giovedì 26 febbraio 2015

Vite in pericolo di Pippo Montedoro (libri)


Le “Vite in pericolo” (o le viti?) di Pippo Montedoro…

 
Pubblicato da Sabina Spera in Arte & CulturaArtistiLibri 

 



Un libro, una vite (abbinata al libro), tante storie e tanti racconti, sono loro i protagonisti di questa originale raccolta letteraria di Pippo Montedoro, dal titolo “Vite in pericolo”, edito da QanatEdizioni.

In questo libro c’è Pippo Montedoro che racconta, ci proietta in storie bizzarre e pazzerelle, ci parla anche di Pippo, di teatro, dei Curò (di cui ne fu il fondatore insieme a Piero Costa), sono tanti i nomi che cita e tanti grandi protagonisti che, in maniera carina e affettuosa, intervengono facendo delle incursioni. Iniziamo da Salvo Piparo, che di “Vite in pericolo” ne è il prefattore ( o benefattore, definito, così, ironicamente dallo stesso Pippo Montedoro), una prefazione, quella di Piparo, che trasmette l’amore per il teatro e la stima nei confronti dell’autore, con un grande omaggio a Franco Scaldati, che Pippo conobbe bene e che nel libro viene con ammirazione ricordato. Il titolo della prefazione è “I racconti raccontano e le novelle novellano”, sette sono le note legate al testo, e naturalmente Pippo Montedoro non poteva non associare ad esse le sette note musicali. Altrettanto simpatiche ed originali le incursioni da parte della Qanat, quindi di Tony Saetta e Franco La Barbera, a partire dalla vite donata in omaggio con il libro, le parole introduttive a volte rielaborate, con correzione annessa, e la dettagliata presentazione di Pippo Montedoro, che troviamo alla fine dei racconti e delle poesie, da loro definita “Curriculum Vitae in pericolo”.

“Vite in pericolo” è anche il libro inaugurale di una nuova collana, La Collana Stramba, della Qanat, per la prima volta ci troviamo a destreggiarci con una punteggiatura altrettanto stramba direi, e l’ormai divenuta famosa “virgola interrogativa” ne è l’esempio più sorprendente. I racconti inglobano davvero tutto, sono tanti i sentimenti e le emozioni che dalla lettura percepisce il lettore, a partire dalla suspance di “Sentimenti senza quartiere”, a cui si uniscono diversi spunti di riflessione, che ritroviamo anche in “Buon vino a cattivo gioco”, oppure in “1973, Ucciardone”, con qualche risvolto a sorpresa che ci fa pure sorridere. In Pippo Montedoro, oltre al già citato amore per il teatro, c’è anche tanta Palermo, in ogni sua sfaccettatura, dal centro alle periferie, c’è il teatro di strada tra la gente e con la gente, ad esempio l’effetto sorpresa della “macchina celibe” montata in pieno centro a Palermo. A testimoniare il tutto, sfogliando tra le pagine, troviamo le foto di allora, a cura diLetizia Battaglia. E poi si intreccia a tutto ciò la storia deiCurò, il cui nome si deve a Daniela Gagliano. C’è il teatro di ieri e il teatro di oggi, e poi non può non esserci la poesia!

Dal racconto toccante di “Fiato”, dove protagonista è la vita umana, un grande e coraggioso lupo che attraverso il suo fiato una vita la salva… passiamo ai sorrisi che ci regalano ad esempio “… e il ritorno lo faceva a piedi”, la storia di un povero uomo dal nome Umiliato (per questo povero!), a “Non ci pensare Lazzaro”, nel quale compaiono una serie di simpatici fantasmi, che si rimaterializzano per fare un qualcosa che in vita non riuscirono a compiere. Ogni titolo è originale, simpatico, ci fa sorridere, e poi, addentrandoci nella lettura, sono tanti gli spunti di riflessione che incontriamo. Insomma, Pippo Montedoro davvero non ci fa mancare nulla!

martedì 24 febbraio 2015

Buona Sicilia a tutti ...

