venerdì 30 gennaio 2015

“UN MONUMENTO IN SAN DOMENICO A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO”


 
Cari amici e compagni,

siamo lieti di leggere e di comunicare a voi la buona novella del trasferimento delle spoglie di Giovanni Falcone nel Pantheon degli eroi della Sicilia in San Domenico a Palermo. Il nostro gruppo “UN MONUMENTO IN SAN DOMENICO A PALERMO PER FALCONE E BORSELLINO”,  che ad oggi conta 538 amici, ha deciso di creare un evento in ricordo di questa data storica e di riunirsi nel giorno della celebrazione nella Chiesa di san Domenico per assistere alla messa in suffragio di Giovanni e alla cerimonia di trasferimento delle sue spoglie mortali in questo luogo, altamente simbolico e importante per tutti i siciliani che hanno condiviso i valori e la lotta dei Giudici Falcone e Borsellino. Ringraziamo la Fondazione “Giovanni Falcone” che ha reso possibile questo e speriamo di poter presto vedere ricongiunto all’amico Giovanni anche Paolo.

Ugo Arioti

giovedì 29 gennaio 2015

Fotografando i volti in bianco e nero della libertà perduta


"Encerrados" è un viaggio per immagini nelle carceri latinoamericane. Una discesa all'inferno da cui emerge l'umanità dei detenuti: anche i più pericolosi

di ROBERTO SAVIANO



Encerrados non è un libro sulle carceri; è un libro sulla libertà perduta, sulla libertà mai avuta. Se nell'immediato non riuscite a percepire la differenza, è perché magari avrete avuto una vita felice e per voi carcere e assenza di libertà sono concetti che coincidono. Eppure la differenza esiste, ed è tutt'altro che sottile.

Valerio Bispuri ha fotografato prigionieri, ha fotografato celle, ma il suo obiettivo era su altro. Era sulla mancanza di libertà che spesso precede e segue la vita di chi finisce in prigione. La mancanza di libertà, e quindi di scelta, è ciò che ha condannato le migliaia di detenuti che Bispuri ha raccolto con il suo obiettivo. Le carceri in cui è entrato in Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Bolivia, Perù, Ecuador, Colombia, Venezuela sono tra le più pericolose del continente latino. Lurigancho è il carcere più grande del Sudamerica, si trova a Lima, in Perù, e qui Bispuri ha trascorso lungo tempo. Ospita diecimila detenuti, è una città nella città e in un paese che in questo momento è il primo produttore di coca entrare in questo luogo significa sbirciare nelle viscere dell'inferno. Poi è andato a Penitenciaria, a Santiago del Cile, il carcere più vecchio del continente, costruito agli inizi del Novecento. Qui ha visto e fotografato detenuti ricavare spade da tubature arrugginite in vecchi bagni. 

Poi è stato a Villa Devoto, in Argentina, una delle carceri più pericolose del Sudamerica, proprio dentro la città di Buenos Aires. Poi a Los Teques, a Caracas, in Venezuela, un carcere paradossale ma non per il Sudamerica, lì tutti i detenuti sono armati di coltelli, pistole e hanno una sorta di codice per cui quando un capo esce di prigione sparano sul muro come per festeggiare. A Bogotà, in Colombia, ha visitato Combita, il carcere dove sono rinchiusi ex guerriglieri delle Farc. 

Quelle di Bispuri sono fotografie di città, carceri formicai, carceri dove chiunque è condannato, poliziotti e detenuti. Carceri dove il detenuto sa che la differenza tra lo stare dentro e lo stare fuori è minima, sostanziale certo per fare affari, ma minima sul piano del disagio, della disperazione, finanche del diritto. Dal momento che si è armati, dal carcere in Venezuela si potrebbe forse persino scappare, ma per cosa? Per finire di nuovo dentro? O ammazzati da un rivale? Il carcere infondo dà regole e spesso sospende vendette. 

Il primo reato che riempie le carceri sudamericane è il primo reato che riempie le carceri americane, ed è il primo reato che riempie le carceri europee: la droga. In paesi in cui i cartelli criminali sono fortissimi, a testimoniare quanto la repressione e il proibizionismo non siano stati la strada giusta, quanto le politiche repressive siano state fallimentari. Poi ci sono le truffe, ma prima delle truffe omicidi, stupri, furti. Bispuri è stato anche in carceri femminili. Ha trovato e fotografato storie di donne che hanno ucciso i mariti, spesso ubriachi, per difendersi o semplicemente per stordirli, ma hanno esagerato con i colpi. Madri che hanno ucciso i propri figli. Figli drogati, figli violenti o figli innocenti e a essere ubriache e drogate erano loro. 

Eppure ciò che colpisce, in tutto questo bianco e in tutto questo nero, è forse la mancanza di disperazione finale, ciò che mi ha sempre colpito sono le percentuali di suicidi in questi inferni, percentuali bassissime se paragonate a quelle dei suicidi nelle carceri nordamericane ed europee. Nessuno si uccide in Sudamerica. E Bispuri, in fondo, è riuscito con il suo talento di fotografo a raccontare queste vite fatte di resistenza alla morte. Resistenza che spesso diventa indolenza  -  guardate i volti!  -  , questi uomini e queste donne non sembrano voler insorgere, sembrano piuttosto resistere come legni, come stalattiti. Pelle, calli, gocce di sudore e ancora gocce di sudore. 

Nel carcere di Mendoza, Valerio Bispuri chiede di poter entrare nel Padiglione 5, dove sono reclusi i detenuti argentini più pericolosi, dove nemmeno le guardie vanno più, loro si fermano e lasciano a distanza cibo, detersivi e lenzuola. Bispuri chiede di entrare: ottiene il permesso da direttore e guardie, ma gli fanno firmare un documento in cui c'è scritto che si assume tutta la responsabilità di quella decisione. Valerio entra da solo, nessuno lo accompagna. Entra e gli tremano le gambe. C'erano novanta detenuti, i più feroci di tutti ma a lui non è torto un capello. Non solo, lo accolgono commossi, gli indicano cosa fotografare e gli chiedono di documentare le terribili condizioni in cui erano costretti a scontare la loro pena, in cui erano lasciati sopravvivere. Lo accompagnano poi all'uscita e si fanno promettere che avrebbe pubblicato quelle foto. 

