giovedì 30 agosto 2012

Come non dovrebbe essere



COM’E’ :

- buongiorno banca.
- buongiorno cittadino.
- vorrei, in realtà non vorrei ma sono costretto, aprire un conto.
- bene, ci faccia avere un documento, il CF, la dichiarazione dei redditi o la busta paga, noi provvederemo a visurare il database dell’ABI, quello dei protesti e delle ipoteche e il casellario giudiziario, attenda.
- buongiorno banca, ho portato la documentazione.
- buongiorno cittadino, le visure vanno bene, ma la documentazione che ci presenta è insufficente.
- ma è quello che avete chiesto voi
- si ma ora siamo nel secondo semestre dell’anno e ci serve il bilancio provvisorio dei primi 6 mesi.
- in realtà siamo a metà giugno, ovvero a primo semestre non ancora concluso, inoltre il documento non ha alcun valore nè legale, nè fiscale. Comunque eccolo.
- non possiamo aprirle il conto in quanto, a causa della crisi economica che noi abbiamo creato e della quale abbiamo saccheggiato le risorse per risanarla, il suo fatturato/stipendio ha subìto una flessione.
- addio banca
- addio poveraccio

COME DOVREBBE ESSERE

- buongiorno banca.
- buongiorno cittadino.
- vorrei, in realtà non vorrei ma sono costretto, aprire un conto, ma ho bisogno di visionare le sue credenziali,
- certo faccia pure, esiste internet per questo.
- sono spiacente banca, ma informandomi ho appreso che avete speculato sui titoli tossici, fate tassi che sfiorano l’usura, avete beneficiato dei fondi statali, quindi i miei soldi, destinati a sanare la crisi che avete voi stessi creato, investito in armamenti non convenzionali e che siete totalmente rappresentati nel governo mentre nessuna altra parte sociale lo è.
non mi sento di aprire un conto qui, lei capisce.
- come crede, cittadino, ma lei è costretto ad avere un conto se vuole lavorare.
- questo è vero, banca, cercherò una banca locale o farò OBIEZIONE BANCARIA.
- addio cittadino
- addio parassita

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La realtà, documentatissima, è che le banche non rischiano nulla e i cittadini tutto.
Se la banca va male ci penseranno i soldi pubblici a sanarla, se il lavoratore ha dei problemi la banca gli prende tutto.

in sintesi il cittadino/lavoratore è direttamente o indirettamente (tramite le tasse) a mantenere le banche, come dire: paghi chi ti sta derubando.

Il rapporto non è simbiotico ma parassitario.

mercoledì 29 agosto 2012

LA NOTIZIA: nuovi partigiani della Democrazia : il diritto al LAVORO onesto e dignitoso è negato in Sardegna ai minatori del Sulcis


LA NOTIZIA: nuovi partigiani della Democrazia : il diritto al LAVORO onesto e dignitoso è negato in Sardegna ai minatori del Sulcis
Grazie a quindici anni di Berlusconi e di devastazione di ogni istituzione pubblica democratica e di ogni conquista sociale siamo arrivati al punto che I CAPITALI PUBBLICI sono diventati CAPITALISMI PRIVATI SPECULATIVI, a spese degli italiani, vedi ALITALIA, e anche l’ENEL che potrebbe sviluppare una politica territorialmente corretta e sostenibile compra il carbone all’estero e non investe nel Sulcis.
COLPA DELLA GLOBALIZZAZIONE?
COLPA DEI MERCATI?
COLPA DEGLI SPECULATORI?
COLPA DI CHI CI HA GOVERNATO RUBANDO I NOSTRI SOLDI E DISTRUGGENDO LA CREDIBILITA’ e L’AUTOREVOLEZZA DELLE ISTITUZIONI DEMOCRATICHE e avrebbe voluto abrogare anche la nostra COSTITUZIONE.
L’ITALIA era un PAESE fondato sul LAVORO, oggi è fondato sulla Corruzione e sull’Abuso di Potere e sottoposto a tutti gli SPECULATORI e le MAFIE. Così succede che la gente che lavora non ha più questo DIRITTO e questa DIGNITA’ che sono sanciti dalla Costituzione Italiana.
Ugo Arioti
Dentro la miniera del Sulcis "Pronti a fare i matti per il lavoro"(titolo da Repubblica.it del 29 agosto 2012)

Attesa per il vertice con il governo in cui si deciderà il futuro dell'impianto. I lavoratori che hanno occupato le gallerie dell'impianto di Nuraxi Figus con 350 chili di tritolo: "La situazione è tesa". Chiedono un confronto per rilanciare il progetto di produzione di energia pulita dal carbone ed hanno RAGIONE!


lunedì 27 agosto 2012

Saviano: ''Crimine organizzato al servizio della crisi mondiale''


