mercoledì 22 aprile 2015

LE VICINANZE - CC Kalliope Massafra (Ta)


Ti aspettiamo Lunedì 27 Aprile alle ore 19,30 presso il Centro Culturale Kalliope (vico de Notaristefani, 6 – Massafra) per partecipare ad un INCONTRO A TEMA, dal titolo “LE VICINANZE – luoghi storia e società". 

 

 
 

Le vicinanze come prototipo abitativo ha caratterizzato il “popolo delle gravine”.

La tipologia particolare scavata nel tufo ha anche rappresentato un esempio civico di solidarietà e di cooperazione nel proteggere luoghi e umanità.

I relatori della serata sono: l’arch. Garaffa Clorinda, l’avvocato Mastrangelo Giulio, la dott.ssa Renzelo Maria e il Sig. Scaligina Cosimo.

Ti aspettiamo!

 

 

martedì 21 aprile 2015

Ascoltando il rumore della solitudine - Spettacoli a Palermo

 
Prova riuscita la rilettura di "Una solitudine troppo rumorosa" nella versione teatrale in scena al Musco fino al 26, per il cartellone dello Stabile, nella riduzione di Filippo Arriva e con la firma registica di Francesco Randazzo.
Sulla scena Stefano Onofri nel ruolo di Hanta, l'uomo che ama i libri che distrugge. Con lui Vitalba Andrea, Plinio Milazzo, Luca Iacono, Ludovica Calabrese, Pietro Casano, Marta Ciriello, Lorenza Denaro, Luciano Fioretto, Valeria La Bua, tutti bravi nella colorazione mimica e prossemica.  Le scene e i costumi sono di Dora Argento, le musiche di Mario Modestini, le luci di Franco Buzzanca.
Hanta è celebrato come un eroe solitario che combatte contro l'inevitabile modernità che tutto livella, una specie di Don Chisciotte dei libri e della carta che combatte contro il nuovo prima di gettarsi anche lui nella pressa; nel magazzino sottoterra dove lavora, rivive come in un sogno tutti gli eventi della propria esistenza con note di nostalgia e di malinconia, parla con i libri che macina e con i grandi del passato, metafora tagliente e riuscita sul destino del libro nella società di massa. Il testo funziona e riproduce l'intrinseca teatralità del libro. Punta sulla parola, ma anche sull'evento scenico spettacolare.
Nunzia Scalzo (Repubblica-Palermo)