E Valerio Bispuri lo ha fatto, le ha esposte, e così agli occhi degli argentini, grazie a lui e ad Amnesty International, finalmente il Padiglione 5 ha smesso di essere la gabbia delle bestie feroci ed è diventato uno scempio, una vergogna, segno, testimonianza di disumanità, ma non dei detenuti, piuttosto dello Stato. Criminali responsabili di delitti violenti che vivono in un crimine che è più grande di tutti i loro messi insieme, perché è un crimine di Stato. La prigione che diventa tortura, come del resto avviene anche nella maggioranza delle carceri italiane, nel silenzio e nell'indifferenza generali. Dopo la pubblicazione di queste foto, il Padiglione 5 del carcere di Mendoza è stato chiuso. Non è stato chiuso perché ha denunciato l'abiezione di quel luogo, molti argentini volevano che quei detenuti soffrissero le peggiori pene possibili. È stato chiuso perché Bispuri ha mostrato l'orma umana in quelle persone e quando riconosci te stesso nell'altro, il peggiore altro possibile, forse riesci a capire che la sua umiliazione è la tua. Questo, e molto più, può la fotografia, arte maggiore, sguardo sul mondo.

mercoledì 28 gennaio 2015

Grazie uomini e donne curde





Migliaia di curdi sono scesi in piazza a Diyarbakir, una delle città più importanti del Kurdistan turco, e in altre città della Turchia, per festeggiare la presa della città siriana di Kobane da parte delle milizie curde impegnate contro i jihadisti del gruppo Stato islamico.

Molti curdi turchi del gruppo armato indipendentista Pkk hanno partecipato alla battaglia di Kobane accanto alle milizie curde siriane e ai peshmerga venuti dall’Iraq.

Il 27 gennaio le milizie curde hanno riconquistato le ultime postazioni in mano ai jihadisti della città, diventata il simbolo della resistenza contro lo Stato islamico.

Speriamo che questa vittoria sia la prima di una lunghissima serie che porti alla distruzione dello Stato dell’anti Dio e del terrore creato dai governi occidentali e contro il quale hanno vinto senza soldi ne armi ne addestramento se non quello della disperazione e della lotta per la sopravvivenza uomini e donne curde. A questi uomini e a queste donne va tutta la riconoscenza di chi crede nei valori profondi della fratellanza, della libertà e dell’uguaglianza dei Popoli del Mondo. Globalizziamo la PACE e non le ARMI.

Ugo Arioti


Kobane. I curdi hanno sconfitto i sanguinari tagliagole dello stato islamico. La città è finalmente libera. A questo ragazzino, e a tutti i curdi: la vita vi sorrida. Sarà la mia copertina, per un mese. Nei miei pensieri, sempre.
David Sassoli

Le donne a Kobane
non vanno dal parrucchiere
hanno polvere di luna

sui capelli legati.

Le donne di Kobane
hanno spalle più grandi
e caricatori sempre pronti
quando la notte si fa buia.

Amano i loro figli
ma danno anche la vita
per liberarsi dagli assassini
del branco dei bastardi.

Le donne di Kobane
non se le fila più nessuno
hanno spento le telecamere
il sangue non è petrolio.

Ma sotto un vento caldo
con il viso riparato
un filo di trucco
e un mortaio per compagno
si muore a Kobane
ed è una musica senza note.

Giuseppe Diodati

lunedì 26 gennaio 2015

BREVIRACCONTI DADA : La nave affonda di Ugo Arioti

breviracconto DADA dal titolo: La nave affonda (Ugo Arioti, oggi o ieri che importa!)
 
Omicidio assolutamente illogico.Gli avventori, quanti onesti? Come il 
Parlamento in seduta comune, che si riunirà giovedì 29.
La maggior parte degli ubriaconi presenti con le loro manie, discorrevano di Baccei che si arrende al disastro.
animatamente mordicchiando e vomitando del fatto del giorno: l’ammazzatina sicuramente ci resta come ultima occasione funesta e del resto io non so, non vedo, non parlo! 
Le famiglie siciliane sono sempre più povere, mentre cresce la disoccupazione e lo scambio di Giuliano Cannatella crea il partito di quelli che era un brav’uomo. Anzi, negli ultimi due anni si registra un netto peggioramento. Giuliano tutto casa, chiesa e fimmini. 
Pezze messe qua e là, mentre la nave affonda.
Uomo ordinario dissero, presi dalle loro storie, e si formarono due scuole di pensiero.
Mentre la ricchezza della Regione, misurata dal Prodotto interno lordo, è vertiginosamente crollata. Il pensiero era stato di persone e di altri animali che tiravano fuori alcune faccende di sesso sfrenato e di canne. 
Causa e conseguenza di tutto, ovviamente, il calo dell'occupazione in Sicilia, nelle quali il Cannatella c'entra, oh come c'entra, dalle loro stupide attenzioni al consueto sistema ho capito tutto. 
E persino le uniche speranze, oggi, sembrano chimere. Per decenni, la luce, per l'Isola, faceva rima con “turismo”. 
Ma lui non era stato così limpido e trasparente; Baccei, asseriva con cognizione di causa, che la pecorina è la migliore posizione per pregare all'aperto. 
La nave affonda, affonda, affonda e dobbiamo trovare argomenti pesanti a favore della sua beatificazione.

Nessuna speranza per questa Sicilia
andate, prego, e quando sarete forse vorrete o no?
La nave affonda!

Shoa, perché questo non accada mai più


Shoa, perché questo non accada mai più.



