giovedì 26 gennaio 2017

POESIA E GIUSTIZIA


Ieri, leggendo Ezra Paund, cose su POESIA e GIUSTIZIA, mi veniva in mente che è l'organizzazione sociale che determina, infine, cosa è Giustizia e cosa è Democrazia e Libertà. Quando, come accade oggi, si entra in un periodo di declino, inevitabilmente i limiti e i principi fondanti di queste categorie affondano fino ad essere solo semplici riferimenti "storicizzati". Noi siamo la Giustizia e, se abbiamo il Potere, la deformiamo fino a farla assomigliare il più possibile ai nostri Pensieri, Voleri. Mi direte che siamo in democrazia e, perciò, uno solo non può modificare tutto. Vi rispondo: guardatevi intorno e dentro, dov'è la DEMOCRAZIA che ha la sua forza maggiore nel Popolo, oggi una CASTA oligarchica ci governa e modifica pure il voto popolare. Oggi i processi scattano ad orologeria e i Magistrati sono diventati legislatori. Ditemi se questa non è DECADENZA?

Allora, tornando a Ezra, vi ripropongo il mio post su facebook di ieri!
Ugo Arioti

Ezra Paund, come tutti i grandi che hanno la possibilità di vedere oltre l'orizzonte, definisce, nel suo primo canto pisano cosa significa e cosa è nel suo baricentro di forze: POESIA E GIUSTIZIA. Spesso non ci facciamo caso, ma la poesia è il racconto di un male subito al quale si da una rsposta in versi e in elegia e canti, dando forza alla Giustizia del Popolo (non alla giustizia popolare, che volutamente scrivo minuscola!)
Eccome arrendersi alla città dei Templi, delle religioni e dei maghi?
..............
"I surrender neither the empire nor the temples/ plural/ nor the Constitution nor yet the city of Dioce/ (...) To build the city of Dioce whose terraces are the colours of stars" 

Sono questi due versi tratti dal canto LXXIV (primo dei carmi pisani) di Ezra Pound. In essi si condensa il senso politico del carme. Ma determinare il senso politico del carme, significa in pari tempo determinare il significato dell'atto poetico. Poichè la scaturigine del canto è intemporale, stabilire una connessione essenziale tra poesia e politica significa sollevare quest'ultima, dall'orizzonte contingente di ciò che è meramente temporale, alla dimensione metafisica della giustizia.
Ora, proprio in virtù di tale sua dimensione, la giustizia è necessariamante esposta alla contingenza catastrofica della storia. Essa cioè non può sottrarsi al rischio di darsi configurazione nell'unica sfera che abbia a disposizione per mostrarsi operativa ed efficace, la sfera incerta e per principio turbolenta dell'agire politico. Così, la giustizia diventa esigenza: esige che la politica si appelli ad essa come istanza non contingente, e perciò stesso metastorica.
Ma proprio in tal modo, essa mette il suo contenuto di verità a repentaglio.
Giusto, direte, ma non è così. Perchè, dal momento in cui quest'ultima s'impadronisce dello spirito di un'epoca, e pretende di riconoscere in un determinato regime politico la configurazione adeguata dell'idea, la politica è condotta al suo tracollo necessario.
Ma ciò che tracolla non è la giustizia, bensì la pretesa del regimi di incarnarla una volta per tutte sul piano della storia.
Vedete come è attuale Ezra? Stamo parlando di quello che succede intorno a noi!
Ma, attenzione, anche la Giustizia appartiene alla categoria umana e, anche questa pretesa è intimamente connessa alla logica dell'idea. Poichè la giustizia non sarebbe tale, se non pretendesse di orientare e ancor più di permeare l'ambito dell'agire umano....