lunedì 20 aprile 2015

Convivenza civile - Tra dignità e rispetto delle regole (1) - argomento 2015

Convivenza civile Tra dignità e rispetto delle regole


Quando si parla di un argomento, è bene sapere che cosa significano le parole che si usano. Tutti
sappiamo cosa vuol dire “convivenza” -anche se spesso non la pratichiamo come dovremmo- ed il
termine “convivenza” sottende le parole “dignità” e “regole”.
Tutti più o meno sappiamo cosa significano le regole. Io vorrei provare a capire con voi che cosa significhi la parola dignità.
C’è un primo modo per provare a capire che cos’è la dignità, ed è andarlo a vedere sul vocabolario,
cioè fare quella che i tecnici chiamano l’analisi filologica. E’ una cosa interessantissima ma è anche
un po’ noiosa.
Se andiamo ad aprire un vocabolario e ci domandiamo che cosa vuol dire dignità, vediamo che la
persona dignitosa è colei che merita rispetto. Quindi siamo fermi da capo a dodici, perché abbiamo
un significato, ma che cosa in concreto voglia dire, il vocabolario non ce lo spiega esattamente.
Allora vorrei proporvi di cercare di capire che cosa voglia dire la parola dignità, guardando la realtà,
guardando la vita di tutti i giorni, guardando al passato e guardando i giornali.
Cerchiamo di capire che cosa significa, aprendo i giornali. Qualche giorno fa, lo ricordate tutti, c’è
stato il giorno della memoria, e sabato, l’altro ieri, c’è stato un altro giorno della memoria, la
memoria delle “foibe”. Entrambi sono giorni importanti, ma quello su cui vorrei soffermarmi e di
cui i giornali hanno parlato molto, è il 27 gennaio, il giorno della memoria della sterminio, il giorno
in cui sono stati aperti i campi di concentramento.
So che alcuni di voi, magari anche in quest’aula, sono andati a vedere il campo di sterminio di
Auschwitz. Molte scuole romane vi sono andate, e credo che per dipanare il significato della
memoria dobbiamo necessariamente cominciare da lì. Mettiamo da parte tutte le polemiche di chi
ha negato Auschwitz: il presidente della repubblica iraniana, chi vuole fare del revisionismo o chi,
al contrario, vuol mandare in galera coloro che mettono in dubbio o negano lo sterminio.
A me interessa la testimonianza sulla memoria di un uomo che purtroppo è stato ad Auschwitz , ne
è uscito ed ha ritenuto suo dovere testimoniare che cosa ha voluto dire Auschwitz. Poi, non ce l’ha
fatta, ha ceduto e si è ammazzato. Parlo di Primo Levi e del suo splendido libro, “Se questo è un
uomo”, che imporrei a tutti noi di leggere!
In quel libro-testimonianza, Levi ci spiega, con parole molto più semplici di un vocabolario, che
cosa è la distruzione della dignità. Vi cito solo tre episodi rapidissimi: l’arrivo al campo di
sterminio, la vita quotidiana, il fatto di essere trattati come oggetti.
Dice Levi che arrivando al campo di sterminio, la prima mattina, quando si sono risvegliati, sono
stati cacciati con urla e spintoni, hanno messo loro addosso degli stracci, delle scarpe a suola di
legno e li hanno mandati all’aperto a correre nudi con tutto il corredo in mano. Corredo , per modo
di dire, le scarpe di legno e gli stracci. Questa offesa è la demolizione di un uomo. Dice Levi: “Ci
hanno tolto gli abiti, le scarpe, i capelli. Se parleremo non ci ascolteranno, se ci ascoltassero non ci
capirebbero, ci toglieranno anche il nome”.
Poi racconta un altro episodio della vita quotidiana. Una persona. che era arrivata ad Auschwitz
prima di lui, gli dice che bisogna vivere per raccontare, per portare testimonianza, e per vivere
bisogna salvare almeno lo scheletro, l’impalcatura, la forma della civiltà. “Dobbiamo quindi lavarci
la faccia senza sapone, nell’acqua sporca e asciugarci nella giacca”. Questa è la dignità nel campo
di concentramento.
Nell’ultimo episodio, forse il più significativo, Levi racconta come si senta trasformato in oggetto.
Tornando dal lavoro al campo, un kapò, uno dei sorveglianti, afferra il cavo di acciaio di un argano
per scavalcarlo… “Nel frattempo” continua Levi “io l’ho raggiunto, ed Alex scavalcando il cavo si
sporca la mano, che è nera di grasso… e senza odio e senza scherno strofina la mano sulla mia
spalla, il palmo e il dorso, per pulirla.” Questo è un esempio di come l’uomo può essere trasformato
in oggetto. Ecco perché ci ricordiamo della Shoah, della giornata della memoria, e questo vale per
le tante memorie che abbiamo, quella della Shoah e quella delle foibe. Non certo solo per 3
commemorare, o per solidarietà con le vittime o per pietà verso di loro: non è una cerimonia.
Guardiamo al passato per non dimenticare e soprattutto perché non accada mai più.
Ricordando quello che ci dice Primo Levi riguardo ad Auschwitz ed ai campi di sterminio,
comprendiamo cosa vuol dire dignità. Vuol dire rispetto di tutti, rispetto per tutti, perché siamo tutti
uguali, anche gli ebrei, anche i neri, i gialli, i ricchi, i poveri, i barboni, i cristiani, i musulmani, i
cittadini e gli extracomunitari.
Non è una verità così scontata, perché per troppo tempo, e ancora adesso, basta il colore della pelle
e la razza di una persona per considerarla diversa dagli altri, per escluderla dalla scuola, per
escluderla dal lavoro, per mandarla in campo di concentramento. Auschwitz ci ricorda che quando
si incontra un diverso, questo è il primo passo che porta al campo di concentramento. Ricordiamo
un passato in cui la dignità è stata calpestata anche da noi, nella civilissima Europa e nella
civilissima Italia, la culla del Diritto.
Nel 1937 c’era una legge che spiegava che gli ebrei erano diversi dagli altri e quindi non potevano
frequentare le scuole, non potevano praticare le libere professioni, non potevano fare il commercio,
non potevano sposarsi con gli ariani e via discorrendo. E non era mica tanto tempo fa.
Ricordando questo, siamo tutti impegnati a evitare che quel passato ritorni e ci avvaliamo delle
regole: l’art. 3 della Costituzione, che ci dice che siamo tutti uguali e abbiamo pari dignità sociale;
l’art. 1 della Carta Europea dei Diritti, alla quale abbiamo lavorato sia il professor Rodotà che io, lui
molto più a lungo di me e quindi ve ne potrà parlare meglio, in cui il testo si apre dicendo che la
dignità umana è inviolabile, e deve essere rispettata e tutelata. Si parla poi del diritto alla vita, del