Il nazismo, con il suo carico di terrore, ha devastato un secolo e ha lasciato tracce indelebili nella memoria del Mondo. La shoah, Termine ebraico («tempesta devastante», dalla Bibbia) col quale si suole indicare lo sterminio del popolo ebraico durante il Secondo conflitto mondiale, è la tragedia più profonda che il genere umano abbia mai visto. Quindici milioni di persone trucidate. Non è stata solo un massacro di ebrei (6 milioni circa), ma il tentativo di cancellare dalla Terra tutti gli “indesiderati” per far posto, nella mente votata alla follia assassina dei gerarchi nazifascisti, alla razza pura, ariana. Finirono alla stessa maniere, ed è importante ricordarlo, omosessuali, andicappati, anarchici, comunisti e partigiani. Chi non ha letto le lettere, i diari, gli scritti postumi dei testimoni di quell’orrore (un sistema di macellerie organizzate in campi militarizzati dove si strappava anche l’anima a bambini, giovani, vecchi, donne o uomini, senza differenze. Non si può e non si deve mai dimenticare quella notte dell’umanità, affinché non si ripeta più un tale insensato e ignobile strazio.

Un uomo, un italiano, Primo Levi ha sintetizzato con la forza di chi ha attraversato il cammino della morte e ne è uscito con le cicatrici e con segni indelebili, la furia devastante della guerra di Hitler e Mussolini. I nazisti e i fascisti non sono riusciti, nonostante la loro furia, a strappare l’anima alle persone, anzi, sono precipitati nell’inferno dal quale erano stati partoriti, proprio da uomini che hanno tracciato una linea netta di demarcazione tra la libertà e dignità di un Popolo e la follia assassina di una banda terroristica razzista. Primo Levi ha scritto una poesia che per me è il compendio di una vita e di una fiamma ideale etica che dovrebbe brillare in ogni uomo: Per non dimenticare.

Per non dimenticare ( Primo Levi)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.

Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.

0 vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso

E, insieme a questa forte testimonianza e monito, voglio aggiungere una poesia di Bertolt Brecht che mostra quanto sia profonda la scure del terrore e quanti ha coinvolto in questa nera cappa. Prima di tutto vennero a prendere gli zingari:

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari

e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei

e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,

e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,

e io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,

e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Perché questo non accada mai più.

Ugo Arioti

 

 

domenica 25 gennaio 2015

Syriza, Podemos, venceremos!


Con la vittoria di Syriza rinasce una speranza che l'Europa possa diventare, strappandola dalle mani dei banchieri tedesco-ebreo-americani e alle multinazionali, la nazione dei POPOLI EUROPEI e MEDITERRANEI. Accogliamo questa notizia aspettando le mosse di questa RIVOLUZIONE PACIFICA che parte dalla GRECIA.
 
ATENE - Davide ha battuto Golia, che sia vero o meno poco importa: questa festa la sinistra radicale ellenica la aspettava da sempre, da quando esiste. E fa impressione vedere nella piazza del centro invasa da Syriza, proprio lì in mezzo, l'ufficio del Pasok, il partito socialista; sta dentro un mini container utilizzato durante la campagna elettorale, serrato con il lucchetto. Con un pennarello rosso qualcuno ha scritto, beffardo, "chiuso una volta per tutte". 

E' una vittoria nella vittoria: interna al grande e piccolo mondo della litigiosa sinistra greca e però incastonata nel ben più importante quadro europeo. "Qualcosa di catartico", dice Pietro, 26 anni, studente del Politecnico. Le parole più gettonate sono state "dignità" e "speranza", Alexis Tsipras le ripeteva da mesi ad ogni comizio, in ogni intervista. Per far diventare Syriza il primo partito bisognava rivolgersi a tutti quanti, non ai soliti irriducibili della sinistra. Missione compiuta, anche se una volta avuta la certezza del primato dentro al tendone del quartier generale è partita la compilation della propria storia: i canti della Resistenza, contro la dittatura dei Colonnelli, di militanza ("Ti vedevo stanco e triste - eri felice solo durante i cortei", recita il testo tradotto di "Niente va perduto" ), "Bella ciao" e "Bandiera Rossa", la versione locale di "Fischia il vento". Conditi da qualche lacrima, soprattutto dei "grandi". 

A farla da padrone sono stati, manco a dirlo, gli italiani. Sono arrivati in 400 nei giorni scorsi, tanto che il quotidiano Epohi scherzava: "Syriza? Aiuta il turismo". Per un'ora buona il microfono da "vj" è stato in mano loro. Difficile capire cosa ne abbiano pensato i padroni di casa, un po' sbalorditi di fronte a cotanta immedesimazione nei panni altrui. Poi sono arrivati i saluti dei tedeschi della Linke, dei movimenti latinoamericani e, soprattutto, degli spagnoli di Podemos, in testa ai sondaggi nel loro paese. Un altro coro della piazza? "Syriza, Podemos, venceremos!". Se non è una riscoperta del vecchio internazionalismo, poco ci manca. 

La sbornia identitaria è finita proprio con l'arrivo di Tsipras. Accolto con le bombolette da stadio e una musica in stile di Rocky. "Ci tocca un lavoro duro. La decisione del popolo è di voltare pagina, il popolo ha emesso la propria sentenza sull'austerità. La Troika è il passato", sono state le sue prime parole. Per poi aggiungere, con una prudente mano tesa alla Ue:  "Troveremo con l'Europa una nuova soluzione per far uscire la Grecia dal circolo vizioso dell'austerità e per far tornare a crescere l'Europa. La Grecia presenterà ora nuove proposte, un nuovo piano radicale per i prossimi 4 anni".   