L’Opinione: Roberto Saviano da un intervista al NYT
Where the Mob Keeps Its Money
Se la mafia gestisce il  Denaro
Rome
THE global financial crisis has been a blessing for organized crime. A series of recent scandals have exposed the connection between some of the biggest global banks and the seamy underworld of mobsters, smugglers, drug traffickers and arms dealers. American banks have profited from money laundering by Latin American drug cartels, while the European debt crisis has strengthened the grip of the loan sharks and speculators who control the vast underground economies in countries like Spain and Greece.
Mutually beneficial relationships between bankers and gangsters aren’t new, but what’s remarkable is their reach at the highest levels of global finance. In 2010, Wachovia admitted that it had essentially helped finance the murderous drug war in Mexico by failing to identify and stop illicit transactions. The bank, which was acquired by Wells Fargo during the financial crisis, agreed to pay $160 million in fines and penalties for tolerating the laundering, which occurred between 2004 and 2007.
Last month, Senate investigators found that HSBC had for a decade improperly facilitated transactions by Mexican drug traffickers, Saudi financiers with ties to Al Qaeda and Iranian bankers trying to circumvent United States sanctions. The bank set aside $700 million to cover fines, settlements and other expenses related to the inquiry, and its chief of compliance resigned.
ABN Amro, Barclays, Credit Suisse, Lloyds and ING have reached expensive settlements with regulators after admitting to executing the transactions of clients in disreputable countries like Cuba, Iran, Libya, Myanmar and Sudan.
Many of the illicit transactions preceded the 2008 crisis, but continuing turmoil in the banking industry created an opening for organized crime groups, enabling them to enrich themselves and grow in strength. In 2009, Antonio Maria Costa, an Italian economist who then led the United Nations Office on Drugs and Crime, told the British newspaper The Observer that “in many instances, the money from drugs was the only liquid investment capital” available to some banks at the height of the crisis. “Interbank loans were funded by money that originated from the drugs trade and other illegal activities,” he said. “There were signs that some banks were rescued that way.” The United Nations estimated that $1.6 trillion was laundered globally in 2009, of which about $580 billion was related to drug trafficking and other forms of organized crime.
A study last year by the Colombian economists Alejandro Gaviria and Daniel Mejía concluded that the vast majority of profits from drug trafficking in Colombia were reaped by criminal syndicates in rich countries and laundered by banks in global financial centers like New York and London. They found that bank secrecy and privacy laws in Western countries often impeded transparency and made it easier for criminals to launder their money.
At a Congressional hearing in February, Jennifer Shasky Calvery, a Justice Department official in charge of monitoring money laundering, said that “banks in the U.S. are used to funnel massive amounts of illicit funds.” The laundering, she explained, typically occurs in three stages. First, illicit funds are directly deposited in banks or deposited after being smuggled out of the United States and then back in. Then comes “layering,” the process of separating criminal profits from their origin. Finally comes “integration,” the use of seemingly legitimate transactions to hide ill-gotten gains. Unfortunately, investigators too often focus on the cultivation, production and trafficking of narcotics while missing the bigger, more sophisticated financial activities of crime rings.
Mob financing via banks has ebbed and flowed over the years. In the late 1970s and early 1980s organized crime, which had previously dealt mainly in cash, started working its way into the banking system. This led authorities in Europe and America to take measures to slow international money laundering, prompting a temporary return to cash.
Then the flow reversed again, partly because of the fall of the Soviet Union and the ensuing Russian financial crisis. As early as the mid-1980s, the K.G.B., with help from the Russian mafia, had started hiding Communist Party assets abroad, as the journalist Robert I. Friedman has documented. Perhaps $600 billion had left Russia by the mid-1990s, contributing to the country’s impoverishment. Russian mafia leaders also took advantage of post-Soviet privatization to buy up state property. Then, in 1998, the ruble sharply depreciated, prompting a default on Russia’s public debt.
Roberto Saviano is a journalist and the author of the book “Gomorrah.” He has lived under police protection since 2006, when he received death threats from organized crime figures in Italy. This essay was translated by Virginia Jewiss from the Italian.
(NB:TRADUZIONE AUTOMATICA: sopra il testo integrale in inglese)
La crisi finanziaria globale è stata una benedizione per la criminalità organizzata. Una serie di scandali recenti hanno messo in luce la connessione tra alcune delle più grandi banche mondiali e la malavita squallido di mafiosi, contrabbandieri, trafficanti di droga e trafficanti d'armi. Banche americane hanno approfittato di riciclaggio di capitali latino-americane cartelli della droga, mentre la crisi del debito europeo ha rafforzato la presa gli strozzini e gli speculatori che controllano le economie vasti sotterranei in paesi come la Spagna e la Grecia.
Relazioni reciprocamente vantaggiose tra banchieri e gangster non sono una novità, ma ciò che è degno di nota è la loro portata ai più alti livelli della finanza globale. Nel 2010, Wachovia ha ammesso di aver sostanzialmente contribuito a finanziare la guerra omicida della droga in Messico, non avendo per identificare e bloccare le operazioni illecite. La banca, che è stata acquisita da Wells Fargo durante la crisi finanziaria, ha accettato di pagare 160 milioni di multe e sanzioni per tollerare il riciclaggio, che si è verificato tra il 2004 e il 2007.
Il mese scorso, gli investigatori del Senato ha rilevato che HSBC ha avuto per un decennio impropriamente facilitato le operazioni di trafficanti di droga messicani, finanziatori sauditi con legami con Al Qaeda e le banche iraniane a cercare di aggirare le sanzioni degli Stati Uniti. La banca messo da parte 700 milioni dollari per coprire multe, insediamenti e le altre spese relative alla ricerca, e il suo capo di conformità rassegnato.
ABN Amro, Barclays, Credit Suisse, Lloyds e ING hanno concluso accordi transattivi con i regolatori costosi dopo aver ammesso di eseguire le operazioni di clienti in paesi poco raccomandabili come Cuba, Iran, Libia, Myanmar e Sudan.
Molte delle operazioni illecite preceduto la crisi del 2008, ma continuando turbolenze nel settore bancario ha creato una apertura per gruppi della criminalità organizzata, consentendo loro di arricchirsi e crescere in forza. Nel 2009, Antonio Maria Costa, un economista italiano che poi ha portato l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, ha detto al quotidiano britannico The Observer che "in molti casi, i soldi della droga è stato l'unico investimento di capitale liquido" a disposizione di alcune banche a l'altezza della crisi. "Prestiti interbancari sono stati finanziati con i soldi che ha avuto origine dal commercio di droga e altre attività illegali", ha detto. "Ci sono stati segnali che alcune banche sono state salvate in questo modo." Le Nazioni Unite hanno stimato che 1600 miliardi dollari è stato riciclato a livello globale nel 2009, di cui circa 580 miliardi dollari era legata al traffico di droga e altre forme di criminalità organizzata.
Uno studio lo scorso anno dal colombiano Alejandro economisti Gaviria e Daniel Mejía ha concluso che la maggior parte dei proventi del narcotraffico in Colombia sono stati raccolto da organizzazioni criminali nei paesi ricchi e riciclati dalle banche in centri finanziari globali come New York e Londra. Hanno scoperto che il segreto bancario e le leggi sulla privacy nei paesi occidentali spesso ostacolato la trasparenza e ha reso più facile per i criminali per riciclare i loro soldi.
Nel corso di un'udienza del Congresso nel mese di febbraio, Jennifer Shasky Calvery, un funzionario del Dipartimento di Giustizia il compito di riciclaggio di denaro di monitoraggio, ha detto che "le banche negli Stati Uniti vengono utilizzati per incanalare enormi quantità di fondi illeciti." Il riciclaggio, ha spiegato, si verifica in genere in tre fasi. In primo luogo, i fondi illeciti sono direttamente depositati in banche o depositato dopo essere stato contrabbandato fuori degli Stati Uniti e poi di nuovo trovi Poi arriva "stratificazione", il processo di separazione profitto del reato dalla loro origine. Infine viene "integrazione", l'uso di operazioni apparentemente legittimi per nascondere il maltolto. Purtroppo, troppo spesso, gli investigatori si concentrano sulla coltivazione, la produzione e il traffico di sostanze stupefacenti, mentre mancano le più grandi, le attività finanziarie più sofisticate di anelli crimine.
Mob finanziamento tramite banche è venuta meno e scorreva nel corso degli anni. Alla fine del 1970 e all'inizio del 1980 la criminalità organizzata, che in precedenza aveva affrontato principalmente in liquidità, ha iniziato a lavorare la sua strada nel sistema bancario. Questa autorità ha portato in Europa e in America a prendere misure per rallentare il riciclaggio di denaro internazionale, provocando un ritorno temporaneo in contanti.
Poi il flusso invertito di nuovo, anche a causa della caduta dell'Unione Sovietica e la conseguente crisi finanziaria russa. Già alla metà degli anni 1980, il KGB, con l'aiuto della mafia russa, aveva cominciato a nascondere le attività del Partito Comunista all'estero, come il giornalista Robert I. Friedman ha documentato. Forse 600 miliardi dollari aveva lasciato la Russia verso la metà degli anni 1990, contribuendo all'impoverimento del paese. Capi mafia russa anche approfittato della post-sovietica privatizzazione per comprare proprietà dello Stato. Poi, nel 1998, il rublo fortemente svalutato, spingendo un default sul debito pubblico della Russia.
REDAZIONE SECEM

