martedì 30 luglio 2013

Papa Francesco, dice così sui Gay e sulle donne


 
I Gay e la Chiesa

«Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?» Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte. Il problema non è avere queste tendenze, sono fratelli, il problema è fare lobby: di questa tendenza o d'affari, lobby dei politici, lobby dei massoni, tante lobby...questo è il problema più grave. »

Le Donne e la Chiesa

 «La Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza Maria».

Questo è il sentimento della Gente che crede e di quella che, pur non credendo, vive tra i giusti e il papa che è il pastore delle anime ne è l’interprete e le riconduce nel percorso del Vangelo, senza alcuno sforzo. Questo vuol dire fare un cammino di luce e di bellezza!

Ugo Arioti

domenica 28 luglio 2013

Non vogliamo un autunno caldo !!! Parola del Rigoletto!


"Non vogliamo un autunno caldo e di tensioni ma di riconciliazione con la pubblica opinione, con i lavoratori, i giovani esasperati per gli anni che hanno vissuto. Dobbiamo lavorare tutti per un autunno di riconciliazione" Queste le parole del giovane vecchio inciuciante Capo di Governo del PD-L Letta, meglio il RIGO-LETTO, non nel senso del Melodramma, ma letterario ( Storia già letta). La facciata, in decomposizione, della CASTA POLITICA ITALIANA vorrebbe farci credere che hanno creato questo GOVERNISSIMO-PARTITO UNICO per il POPOLO ITALIANO, invece fanno solo chiacchiere! Per i diritti e la solidarietà sociale NIENTE e chiede, IL RIGOLETTO, di stare calmi. Calmi, proprio come i greci, che stanno subendo il più grande salasso o purga, chiamatela come vi pare, della storia dell’EUROPA. Ma l’Europa che cosa è? E’ la comunità europea( serva degli anglosassoni fuoriusciti o cacciati dal vecchio continente) è la federazione di chi comanda, la GERMANIA E I BANCHIERI EBREI, e di chi deve solo ubbidire. Fino a quando? NO caro Signor Primo Ministro, no, non creda che le sue larghe intese possano farci ingoiare gli F35, le tasse in più( la pressione fiscale ha abbondantemente trabordato la quota del 50%) e le solite furberie per salvare il culo! BASTA! O cambia direzione o se ne deve andare a casa, compreso il Presidente per tutte le stagioni e l’apparato militare. Da quando c’è Berlusconi il degrado della democrazia italiana è stato talmente rapido da farci arrivare al FASCISMO E AL PARTITO UNICO. Ma il Popolo italiano non ci sta.

Zaratustra

giovedì 25 luglio 2013

Tunisia, assassinato Mohamed Brahmi, dirigente del Fronte Popolare


 
Il deputato dell'Assemblea costituente ucciso questa mattina, raggiunto da una raffica di 11 colpi d'arma da fuoco davanti alla sua abitazione e sotto gli occhi dei familiari. Cresce la tensione nel Paese, nel giorno della Festa della Repubblica e a sei mesi di distanza dall'omicidio di Chokri Belaid, altro leader del fronte di opposizione

di Paolo Hutter | 25 luglio 2013

Ci corre l’obbligo di seguire le vicende di questo Paese del Nord Africa perché sono in gioco LIBERTA’ e DIGNITA’ DI UN POPOLO che ha scelto la via LAICA e sta cercando di scacciare la tentazione integralista che attualmente non è cavalcata solo dai POTENTATI ECONOMICO-CAPITALISTICI OCCIDENTALI, ma anche dalle mafie internazionali. Siamo vicini al popolo tunisino e ne condividiamo la lotta per la DEMOCRAZIA REALE. "Non cerchiamo le differenze, che sono una ricchezza e un valore aggiunto, ma le cose che ci uniscono per crescere insieme in LIBERTA' e DEMOCRAZIA."

Redazione Secem

E’ morto poco dopo le 12 nell’ospedale di Ariana (Tunisi) Mohamed Brahmi, dirigente del Fronte Popolare (sinistra) e deputato dell’Assemblea costituente tunisina, caduto questa mattina in un agguato davanti alla sua abitazione. Secondo le prime notizie, Brahmi e’ stato falciato da 11 colpi di arma da fuoco a Citè Al Ghazela, sotto gli occhi dei familiari, tra cui la figlia. A sparare sono stati due sicari, poi fuggiti in motocicletta. Sono modalità e prassi del tutto estranee alla storia tunisina.

Subito dopo l’agguato, una folla di simpatizzanti dell’opposizione si è radunata davanti all’ospedale e nella centrale Avenue Bourguiba. E nel Paese cresce la tensione: in una giornata di festa della Repubblica ( 25 luglio) e della bandiera nazionale, e a pochi giorni dal sesto mese dall’assassinio di Chokri Belaid (numero due del Fronte Popolare, assassinato il 6 febbraio scorso), un altro dirigente della stessa coalizione di sinistra viene ucciso sotto casa. Soltanto ieri sera un esponente di Ennhada, il principale partito di governo, aveva annunciato che il governo aveva individuato esecutori e mandanti dell’omicidio di Chokri Belaid, e che tra pochi giorni tutto sarebbe stato reso noto.

A febbraio l’assassinio di Belaid era stato attribuito da gran parte della opinione pubblica agli islamisti e gli stessi esponenti di Ennahda, per scaricare le accuse, avevano indicato gruppi estremisti salafiti. Una straordinaria mobilitazione popolare aveva accompagnato Belaid al cimitero. Mentre pochi giorni fa a Milano, ospite della festa di Sinistra Ecologia e Libertà, la vedova di Belaid Basma Kalfaoui aveva detto di non aver ricevuto notizie complete e credibili sulle indagini in corso, annunciando una manifestazione per il prossimo 6 agosto. Un’occasione per ribadire l’unità dell’opposizione politica, sociale e culturale al governo in carica, teoricamente ormai scaduto perché la Costituente avrebbe dovuto da tempo concludere i suoi lavori.

Brahmi era il leader di una delle formazioni di tradizione nazionalista confluite nel Fronte Popolare di sinistra, una coalizione che si è rafforzata nei sondaggi dopo la mobilitazione per Chokri Belaid, raggiungendo però al massimo il 10% dei consensi. E’ la stessa coalizione dove militano anche i più radicali oppositori degli islamisti. Radia Nasraoui, moglie del leader comunista Hamma Hammami (numero uno del Fronte), una degli avvocati più illustri del Paese , è entrata nel collegio di difesa della Femen Amina.

mercoledì 24 luglio 2013

RIFLETTENDO SULL'ANTIMAFIA DI CARRIERA E DI FATTO

 
 
Il presidente Crocetta risponde a chi l'accusa di appartenere alla categoria dei “professionisti dell'antimafia 2.0”. A cominciare proprio da Davide Faraone, suo compagno nel Pd. “Le vere vittime della mafia lavorano con me”, dice a margine di quella conferenza. Una risposta che divarica, più che chiudere, il varco per nuove polemiche.