Buona Sicilia a tutti
La storia ci consegna un carteggio infinito di rivolte e rivoluzioni e contrasti e urla stridule da far paura. La Sicilia dai fasci ad oggi (parliamo di volontà di autoproclamarsi Repubblica di Sicilia) ha visto sfilare una sterminata fila di politici, importanti anche o perlomeno con cariche importanti nella Repubblica italiana post Garibaldina e Sabaudia, ma tutti, fermi sulla trincea dello Statuto Siciliano, oggi carta straccia. La destra, dei rigattieri latifondisti, quella che ha dato i natali alla mafia contadina, ergo anche ai corleonesi, in alcuni momenti ha fatto il pieno di voti e deputati all’ARS, la sinistra, con giochetti da salta fossi ha cercato di spezzare in due il fronte reazionario, governando con quelli che ha definito il meglio del peggio. Oggi siamo alla rivoillusione crocettiana. La cos’ detta sinistra di Potere, una finta destra mascherata, ha dato la palma di Primus inter partes a Rosario Crocetta, scarso Sindaco, peggiore come Presidente, non rappresenta che se e il suo manipolo di amichetti che è viè più sfaldato e lasco. Siamo alla paralisi della Regione e al suo tracollo economico. Così si rimescolano nella pentola i brodi di vecchi dadi e di minestre riscaldate che non servono nemmeno più a garantire una facciata istituzionale all’Assemblea più antica d’Europa. Guglielmo II la fece Regno e creò il Parlamento di una Nazione Moderna, ma questi non sono nemmeno gli stallieri di quei gloriosi cavalieri normanni. Sono dei quaraquaquà, come li definirebbe Sciascia. Non hanno nessun peso e colore se non quello che vira verso il marrone scuro e intenso che costella le strade e i marciapiedi della città, perla del mediterraneo per i fenici, che si adagia sotto la sua santuzza Rosalia ad abbracciare il mare. In questo quadro spuntano, come funghi, i disastri della Pubblica Amministrazione, la Sanità senza timoniere, il turismo senza idee, l’agricoltura abbandonata a se stessa e un imbecille che vuole dare ai Petrolieri, gente scarsamente interessata all’Ambiente e alla dignità delle persone, la possibilità di scassare definitivamente la maggiore, ancora non so per quanto, risorsa dell’Isola: l’Ambiente marino. Ma il popolo siciliano? È il più bastardo del Mondo, per incroci e per culture e sta nell’epicentro tra Islam e Cristianesimo ortodosso e cattolico romano. Qualcuno vede e parla, ma poi ritorna ai suoi piccoli affari e cerca di fare come fanno i Potenti, il furbo. Solo che, i Potenti diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, anzi, la schiera si allarga a macchia d’olio. La classe intermedia, quella che garantiva una ridistribuzione del reddito in tutte le fasce sociali, dando lavoro ad artigiani e commercianti, è stata assassinata da governi ombra delle banche e della mafia. Se non ritrova la sua strada unitaria e spazza via questi pagliacci tragici, la Sicilia, signori miei non si solleverà più e i nostri figli migliori, come già fanno, dovranno continuare ad andare all’estero per dare prova delle loro capacità e del loro cuore!
Buona Sicilia a tutti, Ugo Arioti

lunedì 23 febbraio 2015

Grandi artisti del nostro tempo: Jean Saudek fotografo


Cenni biografici su Jan Saudek fotografo

 


Figlio di un direttore di banca, di origine ebraica, Jan Saudek nasce a Praga, la sua famiglia viene deportata nel Campo di concentramento di Terezín, dove moriranno alcuni dei suoi fratelli.

Dopo la guerra comincia a dipingere e disegnare. Nel 1950 viene assunto presso una tipografia e dal 1954 al 1956 viene chiamato ad assolvere gli obblighi di leva. Nel 1958 sposa Marie, dalla quale avrà due figli: Samuel e David. Nel 1959 Marie gli regala la prima vera macchina fotografica, una Flexaret 6 x 6.

Nel 1963, ispirato dai lavori di Edward Steichen e dal catalogo della sua famosa esposizione a New York intitolata The Family of Man, decide di diventare un fotografo professionista.

Nel 1969 si reca per la prima volta negli USA, dove il curatore Hugh Edwards lo incoraggia a continuare nella sua professione di fotografo e all'università di Bloomington nell'Indiana inaugura la sua prima mostra personale.

Tornato a Praga, è costretto a lavorare in uno scantinato per evitare il controllo della polizia. Le sue prime fotografie erano stampate in bianco e nero o virate seppia. Verso la metà degli anni settanta, su pressione dei suoi clienti, prende la decisione di colorare ad acquerello le sue stampe in bianco e nero, dando vita ad uno stile particolare e riconoscibile.

I suoi temi principali sono l'erotismo e il corpo femminile, che Saudek carica di simboli religiosi e politici di corruzione e innocenza. Spesso raffigura scene oniriche, dipinte a mano, in cui figure nude o seminude vengono ritratte sullo sfondo di una parete dall'intonaco scrostato, che altro non è che la parete del suo scantinato. Altro tema ricorrente della fotografia di Saudek è l'evocazione dell'infanzia. Spesso Saudek ritrae lo stesso soggetto, nella stessa posa, a distanza di anni per descrivere il trascorrere del tempo.

Nel 1970 Saudek si separa dalla moglie Marie. La sua reputazione internazionale cresce sempre di più e molte sono le collaborazioni di prestigio e le esposizioni dei suoi lavori, ad Anversa, Bruxelles, Bonn, Losanna, Parigi, Chicago. Nel 1983 viene pubblicata la prima monografia su Saudek, "Il mondo di Jan Saudek", in lingua inglese, tedesca e francese.

Nel 1984, dopo anni di lavoro in una fabbrica, il governo comunista gli concede un permesso così che, libero dal vincolo del salario settimanale, dedica tutte le sue capacità e il suo tempo alla fotografia artistica.

Saudek vive e lavora tuttora a Praga. Suo fratello gemello Karel è un prestigioso fumettista e illustratore.

Alcuni lavori di Saudek sono entrati nella cultura popolare occidentale, riprodotti su poster e copertine di dischi.
 
Redazione Secem / Ugo Arioti

Galleria  brevissima:











 

domenica 22 febbraio 2015

attività Kalliope - Massafra (TA)

 
 
Giovedì 26 febbraio alle ore 19,30 presso Kalliope (vico de Notaristefani, 6 Massafra) CONVERSAZIONE DIVULGATIVA SCIENTIFICA sulla PREVENZIONE dell’ICTUS CEREBRALE.
I relatori dell’incontro sono il dott. Antonio Scarcia (specialista) e il dott.Stefano Colapietro (specialista).
 
Sabato 28 Febbraio alle ore 19,30 presso Kalliope CHIUSURA MOSTRA “IL CARNEVALE” con intermezzo musicale.
 