Alla fine il risultato vero e proprio - vittoria, ok: ma con quale percentuale? Con quanti seggi ottenuti? - è passato in secondo piano. Dovevano arrivare primi, ce l'hanno fatta. Al domani ci si penserà, domani appunto.

sabato 24 gennaio 2015

Roberto Saviano e la Mafia al Nord

Giovanni Canzio, presidente della Corte d'Appello di Milano, dichiara: “La presenza mafiosa al Nord deve essere ormai letta in termini non già di mera infiltrazione, quanto piuttosto di interazione-occupazione”. Canzio ha poi descritto la 'ndrangheta "come una metastasi" nel territorio lombardo. 
Ricordate cosa fecero i giornali-fango quando raccontai del potere criminale nel Nord Italia? Cosa disse l'allora ministro dell'Interno Maroni? È della Lega gran parte della responsabilità politica per il dilagare mafioso nel Nord Italia. Nei piccoli comuni lombardi, dove le organizzazioni mafiose fanno affari attraverso racket, ciclo del cemento, distribuzione di generi alimentari, distribuzione di petroli, bar e ristorazione, la Lega ha da sempre egemonia politica e non è mai riuscita a contrastare e denunciare. La colpa politica, ancor prima che giudiziaria, della Lega per il dilagare delle mafie al Nord è nel suo silenzio. Omertà, connivenza, interlocuzione e sottovalutazione del problema.

giovedì 22 gennaio 2015

Contro TTIP e CETA


IMPORTANTISSIMO

Contro TTIP e CETA

L'UE si appresta a firmare due accordi commerciali di vasta portata: una con Canada (accordo CETA = globale economico e commerciale) e uno con gli Stati Uniti (TTIP = Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti). La linea ufficiale è che questo creerà posti di lavoro e aumenterà la crescita economica. Tuttavia, i beneficiari di questi accordi saranno le grandi aziende, non i cittadini:

Il regolamento che disciplina i rapporti tra stato e investitori (ISDS) delle aziende canadesi e statunitensi darebbe loro il diritto di citare in giudizio le aziende europee per danni, se ritengono di avere perdite subite a causa di decisioni governative (ad esempio, nuove leggi per la tutela dell'ambiente o dei diritti dei consumatori). Migliorare o anche mantenere i nostri standard per i prodotti alimentari, i diritti dei lavoratori, la tutela dell'ambiente e dei diritti dei consumatori diventerà molto più difficile.

La liberalizzazione e la privatizzazione diventerebbero di fatto irreversibili. L'UE ei suoi Stati membri subirebbero pressioni per consentire tecnologie a rischio, come l’uso della fratturazione idraulica per le attività estrattive nel sottosuolo o l’uso degli organismi geneticamente modificati.

Il CETA e il TTIP aumenterebbero il potere delle multinazionali a scapito della democrazia e di tutte le persone. Non dobbiamo permettere che questo accada! Sottoscrivi la nostra “Iniziativa dei Cittadini Europei”!

FIRMATE LA PETIZIONE PER FERMARE QUESTA MAFIA DELLE MULTINAZIONALI

Contro TTIP e CETA


Iniziativa autonomamente organizzata dai cittadini europei

Oggetto:

Invitiamo le istituzioni dell’Unione europea e dei suoi stati membri ad interrompere le negoziazioni con gli Stati Uniti sul Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti (Transatlantic Trade and Investment Partnership - TTIP) e a non stipulare l’accordo economico e commerciale globale (Comprehensive Economic and Trade Agreement - CETA) con il Canada.

Obiettivi principali:

Desideriamo non vengano stipulati il TTIP e il CETA perché comportano diversi problemi fondamentali, quali la composizione delle controversie tra stato e investitori privati nonché le regole inerenti la cooperazione in campo normativo, che costituiscono una minaccia per la democrazia e lo stato di diritto. Vogliamo evitare una riduzione degli standard sociali, ambientali e inerenti il lavoro, la protezione dei dati personali e dei diritti dei consumatori, e una deregolamentazione delle risorse culturali e dei servizi pubblici (come l’acqua) in trattative non trasparenti. L’ICE (Iniziativa dei Cittadini Europei) promuove una politica alternativa di commercio e investimento nell’UE.

Per firmare : http://www.attactorino.org/index.php?option=com_content&view=article&id=528%3Afirma-la-petizione-europea-contro-il-ttip&catid=74%3Astop-ttip&Itemid=112

 

martedì 20 gennaio 2015

Atene, le accuse alla Troika: "Salvate le banche e non i greci"


Per il Jubilee Debt Campaign il salvataggio di Bce, Ue e Fmi ha messo in sicurezza gli istituti ma ha affondato il paese: "Meno del 10% dei 240 miliardi di prestiti internazionali è andato davvero alla gente, il resto è finito a puntellare il settore del credito o per pagare gli interessi"



MILANO - Primo fatto: la Grecia è vittima dei suoi errori. Conti truccati e malgestione del servizio pubblico che nel 2010 hanno portato il paese sull'orlo del default. Secondo fatto: senza i 240 miliardi di prestiti agevolati della Troika (in cambio di dodici finanziarie lacrime e sangue) Atene sarebbe andata in bancarotta da anni e probabilmente sarebbe tornata alla dracma. Terzo fatto: i soldi di Bce, Ue e Fmi, così almeno sostiene la Ong inglese Jubilee debt campaign, non sono finiti alla gente, ma sono serviti "per salvare le banche europee".

I numeri, racconta lo studio pubblicato alla vigilia delle elezioni del 25 gennaio dall'organizzazione britannica, parlano chiaro: quando è partito il piano di salvataggio nel 2010 Atene era esposta con le banche e il settore finanziario in generale per 310 miliardi di dollari. L'intervento della Troika ha dato modo agli istituti di sfilarsi dalla partita senza danni o con perdite marginali girando il cerino proprio alla Troika. Ue, Fmi e Bce hanno oggi in portafoglio 247 miliardi del debito greco (il 78% del totale) sotto forma di prestiti con gli interessi congelati fino al 2020, tasso dell'1,5% e scadenza media a 32 anni.

