla alle 2 B. La proposta dei grillini era sempre in campo: Rodotà! Un uomo della sinistra, del popolo, non un inciuci sta. Insomma uno che poteva mettere le due B in serio imbarazzo! Ergo, si rimette in pista Napolitano, garante di Berlusconi e si rimette in scena l’Italia delle Banche; sorride Monti sornione, che era uscito dalla porta e ora rientra dalla finestra. Vince Berlusca che potrà mantenere tutte le sue puttane a servizio e rifiatano speculatori e corrotti, mentre non sappiamo se riusciremo a passare ancora così un altro anno. AUGURI E TENETE DURO!

Zaratustra Siculo

domenica 21 aprile 2013

L’Addio


L’Addio


L’ultima volta che Luigi vide sua moglie, prima di aprire la porta di casa, uscire, e non fare più ritorno, parlarono. Poche parole concentrate, il premio per una fedeltà inutile per un sogno vissuto dentro una bugia. L’aria era tesa e il tono della voce di Luigi sempre più duro e melanconico. Lei, la grande donna, non avrebbe mai voluto farlo quell’ultimo round. Magari poteva ancora pensare di avere qualche ascendente su di lui. Così, invece, sciupava tutto il suo vantaggio. Lo aveva accumulato in tanti anni di menzogne e di compromessi di bassa lega. Ora era la Signora e lui non aveva più alcun motivo di stare accanto a lei. La cosa le dava tanto fastidio che per quasi quattro anni era andata ogni settimana dalla psicoterapeuta per “giustificare se stessa e farsene una ragione”. Soldi sprecati! Ora era davanti a lui, in vestaglia da camera e fissava quella piccola valigia dove Luigi aveva riposto quattro libri due pantaloni e due camicie, pedalini e mutande, il resto degli abiti lo portava addosso. Prese dalla tasca un foglietto e lo diede a lei.
- Ecco le mie dimissioni irrevocabili!- la ammonì.
- Tutto qua?- rispose lei un po’ adirata.
-Cosa vuoi che ti scriva tutta la mia vita e ti argomenti i passaggi più importanti o vuoi solo un resoconto delle mie principali attività? Magari quelle svolte con passione e diletto?-
- Perché te ne vai? Puoi sempre restare in casa. Io dormo … - abbozzò la donna.
- Per liberare te dai tuoi demoni!- sarcastico.
- E il biglietto?-
-Per raccontarti la mia storia!-
- La tua Storia?-
-Si. Le pagine della mia vita che ormai non ha più senso! Gli anni passati appresso a un amore distruttivo, gli anni passati dietro un sogno che tu non volevi realizzabile. E, però, ti ha fatto comodo. Sei diventata una “Signora”. Eccoli gli stracci. Sono tutti la, in una piccola cartella personale delle cose inutili che lasciano una cicatrice nell’animo. Sono stato un ingenuo a credere in te. E non so ancora perché … perché ho vissuto accanto a te, alle tue menzogne ai tuoi “non si dice”?-
- Perché ti ho regalato il mio sesso, ecco perché!-
- Ne sei proprio sicura? Non hai nemmeno fantasia.-
- Cos’altro allora ti avrebbe legato a me visto che mi hai sempre disprezzato?-
- Ma come fai a non riuscire mai ad essere sincera? Non vedevi che io costruivo giorno per giorno il nostro spazio e che qua dentro tutte le cose parlano di te, di me, di noi, parlano dell’esperienze, del dolore, della passione, degli errori, delle domande. È la nostra vita e quella di nostro figlio. Anche questo per te è stato un “regalo”, un pacco natalizio, un gentile cadeau per averti fatto diventare una Signora?-
- Io non ti amo, va bene?- esplose allora lei, indignata dal suo tono arrogante e inquisitorio.
- No. Non c’è più innocenza nelle tue parole, non c’è più delicatezza, non c’è più la speranza della bambina che giocava e mi sorrideva contenta, non c’è l’inconsapevolezza del dolore, della menzogna, non c’è più animo puro. Ormai le tue frasi, gli sfoghi, pieni di rabbia, di angoscia, di dolore, di ossessione, sono sporchi, sporchi per il sangue versato, di sesso consumato, di lacrime e di singhiozzi infiniti, di oggetti rotti e di vite buttate. Sono pagine macchiate di sangue che rappresentano le giornate di un cuore infranto senza infamia e senza lode. Tu mi hai rubato il tempo e ne hai fatto un “rifiuto”. Hai buttato via la voglia, la passione, l’amicizia, la gentilezza, la fraternità, la giustizia, per farne che? Per farne che? Rispondi se sei capace, rispondi?- quasi urlava.
- Ecco lo vedi, mi disprezzi, mi umili e io … - lo rimproverò lei. Era sempre disposta a farlo, perché lei era fatta così, non voleva discutere. Era il suo modo per fuggire al confronto.
- E tu?-
- Insomma, è vero, non ti ho mai amato!- concluse infine, comprendendo che non c’erano più margini di manovra.
- E hai vissuto e ci hai fatto vivere dentro la tua menzogna per dieci lunghissimi anni?! Che schifo. Addio.-
Si lasciò dietro il rumore della porta di casa senza dolore, solo sfogo di rabbia. Poi più niente, tranne un pensiero nella sua testa. “ Povero figlio mio.”
Ma non avrebbe mai continuato a vivere nella menzogna. Per lui solo un lungo esilio e poi il vento della Luna nuova che apre il suo cuore alla speranza di un amore che arriverà.