Che cos'è l'antropologia



Date le richieste, abbiamo deciso di inserire una rubrica di informazioni e guide generali sull'ANTROPOLOGIA. Non si tratta di lezioni, solo cerchiamo di delimitare il più possibile il recinto di questa disciplina sociale, tanto delicata e importante.
Ugo Arioti e Daniela La Brocca

 

1. Che cos'è l'antropologia
 

L'antropologia è letteralmente lo "studio dell'uomo", che naturalmente è possibile effettuare da diversi punti di vista: perciò si parla di antropologia fisica, antropologia filosofica, antropologia culturale e sociale, antropologia teologica ecc. L'antropologia filosofica si occupa della riflessione sull'uomo con metodo filosofico, cioè volto a cogliere le caratteristiche più profonde dell'essere umano in quanto tale, interrogandosi sulla natura dell'uomo, sulla sua identità, sul suo rappporto con la natura delle cose, indagando la sua dimensione fisico-corporea e spirituale ecc.(Porcarelli, 1998:151)
Dopo che nella seconda metà dell'800 si erano sviluppate la psicologia, l'etnologia e la sociologia, la filosofia non aveva più nell'uomo un oggetto d'indagine suo proprio, com'era avvenuto nel passato.
La nascita dell'antropologia filosofica, ai primi del '900 segna il riconoscimento di questo fatto e insieme la volontà di non rinunciare ad una sintesi e reinterpretazione delle conoscenze fornite dalle nuove scienze.( Dizionario Garzanti di Filosofia, 1985: 37)
Le discipline etno-antropologiche si occupano dell'uomo in quanto homo-faber o tool maker ossia come produttore/consumatore di cultura; per cultura in senso etno-antropologico si intende: "That complex whole which includes knowledge, belief, art, morals, law, custom and any other capabilities and habits acquired by man as a member of society" ( Tylor, 1871:1).
L'antropologia è una disciplina il cui ambito di studio è l'uomo nella sua globalità; l'antropologia si interessa sia di studiare il passato dell'uomo sia di studiare la "variabilità delle idee e delle usanze tradizionali nelle società passate e presenti" (Ember & Ember, 1998: 15).

mercoledì 25 gennaio 2017

il divorzio, ora lo preoccupa - racconto breve di Ugo Arioti



Non poteva fare a meno di pensare alla telefonata ricevuta al mattino, dopo anni di silenzio, dal padre vecchio, lontano e fuori dalla possibilità di essere ancora considerato un padre effettivo. Per lui, che lo aveva amato come tutti i bambini e poi ripudiato, quando il suo comportamento nei confronti della madre era diventato, ai suoi occhi di adolescente, troppo violento, questa paternità era rimasta legata solo all’anagrafe e, pur soffrendo l’abbandono che soffrono i figli, lo aveva stigmatizzato e quasi catalogato come un dolore “morto”, da tenere rigorosamente ibernato.
Per la verità, anche per ragioni pratiche, aveva continuato a sentirlo e, raramente (quando gli era stato possibile, visto che abitava a milleecinquecento chilometri di distanza dalla sua base) a visitarlo, ma la speranza di ricreare un rapporto “semplicemente umano e civile” con lui si era infranta sullo scoglio della sua memoria e della sua realtà di padre profugo, anzi  un genitore autoproclamatosi esule, come andava ripetendo sempre. diceva che lo aveva dovuto fare per salvare la faccia onorata, non degli altri componenti della casa, ma la sua (la sua immagine pubblica!); così, il vecchio, aveva abbandonato la barca quando credeva potesse affondare….Ormai la sua verità era soltanto sua e non ci poteva essere nessun riscontro con quelle del resto della famiglia che si era messa all’opera per sanare le falle che lui aveva lasciato e, con grande fatica, aveva rimesso la barca in mare affrontando le tempeste della Natura e i tranelli del capitano disertore.
Ora che ricordo”- pensò- “ Non è venuto neanche al mio matrimonio perché lo potevano imbarazzare gli sguardi e il parlare dei parenti. E’ strana la vita, ora si preoccupa del mio possibile divorzio! Mah!

domenica 22 gennaio 2017

flash su Charlie...., pezzi di mer......

Rigopiano, Fiorello su vignetta Charlie Hebdo: "Pezzi di m..."