Siete tutti invitati a partecipare!

mercoledì 18 febbraio 2015

Domenico Quirico e il Califfo Nero


Domenico Quirico e il Califfo Nero

di Maurizio Bonanni

Ho assistito, presso "La Feltrinelli", di Galleria Sordi in Roma, alla presentazione del libro di Domenico Quirico, dal titolo "Il Grande Califfato", e alla susseguente mini-conference improvvisata, da parte dell'Autore. Perché, nel caso di Quirico, come di Terzani e Fallaci, si corre mille volte il rischio della vita, viaggiando nei luoghi più pericolosi del mondo? Semplice, dice Quirico: per entrare nella vita dell'Altro, capirne le ragioni, il credo (religioso, politico, ideologico), scontando la stessa aria, respirando la sua stessa cultura, o follia. L'unico modo di conoscere e portare in superficie, per il resto del mondo, quello che accade nelle viscere ignote della Terra degli Uomini. Perché, comunque fosse, quei popoli, quelle genti, quelle minoranze violente (e, talvolta, genocidarie) volevano raccontarsi. Far sapere di sé. Forse, giustificarsi, agli occhi della Storia e del Mondo. Perché, come sostiene un mio carissimo amico, professore di filosofia, "L'Umanità chiede ascolto, perché è, fondamentalmente e indefessamente, avida di orecchie. Tutto quel battersi il petto, quel rivendicare bisogni primari, senza riconoscere il primo bisogno, quello di raccontarsi, per tramandarsi, per sfuggire al fondato sospetto di essere irrimediabilmente soli".

Ma, oggi, dice Quirico, nel caso dell'Isi (che invita a ribattezzare Daesh, acronimo arabo, che sta per: "al Dawal al Islamiya fi Iraq al Sham". Dove appunto Sham è la Grande Siria, il Levante, o magari "Damasco", ma intendendo Damasco per tutta l’area, come si usa "Roma" per tutto l’impero romano. Cfr. "R.it"), quello che è stato valido, per un'intera vita di esploratore, ormai, nel caso del Califfato Nero, non gli serve più a nulla! Sentiamolo direttamente dalle sue parole: "Oggi, io non posso più attraversare interi territori! Gli jiahdisti non hanno più interesse a farsi raccontare! «Perché -ci dicono- è totalmente ininfluente che cosa pensiate voi di noi!». Quando nel tuo interlocutore non riconosci più l'Altro, per cui non hai alcun interesse ad avvicinarlo e a farti riconoscere, tutto ciò priva il resto dell'Umanità dello strumento della conoscenza, del racconto. Dopo il 2012 nessuno è andato più, liberamente, nelle zone controllate dal Califfato, che parla si sé con una voce unica! Manca la testimonianza. Non è più possibile raccontare quello che succede ad altri uomini."

A proposito dei giovani barbudos fondamentalisti, Quirico ci dice che i nuovi predicatori hanno cancellato loro il passato, inscrivendoli nell'unico, alienante disegno di un orizzonte monopolistico e totalizzante, fatto di "Guerra e Preghiera", praticate da soli uomini! Si pensi che Daesh-Isis, nel 2013, semplicemente non esisteva. Era uno dei tanti gruppi che combattevano in Siria. Appena un anno dopo, nel 2014, il Califfo Nero sale sul pulpito della neo conquistata moschea di Mosul, e proclama il nuovo Califfato Islamico, che ora si estende per una buona parte della Siria e dell'Iraq. Ed è proprio il Califfato a proporsi, a livello planetario, come un punto di orientamento per altre formazioni islamiche. Boko Aram, ad es., ha cancellato l'esercito nigeriano da quella regione di mondo, oggi sotto il suo controllo! La Mauritania fino al Ciad è controllata da formazioni pro Al Qaeda, federate al Califfato. Nel nord del Kenia, fermano gli autobus e obbligano i passeggeri a recitare versi del Corano. Chi non ci riesce, è eliminato!

Globalità e interconnessione. Questa è la forza di costruzione di un'entità totalitaria. I totalitarismi dividono gli esseri umani, tirando linee diritte. Due esempi, per capire. In Hitler la razza era il totem totalitario. Per Stalin, invece, la classe, sostituiva la razza! I puri, per gli uni, erano gli ariani. I proletari, per gli altri. Così, l'appartenenza è segnata, in modo incancellabile, al momento della nascita stessa degli individui dominati! La condanna a morte degli ebrei tedeschi era, in pratica, scritta sulla loro carta d'identità! Il Califfato fa un'operazione, sostanzialmente, identica: propone una visione verticale degli esseri umani dal punto di vista religioso. Di Sopra i waabiti. Di Sotto tutti gli altri. Musulmani "eretici" compresi! Bin Laden voleva globalizzare la paura, l'atto terroristico. La sua strategia si esauriva in un problema globale di sicurezza.. Il Califfato, invece, rappresenta una realtà politica strutturata, e non religiosa! Nasce, cioè, per difendere le terre dell'Islam dalle guerre di religione.

L'idea geniale di Ataturk, per far uscire quel che restava dell'impero ottomano dal Medio Evo dell'arretratezza socio-economica e politica, fu quella di distruggere l'ultimo Califfato, intorno agli anni Venti del XX sec.. Oggi, è il Nuovo Califfo a intuire che il ritorno del Califfato può essere l'elemento politico unificante dell'intera Umma musulmana. Per capirci: nelle bandiere dell'Isis i Tuareg hanno trovato la via per la loro rivolta! Il segreto è che ognuna delle avanzate di queste singole rivoluzioni vengono incastonate (come in un grande mosaico planetario) nei successi e nel dominio ideale del Califfato che, a questo punto, svolge una funzione reale di coordinamento globale delle rivolte locali. Per capire la differenza epocale tra Occidente e lo jiahdismo nero, occorre analizzare il concetto del Tempo, nel mondo islamico. Noi archiviamo nella Storia le crociate. Il musulmano, al contrario, vive in perenne contemporaneità con il suo passato. Milioni di credenti vivono l'Egira come un fatto appena accaduto stamane.. E lo stesso vale per l'umiliazione dell'Impero ottomano. Ogni giorno l'Umma cerca il riscatto con la stessa forza di sempre!

