lunedì 30 marzo 2015

Tra letteratura e impegno civile, parla Giovanna Mulas


Tra letteratura e impegno civile, parla Giovanna Mulas

Scritto da  Simone Morichini

Personalità tra le più coinvolte nella cultura e nell’impegno civile, Giovanna Mulas (Nuoro, 1969) ha pubblicato oltre venti libri nel corso della sua carriera tra narrativa, poesia e saggistica. Tradotta in diverse lingue e autrice apprezzata in numerosi paesi esteri, ha vinto vari premi letterari tra i quali, per ricordare i più recenti, il Premio Internazionale per l’Arte e la Cultura Giosuè Carducci (2008), il Premio Mimosa d’Argento-Donna Sarda dell’Anno (2009), il Premio alla Carriera (Corona d’Alloro) dalla Regione Sicilia (2010) e il Premio Internazionale alla Cultura dalla Città di Ostia (2011). Per approfondire tutti gli aspetti della sua letteratura (http://giovannamulasufficiale.blogspot.it) ma anche il suo lato umano e civile, Daily Green l’ha intervistata per il numero di questa settimana.


Giovanna, se dovessi parlare di te in poche parole come ti descriveresti al pubblico di Daily Green?

Sono stata per anni una sterile salottiera di buon talento, stordita da ombelico e premi letterari, testarda e superba, con quella rabbia del riscatto tipica di chi nasce dal niente e col niente cresce. Alla figura di mia madre, amatissima, fragile e schizofrenica (dalla sua malattia è nato il mio Mater Doloris), ha “supplito”, nella mia prima educazione letteraria, mio padre, un semplice poeta-contadino con la passione per le arti che mi iniziò a modo suo, con quella durezza tipica di una generazione allevata a fascio e cipolla, allo studio dei classici. Ricordo che non avevo ancora compiuto sei anni e già conoscevo a memoria i primi passi della Divina Commedia.
Una cosa in particolare m’insegnò mio padre, ripetendolo fino alla morte: “Non dimenticare mai da dove vieni. Non chi sei, ma da dove vieni”. Solo col tempo avrei capito il significato di questa frase. Ovvio i click, i cambiamenti hanno prodotto in me i tentativi di omicidio subiti e la quasi morte, i lunghi anni trascorsi nel mio “pozzo nero”, quella depressione che ne è venuta, quindi la chiusura alla società e alla mia arte. Il “ritorno”, i viaggi nel resto nel mondo, nell’altrui sofferenza. E poi l’amore puro, finalmente vero per mio marito Gabriel e i nostri sei figli. Devo dire che la vita mi ha regalato tanto, nonostante il dolore che, a volte, credo sia stato necessario, fisiologico a quella ragazzina superba. Con l’esperienza ho imparato quanto con la mia professione si possa e si debba fare per gli altri, quanto l’ombelico e gli specchi servano a poco; quanto sia fondamentale la conoscenza di noi stessi quindi quella altrui, per scriverne: un viaggio continuo, un messaggio costante, anche scomodo. Questo me lo devo nel rispetto del dono di un dio burlone o della Natura, di una letteratura che, oggi più che mai, ha il dovere di farsi impegno civile, fuori dall’acritico, dall’apolitico, dallo sterile: specchio della realtà. Un cammino a piedi scalzi, appunto. Lungo e che so che durerà una vita.

Sei molto legata alla tua terra, la Sardegna. Quanta influenza ha nella tua produzione intellettuale?

Amo riportare nei miei scritti la magia della terra sarda, gli odori, i suoni...tuttiisensiinme. Il profano e non plagiato, quel “tempo non tempo” che all’isola, e al suo micro mondo, appartiene fisiologicamente.

Da dove trai l’ ispirazione principale per i tuoi componimenti? Più legata all’osservazione della natura o ai comportamenti delle persone?

Con i miei racconti amo far parlare i reietti: Moto GP, Annichilina e Olghina, Cecilia… ambisco, con la superbia tipica dell’artista, a far pensare il Lettore e non m’importa cosa. Credo che non si dovrebbe adorare od odiare il creatore di una storia buttandolo all’inferno o, al contrario, destinandolo a utopica eternità. Siamo soltanto un tramite, un affollato cavalcavia tra dimensioni; siamo una penna vuota quanto il nostro stomaco destinata ad ingabbiare, su foglio, quel Personaggio che attende il visionario di turno. E non è detto che gli si conceda del tutto. Voglio dire, il Personaggio va vezzeggiato, sedotto, plagiato, piegato al nostro volere. Sempre sapendo che, in realtà, è il Personaggio che vezzeggia, seduce e plagia, piegandoci al suo volere. Lo scrittore è un pervertito de Sade del congiuntivo, un bon vivant dell’etimologia. Eppure, il vero protagonista di ogni storia ben scritta continua a rimanere il Lettore. Deve innalzare il Personaggio e la sua vita, tra polvere, letti di obitorio o hotel di lusso: cammina a piedi nudi, il Regale Innominato, tra le lenzuola ed il bagno, osa spingersi oltre le righe dell’incipit, quando di buone righe parliamo. Il Lettore deve specchiarsi nel Personaggio, ritrovare il suo vicino di casa, la ragazzotta allegra con la quale ha passato quindici minuti di celebrità sensoriale. Il nostro Lettore deve provare comunque un’emozione, e non m’importa quale. Continuo a vedere lo scrittore come voce del popolo, affinché il pensiero critico faccia discutere, creare, costruire. Autocoscienza necessaria, critica costante sulla e della realtà, che tenda la mano ai movimenti sociali in opposizione alla guerra, l’ingiustizia, alla disuguaglianza sociale. Un movimento di resistenza per la cultura della vita. Davvero, credo che l’augurio da fare ai nostri figli sia quello di riuscire a sottrarsi, con conoscenza illuminata da istinto primordiale, agli abusi della ragione. In questo, una buona lettura può rivelarsi aiuto efficace, ma la domanda è: siamo capaci di riconoscere una buona lettura?

Passando alla tua ultima fatica intellettuale, Memorie di Villa Pedrini, edito dalla casa editrice Rupe Mutevole nel 2014, ho letto che si tratta di un libro tra “miseria e nobiltà, amore puro e amore comandato, uno sfarzo che stringerà il collo delle persone, soffocandole o costringendole a una repentina fuga da loro stesse”. La protagonista delle tue pagine, Vanessa, è una donna che si ribella a un futuro tranquillo ma soffocante. Possiamo leggervi la situazione che coinvolge molte persone nel mondo attuale, combattute tra un presente comodo, una prospettiva serena ma non aderente ai propri desiderata?