Nel corso della sua rassegna stampa quotidiana, pubblicata su Facebook, Fiorello si sofferma sulla vignetta di Charlie Hebdo sulla tragedia dell'hotel Rigopiano di Farindola, investito da una valanga lo scorso 18 gennaio. "Je ne suis pas Charlie" dice Fiorello, che aggiunge: "Io una riflessione la farei: pezzi di m..."

giovedì 19 gennaio 2017

La nascita di un dio racconto breve, anzi molto breve di Maurizio D'Armetta


-Rispetto ci vuole...dico che ci vuole rispetto! - si sentiva tuonare la voce di nonno Anselmo nella piazza resa deserta dal sole delle dodicieventi.
Seduto sulla panchina di fronte il bar del corso, Anselmo girava la testa a destra e a manca nella speranza di beccare uno sguardo consenziente che avrebbe reso fine a quel monologo che ormai durava da più di un ora e forse da più tempo.
- Ai miei tempi sì che si ragionava... - ma nemmeno l'eco si degnava di una risposta.
Mento appoggiato sulle mani, mani appoggiate sul bastone, bastone appoggiato per terra e la terra appoggiata chissà dove e lui lì, in cima, portatore sano di solitudine.
- Continuate così a non darmi retta! - disse sputando per terra provocando uno svolazzamento di foglie.
Erano andati tutti via.
Desertificazione di un paese, forse i giovani erano emigrati in cerca di lavoro chissà dove e i vecchi piano piano sparivano senza tanti complimenti.
Si erano scordati di Anselmo.
Anselmo, 147 anni, non poteva morire perchè per morire qualcuno doveva sapere che fosse vivo.
Si nutriva col sale del proprio sudore che scendeva copioso dalla testa veicolato dagli ultimi capelli rimasti.
Dormiva seguendo il ciclo giorno notte in maniera impeccabile.
La panchina incrostata dai propri bisogni faceva da banchetto perpetuo ad una miriade di mosche che avevano trovato posto, dopo aver mangiato il locatario, presso la cavità orbitale destra. Due buchi facevano da naso e la bocca priva dei suoi bianchi abitanti era diventata un apatico segmento inespressivo.
-Ah! Ma appena vedo passare il Sindaco gliene dico quattro, io la vedo la finestra da qui...dovrà affacciare prima o poi...-
Ma molto più in alto della finestra del sindaco, aldilà delle nuvole,là dove l'occhio dell'uomo non può arrivare ma la fantasia del narratore sì, due figure osservavano perplesse ed ogni tanto incrociavano i loro sguardi alzando le spalle.
-Pietro...- e Pietro grattandosi la testa con una chiave gigantesca - mi dica Dottore...- continuò - non mi dire che c'è rimasto solo lui per ripopolare la terra- e Pietro guardandosi la punta dei sandali -Glielo confermo Dottore, come è vero che i miei sandali non hanno la punta-
- capperi! - e Pietro - no...nemmeno i capperi hanno le punte...- e Dio posando la mano sulla bocca di Pietro - sono riuscito a fare l'impossibile ma a zittirti non ci sono mai riuscito...fà che non ti venga mai qualcosa , perchè credimi stacco il telefono....-.
I due continuarono ad osservare la scena con la speranza di trovare una soluzione e all'improvviso lo sguardo di Pietro si illuminò girandosi verso il Principale e avvicinandosi all'orecchio cominciò a farfugliare la sua idea.
Sono passati 128 anni dalla morte di nonno Anselmo e lì, in quel paese dove tutto finì e tutto ricominciò, proprio lì nell'unica piazza di un paese sconosciuto adesso si erge un monumento dalle sembianze di nonno Anselmo.
Ed è proprio in quel paese che una volta all'anno miliardi di miliardi di mosche, padroni della terra, vengono a ringraziare e ad adorare il loro Creatore e Benefattore.
Dio Anselmo.