diritto all’integrità fisica e psichica della persona, della proibizione della tortura, delle pene o dei
trattamenti degradanti, della proibizione della schiavitù e del lavoro forzato. Sembra l’indice di
quello che si faceva ad Auschwitz.
Ma se ci domandiamo: “E’ solo un problema del passato? Ed è solo un problema di grandi
violazioni della dignità di cui dobbiamo occuparci?” Ecco, io rispondo: “No”, a tutte e due le
domande. E’ un problema di oggi e di domani. Dopo Auschwitz ci siamo detti, indignati a proposito
della dignità: “Mai più!”.
Poi in forme diverse ci siamo trovati davanti il Ruanda e il genocidio etnico, la Cambogia e Pol Pot,
il Darfur e le stragi di non musulmani, e poi, vicinissima a noi, la ex-Iugoslavia e la pulizia etnica.
Grazie alla globalizzazione, vediamo tutto in tempo reale. Inoltre, accanto agli eccidi e ai massacri,
ci troviamo tutti i giorni di fronte alla morte per fame, per AIDS, per mancanza di acqua.
 Voi sapete che il livello di povertà è valutato dalla Banca Mondiale. Livello di povertà è quello di
chi vive con meno di due dollari al giorno, e livello di estrema povertà è quello di chi vive con
meno di un dollaro al giorno. Ci sono circa 800 milioni di persone che vivono con meno di un
dollaro al giorno e ci sono più di due miliardi di persone che vivono con meno di due dollari al
giorno. L’immigrazione è dovuta alla dignità di chi, per sopravvivere, per non morire di fame, si
affida alle barche e alle carrette che attraversano il Mediterraneo. Pensiamo anche allo sfruttamento
del lavoro delle donne e dei bambini in Asia, perché noi possiamo avere delle belle felpe o delle
belle scarpe da ginnastica. Quindi non è un problema solo del passato, è un problema attualissimo e
del presente.
Per concludere, vorrei dire che non è solo un problema di grandi avvenimenti, o un problema di
altri, di grandi violazioni, di fatti su cui indignarci perché tanto capitano al di là dell’oceano e
quindi noi li vediamo solo in televisione. E’ un problema quotidiano, di tutti i giorni, di tutti noi.
Perché se leggiamo il giornale, vediamo ad esempio, le notizie recenti su Catania: “La violenza
negli stadi”. Sapete che qualche giorno fa è stato ucciso un agente di pubblica sicurezza che faceva
il suo lavoro davanti allo stadio di Catania. Avete certamente visto dai giornali le scritte ignobili che
esaltano quella morte e prima di quelle, le scritte razziste e gli striscioni razzisti durante le partite di
calcio, gli emblemi nazisti, gli insulti antisemiti, in cui c’è una sola alternativa: se è stupidità
inconsapevole, cioè se chi usa quegli slogan non sa cosa vogliono dire, offende la propria dignità
perché lo fa senza sapere cosa fa; se è delinquenza consapevole, è offesa alla dignità di tutti noi. 4
E ancora: ci scandalizziamo tutti dei mercanti di carne umana che trasportano gli immigrati sulle
barchette che attraversano il Mediterraneo. Ditemi voi se c’è molta differenza tra questo e lo
speculare sulla pelle degli immigrati clandestini affittando un posto letto a cifre paradossali.
Leggevo dai giornali di questi giorni: 28 posti per 3 appartamenti di 150 mq. in totale, per 200 euro
al mese per avere, alcune ore, un letto. Miseria, sporcizia, mancanza di sicurezza, mancanza di
dignità. E questo ci coinvolge tutti, come ci coinvolge tutti un’altra serie di cose. I maltrattamenti e
il mobbing a scuola, ad esempio. La novità dell’uso dei telefonini per filmare le prodezze sessuali a
carico delle nostre compagne di scuola che spesso si risolvono in episodi di gallismo becero e
quanto mai stupido. Oppure, altrettanto, nei confronti di altri soggetti deboli: gli handicappati.
Pensate, per quanto riguarda i diversamente abili, il problema che si è avuto in una scuola di Torino.
E vi assicuro che in questo periodo, stando in carrozzella per una butta caduta - esperienza che non
avevo mai fatto prima - ho cominciato a rendermi conto - e io sono un fortunato perché spero di
starci un mese ancora e non di più – di che cosa vuol dire il mondo visto dalle barriere
architettoniche, visto dalla carrozzella, visto dalla condizione di diversamente abili. E’ un discorso
che ci riguarda tutti e ci fa capire cosa vuol dire quella definizione del vocabolario: la dignità come
rispetto.
Perché è una sfida che possiamo e dobbiamo combattere tutti noi, non solo nel ricordo del passato e
delle grandi cose, ma nella quotidianità delle piccole cose. Abbiamo alcune regole fondamentali per
capire come attuare il rispetto reciproco: l’uguaglianza e la solidarietà. Sono queste due norme
cardine nella nostra Costituzione. Ricordiamo l’art. 3 che dice che siamo tutti uguali e abbiamo pari
dignità sociale e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che rendono qualcuno meno
uguale di altri.
Prendiamo un solo esempio. Abbiamo una serie di diritti, il primo dei quali è l’inviolabilità del
domicilio. Tutti siamo uguali, tutti abbiamo diritto a un domicilio inviolabile. C’è però un piccolo
particolare: chi è senza casa e dorme sotto i ponti, pur avendo diritto all’inviolabilità del domicilio,
non ha una casa e non ha un domicilio. Ecco allora l’art. 3 della Costituzione che ci impegna a
rimuovere le differenze che impediscono che l’uguaglianza formale diventi anche sostanziale ed
ecco l’art. 2 della Costituzione, l’altra norma fondamentale che declina insieme i diritti e i doveri.
Diritti inviolabili sui quali la Costituzione si fonda e che esprimono la dignità dell’uomo, e doveri di
solidarietà sociale che sono legati ai diritti. Credo che la chiave di volta sia questa.
 Vorrei concludere con la testimonianza di una persona che mi ha sempre affascinato come mi ha
affascinato Primo Levi : parlo di Gandhi, il profeta della non violenza. Gandhi diceva: “La vera
fonte dei diritti è il dovere. Se adempiamo i nostri doveri non dovremo andare lontano a cercare i
diritti. Se lasciando i doveri inadempiuti, rincorriamo i diritti, ci sfuggiranno come fuochi fatui.
Quanto più li inseguiamo, tanto più fuggono lontano.”.
Credo che queste due testimonianze, quella di Primo Levi sul rispetto e quella di Gandhi sul
rapporto tra i diritti e i doveri, siano una buona bussola per cercare di declinare dignità e regole in
vista di una convivenza che sia degna di questo nome. Grazie!