Ugo Arioti

sabato 20 aprile 2013


Assistiamo alla farsa della Finta Democrazia delle Coalizioni partitiche che si auto perpetua difendendo la "CASTA"! Questi politici o pseudo tali vivono fuori dal paese. Sono tanti omini candidi che con la coperta del vecchio Napolitano occupano il POTERE e LE ISTITUZIONI DELLO STATO DEMOCRATICO ITALIANO. Oggi 20 Aprile 2013, con la complicità del Capo dello Stato, i partiti che non sanno fare proposte chiare e che si occupano solo dei loro interessi occupano le istituzioni. Un giorno nero per la Democrazia italiana.
Ugo Arioti

venerdì 19 aprile 2013

«Così mi truffarono» grida al giudice, ma è solo lui a crederci o no?


Il caso La disputa sull'eredità del marchese Gerini

«Così mi truffarono»
Salesiani, Bertone sentito in Vaticano

Per due ore davanti ai pubblici ministeri

ROMA - Oltre due ore di interrogatorio nella sede della Nunziatura Apostolica. Il segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, risponde alle domande dei magistrati romani che indagano sulla presunta estorsione subita dai responsabili dei Salesiani. E ribadisce di essere stato truffato, quando caldeggiò l'accordo extragiudiziale per chiudere la controversia che opponeva i nipoti del marchese Gerini alla Fondazione che porta il suo nome, erede di tutti i beni poi confluiti nella Congregazione salesiana. Conferma anche il nome del prelato che avrebbe preso «mazzette» proprio per coinvolgerlo nella trattativa: si tratta di don Manlio Sodi, presidente della Pontificia Accademia della Teologia.

L'inchiesta sul dissesto finanziario dell'ordine ecclesiastico fondato da San Giovanni Bosco arriva dunque a una fase cruciale. L'audizione si è svolta ieri pomeriggio di fronte al procuratore Giuseppe Pignatone e al sostituto Paola Filippi, entrati nella Santa Sede perché, come prevede il codice di procedura penale quando si tratta di ascoltare la deposizione di un capo di Stato o di un diplomatico, spetta a lui scegliere il luogo dell'incontro. Era stato l'avvocato Michele Gentiloni Silveri con la sua istanza presentata agli inizi di febbraio a far riaprire il fascicolo già finito in archivio. In una memoria di circa venti pagine aveva infatti elencato i risultati degli accertamenti svolti dalla gendarmeria vaticana sulle «manovre» che sarebbero state compiute proprio per far chiudere l'accordo tra le parti. E si era fatto portavoce della richiesta del cardinal Bertone di rilasciare dichiarazioni a verbale.

Dura da 23 anni la disputa sull'eredità del marchese. In realtà nel giugno 2007 viene siglato un patto che sembra aver chiuso la vicenda: la Fondazione riconosce 5 milioni agli eredi di Gerini e 16 milioni a un faccendiere siriano che ha agevolato il negoziato. Il mediatore è Carlo Moisè Silvera che ottiene un ulteriore vantaggio visto che chiede e ottiene una provvigione che dovrà essere fissata quando sarà completato l'inventario dell'intero patrimonio. Viene così nominata una commissione presieduta dall'avvocato Carlo Zanfaglia che stima il valore totale dei beni in 658 milioni di euro e dunque Silvera fissa il suo prezzo a 99 milioni.

La Fondazione rifiuta di pagare e Silvera si rivolge al tribunale di Milano che gli dà ragione ordinando il sequestro dei beni dei Salesiani per un totale di 130 milioni di euro, interessi compresi. A questo punto la Fondazione presenta una denuncia sostenendo di essere stata truffata da Silvera e da altri professionisti che si sono occupati della vicenda, ma la procura di Roma chiede l'archiviazione dell'indagine ritenendo regolare l'accordo.

Bertone decide allora di intervenire personalmente. Si rivolge all'avvocato Gentiloni Silveri - che già cura gli interessi della Fondazione - e invia una lettera ai magistrati nella quale afferma di aver dato «il consenso alla soluzione negoziale, ma ho scoperto soltanto dopo che il valore del patrimonio era stato gonfiato a dismisura per aumentare la somma destinata a Silvera depauperando e umiliando l'attività benefica della Congregazione». I giudici non credono a questa tesi, l'inchiesta viene archiviata.