Professionisti dell'antimafia. Il caso unico di un'etichetta storicamente attribuita a chi non la usò mai. “Leonardo Sciascia – dice Crocetta – si riferiva a chi fa l'antimafia con le parole e non con i fatti. Non credo che questo appellativo possa mai essere riferito proprio a me che mi sono più volte esposto contro i boss, rischiando anche la vita”.


 

Sciascia non usò mai, nel famoso articolo quella formula. Ci pensò il titolista del Corriere della Sera, dove apparve il pezzo oltre 26 anni fa. Ma fa più specie ricordare quali furono, allora, gli “esempi attuali ed effettuali”, scriveva lo scrittore agrigentino, di quella categoria: Leoluca Orlando da un lato. E proprio Paolo Borsellino, dall'altro. Al di là delle interpretazioni coeve e postume di quel riferimento (un errore dello scrittore, un riferimento al Csm e non al giudice, una sacrosanta verità). La figlia di Paolo Borsellino è lì, mentre Crocetta risponde a chi ha rispolverato la frase, condita da un riferimento alla modernità. E il presidente guarda verso di lei quando scandisce: “I parenti delle vere vittime della mafia lavorano con me. E' vergognoso – ha tuonato il presidente - parlare di professionisti dell'antimafia. Sono disgustato di questi attacchi, questi sì sono atti mafiosi".

E sembra proprio di rilleggere quell'articolo, oggi. “Prendiamo, per esempio, - scriveva Sciascia - un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, - si continua a leggere - chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno”.
( Tratto da livesicilia.it)


lunedì 22 luglio 2013

Casaleggio ha ragione....dice Delrio


Finalmente qualcuno esce dal guscio di pietra del Governo blindato fatto dal PARTITO UNICO DELLA CASTA e ha il coraggio di dire la verità! Speriamo che non sia troppo tardi, questo governo ha già commesso troppi ERRORI e troppe INGIUSTIZIE SOCIALI.

REDAZIONE

Delrio: «Casaleggio ha ragione, siamo
in una sitazione che è al limite della rabbia»

Il ministro per gli Affari Regionali conviene con il guru M5S
«Da mesi diciamo che sarà un autunno difficile

 

Come ha detto Casaleggio, «che ha detto una cosa vera, abbiamo una situazione che è al limite della rabbia»: lo ha detto il ministro per gli Affari regionali, Graziano Delrio, intervenendo a Modena a un convegno sulle infrastrutture. Nel suo intervento, Delrio ha ricordato l'allarme lanciato dal guru del Movimento 5 Stelle, spiegando che solo con il completamento dei pagamenti della pubblica amministrazione e con lo sblocco del Patto di stabilità su alcune operare strategiche cofinanziate sarà possibile fare ripartire realmente il Paese e il lavoro.

«UN GIORNO MOLTO TRISTE» - «Lo dico in un giorno molto triste - ha detto ancora Delrio - in cui è morta Laura Prati, reduce dalla Sardegna e dalla Calabria, dove ci sono sindaci minacciati e dove nei Comuni che non sono sciolti per mafia ci sono dimissioni tutti i giorni». A margine del suo intervento, il ministro ha spiegato meglio le sue parole: «non è un grido di allarme che ha lanciato Casaleggio per primo, sono alcuni mesi che noi diciamo che sarà un autunno molto difficile. Io lo condivido molto però - ha concluso - anche nella drammaticità dell'appello».

Il Confine Etico della Retorica


Affrontiamo i problemi della retorica, il confine tra metafora e bugia e la capacità di attivare o disattivare nella comunicazione la mia responsabilità e quella dell’altro; cerchiamo di impostare questi problemi con chiarezza e correttamente in linea generale, lasciando i casi particolari. Non possiamo pretendere di trovare delle risposte certe.

Ad esempio, alcuni anni fa in Svizzera, qualcuno si era costruito un rifugio antiatomico. Il problema era capire come ci si sarebbe comportati nei confronti di quelli che non avevano il rifugio quando fossero arrivati e avessero bussato. Come si risponde a questi? Come risponde la formica alla cicala. A questo punto la formica è responsabile o no? La cicala non avrebbe neppure dovuto bussare?

Qualcuno potrebbe dire: chi bussa? Un bambino, un vecchio, un amico? La risposta l’ha data La Fontaine: non hai pensato a costruirti una protezione contro il rischio, peggio per te (La Fontaine ha comunque in mente una società un po’ diversa dalla nostra, di tutte le formiche, oggi forse è un po’ diverso).

Perché in questo contesto è opportuno prendere in considerazione il problema della retorica?
La retorica nasce sulla disputa (vedere a proposito “La retorica antica di Roland Barthes”, Bompiani); avevano cacciato un certo numero di proprietari terrieri in Sicilia, quando cambia di nuovo la politica questi rivogliono la terra, si formano perciò dei tribunali per risolvere la questione e nascono le argomentazioni. Dovendo sviluppare in un luogo di conflitto delle pretese ad un diritto, che è sempre legato all’obbligo di un altro (i diritti e gli obblighi devono perciò essere distribuiti), nascono delle strategie del discorso. Esse tentano di risolvere il problema della guerra, ossia la retorica tenta di risolvere il problema grazie ad una mediazione linguistica verso la pace (per evitare di risolvere il problema con le armi); la retorica è, quindi, già una forma di etica perché evita la violenza. Quindi si crea un tribunale, si stabilisce un giudice super partes che possa valutare il peso delle argomentazioni. Questo è l’aspetto positivo: si diranno al giudice, di cui si accetta la giurisdizione, le ragioni a sostegno del proprio diritto (si sottolinea anche che di fronte ad un giudice ci si rivolge al proprio avversario in modo impersonale).

La retorica, tuttavia, è uno strumento di pace che sta al posto della guerra. Introietta una serie di problemi bellici, non è un luogo pacificato ma di strategie e di controstrategie: ossia occupa il luogo linguistico delle armi.

Essa è una disciplina del linguaggio, delle immagini, degli oggetti, è la capacità di convincere gli altri con vari mezzi, Marco Antonio che strappa il vestito di Cesare e dice che le ferite sono come bocche che parlano. Con vari tipi di “segni” possiamo tentare di persuadere il giudice. È importante che ci sia un giudice e se non c’è un giudice dobbiamo tentare di convincerci l’un l’altro.

Perciò la retorica è una disciplina che mira a ristabilire la pace, introducendo nel linguaggio delle strategie conflittuali. Se uso la violenza per convincere, non ho bisogno di argomentazioni; quando uso le argomentazioni ho bisogno di persuadere l’altro.
 