Ennesima tragedia nel mare della Civiltà perduta


Ennesima tragedia nel mare della Civiltà perduta

Naufragio a sud della Sicilia, morti tra 700 e 900 migranti. Le 24 salme a Malta, superstiti attesi a Catania
 

Secondo un sopravvissuto ricoverato in ospedale sul peschereccio affondato c'erano 950 persone, di cui 50 bambini. Stamattina la nave Gregoretti ha sbarcato i cadaveri recuperati in mare a La Valletta. I 28 migranti tratti in salvo diretti verso Catania. Colpo al traffico di esseri umani, 24 arresti: la base era al Cara di Mineo.

Proseguono senza sosta le ricerche nel Mediterraneo delle vittime e di eventuali sopravvissuti dell'ultimo terribile naufragio che avrebbe provocato tra 700 e 900 morti nella notte tra sabato e domenica nelle acque libiche. Ventotto le persone salvate. Intorno alle 8 l'arrivo di Nave "Gregoretti" della guardia costiera a Malta per sbarcare le 24 salme, mentre arriveranno a Catania nelle prossime ore i superstiti del barcone affondato al largo della Libia. "Oggi capiremo di più su quanti erano, se effettivamente c'erano tanti bambini a bordo", ha detto la portavoce dell'Unhcr Carlotta Sami ai microfoni di Sky Tg24. Nell'area del naufragio stanno operando 17 mezzi di soccorsonel tentativo di trovare ancora qualche superstite, ma le speranze dei soccorritori sono ormai minime. Nelle prime ricostruzioni si era parlato di 700 morti, ma un superstite del Bangladesh, ricoverato ieri in ospedale a Catania, ascoltato dai magistrati, ha parlato di 950 persone a bordo del barcone affondato. "Sembra una cifra molto alta", si è limitata a commentare Sami, "considerando che si tratta di una barca di una ventina metri, già 700 persone sembra una cifra molto alta. In ogni caso, anche se fossero 700, dall' inizio dell'anno oltre 1650 sono morte nel Mediterraneo". E con l'arrivo del periodo estivo sono numeri che non caleranno, perché "le guerre nel Mediterraneo continuano"Subito dopo lo sbarco delle salme e un controllo medico delle condizioni dei sopravvissuti, la nave Gregoretti dovrebbe ripartire facendo rotta verso Catania. Il nuovo molo di Isla, davanti al porto grande della fortezza de La Valletta, è affollato da centinaia di persone tra forze dell'ordine, militari, medici, giornalisti e troupe televisive.  "Ci hanno raccontato che a bordo del barcone c'erano tra 700 e 900 persone, la maggior parte stipati nella stiva dove sono rimasti intrappolati dopo il capovolgimento del barcone", ha detto il comandante della nave Gregoretti, Gianluigi Bove. Le testimonianze dei 28 superstiti confermerebbero che la tragedia avrebbe proporzioni più ampie rispetto al numero di vittime che era stato inizialmente ipotizzato. I sopravvissuti, tutti maschi, sarebbero complessivamente in buone condizioni di salute, anche se appaiono visibilmente provati da quanto accaduto. Sono in gran parte provenienti da paesi dell'Africa sahariana - eritrei, somali, sudanesi - ma anche dal Bangladesh. Il naufragio, secondo la ricostruzione del comandante Bove, sarebbe avvenuto sabato sera, subito dopo l'arrivo del mercantile portoghese King Jacob, che era stato dirottato in zona dalla Centrale operativa della Guardia Costiera di Roma. "La nostra nave - ha raccontato l'ufficiale - è arrivata nella zona del disastro intorno alle 2 di notte. Del barcone non c'era più alcuna traccia, tranne alcuni detriti e chiazze di nafta. Siamo riusciti a recuperare due naufraghi, mentre altri 26 erano già a bordo della nave portoghese". Non appena saranno ultimate le operazioni di sbarco delle 26 salme la nave Gregoretti ripartirà alla volta del porto di Catania; l'arrivo è previsto in serata.Oltre al personale dell'ospedale maltese Mater Dei in banchina si trovano anche gli operatori di Medici senza frontiere che proprio in questi giorni hanno stretto un accordo con l'ong maltese Moas (Migrant Offshore Aid Station) per prestare soccorso ai migranti nel Canale di Sicilia con una nave  medica.

sabato 18 aprile 2015

APPUNTI DI BIOETICA - ETICA DELLA MORTE


APPUNTI DI BIOETICA


Uno dei problemi che, sin dall'antichità, ha studiato l'uomo è il limite della vita biologica di ogni essere. Vogliamo, allora, in questo articolo introdurre e introdurci attraverso pochi appunti che possono inquadrare l'argomento: LA BIOETICA.
La Bioetica si presenta come una pratica, interdisciplinare, nata dal bisogno di produrre alcune considerazioni etico - morali al fine di regolare e limitare il campo biologico medico. Buona lettura!
Ugo Arioti
 

Aspetti etici della definizione di morte

La medicina e la biologia hanno dimostrato in modo esauriente che un organismo umano non è in grado di rimanere in vita senza funzioni cerebrali. Di conseguenza la maggioranza degli specialisti accetta oggi di definire morte la cessazione irreversibile di tutte le funzioni cerebrali nonché del tronco cerebrale. Talvolta si parla anche di «morte cerebrale». La perdita completa della funzione del cervello e del tronco cerebrale e di conseguenza il decesso possono essere provati senza ombra di dubbio da medici appositamente istruiti. La vigente legge sui trapianti si basa pertanto su una definizione di morte che mette in relazione il decesso dell'essere umano con un cervello morto. Una minoranza di specialisti mette in dubbio la vigente definizione di morte - perché la perdita di tutte le funzioni cerebrali non può essere equiparata alla morte di una persona oppure perché tale definizione è già troppo ampia. La critica si infiamma sulla questione dell'accertamento del momento del decesso nel processo di morte e della piena sicurezza delle procedure attuate a tale scopo.

Quando una persona è considerata deceduta?

La definizione di morte oggi vigente si basa sull'idea secondo cui la diagnosi di «morte cerebrale» determina il momento in cui non è più possibile un ritorno alla vita. I critici obiettano che in tal modo l'esistenza umana sia ridotta alla mera funzione cerebrale. Le più recenti ricerche avrebbero inoltre dimostrato l'erroneità della tesi secondo cui senza un cervello funzionante tutti i circuiti di regolazione del corpo collasserebbero. In fin dei conti, la «morte cerebrale» sarebbe, così sostengono i critici, una morte non evidente, in quanto con le apparecchiature opportune sarebbe possibile mantenere la respirazione e l'attività cardiaca di una persona, che quindi all'apparenza sembrerebbe viva e verrebbe assistita come se fosse ancora viva. Visto che i segni esterni della morte non si manifestano, la definizione di morte non corrisponderebbe a ciò che si intende comunemente come tale. I critici di parere opposto ritengono l'attuale definizione di morte troppo ampia. Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra essenza di esseri umani e di individui è determinata dall'attività della corteccia cerebrale; la cessazione irreversibile di tale attività (e non dell'intero cervello) sarebbe quindi sufficiente per definire morta una persona.

È possibile accertare la morte in modo affidabile?