Dove sono finiti i soldi prestati dai generosi partner internazionali? "Oltre 34 miliardi sono serviti per finanziare la ristrutturazione del debito privato del 2012 - calcola Jubilee debt campaign - 48,2 per ricapitalizzare le banche elleniche e 149,2 miliardi per pagare gli interessi e il capitale degli stessi crediti della Troika". Il risultato finale è figlio della matematica: ai greci sono finiti poco più di 20 miliardi, "meno del 10% del totale". Il piano di salvataggio - sintetizza la Ong - "è stato congegnato per salvare la finanza, spostando il debito dal settore privato a quello pubblico".

Accuse pesanti. Ma non le uniche di Jubilee Debt Campaign. "Il debito andava tagliato già nel 2010 - dice l'organizzazione *- come suggerito da diversi paesi nel board del Fondo Monetario, Brasile, India, Iran e Argentina in primis". Invece si è scelto di chiedere ad Atene sacrifici pesantissimi che hanno bruciato un quarto del pil nazionale in 5 anni. "E il debito del paese nel frattempo è salito dal 133% del pil al 174%". Più alto del livello raggiunto nel 2012 dopo che i creditori privati hanno accettato di tagliare del 70% la loro esposizione.

La conclusione dello studio è un assist al programma elettorale di Syriza, che chiede un taglio all'esposizione per poter rilanciare l'economia nazionale. Accordo da definire in una Conferenza internazionale simile a quella che nel 1953 ha sforbiciato del 50% il debito post-bellico della Germania. Se la Conferenza su Atene fallisse, nessun problema, conclude la Ong: "Atene potrebbe fare default ma rimanendo nell'euro". E il Pil nazionale, come successo nell'Argentina, avrebbe poi solo da guadagnarne. 
Ettore Livini

lunedì 19 gennaio 2015

Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo


Nel raccontare e scrivere della filosofia contemporanea e dei grandi interrogativi, non abbiamo potuto evitare “l’inciampo”, siamo precipitati nell’ontologia Deluziana e nel post platonismo di Foucault. Questo libro di Monia Andreani è stato lo scivolo che ci ha condotto all’etica e alla politica tradotti dalla maieutica della riflessione e dal valore e articolazione sinottica delle differenze.

Ugo Arioti



Monia Andreani: Il terzo incluso. Filosofia della differenza e rovesciamento del platonismo.

È possibile emancipare la filosofia dal suo statuto disciplinare e dalla settorializzazione dei suoi domini d’indagine, per attingere al flusso vitale da cui si è posseduti quando si viene “chiamati” alla riflessione? Il libro di Monia Andreani attualizza tale possibilità nel testo - ovvero nel contenuto della tesi “forte” sostenuta dall’autrice - e attraverso il testo nel suo farsi rappresentazione dell’esperienza di pensiero. La rappresentazione costituisce non solo una modalità ma uno snodo concettuale che traccia lo sviluppo di tutta l’argomentazione, conducendoci in un’immersione nella storia della metafisica.

La tesi dell’autrice è condensata nel titolo che articola un chiasmo tra due versanti. Da una parte, viene intessuta la trama della “filosofia della differenza” intesa come piano comune su cui si stagliano tre personalità eminenti della filosofia francese contemporanea, ovvero Deleuze, Derrida e Foucault. Dall’altra, “Il libro intende mostrare che Deleuze, Derrida e Foucault non si limitano a lavorare per una fine della metafisica attraverso il rovesciamento del platonismo, ma assumono alcuni elementi aporetici del pensiero platonico […] e li radicalizzano in una nuova interpretazione” (p.12). I filosofi della differenza innescano un rapporto con il testo platonico che si emancipa dall’indagine filologica e si lancia in un corpo a corpo con l’autorità teoretica che si trova all’origine della metafisica, scandagliandola archeologicamente. Si profila così – riprendendo Bergson - la possibilità di superare l’impasse della questione sull’autenticità dell’origine e di accostarsi alle sorgenti dell’indagine filosofica per interrogarsi non più sui Greci ma con i Greci.

I tre capitoli in cui è strutturato il testo promuovono una maieutica della riflessione che s’incarna nel concetto di differenza e ne dispiega la portata, giungendo a sancire l’inscindibilità di ontologia ed etica. “È infatti il terzo, come elemento a se stante rispetto al due della divisione, il punto centrale di articolazione del concetto di differenza. […]Il Terzo che emerge dalla lettura rovesciamento di Platone compiuta dai filosofi della differenza, ha una caratterizzazione espressamente ontologica, perché in esso trova spazio il concetto di differenza come divenire della differenza, flusso evenemenziale dell’essere […]E questo Terzo ha anche un carattere etico perché, soprattutto con la riflessione foucaultiana, si evidenzia in esso la possibilità di una trasformazione interiore del soggetto in relazione al rapporto tra modi di soggettivazione operanti in una certa epoca e la soggettività individuale” (p. 13).