sabato 25 agosto 2012

Passegiate lagunari (Sicilia bedda mia 2)

La Sicilia Occidentale è la parte dell'Isola dove il bassopiano che scende dalle Madonie verso il Mediterraneo scivola in acqua formando margi e lagune e sistemi di isole ( le Egadi) che fanno da estremo limite tra il mare aperto e la terra. Qui la mano dell'uomo è stata, fin dai tempi antichi, attenta a quella che è la coltivazione dell'elemento fondamentale della vita: l'acqua del mare. Dagli antichi romani e prima dai fenici che utilizzarono le lagune dello Stagnone di Marsala per porti commerciali e difese fino agli Houteville che crearono in questo avanposto meraviglioso un sistema di torre difensive che dovevano proteggere la terra ferma dalle invasioni dei pirati nord africani e arabi. Fino alla costruzione di una grande opera di ingegneria idraulica che è lo Stagnone come lo vediamo oggi, protetto da una "Isola lunga" che fa da argine e da canale per le correnti che entrano ed escono dalla laguna. LA CREAZIONE DELLE SALINE e LA COLTIVAZIONE DEL SALE. In una mappa antica ove si raffigura la laguna, infatti, si notano 5 isole. L'uomo ha costruito un ponte continuo di argini, vasche di salina e terra che hanno formato un unico lungo fronte di undici kilometri circa di lunghezza che ingloba anche l'Isola di Mothia anticamente importante come attracco commerciale. Abbiamo percorso il cammino in acqua che dall'antica Torre di San Teodoro porta all'Isola lunga. Le immaggini parlano da se. Fino al 1600 l'ingegno umano ha valorizzato quello che noi oggi non sappiamo nemmeno difendere ....Buona passegiata anche a voi.

Ugo Arioti












Torre di San Teodoro    (PARTENZA)













Isola lunga - il canale di ingresso e uscita della corrente marina dentro la laguna dello Stagnone














venerdì 24 agosto 2012

Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?

Chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo?
Lungo è il discorso sulle correnti di pensiero, filosofie  e  teologie che hanno dato risposte. Essenzialmente siamo, come tutto l'Universo, polvere cosmica, che si aggrega in cellule che collaborando insieme formano il nostro corpo fisico, una macchina che col tempo va sempre più deteriorandosi fino al suo definitivo collasso. Come e perchè queste cellule si compongono e creano nuove aggregazioni la Scienza lo sta ancora studiando. E' di pochi mesi fa la scoperta della "particella di Dio", l'unità base di ogni cosa, ma ancora la strada è lunga e l'orizzonte si intravede appena. Siamo una macchina biochimica. La forza che ci muove, dicono, è l'Anima. Qualcuno ha ipotizzato uno strano esperimento secondo cui un corpo morto pesa 21 grammi in meno di quando ancora aveva un minimo segnale vitale e questo, dicono, è il peso dell'anima, ma il fine di questo?
Il perchè?
E' una riflessione che vogliamo iniziare con voi e continuare senza soluzione di continuità. Aspettiamo le vostre domande, ipotesi, o idee per sviluppare questo impervio cammino.