E Quirico racconta, in base alla sua esperienza di prigioniero dell'emiro Abu Omar, che cosa significasse vedersi togliere i vestiti di dosso. Un modo per spogliare della dignità e personalità la propria vittima, prima di ucciderla! Vi siete mai chiesti il perché di quella divisa nera, che ogni buon jiahdista indossa in ogni parte del mondo? Perché il guerriero di Dio deve essere riconoscibile da tutti i musulmani! Un modo di mettere gli Usa figurativamente in ginocchio, è quello di far inginocchiare, prima dell'esecuzione, i cittadini americani prigionieri, costringendoli a vestire la divisa arancione dell'infamia, indossata dai reclusi musulmani a Guantanamo! Ancora: come vanno interpretate quelle esecuzioni, così ferocemente sanguinarie?Semplice: attraverso l'orrenda sorte delle vittime, è il mondo occidentale a essere alla mercé del Califfato. Si sgozzano i prigionieri, proprio come si fa con i montoni, per ricordare il sacrificio di Abramo!

Racconta Quirico che, in Siria, ha incontrato bambini di 10 anni, i quali avevano caricato sui loro telefonini alcuni video, che filmavano il linciaggio di prigionieri infedeli. La realtà assurda è che quegli assassini seriali dell'Isi vogliono essere, in realtà, dei.. santi! Uccidere e morire! Ma, si chiede Quirico, quale è l'enorme energia che muove questo passaggio, mostruosamente radicale? Perché vanno a morire in Siria da tutto il mondo? Spiegazione semplice e destrutturante, senza replica: c'è nelle forme totalitarie una terribile seduzione. Non come qui, in Occidente, dove tutto è paritario. Laggiù, nel Califfato Nero, il Mondo è perfettamente pianificato, dove Tu, e solo Tu, Il Credente, sei il Bene! Chi per primo trovasse un rimedio (culturale!) a tutto ciò, è pregato di comunicarcelo!

 

lunedì 16 febbraio 2015

DEMOCRAZIA, questa sconosciuta


DEMOCRAZIA, questa sconosciuta

Ci riempiamo, troppo spesso, la bocca di una parola importante: Democrazia. Ma siamo sicuri di saper riconoscere la vera Democrazia e che cosa è? La democrazia (dal greco δμος (démos): popolo e κράτος (cràtos): potere) etimologicamente significa "governo del popolo", ovvero sistema di governo in cui la sovranità è esercitata, direttamente o indirettamente, dall'insieme dei cittadini. Semplice come bere un biccher d’acqua anche se il concetto di democrazia non è fissato in una sola parafrasi o in un'unica concreta traduzione, ma può trovare e ha trovato la sua espressione storica in diverse manifestazioni e applicazioni, tutte caratterizzate, comunque, dalla ricerca di una prassi capace di dare al popolo la potestà effettiva di governare e nella quale il rapporto tra la maggioranza e la minoranza è improntato alla reciproca tutela. Avete fissato questi paletti? Bene, ora, benché all'idea di democrazia si associ in genere una forma di Stato, la democrazia può riguardare qualsiasi comunità di persone (come ad esempio una associazione) e il modo in cui vengono prese le decisioni al suo interno. Mi sembra chiaro. Allora perché questo ripasso? Perché tutti dobbiamo imparare a riconoscere e a difendere la VERA DEMOCRAZIA. Ora vi chiedo e mi chiedo: Viviamo in una Democrazia? La risposta, purtroppo, è negativa. In una democrazia (governo del popolo) è il popolo che sceglie chi lo deve governare e gli da la maggioranza dei voti. Non è così in Italia, dove i politici di “professione” (mercenari) hanno inventato il bipolarismo stravolgendo l’unico modo democratico di eleggere e obbligare gli eletti a combinare maggioranze che il popolo aveva scelto. No, hanno deciso che il massimo della scelta era per la pseudo destra o per la pseudo sinistra. Risultato: Non c’è più un modello di governo di idea socialista ne uno di idea Crociana che si confrontano apertamente e mediano, ma una unica grande “CASTA OLIGARCHICA”. Pensate che io sia un “tragediatore”? Allora ditemi che ne hanno fatto dei tanti REFERENDUM POPOLARI nei quali il popolo decide una cosa e loro, la Casta, poi la stravolge peggiorando la legge abrogata, vedi il contributo pubblico ai partiti.

Meditate gente, meditate

Ugo Arioti

giovedì 12 febbraio 2015

Lo strano caso del libro senza titolo che parla dei problemi dell'autoerotismo


Lo strano caso del libro senza titolo
 

Un buon titolo è senza dubbio una delle chiavi per il successo di un libro: come per le copertine, si fanno prove e controprove, si valuta quale potrebbe essere l’impatto del titolo sul pubblico e se effettivamente trasmette quello di cui si parla. Ci sono teorie su come si fanno i titoli: Umberto Eco, per esempio, dice che il titolo di un libro dovrebbe essere un po’ fuorviante o, almeno, non troppo didascalico. Meglio, secondo Eco, un nome di persona o un evento generale in modo che né l’autore né l’editore diano un’interpretazione troppo restrittiva del libro.