Paolo Fabri

sabato 20 luglio 2013

FALSI EROI

Abbiamo il Masaniello di turno che fa la "RIVOLUZIONE"! Cambia posto a chi non può reclamare e lascia i vecchi volponi traffichini e azzeccagarbugli, con le mani in pasto ovunque, al loro posto! No, fa di più! Da alla dama in rosso ancora più potere, perchè sa che è nelle sue mani. Da buon Masaniello si gode le abbuffate televisive e i lanci di slogan! In questa abbuffata di potere lui il "Santo Nume dei Diritti Umani( bla, bla, bla), lo sceriffo o semplicemente il Presidente della libera Repubblica di Bananas( allusione al film, bellissimo, di Woody Allen e non a quello che avete pensato, sto un passo avanti a tutti voi e non ditemi che non lo avete realizzato perchè vi butto nel girone dell'inferno con gli IPOCRITI che di questi tempi vanno per la maggiore!), lui, dicevo, ha il suo recinto di caccia ai " finti mafiosi" che si annidano nel Palazzo. Con l'arco da "Cupido" col suo fido segretario corre per i corridoi lanciando strali di denuncie ( della serie ondo cojo cojo)!
< Ei, dico a te bel ragazzotto con la camicetta bianca e i pantaloni neri e il cravattino da garzone del bar, da quanto tempo vieni in questo ufficio?>
< Presidente, la ringrazio per il "ragazzotto", ma io ho quasi cinquant'anni, moglie a casa con sette figli ncapu u liettu e navutri setti appizzati no tettu, cu nonno, catanonnu e a matri i me suoggira ca arristò, mischina, viduva a vint'anni e n'aiuta a tutti, da Santa cristiana, e stamu nta cinquanta metri quatrati nfacci a Chiesa i San Nicolò a ballarò! Vegnu cca ormai sarà ca fussiru quinnici anni! Per favorirla, Presidente!>
< Favori? A me? Questo è un linguaggio mafioso! Lei è licenziato in tronco! Vada via! Vada via! Patrizia prendi nota ruotiamo tutti i camerieri che sento puzza di incrostazioni mafiose! Lei caro lei è fortunato che non la denuncio! Mafioso!>
Sibilo lunghissimo nel corridoio della Sala Alessi,  strisciando arrivano i Burosauri, cacciano fuori l'intruso e tornano a leccare il .....( proprio quello, ora si!) del Presidente.
< Patrizia, ma questo caffè non arriva ancora? Ma che devo fare un bando pubblico o un Decreto Presidenziale, oh, oh, oh, non va bene così!>
< Vincenzo, spremi il cameriere e tiragli fuori ....>
< Il caffè?>
< No, Ringo, no! Ma chi me lo ha messo in mezzo ai piedi questo? Arriva immediatamente il "caffè" Rosario!>
< Speriamo, oggi sono stressato, troppo stressato ...ah!>
<Per questo ci son qua io, Rosario. La pensiamo alla stessa maniera. La Regione stressa e quindi ci vogliono gli strizzacervelli per i regionali stressati. Se sei stressato e usurato c'è qua per te il Dottor Balanzone dell'ordine dei medici di Bologna, così nessuno avrà, spero, da ridire!>
(segue)
 
Zaratustra
 


mercoledì 17 luglio 2013

Zetas l’orgia del potere narcos di Roberto Saviano


Zetas l’orgia del potere narcos

È il cartello messicano più potente. Un’organizzazione militare che tortura e uccide. Ora il suo leader, Miguel Treviño Morales, è stato arrestato

Quando ascoltate le discussioni sui destini del nostro tempo, su chi li determina, su multinazionali e governi raramente sentirete nominare il loro nome. Eppure i Los Zetas sono tra le aziende moderne più influenti, certamente una delle strutture imprenditoriali e militari più feroci e efficienti. Raramente arrivano sulle prime pagine italiane, raramente i telegiornali europei si occupano di loro: eppure sono i sovrani della cocaina, sono responsabili insieme agli altri cartelli messicani di una vera e propria guerra civile, settantamila morti in dieci anni, 80 giornalisti uccisi e 17 scomparsi. Ora il vertice di quest’organizzazione messicana è stato arrestato. Miguel Angel Treviño Morales detto «El Z40» era il capo della più nuova e indecifrabile delle mafie. Uomo capace di saldare capacità di investimento imprenditoriale e finanziario con una meticolosa ossessione militare. Era conosciuto per la tecnica dello «stufato»: ordinava di mettere i suoi nemici nei barili di benzina e poi li bruciava vivi. Era temuto perché faceva sopraggiungere la morte procurando il maggior dolore possibile a chiunque si ponesse contro i suoi affari. I Los Zetas mettono in conto di perdere ciclicamente i loro capi, anzi è un bene che al vertice si duri poco per permettere ai propri uomini di rivaleggiare e quindi guadagnare sempre di più per primeggiare.


Il loro fondatore Arturo Guzmán Decena, “El Z1”, venne ammazzato nel 2002 in un ristorante di Matamoros, roccaforte del gruppo. La leadership passò a Heriberto Lazcano Lazcano detto “El Lazca”. Spietato e disciplinato, rafforzò il gruppo, affiliò centinaia di persone, strutturò l’organizzazione rendendola capace di poter corrompere chiunque. Nell’ottobre del 2012, El Lazca che adorava il baseball andò da latitante a guardare la sua squadra allo stadio di Progreso. Arrivò una telefonata anonima alla Marina militare messicana i soldati andarono a prenderlo, scoppiò una sparatoria e il capo dei Los Zetas fu ucciso. Il cadavere del Lazca sparì dall’obitorio ancora prima che potessero essere fatti i test del Dna, che avrebbero confermato o meno la sua identità: era davvero El Lazca l’uomo ucciso tra le tribune di uno stadio o non era lui? Perché il corpo di un cadavere era stato rapito? Forse solo per alimentarne la leggenda, che un capo Zetas non muore mai. E mentre in Messico e negli Usa ci si chiedeva se El Lazca fosse davvero morto o quel cadavere non fosse lui al vertice del gruppo era già salito un nuovo leader. Proprio lui, Miguel Angel Treviño Morales, “El Z40”. Era entrato da piccolo nel gruppo, poco più che adolescente, Treviño Morales era presto diventato capo della plaza di Nuevo Laredo con il compito di contrastare l’avanzata del Cartello di Sinaloa in quella zona, poi fu mandato in missione in Guatemala per eliminare concorrenti locali e infine i suoi buoni risultati sul campo lo avevano portato alla promozione a comandante nazionale.