SMS solidali: I fondi a scoppio ritardato per i terremotati

I fondi a scoppio ritardato. Gli italiani attraverso il cellulare possono donare e mettere nel salvadanaio delle banche, quello con l'etichetta PROTEZIONE CIVILE, i soldi. Le banche giostrano i fondi e li rendono "fluidi", i terremotati, intanto, aspettano una casetta in legno o una dimora sicura per affrontare l'inverno....Sapete, in Abruzzo, alto Lazio, negli appennini, d'inverno nevica regolarmente. Non c'è bisogno di fare grandi previsioni. Lo Stato che fa, fa la colletta, manda l'esercito (senza mezzi adeguati), investe la Protezione Civile (i volontari) dell'onere di raccogliere le pietre dei monumenti per poi, quando passerà l'inverno e si troveranno i soldi ricostruirlo. Ei, ma c'è qualcosa che non mi quadra, si perchè Renzi, prima di lasciare la sua fotocopia a reggere il Governo, aveva detto che tre miliardi erano già stati stanziati.....dove sono? Spariti anche questi? 

Ora sui giornali foraggiati dal Governo, spunta un timido articoletto sugli SMS solidali per le zone terremotate, ma piuttosto che fare un inchiesta e porre delle domande importanti, sapete che fanno? Interrogano la Protezione Civile per sapere dove sono i soldini, come fossimo in un giornalino della quinta elementare!

Riportiamo testualmente da Repubblica:

"Quando, dove e perché si usano i soldi degli sms solidali

Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio: 28 milioni di euro raccolti finora
 
Dove vanno a finire i soldi raccolti con gli sms?
Le donazioni raccolte tramite il numero solidale 45500, nonché i versamenti sul conto corrente bancario attivato dal Dipartimento della protezione civile, confluiscono nella contabilità speciale intestata al commissario straordinario aperta presso la Tesoreria dello Stato.

A che cosa servono?
Le somme servono a finanziare gli interventi di ricostruzione nei territori. Quindi è esclusa ogni utilizzazione per scopi emergenziali. Alla fine della raccolta viene nominato un Comitato di garanti, che ha il compito di valutare e finanziare i progetti presentati dalle Regioni in accordo con i Comuni interessati. Del progetto viene seguito anche tutto l'iter della realizzazione. Ad esempio in Emilia, dopo il terremoto del 2012, i fondi solidali sono stati usati per ricostruire scuole e palestre.

Quando si possono usare?
Secondo un accordo siglato con le società di telefonia, che raccolgono gli sms solidali e versano i proventi senza alcun ricarico sul conto corrente della Protezione civile, la raccolta si chiuderà a meno di proroghe il 29 gennaio. Fino a che non si sa con esattezza quanti soldi siano stati raccolti (finora la cifra si aggira attorno ai 28 milioni di euro) non si può decidere quali progetti finanziare. Gli operatori che hanno aderito all'iniziativa senza scopo di lucro sono Tim, Vodafone, Wind, 3, Postemobile, Coopvoce, Infostrada, Fastweb, Tiscali, Twt, Cloud Italia e Uno Communication."
 
Ora potete dormire sonni tranquilli, voi che leggete, mentre i nostri fratelli che stanno sotto la neve e subiscono ogni giorno un centinaio di scosse di terremoto, no. Questa è l'Italia che salva le Banche e non trova i soldi per casette adeguate ad affrontare l'inverno per la gente.
 
Ugo Arioti

mercoledì 18 gennaio 2017

La presidenza italiota del parlmento dell'euro è stata concessa al soldatino Tajani

Tajani, l'esponente popolare vince al ballottaggio 351 voti contro i 282 dell'avversario quasi socialdemocratico Pittella. Il neo-eletto, marpionescamente: "Dedico questo risultato alle vittime del terremoto che ha colpito il mio paese". Il socialista sconfitto: "Con la nascita di un nuovo blocco conservatore il panorama politico dell'Europarlamento cambia in modo drammatico"... Sapete cosa è drammatico? E' che non ci sobo diversità tra l'uno e l'altro, solo sfumature più o meno grigie.
Siamo in mano a politici arrivisti e pressapochisti, ma tutti che gravitano nell'area della FINANZA D'ASSALTO CAPITAL LIBERALE E GLOBALE che ha causato la crisi più devastante del secondo e terzo millennio, fin qui.
Che ci resta fare? Ricostruire da capo modelli e utopie umanistice e legate ai diritti dell'uomo e non del Capitale multinazionale.
Meditate gente, meditate
Ugo Arioti