Il primo capitolo entra nelle pieghe dei dialoghi platonici attraverso la decostruzione intrapresa da Derrida, per reperire l’innescarsi del simulacro nelle tracce testuali caratterizzate da un’ambivalenza semantica irriducibile alla logica binaria. La torsione semantica impressa da Derrida al concetto di differenza fa leva sull’esempio paradigmatico della scrittura come Pharmakon, attraverso cui si gioca la strategia della decostruzione che, individuando nel simulacro “quell’elemento che s’inserisce come terzo in una situazione equilibrata” (p. 31), “sale fino alla vetta della teoria platonica per entrare fino al cuore del metodo dialettico e della conformazione ontologica” (p. 38). Risalendo il sistema di opposizioni del pensiero platonico, Derrida rileva le connotazioni di “luogo, spazio, regione/materia” assunte dalla Khora platonica, introdotta come terzo genere tra modo delle idee e realtà sensibile. Si traccia così il renversement del platonismo che investe lo statuto del simulacro e ne promuove l’insorgere comeévénement, su cui s’innesta l’operazione di déplacement compiuta da Deleuze. Quest’ultimo interviene sulla e nella dialettica platonica, introducendo un elemento fisico che fa stagliare il concetto di differenza dalle coordinate dello spatium “quale teatro di ogni metamorfosi o cambiamento, di ogni divenire” (p. 97). Il discorso di Derrida e quello di Deleuze s’intrecciano nella dinamica di una spirale che, attraverso la contiguità terminologica dei concetti forgiati, procede ad una genealogia progressiva dei paradigmi concettuali della filosofia. In quest’ottica emerge la potenza delle metafore platoniche, nelle quali il mito non si riduce a semplice modalità espositiva ma attinge alla rappresentazione dei parametri etici in base ai quali sono riplasmate le questioni ontologiche. La Chôra ne è l’esempio paradigmatico poiché “sfugge alla funzionalità dialettica, sfugge alla rappresentazione dialettica familiare” costituita dal rapporto tra il padre (eidos) e il figlio (fenomeno). Rispetto a questo rapporto duale e patrilineare l’elemento femminile rappresentato dalla Chôra è funzionale ma estraneo a livello teoretico (p. 99).

Nel secondo capitolo, viene messo “in risalto il tema della differenza sviluppata come terzo elemento tra i dualismi metafisici attraverso l’articolazione del concetto di vita”. Monia Andreani ramifica il bagaglio concettuale del pensiero deleuziano per sottolineare, in polemica con il “personalismo” critico di Alain Badiou, che “invece di nominare la riflessione deleuziana ontologia vitalista, è più opportuno parlare di vitalismo ontologico. Infatti nello spazio ontologico deleuzeano il concetto di vita prende il posto principale”. Attraverso il concetto di vita, condensato nell’intraducibilità dell’espressione une vie, il pensiero critico deleuzeano sviluppato a partire dalle prospettive di analisi sui testi platonici aperte da Nietzsche e assunte da Heidegger e indirizzato all’oltrepassamento della metafisica, si specifica come ontologia dell’immanenza. A tale proposito Deleuze riprende proficuamente anche il concetto bergsoniano dell’élan vital. “Una vita è l’espressione forte dell’immanenza, è l’immanenza stessa, che si scopre come amore per la terra, per la superficie, per gli elementi di connessione tra dentro e fuori, per la pelle come termine terzo, per una non separazione tra organico e inorganico, nel piano d’immanenza. […]Non è nella suddivisione prettamente duale che si apre tra individuale e universale che si situa questo evento terzo che è l’avvento di una vita singolare” (p. 149). La prospettiva introdotta dal piano d’immanenza si dipana come possibilità di pensare l’esperienza reale, evitando l’errore kantiano di portare le condizioni dell’esperienza sensibile oltre il condizionato. Il piano d’immanenza è l’orizzonte in cui il vissuto emerge come una ferita attraverso cui la virtualità si attualizza nell’esperire dell’individuo. 
L’ontologia deleuzeana fa appello a Nietzsche e alla riflessione sulla coscienza impersonale inaugurata da Sartre, per fendere il centro nevralgico del pensiero metafisico costituito dallo statuto del soggetto. Attraverso la terminologia della fisica, mutuata dal pensiero di Simondon, il soggetto viene ripensato nei termini di un’eterogenesi in divenire che fa spatium all’individuo, inteso come espressione di una vitalità impersonale che s’incarna nelle pieghe dell’essere, fatte dei movimenti dispiegati dagliévénements. “Da un punto di vista teorico il dopoguerra ha segnato l’impossibilità di pensare alla vita senza misurarsi con la questione connessa alla biopolitica in quanto politica che si occupa espressamente della gestione della vita. […] L’approccio deleuzeano si situa nell’alveo del più complesso rapporto di carattere ontologico tra virtuale e attuale che inserisce la vita organica ed inorganica nel rigore del pensiero dell’essere come radicalmente immanente. La vita per Deleuze è neutra non nel senso di un’astrazione o generalizzazione, è neutra perché sta altrove rispetto alla concettualizzazione di soggetto e oggetto, ad ogni soggettivizzazione o oggettivizzazione di soggetto e oggetto, ad ogni soggettivizzazione o oggettivizzazione dell’agire rispetto ad essa” (p. 152).

Il terzo capitolo legge nell’ontologia del vitalismo deleuzeano la germinazione del discorso etico che si sviluppa a partire da un’etologia del divenire animale, improntata sull’operatività del concetto – debitore dell’esperienza di Artaud - di Corpo senza Organi. “Lo spazio dell’etologia è quello in cui è possibile decifrare i movimenti di velocità e di lentezza che caratterizzano le concatenazioni dell’espressione della vita impersonale, le possibilità di vita in gergo propriamente deleuzeano. E possibilità di vita non significa qualcosa che si potrebbe ravvisare subito come una scelta volontaria del soggetto, un atto da portare a termine come potrebbe essere una scelta professionale, ma significa, uno spazio di concatenazione dell’espressione della vita impersonale. […] L’etologia non è una morale ma è un’etica nel senso spinoziano, etica della pura immanenza, etica delle possibilità di vita”. Monia Andreani sviluppa la tesi secondo cui la riflessione di Deleuze fornisce i parametri ontologici per pensare l’etologia come etica, fornendo a Foucault il versante in cui innestare il tema dell’ontologia critica. Anche Foucault infatti persegue l’oltrepassamento del dualismo, affidando alla critica dell’ontologia il compito di emancipare il soggetto dall’opposizione tra interiorizzazione e normalizzazione di sapere, potere e moralità. “L’ontologia critica è basata sulla tematica del soggetto umano inteso in senso antropologico piuttosto che in senso metafisico quale soggetto di verità o in senso gnoseologico e critico”.Foucault riprende dai testi di Deleuze e Guattari l’interesse per il legame tra la questione dell’essere e le forme di soggettivizzazione, distinguendosi da Deleuze per la priorità riconosciuta alla dimensione etico-politica assunta nei legami rilevati tra verità, soggetto e potere. In particolare, negli ultimi studi - dedicati all’analisi delle pratiche di soggettivizzazione nell’antichità - Foucault riprende dal pensiero di Deleuze la centralità della questione del doppio implicita nel pensiero critico, inteso come disposizione del soggetto ad interrogarsi sulle condizioni di possibilità della soggettività stessa. “Il pensiero stesso, attaccato al proprio impensato in modo imprescindibile, è alla stessa stregua dell’uomo, un doppio, un raddoppiamento dicotomico, ripiegato in sé come oggetto problematico per i pensatori coraggiosi”. La prospettiva di Foucault si specifica così nel senso di “un’analitica della finitudine” pronta “a scovare tutte le situazioni in cui il doppio si mostrava o veniva celato nei diversi paradigmi di verità dei saperi disciplinari cresciuti intorno all’uomo” (p. 215).