Due mesi fa, il colpo di scena. Gentiloni porta ai pubblici ministeri la deposizione di don Manlio Sodi che ammette di aver preso soldi da Silvera per farlo incontrare con il cardinal Bertone. Consegna l'esito di alcuni accertamenti bancari effettuati dalla gendarmeria vaticana. Chiede la riapertura del fascicolo e soprattutto sollecita la deposizione di Bertone «oltre che per le necessità istruttorie del caso, anche per sottolineare la doverosa esigenza di fare ogni sforzo per accertare se sia conforme a giustizia o meno che l'enorme somma di cui si tratta debba essere sottratta a scopi benefici della Chiesa cattolica».
Pignatone dispone nuove verifiche e ieri entra in Vaticano per ascoltare la versione del segretario di Stato.
Fiorenza Sarzanini

I mammut estinti organizzano la vita dei giovani elefanti, architetti e società


Ordini professionali, chi rappresenta gli architetti?

di Eleonora Carrano - 16 aprile 2013

Una delle cause dell’attuale debolezza della figura professionale dell’architetto risiede nell’ambiguità e nella crisi della sua rappresentanza. Si stenta a capire come sia possibile, nell’infinita gemmazione di organismi regionali – Cup, Consulte e Federazioni, Cna, Ordini provinciali e Fondazioni private, sigle sindacali, associazioni più o meno libere e organizzate – che le necessità e le emergenze di questa categoria rimangano pressoché inascoltate.

L’inesistenza di una adeguata rappresentanza si spiega con la clamorosa e paradossale contraddizione in termini, che vede il Cna e gli Ordini Provinciali (privi di potere sindacale) dialogare con i governi, ed incidere – con decisioni calate dall’alto – sulla vita professionale dell’architetto, senza che quest’ultimo sia neppure consultato e abbia diritto di parola.

Infatti, come noto, l’Ordine provinciale è un ente di diritto pubblico posto sotto la vigilanza del ministero della Giustizia. Esso svolge il ruolo di magistratura di terzo grado, avente il fine di garantire la qualità delle attività svolte dai professionisti, con il compito di tenere aggiornato l’albo e il codice deontologico, tutelando la professionalità della categoria. Il Cna invece, è un organismo istituito presso il Ministero della Giustizia con la Legge n. 1395/23, che non dovrebbe svolgere altro che funzioni di seconda magistratura con riferimento alla deontologia, e del quale non si capisce la ragione di esistere, neppure scorrendo il profilo informativo del sito ufficiale, dove si legge, come unico e incerto indizio, che “assume delle determinazioni al fine di fornire il proprio parere e la propria interpretazione in merito a provvedimenti e leggi concernenti l’esercizio della professione”.

Ricapitolando: gli Ordini provinciali , (ben 105 distribuiti su tutto il territorio nazionale) – che dopo il DPR 137/2012 possono tenere esclusivamente l’albo e organizzare la formazione continua, assieme al Cna organismo (ricordiamolo) con sole funzioni di seconda magistratura – dialogano (!) con i governi e decidono su questioni strategiche, quali l’eliminazione delle tariffe minime, la formazione obbligatoria continua, l’adesione al Codice degli appalti e sull’appalto integrato, il sistema delle gare di progettazione e la legge della qualità dell’architettura.

Non deve stupire allora, che esista un concreto e urgente problema della rappresentanza degli architetti in presenza di un tale sistema perverso, controverso e contrario ad ogni criterio di trasparenza: è conclamato che le difficoltà che si trovano ad affrontare oggi gli architetti siano originate proprio dal Cna e dagli Ordini provinciali; o meglio, dallo sconfinamento delle loro reali funzioni istituzionali, nel momento in cui dialogano con i governi, senza – dobbiamo supporre, considerati i i risultati – le dovute, necessarie competenze, capacità critiche, deleghe di rappresentanza. E senza nemmeno la capacità (o la volontà?) di rendicontare in modo trasparente quanto comunque determinato.

In questo limbo di pertinenze, gli architetti rimangono sospesi senza diritti, senza tutele e senza voce. Non possono e non sanno a chi rivolgersi: tartassati dalla recente e iniqua riforma Inarcassa, che non ha trovato opposizione reale tra chi, pur interloquendo in rappresentanza con i governi (senza essere sindacato), sta decidendo comunque della vita professionale di 150.000 architetti senza interpellarli.

Come se non bastasse, ad alimentare la confusione e ad aumentare le spese degli iscritti – oltre all’inutile e oneroso pachiderma Cna – ci hanno pensato i Consiglieri e Presidenti dei maggiori Ordini provinciali di turno, che, per assecondare le proprie ambizioni, (chi più, chi meno in buona fede) hanno dato corso, negli anni, ad una progressiva quanto inesorabile metamorfosi degli Ordini, che li ha portati a distanze siderali dalla loro vocazione originaria e dalle disposizioni. Come nella riproduzione agamica degli organismi unicellulari, gli Ordini hanno triplicato le loro spese distribuendo a piene mani deleghe, consulenze e funzioni: si sono dotati di società private, canali televisivi, librerie di architettura, case editrici e persino di associazioni ludiche e squadre di calcio; da ultimo, delle Fondazioni private, nell’insensata rincorsa alla Formazione obbligatoria a pagamento. Il tutto rigorosamente con le quote degli iscritti e contro ogni prescrizione di legge; risulta francamente difficile capire come tutto questo proliferare di discutibili iniziative possa aver giovato alla professione, visti gli esiti, di cui peraltro paghiamo le conseguenze.