Non si è posto questo problema l’autore che nel 1830 ha pubblicato a Parigi il libro senza titolo. Sì, questo il titolo: Il libro senza titolo. Argomento del libro sono i danni che può procurare la masturbazione. Nel libro si racconta la storia di un giovane che, per essersi dedicato all’arte del piacere solitario, trova la morte a soli diciassette anni. La narrazione procede per immagini: delle riproduzioni molto belle di questo giovane che piano piano sfiorisce.

Diciamolo subito senza tema di smentita: masturbarsi non provoca nessuno degli effetti rappresentati in questa pubblicazione (se fosse vero, i ventenni sarebbero una rarità su questa nostra terra). Il libro, però, risulta tremendamente affascinante, con la cura per i colori, le didascalie scarne, le immagini pudicissime in contrasto con l’impudicizia che secondo i parametri di allora (anche di oggi?) è stata commessa. A quanto risulta di questo libro esiste una sola copia e si trova al British Museum.

lunedì 9 febbraio 2015

Apuleio e la Luna (azione teatrale scritta da Ugo Arioti @2005)

Stavo leggendo le storie di Apuleio, chi non conosce l'Asino o Amore e Psiche.
Lucio Apuleio nasce in quella che oggi è l’Algeria, a Madaura intorno al 125 d.C. e muore a Cartagine, nell’attuale Tunisia, dopo il 170 d. C.; una vita attraversata dalla continua ricerca dello spirito e del motore dell’anima, cosa che lo porterà ad accostarsi a riti esoterici e “magici”, ciò lo contrappone al pensiero dominante e lo “inguaia” in un primo tempo, ma poi lo elegge agli altari dello stesso potere che non accettava il suo pensiero (platonico).
Mi è sembrato, e credo sia proprio così, un personaggio e un autore fuori dal tempo, cioè senza un tempo preciso, una stagione, un età, insomma un immortale che scorre nella relatività einsteiniana con la naturalezza di un Deus ex machina. Vicinissimo a noi. Da queste e d altre mie particolari effemeridi che mi hanno avvicinato ad Apuleio è nata l'idea di una azione teatrale che ha per titolo:
 
APULEIO e LA LUNA, amore e altri "danni" dell'essere
 
Da questa " Commedia" ho tratto un brevissimo pezzo per voi.
Ugo Arioti
 
Monologo di Apuleio

 

Scena 1

 
Apuleio si trova sul cammino dei templi, dei grattacieli e delle ciminiere, avvolto da un fumo che proviene da terra e guarda la luna che sembra muoversi continuamente per confondere l’osservatore distratto.

 



  1. – Fermati Luna! Accarezzami e fammi scoprire i tuoi desideri. Sei come il Maestro!  oh, il Sommo! Il Filosofo! Sei come lui? Sei come lui, ormai, solo spirito, eppure io ti vedo e amo la tua luce. Sei come lui! (Sospensione) ….Socrate, Socrate ti penso, amico mio, e cerco di trovare nella tua stupida morte una intelligenza capace di tutto, anche solo con la forza delle mani ... che, per un attimo si fosse trasformata in Legge e avesse fermato la tua mano. Ci hai resi orfani del tuo spirito … Ne Luna ne Sole, ma il complesso universale del cielo, nessuno. Orribili cani ………….. (con disprezzo) Uomini senza dignità che osservate e ridete, mentre muore il Sole e la Luna trova nuovi amanti. Luna (grida)
                                                                   PAUSA - Immagini ( C2)

A. -  Forse il senso della natura terrena, della carne o l’odore dell’animale o il pianto di un bambino? Niente. Lo spirito si ribella a tutto ed è il padrone. Platone soccorrimi. Non trovo un Dio che ha la supremazia su tutto, ma tanti angeli che lavorano da matti, poveri angeli! Che cosa si muove al di là del viso, del respiro e del nostro involucro? Io respiro, io vivo….e poi? Spesso non capisco perché i miei Dei diventano demoni per altri e gli stessi demoni, in fondo, cosa sono? Non sono altro che angeli o qualcosa di simile, di connaturato, quasi, come un altro aspetto del divino. Sono Dei o intermediari? Luce riflessa o luce propria? Io dove sto? C’è una maniera per attrezzarsi alla conoscenza? Vorrei essere un piccolo seme che cresce sul vello lunare e osservare, senza orecchi, occhi, naso, la vita degli spiriti dell’Universo dove il cielo è nato! Dove è nato? Angeli, voi che siete gli intermediari, voi che siete quelli che il cielo manda alla Terra, voi che abitate la mia amata Luna, rivelatemi il mistero o, almeno, ditemi quello che è possibile conoscere. Dove nasce la conoscenza e chi ne segna il percorso…Spesso ci illudiamo di essere Noi gli esploratori, gli scopritori, i rivelatori, ma poi vediamo e comprendiamo che ogni cosa nasce dal mistero dell’essere e dell’esistere e si interpone fra noi e il Cielo! E c’è sempre qualcosa di molto più lontano…… Per questo amo Luna. Lei è lontana dal mio tegumento fisico, ma accarezza il mio seme d’uomo e lo coinvolge come la più esperta delle seduttrici, danzando sul mio sesso e sulle mie bugie, sul mio sentimento e sulla mia ragione. Povero me ... ella, ogni giorno, si veste di veli per sorprendermi ancora e per soccorrermi, quando ho paura e quando cado nel Destino senza vedere più nulla ….Luna! Amore mio…… Luna! Tu sola capisci che sono un idiota che si crede scienziato, un illusionista, un prestigiatore, no!  Sai che non sono un “maaro”…. Luna tu sei come le femmine dagli occhi larghi che sanno lanciare uno sguardo brillante e corporeo sul mondo e sulle realtà tangibili. Nel mondo si perdono anche, ma sempre con anima, con ardimento, senza difese o piagnistei, con vigore, nell’allegria e nella tristezza … Luna! ......(interpretazione dell'affanno amoroso di Apuleio) .... Sei come le loro vite come tanti momenti di tutte le vite: momenti importanti che segnano, che lasciano una traccia dolorosa come una ferita aperta, come il ricordo di un amore, di un abbraccio. Ti racconto di una donna, dunque: confessioni, sogni, invenzioni, giochi. Un viaggio con tante stazioni per visitare, ascoltare, osservare da vicino le bellissime…..Luna Dea ….Bellezza….Sogno! Si! Un viaggio con tante fermate per andare a vedere, intendere, studiare da vicino le bellissime tutte, in ogni colore o veste o luce, materiale o immateriale, per condividere gioie e crucci, dolori veri e grandi entusiasmi, matrimoni e tradimenti, malattie e passioni, vere e proprie avventure al limite della furbizia priva di scrupoli. Osservatori, viandanti, che spegniamo nella notte il desiderio, e lo riprendiamo al mattino, furbo destino di lupo, guardiamo dal dirupo della nostra coscienza….Con la nostra essenza pensante, col cuore dell’anima profonda, questa bella donna, nera o bionda. Ci insegnerà a capire la dignità dell’essere, che, come un serpente, sta nel suo ventre e nel suo seno. Le femmine dagli occhi larghi come Luna covano la giustizia dei loro desideri. Le femmine dagli occhi larghi come Luna sanno lanciare uno sguardo brillante e corporeo sul mondo…..che hanno cosparso del loro profumo.(Sospensione)….Che dico? Dove sono? Luna, Lunaaa .... Luna ..... amore mio, perdonami ...
         (il sibilo del vento, il chiacchierare delle comari, i rumori della strada)
.........rosso, azzurro e infine nero