La panoramica appena condotta sottolinea le tesi contenutistiche sostenute dall’autrice, ma il percorso intessuto da Monia Andreani non si limita ad articolare gli snodi concettuali che modulano i legami tra gli autori. In controluce si disegna un ulteriore chiasmo: quello tra la trama della filosofia come possibilità dell’esperienza di pensiero e la storia della metafisica come istituzione e messa in crisi della dualità tra soggetto ed oggetto del pensiero. Derrida introduce sulla soglia della scrittura come modalità strutturale che segna la nascita disciplinare della filosofia e plasma la norma del pensiero dialettico. La forma linguistica non è semplice contenitore ma catalizzatore dell’interrogazione sulla materia in cui s’incarna la prospettiva dell’ontologia.

Attraverso la riflessione derridiana si ritaglia lo spazio incolmabile della terzietà che permette il rapporto semiotico. In tale spazio s’inserisce il lavoro di Deleuze sulla logica degli Stoici da cui emerge il carattere di événement proprio di un “incorporeo” che agisce tra mondo e linguaggio. Deleuze ritrova nelle dinamiche del senso la definizione dei parametri del pensiero. “Nel corso della tradizione metafisica tra buon senso e senso comune vi è stato un legame molto particolare segnato dal fatto che ciascuno dei due costituiva l’altra metà dell’ortodossia di pensiero. […] La manifestazione della filosofia per Deleuze è il paradosso e non il buon senso, la filosofia tenta di pensare il non pensabile creando un paradosso che è il suo pensiero più alto” (pp. 90-91). Il pensiero diviene messa in scena della riflessione e che ci offre la possibilità di trovare in ogni contemporaneità lo spazio per pensare il confronto con l’autorità della tradizione, poiché “Deleuze si pone l’obiettivo di liberare la differenza, imbrigliata nella gogna dell’immagine metafisica, attraverso un percorso di rovesciamento del teatro filosofico.[…] Dentro questo teatro, grande gioco di personalità della metafisica da Platone a Kant, passando per Descartes, s’impone la regia deleuzeana che sovverte l’immagine di pensiero, costituita attraverso la rappresentazione concettuale classica. Mimetizzando la rappresentazione attraverso un sovvertimento interno al processo logico della rappresentazione, Deleuze mostra la maschera che c’è dietro ad ogni filosofo, per creare così i suoi personaggi concettuali, per dare un sommovimento alla storia del pensiero occidentale” (pp. 107-108).

Il renversement operato sui testi platonici, fornisce come un crinale - immanente e non trascendente, orizzontale e non verticale – dal quale sporgerci per vedere i “mille piani” della storia della filosofia, aperti dal piano d’immanenza deleuzeano. Quest’ultimo non è un’ulteriore griglia interpretativa ma piuttosto una condizione di senso che agisce come un “taglio nel caos”. “I primi filosofi, come scrivono Deleuze e Guattari, hanno instaurato un piano-setaccio che hanno chiamato Logos, di cui la ragione non è che un concetto. Di piani d’immanenza ce ne sono molti e si susseguono non nel senso di un superamento, quanto nel senso di una molteplicità di tagli spaziali, di possibilità di creazione di concetti. […]Nell’orizzonte costituito dal piano d’immanenza, il movimento è infinito pur non assumendo le caratteristiche spazio-temporali. Pertanto orientarsi nel pensiero non è porre un soggetto di fronte a un oggetto – dove soggetto e oggetto non possono essere che concetti – non è prendere una posizione di fronte ad un pensiero, ma è propriamente un muoversi del pensiero stesso” (pp. 124-125). Partendo da tale riconoscimento, “Deleuze s’impegna a cercare un modo del pensiero che non sia connesso con la rappresentazione metafisica, ma che abbia il senso forte e pieno dell’immanenza assoluta, della virtualità, e abbia quindi la possibilità di cogliere questi strani oggetti dell’essere che sono le singolarità preindividuali” (p. 143). Deleuze libera le potenzialità dell’interrogazione ontologica sottolineando che “per seguire con il pensiero il mondo delle singolarità occorre uscire dalle strade battute ed immergersi nella vastità di un pensiero che non ha coordinate fisse, perché ha perso i punti fermi di soggettivo e oggettivo trasformandosi nel mondo dell’On e del "si" impersonale, un vasto e profondo mare dalle cui profondità si può risalire solo con gli occhi arrossati” (p. 145).