Altro oggetto di critica, non direttamente legato alla definizione di morte, è l'affidabilità dell'accertamento del decesso secondo la suddetta definizione. Ciò riguarda da un lato il rischio che la morte di una persona possa venire accertata per sbaglio a causa di un errore umano. Questo problema sarebbe grave, secondo i critici, in quanto la diagnosi di morte cerebrale ha luogo solo nel caso di una donazione di organi e che in seguito la morte avviene con sicurezza a causa del prelievo degli organi. In questo modo non sarebbe più nemmeno possibile stabilire se la morte sia stata accertata per errore. I requisiti di sicurezza adottati attualmente in Svizzera nella procedura di accertamento di morte sono di conseguenza molto elevati: la diagnosi dev'essere effettuata da due medici indipendenti l'uno dall'altro e in possesso delle qualifiche necessarie a tale scopo. D'altro canto viene criticata persino la sicurezza della procedura diagnostica, sostenendo che recenti ricerche svolte su persone che si trovavano in un profondo stato comatoso abbiano evidenziato un'attività cerebrale più marcata di quanto si fosse inizialmente ritenuto possibile. Analogamente a ciò si suppone che anche nel caso di una morte cerebrale accertata clinicamente ci potrebbe essere una maggiore attività cerebrale di quanto presunto al momento.

Perché è stata introdotta la «morte cerebrale»?

Altri critici non si concentrano direttamente sulla definizione di morte, quanto piuttosto sui motivi che hanno portato alla sua introduzione, ritenendoli di natura opportunistica, per poter prelevare gli organi a condizioni vantaggiose. Per questo vi è il rischio che in futuro i requisiti per il prelievo di organi possano essere resi più severi . Storicamente parlando, questo punto è stato ben analizzato. Pur essendo vero che la definizione di morte sia stata introdotta anche pensando alla medicina dei trapianti, ci si è preoccupati innanzitutto di chiarire come debbano essere trattati i pazienti ai quali, nei reparti di cure intense, continua a essere praticata la respirazione artificiale malgrado non ci sia più attività cerebrale.



 

venerdì 17 aprile 2015

Snowden: DOPO CHARLIE sempre più sorvegliati dalle Agenzie segrete Anglo-ebree-americane.....L'illusione della libertà


SONO passati quasi due anni dall'esplosione del Datagate. Era il giugno 2013. L'ex consulente della Cia Edward Joseph Snowden, 32 anni da Wilmington, Carolina del Nord, ne è stato il protagonista assoluto. Con l'aiuto del giornalista Glenn Greenwald e della documentarista e regista Laura Poitras ha svelato al mondo il monumentale programma di sorveglianza di massa messo a punto dai cosiddetti Five Eyes: le cinque potenti agenzie segrete di Australia, Canada, Nuova Zelanda, Stati Uniti e Regno Unito, occhi e orecchie sulle comunicazioni internazionali capitanati appunto dalla National Security Agency Usa insieme al Gchq britannico.

Prism, Tempora, Boundless Informant, XKeyscore, Dropmire, Turbine e molte altre sigle all'apparenza enigmatiche come le pratiche sfruttate hanno improvvisamente trovato, grazie ai documenti diffusi dal whistleblower americano e rilanciati dai media di tutto il mondo, una devastante chiarezza. Milioni di utenti monitorati attraverso vari mezzi dentro e fuori gli Stati Uniti, intercettazioni nelle ambasciate e nei consolati, grigi sodalizi con le big company del web per infiltrarsi nei social, nei giochi, in ogni genere di portale, botnet e software preinstallati nei server e nei dispositivi prima che venissero distribuiti agli acquirenti, social network e dorsali di comunicazione sotto controllo. Incluse quelle che transitano per l'Italia. Quello che forse in molti immaginavano da sempre ha insomma trovato nelle parole, nei documenti e nella stessa testimonianza personale dell'ex contractor una conferma incontrovertibile che ne ha messo a rischio la vita.

Snowden è intervenuto al Festival internazionale del giornalismo in corso a Perugia fino a domenica insieme alla Poitras, premio Oscar per il suo documentario Citizenfour. Ad ascoltarlo via Skype una folla degna di una rockstar. Di più: l'accoglienza riservata a uno di quelli che, si sente, hanno scritto una pagina di Storia. Era infatti la prima volta che, in collegamento superprotetto dalla Russia - dove ha trovato rifugio dopo una rocambolesca fuga nell'estate 2013 e dove ancora risiede con un particolare permesso di soggiorno che scadrà nel 2017 - interveniva a distanza a un appuntamento italiano. "Quando si parla del rapporto fra governo italiano e statunitense e fra agenzie di spionaggio non c'è alcun dubbio sul fatto che lavorino insieme, basti pensare alle 'extraordinary rendition', cioè ai trasferimenti forzosi di persone dal territorio italiano ad altri posti nel mondo", ha detto Snowden. "Tuttavia i cambiamenti tecnologici hanno mutato il modo in cui ci tengono sotto controllo. La priorità delle agenzie, del tutto senza regole, è monitorare tutti e sempre, che vi siano sospetti o meno. Le amministrazioni sono colpevoli nella condivisione di queste informazioni e il rapporto fra di loro è solido. Magari il vostro presidente del Consiglio non conosce i dettagli, o non vuole saperli, ma sarebbe ora che i politici rispondessero alle domande, che fornissero la loro posizione alla società civile".

Il punto, insomma, è che nessuno è al riparo da azioni del genere. La comunicazione e le notizie sul tema sono minime e il dibattito nell'opinione pubblica rimane povero, anche dopo i fatti degli ultimi due anni: "La vera domanda è come aumentare i nostri livelli di libertà", ha spiegato Snowden. "La risposta è la trasparenza e il confronto a ogni livello. Il giornalismo è forse l'unica arma che abbiamo a disposizione: i governi non si riformeranno da soli, non rinunceranno al loro potere. L'unica arma è quindi competere con loro ed è quello che fanno i giornalisti quando li sfidano sul campo dell'interesse pubblico delle loro scelte. Non serve dunque una resistenza violenta, serve quella civica: passa da come votiamo, come ci presentiamo, di cosa parliamo. Non bisogna temere di essere etichettati e di raccontare davvero come vogliamo vivere".