Dopo la caduta di Lazcano, quindi, Treviño sembrava il sostituto perfetto per guidare il Cartello. Le autorità americane lo pedinavano da tempo e su di lui avevano messo una taglia da 5 milioni. Accusato di narcotraffico e detenzione illegale di armi, Treviño Morales coordinava spedizioni di tonnellate di cocaina e marijuana ogni settimana dal Messico agli Stati Uniti attraverso il Guatemala, e riportava indietro sulla stessa rotta milioni di dollari, che poi riciclava servendosi anche delle più importanti banche americane. Il 12 giugno 2012, gli agenti federali statunitensi arrestarono sette persone, tra le quali c’era anche un pezzo grosso, José Treviño Morales, il fratello di Miguel. José negli Stati Uniti figurava come imprenditore dedito a un’attività molto apprezzata negli stati del Sud: allevava cavalli da corsa e li faceva partecipare, e spesso vincere, alle gare più importanti.


Tramite quest’attività, riuscì a riciclare milioni di narcodollari attraverso i conti della Bank of America negli Stati Uniti. (La Banca ora sta collaborando con l’Fbi.) Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando bisogna fare un lungo passo indietro.


Messico 1999. Sulla testa del capo del Cartello del Golfo, Osiel Cárdenas Guillén, a quel tempo uno dei cartelli più forti del narcotraffico messicano, pendono due taglie: una ufficiale da 2 milioni di dollari stanziata dall’Fbi, l’altra ufficiosa ma altrettanto seria stanziata dai suoi più acerrimi rivali, i capi di Juárez e Sinaloa, disposti a pagare 1 milione di dollari pur di vederlo morto.


Osiel, forse per la prima volta in vita sua, è spaventato. Vede nemici ovunque e deve proteggersi. Decide quindi di comprarsi non un semplice braccio armato, ma un vero e proprio esercito. Sceglie infatti soldati corrotti e disertori del corpo d’élite dell’esercito messicano, il Gafe, Grupo Aeromóvil de Fuerzas Especiales. Ironia della sorte, il Gafe aveva proprio il compito di appoggiare la lotta al narcotraffico. Gli uomini del Gafe sono tipi tosti: sono stati plasmati sul modello delle forze armate statunitensi e addestrati da specialisti in tattiche sovversive di Israele e Francia e dai temibili Kaibiles guatemaltechi. La più grande potenza antinarcos quindi decide di passare dall’altra parte e diventare narcos. Conviene di più e concede più potere. Tra questi Rambo messicani c’è il tenente Arturo Guzmán Decena, che con altri trenta disertori, si iscrive al libro paga di Osiel. Nasce così l’esercito privato del Cartello del Golfo e viene battezzato Los Zetas, perché Z era il codice usato dai soldati del Gafe per comunicare tra di loro via radio o forse secondo alcuni perché è semplicemente la lettera più famosa della storia messicana, la Z di zorro.


Ma non basta “l’esercito del narco” a salvare Osiel dalla sua fine: il 14 marzo 2003 viene arrestato dall’esercito messicano nella sua roccaforte e rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Los Zetas sentono il vuoto di potere all’interno del Golfo e cominciano a esibire velleità di emancipazione sempre più evidenti, fino ad arrivare al distacco inevitabile e definitivo nel febbraio 2010, quando si schierano contro i loro precedenti capi, al fianco dei loro antichi rivali.


Los Zetas incorporano gli aspetti più spietati delle organizzazioni criminali: hanno preso il peggio dei paramilitari, il peggio della mafia, il peggio del narcotraffico. Dal punto di vista militare è difficile competere con loro: usano giubbotti antiproiettile, alcuni indossano caschi in kevlar e il loro arsenale comprende fucili d’assalto AR-15 e migliaia di cuernos de chivo (corni di capra, come vengono chiamati gli AK-47 in Messico), pistole mitragliatrici MP5, lanciagranate, granate a frammentazione come quelle utilizzate nella guerra del Vietnam, missili terra-aria, maschere antigas, apparecchi per la visione notturna, dinamite ed elicotteri. Quando conducono le operazioni, si vestono con abiti scuri, si tingono il volto di nero, guidano Suv rubati e spesso indossano le uniformi della Polizia federale o dell’Agenzia federale investigativa.


Il livello di professionalità degli Zetas è altissimo, così come le loro abilità tecnologiche: usano moderni sistemi per le intercettazioni, segnali radio criptati, preferiscono Skype ai normali telefoni. Al loro interno vige un’organizzazione gerarchica molto rigida. Ogni piazza ha il proprio capopiazza e il proprio contabile, il quale gestisce le finanze della cellula criminale, che oltre alla droga sfrutta diverse nicchie dell’economia criminale: furti, estorsioni, sequestri. Secondo fonti messicane e statunitensi, al loro interno esiste una precisa divisione di ruoli: ci sono las Ventanas, le Finestre, ragazzini con il compito di lanciare l’allarme quando individuano poliziotti che ficcano il naso nelle zone dello spaccio; los Halcones, i Falchi, che si occupano delle aree di distribuzione; los Leopardos, i Leopardi, prostitute addestrate per estorcere preziose informazioni ai clienti; los Mañosos, i Furbi, addetti all’armamento; e poi c’è la Dirección, cioè il Comando, la mente del gruppo. Un’organizzazione piramidale ed efficiente che non ha nulla da invidiare a quella delle mafie italiane, ma che in più si unisce a una struttura orizzontale, perché gli Zetas, a differenza degli altri cartelli, si presentano come cellule sparse per il Paese, e ogni cellula ripropone lo stesso Dna, la suddetta struttura.


Il centro del loro potere economico risiede nella città di confine di Nuevo Laredo, nello stato di Tamaulipas, ma ormai, con le loro cellule, sono sparsi per tutto il Paese, sulla costa del Pacifico, negli stati di Oaxaca, Guerrero e Michoacán, a Città del Messico, lungo la costa del Golfo, negli stati di Chiapas, Yucatan, Quintana Roo e Tabasco. A Nuevo Laredo hanno il controllo totale del territorio, con sentinelle e posti di blocco in aeroporti, stazioni degli autobus e strade principali. La loro è una dittatura criminale le cui leggi sono le estorsioni, i decreti sono i sequestri e le torture, e la Costituzione è composta da decapitazioni e smembramenti. Spesso politici e poliziotti diventano gli obiettivi dei killer del cartello allo scopo di intimorire il governo e dissuadere i cittadini dall’assumere cariche istituzionali. E chi non rispetta le loro leggi viene eliminato.