Quando la foschia dell’illusione sfuma si apprende, ad esempio, a smascherare l’inutile abbaiare di un altro, a sgonfiarlo di ogni presunzione come farebbe lo spillo sul palloncino ché gonfio, tronfio com’è, non riesce più ad accogliere nient’altro che non sia la propria boria e simulazione.
A volte il coraggio di svilire, spezzare il falso e l’apparenza, non rappresentano incoscienza o amore del pericolo quanto capacità di distinguere cosa è “male” per un uomo o per l’intera Comunità, e cosa non lo è. Per dirla con Seneca, il coraggioso custodisce la propria tutela e nello stesso tempo patisce con risolutezza gli eventi che hanno l’ipocrita apparenza di mali. Dunque dopo e solo dopo, appare la visione del mondo oltre ogni diversità e cultura: solo questa può e potrà cristallizzare un dato tipo umano al fine di donare all’intera Comunità.Le idee, il pensiero, non debbono essere proprietà esclusiva degli intellettuali annoiati o dei partiti politici. Luce e più luce, verità agli Uomini e alle Donne: una cultura della cultura che, ostacoli decenni di individualismo imposto, ritorni alla piazza sempre appartenuta al popolo che l’ha dimenticata. Non lasciare spazi dove tutto ciò contro cui lottiamo in tanti, resistiamo (quel sistema del consumo mentale e fisico, amorfo, placebo), possa risorgere ancora, e poi ancora. Resto convinta che occorra lavorare nella trasformazione di coscienze (da quel Cum-scire latino, “sapere insieme”) anestetizzate; occorre respirare quindi soffiare coscienza di classe proprio lì dove le coscienze creative sono state schiacciate, nascoste, sequestrate dalla società del consumo. Ma per contrastare, contestare anni di dominazione mentale in tutte le classi sociali – in primis, lo sappiamo, in quella vulnerabilissima classe media – è necessario utilizzare strumenti teorici forti, adeguati, e dialettica, confronto, critica costante. Vige prima di tutto il pensiero nel pensiero: confermo questa, come autentica rivoluzione.

Leggendo la tua biografia, non si possono non notare le tue posizioni dal punto di vista civile e, in particolare, sulla violenza sulle donne. La tua letteratura risente di quest’impegno?

Esistono ferite, nella vita, che mai si rimargineranno. Il tempo potrà ammansirle, quietarle, vestirle di una nuova prospettiva di saggezza e serenità. Ma mai, mai queste ferite potranno cicatrizzarsi del tutto. Vuoi perché sono troppo profonde, vuoi perché, oramai, fanno parte di noi e solo con noi scompariranno. E ogni volta che una donna, una sorella, muore per mano di un amore malato, la ferita grida ancora. La mia è una storia come tante, e per raccontarla volo indietro nel tempo, al 2001, in un’apparentemente tranquilla piccola città di provincia, Nuoro: una richiesta di divorzio dall’uomo che allora era mio marito, tre tentativi di omicidio dei quali l’ultimo, per strangolamento e accoltellamento, avvenuto davanti agli occhi dei nostri quattro figli, allora tutti minori. Sospesa tra la vita e la morte. Il limbo. Di quei giorni “non miei” ancora oggi porto il ricordo nebuloso, incerto, vacuo quasi. Gli infiniti perché, il pozzo profondo della depressione, il buio, la crisi artistica: perché io ero viva, perché io, perché a me, perché i miei figli avevano dovuto assistere a tutto questo, perché lui aveva tentato il suicidio, perché lui a me, proprio a me che fino al giorno prima aveva ripetuto di amare alla follia. La violenza si nutre anche di omertà; denunciamola oggi, domani, sempre. E che finalmente, in questa Italia da emergenza femminicidio, si faccia giustizia vera contro la violenza. Non attendiamo che altre donne, sorelle, ci guardino da un lettino di obitorio. Che si lavori costantemente su una Cultura della Non violenza.

domenica 29 marzo 2015

Immagini ecoculturali

Immaginiamo il Mondo come un luogo di tutte le creature, umane, animali, vegetali e pensiamo che solo dai bambini può nascere uno spirito vero di condivisione e di libertà, ECOCULTURA! Buona Pasqua a tutti
Daniela la Brocca
 
 

EDITORI ALLO SCOPERTO, FARE RETE NELL’EDITORIA


EDITORI ALLO SCOPERTO, FARE RETE NELL’EDITORIA

28 e 29 marzo 2015 – galleria Bobez -Via isidoro La Lumia, 22, Palermo

Ugo Arioti

 
Una buona iniziativa a Palermo mette insieme, come una fiera, ma con aspetti di sviluppo culturale e di discussione che fanno riflettere e pensare, e non è poco in un momento di decadenza culturale come quello che stiamo attraversando, librai e editori artigianali palermitani e arte. Racconti di storie e di lavoro, di illusioni e di lotta in una città che come l’araba fenice rinasce sempre dalle sue ceneri, nel fatalismo che pure la avvolge e la costringe. Ho attraversato questi corridoi d’arte della Bobez di Via Isidoro la Lumia con l’animo di un bambino che vuole giocare con le luci e i colori della sua terra natale, possono essere anche stracci li trasformeremo in palloni per giocare fantastiche partite di football senza campioni o campionati artefatti, ma con la forza devastante e sconvolgente della fantasia. La parola d’ordine “fare rete” la sento dire da troppo tempo e spero, lo dico sul serio, che questo diventi patrimonio di tutti e che oltre la spiaggia dorata ci siano altre sponde da raggiungere domani.

La proposta: Editori allo scoperto racchiude sotto un unico titolo una vasta gamma di eventi culturali e momenti d’incontro organizzati dalle piccole case editrici indipendenti di Palermo che vogliono collaborare e fare rete. Gli editori che hanno aderito creeranno insieme occasioni per promuovere la lettura e la conoscenza delle piccole realtà editoriali in contesti diversi, anche al di fuori dei luoghi solitamente deputati. Gli editori promuoveranno in prima persona il proprio lavoro e le proprie scelte editoriali cercando un rapporto diretto con il pubblico e un dialogo con l'intera città.

Che dire? Anche se immersi nel crogiolo del decadentismo fatalista barocco che nutre i nostri orecchi, apriamo bene gli occhi! Non ci coglie di sorpresa questa iniziativa, ma ci da gioia e speranza, perché in un Isola come la nostra, dove sono quasi tutti poeti e artisti del vivere la Storia si fonde con le ragioni degli uomini e si fa Letteratura. Ecco la risorsa che ci vuole …..

sabato 28 marzo 2015

EXODUS. I TABÙ DELL’IMMIGRAZIONE


Su Espresso di questa settimana, prendo spunto da “Exodus. I tabù dell’immigrazione” scritto da Paul Collier (Laterza bit.ly/Exodus_Collier) per raccontare di come, quando parliamo di immigrazione, siamo approssimativi, spesso utilizziamo sensazioni, istinto, percezioni deformate. Alla notizia della tragedia dell'Airbus A320 della Germanwings in molti hanno pensato a un attentato, magari di matrice islamica. Era poco probabile data la nazionalità dei piloti, ma ogni nuova tragedia la si mette immediatamente in connessione con l'ultima eclatante avvenuta e soprattutto ormai ci siamo abituati a vivere con il terrore di essere invasi o di essere facili prede di orde straniere. 
E così accade che chi va a fare volontariato in Siria e viene rapito, se l'è cercata perché poteva restare in Italia.
E così il ragazzo marocchino che uccide il coetaneo italiano diventa la regola e non un terribile incidente che può accadere.
Eppure, se pensiamo che il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra per raggiungere le nazioni ricche, capiamo quanto il fenomeno migratorio sia ancora assolutamente nella sua fase iniziale.