Quanti ancora individuano nel potenziamento delle funzioni degli Ordini provinciali la soluzione del problema della rappresentanza degli architetti, non possono che arrendersi all’evidenza: essi sono l’incarnazione di un pasticciaccio tutto italiano che trasuda furbizia, provincialismo e corporativismo da ogni singola propaggine; sono l’espressione più fedele e radicata delle pastoie che frenano il sistema Italia.

Realisticamente e paradossalmente, non ci rimane che un’unica, sensata possibilità: liberarcene. Abolire – cioè – il Cna; svuotare gli Ordini riducendoli di numero, accorpandoli, limitandone tassativamente le funzioni al mantenimento dell’albo con una quota obbligatoria minima e delegando la deontologia al Ministero della Giustizia, (a garanzia anche dell’applicazione reale delle norme e delle sanzioni deontologiche ).

Una simile opzione rappresenta l’unica via di uscita per tentare di ricostruire una significativa rappresentanza degli Architetti, con la quale farci ascoltare e provare ad uscire dalle sabbie mobili in cui da troppo tempo siamo costretti e immobilizzati.

 

martedì 16 aprile 2013

Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia

Le donne cambiano la storia, cambiamo i libri di storia
A cura di Mila Spicola, pubblichiamo con la partecipazione di tutta la scuola di ecologia culturale euro mediterranea ( redazione Secem)


La storia di Franca Viola

«Non fu un gesto coraggioso. Ho fatto solo quello che mi sentivo di fare, come farebbe oggi una qualsiasi ragazza: ho ascoltato il mio cuore, il resto è venuto da sé. Oggi consiglio ai giovani di seguire i loro sentimenti; non è difficile. Io l'ho fatto in una Sicilia molto diversa; loro possono farlo guardando semplicemente nei loro cuori »
Franca Viola (Alcamo, 9 gennaio 1947) fu la prima donna italiana a rifiutare il matrimonio riparatore, diventando un simbolo della crescita civile dell'Italia nel secondo dopoguerra e dell'emancipazione delle donne italiane.
Il 26 dicembre 1965, all'età di 17 anni, figlia di una coppia di coltivatori diretti, Franca Viola fu rapita (assieme al fratellino Mariano di 8 anni, subito rilasciato) da uno spasimante sempre respinto, Filippo Melodia, imparentato con la potente famiglia mafiosa dei Rimi, che agì con l'aiuto di dodici amici. La ragazza fu violentata e quindi segregata per otto giorni in un casolare al di fuori del paese; fu liberata con un blitz dei carabinieri il 2 gennaio 1966.
Secondo la morale del tempo, una ragazza uscita da una simile vicenda, ossia non più vergine, avrebbe dovuto necessariamente sposare il suo rapitore, salvando l'onore suo e quello familiare. In caso contrario sarebbe rimasta zitella, additata come "donna svergognata".
All'epoca, la legislazione italiana, in particolare l'articolo 544 del codice penale, ammetteva la possibilità di estinguere il reato di violenza carnale, anche ai danni di minorenne, qualora fosse stato seguito dal cosiddetto "matrimonio riparatore", contratto tra l'accusato e la persona offesa; la violenza sessuale era considerato oltraggio alla morale e non reato contro la persona.
Ma, contrariamente alle consuetudini del tempo, Franca Viola non accettò il matrimonio riparatore. Suo padre, contattato da emissari durante il rapimento, finse di acconsentire alle nozze, mentre con i carabinieri di Alcamo preparavano una trappola: infatti, quando rapitore e complici rientrarono in paese con la ragazza furono arrestati.
Subito dopo il fatto, la famiglia Viola, che aveva contravvenuto alle regole di vita locale, fu soggetta a intimidazioni: il padre Bernardo venne minacciato di morte, la vigna fu rasa al suolo e il casolare annesso bruciato.
Il caso sollevò in Italia forti polemiche divenendo oggetto di numerose interpellanze parlamentari. Durante il processo che seguì, la difesa tentò invano di screditare la ragazza, sostenendo che fosse consenziente alla fuga d'amore, la cosiddetta "fuitina", un gesto che avrebbe avuto lo scopo di ottenere il consenso al matrimonio, mettere la propria famiglia di fronte al fatto compiuto e che il successivo rifiuto di Franca di sposare il rapitore sarebbe stato frutto del disaccordo della famiglia per la scelta del marito.
Filippo Melodia fu condannato a 11 anni di carcere, ridotti a 10 e quindi a 2 anni di soggiorno obbligato nei pressi di Modena. Pesanti condanne furono inflitte anche ai suoi complici dal tribunale di Trapani, presieduto dal giudice Giovanni Albeggiani.
Franca Viola diventerà in Sicilia un simbolo di libertà e dignità per tutte quelle donne che dopo di lei avrebbero subito le medesime violenze e ricevettero, dal suo esempio, il coraggio di "dire no" e rifiutare il matrimonio riparatore. Si sposò nel 1968 con un giovane compaesano con il quale era fidanzata dall'età di 14 anni, Giuseppe Ruisi, ragioniere, che insistette nel volerla sposare, nonostante lei cercasse di distoglierlo dal proposito per timori di rappresaglie. Come la stessa Franca ricordò anni dopo in una delle rare interviste concesse alla stampa, il futuro marito le avrebbe dichiarato di non temere ritorsioni da parte dei Melodia, dichiarando: "Meglio vivere dieci anni con te che tutta la vita con un'altra". La coppia ebbe due figli: si trasferì a vivere a Monreale per i primi tre anni di matrimonio, per poi tornare adAlcamo. Giuseppe Saragat, Presidente della Repubblica, inviò alla coppia un dono di nozze per manifestare a Franca Viola la solidarietà e la simpatia sua e degli italiani. In quello stesso anno i due sposi furono ricevuti dal papa Paolo VI in udienza privata.
Franca Viola ha due figli e una nipote e vive ad Alcamo.
Passeranno ancora sedici anni prima dell'abrogazione della norma inutilmente invocata a propria discolpa dall'aggressore: l'articolo 544 del codice penale sarà abrogato dall'articolo 1 della legge 442, emanata il 5 agosto 1981, che abolisce la facoltà di cancellare una violenza sessuale tramite un successivo matrimonio.
(da wikipedia)