Il 29 luglio del 2009 alle cinque del mattino due macchine si fermano davanti alla casa del vicecomandante della Polizia intermunicipale di Veracruz-Boca del Río, Jesús Antonio Romero Vázquez: una decina di uomini appartenenti agli Zetas, armati con fucili d’assalto con lanciagranate da 40 mm, fa irruzione in casa. Impiegano meno di cinque minuti per uccidere Romero Vázquez, sua moglie (anche lei ufficiale di polizia) e il figlio di sette anni. Poi danno fuoco alla casa, uccidendo le altre tre figlie. La più grande aveva quindici anni. Gli Zetas, secondo l’inchiesta dell’antimafia italiana, sono in relazione con i nostri boss, le famiglie Coluccio e Aquino di stanza a New York e gli Schirippa in Calabria sono stati i loro primi interlocutori italiani. Oltre a fare affari con loro, delle mafie italiane gli Zetas apprendono la struttura interna, il comportamento dei capi, i metodi d’investimento, i livelli di responsabilità, le regole d’omertà. Senza il know-how di casa nostra sarebbero rimasti solo gangster. Gli Zetas appartengono alla nuova generazione dei cartelli messicani che hanno fatto saltare il vecchio codice di “rispetto” tra i vari cartelli, quello per cui il nemico andava combattuto ma con uso di limiti che mettevano regole ai conflitti. La violenza invece non solo viene usata senza riguardo, ma viene anche ostentata, utilizzata come il migliore dei biglietti da visita.


Quando gli Zetas uccidono sono sadici: picchiano con bastoni o pagaie che hanno la lettera Z a rilievo, in modo da lasciare la loro firma sui cadaveri; decapitano le vittime con la sega elettrica — loro marchio caratteristico — per poi esibire la loro testa e diffondere il terrore. Non c’è limite alla brutalità: a volte i genitali delle vittime vengono tagliati e infilati in bocca, i cadaveri senza testa vengono appesi ai ponti e addirittura una volta la faccia di un uomo fu staccata e cucita sopra un pallone da calcio. Lo smembramento dei cadaveri diventa la sintassi degli Zetas. Fanno sparire i corpi all’interno di tombe già occupate, oppure si sbarazzano dei corpi seppellendoli nei cimiteri clandestini costruiti nelle loro roccaforti o abbandonandoli in fosse comuni. Spesso interrano le loro vittime ancora vive. Oppure le sciolgono nell’acido.


Cadaveri ciondolano appesi ai ponti delle città davanti agli occhi dei bambini, in pieno giorno, corpi decapitati e fatti a pezzi vengono trovati vicino ai cassonetti o abbandonati lungo le strade, spesso lasciati con i pantaloni abbassati per un’ultima umiliazione, narcofosse vengono scoperte nelle campagne con decine di cadaveri ammassati uno sopra l’altro. Le città sono diventate scenari di guerra e in tutto il Messico il codice di condotta della gente è solo uno: la violenza. Ma quella degli Zetas è anche una violenza 2.0. Basta digitare su Youtube “Los Zetas Execution” e comparirà una lista di video postati direttamente dai membri del gruppo. Decapitazioni, soffocamenti, scuoiamenti sono il loro ufficio marketing. Più questi video sono cliccati e diffusi più aumenta il loro prestigio criminale nel mondo. Youtube è il loro vero ufficio stampa. Nell’ultimo periodo gli omicidi più importanti vengono fatti intorno alle 19 per poter finire nei telegiornali messicani ma anche californiani alle 20 e 30, i più seguiti. Il rischio è che un omicidio fatto di mattina o di pomeriggio perda l’apertura del telegiornale la sera perché sopraggiungono altre notizie. La Rete è la cassa di risonanza preferita, ma Los Zetas non disdegnano i vecchi metodi, come gli striscioni — i cosiddetti narcostriscioni — che appendono ai ponti dei paesi e nelle città messicane per intimidire i nemici, trattare con il governo e reclutare nuovi uomini, possibilmente già addestrati: «Il gruppo operativo Los Zetas vuole te, soldato o ex soldato. Ti offriamo un buon salario, cibo e protezione per la tua famiglia. Non soffrire più gli abusi e non soffrire più la fame».


Ma oltre a soldati

esperti, cercano anche ragazzini da plasmare: vengono chiamati Los Niños Zetas, ricevono 500 dollari a settimana per i lavoretti di poco conto, qualche migliaio in più di bonus per uccidere e sgozzare. Rosalío Reta è stato un loro allievo fin dall’età di 13 anni: dopo quattro anni e una ventina di omicidi venne arrestato e senza alcun segno di paura o pentimento disse «Mi è piaciuto farlo, uccidere quella persona. Mi sentivo Superman».

ROBERTO SAVIANO

martedì 16 luglio 2013

AL SENATO PASSA LA MOZIONE DELLA MAGGIORANZA SUGLI F35


AL SENATO PASSA LA MOZIONE DELLA MAGGIORANZA SUGLI F35

«Non siamo di fronte - ha detto Nicola Latorre (Pd) - a una scelta tra la pace e la guerra. Il Pd non ha ammainato e non intende ammainare la bandiera della pace. Non si possono contrapporre la necessità delle spese del sistema di difesa a quella del welfare». «Una grande forza riformista - ha aggiunto Latorre - non può sottrarsi alla sfida» di garantire all'Italia un sistema di difesa adeguato al suo ruolo internazionale e per questo, ha annunciato, «convintamente voteremo questa mozione». Il 22 gennaio, l'allora segretario Pd Pier Luigi Bersani, in piena campagna elettorale, disse al Tg2: «Nell'ambito delle spese militari bisogna assolutamente rivedere il nostro impegno per gli F35. La nostra priorità non sono i caccia, la nostra priorità è il lavoro».

Quanto è successo oggi in Senato è veramente disgustoso. Quanti dicono che il PD non esiste più hanno avuto oggi la conferma che la loro non era un ipotesi, ma una realtà consolidata. Prima gli F35 e poi i bisogni della gente a cui si chiede di rinunciare ai diritti, ai servizi, all’istruzione, alla sanità, alla giustizia in ONORE DEL RUOLO INTERNAZIONALE DELL’ITALIA. Un bello stendardo di niente e di vergogna. Il ruolo internazionale di un Paese che ha due suoi militari reclusi in India per un reato che non hanno commesso e che è ostaggio delle politiche americane di guerra. Questo è il ruolo internazionale a cui sacrifichiamo il BENE DEI CITTADINI ITALIANI?

Mio Dio come siamo caduti in basso.