EXODUS. I TABÙ DELL’IMMIGRAZIONE
 
Vanessa Marzullo, una delle due ragazze rapite in Siria il 31 luglio 2014 e liberate il 15 gennaio 2015, rompe il silenzio dopo più di due mesi e parla di fango ricevuto e di vergogna. Ma la vergogna cui si riferisce è per un Paese che ormai utilizza qualunque cosa per alimentare uno sterile dibattito politico sempre più fine a se stesso, sempre meno incline a comprendere davvero cosa accade. Vanessa dice “sono solo beghe politiche” e le sue parole mi hanno ricordato il modo in cui la Lega Nord ha vilmente strumentalizzato la morte di David Raggi, il ventisettenne ucciso a Terni, la notte del 12 marzo scorso, da un coetaneo marocchino davanti a un locale che abitualmente frequentava.

Amine Aassoul è un immigrato espulso, rientrato a Lampedusa con false generalità, aveva già commesso rapine e furti. David Raggi era invece un ragazzo modello, informatore farmaceutico, volontario del 118, ricordato da tutti come persona generosa e gentile.

La dinamica dell’omicidio è presto ricostruita: Amine Aassoul viene cacciato dal locale perché ubriaco e molesto, brandisce una bottiglia rotta con cui aggredisce David Raggi al collo. Matteo Salvini ha immediatamente trasformato questo omicidio in una campagna anti immigrato, annunciando una class action nei confronti dell’attuale governo che non brilla certo per umanitarismo, ma che la Lega considera “nemico degli italiani e della sicurezza". Eppure da Terni, la famiglia di David Raggi, dà al paese una lezione di democrazia come la politica non è più in grado di darne e Diego Raggi ammonisce “L’omicidio di mio fratello David non sia motivo di odio razziale”.

La morte di David per mano straniera e la reazione della politica a questo omicidio – abbiamo sentito il solito grido scomposto della Lega ma nessuna altra voce si è levata per stigmatizzare questo perenne impeto razzista – mi dà la possibilità di parlare di un libro, “Exodus. I tabù dell’immigrazione” scritto da Paul Colliered edito da Laterza.

Collier scrive che dato il divario nei salari tra terzo e primo mondo, si stima chequasi il 40% della popolazione dei paesi poveri, se potesse, lascerebbe la propria terra per raggiungere le nazioni ricche. Ciò significa che siamo solo agli inizi di un fenomeno che in futuro sarà molto più esteso, massiccio e, se continuiamo a gestirlo in questo modo, preoccupante.

Collier suggerisce a un paese come l’Italia che, come porta di accesso al cosiddetto “mondo ricco”, è direttamente interessato dal fenomeno migratorio, di creare una politica di asilo più ragionevole che non dipenda unicamente dalla fortuna di riuscire a mettere un piede a Lampedusa sfuggendo alla morte. Collier suggerisce un sistema per cui pur facendo domanda di ingresso da un paese esterno all’Unione Europea, si possa avere qualche chance effettiva di essere accolti. Ma Collier dice anche che bisognerebbe creare posti di formazione per migranti al fine di poter auspicare un rientro nei paesi di origine dove si potranno mettere a frutto le competenze acquisite. A quanto pare, infatti, i paesi ricchi sottraggono ai paesi poveri risorse anche e soprattutto umane; ma forse potremmo allargare il discorso e dire che i paesi più ricchi e sviluppati, sottraggono a quelli più poveri e in difficoltà, quelle risorse umane di cui i paesi più poveri avrebbero bisogno per crescere.

Collier dice una cosa interessantissima, ovvero che gli effetti economici dell’immigrazione sulla popolazione ospite sono tutto sommati trascurabili. Ciò significa che il futuro non può prescindere da un’unione di intenti tra stati nazionali e aziende che devono lavorare perché diminuiscano le disuguaglianze economiche tra aree geografiche e perché si possa essere formati in un paese e poter far ritorno in patria per mettere a frutto gli anni di formazione.

Il fallimento della primavera araba è un fallimento prima di tutto nostro: abbiamo appoggiato le rivoluzioni, ma ci siamo disinteressati alle transizioni democratiche. La democrazia non si impone né si ottiene per imitazione, ma è diretta conseguenza di un crescente benessere. Se vogliamo risolvere davvero il problema immigrazione, le ultime politiche utili sono quelle dei respingimenti. È la gestione dei flussi l'unica cosa su cui ragionare. Questo dobbiamo capirlo, una volta per tutte.

 

mercoledì 25 marzo 2015

IL TEATRO SOCIALE TRA VERITÀ, RAPPRESENTAZIONE ED ETICA


 

ALESSANDRO PONTREMOLI

IL TEATRO SOCIALE TRA VERITÀ, RAPPRESENTAZIONE ED ETICA

 

C’è una profonda differenza tra il teatro che la tradizione occidentale ha identificato come oggetto artistico, e che ci ha consegnato come unico modello possibile della scena, e le sempre più numerose esperienze di quel fenomeno che è venuto via via definendosi, soprattutto all’interno degli studi teatrologici, come teatro sociale. In più occasioni l’ormai ampia letteratura sull’argomento ha affrontato questo nodo, ma a mio parere non tutti gli aspetti implicati in tale distinguo, che è teorico e metodologico anzitutto, ma che ha ricadute notevoli sulla possibile comprensione dei fenomeni stessi e sulla loro configurazione, sono stati ancora chiariti. Senza la pretesa di affrontare con sistematicità e completezza la questione, che nel contesto di questo contributo non sarebbe opportuna, mi sembra tuttavia importante almeno impostare i dati del problema, da un lato per innescare una proficua discussione, dall’altro per inaugurare una riflessione che possa avere in seguito, in altri ambiti, con maggior agio, un adeguato sviluppo. Nella nostra ricognizione teorica ci avvarremo della riflessione fenomenologica, così come è stata riproposta da alcuni pensatori contemporanei: fra gli altri Maurice Merleau-Ponty, Michel Henry, Jean-Luc Marion. Il teatro, inteso come una delle arti, va collocato entro le coordinate della più ampia problematica della verità come rappresentazione (della adaequatio, cioè, fra persona e realtà). Si tratta di un processo conoscitivo che sottende una precisa visione, secondo la quale la libertà umana viene decisamente sacrificata: se la realtà del mondo può essere