(Il quadro simbolo di questa ricerca è di Gauguin: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?1897-98 Tahiti)
Ugo Arioti

venerdì 17 agosto 2012

Sicilia bedda mia! (1)

Siamo in agosto, il mese dell'assunzione in cielo della Madonna e del Mare, del Sole, della terra bella di Sicilia che, abitata da un popolo multietnico e multiculturale, diventa sempre più bastarda e maliziosa. Allora facciamo un giro per vedere le coste del canale di Sicilia e scopriamo, in un piccolo paesino abbarbicato su un promontorio che guarda una splendida laguna, un gioiello incastonato tra mare e cielo, senza tempo: LA SCALA DEI TURCHI.



































domenica 12 agosto 2012

Il paesaggio come realtà etico-culturale

Il paesaggio è qualcosa che completa e disegna le nostre giornate, la nostra vita e fa parte di noi come un entità preesistente che noi modifichiamo per le nostre necessità o speculazioni e che, tutt’al più, dobbiamo difendere e vincolare a futura memoria in recinti chiamati parchi, aree protette etc, ma può essere, invece, visto come un patrimonio culturale? Cominciamo questa rubrica dedicata alla Cultura con un tema che troppo spesso abbiamo visto elaborare semplicisticamente come realtà fisica esteriore che ci serve per abbellire o per disegnare a nostro piacimento il nostro spazio, quasi fosse una nostra utilitaristica dependance. In questo articolo che vi proponiamo di Carla Barbati scritto su Aedon, rivista di Arte e diritto on line diretta da Marco Cammelli (www.aedon.mulino.it), il paesaggio è visto come una realtà etico - culturale
Ugo Arioti
Il paesaggio come realtà etico-culturale  (Carla Barbati - Aedon n° 2/2007)
Riflettere sul tema del paesaggio quale realtà etico-culturale non può dirsi consueto per l'analisi giuridica, la cui attenzione è stata, sin qui, e tuttora continua ad essere, attratta da altri profili, che riguardano in via più immediata le modalità della sua salvaguardia, le competenze che essa può o deve coinvolgere, gli interessi "altri" con i quali essa deve o non deve comporsi, le misure idonee a garantire l'effettività delle tutele previste. Valutare il paesaggio come realtà etico-culturale significa porsi, dunque, non tanto al di fuori di questo dibattito, quanto interessarsi di quelli che se ne possono considerare i presupposti. In questo senso, d'altro canto, lo stesso giudice costituzionale ha operato riferimenti espressi a questa valenza del paesaggio, così come molte altre discipline, che si occupano del tema, da tempo parlano e discutono della sua dimensione etico-culturale. In effetti, accostarsi al paesaggio, considerandolo in questo suo possibile significato, richiede all'analisi giuridica di misurarsi con saperi "altri", discostandosi da quello che costituisce il proprium del cosiddetto metodo giuridico. Ogni riferimento all'etica, anche nell'endiadi etico-culturale, rende infatti necessario confrontarsi con elaborazioni che precedono le scelte del diritto positivo, chiedendo di essere, da questo, recepite, ossia tradotte in strumenti capaci di dare ad esse riconoscimento, se non realizzazione. Compito sempre difficile e complesso per le norme tanto che è, spesso, affidato all'interprete, anche delle sedi istituzionali o amministrative, ossia a chi le applica, darne una lettura capace di fare emergere questi significati ulteriori, ma da esse per lo più sottesi anziché dichiarati.
Non sorprende, dunque, che il legislatore, nelle differenti occasioni in cui si è occupato del tema "paesaggio", non abbia mai operato riferimenti espliciti ad un suo "valore" o, come altrimenti può dirsi, ad una sua dimensione etico-culturale. L'assenza di un richiamo espresso non significa, tuttavia, che questa valenza del paesaggio non sia riconosciuta dal legislatore né, tantomeno, che essa sia disconosciuta. Certo è che, per verificare quanto la dimensione etico-culturale del paesaggio sia già presente alla consapevolezza del legislatore e, di conseguenza, per verificare "se" e "quanto" gli strumenti oggi disponibili, per la sua disciplina e per la sua salvaguardia, siano adeguati ad esprimerla, occorre, innanzi tutto, cercare di capire in che cosa essa consista o possa farsi consistere. E' appena il caso di precisare che ogni risposta a simili interrogativi ben difficilmente può aspirare a possedere caratteri di univocità e definitività, stante il soggettivismo interpretativo al quale sono esposte le categorie concettuali di riferimento.
Ciò che si può offrire, in questa sede, è pertanto un tentativo o, comunque, una proposta di lettura, formulata avendo riguardo a quei saperi "altri" che, come si diceva, si sono occupati del paesaggio, da sempre oggetto di studio da parte di differenti scienze sociali: urbanisti, architetti, storici, geografi, economisti, linguisti, critici d'arte, filosofi, oltre che, ma solo in fine, giuristi.
Con queste cautele, si può, innanzi tutto, dire che vi sono alcune prime risposte "facili" a tali quesiti. Sono le risposte che provengono da quella branca dell'etica, che è la cosiddetta teoria del valore, ed alla cui stregua il paesaggio è, appunto, un valore, un bene, il quale, secondo quell'altra branca dell'etica, che è la cosiddetta teoria dell'obbligazione, crea doveri di comportamento, obblighi di astensione, ossia impone misure volte alla sua salvaguardia.
In base a questo approccio, vi sarebbe, dunque, da dire che l'essere il paesaggio "realtà etico-culturale" è immanente al suo riconoscimento, anche legislativo, come bene da salvaguardare, attraverso l'adozione di misure a ciò dirette. Questa prima lettura aggiunge, però, poco all'analisi che possa dirsi significativa anche per le riflessioni della sede giuridica. Soprattutto, non fornisce indicazioni utili a valutare le soluzioni approntate (o da approntare) a questo fine, né aiuta ad individuare i cosiddetti "interessi paesaggistici", a definire quale sia il ruolo/peso da riconoscere ad essi, nell'ineliminabile confronto e bilanciamento con "altri" interessi egualmente incidenti sul territorio, come sono quelli ambientali e urbanistici o, come può altrimenti dirsi, con espressione che ripete le scelte lessicali del più recente Costituente, del "governo del territorio", né aiuta ad identificare quale sia il "paesaggio" da salvaguardare. In sostanza, non contribuisce a dare risposta a quesiti che, anche per l'analisi giuridica, rappresentano questioni risalenti e, per molti aspetti, tuttora aperte, ben espresse, fra l'altro, da quella che è indicata come la "polisemia" del concetto di paesaggio o, come altre discipline preferiscono dire, la "plasticità semantica" dello stesso.