Redazione Secem

domenica 14 luglio 2013

GESTISCONO A LORO VANTAGGIO ANCHE IL CANCRO, LE BIG PHARMA



 
 
Nel Mondo che le Banche e le multinazionali capitalistiche sia occidentali che orientali gestiscono, come fosse il proprio orto, schiavizzando la gente e arricchendosi distruggendo l’ambiente, le più pericolose “ sorelle” sono le Big Pharma( Industrie farmaceutiche) che gestiscono la salute degli uomini e degli animali sul nostro Pianeta secondo i loro sporchi interessi e non secondo criteri di GIUSTIZIA SOCIALE E DI SOLIDARIETA’. Il caso della chemioterapia per curare senza curare, anche uccidendo il paziente, è emblematico. Abbiamo fatto un percorso di ricerca che ci ha lasciati esterrefatti e sbigottiti difronte al fatto che sono loro che stabiliscono le cure da fare anche se si sa che non servono a niente. Prima viene l’utile e poi l’uomo. NOI NON CI STIAMO.

Pauperes Commilitones Crhristi,  Nuovo Umanesimo, Scuola di Ecologia Culturale EM,

 


Una parte considerevole dell’industria farmaceutica vive sul business del cancro. Trent'anni fa i tumori si curavano con la chemioterapia e la radioterapia e non guarivano, adesso continuano ad essere curati con la chemioterapia e la radioterapia e continuano a non guarire. Contemporaneamente mentre la diagnostica ha fatto passi giganteschi, (basta pensare che 30 anni fa non esistevano l’ecografia, la TAC e la risonanza, mentre adesso abbiamo apparecchiature in grado di trovare neoformazioni di 1 cm o meno in qualunque parte del corpo) la terapia è rimasta ferma. La chemioterapia guarisce i tumori dei testicoli e ha discreti risultati nella terapia delle leucemie e dei linfomi. Punto.

In tutti gli altri casi molto spesso ci sono risposte immediate (che fanno illudere il paziente), a volte parziali, a volte complete, a volte nulle, ma nella maggior parte dei casi non si fa altro che riproporre la chemioterapia. Successivamente, sia in caso di non risposta, sia in caso di recidiva si persevera con la chemioterapia, anche quando ormai, diventa chiaro che il risultato è nullo: non viene presa in considerazione mai, nessun tipo di terapia naturale. Ma possibile che in trent'anni non siano mai state trovate alternative?

È sufficiente navigare un po' su internet e mettere le paroline giuste e trovi tante cose interessanti: si trovano tante verità come questa: http://shop.luogocomune.net/cancro-le-cure-proibite_2093130.html. Si trovano tante terapie alternative: ipertermia (a Pavia c’è il dr Pontiggia che cura il cancro con buoni risultati). Il metodo Simoncini. Terapia Gerson. Terapia di Zora. Prodotti naturali efficaci come Essiac, cartilagine di squalo, uncaria tomentosa e molte altre. Mentre si fanno lunghi elenchi di medici catalogati come “eretici”.

A questo punto, in chi ha capito come si ragiona nel mondo attuale sorge una domanda: quanto costa la chemioterapia? Tantissimo. Dipende dal tipo di farmaco ma alcuni di essi arrivano a costare fino a 1500 euro a dose giornaliera. Le terapie alternative ovviamente costano molto meno, ma, nel caso che costino 10 volte meno, la gente rinuncia perché sono troppo cari. Nel caso della chemio non sono troppo cari perché paga Pantalone, ossia lo stato, cioè noi. CHIARO IL CONCETTO?

Negli anni ’90 esplode sulla scena la Terapia Di Bella: accadde giusto grazie ad un giudice di un piccolo paesino della Puglia, che ha preso in mano una causa di una persona che si rifiutava di fare le terapie tradizionali per la propria figlia, che le erano state imposte dai medici pena la denuncia. Vennero fuori decine di casi miracolati. Se ne parlò tantissimo. Non si poté fare a meno di fare una sperimentazione ufficiale: pazienti scelti tutti con un piede nella fossa, farmaci scaduti. Risultato: la Terapia non funziona. In commissione di valutazione, manco a dirlo c’era anche Sorriso Rassicurante (cioè il Prof. Umberto Veronesi). Da allora tutto fu messo a tacere. Tuttavia ci sono ancora medici che la praticano con buoni risultati.

Ricordo ancora un‘intervista a Veronesi fatta allora: «professore, non pensa che le vitamine A, C ed E possano avere qualche effetto preventivo?». «Mah,.. si, forse la vitamina A (le altre due, che sono quelle più facilmente reperibili, per le quali non c’è bisogno di fare attenzione alla dose, cominciamo a silurarle); ma bisogna sperimentare». …. CAZZO! BISOGNA SPERIMENTARE LE VITAMINE! E’ noto infatti che le vitamine siano state scoperte nel ’98, prima non esistevano! Ponendo anche per buona questa assurdità, adesso siamo oltre il primo decennio del 21° secolo, COME E’ ANDATA LA SPERIMENTAZIONE PROFESSORE? (....)

"Io, oncologo vi spiego perché la

Medicina esclude Di Bella"

Paolo Lissoni, oncologo al San Gerardo di Monza, mette in luce i punti di forza e le debolezze della terapia Di Bella e conclude: "Quando le terapie tradizionali falliscono si potrebbe applicare la Di Bella".

Paolo Lissoni, 57 anni, oncologo e endocrinologo. Lavora all’ospedale San Gerardo di Monza dal 1985. E’ stato premiato dal National Cancer Institute di Washington per le sue ricerche sulla ghiandola pineale, su questo argomento ha pubblicato 600 lavori.

Il reparto di oncologia di Monza è l’unico in Italia che offre, accanto alle tradizionali, una terapia “complementare”.

Ossia?
“Il campo delle terapie alternative anti-cancro (usate in abbinamento a chemio e radio) è estesissimo: vischio, aloe, graviola, veleno di scorpione, curcuma, mirra. Noi abbiamo dato la priorità alle sostanze naturalmente prodotte dal nostro corpo. La ghiandola pineale produce melatonina e altre quattro molecole derivate da aminoacidi. Sono molecole – fondamentali nel regolare il sistema immunitario, nel dosare le endorfine (che danno benessere) e nel favorire i processi di coscienza - che variano a seconda delle ore della luce”.

Quindi proponete la melatonina ai pazienti oncologici?
“Si sa da anni che un ammalato di cancro produce livelli bassissimi di queste sostanze prodotte dalla pineale, melatonina soprattutto. Tutti i processi psico-chimici sono alterati in chi ha un cancro”. Date melatonina dopo o durante la chemio? “Dopo e durante per ridurre la tossicità dei chemioterapici. La melatonina ha proprietà antiossidanti, azione anti-proliferativa, potenzia il sistema immunitario (accresce il rilascio dell’interleuchina 2 dai linfociti T), contrasta la carenza di piastrine e la cachessia che sono la debolezza e il dimagrimento tipici di chi fa una chemio…”

La scoperta di Luigi Di Bella…

“Esattamente, tutto il mondo deve essergli grato per questo. La melatonina mette in moto almeno 20 meccanismi antitumorali…”

Però non tutti gli oncologi ci informano di questo …

“Noi lo facciamo”.