dominata dall’uomo solo seguendo le regole della rappresentazione, l’esito di questa azione epistemica è l’estraneità del mondo al soggetto e del soggetto a se stesso. La logica formale implicata dalla rappresentazione, riprodotta nel teatro come messa in scena registica di un testo, di personaggi e di un microcosmo mimetico del mondo, è ancora quella dell’ideale dell’oggettivismo metafisico, che nel tentativo di valorizzare la soggettività, di fatto, nella riduzione antropologica propria della modernità, la aliena, perché assolutizza il processo formale del metodo e comprime la ricchezza dell’esperienza, che diviene così estranea al dinamismo conoscitivo della verità. Sulla scorta di J.-L. Marion, la Verità è attingibile piuttosto come riconoscimento del dato che, vale a dire di una fenomenalità come donazione, indefinibile, continuamente eccedente, incomprensibile, soprattutto nel caso del fenomeno saturo. La determinazione più originaria del fenomeno è la sua donazione, che è sempre al di là della spiegazione e della soggettività trascendentale: la donazione  va infatti messa in relazione con la ricezione, prima e oltre ogni sua definizione. In altre parole: ciò che si dona implica anzitutto che lo si riceva. Ciò porta al superamento dell’istanza che spinge alla ricerca dell’unità di senso dell’oggetto a partire da una soggettività costituente. Il rapporto fra soggetto e oggetto si spiega, per Marion, con una relazione di inclusione della libertà del soggetto e della sua autonomia nella donazione della fenomenalità. Analogamente Merleau-Ponty parla dell’essere selvaggio come esperienza di inclusione di essere e non essere, in cui da sempre la persona è implicata nei termini della partecipazione. Al di sotto dell’opposizione coscienza-oggetto sta la dimensione primordiale della carne, trama unica che implica un sapere le cose  in maniera diversa, attraverso lo stupore come nuova idea di ragione connessa alla corporeità; cerniera, inserzione, comunicazione col mondo da cui partire e tornare per cogliere i diversi strati dell’Essere. Tutto lo spettacolo occidentale, nelle sue forme consolidate della cosiddetta prosa e del balletto, in altri termini il teatro incentrato sulla parola e la danza tutta ostensione corporea, non sono unicamente il frutto, come è stato ampiamente ribadito dagli studi degli ultimi trent’anni, degli steccati istituiti dalle dicotomie del pensiero platonico, via via cristallizzate dalla poetica aristotelica e dalla sua ripresa nell’episteme rinascimentale. Alla base di un teatro che istituisce le sue forme e basa il suo statuto sul principio della delega, rinunciando progressivamente alle sue prerogative di partecipazione rituale e di efficacia palingenetica, sta proprio  e inaspettatamente  il concetto di rappresentazione, meccanismo della conoscenza che, a partire da una presenza, permette la possibilità di una sua costante ripresentazione e duplicazione tautologica. A ben vedere è qui in azione una metafisica della presenza, fonte delle rischiose divisioni contro le quali gran parte del pensiero e molta della produzione artistica del Novecento si sono scagliati. È, insomma, il teatro della prepotenza e della separatezza, che abita i teatri stabili, sontuosi palazzi in cui la tirannide dei pochi soggioga e schiaccia ogni tentativo dei molti di risollevare la testa e di realizzare il proprio desiderio di occupare la scena. Ad un teatro come rappresentazione della presenza, il teatro sociale oppone una corporeità come scrittura, geroglifico: una carne come consegna dell’Essere, condizione di possibilità dell’apparire fenomenico, quella stessa che J.-L. Marion definisce una donazione. L’espressione consegna dell’Essere  va intesa nei suoi molti sensi e nella duplicità oggettiva e soggettiva del genitivo: la condizione del soggetto è infatti quella dell’affezione, della passività radicale, di un essere affetto da.  Attore/ricettore della consegna, nella stessa misura e nello stesso modo di ogni fenomeno, l’uomo  sa che nella sua carne l’Essere gli è consegnato, donato, nei termini di un marchio indelebile, che spesso assume la determinazione del peso della sopportazione e dell’angoscia, soprattutto perché diviene compito inderogabile di essere. Ma questo essere segnati con, essere segno comune è anche apertura di prospettiva comunitaria, profezia della possibilità di condividere consapevolmente il peso della consegna  stessa. La consegna dell’Essere è infatti compito attivo della vita, possibilità di trasmissione in molti modi e da tutti i punti di vista, anche e soprattutto trasmissione dell’incarnazione. Ricominciare a trasmettere attraverso di sé e nelle forme proprie della creatività umana è speranza di una riattivazione della tradizione.

Tradere  l’Essere, in termini non kenotici, nella consapevolezza dell’inevitabile minaccia di

tradirlo, è l’esito della consegna, soprattutto in una società come la nostra che sembra piuttosto destinata all’accumulo, alla sterile archiviazione e alla soluzione di continuità fra cultura e sua trasmissibilità, finendo con l’interrompere il fecondo atto vivente della tradizione.

Il corpo come geroglifico vivente, sulla scena di quello che mi piace definire come un nuovo

teatro della consegna, è segno, ma differente dall’Essere cui rinvia o di cui sta occupando il posto. Uno scarto incolmabile inerisce la traccia  che noi siamo, il continuo rinvio, il rimando che ci costituisce, che mentre segna una distanza nel contempo, in quanto traccia, in quanto indice di un’assenza, rivela la consegna, il destino di segno/parola che ci accompagna, e in cui è adombrata la Verità dell’Essere.

Pienezza non come altro  e altrove, ma proprio come quel corpo lì e ora, sulla scena teatrale; e non come doppio di una presunta realtà di riferimento, che per conoscere dovremmo in qualche modo adeguare o rappresentare, ma come luogo protetto in cui vivere per imparare a vivere. Proprio per tale motivo il teatro sociale si colloca sul versante della vita, nei suoi risvolti di concretezza pratica, nel contesto dell’azione che caratterizza il fluire delle nostre esistenze, chiamate, nel nostro tempo, a decidere sempre più rapidamente, in contesti di conflitto e di contraddizione, fra norma universale e contingenza locale.

Per comprendere i risvolti etici del teatro sociale è di grande aiuto il riferimento alla filosofia pratica di Paul Ricoeur, soprattutto quando entra nel merito dei rapporti sociali e delle relazioni interpersonali. Al proposito sono di particolare interesse i con-cetti di costituzione dell’alterità e della soggettività; del riconoscimento; della connessione fra saggezza pratica e giustificazione morale. Attraverso il teatro, si tratta di definire un orizzonte che è quello di una pratica dentro il mondo, analizzata al suo orientamento; all’autocomprensione dell’uomo; si tratta di un attraversamento di tutta l’esperienza, per trovare ciò che la costituisce mentre essa si fa, per rintracciarne il senso, ma nella sua concretezza, per cogliere, nell’immanenza del suo darsi, l’essere come potenza. La sintesi dell’esperienza trova così la sua luce nella pratica. L’esperienza è sempre data e dentro questa datità il soggetto è già calato. Ma la comprensione dell’esperienza è un itinerario che approda all’azione, alla  performance  come messa in comune e in circolo, come presa di senso per sé e gli altri. La soggettività si costituisce attraverso una presa di coscienza, un ritornare a sé.