lunedì 16 gennaio 2017

Il pensiero "debole" e la superficialità

Una riflessione sul "pensiero debole" ha aperto uno scenario collaterale altrettanto inquietante. Eravamo partiti da un articolo del 2013 che, ancora oggi, è tra i più letti del blog della Scuola di Ecologia Cuturale E.M.,  e che puntava il suo obiettivo sulla retorica. Nasce nel Mondo Classico per creare una scuola di difensori e giudici per la valutazione di cose e fatti, poi a poco a poco, si è evoluta fino a diventare oggi (pensiero debole), l'arte di velocizzare e globalizzare le bugie per nascondere dietro le parole la verità e le trame del potere dominante. 
Adesso, scrivo questi appunti per dare lo spunto a un evoluzione del discorso sul Mondo che viviamo e sul modello che ci siamo imposti con tutte le sue varianti evolutive. Inutile dire, che oggi siamo al capolinea di una crisi speculativa devastante che creerà il Mondo di domani con scenari inquietanti. 
il segnale più evidente è che, senza che noi occidentali cerchiamo di capire e di difendere le moderne democrazie, ci troviamo immersi nella terza guerra mondiale. Diversa, non convenzionale, combattuta da Haker, missili intercontinentali e guerre sparse a macchia di leopardo in tutto il globo terraqueo. Profughi a milioni e razzismo ai massimi storici. I figli del Grande fratello, dei tronisti e dei talk show, non hanno modelli ideali o radici ideologiche, ritenendo che queste (è il potere dominante che fa formazione e informazione) siano deteriori e insulse, questo fa scadere il pensiero popolare verso lo scivolo del consumismo e del qualunquismo.
Che, oggi, un politico si alzi in assemblea e dica che bisogna confrontarsi sui fatti, mi ricorda le bacchettate, salvifiche, della professoressa di matematica che mi diceva di non saltare i passaggi di un espressione.
Non avere ideali e modello politico utopico da perseguire, infatti, porta a una scelta di fatti occasionale e debole, flessibile solo per un fatto antico come il Mondo degli uomini : LA CORRUZIONE.
E qua, un altro appunto: Il pensiero debole e la superficialità si accompagnano e si consolidano in una società di "soldatini allineati e coperti", poco disposti a pensare alle ragioni di tutti, in discussione, ma sempre pronti a seguire un leader, bugiardo e accattivante.
In che mondo viviamo? Ahimè, in un luogo devastato dal globalismo consumistico e dalla perdita dei valori sociali. Così i nostri figli devono emigrare per trovare un lavoro e chi crede nella Democrazia, vera, deve cercare un rifugio, per trovare "uguali" e per difendersi dal sistema che riesce a isolare e vanificare, in funzione della "GOVERNABILITA'", le scelte di voto della Gente.
Meditate gente, meditate!
Ugo Arioti

mercoledì 11 gennaio 2017

Io, Barab e Benbellà - racconti dall'iperspazio - Ugo Arioti



Io e Benbellà, per colpa di Barab!