Date la melatonina in ospedale?

“Anni fa sì, ora non più. La prescriviamo e si compra in farmacia fra i prodotti da banco”.

Parliamo di Di Bella?

“L’argomento mi coinvolge affettivamente. Negli anni Ottanta conobbi Luigi Di Bella, lo contattai per confrontare con lui i miei studi sulla ghiandola pineale. Trovai un terreno comune ma i miei tentativi di conciliare le due oncologie, la tradizionale e la dibelliana sono tristemente falliti…”

Come mai?

“Da un lato c’è l’ottusità mentale dell’oncologia tradizionale che non conosce o non vuol conoscere gli aspetti biologici, dall’altro la terapia Di Bella che ha avuto (e ha) il grosso limite di non essersi espressa attraverso una sperimentazione clinica”.

Però c’è chi guarisce dal cancro con la Di Bella.

“Non basta dire: uno è guarito. Quanti pazienti sono andati bene e quanti male? Questa situazione va avanti da 25 anni. La multiterapia Di Bella deve seguire la sperimentazione clinica che tutto il mondo segue. Sennò si fa confusione, non si comprenderà mai l’efficacia della cura tradizionale rispetto alla Di Bella”.

Se fosse lei a decidere come si comporterebbe?

“Raccoglierei i dati e unirei le forze: ai malati che non rispondono alle cure ufficiali darei la Di Bella”.

Quindi la proporrebbe dopo che si è accertato il fallimento della terapia tradizionale, perché?

“Potrebbe essere un modo per conciliare le posizioni scientifiche e per poter testare finalmente i risultati sul campo. Anche lei mi sta confermando che ha raccolto molto storie di pazienti che dopo il fallimento della tradizionale si sono trovati bene con la Di Bella…”

C’è un altro limite del metodo Di Bella?

“L’aspetto immunologico nella cura del cancro è noto da pochi anni, so che Giuseppe Di Bella ogni tanto inserisce al cocktail anche le interleuchine 2 (sostanze prodotte dai linfociti T) per potenziare il sistema immunitario”.

Un aspetto positivo della terapia Di Bella (oltre alla melatonina?)

“Il fatto di somministrare chemioterapici a piccole dosi è stata una geniale intuizione di Luigi Di Bella, oggi si inizia a praticare la “metronomica” che significa appunto curare con dose minima di chemioterapici a intervalli di tempo brevi”.

Piccoli dosi per evitare il fenomeno della chemio-resistenza?

“Questo aspetto va ancora studiato.

Quel che è certo però è che le piccole dosi non intossicano l’organismo e hanno effetti immunostimolanti e antiangiogenetici (ossia impediscono la formazione di nuovi vasi sanguigni necessari al tumore per crescere).

Allora pro o contro Di Bella?

“Non ha senso dire ‘pro o contro’, io direi: ognuno dia il meglio di sé e la cosa funzionerebbe se il dialogo fosse solo scientifico, ma è chiaro che entrano in gioco altri interessi. La terapia Di Bella è la punta dell’iceberg che dischiude una tematica immensa: il rapporto tra la scienza e la cultura umana”.

I medici sono i primi a non credere alla chemioterapia
Il caso di uno dei più grandi esperti al mondo

 

Se pensate che tutti i medici siano davvero convinti dell'efficacia delle cure che propinano ai loro malati e che nel caso siano loro ad ammalarsi di cancro si sottopongano alle stesse cure di chemioterapia e radioterapia che prescrivono ai loro malati siete degli illusi. Se non ci credete leggete questa storia.

Sidney Winawer è un oncologo direttore del Laboratorio di Ricerca per il Cancro al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York, uno dei centri più importanti del mondo. Per capirne l'importanza, pensate che è stato l'ospedale a cui si è rivolto Giovannino Agnelli. Per decenni ha praticato la chemioterapia a tutti i pazienti, metà dei quali sono deceduti. Ma un giorno la diagnosi è toccata a sua moglie...

Alcuni di voi probabilmente si aspetterebbero di sentire che il dottor Sidney Winawer abbia sottoposto la moglie alle stesse cure che per decenni ha dato, con tanta convinzione, a tutti i malati. Ebbene no. Ben consapevole dei danni catastrofici e dell'inutilità assoluta di quel tipo di cura (come ammetterà più tardi nel suo libro "Dolce è la tua voce", Positive Press, 1998) Non la sottopone a nessuna chemioterapia o radioterapia, ma si affida alla... somatostatina (quella di Luigi Di Bella)! E la moglie guarisce! Questa è la Storia che lui stesso racconta...

Redazione Secem con associazioni di progresso e libertà

sabato 13 luglio 2013

NUOVO UMANESIMO


NUOVO UMANESIMO

Roberto Saviano, commenta un doloroso e assolutamente brutale e ingiusto, fattaccio accaduto qualche giorno fa a Torino. Noi siamo con lui sempre e, soprattutto in un momento triste come quello che stiamo attraversando, vogliamo allargare la platea d’ascolto perché in questa Italia, che il capitalismo e le mafie con l’aiuto dei poteri forti e occulti( le centrali bancarie multinazionali) della curia romana e della massoneria deviata mandano inesorabilmente verso lo sfascio economico e sociale, tutto a proprio tornaconto, c’è bisogno di un risveglio sociale e di un NUOVO UMANESIMO. Non possiamo vivere in un Mondo che vuole essere globale per chi specula e fitto di steccati per la gente che deve viverlo. Dove ci si occupa delle monete e non degli uomini.

“Nella notte tra domenica e lunedì a Torino sono stati aggrediti quattro gay. Ciò che è accaduto a Torino è lo specchio di quanto accade in questa Italia ferita dalla crisi. Tutto diventa secondario, i diritti diventano inutili orpelli, accessori dismessi; tutto viene dopo le attività che chiudono e la disoccupazione che aumenta. Ma quando un Paese non evolve, non migliora, non introduce diritti – senza i quali non può esserci alcuna ripresa – la conseguenza può solo essere questa lenta ma inevitabile involuzione.”

Roberto Saviano

Redazione Secem

mercoledì 10 luglio 2013

L’intensità dell’amore delle donne (racconto breve di Ugo Arioti 2013)


L’intensità dell’amore delle donne

 


Da bambino ero una trottola inarrestabile, uno spirito libero che viveva dentro sogni senza fine nella Natura incontaminata del borgo rurale di Villagrazia, affacciato sulla Conca d’oro.

Certe volte, la notte, salivo sul tetto e me ne stavo lassù. Le gru sonnecchianti e stridule sparse per la murata marina buia mandavano raggi, luci gialle e bianche. Cosa a cui erano preposti, di giorno con la luce del sole, i bellissimi cinque pavoni che aprivano le loro ruote intarsiate di gioielli di luce e di colore sul terrazzo di Za Teresina, la moglie del guardiano del baglio.