L’alterità è costitutiva della soggettività e ciò è visibile e si rivela nella dialettica del riconoscimento (dialettica dello sguardo):

 Non appena vediamo altri vedenti […] per la prima volta il vedente che io sono mi è veramente visibile, per la prima volta io mi appaio rivoltato fino in fondo sotto i miei propri occhi. Per la prima volta, inoltre, i miei movimenti non vanno più verso le cose da vedere, da toccare, o verso il mio corpo, intento a vederle e a toccarle, ma si rivolgono al corpo in generale e per se stesso (sia poi il mio o quello altrui), poiché per la prima volta, grazie all’altro corpo, io vedo che, nel suo accoppiamento con la carne del mondo, il corpo apporta  più di quanto riceva, aggiungendo al mondo che io vedo il tesoro necessario di ciò che esso stesso vede. Per la prima volta il corpo non si accoppia più al mondo, si stringe ad un altro corpo, applicandovisi accuratamente con tutta la sua estensione […] affascinato dall’unica occupazione di fluttuare nell’Essere con un’altra vita, di divenire l’esterno del suo interno e l’interno del suo esterno.

La stessa dimensione tragica dell’esistenza, data dalla contraddizione cogente fra le alternative di pensiero e le azioni morali, fra la ragione e la presenza del male che la ragione non comprende ma può solo descrivere nella sua tragica presa d’atto, non si risolve in termini teorici. Di questa contraddizione è possibile solo un’empirica e non un’eidetica.

Nell’uomo, possibilità e libertà implicano responsabilità. Nella possibilità del male, l’uomo ha in sé una vulnerabilità costitutiva che lo può portare all’impotenza. È solo nella pratica, nell’azione, nella

 performance del teatro, che è esperienza del come se e accettazione pratica della propria condizione di traccia di verità , che i conflitti trovano una composizione. Si tratta della sintesi pratica e non speculativa dell’esperienza.

Il soggetto è aiutato, nel fare teatro, a comprendere che può decifrarsi nelle sue opere, nei suoi atti e nelle sue parole, che sfuggono spesso alla sua intenzionalità e, in quanto scrittura leggibile nei contesti sociali secondo codici a volte inconsci, alienano i soggetti dalle loro istanze  patiche, da quella presa  patica  di sé di cui parla M. Henry che coincide con la vita. Le risorse creative del soggetto, che è un essere simbolico, gli permettono un’attività interpretativa feconda per il superamento delle conflittualità. Nell’agire simbolico del teatro, l’attività metaforica del linguaggio e del corpo illumina l’opposizione fra sentire sensoriale ed espressione linguistica. La metafora si fa punto intermedio fra la percezione viva del reale e la sua dizione linguistica, producendo mobilità semantica. In altre parole, il linguaggio del teatro dei corpi viventi sulla scena riesce a dire la realtà attraverso la sintesi metaforica, che genera sempre innovazione di senso: la sintesi dell’eterogeneo permette la penetrazione intelligibile del reale. La funzione mimetica del teatro non è pura imitazione o metafisica rappresentazione, ma metafora viva che  porta alla luce la struttura temporale dell’agire: il teatro si fa così fonte di cambiamento, di trasformazione e di innovazione. L’esempio più evidente di questo processo è il meccanismo della narrazione, spesso usato nelle azioni di teatro sociale. La scissione del soggetto si risolve nella riconfigurazione narrativa applicata dalla persona alla propria storia. È lo stesso percorso che il soggetto compie all’interno dell’avventura ermeneutica dell’esperienza, quando il racconto dell’evento o dell’occorrenza percettiva, passata al vaglio della memoria, dell’emozione e della ragione, diventa forma condivisibile e per ciò stesso luogo della messa in comune del senso. L’identità narrativa, di cui parla Ricoeur, lungi dal cadere nell’errore di mettere in risalto l’esigenza di ricercare ciò che costituisce l’unità del senso dell’oggetto e di fondare questa unità nella soggettività costituente, è un’identità mobile e relazionale, in cui il rapporto soggetto/oggetto è in realtà un’inclusione delle prerogative di autonomia dei soggetti nella stessa donazione dei fenomeni, vale a dire in quella

consegna dell’Essere di cui si parlava all’esordio di questi ragionamenti.

A tal proposito, il concetto di rappresentazione può tornare, a questo punto, con una connotazione meno invasiva, rispetto alle pretese della metafisica della presenza: su un piano di saggezza pratica, la rappresentazione gioca un ruolo di mediazione simbolica nei confronti delle pratiche sociali, quando queste ultime sono finalizzate all’instaurazione di legami sociali o a costruire identità collettive e appartenenze. Le diverse identità narrative, che il teatro sociale avvia sulla strada dello scambio simbolico, procedono alla costruzione di comunità, quando si scoprono in tensione ver-so la medesima istanza di vita buona: il rapporto con l’altro contiene come costitutivo la stima di sé. L’altro è infatti portatore e portato della stessa consegna/donazione, è carne della medesima

 presa patica  della vita, è condizione veritativa dell’essere traccia che io sono. La ritrovata dimensione comunitaria, come identità condivisa, aperta e partecipata,innesca processi di azione, guidati da quella che Ricoeur chiama una  saggezza pratica.

È grazie ad essa che il conflitto tragico fra i casi particolari dell’agire umano e la più generale esigenza normativa trova una sintesi: l’applicazione circostanziata della norma,se guidata dall’intento morale di non contraddirla o dismetterla, non è lassismo o dero-ga, ma capacità di giudizio che sa cogliere l’universale senza trascurare la circostanza particolare, che è poi la condizione esistenziale di ogni vivente.

Il campo delle pratiche sociali, che la comunità come identità collettiva genera-ta dal teatro produce al suo interno, riconferisce importanza al principale agente del cambiamento, che è la capacità collettiva di agire instaurando nuovi e ulteriori legami sociali di natura ricostruttiva, in grado di rispondere al desiderio inappagabile di tutti gli uomini, di essere riconosciuti e di appartenere.

 

martedì 24 marzo 2015

CONVEGNO “SOLIDARIETA’ – ASPETTI CIVILI, RELIGIOSI, CULTURALI”

Mercoledì 25 Marzo 2015
 
 
 
 
 
 ore 19 presso Kalliope (vico de Notaristefani, 6 Massafra)
 
CONVEGNO “SOLIDARIETA’ – ASPETTI CIVILI, RELIGIOSI, CULTURALI”
 
 
Il concetto di SOLIDARIETA’ si identifica per lo più in quello di CARITA’, nonostante la storia “politica” degli anni Ottanta abbia introdotto, con i fatti polacchi, una componente di rivendicazione dei diritti fondamentali nel concetto di SOLIDARIETA’.
Ed ancora l’ultimo decennio ha riproposto in forma drammatica la “migrazione” di uomini e donne schiavi dell’Africa come una richiesta di aiuto esistenziale a chi più ha.
Il convegno in questione mette a confronto più ipotesi e chiarimenti per spiegare la complessità dei VALORI di SOLIDARIETA’.
 