Serve un salto culturale, un coinvolgimento dal basso che sfidi anche le leggi più controverse: "Gli unici che possono bloccare chi oltrepassa i confini e rimettere in discussione gli assegni in bianco, quelli che possono fermare chi vuole cambiare la nostra natura siamo solo noi", ha aggiunto Snowden. "D'altronde, dopo la strage di Charlie Hebdo, è accaduto l'esatto contrario di ciò che sarebbe stato auspicabile. I governi, su tutti quello francese, hanno reagito nel modo opposto, approvando rapidamente leggi che autorizzano maggiore sorveglianza. I politici credono sempre di dover fare qualcosa, qualsiasi cosa, pur di dare delle risposte. Ma è proprio questo il problema: la sorveglianza di massa è del tutto inefficace. La Francia aveva per esempio dei programmi simili prima dell'attacco alla redazione del settimanale satirico e non sono stati utili. Anche negli Stati Uniti, dove il network è più ampio che altrove. Insomma, se anche fossimo perfettamente al sicuro questo non importerebbe perché non potremmo essere liberi". Perché vivremmo, per ricalcare le parole del whistleblower, nel "più grande sistema di oppressione della Storia".

"Proprio perché c'è il rischio terroristico e le persone sono sempre più consapevoli delle opportunità di crittografare le proprie comunicazioni", ha aggiunto Snowden, "i governi pretendono sempre più le chiavi di quelle trasmissioni e di quei contenuti addirittura senza doverle decifrare. Spingono per ottenere delle 'backdoor' da cui entrare per sottrarre informazioni ma dalle quali, questo il rischio sottovalutato, possono far breccia anche altri governi, penso a quello cinese, o dagli stessi gruppi terroristici che vorremmo contrastare. Insomma, stiamo creando in tutti i sistemi di comunicazione una vulnerabilità di fondo che costituirà una minaccia perenne". Secondo Snowden il risultato è stato inoltre peggiorare il quadro della situazione anche agli occhi di Paesi ben meno responsabili e democratici che hanno definitivamente scelto di sfruttare l'arma di internet e l'hacking di Stato nelle controversie internazionali.

A due anni dalle prime rivelazioni il quadro rimane insomma drammatico. Vie d'uscita se ne vedono poche: "L'Nsa, la National Security Agency, si comporta più come una National Surveillance Agency", ha aggiunto Snowden durante il dibattito coordinato da Fabio Chiusi al quale hanno partecipato fra gli altri il legale dell'ex consulente, Ben Wizner, e Simon Davies, fondatore di Privacy International. "Ciò su cui dovremo lavorare è capire cosa renda i governi più o meno responsabili e rispettosi nei confronti dei media e dei cittadini.

Quando permettiamo alla sorveglianza di massa di radicarsi cambiamo in maniera radicale il rapporto fra governanti e governati. Serve un confronto sui diritti che abbiamo ereditato e che vogliamo passare a figli e nipoti. Sono queste le libertà che dobbiamo essere disposti a difendere".
Simone Cosimi (Repubblica.it)

martedì 14 aprile 2015

Amore e Disamore

.... CH'A NULLO AMATO AMAR PERDONA ....
 
 
 
Un tizio ha parlato di amore e disamore come fosse pane e marmellata. Mi sono interrogato su questo problema esistenziale e ho pensato alla mitica Angelica che fugge e i suoi spasimanti che l'inseguono, duellano, ansimano per averla, ma poi non combinano niente, c'è il senso, infinito e irrazionale, dell’amore e poi del disamore, d'un girare a vuoto che pare insensato, vano e stravagante…da pazzi. Siamo pazzi? Siamo pazzi!
In poche parole, non ci sarebbe più nulla da fare e ci si dovrebbe mettere il cuore in pace, ma la logica dell’evoluzione ci porta a credere, illusione, che troveremo il bandolo della matassa e che riusciremo, chissà quando, a capire queste angeliche creature nate da una costola di Adamo.. Pazzia!
Che meraviglia c’è allora se le relazioni "amorose" sono ambite da molti di noi, ma alcuni si spaventano all'idea di innamorarsi....
Eppure non sappiamo vivere senza avere dentro di noi sempre presente il traguardo dell’amore…. io ho scelto un altra via, ma dicono sia IRRAZIONALE (gravemente illogica e troppo sentimentale, smielata, romantica), ho scelto di amare una donna. Amare significa anche fatica, devozione, dialogo, trasmissione, fermento ... vita! Sono Pazzo anch'io! Lo sono a modo mio.
Teorie, tutta teorie quelle che sento e che non portano mai, al dunque, ad una soluzione efficace e replicabile. Ma che ci fate ì con questi stracci ipotetici? Siete in mezzo al guado e avete già scorto i coccodrilli che si immergono…nuotate verso riva e se vi va bene riuscirete a salvarvi, se non ritrovate l’approdo sicuro: amen!
 
Ugo Arioti

lunedì 13 aprile 2015

FUOR DI METAFORA LA SICILIA STA ANDANDO GIU'

Ogni giorno un crollo, una frana, un dissesto un evento nefasto per l'Isola più bella del Mediterraneo. Se qualcuno, ancora legato al fatalismo storico isolano, si accontenta di inarcare la fronte e respirare stringendo gli occhi e lasciando che siano gli altri a dire che stiamo andando a pezzi, ma è nella logica delle cose (del disfattismo io dico), faccia, si accomodi, dica che è una metafora della situazione socio politica attuale. Siamo, da sempre, abituati a subire lo sfruttamento di Baroni, latifondisti, mafiosi e politici corrotti asserviti al potere centrale romano. L'attuale presidente strilla "IL MIO GOVERNO NON C'ENTRA NIENTE CON I CROLLI". Ma Presidente di che'? Dell'Associazione degli Idioti per sempre o della Regione? Con questo masaniello ignorante e arrogante, stupido, insipido e asservito al Potere romano per mantenere a tutti i costi (per i siciliani) la poltrona, abbiamo toccato il fondo. Non abbiamo un monitoraggio ambientale, un controllo dei dissesti conosciuti, almeno di quelli acclarati e studiati con grande dispendio, inutile e clientelare, di fondi. Non ha tolto il marcio dall'amministrazione, ma anzi lo ha spalmato bene dappertutto. rotando personale che funzionava e innestando marcio nel marcio, restando attaccato a superburocrati inetti e ladri che hanno depredato e continuano a depredare le casse della regione ben protetti da questo imbecille. E quanto ci costa anche lui, la sua scorta e la sua difesa contro una fantomatica MAFIA che, solo a suo dire, vorrebbe vederlo morto. Nel caos i delinquenti ci marciano e lui di casini ne sta combinando tanti e tali che solo un mafioso miope e imbecille, più di lui, potrebbe pensare di ammazzarlo, poi farebbe immediatamente la sua stessa fine (in guerra si dice colpito dal fuoco "amico"). Mi preoccupa un grano di saggezza popolare: Al peggio non c'è mai fine. Mi chiedo dove dobbiamo arrivare per risalire e per avere un guizzo di dignità e cacciare dal tempio tutti i ladroni?
 