Per rispondere a questi interrogativi occorre, allora, fare un passo indietro o, forse meglio, in avanti. Occorre, in sostanza, andare all'origine di queste letture e di queste valutazioni del paesaggio, chiedendosi perché il paesaggio sia un "bene", un "valore", appunto, una "realtà etica" o "etico-culturale". E, qui, si può andare molto indietro nel tempo, sino alle origini del sapere occidentale, ricordando la cultura greca classica, per la quale, come testimonia Senofonte nell'Economico, il gentiluomo di campagna, colui che si dedicava all'agricoltura era, anche per Socrate, il kalos kagathos, ossia l'uomo bello e buono, in quanto agiva sullo spazio in cui si sviluppa la vita umana, uno spazio che è totalità etica ed estetica; Cicerone che, nel De natura deorum, ricorda tra le arti necessarie quelle che vedono l'uomo creare nella natura quasi un'altra natura; Ovidio, per il quale, nelle Metamorfosi, la trasformazione del caos in cosmo si deve all'intervento delle Muse che conducono l'uomo a porre ordine nella natura.
Ma si può pensare, venendo a tempi più recenti, anche ad Ambrogio Lorenzetti, con le sue allegorie del Buon Governo e del Malgoverno, i cui effetti si vedono, quanto alle campagne, nella presenza o assenza di ciò che può definirsi un paesaggio. In sostanza, già in questi precedenti è rintracciabile la ragione che ha spinto la filosofia moderna a riconoscere nel paesaggio una "realtà etica", nel senso appunto kantiano, in quanto opera dell'uomo sulla natura, dunque espressione dell'azione libera dell'uomo che, come tale, ne richiama la responsabilità, la scelta, appunto l'etica. Premessa di quello che sarebbe, poi, diventato l'esito cui è giunta la filosofia contemporanea, secondo la quale il paesaggio è una realtà non solo estetica, ma anche etica, perché risultante dell'incontro fra uomo e natura. Di più, in quanto frutto della creazione non di un solo uomo, ma di un intero popolo, il quale crea il proprio paesaggio, incidendovi l'impronta di sé, è anche realtà etico-culturale. Tesi che trovano evidenti corrispondenze anche in quelle letture, proprie dell'analisi giuridica, volte ad individuare nel paesaggio la "forma del paese" oppure, ed anche, la "proiezione culturale del territorio", espressione della sua identità ambientale. Un paesaggio, dunque, per dirla con gli storici dell'architettura del paesaggio, che diventa "manifestazione sintetica delle culture che si sono succedute sul territorio" e che, perciò, si qualifica come bene al quale si connettono altri beni culturali, anche immateriali, come i fenomeni etnografici, la memoria orale, il patrimonio linguistico dialettale, proponendosi, a questi effetti, come realtà etica, secondo il significato originario di ethos, appunto, luogo, dimora e perciò, anche, espressione del genius loci, nel senso in cui ne parlò, fra gli altri, J. Wolfgang Goethe.
Letture che non possono dirsi estranee alla consapevolezza del legislatore. Al contrario, è facile trovarle sottese anche alle indicazioni offerte sia dal legislatore interno più recente, ossia dal Codice dei beni culturali e del paesaggio (decreto legislativo 22 gennaio 2004 e succ. modifiche, spec. artt. 2 e 131), sia, ed ancor prima, dal legislatore comunitario e, segnatamente, dalla Convenzione europea del paesaggio, laddove si riconosce il proprium del paesaggio nell'essere frutto ed espressione dell'intersezione fra natura e storia umana, ossia ed anche "manifestazione identitaria".
Il riconoscimento di questi valori, da parte del legislatore attuale, non può, tuttavia, considerarsi un "punto di arrivo", esito di nuove acquisizioni. In esso, pur essendo facile riscontrarvi il recepimento di quelle letture del paesaggio, promosse dagli "altri" saperi, che di esso si sono occupati, è possibile ravvisare anche una sorta di "ritorno al passato". In particolare, un ritorno alla concezione che del paesaggio o, ancor meglio, di ciò che oggi definiremmo "bene paesaggistico", accompagnò quella che fu la prima legge con la quale in Italia si intervenne a salvaguardia di questi valori: la legge 16 luglio 1905, n. 411, "Per la conservazione della pineta di Ravenna". La sua approvazione si dovette grazie, anche, all'opera di Luigi Rava, all'epoca ministro dell'Agricoltura, per il quale doveva essere solo il primo atto di avvio per una più generale legge "per la conservazione delle bellezze naturali, che si connettono alla letteratura, all'arte, alla storia d'Italia". Nel presentare il disegno di legge alla Camera, l'8 aprile 1905, Rava sottolineava come "il culto delle civili ricordanze" si esprimesse non solo "nelle solenni opere consacrate nel marmo e nel bronzo", ma anche nei monti, nelle acque, nelle foreste, ossia in "tutte quelle parti del patrio suolo, che lunghe tradizioni associarono agli atteggiamenti morali ed alle vicende politiche di un grande paese".
Non solo, anche il decreto del Presidente della Repubblica 3 giugno 1940, n. 1357, per l'applicazione della legge 29 giugno 1939, n. 1497, sulla protezione delle bellezze naturali, a proposito delle c.d. "bellezze d'insieme", ne riconduceva il valore estetico e tradizionale alla "spontanea concordanza e fusione fra l'espressione della natura e quella del lavoro umano" (art. 9, comma 2, sub 4). Un "ritorno al passato" tramite il quale si supera, dunque, quella concezione meramente, o essenzialmente, estetico-culturale del paesaggio che si venne affermando, successivamente, e che, in alcune letture che se ne diedero, trovò una propria legittimazione, o comunque una sorta di sanzione-riconoscimento, nella scelta costituzionale di collocarne la tutela nell'art. 9 Cost., unitamente a quella del patrimonio storico-artistico. Indicazione che trovò recepimento anche nell'opera della Commissione d'indagine Franceschini, per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio, alla quale si dovette l'attrazione del paesaggio nel concetto di bene culturale ambientale, "risultante dalla fusione dei profili estetico-naturalistici con quelli storico-artistici dell'interazione della cultura dell'uomo sul territorio, nel quadro della più ampia nozione di testimonianza avente valore di civiltà".
Una valenza estetico-culturale del paesaggio che acquisì, poi, specie per opera delle interpretazioni del giudice costituzionale, la capacità di qualificare e distinguere gli interessi paesaggistici da altri, incidenti sul territorio. Basti, in proposito, ricordare, fra le tante, la sentenza 20-29 dicembre 1982, n. 239, con la quale la Corte costituzionale evidenziò come proprio la scelta del Costituente di tutelare il paesaggio, unitamente al patrimonio storico-artistico, nell'art. 9, valesse ad evidenziarne il valore estetico-culturale, facendo di entrambi l'espressione di beni (culturali), la cui protezione doveva "contribuire all'elevazione intellettuale della collettività", perciò distinti, e da distinguere, dall'urbanistica e dall'ambiente con la cui disciplina, come riconoscerà successivamente lo stesso giudice, avrebbe comunque dovuto coordinarsi.