 
RELATORI
 
Silvana Stanzione: resp.regionale del Tribunale del Malato
Paolo Lomartire: frate minore
Giacomo Grippa: rappresentante di Democrazia Atea di Puglia
Cosimo Scaligina: operatore culturale
 
Coordina Francesco Silvestri: presidente Ass. Il CORIFEOMassafra
 
Siete tutti invitati a partecipare!
 

domenica 22 marzo 2015

L’Economia etica e solidale

I nostri amici e lettori ci hanno più volte chiesto cos'è l'Economia Etica e Solidale, cercheremo con questo breve articolo di darvi più informazioni possibili, ma non ve le daremo in maniera tradizionale, con conti alla mano e budget o quadri di comparazione, ma così semplicemente in maniera discorsiva e, speriamo, anche più diretta.
Ugo Arioti e Daniela La Brocca
 
L’Economia etica e solidale
 
L’Economia etica e solidale è una economia artistica
che cerca non solo l’utile, ma anche l’armonioso e il bello.
Armonia delle forme e armonia di inserimento nell’ambiente.
E’ un’economia consapevole dell’energia che compenetra il mondo e tutte le forme e le sostanze.
E’ un’economia sensibile e rispettosa.
E’ un’economia dei rapporti, rapporti di rispetto verso gli esseri della natura, le sostanze, le persone.
E’ un’economia della varietà, della diversità e della qualità, non un’economia massificata ed uniformizzata.
Essa chiede alle persone il cammino evolutivo.
Non si accontenta dell’essere umano per come è ma a partire da come è e accettandolo come è anche con debolezze, difficoltà e problemi,
e con tutto il suo passato, comunque sia, lo stimola ad andare oltre il se stesso limitato verso il se stesso divino in evoluzione pieno di potenzialità unico
ed indispensabile nel creato.

L’Economia Etica e Solidale sfida l’individuo a credere pienamente in se stesso
ad esprimere pienamente se stesso nella libertà e nella pienezza della comunità, della condivisione, dell’indivisibilità dagli altri esseri, nella pienezza dell’appartenenza allo stesso corpo globale dell’umanità.
E’ un’economia della Solidarietà, Condivisione e Fratellanza.
E’ un’economia comunitaria fatta di cuori che imparano a comprendersi,
dialogare, accogliere, donare il meglio di sé.
Non è l’economia della guerra e della lotta di tutti contro tutti!
Non è l’economia della paura e della separazione.
Non è l’economia dell’indifferenza verso la morte, la sofferenza e la distruzione!
Non è l’economia del cieco tornaconto personale, dell’accumulo di ingenti beni e poteri nelle mani di pochi privilegiati voraci!
L’Economia Etica e Solidale è fatta da cuori che si accostano a cuori per creare insieme la nuova era di Pace.
Non è un’economia contro lo spirito imprenditoriale ma anzi essa aspira a fare di ognuno un imprenditore creativo, per il bene di tutti.
E’ un’economia che dà spazio all’iniziativa, al talento individuale, alla libertà di immaginare e creare il nuovo e di innescare costantemente evoluzione e sviluppo,
nel rispetto dell’ambiente.
Non è una economia contro la libera produzione e il libero mercato!
Ma i soggetti che producono e offrono le merci saranno sempre meno gli individui privati per il proprio tornaconto e sempre più le imprese sociali guidate e indirizzate dalle Associazioni economiche di settore che hanno dentro di sé contemporaneamente produttori distributori e consumatori del settore,
lavoratori e finanziatori e cioè tutti i soggetti dell’economia etica e popolare.
E’ un’economia che trasforma il “regime di concorrenza” in “regime di collaborazione” fra le imprese, che trasforma il benessere e l’accumulo per pochi,
-a fronte della povertà mondiale per molti in stabile benessere medio-alto per tutti, compatibilmente con le esigenze dell’ambiente e con le risorse disponibili,
e lasciando la libertà di poter vivere semplicemente e poveramente.
E’ un’economia in cui produttori e consumatori non si accordano più soltanto sulla compravendita delle merci ma anche su un insieme condiviso di valori
e su un modello condiviso di sviluppo.
E’ un’economia che porta in sé l’ecologia, l’agricoltura biologica, la finanza etica,
il consumo critico, il commercio equo e solidale, un’economia che cerca di portare in sé sia il positivo del “sistema liberista” che quello della contestazione a tale “sistema”.

L’Economia Etica e Solidale è un fronte di aziende e di soggetti collegati fra di loro
portatori di un nuovo modello di sviluppo, che è anche un nuovo modello interiore, di coscienza, pensiero e sentimento.
E’ un’economia innescata da una Comunità di persone che sono capaci di lavorare in modo etico, che ogni giorno danno il meglio di sé creativamente, gioiosamente, per esigenza interiore lasciandosi reciprocamente libertà di agire
e anche di sbagliare a vantaggio del bene di tutti.

sabato 21 marzo 2015

James George Frazer e l'evoluzionismo (antropologia)

Presentiamo la figura di un antropologo scozzese, uomo tutto d'un pezzo, ruvido ed essenziale che ha dato spunti anche alla ricerca psicologica di Freud sul disagio della Civiltà. La sua ricerca, senza ombra di dubbio, unita al suo immenso amore per tutte le civiltà, usi e costumi dei popoli del Mondo, ci ha presentato, anche con i limiti dell'uomo, culture e genti ancora sconosciute all'alba del XIX Secolo.
Ugo Arioti


 
Frazer (1854 - 1941) è uno scozzese studioso di antropologia che ha lasciato un numero enorme di scritti sul folklore dei popoli primitivi. E noto come per tutto l’arco della sua vita abbia affrontando approfonditi studi sociologici sul totemismo, sulle usanze delle popolazioni dell’Australia, dell’Africa e del nord America, portando a conoscenza del mondo occidentale usi e tradizioni pressoché sconosciute. Il suo personale senso di evoluzione lo porta a considerare la storia della cultura umana secondo stadi di successive fasi di sviluppo, dalle più arcaiche e primitive a quelle più evolute, insomma un percorso che, partendo dalla magia, passa attraverso la religione per arrivare alla scienza. Per questo suo modo di concepire l’evoluzione, viene aspramente criticato: Alfonso Di Nola valuta questo modo di vedere le cose come "un’utopia ottocentesca scatenata dalle teorie biologiche di Darwin, segno di incomprensione della cultura e di un eccessivo tentativo di storicizzazione dei dati che esclude ogni scala di valori delle diverse culture". Wittgenstein scrive:

Il modo in cui Frazer rappresenta le concezioni magiche e religiose degli uomini è insoddisfacente perché le fa apparire come errori. Quale ristrettezza della vita nello spirito di Frazer! Quale impossibilità di comprendere una vita diversa da quella inglese del suo tempo!