Passeggiando per il bolevard palermitano (Via della Libertà, sorta con la grande esposizione universale di fine Ottocento!), mi imbatto in Aldair Benbellà! Un “piccolo” africano (per via della statura, ma muscoloso e forte!) fiero dei  suoi usi e constumi personalissimi del paese di non so dov’è! Mi viene incontro col suo camice bianco da dottore, la sua barba pizzuta, attaccata al mento, liscia come spaghetti al dente e grigia come una foresta durante un temporale, i suoi ray ban neri sovradimensionati, la cuffia del cellulare negli orecchi, e il telefonino pure … parla con qualcuno della sua stessa nazionalità. È fatimita lui …  Benbellà! Ha un gergo simbionte che si nutre di parole composte e ramificate, da lui stesso coniate! Un misto …! Poco di lingua madre, molto ghiaccio fondente degli iceberg della Groenlandia, molto gergo nuovo, poco di dialetto, molto di gutturale e onomatopeico … che risulta, infine, efficace e stentoreo! Un giudice povero alla sua prima difesa di un ladro di piselli freschi!
-     Ciao, fradello! Zei allegro stamatina ah uh eh.....!!!! -
-        Benbellà! Con chi ce l'hai? - gli chiedo, fingendo un po' d'interesse per le sue “vicissitudini telefonicheda da novello Carneade”!
-        Sti cazzi! Guram el barabat …. Minchia fradello, coze straniere....tu capisci me? -
-        Sti cazzi! Sì, che ti capisco, ... minchia!- gli ribatto, incurante del verbo che esce dalla mia bocca e con infinita non chalance!
-     Mohamed, fradello di caza al Barab del Bild como un crasto se ncasatos con Miria la zoccolona di Tunissi! Capisti? Minchiaaaaaaaaaaaah …..al salam, …. -
-        Salame lui. Allora?! -
-        Comu dice tu, fradello? Come dice tu …? - Non dovevo avvicinarmi a lui. Parte, senza indugio alcuno, a raccontare una mirabolante storia di corna vissute nella sua famiglia. Io, mostro ipocrita, fingo interesse. Alla fine della giostra, lui conclude:
-        Credere tu me ... se io prendere Barab fra mie mani ...'iidha 'akhadhat Barab khinquh biaday alearia … ci scippu a tiesta! Waqad aistaghall hdha abn aleahirat jdty , hal tafahhum ? U capisti? -
-        Bravo, così mi piaci. Ma che ti vuoi rovinare? ... per un paio di corna occasionali? E poi …!!! Dico! Fosse stata tua moglie o tua figlia, posso anche capire …. ma …. –
Sto ancora correndo! Era proprio …. si, sua moglie e sua figlia, insieme. “Che Zoo …. Con la nonna di lui che, tutto sommato, ancora ….”
Scusate se termino qui il racconto, ma ho bisogno di trovare un rifugio!, voi mi capite?

Capitalismo apprendista stregone, ma l'Utopia resta sempre aperta

In libreria un libro di Luciano Canfora, «La schiavitù del capitale» (il Mulino)
Nel volume l’autore e studioso si sofferma sul futuro degli ideali ugualitari
 
Bisogna aggiungere però che un quarto di secolo fa quei numeri erano ancora più impressionanti. Gli abitanti della Terra sotto la soglia di povertà assoluta nel 1990 erano quasi due miliardi, in un pianeta che ospitava poco più di cinque miliardi di esseri umani contro i quasi 7,5 miliardi di oggi, quindi la percentuale degli affamati era di gran lunga più alta. Quanto alla mortalità infantile, faceva ogni anno 12,6 milioni di piccole vittime, il 150 per cento in più di oggi.
 
Si tratta peraltro di una situazione assai variegata. Ai consistenti progressi ottenuti dalla Cina e dall’India nella lotta alla miseria corrispondono le persistenti difficoltà dell’Africa nera, aggravate dalle conseguenze dei mutamenti climatici, per non parlare delle terre funestate da conflitti sanguinosi: Afghanistan, Siria, Yemen, Somalia... E nei Paesi ricchi dell’Occidente si registra una minacciosa crescita del disagio, dovuta anche all’agguerrita concorrenza industriale di popolazioni asiatiche ansiose di migliorare il proprio tenore di vita.
 
Rispetto a questo complesso panorama di luci e ombre, Luciano Canfora concentra la sua attenzione sui lati oscuri. E nel breve saggio La schiavitù del capitale (il Mulino), da oggi in libreria, mette in rilievo i problemi di una fase storica in cui i poteri economici sembrano avere mano libera nel perseguire profitti sempre più elevati, mentre le ideologie egualitarie segnano il passo. Infatti la conversione della Cina dal comunismo al capitalismo (come peraltro quelle di molti Paesi dell’Est europeo, dalla Slovenia al Baltico) ha fatto registrare notevoli successi, mentre i partiti socialisti e progressisti occidentali appaiono in sofferenza. A farsi carico del malessere determinato dalla crisi economica sembrano assai più attrezzati i rappresentanti del populismo di destra, che si contrappongono alla globalizzazione in chiave di chiusura nazionalista e autarchica, spesso apertamente xenofoba.