sabato 7 febbraio 2015

Un grande del '900 raccontato da Saviano : Albert Camus


Quando Camus ci insegnò che siamo noi "Lo straniero"

 


di ROBERTO SAVIANO


Albert Camus in questi anni mi è stato accanto mentre mangiavo, dormivo, scrivevo. Accanto mentre mi disperavo. Accanto mentre cercavo brandelli di felicità. Era accanto a me quando sono stato troppo frettoloso in un giudizio, consigliandomi di rallentare, di riflettere meglio, di ponderare le mie parole, di pesarle. Accanto a me mentre tenevo il punto contro l'idiozia estremista, in un'Italia che spesso fa dell'estremismo di maniera scudo, appartenenza, bandiera. Era vicino, silenzioso, costante ombra, amico gradito a cui poter chiedere cose e da cui poter ancora ottenere risposte. È così che accade quando scegli di dialogare con uno scrittore, e non importa che sia morto quasi vent'anni prima che tu nascessi.

Albert Camus ha misurato palmo a palmo il territorio in cui si muove un narratore, il suo limite doloroso e la sua grazia, ovvero le parole. Parole che non sconfiggeranno la fame, che non salveranno vite, che non uccideranno virus, ma lo scrittore non "lavora", non "agisce" sul potere, piuttosto sulla responsabilità. Camus sa che tutto ruota intorno a questo: responsabilità e ragionamento. Sarà impossibile migliorare il mondo  -  è la razionale presa d'atto  -  ma si potranno migliorare le vite delle persone che entrano in contatto con noi, e quindi quell'impossibilità come postulato può cadere.
La vita di Albert Camus è un romanzo che è possibile leggere in tutte le sue opere, vere e proprie tessere di un prezioso mosaico. Francese nato in Algeria. Francese che vive tra francesi d'oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Straniero in Algeria perché privilegiato, straniero tra francesi. Ma straniero anche e soprattutto per la sua condizione di uomo; quindi, in definitiva, straniero tra stranieri. Si oppose alla Guerra d'Algeria, alla pena di morte per gli indipendentisti, ma non sopportò mai l'ideologia del Fln (Front de libération nationale) algerino che vedeva nella Francia il nemico, in una Francia generica, come categoria in sé, rivolgendo la propria ira verso i francesi più prossimi, quelli fisicamente presenti in Algeria. Il bene e il male è difficile che stiano unilateralmente da una sola parte e le divisioni manichee in bianco e nero, buono e cattivo, giusto e ingiusto, vittima e carnefice tanto semplici da digerire, spesso sono altrettanto false e non spiegano in alcun modo la complessità della vita.

A Stoccolma, nel 1957, in occasione della consegna del premio Nobel, Camus partecipò a un incontro con giovani studenti. In quell'occasione uno studente algerino lo aggredì verbalmente e lui pronunciò, in risposta, una frase per cui la stampa francese di sinistra letteralmente lo crocifisse: "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre". Quello che Camus voleva dire era: se credete sia ingiusto che mia madre, perché francese ma da sempre modesta e lavoratrice, viva laddove ha sputato sangue e sudore, allora io sto con mia madre e contro la vostra giustizia.