Tanto Wittgenstein che Di Nola peccano di un malsano buonismo, oramai dilagante nel nostro secolo. Certamente Frazer non ha mai disprezzato alcuna civiltà, anzi ha dimostrato di amarle tutte molto più profondamente di chiunque altro e proprio per questa sua sensibilità non ha commesso l’errore di valutare sé stesso quale rappresentante ultimo e perfetto di un generico processo evolutivo! Ha solo avuto la grande intuizione, grazie alla quale non può certo essere considerato inferiore a Darwin, che evoluzione significa "andare oltre"...oltre la magia, oltre la religione, oltre la filosofia, oltre la scienza, oltre l’uomo. Non possiamo dunque rimproverare a Frazer l’uso del termine "primitivi" dato a certe società, cari signori Wittgenstein e Di Nola, perché non possiamo nascondere ai nostri occhi che, se abbiamo dinanzi esempi splendidi di civiltà antiche, dobbiamo anche riuscire a prendere atto che alcuni popoli, esempio quelli di razza nera, in millenni di esistenza non sono riusciti a produrre niente che si avvicini ad una organizzazione sociale evoluta, senza naturalmente togliere niente ai negri. Primitivo è dunque sinonimo di non cambiamento, di non superamento di sé e quindi di non evoluto. Molti di coloro che nel nostro secolo hanno vissuto il ’68 ricorderanno che in quegli anni all’Università, all’ esame di Biologia delle razze umane o di Etnologia, non si poteva nemmeno osare di proferire la parola "primitivo"!  Nessuno osava allora definire primitivi i Derbici, antichi abitanti dell’attuale Iran che coltivavano l’usanza di uccidere gli uomini che avevano superato il settantesimo anno di età e che poi se li mangiavano, e che alle donne anziane veniva serbata la sorte di venire strangolate e sepolte! Molti si riempivano la bocca con la parola "cultura" parlando dei Caspi, che facevano morire di fame i vecchi, o di tanti altri popoli sciamanici che gettavano in pasto ai cani malati e anziani, quando non decidevano di legare i morti per i piedi e per i capelli per farli sbranare dagli avvoltoi sulle cime più alte della loro amata patria! Con tutto il rispetto e la comprensione per questi riti, c’è qualcuno che oserebbe dire che tra quei tempi e i nostri non c’è stata un’evoluzione della specie nel senso del "superamento" di questi riti più o meno magici attraverso la loro trasformazione in forme prima simboliche religiose e poi in sistemi filosofici complessi ? Certamente tutti sono in grado di capire un concetto tanto elementare, ma è certo più bello meno faticoso e più conveniente farsi vedere buoni, magnanimi tanto da giustificare tutto, persino l’omicidio. E’ così che si è riusciti a mantenere per tanto tempo in vita civiltà tanto retrograde e depresse, perché solo attraverso la loro arretratezza è stato possibile l’espandersi di una politica di imperialismo. Ci si è sempre guardati bene dal dare a questi popoli una vera dignità di vita, ci si è sempre limitati a fornire loro al massimo un po’ di cibo o qualche tonnellata di farmaci scaduti. Nel nome della salvaguardia della cultura e delle tradizioni, si sono inventate vere dottrine sui destini nazionali tutte miranti alla salvaguardia di quello stato di primitività che ha consentito la nascita di imperi miliardari al servizio di concreti interessi economici di certe attività e di certe professioni. E adesso, anche ai giorni nostri, si continua a fare a gara a chi è più "buono" nel senso più spregevole del termine, a chi è più abile a giustificare gli assassini che lanciano sassi dai cavalcavia, a chi è più abile nel raccontare che i popoli primitivi non DEVONO essere chiamati primitivi, perché così si dimostra agli altri quanto si è migliori, poveri "buonisti", comprensivi di tutto fino alla stupidità. Frazer ai suoi tempi di questa ipocrisia non se ne fa un problema e fa una dettagliata rassegna della posizione religiosa che i re occupano nelle società che continua a chiamare "primitive" e non gli sfugge che questo è un ingegnoso mezzo per la dominazione dei sudditi: certamente non gli sfugge nemmeno, anche se non lo dice esplicitamente, che questa situazione si ritrova immutata nei grandi imperi del suo tempo, basta ricordare il patto stipulato fra Stato e chiesa durante il congresso di Vienna. Frazer affronta con grande profondità, spirito di osservazione e senso critico, il tema dei tabù, ossia tutta quella serie di norme da osservare per allontanare in modo scaramantico, il pericolo o perlomeno la sensazione che si ha di esso. Ad esempio, considerando che tra i popoli primitivi vi è la credenza che se un uomo vive e si muove, ciò può avvenire solo perché dentro di esso c’è un piccolo animale che lo fa muovere, e tale "spiritello" è detto anima. E come l’attività di animali e di uomini si spiega con la presenza di questa anima, così il sonno o la morte si spiegano con la sua assenza. Per le comunità primitive dunque l’atto del mangiare o del bere presenta gravi pericoli, perché è in quei momenti che l’anima può fuggire dalla bocca, ecco dunque tutto un fiorire di tabù su cibi e bevande. Non parliamo poi dei tabù legati alla sessualità, norme suggestive e fantasiose aventi tutte lo scopo di garantire all’uomo la paternità: i tabù sessuali dunque hanno la stessa funzione che ritroviamo esercitata in modo molto più naturale in tutti i rappresentanti maschili di tutte le specie viventi. La consuetudine poi di assumere cibo come corpo di un Dio era praticata dagli Aztechi molto prima che gli spagnoli conquistassero il Messico. Anzi sembra che l’uso di sacrificare il rappresentante umano di un Dio non abbia mai avuto tanta diffusione e solennità quanta ne ebbe in questo popolo. Conosciamo bene questo rituale, ampiamente descritto dai conquistatori spagnoli del XVI secolo, incuriositi da quella religione apparentemente incivile, ma in realtà tanto simile alla loro dottrina e ai riti della loro religione cattolica.

Essi sceglievano un prigioniero e, prima di sacrificarlo ai loro idoli, gli davano il nome di quello al quale era destinato, abbigliandolo allo stesso modo e dichiarandolo suo rappresentante. A volte per sei mesi, a volte per un anno lo riverivano e lo adoravano e in quel lasso di tempo mangiava, beveva e se la spassava. All’epoca della festa, quando si era fatto grasso, lo uccidevano, lo squarciavano e divoravano le sue carni come solenne pasto sacrificale.

Secondo il monaco francescano Sahagun, l’uomo Dio veniva immolato a Pasqua: in quell’occasione il Dio moriva nella persona del suo rappresentante umano per rinascere in un altro, anch’egli destinato per un anno a godere del funesto onore per poi fare la stessa fine del suo predecessore. E’ innegabile che tutto ciò corrisponde alla festa cristiana per la morte e la resurrezione del Redentore.