Ugo Arioti

TEMPI DI EXPO - L'Esposizione universale di palermo 1891 - 1892

Vi presentiamo una scheda fotografica, in tempi di EXPO, di una delle prime esposizioni universali. A quel tempo la Sicilia era all'avanguardia nell'arte, nell'architettura e nelle nuove tecnologie .... proprio così.

Daniela la Brocca






giovedì 2 aprile 2015

I racconti della domenica Monia Minnucci: Il Paese dei Pensieri Capovolti


Il Paese dei Pensieri Capovolti

Tanto tempo fa, nel Paese dei Pensieri Capovolti, c’era una giovane coppia che penava perché non riusciva ad avere figli. In realtà, in quel paese, nessuna coppia poteva procreare, per via di un’antica maledizione, lanciata dagli uomini della guerra. Costoro avevano fatto piovere per giorni, mesi ed anni interi, una finissima polvere nera che aveva bruciato l’erba, appassito i fiori, disseccato le acque, annerito il cielo e reso sterili gli uomini e le donne del Paese dei Pensieri Capovolti. Così, quel paese, era diventato un paese di vecchi, popolato da nonni, padri, madri, i cui figli sterili erano prossimi alla vecchiaia. Potevi riconoscere gli abitanti di questo paese da una caratteristica, loro non avevano alcuna luce in fondo ai loro occhi, perché non avevano un futuro. Questo era il motivo per cui, ben presto, il mondo sarebbe finito e l’uomo si sarebbe estinto.
I due giovani innamorati che ho citato sopra, però, provenivano da un’antica generazione di maghe e di maghi saggi, e ricordavano bene i loro insegnamenti ed erano consapevoli che solo una giovane vita, proveniente dal vecchio mondo, avrebbe avuto in sé la luce ed il potere di far fiorire i fiori e far rinascere tutte le meraviglie del creato.
Il Paese dei Pensieri Capovolti era ridotto parecchio male, questo era successo perché i suoi abitanti avevano scelto di smettere di pensare al bene e di seguire la corrente stregata del fumo delle ciminiere, delle bombe di morte e delle guerre ad ogni costo e senza motivo. Uomini vestiti di nero, avevano lanciato proclami, dicendo che l’inevitabile, ma transitoria strada della guerra e della distruzione ecologica, non solo era necessaria, ma era soprattutto utile. La gente sapeva che non era vero. Che era solo un inganno. Lo sapeva perché dalla sfera di cristallo che tutti, a quei tempi, avevano in casa, fiorivano visioni di morte e, dalle finestre, potevano vedere una grande nube nera che avanzava dalle quattro direzioni, lentamente, ma inesorabilmente, verso di loro. Nessuno capiva cosa fosse, ma tutti intuivano che non avrebbe portato nulla di buono. Qualcuno, fra i più audaci del popolo, aveva provato a ribellarsi al nuovo ordine mondiale ma, a quel punto, aveva visto la sua lingua allungarsi a dismisura, fino a toccare terra e rotolarsi nel fango e il suo dissenso si era spento in suoni disperati e incomprensibili. Gli uomini della guerra, allora, lo portarono in piazza e ammonirono tutti gli altri sulle pesanti conseguenze della loro ideologia fuori legge che, per l’appunto, era sbagliata proprio perché era giusta, ma si sa, nel paese dei pensieri capovolti le cose stavano così e non bisognava discutere, ci si poteva solo allineare. Fu così che quasi tutti smisero di pensare e iniziarono a definire la realtà dandole significati opposti a quelli giusti. Le uccisioni per amore si moltiplicarono. La guerra fu chiamata missione di pace. La sana reazione popolare all’ingiustizia, divenne un reato e, quindi, una mera questione di ordine pubblico che condusse alla repressione totale e senza proroghe. Quindi, non c’era più nulla da fare, direte voi. E invece le cose non stanno affatto così, perché non tutti smisero di pensare bene e al bene, qualcuno finse soltanto di seguire la corrente del fumo delle ciminiere e delle guerre. Non erano in molti, ma erano convinti dei loro ideali e fieri di conservare il giusto senso delle cose. Spesso si incontravano sotto lo scheletro della grande quercia e cercavano di scacciare la tristezza e di individuare, su una mappa magica che sapeva rendersi invisibile agli occhi del male e visibile solo a quelli del bene, il varco che conducesse al vecchio mondo. Questa era la profezia di cui il vecchio mago saggio aveva parlato, nel sogno congiunto fra Mara e Renato, la giovane coppia di cui vi parlavo all’inizio. Il tempo passava, il caldo inverno aveva oramai ceduto il passo ad un’estate gelida, la più fredda che si potesse immaginare, ma la mappa magica continuava a non svelare la vera posizione del vecchio mondo, continuava solo ad indicare una piccola porzione di terra sulla quale non c’era nulla, tranne la casa di Mara e Renato. I nostri giovani amici erano delusi e stanchi di questa ricerca che non portava frutti. Con quel freddo, poi, diventava sempre più difficile incontrarsi e fu così che decisero di sciogliersi e, amaramente, tornarono alle loro case immerse nel grigiore di un mondo morente. Sapevano bene che la luce della speranza, ancora viva in fondo ai loro occhi, (e che, in modo magistrale, avevano celato ai signori oscuri), con la loro resa, si sarebbe spenta, proprio come stava capitando al resto del loro mondo.
Quella sera, Mara e Renato, non proferirono parola, ma restarono in silenzio, ammutoliti dall’angoscia per il destino crudele che li aspettava e uniti nella consapevolezza che non ci sarebbe stato nessun nuovo mondo e che, in quello di mezzo, in cui abitavano, non avrebbero mai e poi mai, neanche potendo, concepito figli. Le speranze stavano crollando e, con esse, la luce in fondo ai loro occhi si affievoliva. Esausti si addormentarono, osservando i guizzi di luce che si accendevano come lampi sul fuoco di stalattiti. Tutti i nostri amici furono avvolti dal sonno e iniziarono a scivolare in un sogno. Un sogno unico. Un sogno sognato. E dai loro occhi si levarono le luci della speranza per il futuro e iniziarono a volteggiare nel cielo dei loro sogni, sulle dita di un giocoliere che somigliava tanto al grande e vecchio saggio della profezia. Costui le fece roteare come palline e volteggiare come cristalli di neve, poi, le costrinse fra le mani e quando le aprì, svelò una sfera di fuoco che lanciò in alto, molto in alto, nel cielo dei loro sogni, come un grande, bellissimo e sfolgorante sole che prese a brillare e spargere i suoi raggi sui prati e sugli alberi che tornarono a pulsare di vita e a germogliare, sui laghi e sui mari che tornarono scorrere. I signori oscuri, che non sopportavano la luce del sole, cercarono riparo nelle grotte, ma non ebbero scampo, l’aria era un conduttore pregno di luce che li avvolse e li disintegrò.
Il mago guardò Mara e Renato, con uno sguardo carico di riconoscenza per aver creduto nella giusta vita, anche a costo della morte. I due giovani si osservarono a loro volta e, con gli occhi colmi di lacrime e stupore, videro i colori tornare ad animare i loro volti ed il mondo intorno. Videro una terra tornata fertile, proprio come loro. Ogni cosa, adesso, aveva un giusto posto, un suo vero significato e uno scopo preciso, anche i pensieri di tutti. Il grande vecchio depose fra le braccia di Mara, un neonato di luce pura che piangeva e sgambettava.
“La mappa non vi ha ingannati, il vecchio mondo non esiste in nessun luogo, perché è morto e mai potrà risorgere, ma resiste grazie ai ricordi di chi, tanto intensamente, ha creduto in Esso. Esiste in voi. Voi siete l’origine di un nuovo mondo. Vi ho osservati a lungo e conosco la vostra pena per non poter procreare, così, ho deciso di consegnarvi la bimba dal nome supremo. Ve la consegno, poiché voi avete dato alla luce la “Vita” e proprio questo è il suo nome, un nome che voi avete onorato. Lei è la madre di noi tutti. Non è vostra e dovrete trattarla per quello che è, un dono prezioso. Siate prudenti e preservatela dal male che è insito nell’uomo, perché saprà essere meravigliosa, a volte vi sembrerà crudele, ma se privilegiate il suo aspetto mortifero, vi distruggerà. Siatene degni, poichè non vi darà altre possibilità!”
Così si pronunciò il grande e vecchio e poi sparì.
Mara e Renato, insieme alla loro giovane “Vita” e a tutti gli altri, si guardarono ed ebbero paura che fosse solo un sogno, ma se così fosse stato, davvero non avrebbero voluto svegliarsi più.
E l’ultimo, ma meraviglioso capovolgimento di questa fiaba, sta proprio nel finale: non si svegliarono più, poiché il sogno era diventato realtà.