E', dunque, rispetto a queste letture ed interpretazioni, di un tempo "intermedio", che gli attuali riconoscimenti legislativi rappresentano un passo in una direzione diversa, volta, appunto, a riconoscere nel paesaggio un bene non solo per i valori estetico-culturali che esprime, ma anche in ragione del suo porsi come proiezione culturale del territorio, manifestazione identitaria. Una lettura che, peraltro, non contrasta con quanto enunciato nell'art. 9 della Costituzione, dove l' "aggancio" del paesaggio al patrimonio storico-artistico si può ritenere non valga tanto a sottolinearne un'identità, anche di valori, che diventi identità di disciplina, ma serve, semmai, ad evidenziare le intime connessioni tra patrimonio storico-artistico e territorio, secondo le tesi espresse, in quella medesima epoca, anche dagli storici e dai critici d'arte. Scelta, questa, del Costituente o, comunque, interpretazione di una scelta che sembra agevole riconoscere anche nelle indicazioni del recente legislatore, laddove questi colloca nel comune alveo del patrimonio culturale sia i "beni culturali" sia i "beni paesaggistici". Non solo; sempre la scelta legislativa di non menzionare, come espressione del patrimonio culturale, anche il "paesaggio" (ma solo i "beni paesaggistici") sembra confermare la possibilità di assumere il "paesaggio" come categoria concettuale più ampia, che comprende ma non si risolve nei beni paesaggistici.
In sostanza, proprio il riconoscimento del paesaggio come "realtà etico-culturale", che sembra sottesa anche alle disposizioni del codice, ne amplia la nozione, consentendo di comprendere nella sua salvaguardia anche quanto, in sostanza, va oltre la mera "tutela", intesa come conservazione, dei beni paesaggistici. Tuttavia, proprio questa sua latitudine ripropone, anziché risolvere, l'antica questione della sua delimitazione, ossia dei criteri in base ai quali individuare e distinguere gli interessi paesaggistici, nel rapporto e nel confronto con altri interessi contermini; in particolare, con quelli alla tutela dell'ambiente ed al governo del territorio, ma, come si dirà, non solo con questi. Temi da sempre controversi e non solo per l'analisi giuridica, ma anche per le altre discipline che, ad esso, si sono accostate, tanto che, proprio dalle loro elaborazioni ed acquisizioni, possono derivare indicazioni utili al legislatore ed all'interprete chiamato a confrontarsi con la latitudine della nozione.
Quanto ai rapporti tra paesaggio e ambiente, infatti, anche per le analisi filosofiche, che- come si è visto- più delle altre parlano del paesaggio come realtà etico-culturale, se il paesaggio è forma antropica, l'ambiente, come wilderness, può entrare in tensione con esso. Tuttavia, a questi studi ed, in particolare, a quelli di Rosario Assunto si deve anche l'avere individuato i possibili criteri di composizione fra queste due categorie, proponendo due idee di paesaggio. Da un lato, il paesaggio il cui esserci è il risultato di un processo operativo umano; dall'altro, quello il cui essere estetico risulta da ciò che si potrebbe definire un conferimento di senso, ossia una scoperta, grazie alla quale diventano oggetti estetici quelli che prima erano semplici cose di natura. Una distinzione, dunque, che offre il fondamento teorico e concettuale a quella pluralità di significati del termine paesaggio, che diventa, anche nell'art. 142 del Codice, paesaggio-ambiente-luogo geografico.
Quanto ai rapporti tra paesaggio e governo del territorio, la linea di distinzione, pure riconosciuta e tracciata, nel passato, dal giudice costituzionale ed anche dal giudice amministrativo, è ancor più sottile, spesso invisibile, ossia è di quelle linee che evocano non già separazione né contrapposizione di ambiti, ma, semmai, reciproca integrazione, a fronte di quello che, per parafrasare una locuzione, coniata dal giudice costituzionale, ad altri fini, rappresenta un "inestricabile intreccio di interessi". Ed anche a questo proposito, forse, sono le acquisizioni più recenti di un "altro" sapere, ossia della scienza della pianificazione a fornire criteri orientativi utili o, comunque, utilizzabili, laddove afferma la necessità di pervenire ad uno "statuto dei luoghi", che conduca a definire piani e programmi con i quali si individuano le invarianti di un territorio, ossia i suoi caratteri identitari permanenti (i "beni paesaggistici") per poi fissare le regole che governano la trasformazione, ossia quella che, per usare un'espressione diffusa in dottrina e in giurisprudenza, può definirsi la "tutela dinamica" del paesaggio e, con esso, del territorio.
Pertanto, e volendo qui tentare alcune considerazioni conclusive, se può avere un significato, anche per l'analisi giuridica, riconoscere nel paesaggio una "realtà etico-culturale", ossia muovere da questo "altro" presupposto, nel senso e con i significati ad esso assegnati dalle scienze sociali che se ne sono maggiormente occupati, questo ben può individuarsi nella circostanza che il concetto stesso di "paesaggio", così inteso, reca in sé vicinanze o interferenze fra interessi (e forse, anche valori), le quali vanno sin oltre quelle più dibattute per giungere ad interessare anche quei "beni culturali", la cui tutela e la cui valorizzazione, al di là dell'essere disciplinate nel medesimo corpo normativo, rispondono a logiche e a criteri non solo differenti, ma pensati come se, questi beni e gli interessi ad essi correlati, mai fossero destinati o chiamati ad intersecarsi. Interferenze e connessioni che, in quanto sembrano immanenti al paesaggio nella sua dimensione etico-culturale, ossia "nella natura delle cose", così come non dipendono da scelte legislative neppure possono essere superate o risolte da un legislatore, il cui intervento non sembra valutabile nella sua capacità di tracciare confini netti e certi, ma semmai in quella e per quella di tenere conto delle interferenze e delle sovrapposizioni esistenti, delineando assetti che di ciò siano consapevoli e che forniscano gli strumenti ma, soprattutto, i criteri per il governo di quella che è una elevata complessità di settore e di settori.
Al contempo, sempre questa dimensione, ampia, "etico-culturale", del paesaggio suggerisce che "altre" siano le differenze che devono cercarsi e che dovrebbero guidare non solo il legislatore, ma anche, e forse soprattutto, coloro dai quali dipende il governo delle integrazioni e delle connesse complessità di settore, ossia da tutti i soggetti istituzionali o, comunque, pubblici chiamati ad interpretare e ad attuare le indicazioni normative, nelle potenzialità che esprimono e nelle possibilità che aprono, anche in relazione alle singole realtà territoriali. Sono le differenze tra il paesaggio ed i "beni paesaggistici", avvertite da taluni, ma rimaste inesplorate nelle loro potenzialità e nei loro significati, quasi "taciute" nel dibattito più frequente, sia teorico sia istituzionale nonché le differenze "tra i beni culturali", tracciate dal legislatore, ai fini della loro tutela, ma molto meno riconosciute, o immediatamente riconoscibili, agli effetti della loro "valorizzazione". Differenze la cui percezione, più compiuta e consapevole, vi è da chiedersi se non possa, essa, favorire e, ancor di più, consentire quello sviluppo integrato dei territori che si affida, anche, al "patrimonio culturale", in tutte le sue componenti: quelle dei beni paesaggistici e quelle dei beni culturali.
Carla Barbati