A qualche chilometro dalla terrazza di quell’antica casa, il porto, con le sue grandi navi bianche e la loro fosforescenza, era un lampo magenta sotto il mare e il cielo neri come la pece. La luna mi guardava e io le ridevo felice e incosciente.

Stringevo le ginocchia al petto magro, mentre una brezza leggera accarezzava le mie mani nude scheggiate dalle pietre e dai rami del bosco dietro la grande casa dei nonni.
Altre notti guardavo, dalla finestra della mia stanzetta, le scariche elettriche esplodere nella pianura urbana della conca d’oro, i fulmini sono come vene accecanti che si piantano tra le nubi e, volando come impazziti in un turbine di luce bianca accecante, vanno a morire sulla terra nuda e sulle pietre e sugli alberi e sulle case. Io non ho paura delle folgori.

Certe volte mi rintanavo nel tetto morto della grande casa dei nonni materni; tra brividi di gioia e di paura assaporavo il gusto dell’avventura e del limite tra fantasia e realtà. Mangiavo grappoli di uva passa appesa alle assi della copertura. Mi saziavo di pomodori e fichi secchi. E la paura era un gioco eccitante.

Certe volte, correndo come un capriolo, tra rocce e sentieri impervi di montagna, catturavo farfalle e coleotteri, senza un motivo preciso. Libero e incosciente come una forza della natura. Era un tempo bambino che cresceva insieme a me e impazziva e si sfrenava nelle fantasie di un piccolo corpo di cervo volante.

Certe volte vedevo un angelo, uno grazioso e forte, che mi seguiva sorridente e mi accarezzava lieve come un soffio di vento.

Poi cantavo come un uccellino e seguivo una lucertola che ondeggiava veloce sopra una roccia antica. Era il tempo in cui non esisteva la fatica.

Ricordo il pomeriggio. Le visite delle altre Signore a mia nonna, la matriarca. Ero un guscio d’ometto che si insinuava sotto il grande tavolo centrale di legno massiccio, coperto da una magnifica tovaglia trapuntata e merlettata con alamari e arabeschi. Mi intrufolavo, malandrino, con la mia piccola mano di bimbo tra le cosce di quelle donne, madri, mogli, sorelle, amiche che conversavano insieme delle cose di casa e dell’educazione della prole, intorno a una fumante tazza di caffè e un vassoio d’argento ricolmo di dolcetti e biscotti ai fichi e alle mandorle. < Donna Rosa gradite un goccio di Rosolio?> < Grazie Zia!> Donna Rosa era la più giovane, ancora sedicenne eppure già donna come le altre? Avevo giocato con lei al medico e il malato. Le carezzavo le gambe, stando in quel capanno accogliente sotto coperta e sentivo come un piccolo dolore strisciante che mi percorreva la schiena. Sentire chiamare donna la mia compagna di giochi era una cosa strana per me. Lei conosceva le mie manine giovani e si apriva al mio tocco come una pesca tabacchiera, dolce e vellutata, alle mani dell’affamato inconsapevole. Le signore parlavano, ma io non le seguivo, i miei avidi sei anni e tre quarti gridavano nuove mosse al mio cuore ancora troppo ingenuo e forse l’unica domanda che percorreva il mio encefalo imberbe era perché Rosa era seduta con le donne “grandi”!?!

Mi fermai sul bordo della sua coscia prossimo al pube e ritrassi la mano. Mi era venuta l’idea di toccare un'altra “donna” per vedere se provavo lo stesso identico brivido alla schiena. Era un dolore? Troppo giovane per capirlo, ma abbastanza monello per essere sfacciato mi rivolsi alle gambe della zia Francesca, Ciccina! La zia, a quel tempo, era ancora nubile. Alta, giunonica e allegra era, delle zie e delle signore presenti, la mia preferita. I bambini non hanno preconcetti, sono animali che cercano anime e non fanno compromessi con nessuno. Istintivamente, zia Ciccina mi faceva simpatia e mi rifugiavo tra le sue braccia amiche quando dovevo sfuggire a un liscia busso di mia madre.

Così provai con lei. Dapprincipio ebbe un sussulto, come una molla, le sue gambe si serrarono, poi le apri dolcemente lasciando che le mie manine avide e senza vergogna le attraversassero tutta l’epidermide fino al merletto delle mutande di pizzo che stretto tra pollice e indice strisciando tra i polpastrelli succhiai come fosse la seta lasciva del lenzuolino che mi copriva d’estate.  Ricordi come pietre e pietre come ricordi. Quel sottoposto era zona franca. Le donne sopra continuavano le loro amabili conversazioni e io sotto le mie prime esplorazioni dell’universo femminile. Credo che all’inizio l’immensità infinita ricca di stelle e galassie e comete fosse proprio un corpo di donna. Questa, naturalmente, è un ipotesi di lavoro che ho consolidato nel tempo, tra i quindici e i diciotto anni, poi ho continuato a crescere secondo la cultura religiosa cattolica e romana dei miei genitori. Dio è uomo, il figlio di Dio è uomo, lo Spirito Santo è declinato al maschile. Ci resta, per fortuna, la Madonna, ma la sua provenienza è terrena dicono le Sante Scritture. Allora? Allora ero un mocciosetto che metteva le mani dovunque e non capiva la paura, la rinuncia, la prevenzione dei rischi, le donne e gli uomini. Per me erano tutti soggetti con cui giocare. Ero io che stabilivo le regole, a loro era lasciato solo di modificarle leggermente a secondo dei casi, ma senza stravolgere le mie mosse.

La zia Ciccina, graziosa come sempre, lasciava che io lambissi e sfiorassi le sue bellissime gambe e lo faceva, ora, con la massima disinvoltura. Ebbi ancora un brivido leggero e, penso, dovette piacermi perché questo mi aveva fatto capire una cosa fondamentale: Rosa e la zia Ciccina , entrambe, erano donne.

Peccato avrei volentieri continuato a giocare con Rosa al medico e il malato. In quel gioco infantile era lei che manteneva su di me una maggiore attività curativa e benefica, ma ormai lei faceva parte del “circolo della conversazione femminile del piano di sopra”!  Cosa che mi lasciò, per alcuni versi, interdetto, per altri indifferente, tanto stando sotto io continuavo ad avere il controllo della situazione e col tempo, sapevo inconsciamente, avrei trovato nuovi giochi da fare con le Signore. Resta comunque il bellissimo ricordo di quelle carezze tanto apprezzate allora quanto ora che mi danno serenità e gioia e mi trasmettono ancora, attraverso un brivido sulla schiena, l’intensità dell’amore delle donne.