Camus è straniero a tutto. La sua estraneità lo rende cittadino della riflessione continua. E quando nel '42 pubblica Lo straniero decide di fissare in volto il più complesso dei temi: l'estraneità dell'uomo alla società, all'universo intero. L'incolmabile e insanabile solitudine dell'uomo. Insomma, quando leggi Lo straniero , quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un'impresa impossibile: quella di descrivere l'esistenza come qualcosa che accade. E l'ha fatto non da uomo rinchiuso nei suoi demoni, non da uomo separato dal suo mondo, ma da uomo che vive pienamente la sua vita, e nonostante ciò ha compreso che la vita in fondo capita, senza ragione, senza colpa, semplicemente capita. Ne Lo straniero Meursault non è Camus, ma è un uomo senza mappa e senza coordinate: non immorale ma perduto proprio come lo scrittore immagina l'uomo del suo tempo. Non ci piace Meursault, è apatico. Poi in un caldo pomeriggio avviene la nostra separazione definitiva dal personaggio, mentre cammina sulla spiaggia, sole negli occhi, ha uno scontro con un arabo e nella colluttazione gli spara, uccidendolo. Meursault viene arrestato e non cerca giustificazioni. Viene condannato a morte e non cerca conforto nella religione. Meursault infastidisce chi si aspetta  -  la quasi totalità dei lettori  -  una progressione della sua psicologia nel romanzo, chi vorrebbe che a un certo punto si svegliasse e urlasse al mondo il suo pentimento, che spiegasse le sue ragioni, che si giustificasse, che si difendesse. Invece Meursault quella condanna a morte tutto sommato se l'aspetta, ma non per coscienza: come non ha potuto decidere della sua nascita, allo stesso modo non potrà decidere della sua morte.

Lo straniero l'ho letto da adolescente e sin da allora ho fatto una riflessione che ha accompagnato il ricordo di quella lettura. Ho creduto che nell'estraneità che Meursault  -  che l'uomo  -  prova verso se stesso, verso l'umanità, verso l'universo, ci sia anche di che essere, di che sentirsi sollevati. Ho creduto di scorgere, e ancora vedo, nel sentirsi straniero, l'impossibilità di sentire fino in fondo il peso della responsabilità, perché la responsabilità è possibile sentirla solo quando si ha piena percezione, piena consapevolezza di ogni gesto, di ogni decisione. Ma se, invece, ciò che ti capita in gran parte avviene e basta, lo subisci, se non sei agente, ma sempre e solo agito, allora potrai andare al patibolo e le urla d'odio potranno fare da gradita compagnia. È la solitudine la gabbia in cui tutte le riflessioni di Albert Camus avvengono. Quella solitudine che è forse la vera carta universale di appartenenza al genere umano. Non bisogna credere che l'opera di uno scrittore che affronta ai ferri corti la vita permetta poi di arrivare a facili soluzioni.

Tutt'altro, è la complessità della vita a trovare spazio nelle pagine di Camus. E nella Peste esiste una risposta a Lo straniero , una risposta che chi ama Camus voleva, si aspettava. Una risposta che non consola ma spiega. Puoi fermare la malattia, ma non risolvi il problema. Nel mondo si muore lo stesso, si soffrirà lo stesso. Ma chi lavora e agisce per salvare, per pulire, per guarire forse non costruirà un mondo migliore, ma migliorerà il mondo in cui vive. "Esiste la bellezza ed esiste l'inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi". Camus ha scritto queste parole che suonano diverse da "Amo mia madre e la giustizia, ma fra mia madre e la giustizia scelgo mia madre", eppure raccontano una stessa anima e uno stesso modo di sentire, vedere e vivere il mondo. Sono parole che restano sotto la pelle, sotto le unghie, incise sui timpani. 

Rappresentano per Camus coordinate, la bussola nella sua vita e nei suoi scritti. E sono le coordinate che il lettore apprende nelle sue pagine. Coordinate di una navigazione che ci accompagneranno per tutta la vita.

martedì 3 febbraio 2015

I “Mattarella” (secondo Pippo Fava)


I “Mattarella” (secondo Pippo Fava)

da “I cento padroni di Palermo” di Giuseppe Fava (“I Siciliani”, giugno 1983):