martedì 7 agosto 2012

IL CASO: Petrucci all'attacco di Grillo!



Petrucci all'attacco di Grillo "Questa è l'Italia che mi piace"- della serie date una medaglia al Presidente o un Seggio al Senato!Le escort sono state esaurite dal precedente Governo!
“Il presidente del Consiglio Monti ha chiamato al cellulare il presidente del Coni: "Bravi, continuate così"

LONDRA - Il presidente del Coni Gianni Petrucci è presente e ha commentato
le frasi dette ieri da Beppe Grillo ("Un bromuro quotidiano sponsorizzato dalle multinazionali. Del quale resterà solo l'immagine di una vecchia Regina che si butta col paracadute. Patetico. ) contro le Olimpiadi del Denaro e degli affari, dove gli atleti, lungi dallo spirito Decubertiano del dilettantismo sono professionisti troppo pagati o guasconi : "Chiamatemi nazionalista, è questa l'Italia che mi piace: quella che vince, quella che fa suonare l'inno". Forse Presidente Petrucci se si interessasse di più allo SPORT PER TUTTI e a creare nelle scuole e nei quartieri più disagiati condizioni di vivibilità e di democrazia reale spendendo in PALESTRE e INSEGNANTI per i ragazzi di strada e per il recupero dei marginali e dei disadattati, oltre che per il superamento degli handicap con lo sport terapia, le Medaglie, non d’oro, ma al valore civile le conquisterebbe con ONORE e non con la possibilità di avere un trampolino di lancio per entrare nella CASTA? O no?
Grillo attacca frontalmente i Giochi di Londra, definiti trionfo del nazionalismo. Ditemi che non è così! Che non c’è un grande pallottoliere dove le grandi potenze misurano i muscoli e dove atleti PROFESSIONISTI che hanno perso tutta l’enfasi e la fatica dell’essere sportivi per vocazione e per scelta di vita competono per una presenza televisiva maggiore e per questo possono anche mandare a puttane la preparazione, gli allenamenti, la squadra e la gente che, ingenuamente, ha creduto in loro, come i campioni, esempio per tutti.  Eppure Nazioni come la Grecia si sono indebitate fino all’inverosimile per i giochi olimpici e ora ne pagano le conseguenze e neanche in Inghilterra sembra vada tanto bene. NON PREOCCUPATEVI IL CONI E QUALCHE COMPIACENTE TV PRIVATA, naturalmente, insieme alle ALTRE ASSOCIAZIONI NAZIONALSPORTIVE compreranno i diritti televisivi che pagheranno i pensionati e gli impiegati a reddito fisso ( i soliti FESSI) e tutto andrà come DEVE E COME VOGLIONO CHE VADA.  Panem et Circenses, sic CONI dixit!
Allora è vero quello che dice Grillo:"Le medaglie le vincono i presidenti, mica gli atleti"), gli sportivi sono pronti a vincere "ma per poi arrivare a un seggio in Parlamento" e l'impianto stesso dei Giochi è una passerella di discipline che nessuno conosce.
ZARATUSTRA SICULO