Le problematiche gnoseologiche non restano però sul piano teoretico, ma rivelano la loro incidenza propriamente etica e politica attraverso il tournant platonicien ripreso da Foucault: “La scelta che secondo Foucault rimane aperta per un’interrogazione filosofica è quella di optare per una filosofia critica che sia una filosofia analitica della verità oppure per un pensiero critico tout court che prenda la forma di un’ontologia storica di noi stessi, di un’ontologia dell’attuale. […] Foucault scrive che l’obiettivo dell’ontologia storica di noi stessi è quello di rispondere a tutte le domande relative alla costruzione del soggetto dal lato del sapere, da quello del potere e da quello della costruzione morale” (p. 219). Sostenendo che “la filosofia, a partire da Platone, è una filosofia teatrale, di proscenio, fondata sulla scelta morale di definire una verità a fondamento del reale” (p. 24), Monia Andreani innesta il secondo versante del rilievo in sottotraccia nel suo excursus argomentativo: il pensiero considerato nell’articolazione tra rappresentazione ed esperienza di pensiero. La prima opzione è quella del soggetto della metafisica, un soggetto che si sceglie come verità che garantisce la determinazione della realtà. La seconda è quella di una soggettività che vivendosi come differenza dall’opposizione duale, salvaguardi lo spazio - terzo – di un rapporto irriducibile con l’alterità.

 

venerdì 16 gennaio 2015

Dubbi post CHARLIE

Credo che il Mondo in cui viviamo sia animato da una unica grande forza: la Gente. Questa è l'unica certezza che mi consola: esiste la fratellanza e la bontà.  Quando i popoli cominciarono ad incontrare altre società umane e a confrontarsi con queste nacque la Musica e la matematica, figlie della filosofia. Il pensiero, da quell'arcano ad oggi, ha fatto grandi cose e ad ogni realizzazione progressiva si è sempre opposta una forza regressiva e vile che si annida dentro la paura della nostra caducità e ci annienta: la morte. La morte ha un potere su di noi, al punto che le abbiamo dato un volto, una fisionomia e un figlio orribile: il terrore. Ovvietà! L'insostenibile leggerezza dell'essere? Fate attenzione, se la morte è ineluttabile e il suo destino è scritto nel registro del nostro tempo terreno, per noi come per tutte le creature animate e, mi spingo più lontano, anche per tutta la materia e l'antimateria o il buco nero, allora la paura non ha alcun senso. Un segmento è sempre un segmento, per quanto lungo possa essere ha un inizio e una fine. Allora? Ecco che entra in campo il figlio "Terrore" che si accompagna con un altro, degeneratosi dal verbo positivo dell'organizzazione sociale e della espressione culturale e religiosa di un popolo: il Potere, quella voglia di essere, nel segmento assegnato, Creatori, Dei (mortali) di un verbo singolare e vincolato a un "cerchio magico". Così, pian piano nei secoli si è sviluppata una forza occulta che governa i Governi e che crea e genera le sue regole attraverso un arma subdola: la schiavitù intellettuale e la povertà. Nelle società occidentali con la forza si stabilisce un rapporto di polizia mondiale che dovrebbe servire a creare un clima di paura tale da non permettere ad altri di sviluppare conflitti che possano sconvolgere il Mondo. In realtà, è stato creato un ordine mondiale che si basa sul potere della finanza e dei Midia che da un lato gestiscono e foraggiano piccole e sanguinose guerre locali, affamando intere nazioni e dall'altro fomentano la paura della catastrofe mondiale alimentando odi e razzismo. Chi si è accorto, per esempio, che a nessun governante occidentale importa se l'economia reale, cioè quella fatta da gente che produce beni (lavora per crearli e venderli) vada a scatafascio. Sono le multinazionali economiche (banche) che gestiscono tutto e aprono e chiudono i rubinetti con la speculazione finanziaria, gli spread, le classifiche (stabilite da gente che lavora per le grandi finanziarie e che non ha alcuna libertà di opinione). Triste? Normale. In questo Mondo gestito dai grandi imperi economici, a cui si è allineata pure la Cina post Mao, capitalismo di Stato, tutto è un gioco delle parti e nessuno si muove senza un ordine che arriva da qualche grattacielo del Dubai o di NY o Gerusalemme piuttosto che da Hong Kong o Tokio. In questi luoghi sono stati creati i più grandi mostri dell'umanità contemporanea, come Al Qaeda e l'Isis. Ora ci raccontano la storiella internettiana delle primavere arabe. Pur non essendo uno che crede alle teorie complottistiche, so che il potere, quello occulto che entra in tutte le chiese e nei luoghi di comando, ha stabilito che questa crisi "economica" non deve finire se non arriviamo al collasso di tutti gli anticorpi culturali che si oppongono alla teoria della paura e del rifiuto degli estranei al nostro colore, sapore e alle nostre "finte democrazie occidentali" (unico baluardo contro la barbarie). E' tremendo, non riuscirò mai a non sdegnarmi vedendo i bambini usati come bombe umane e soldati di una guerra che non è loro, che non appartiene alla cultura della vita. Proverò sempre orrore difronte a quei poveri disgraziati che vengono uccisi pubblicamente per incutere spavento e paura. Piango per i bambini della Siria, della Palestina oppressa dai Naziebrei israeliani, cani del potere americano, dell'Afghanistan, della Birmania e di tanti paesi piccoli che vivono in condizioni disumane. Ma la vera barbarie la compiono le organizzazioni mondiali massoniche della Finanza, queste sono le mafie più potenti del Mondo. La democrazia e la libertà? Guardate gli USA dove, ancora oggi, pur col sospetto di un vizio processuale che condanna un innocente o un disabile o peggio, come fa la polizia in alcuni stati dell'unione, senza processo, vengono eseguite condanne a morte pubbliche. Queste sono le democrazie che dobbiamo difendere? Allora, cerchiamo di capire che siamo tutti controllati e gestiti e che se vogliono scatenano contro chiunque di noi possa dare fastidio i loro cani (oggi le chiamano cellule dormienti del terrorismo, in Sicilia una volta si chiamavano killer della mafia). CHI HA COLPITO CHARLIE E' LO STESSO CHE HA CREATO AL QAEDA. CHARLIE era il posto più facile per colpire il senso di grandeur francese e lo stesso cuore dell'Europa. Perché non hanno colpito una BANCA o la sede di una MULTINAZIONALE?    
 
Terroristi da strapazzo......