Freud (1856 - 1939) in quanto esploratore delle profondità psichiche e psicologo dell’istinto, si inserisce a pieno titolo tra quei scrittori dell’ottocento che scuotono il sentire comune. In questa sede ci interessano poco gli urti creati dalla psicanalisi nella polemica sulla sua scientificità e ci interessano poco anche i virtuosismi di Jung, Adler, Fromm e di tutte le scuole di pensiero che derivano dalla elaborazione del pensiero di Freud. Non ci preoccupiamo nemmeno di chiederci se in campo applicativo le teorie di Freud e della psicanalisi in genere debbano ritenersi valide considerando che per curare una nevrosi possono necessitare anni di "terapia". Quello che ci interessa invece è considerare come i suoi studi storico - religiosi - psicoanalitici arrivino a condizionare il costume di tutta l’Europa. Frazer e Freud sulla scia di Darwin forniscono all’uomo uno specchio inconsueto che fa sorgere dubbi forti sulla sua vita, in fondo molto più primitiva di quanto si possa immaginare. Freud elabora le osservazioni di Frazer nei suoi studi psicanalitici modellando le idee di tabù e di pratiche religiose partendo dall’esperienza della patologia individuale, ossia partendo dall’individuo e dalle sue dinamiche inconsce, arriva a spiegare i fenomeni sociali e collettivi.

Gli animali? Si arrabbiano e sono felici proprio come noi


Abbiamo scelto di pubblicare questo articolo della dottoressa Gasperini, uscito in questi giorni su Repubblica, perché noi “esseri umani” ci comportiamo male nei confronti del resto del Regno animale e vegetale e pensiamo, sbagliando clamorosamente, di essere solo noi a provare sentimenti, angosce, paure e felicità, come vi dico spesso: meditate gente, meditate!

Ugo Arioti

 


Gli animali? Si arrabbiano e sono felici proprio come noi

Charles Darwin è stato il primo scienziato a individuare negli animali sentimenti come rabbia, felicità, tristezza, disgusto, paura e sorpresa. E la ricerca scientifica moderna sta finalmente convalidando ciò che in parte si era già intuito: che gli animali provano emozioni al pari degli uomini, con sentimenti che spaziano dalla gioia al dolore, dalla gelosia alla rabbia, fino all'imbarazzo

 

DI  BRUNELLA GASPERINI, PSICOLOGA

La ricerca scientifica moderna sta finalmente convalidando ciò che in parte si era già intuito: che gli animali provano emozioni, proprio come noi. Sono in grado di sentire gioia, dolore, gelosia, rabbia, imbarazzo.
Oggi sappiamo che elefanti, lontre e alcuni uccelli esprimono ad esempio dispiacere, che pecore e molti altri animali sono in grado di riconoscere volti umani, che topi, galline e cetacei sono empatici, che alcuni pesci posseggono abilità cognitive. Che scimmie, cani, corvi, tartarughe, pesci e persino polpi soffrono, gioiscono, si arrabbiano. E che la maggior parte degli animali è dotata di una personalità e di specifiche individualità.
Sta diventando sempre più evidente, soprattutto nei mammiferi ma anche negli uccelli, che gli animali sono sensibili alle emozioni degli altri, reagiscono al pericolo nel tentativo di migliorare la situazione e salvarli. Sono empatici, anche nei nostri confronti. Esprimono questo straordinario aspetto di intelligenza emotiva alla base di ogni legame. Una risorsa che ci lega come esseri viventi l'uno all'altro, permette di "addomesticarci" a vicenda, condividere quello che si prova, comunicare, sintonizzarci, connetterci.

Charles Darwin è stato il primo scienziato a studiare le emozioni negli animali, individuando rabbia, felicità, tristezza, disgusto, paura e sorpresa. Ma la lista nel tempo, con l'avanzare della ricerca, si è allungata. Gelosia, vergogna, imbarazzo e poi simpatia, senso di colpa, orgoglio, invidia. Oggi lo studio delle emozioni negli animali è piuttosto dibattuto. Si discute se l'emotività animale è veramente uguale a quella umana, se gli animali provano in modo identico a noi. Del resto però anche tra uomo e uomo ci sono differenze nel modo di vivere e manifestare affetti e passioni. Sappiamo inoltre che gli animali sono in grado di esprimere la loro vita emotiva attraverso varie forme di comunicazione, la maggioranza delle quali tuttavia ancora a noi sconosciute.
Non si sa se gli animali sperimentano tutte le emozioni umane o se ne esistono alcune tutte loro misteriose per l'uomo. Ma il punto rimane un altro: non siamo uguali, umani e non, quando proviamo felicità ritrovando qualcuno che ci è caro? Non ci addoloriamo allo stesso modo quando lo perdiamo? Non si deprime ugualmente un cucciolo se viene prematuramente allontanato dalla mamma?

Marc Bekoff, professore emerito presso l'Università del Colorado, vincitore di premi Award per la scienza, uno degli etologi cognitivi pionieristici al mondo, co-fondatore con Jane Goodall di "Ethologist for Ethical Treatment of Animals" (Etologi per il trattamento etico degli animali), nel suo libro "La vita emozionale degli animali" (Oasi Alberto Perdisa), basandosi sugli studi di un'ampia varietà di specie, dimostra l'esistenza della complessa vita emotiva degli animali. Sostenendo che questi ultimi hanno grandi capacità intellettive, emotive e morali.
Quando i lupi si riuniscono scodinzolano e saltano avanti e indietro liberamente in cerchio, fa notare l'etologo, non stanno forse esprimendo felicità? Che dire degli elefanti quando si ritrovano, sventolano le orecchie emettendo un vocalizzo particolare di saluto: non è gioia? Non è dolore l'emozione che vivono gli animali quando vengono allontanati dal gruppo o l'atteggiamento abbattuto dopo la morte di un compagno fino a smettere di mangiare e persino lasciarsi morire? Sicuramente, nonostante le differenze, tutte le specie animali condividono un nucleo molto simile di emozioni.
La convinzione che gli animali umani siano speciali e abbiano capacità uniche risulta così più un mito che una realtà. Come evidenziano studi di neuroetologia, abbiamo in comune con gli altri mammiferi e vertebrati, ma anche con gli uccelli, strutture cerebrali che sovrintendono a varie funzioni quali emozioni, comportamento e memoria a lungo termine.  E non siamo i soli animali dai grandi cervelli: scimmie, elefanti, e cetacei (delfini e balene) hanno capacità mentali sufficienti per forme complesse di coscienza.

Quando si dice che gli animali sono coscienti e intelligenti si intende che sanno cosa fare per adattarsi all'ambiente. Non sono automi guidati solo dall'istinto. Piuttosto pensano in modo attivo. Sono versatili, flessibili, coscienti e in grado di valutare come comportarsi in una data situazione.
Nel luglio del 2012 un gruppo internazionale di scienziati ha sottoscritto "La dichiarazione di Cambridge sulla coscienza" nella quale si afferma che la maggior parte degli animali è cosciente e consapevole allo stesso livello degli esseri umani. Una proclamazione pubblica importante che, insieme alle numerose evidenze scientifiche attuali, dovrebbe indurre a fare un passo indietro rispetto alla nostra supponenza, a ripensarsi in relazione ai nostri simili, gli animali appunto. Riflettendo sul modo in cui ci rapportiamo a loro, rivedendo atteggiamenti di utilizzo, abuso, sfruttamento nei loro confronti. Pensando che non siamo una specie distinta e dispensata rispetto alle altre e alla Terra. E nemmeno così evoluta.