Ecco: qui diventa perfetta la storia di Piersanti Mattarella, da raccontare tuttavia con umana sincerità affinché ognuno possa capire le cose come veramente accaddero e quindi trarre una ragione, un cifrario per le cose che continuano ad accadere.
Piersanti Mattarella, il cui personaggio oramai è entrato nella leggenda politica siciliana dell’ultimo decennio, era figlio di Bernardo Mattarella, padrone della Sicilia occidentale, quando Palermo ancora ammetteva un solo padrone. Saggio e collerico, amabile e violento, culturalmente modesto, ma irruento parlatore, Mattarella non disdegnava alcuna alleanza potesse servire al potere del suo partito ed a quello suo personale. Non aveva scrupoli. Se parte dei suoi voti provenivano dai ras delle province mafiose, che ben venissero, erano egualmente voti di cittadini italiani. E se quei grandi elettori chiederanno un favore in cambio, Bernardo Mattarella (come si suole dire) non si faceva negare. Contro di lui dissero e scrissero cose terribili, ma in realtà non riuscirono a provare praticamente niente, se non che la sua potenza, appunto per questa assenza di testimoni contrari, era perfetta.
Il vecchio Mattarella aveva eletto il figlio Piersanti, suo delfino ed erede, lo avvezzò al potere con la stessa puntigliosa prudenza, la medesima pignoleria, che la regina madre usa di solito per il principino di Windsor: prima buon studente, poi eccellente cavallerizzo, ufficiale della marina imperiale, un matrimonio di classe regale, un viaggio per tutto il Commonwealth ad affascinare sudditi. Al momento opportuno il trono. Piersanti era alto, bello, intelligente, amabile parlatore, ottimo laureato, viveva a Roma, parlava con buona dizione. Era anche un uomo molto gentile ed infine aveva una dote che poteva essere un difetto: era candido. O forse fingeva di esserlo.
Quando il padre ritenne il momento opportuno, lo fece venire a Palermo perché fosse candidato al consiglio comunale. Il Comune di Palermo è una palestra politica senza eguali, nella quale si apprendono tutte le arti della trattativa per cui l’affare politico è sempre diverso da quello che viene, ufficialmente discusso, e si affinano le arti della eloquenza per cui si dice esattamente il contrario di quello che è, anche gli avversari lo sanno e però fanno finta di non saperlo, e quindi l’oratore riesce a farsi perfettamente capire senza destare lo scandalo dei testimoni. Piersanti imparò quanto meno a capire quello che gli altri dicevano. Poi venne eletto dall’assemblea regionale siciliana, dove in verità – provenendo i deputati da tutte e nove le province dell’isola, le arti sono più grossolane, ci sono anche la cocciutaggine dei nisseni, la imprevedibile fantasia dei catanesi, la finta bonomia dei siracusani, tutto è più facile e difficile, e tuttavia anche qui Piersanti Mattarella fu diligente e attento. Valutava, ascoltava, sorrideva, imparava, giudicava. Venne eletto assessore alle finanze. Fu in quel periodo che vennero confermati gli appalti delle esattorie alla famiglia Salvo.
Esigere le tasse può sembrare odioso, e tuttavia è necessario, consentito, anzi preteso dalla legge. L’esattore deve essere avido, preciso e implacabile. I Salvo erano perfetti. Il loro impero esattoriale si estendeva da Palermo a Catania, un giro di centinaia di miliardi, forse migliaia. C’era una bizzarra clausola nell’accordo stipulato fra gli esattori Salvo e l’assessore regionale: cioé gli esattori avevano facoltà di scaglionare nel tempo i versamenti. Premesso che la Giustizia impiega magari due anni per riconoscere un’indennità di liquidazione a un povero lavoratore, ma ha una capacità fulminea di intervento contro lo stesso poveraccio che non paga le tasse), gli esattori Salvo avevano il diritto di esigere subito le somme dovute dai contribuenti, e però la facoltà (detratte le percentuali proprie) di versare a scaglioni le somme dovute alla Regione. Praticamente per qualche tempo avevano la possibilità di tenere in banca, per proprio interesse, somme gigantesche. Non c’era una sola grinza giuridica. Avevano fatto una proposta e la Regione aveva accettato.
Infine Piersanti Mattarella venne eletto presidente della Regione. E improvvisamente l’uomo cambiò di colpo. Aveva studiato tutte le arti per diventare Mazzarino e improvvisamente divenne Pericle. Indossò tutta la dignità che dovrebbe avere sempre un uomo; dignità significa intransigenza morale, nitidezza nel governo, onestà nella pubblica amministrazione. Piersanti Mattarella fu capace di pensare in grande e pensare in proprio. Figurarsi la società palermitana degli oligarchi, i cento padroni di Palermo. Come poteva vivere un uomo così, e per giunta vivere da presidente? Nessuno capirà mai se Mattarella venne ucciso perché aveva fermato una cosa che stava accadendo, oppure perché avrebbe potuto fermare cose che invece ancora dovevano accadere.

Dal sito web: www.giuliocavalli.net

domenica 1 febbraio 2015

Editoriale di febbraio 2015


 La nuova Nazione Europea

Wolfgang Schaeuble, il portavoce dei poteri forti finanziari dei banchieri tedesco-ebreo-americani, ricatta la Grecia dicendo che la Germania (leggi il cagnolino COMUNITA’ EUROPEA)  è pronta ad avviare una trattativa, ma ribadisce che Atene deve mantenere gli impegni sulle riforme e che Berlino non accetta ricatti. Non li accetta, ma, di fatto, li fa alla Grecia.. "C'è bisogno di solidarietà in Europa - dice Schaeuble - per cui non possiamo essere ricattati" Non possono essere costretti a venire ad accordi con uno Stato che considerano suddito (Samaras docet). Bene, comincia così una nuova era che stabilisce il primato delle Multinazionali e della Finanza sui Popoli. Una bella condizione di partenza per un Europa che “vorrebbe”, dicono, una costituzione e una democrazia federale! Come? Una nuova Supernazione da costruire sulle macerie dell’EURO. Applichiamo il modello ISLANDA! Usciamo dalla moneta unica e svalutiamo affinché il debito, cioè il peso del ricatto, diventi carta straccia e i Padroni del Mondo diventino strilloni di giornali per strada! Se la Grecia cede al ricatto tedesco, può eliminare scuole, servizi, imprese e vivere, come un paese del “terzo Mondo” di EMIGRAZIONE, magari verso la locomotiva d’Europa! Deportiamo i greci in Germania? Nessuno in Italia, ancora, capisce il grado di degrado sociale e della democrazia, inquinata dalla Finanza e dai suoi Poteri occulti, nessuno vede la guerra che sta facendo un America schizofrenica alla Russia abbassando il prezzo del Petrolio, e, nello stesso tempo, svenandosi. Nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla. Mi chiedo dove andremo a finire di questo passo. Ma non è nemmeno questa la domanda giusta, perché lo sappiamo, lo possiamo constatare nei telegiornali seppur orientati dalla Finanza e dagli organi di potere, che ci mostrano la terza guerra mondiale alle nostre porte in Ucraina e in Siria. Quando ci sveglieremo, forse, saremo prigionieri di regole e di logiche totalitarie e ciniche. Siamo incoscienti che corrono su una lama di coltello.

Ugo Arioti