Le spoglie di don Pino Puglisi


A Don Pino Puglisi, un uomo in mezzo agli uomini con un rosario e il coraggio della verità

Ancora oggi ci chiediamo come possa essere successo che un uomo così mite sia diventato un martire della lotta di un quartiere e di una città contro la piovra mafiosa. Certo è che Don Pino aggregava e cercava di dare a tutti i ragazzi del Quartiere di Brancaccio a Palermo un avvenire più giusto e più sano, moralmente e civilmente. Registriamo che oggi Padre Puglisi è diventato una “reliquia” della nomenclatura clericale dell’arcivescovato di Palermo, mentre dovrebbe essere un simbolo della gente, di tutti, soprattutto di quelli che gli sono stati vicini nei momenti più perigliosi e imprevedibili della sua azione pastorale. Resta il fatto che le pallottole che hanno fermato il suo corpo non hanno potuto niente sullo Spirito Santo che lo guidava e che oggi guida chi ha visto in lui quella Luce. Gli eroi non sono quelli che nei film vincono il “Male”, sono quelli che ogni giorno con pazienza e con coraggio compiono il loro cammino e costruiscono un Mondo migliore per tutti noi senza chiedere niente. Caro Don Pino sono sicuro che nel firmamento celeste hai già un posto d’onore e non ti interessano le medaglie della Curia o del Papa. A noi hai lasciato un fulgido esempio che è come un seme che non può essere mai distrutto, nemmeno dalle peggiori burrasche!

Ugo e Daniela Arioti

Le spoglie di don Pino Puglisi
trasportate in Cattedrale

L'estumulazione è stata compiuta dalla commissione diocesana nella Cappella della Congregazione dei SS. Euno e Giuliano. Le operazioni di ricognizione sono state completate nell'adiacente chiesa di Santo Spirito. Il corpo di don Puglisi, infine, è stato posto in una nuova cassa.

 

PALERMO- Le spoglie mortali di don Pino Puglisi sono state trasportate dal cimitero Sant'Orsola nella Cattedrale di Palermo. Si tratta del primo atto che precede la prossima celebrazione del rito della beatificazione del parroco di Brancaccio - ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993 nel giorno del suo del suo 56mo compleanno - che si terrà il prossimo 25 maggio nello stadio comunale "Renzo Barbera". L'estumulazione è stata compiuta dalla commissione diocesana nella Cappella della Congregazione dei SS. Euno e Giuliano. Le operazioni di ricognizione sono state completate nell'adiacente chiesa di Santo Spirito. Il corpo di don Puglisi, infine, è stato posto in una nuova cassa.