Canfora giudica con estrema severità le classi dirigenti che hanno gestito le maggiori potenze mondiali dagli anni Ottanta in poi. Fa sua per esempio la critica al sistema di governo degli Stati Uniti «considerato, non a torto, elementar-primitivo per quanto attiene al livello mentale del ceto politico ed ai modi di esplicazione della lotta politica, nonché troppo profondamente compenetrato con la grande malavita organizzata». Ma ancora meno indulgente si mostra verso il tentativo di riformare l’Unione Sovietica compiuto da Mikhail Gorbaciov e dai suoi collaboratori, presentati come «un gruppo dirigente inetto e forse in parte infiltrato». Riscuote invece la sua stima la figura di Papa Francesco: lo difende a spada tratta dagli attacchi che gli sono stati rivolti sin dagli esordi del pontificato per il suo richiamo all’«utopia della fratellanza» contro l’esaltazione degli istinti egoistici.

Nel complesso Canfora presenta il capitalismo attuale come il proverbiale apprendista stregone, incapace di controllare i processi tumultuosi che ha messo in moto. Lo preoccupano fenomeni come il degrado dell’ambiente naturale, la persistenza della schiavitù (si calcolano in circa 35 milioni, nel mondo intero, gli individui ridotti in condizione servile), l’esplosione dell’integralismo islamico fanatico e violento. È tuttavia convinto che la spinta all’affermazione dell’uguaglianza tra gli individui resti il motore principale della vicenda umana. E che tornerà a manifestarsi in forme oggi difficili da prevedere, perché la «fine della storia» era soltanto una favola inventata da narratori mediocri.

lunedì 9 gennaio 2017

E' morto Zygmunt Bauman, filosofo della società liquida

Il grande filosofo e sociologo polacco è scomparso all'età di 91 anni. Tra i massimi intellettuali contemporanei, era famoso per essere il teorico della "società liquida"




E' morto oggi il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman, all'età di 91 anni. La notizia è stata data dal quotidiano Gazeta Wyborcza. Con la sua morte, se ne va uno dei massimi intellettuali contemporanei, tra i più prolifici e attivi fino agli ultimi momenti della sua vita.

La società liquida. Bauman, nato a Poznan in Polonia nel 1925, viveva e insegnava da tempo a Leeds, in Inghilterra, ed era noto in tutto il mondo per essere il teorico della postmodernità e della cosiddetta "società liquida", che ha spiegato in uno specifico ciclo della sua produzione saggistica, dall'"amore liquido" alla "vita liquida". Per Bauman, infatti,  il tessuto della società contemporanea, sociale e politico, era "liquido", cioè sfuggente a ogni categorizzazione del secolo scorso e quindi inafferrabile. Questo a causa della globalizzazione, delle dinamiche consumistiche, del crollo delle ideologie che nella postmodernità hanno causato uno spaesamento dell'individuo e quindi la sua esposizione brutale alle spinte, ai cambiamenti e alle "violenze" della società contemporanea dell'incertezza, che spesso portano a omologazioni collettive immediate e a volte inspiegabili per esorcizzare la "solitudine del cittadino globale", come si chiama uno dei suoi lavori più celebri.