lunedì 6 agosto 2012

Etica politica e cultura delle idee

Etica politica e cultura delle idee, questo è lo slogano della Scuola in questa tornata elettorale siciliana che andrà a riformulare la geopolitica dell'Assemblea Regionale Siciliana. Crediamo che sia giusto, oggi, mettere in campo le idee e la cultura politica e lasciare in disparte le beghe del mercato delle vacche che già da mesi è aperto in Sicilia a Palazzo D'orleans. Il Governatore , che sbandiera numeri in TV alla Charlot nel Il Dittatore e riforme sbiadite e assolutamente inefficaci a rendere migliore la macchina amministrativa, e i suoi avversari sono occupati in una guerra di nomine e di bocciature che vede contrapposti schieramenti incapaci, ormai in maniera definitiva, di fare della POLITICA e dell'ETICA POLITICA la loro arma. Partiti che non sanno realizzare MODELLI DI SOCIETA' e che non hanno un briciolo di cultura storico-politico di cosa rappresenti l'AUTONOMIA, conquistata da gente che aveva idee e coraggio per rappresentarla. Questi Quaraquaquà, Sciascia li chiamerebbe così, della politichetta da avanspettacolo hanno trasformato questo ruolo importante dell'ARS, con tanti inutili governi clientelari e sottomessi al "Re di Roma" e alle sue corti mafiose e massoniche sotterranee, in una scatola senza contenuto.
Sciorina numeri come un automa e senza vergogna il Presidente della Regione e non parla delle condizioni di vita della gente che si deve accontentare di mandare a cameriere un figlio che ha una laurea in ingegneria nucleare, mentre il figlio ignorante di uno di questi politici(baroni) magari fa il presidente di una società partecipata della regione e incassa, senza abilità nè vergogna, centinaia di migliaia di euro all'anno!
Una Regione dove si fa una riforma (aborto sarebbe meglio chiamarla) dei Dipartimenti con criteri solo di occupazione del Potere e dove chi sbaglia e non raggiunge gli obbiettivi, se è "figlio adottivo" del Partito del Presidente non ha nulla da temere, può mandare allo sfascio gli investimenti infrastrutturali di una Regione che ne ha bisogno come il pane ed essere sempre promosso al ruolo di "caporale"( sa tanto di mafia agraria).
Una Riforma della Sanità che non ha realizzato nessunno dei suoi obiettivi se non quello di far lavorare solo gli amici di partito e vogliamo andare ancora avanti ....??? C'è ne sono di storie negative e di brutalità fatte da un nucleo di mercenari della politica che esercita in maniera mafiosa e clientelare la sua occupazione del POTERE.
Bisogna dare una svolta e noi, che crediamo nell'ETICA POLITICA E NELLA CULTURA, SCUOLA DI ECOLOGIA CULTURALE significa anche questo, non possiamo tacere e aspettare. Ci schieriamo con quelli che vogliono rompere i vecchi schemi e i vecchi partiti e lottare da cittadini per i cittadini. Vogliamo esaminare i dibattiti, le ragioni vere e non quelle clientelari e bugiarde dei "vecchi politici regionali, bestie da serraglio. E lo faremo.  Manterremo aperta fino alle elezioni, ogni settimana una pagina che parla della POLITICA, quella vera. parleremo e parteciperemo al dibattito sul MODELLO DI SOCIETA' in cui crediamo, equa, eticamente corretta e democratica,  una democrazia reale e partecipata da tutti.

Redazione Secem

giovedì 2 agosto 2012

Petizione FALCONE e BORSELLINO monumento in San Domenico

Petizione FALCONE e BORSELLINO monumento in San Domenico

“Chiarezza sull'incendio a Bellolampo”


Palermo 02.08.2012
Il Movimento 5 stelle all'Arpa
“Chiarezza sull'incendio a Bellolampo”

Chiarezza sui dati dell'incendio nella discarica di Bellolampo. Il Movimento Cinque Stelle di Palermo chiede all' Arpa e agli organi competenti la massima trasparenza sui dati delle rilevazioni effettuate in seguito al rogo avvenuto nei giorni scorsi nella discarica palermitana.

“Visto che l' Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente e le autorità competenti affermano che è stato scongiurato il pericolo diossina -– dice il portavoce ed ex candidato sindaco del movimento, Riccardo Nuti - chiediamo che vengano pubblicati i dati che sono stati rilevati, indicando anche le soglie di legge di pericolosità per la salute umana”.
“ E' necessario - sottolinea Nuti - chiarire se la campagna di monitoraggio prevede diversi giorni di rilevazione o solo un giorno. Va anche spiegato perché a Bellolampo, pur bruciando dei rifiuti, non è stata rilasciata diossina, visto che notoriamente accade il contrario in caso di incendio dei cassonetti posizionati in città”.
“Bisogna informare e formare i cittadini – conclude Nuti - e questa è un' occasione per fornire qualche indicazione in più della semplice rassicurazione. L'imperativo categorico in questi casi è trasparenza e chiarezza. Non si possono dare alla gente spiegazioni prive di basi scientifiche, come quelle rilasciate dall'assessore Cesare La Piana, che ha affermato che tutti i campionamenti effettuati hanno escluso il rischio di inquinamento da diossina, perché, per fortuna, il vento ha disperso la concentrazione dei fumi”.

Tony Gaudesi,

L'incendio della discarica di Bellolampo ha, per certi versi, un aria di sospetto che non finisce con l'estinzione del focolaio, anzi. L'affare rifiuti nel Sud e in Sicilia è in mano a potentati che puzzano di mafia più che di diossina. Ha ben ragione Nuti a chiedere che sia fatta chiarezza e in termini comprensibilmente scientifici non confutabili e sia fatta chiarezza sul sistema dei controlli della discarica.

Ugo Arioti