Erano presenti, fra gli altri, il vescovo ausiliare di Palermo monsignor Carmelo Cuttitta, delegato del cardinale arcivescovo Paolo Romeo, insieme a don Vincenzo Talluto e monsignor Giuseppe Oliveri, e il medico legale Livio Milone, nominato dalla Fondazione Camposanto di Santo Spirito il cui presidente Francesco Di Paola auspica che "l'azione pastorale di Don Pino, possa costituire valido esempio di educazione alla fede e alle nuove generazioni nel respingere ogni forma di violenza". La causa per il riconoscimento del martirio di don Puglisi é stata iniziata a livello diocesano nel 1998, a cinque anni dal delitto, per volere del cardinale Salvatore De Giorgi, allora arcivescovo di Palermo. La raccolta di documenti e testimonianze si è conclusa il 6 maggio 2001, e dalla fine di settembre l'incartamento è stato all'esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano.

"A vent'anni di distanza dalla morte di padre Puglisi quando è stata aperta la sua cassa ci siamo trovati di fronte un corpo in ottime condizioni, quasi mummificato: non un teschio, ma un viso dai tratti perfettamente riconoscibili, persino il colore delle mani ci ha stupiti". Cosi monsignor Carmelo Cuttitta, vescovo ausiliare e delegato del cardinale arcivescovo Paolo Romeo, ha spiegato il senso di sorpresa provato questa mattina dopo la traslazione delle spoglie mortali del parroco ucciso dalla mafia a Brancaccio il 15 settembre 1993, nel giorno del suo del suo 56mo compleanno. Una prima tappa verso la beatificazione prevista il 25 maggio prossimo. All'interno della cassa sono stati trovati una copia del Vangelo, un'icona della Madonna Odigitria e una rosa donata da una persona durante la tumulazione e sulla cui identità viene mantenuto il riserbo; una persona che però questa mattina era presente alla traslazione.


"Ci ha chiesto se la rosa fosse ancora li e abbiamo registrato una certa commozione", ha aggiunto monsignor Cuttitta durante una conferenza stampa improvvisata in Curia. Adesso quella rosa, insieme a tutti gli altri oggetti a contatto con il corpo di padre Puglisi sono considerati reliquie. Al momento è esclusa la presenza a Palermo del nuovo pontefice il 25 maggio prossimo, poiché, spiega la Curia "il papa presiede le canonizzazioni, e la causa di beatificazione, ancora in corso, riguarda le diocesi di appartenenza del beato, ma si spera che in una fase più avanzata il pontefice sia presente". La nuova tomba di padre Puglisi si trova all'interno della Cappella delle reliquie nella cattedrale, a destra dell'altare, accanto alle urne con i resti di altri martiri e santi, ma in seguito verrà spostata in una cappella laterale, "dopo la costruzione di un monumento in marmo, che avrà la forma della spiga di grano a ricordare, come in un brano amato da don Puglisi, la sua presenza feconda come un chicco sulla terra".

 

( Notizia tratta da Livesicilia.it del 15_04_13)

Iperrealismo: la mostra degli uomini giganti di Mueck

In mostra alla Fondazione Cartier di Parigi opere dello scultore australiano Ron Mueck. Le creazioni ripropongono la forma umana, spesso ritratta in momenti intimi e isolati. Dal suo esordio l'artista ha spesso fatto discutere per le sue opere che rappresentano uomini, anziani, neonati e bambini con la tecnica dell’iperrealismo (Olycom)
 
 
Chi salverà questa barca alla deriva nell'universo?
 
 
Secem arte
 
 

lunedì 15 aprile 2013

NEWS-ULTIM'ORA: ESPLOSIONI A BOSTON


BOMBE ESPLOSE AL TRAGUARDO DELLA MARATONA DI BOSTON CI SAREBBERO FERITI E MORTI, EVACUAZIONI DI EDIFICI PUBBLICI IN CORSO ANCHE A MANHATTAN.

Ancora l’odio che esplode in una Nazione simbolo del Capitalismo imperialista dell’Occidente. Soffriamo insieme ai nostri fratelli colpiti da questa ignobile mano che non ha un volto, ma è con cento teste e mille protettori dentro il sistema. Speriamo di non cadere in una nuova strategia del terrore. Dove sono le radici dell’odio? Perché? Perché sugli inermi? Ma questa è una guerra mai dichiarata e mai scritta, al di fuori di ogni logica o regola: terrorismo.

IL LINGUAGGIO DELLA PERSUASIONE ( Etica Retorica)


Il linguaggio della persuasione

Uno degli aspetti più rilevanti e per certi versi inquietanti della vita civile e sociale dei nostri tempi è la retorica della persuasione. Si tende a creare un modello di opinione che si diffonde come una pianta infestante o come il suggello di un azione meritoria, a seconda dei casi. La persuasione, ampiamente studiata e adottata dagli oratori greci antichi (Oratoria attica) è importante quanto la stessa capacità di stabilire regole etiche e limiti alla sua “estensione”, oggi drammaticamente e ampiamente diffusa(pubblicità e creazione del consenso). Tre sono i generi dell’Oratoria attica rappresentate dai più significativi agenti di ciascuno di essi: Lisia (Contro Eratostene), Isocrate (Panegirico) e Demostene (III Filippica).  