L'accoglienza e i migranti. Un altro tema fondamentale del pensiero di Bauman, uno degli intellettuali più aperti al confronto umano e all'interazione con la viva realtà, era il rapporto con "l'altro" e dunque anche con lo straniero. Soprattutto durante le ultime crisi migratorie che hanno coinvolto l'Europa dopo le primavere arabe e la guerra civile in Siria, Bauman è stato sempre un intellettuale in prima linea a favore dell'accoglienza dei profughi e dei migranti scappati dall'orrore. Detestava la nuova Europa dei muri e del razzismo, nuova perversione della società contemporanea spaventata dalla perdita di un benessere fragile e anonimo e preda di un "demone della paura" sempre più ingombrante. Fondamentale, in questo senso, è stato il suo "Stranieri alle porte" (ed. Laterza). "Un giorno Lampedusa, un altro Calais, l'altro ancora la Macedonia", notava in una recente intervista a Repubblica. "Ieri l'Austria, oggi la Libia. Che 'notizie' ci attendono domani? Ogni giorno incombe una nuova tragedia di rara insensibilità e cecità morale. Sono tutti segnali: stiamo precipitando, in maniera graduale ma inarrestabile, in una sorta di stanchezza della catastrofe".

"La terra desolata". A questo proposito, Bauman aggiungeva: "Questi migranti, non per scelta ma per atroce destino, ci ricordano quanto vulnerabili siano le nostre vite e il nostro benessere. Purtroppo è nell'istinto umano addossare la colpa alle vittime delle sventure del mondo. E così, anche se siamo assolutamente impotenti a imbrigliare queste estreme dinamiche della globalizzazione, ci riduciamo a scaricare la nostra rabbia su quelli che arrivano, per alleviare la nostra umiliante incapacità di resistere alla precarietà della nostra società. E nel frattempo alcuni politici o aspiranti tali, il cui unico pensiero sono i voti che prenderanno alle prossime elezioni, continuano a speculare su queste ansie collettive, nonostante sappiano benissimo che non potranno mai mantenere le loro promesse. Ma una cosa è certa: costruire muri al posto di ponti e chiudersi in 'stanze insonorizzate' non porterà ad altro che a una terra desolata, di separazione reciproca, che aggraverà soltanto i problemi".

 Dalla Shoah al consumismo. Di origini ebraiche, Bauman difatti si salvò dalla persecuzione nazista scappando in Unione Sovietica nel 1939, dove si avvicinò all'ideologia marxista. Dopo la guerra tornò in Polonia, dove studiò sociologia all'Università di Varsavia laureandosi in pochi anni per poi trasferirsi in Inghilterra, dove ha insegnato per decenni e formulato le sue principali teorie sociologiche e filosofiche, come il rapporto tra modernità e totalitarismo, con riferimento alla Shoah ("Modernità e Olocausto", ed. Mulino), la critica al negazionismo e il passaggio contemporaneo dalla "società dei produttori" alla "società dei consumatori" che ha indebolito anche gioie e soddisfazioni, in una realtà sempre più vacua. Sopravvissuto proprio all'Olocausto, Bauman nel tempo non ha lesinato critiche nei confronti del governo israeliano di Netanyahu e della politica dell'occupazione di parte della Cisgiordania, mossa per Bauman suicida per Israele e che, secondo l'intellettuale polacco, non avrebbe mai portato alla pace in Medioriente.

In Italia. Una delle ultime apparizioni pubbliche in Italia di Bauman è stata ad Assisi lo scorso settembre nell'ambito di un incontro interreligioso per la pace organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio e dai frati della località umbra, dove tra l'altro era presente anche Papa Francesco. Anche allora, Bauman parlò della necessità del "dialogo" come la via per l'integrazione tra i popoli: "Papa Francesco", ricordò, "dice che questo dialogo deve esser al centro dell'educazione nelle nostre scuole, per dare strumenti per risolvere conflitti in maniera diversa da come siamo abituati a fare".

La sfera pubblica. Bauman ha scritto frequentemente per La Repubblica e l'Espresso, e ha accettato l'invito del festival "La Repubblica delle Idee" a Napoli, dove nel 2014 ha tenuto un dialogo pubblico con l'allora direttore di Repubblica Ezio Mauro. Proprio con Ezio Mauro, Bauman ha scritto di recente "Babel" (edito da Laterza, come la stragrande maggioranza dei suoi libri), un saggio-dialogo sulla contemporaneità, la globalizzazione, la crisi della società e della politica dei tempi nostri.