Monia Minnucci

 

mercoledì 1 aprile 2015

Editoriale di aprile 2015 - pesce d'aprile

Vorremmo poter scherzare sul tormentone dell'uno aprile e magari parlare di come si può salvare la barriera corallina o gli ulivi pugliesi, ma la stringente attualità ci riporta a bomba a un mondo che sta gradatamente deteriorandosi, a società che si stanno autodistruggendo, a vizi eterni che ritornano formando caste di privilegio che calpestano ogni diritto e ogni ragione per mantenere il POTERE. Non stupisce vedere una bambina siriana che si arrende a un fotografo, la paura fa 90 in Siria e una macchina fotografica può essere scambiata per un'arma. Abbiamo dimenticato i kurdi e gli iracheni che sono, insieme agli odiati soldati del dittatore Assad, l'unico argine al terrore a cui gli USA hanno aperto le porte devastando la Libia ed eliminando l'unico tappo, per quanto sgradevole, al caos. Ora si fanno le marce in Tunisia per non fare sentire solo il popolo magrebino, ma mi chiedo quando dovremmo farle anche noi e chiedere noi la solidarietà contro il terrore cieco alimentato dalle armi israeliane e americane (nessuno dice che i mercanti di morte USA e NAZISRAELIANI fanno affari d'oro con l'Isis). Lo scenario è triste e la primavera che arriva, noi lo speriamo, deve attenuare, almeno, il disagio di essere "occidentali". In Italia, un governo truffa, sta continuando a foraggiare le banche e a depredare il ceto ex medio ora meno che medio. In Sicilia un cretino, attaccato col bostik alla poltrona che lo rigetterà non appena gli scade il mandato, continua a devastare una già degradata amministrazione regionale e nessuno, nemmeno i sindacati che poi accettano di sedere per perdere tempo e non concludere niente, salvando solo i loro permessi e privilegi, aiutano a ribellarsi. Super burocrati padroni che non pagano per i loro errori e le loro ruberie, dove vogliamo andare? Questo, amici, purtroppo non è un pesce d'aprile, no. Questa è la discarica politica nella quale viviamo ogni giorno, aspettando un altra PRIMAVERA!
 
Ugo Arioti