 
Contro Eratostene è la prima e più lunga orazione lisiana che ci sia giunta ed è pure la sola che pronunziò di persona. Tutte le altre, infatti, furono scritte da lui come logografo e pronunziate poi dagli interessati. Con questa orazione certamente Lisia voleva vendicare il fratello morto sotto i 30 tiranni: il processo, pare, si svolse negli ultimi mesi del 403 a.C.. Eccone in breve il riassunto: ai 30 ed ai loro collaboratori il governo democratico aveva concesso un'amnistia. Eratostene, però, per riabilitarsi del tutto, si sottopose ad un processo e l'accusatore è proprio il nostro Lisia che gli addebitò la responsabilità della morte del fratello. L'esordio fu da maestro per la forza oratoria e per l'abilità nell'esporre le argomentazioni che sono presentate in uno stile semplice e piano da sembrare del tutto obiettive per passione e calore. Queste caratteristiche si notano, più che nelle altre orazioni, per il fatto che egli è mosso da odio personale. L'esito è incerto, ma molto probabilmente Eratostene fu assolto. Come mai, ci viene da chiedere, l'orazione di Lisia non ebbe l'effetto sperato considerando che l'oratore fu perfetto e l'accusato senza dubbio colpevole? La risposta è abbastanza semplice: Lisia commise un grave errore di natura psicologica attaccando Eratostene seguace di Teramene. Quest'ultimo, infatti, nell'ambito dei Trenta, si era opposto alla corrente oltranzista capeggiata da Crizia e proprio per questo era stato ucciso. Ora nella mente degli Ateniesi era ancora radicato il ricordo di un Teramene buono, simbolo della libertà . D'altra parte, essendosi da poco riconciliati i due partiti, era vietato ai cittadini perseguire qualcuno per le passate persecuzioni.
È strano, poi, che Lisia, meteco isotele, sia potuto intervenire in un processo di rendiconto. Sembra, perciò, che allora egli godesse ancora dell'effimero diritto di cittadinanza conferitogli su proposta di Trasibulo e poi soppresso perché la stessa non era stata sottoposta al giudizio della "boulè".
 

Documento del programma politico di Isocrate è il Panegirico (380 a.C.). Il titolo richiama le "Panegire", riunioni festive che vedevano tutta la grecità unita nella comune identità di sangue e cultura per celebrare i suoi eroi una volta abbandonate le lunghe ed estenuanti guerre. Isocrate mira appunto a risuscitare quel clima. Vuole che la Grecia ritorni all'antica gloria, che Sparta e Atene si riconcilino, che Atene riprenda il posto di potenza egemone. C'è un bisogno nuovo di solidarietà più stretta tra i Greci. La Grecia deve trovare in sé la forza per giungere alla pacificazione, alla "concordia" nazionale. Parlare di unità nazionale sarebbe fuori luogo: tuttavia nel dissolversi del sistema delle poleis emergono nuove tendenze aggregatrici che vanno al di là dell'ambito delle poleis stesse: i cittadini infatti si sentono sempre meno cittadini e sempre più Greci, prendendo coscienza del fatto di vivere uniti dalla stessa cultura, ben più importante del vincolo di sangue.

Demostene pronuncia la Terza Filippica, che rappresenta ila momento più alto della sua eloquenza. L’oratore accusa apertamente Filippo di avere violato con i fatti la pace, e propone che si lanci un appello alle città per la comune difesa dell’Ellade. La Terza Filippica fu pronunciata alcune settimane più tardi della seconda e riprende e amplifica la denuncia degli atti e delle ambizioni di Filippo e propone un insieme di misure militari e diplomatiche per salvaguardare la libertà di Atene e quella di tutti i Greci. Ogni seduta dell’Assemblea, o quasi, dava luogo a dibattiti su Filippo. Nessuno osava più sostenere che il re macedone era dalla parte del diritto, ma molti oratori mettevano in guardia il popolo contro i rischi di una politica che portava inevitabilmente alla guerra. Tessere gli elogi di Filippo era diventato compromettente, ma fare l’elogio della pace restava ancora popolare. Demostene ammetteva che la pace era preferibile alla guerra, ma gli Ateniesi non dovevano farsi ingannare dal vocabolario usato da Filippo. Potevano, se lo volevano, imitare la sua ipocrisia; l’essenziale è che restassero lucidi. Demostene ricorda poi che Filippo aveva iniziato le sue conquiste sempre con guerre non dichiarate; lungi dal denunciare la slealtà del re, adotta il suo punto di vista cinico e dichiara che sarebbe stato “il più stupido degli uomini” se non avesse approfittato della ingenuità dei suoi avversari. Per contrastare l’avanzata di Filippo gli Ateniesi avevano bisogno innanzitutto di lucidità, dovevano comprendere che gli interventi o i progetti d’intervento, di Filippo a Megara, in Eubea, in Tracia, nel Peloponneso erano una “macchina da guerra” contro Atene. Quindi egli amplia la sua analisi e propone al popolo di “deliberare sulla situazione di tutti i Greci perché si trovano in enorme pericolo”. Nella comparazione fra il dominio esercitato da Filippo e le egemonie del passato gli sembrava che l’elemento determinante che colpiva di più, era la passività dei Greci di fronte a Filippo: essi non avevano accettato le ingiustizie di Spartani e Ateniesi, in passato, ma hanno concesso a Filippo il diritto “che agisca a suo piacimento, derubi in tale maniera una popolazione greca dopo l’altra, assalga e sottometta la città”. La causa di questo nuovo male era che i Greci non avevano più in orrore gli uomini politici corrotti e che perciò questi ultimi potevano impunemente manovrare a favore di Filippo. Demostene si guarda dalla facile spiegazione secondo la quale i traditori venduti alla Macedonia sarebbero stati dei capri espiatori responsabili, essi soli, dei mali delle città greche; al popolo che li tollerava e li ascoltava spettava una grave responsabilità. Per sottolineare la decadenza ateniese, Demostene cita e commenta un’iscrizione nella quale gli Ateniesi di un tempo avevano fissato la loro censura legale nei confronti di un greco che aveva tentato di corrompere dei peloponnesiaci a favore del re di Persia: un bell’esempio di severità e di panellenismo al tempo stesso. Demostene passa allora alla confutazione delle frasi rassicuranti di coloro che affermano che Filippo è meno potente dei Lacedemoni agli inizi del 4° sec., cui pure gli Ateniesi avevano saputo resistere. Con il contesto nel quale colloca la discussione, l’oratore suggerisce che coloro che ragionano così sono dei traditori, venduti a Filippo. Demostene dimostra infatti che il parallelo era erroneo perché Filippo aveva introdotto molte innovazioni nell’arte della guerra e conclude con estrema lucidità che gli Ateniesi potevano avere un certo vantaggio in una guerra a distanza, soprattutto perché il territorio di Filippo era vulnerabile ad attacchi marittimi, ma che “era preparato meglio di noi per una battaglia campale”. Demostene riprende a questo punto la denuncia del nemico interno rievocando il ruolo svolto dai traditori filippizzanti nella caduta di molte città (soprattutto Olinto), ma sottolinea anche che quegli uomini politici avevano beneficiato del sostegno popolare perché il popolo preferiva la politica comoda che essi proponevano. La negligenza del popolo permetteva il tradimento dei filippizzanti. Dopo aver così screditato ogni attendismo pacifistico come compiacenza nei confronti di Filippo, Demostene espone poi un piano di controffensiva che si propone di sottoporre al popolo in forma di decreto. I Greci dovevano urgentemente cambiare abitudini. Spettava agli Ateniesi reagire e far reagire le altre città. Dovevano costituire una rete di alleanze il più possibile estesa (Demostene suggerisce anche d’inviare un’ambasciata al re di Persia “perché non si distacca nemmeno dai suoi interessi impedire a Filippo di mettere sotto sopra tutto”). Dovevano intanto preparare delle triremi, denaro, soldati: quello sforzo militare era indispensabile per far prendere sul serio le proprie iniziative diplomatiche. Poco tempo dopo la Terza Filippica, gli Ateniesi e Demostene in particolare ottennero un grande successo, diplomatico e militare insieme, in Eobea. In molte città dell’isola e in particolare ad Oreo ed in Eretria, alcune fazioni oligarchiche tentarono d’imporre il loro potere grazie al sostegno di Filippo; i ripetuti interventi di contingenti macedoni nel 342 giunsero a risultati limitati, continuamente messi in discussione. La situazione del 348 si era ribaltata: stanchi dei macedoni, i fautori dell’indipendenza e unità dell’Eubea guardavano ad Atene. Deluso da Filippo che non l’avevano sostenuto, Callia di Calcide, che aveva animato la rivolta del 348, chiese l’alleanza Ateniese e la ottenne grazie al sostegno di Demostene. Truppe Ateniesi lo aiutarono ad abbattere le ultime oligarchie promacedoni (giugno 341). La nuova confederazione euboica organizzata da Callia era alleata di Atene, ma le città dell’Eubea non entrarono individualmente nella seconda Confederazione di Delo e non pagarono contributi ad Atene. Eschine rimproverò a Demostene di avere privato così la città di una importante fonte di reddito (contro Ctesifonte): una critica di questo tipo indicava la sua ristrettezza di vedute o piuttosto quella che attribuiva al popolo. L’innovazione diplomatica consigliata da Demostene dimostrava al contrario la sua forza di immaginazione, la sua sottigliezza e abilità: se Atene voleva trovare in fretta molti alleati doveva dimostrare con il suo comportamento di avere rinunciato ad ogni intenzione imperialistica. I benefici di quel nuovo atteggiamento superarono rapidamente i confini dell’Eubea: Callia sostenne attivamente la campagna diplomatica di Demostene in vista della costituzione di una lega ellenica contro Filippo.

Selezione oratori attici (Ugo Arioti)